venerdì 28 novembre 2025

Lysande che piange 11. Sangue, parte 2

Nel buio dell'incoscienza, Lysandre vide Zygarde.

Il pokémon fluttuava in un mare di vuoto, nella sua forma perfetta, e i suoi occhi brillavano acuti. Emetteva un suono gentile, una specie di virazione bassa, come fusa di un litten ascoltate in una notte completamente silenziosa. Sembrava un dio, e forse lo era.

«Morire non sarebbe abbastanza per ripagare quello che ho fatto, non è vero, Zygarde?» Domandò l'uomo. La sua voce si espanse, ma riverberò, come se ci fossero pareti, come se il buio non fosse immenso, l'interno di una stanza con quattro mura.

Zygarde parlò, senza muovere la bocca.

«TU NON HAI FATTO NIENTE, UMANO, CHE NON POSSA ESSERE PERDONATO».

Ogni lettera enunciata era chiara, come se fosse fatta di fuoco e alta cinque metri. Lysandre poteva vedere quelle lettere bruciarsi nel fondo della sua retina, flash di luce, fulmini in un cielo di piombo, che gli entravano nei nervi.

«Un ragazzo è morto, per colpa mia» Rispose, colpevole

«AL CONTRARIO, È VISSUTO PER MERITO TUO»

«Si è suicidato quando il suo sogno è andato in frantumi. Sono stato io a frantumare quel sogno»

«QUEL RAGAZZO VOLEVA MORIRE. IL TUO SOGNO LO HA FATTO VIVERE ANCORA UN PO'. GLI HAI DATO LA VITA, ANCHE SE NON HA FUNZIONATO PER SEMPRE»

«Avrebbe dovuto funzionare per sempre»

«NON CAPISCI?»

«No!»

«È PERCHÈ HAI VOLUTO PUNIRE TE STESSO, CHE NON HA FUNZIONATO!».

Lysandre sentì la voce di Zygarde che gli penetrava nelle ossa, facendogli battere i denti. Non era sicuro di come questo fosse possibile: sapeva che non si trovavano nel mondo reale, che il suo corpo non era davvero di fronte a quello del pokémon, immersi nelle tenebre.

«Cosa vuoi dire, Zygarde?».

Il tetto della stanza, all'improvviso, si aprì, come il coperchio di una scatola, senza fare alcun rumore. Fuori, sulle loro teste, si estendeva un cielo stellato che li bagnò di una luce cangiante.

Zygarde afferrò Lysandre nello stesso modo in cui una bimba potrebbe afferrare un pupazzo di pezza, e fluttuando salì in alto, uscendo dai confini neri della scatola, più su, fra le stelle, nel cielo aperto ed infinito. La luce si fece sempre più forte, sempre più calda, man mano che si avvicinavano ad una sfera celeste di dimensioni così grandi che Lysandre si chiese se fosse possibile immaginarle, usando solo la propria mente, senza l'aiuto di Zygarde. Come poteva esistere qualcosa di così grande? Riempiva tutto il cielo, la sua superficie ribollente così luminosa che era possibile vederla anche con gli occhi serrati, quasi con la stessa chiarezza di quando erano aperti.

«IL SOLE» Disse Zygarde «IL MIO NUTRIMENTO»

«Tu fai la fotosintesi» commentò Lysandre

«IL SOLE È IL NUTRIMENTO DI OGNI ESSERE VIVENTE, QUALUNQUE SIA IL LORO CIBO. TU ERI IL SOLE, PER LORO» 

«E li ho delusi tutti»

«QUANDO IL SOLE SPLENDE, NON SI AFFATICA. LA SUA LUCE NUTRE, MA NON LO SPEGNE».

Le lacrime che scendevano lungo le guance di Lysandre, si asciugavano istantaneamente. Quel calore era la cosa più bella che Lysandre avesse provato da che ne aveva memoria, ma dentro di sé sentiva comunque quel marcio freddo, troppo gelido e oscuro per essere ignorato. Come poteva essere grato per il Sole, se la morte era nel suo cuore?

«GUARDA».

Nel cielo variopinto, le sfere celesti roteavano. Erano lontane, così tanto da apparire come pallini circonfusi da aloni di luce, eppure Lysandre riusciva a percepirne in modo sovrannaturale la velocità, la forza, il peso: ogni pianeta era una creatura mostruosa nella sua taglia, angelica nella sua natura, ed esprimeva un canto unico. C'era un'armonia nel movimento di quelle sfere, nel modo in cui sferzavano lo spazio aperto, rapidash indomabili con code di satelliti, con criniere di asteroidi.

E fra tutte le sfere celesti, ce n'era una che cantava con voice unica: la Terra. Sulla sua superficie azzurra, striata del bianco delle nuvole, la vita gremiva con miliardi di luci di città, e miliardi di zampette e di pinne e di occhi, e chiome di alberi che stormivano nel vento, un miracolo di bellezza così immensa che la mente umana ne sarebbe stata sopraffatta, se solo per un millesimo di secondo ne avesse visto l'interezza.

Lysandre, in effetti, ne fu sopraffatto. Aggrappato con tutte le sue forze alle dita di Zygarde, singhiozzava senza riuscire a frenarsi. Lui era vissuto su quel pianeta? Aveva camminato sull'erba, su fili verdi viventi capaci di respirare, di crescere, di fiorire, che ricoprivano distese baciate dal sole? Aveva respirato? Come aveva potuto credere, anche per un solo istante, che la Terra non fosse già bellissima? Cangiante e splendente! Tonante nel suo moto perenne! Baciata dalla Luna, colonizzata dalla vita! Ah, la Terra, la Terra, la Terra...

«SE IL SOLE IMPLODE, LA TERRA CADE CON LUI» Disse Zygarde.

La luce sfarfallò. Lysandre urlò, quando capì cosa stava per succedere, le braccia tese verso l'astro diurno. Il Sole, da gentile e potente palla di luce, divenne rosso, poi bruno, poi nero. Si accartocciò su sé stesso, come un fiore morente, mutando in un pezzo di carbone spento.

La Terra morì con lui. Milioni di anni di vita perirono nei ghiacci perenni, le civiltà che avevano prodotto merletti e poesie, scarpe e dipinti, ora immobili, defunte, niente più, niente più

«È GRAZIE AL SOLE, SE LA TERRA HA VISSUTO» Disse Zygarde.

Lysandre non riusciva a respirare, tale era il peso del dolore sul suo petto. Tutta quella bellezza... andata. Andata per sempre.

«NON CAPISCI?».

Un batter di palpebre, e non erano più nel cielo, ma sotto Geosenge Town, fra le macerie causate dallo sparo dell'Arma Finale.

«QUEL GIORNO» Disse Zygarde «HO DECISO DI NON FARE SPEGNERE IL SOLE. ERA ANCORA TROPPO PRESTO».

Lysandre vide Zygarde che sollevave le macerie, per sollevare il suo corpo martoriato. Chiuse gli occhi, li riaprì. Vide il Sole tornare indietro, da pezzo di carbone spento a stella bruna, poi rossa, poi di nuovo la più grande luce del cielo. Era bello. Non come la Terra, quello no, ma era puro nel suo intento: essere energia, fonte di vita. Essere la luce. 

«Io non sono il Sole» Mormorò Lysandre, debole, stanchissimo

«PER LEI LO SEI».

Un volto emerse appena dalle tenebre, fra le palpebre dischiuse di Lysandre. Questa volta era reale, non frutto della sua immaginazione: una faccia gentile e preoccipata, con gli stessi occhi blu che lui aveva avuto prima di quel fatidico giorno.

«SEI PRONTO PER ANDARE DA LEI?»

«Chi è?»

«NON POSSO PERMETTERTI DI RICORDARLA, SE NON SEI PRONTO»

«Cosa devo fare?»

«DEVI ACCETTARE IL TUO RUOLO»

«Quale?»

«DEVI AMARTI. AMARE TE STESSO PIÙ DI QUANTO POSSANO AMARTI GLI ALTRI. LIBERARTI DEI GIUDIZI CHE NON TI CONCERNONO. SOLO SE FAI CIÒ CHE AMI PER TE, NON PER GLI ALTRI, LA TUA LUCE POTRÀ RISPLENDERE. E IL MONDO VIVRÀ»

«Non so se posso farlo»

«NON POSSO PERMETTERTI DI TORNARE DA LEI, ALLORA»

«Chi è lei?»

«LA VUOI CONOSCERE?».

Per qualche motivo, la visione di quel volto aveva riempito il cuore di Lysandre dello stesso amore che aveva provato per l'immensità del Pianeta Terra, poco prima. Com'era possibile, che amasse una persona sola quanto il mondo intero?

«Sì»

«ALLORA NON HAI ALTRA SCELTA: DEVI AMARE TE STESSO».

E davvero non aveva altra scelta. «Va bene, Zygarde».


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Paxton guardò preoccupato il volto di L, che riposava nel lettino con aria corrucciata, un cerotto sul naso e un occhio nero che si espandeva fin quasi allo zigomo. L'infermiera era uscita da poco dalla stanza, dopo aver fatto il possibile per rappezzarlo, ma aveva detto che era necessario tenerlo lì in osservazione per un po' di tempo. "Un po' di tempo", dal punto di vista di Paxton, era davvero il minimo dopo quello che era successo.

«Davvero non ti ricordi chi è?» Domandò a Taunie, che stava giocherellando con il suo rotomphone «L'hai visto al torneo di Jacinthe, quella volta... con Zygarde...».

La ragazza lo guardò con un occhio chiuso. «Ah ah, non mi ricordo niente» Rispose, scuotendo la testa «Me lo ricorderei, se avessi visto un uomo del genere»

«Ma sei sicura sicura? Ha interrotto il torneo!»

«Ti dico che non l'ho notato!»

«Che hai all'occhio?»

«Uh?» Taunie si sfregò la palpebra con il pollice «Niente, mi ci sarà entrato qualcosa...»

«Ora che ci penso... anche l'altra volta hai fatto così...»

«L'altra volta quando?»

«Dopo il torneo di Jacinthe»

 «Sarò allergica a questo tizio» scherzò la ragazza, sorridendo «Davvero, non riesco neanche a guardarlo. Deve avere addosso qualcosa che...»

«È strano che non te lo ricordi. Ora che ci penso, in effetti quel giorno non hai commentato»

«Cosa avrei dovuto commentare?»

«Voglio dire, non hai detto proprio niente! Dal momento in cui lui è comparso» Paxton indicò L «Tu sei rimasta in silenzio totale. Non hai detto niente riguardo a lui, è come se non l'avessi notato affatto»

«Te l'ho detto, non l'ho notato» Taunie strizzò ancora più forte l'occhio, con aria sofferente, una piccola ragnatela di piegoline che si formava all'angolo della palpebra «Ah, dannazione...»

«Che succede?»,

Taunie si sfregò le fraccia, scosse la testa, poi rialzò lo sguardo per guardare il suo amico. Anche se aveva ancora l'occhio chiuso, la sua espressione era molto più rilassata, un sorrisetto leggero sulle sue labbra.

«Cosa stavi dicendo, Pax?».

Paxton aggrottò le sopracciglia. Magari si sbagliava, ma gli sembrava proprio che ci fosse qualcosa che non andava nella sua amica...

«Buongiorno» Disse flebilmente Lysandre.

Paxton si avvicinò al letto, sorridendo.

«L! Sei sveglio! Come stai?»

«Sono stato meglio, ad essere sincero» Lysandre provò a sorridere di rimando, anche se la sua faccia era indolenzita «Però sono stato anche peggio»

«Temo che quando l'effetto degli antidolorifici sparirà, non penserai più di essere stato peggio di così»

«Come sei ottimista, ragazzo»

«Scusami... sono solo... realista. Sai, non è un bello spettacolo... quei vigliacchi... se non avessimo dovuto soccorrerti...» Paxton strinse i pugni, spingendoseli contro i lato delle cosce «Gli avremmo dato una bella lezione»

«No no no, la vendetta non è una buona idea» Lysandre provò a muovere la testa in un cenno di diniego e trovò che anche quello gli faceva male «E poi, tranquillo, in qualche ora sarà come nuovo»

«Hai un sacco di fratture»

«Anche quelle guariscono»

«In qualche ora?» Paxton rise nervosamente 

«Sì, in qualche ora»

«Tu che dici Taunie? Taunie? Ehi?» Paxton schioccò le dita in direzione della sua amica.

Taunie stava guardando (con un solo occhio aperto) fuori dalla finestra, come se la conversazione di altri due esseri umani nella stessa stanza in cui si trovava lei non le interessasse minimamente.

«Cosa hai detto, Paxton?»

«Ho detto... aspetta, ma stai bene? Hai visto, il signor L si è svegliato!»

«L? Chi è L?»

«Ne abbiamo parlato... prima... ne abbiamo parlato prima, qualche secondo fa, non ti ricordi più?».

Lysandre rise (anche se gli faceva male farlo).

«Temo che sia... in parte... colpa mia» Spiegò «Della mia missione»

«Tu stai facendo questa cosa a Taunie?» la voce di Paxton suonò allarmata

«Non esattamente io. No. Zygarde».

Paxton si voltò di scatto, a guardare il cane nero e verde seduto in un angolo, silenzioso, con i suoi occhi bianchi che brillavano fiocamente. Zygarde sbadigliò.

«Zygarde?»

«Zygarde sta facendo la stessa cosa a me, temo» continuò Lysandre «Non riesco... non riesco a concentrarmi su di lei, sulla tua amica»

«Perché?»

«Non lo so. Deve avere un senso, ovviamente, ma non posso ricordarlo, perché non ricordo niente di lei».

Taunie guardava di nuovo fuori dalla finestra, giocando distrattamente con i propri pollici. Avrebbe potuto guardare il proprio cellulare, oppure uscire dalla stanza, ma non si stava comportando in modo razionale: era come se il suo corpo volesse semplicemente evitare la vista dell'uomo nel letto.

«Quindi Zygarde sta facendo in modo che non possiate ricordarvi l'uno dell'altra?» Domandò Paxton, mettendo una mano sulla testa del pokémon «Ma non abbiamo idea di come fare smettere questa cosa?»

«In realtà so come farlo smettere» rivelò Lysandre, con un filo di voce

«Ah»

«Mi dispiace, te l'ho detto che è parzialmente colpa mia. Temo di aver avuto troppa paura. Zygarde, per assicurarsi che avrei fatto il mio dovere, ha dovuto aggiustare qualcosa nella mia testa, farmi dimenticare dei pensieri che mi avrebbero distratto» Lysandre si portò un dito alla tempia sinistra e ci picchiettò contro un paio di volte «Posso decidere, se voglio, di farlo smettere»

«Se ho capito bene, con "farlo smettere" intendi che smetterà di combinare qualsiasi cosa stia combinando al cervello di Taunie, giusto?»

«Sì, esatto. E anche al mio»

«E allora cosa aspetti?».

Lysandra chiuse entrambi gli occhi. "Che cosa aspetti?". Era stato bene, senza memoria. Non benissimo, no, ma aveva l'impressione che avrebbe sofferto pene inimmaginabili, se avesse aperto i cancelli della memoria. Non voleva essere il mostro che era stato un tempo.

Guardò Zygarde. Il muso del pokémon era rilassato, non si sarebbe potuta intuire l'acuta intelligenza che brillava dentro quel cranio. «TU NON HAI FATTO NIENTE, UMANO, CHE NON POSSA ESSERE PERDONATO».

Lysandre sentì le parole riverberargli dentro la testa, nello stesso modo in cui era accaduto nel sogno. La scatola nera in cui erano stati intrappolati era quella del suo cranio.

«Voglio ricordare tutto, Zygarde» Disse l'uomo, annuendo appena «Per favore».

Visto da fuori, non accadde nulla. Lysandre sentì qualcosa muoversi nel suo teschio, poco dietro l'occhio annebbiato, come un vermetto appiccicoso che indietreggiava e se ne andava chissà dove. Non successe nient'altro.

«Allora, ti ricordi niente?» Volle sapere Paxton

«No, non credo» Lysandre guardò il giovane, e il suo volto, il suo taglio di capelli, il colore dei suoi occhi gli rievocarono istantaneamente il profumo della lavanda, poi un altro volto, simile e diverso, più anziano, oh, quegli stessi occhi grigi!

Nessun essere umano, pensò, ricorda ogni cosa nello stesso momento. Che posto orribile in cui vivere sarebbe il proprio cervello, se per ogni secondo si dovesse rivivere ogni canzone, ogni scritto, ogni urlo, ogni secondo di dolore! È così che funzionano i ricordi: interconnessi fra loro e con il mondo circostante, una catena che ci tiene ancorati a chi siamo.

Lysandre deglutì. Ricordava così tante cose adesso... se solo si concentrava per richiamarle alla mente. Ciò che era stato un tempo non poteva cancellare quello che era diventato adesso, e questo era per lui, a dir poco, un sollievo. Non ci fu disperazione, né dolore, nè il desiderio folle e disperatissimo di cambiare il mondo, forse perché ciò che lui aveva imparato in quegli ultimi anni non poteva andar via.

Che persona era diventato, adesso? Una... normale. Era normale, normalissimo. Ricordava le password dei propri account sui social media e il numero della sua pizzeria preferita. Ricordava il nome di sua madre, quello della sua scuola, quello del suo migliore amico (Augustine). Ricordava di essere morto, schiacciato da tonnellate di rocce, e di essere risorto, di aver visto l'impossibile, di aver parlato con i pokémon leggendari, di aver vissuto per strada, di aver fatto la fame, di aver fatto amicizia con i trubbish, di aver raccolto le cellule di Zygarde. Ricordava tutto. Ma solo se voleva farlo.

«Peccato» Disse Paxton, stringendosi nelle spalle.

Lysandre non lo ascoltò. Il suo sguardo era posato sullla fanciulla vicina alla finestra. Taunie. Taunie.

«TAUNIE!» Gridò. Lacrime gli rigarono il volto, perdendosi nella sua barba.

Taunie si avvicinò al letto così in fretta da inciampare, roteando le braccia in aria per mantenere l'equilibrio.

«Non cadere, non cadere, bambina mia» Rise fra le lacrime Lysandre, mettendosi seduto

«Papà! Papà... ti ho... ti ho cercato dappertutto!» lei gli strinse un braccio (quello che lui aveva teso, come se avesse potuto acchiapparla se davvero fosse caduta) «Ho pagato una detective! Dove eri finito?»

«Sono stato in giro, tesoro mio. Guardati. Oh guardati... mi sono perso tante cose... tutto... sei cresciuta tantissimo! Sei...».

Taunie si buttò in avanti, contro il suo petto, stringendolo più forte che poté. Lysandre non sentì il dolore alle costole, né tantomeno quello al braccio, la voce tagliata dall'emozione, mentre stringeva fra le braccia sua figlia.

E per un istante, uno solo, per la prima volta nella sua vita, credette di sapere come si sentiva il Sole, quando dava la sua luce per nutrire la meraviglia della Terra. 


 

 


- Altre mini-scene di Lysandrino che piange qui -

(Ci piace scrivere gli omoni fieri che piangono. C'è una catarsi in questo. Andate a leggerne altre.) 


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