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martedì 17 marzo 2020

Un boccaccio di Amuchina - 8. Anita



+ Anita, una storia di Eros Giannetta +
Ah, l’amore. Perché è questo quello di cui volete sentire parlare, non è vero? L’amore e la morte sono le cose che intrigano la gente di più, quelle che vi incollano al divano quando guardate un film, che vi fanno portare le mani al petto, come madonnine sorprese, quando sentite le vostre amichette e i vostri amichetti che spettegolano, solo che la morte è deprimente, ma l’amore… l’amore è eccitante. E io vi ecciterò.
Come… che c’entra che c’è un bambino che ascolta? E se non vuole ascoltare si tappa le orecchie.
Tappati le orecchie, Pinocchio, che cavolo. O vai a giocare col gatto in giardino o da qualche altra parte. Ah, non vuoi? E va bene, io ti avevo avvertito, perché questa è una storia da grandi.
Che significa che non hai paura? Questa mica è una storia di paura. E ora stai zitto, che sennò gli altri non se la godono a sentire la voce di un marmocchio come te.
Dunque, dov’eravamo? Ah sì, l’amore.
Ne esistono di molti tipi, e uno di questo, il mio preferito, è ovviamente Eros. Sì, proprio come il mio nome. Questa parola è greca, anche se alcuni esperti suggeriscono un’origine pre-greca, e significa “desiderio”. Eros è un dio delle origini e muove il mondo degli umani e delle bestie. Eros è in me, Eros è in tutti voi, ed è colui che garantisce la sopravvivenza dei nostri popoli.
Che c’è, perché mi guardate così? Ascoltate. Ascoltate. Eros è la parte migliore di noi e le sue storie sono di una bellezza ossessiva, perciò io vi racconterò il modo in cui fa muovere il mondo.
Persino io sono qui per colpa sua e ora vi racconterò come è successo.
Nacqui in Calabria nel millenovecentonovantaquattro, da madre cassiera e padre fieramente muratore, terzogenito, con due sorelle più grandi di me. La Calabria sa essere una terra silenziosa, quando vuole, e io fui avvolto da un silenzio che non potete immaginare.
Mi lasciavano da solo con le mie sorelle, in campagna, e loro non mi parlavano mai. Rimanevo seduto sotto gli olivi, che dove vivo io sono enormi, con enormi tronchi nodosi che sembrano sculture e rami che si curvano sotto il peso di fronde abbondanti e di ancora più abbondanti olive scure. Non piangevo quasi mai e tutti erano contenti di me: ero come ipnotizzato dalla luce che penetrava attraverso le foglie, disegnando tutto a terra come delle figure di luce dorata. Io me ne stavo lì, con il fondo dei pantaloni ben piantato in nidi di erba verde o di vegetali secchi, a pensare a che cosa dovessi fare.
I miei genitori erano molto impegnati e quando finalmente la sera tornavamo tutti a casa, io dopo non aver fatto niente tutto il giorno e loro dopo aver lavorato, non ci parlavamo praticamente mai.
Fino ai quattro anni di età non dissi una sola parola, tanto che i miei iniziarono a pensare che fossi ritardato. In realtà capivo tutto quello che dicevano, sia loro sia le mie sorelle.
Sapevo che le mie sorelle si vedevano con i loro fidanzatini. Sapevo cos’erano dei fidanzatini. Sapevo cos’era un bacio e che cosa significava. A volte mi stufavo di guardare la luce e gli insetti che volteggiavano, e allora guardavo loro, le mie sorelle, che si nascondevano nei cespugli e credevano che non le vedessi.
Era un amore innocente, il loro, del tutto infantile: erano troppo piccole per fare sul serio, sia loro che i rispettivi fidanzatini, ma imitavano probabilmente quello che avevano visto in televisione o letto sui libri. E io iniziai a imitare loro.
Quando a tre anni mi mandarono alla scuola materna, incontrai una bambina. Non sapevo il suo nome, probabilmente perché non glielo chiesi mai, ma ricordo che aveva una faccina rotonda dalla pelle abbronzata e due grosse trecce nere come inchiostro. Decisi in cuor mio che sarebbe stata la mia fidanzatina e così la baciai.
Diedi il mio primo bacio prima di dire la mia prima parola, e fu un bacio rubato. Lei, però, mi sorrise. Eh sì, ero un gran baciatore anche da bambino.
I miei genitori furono chiamati a scuola perché, a quanto pare, ero diventato ossessivo e non facevo altro che baciare questa bambina. Di questo non mi ricordo, ma i miei lo raccontano sempre e… beh, sono gente semplice, che non mente. Deve essere vero.
Provarono a farmi desistere in ogni modo dal mio comportamento. Fui sgridato, fui picchiato, messo in castigo, privato delle cassette dei cartoni animati. Non avevo mai guardato quelle cassette, comunque, perché le mie sorelle mi portavano in campagna appena i miei genitori uscivano e quando rientravamo guardavamo sempre i film per grandi, quindi non fu una perdita, inoltre mi ero convinto che le famose sofferenze d’amore, quelle di cui parlavano nei film che vedevo la sera, fossero proprio queste: essere sgridato, picchiato e messo in castigo.
Alla fine mi ritirarono dalla scuola materna. A cinque anni finalmente iniziai a parlare e i miei genitori, che credevano fossi un po’ ritardato, tirarono un sospiro di sollievo: sembravo proprio apposto. E sembrava anche che, a loro dire, non fossi più ossessionato dalle bambine.
In realtà non ero “ossessionato dalle bambine”, no. Ero ossessionato dall’idea dell’amore. Mi ero fatto un’idea mia di cosa fosse questo amore e, devo dire, non mi ero sbagliato.
Frequentando le elementari scoprii altre sfumature dell’amore, diverse da quelle che conoscevo: l’amicizia, la fratellanza e… l’amore romantico. Imparai a scrivere poesie. Le leggevo alle maestre e loro mi sorridevano felici e mi spettinavano i capelli.
Non provavo il desiderio di baciare le maestre, ma sapevo che avrei fatto tutto per loro. Le corteggiavo come se avessi qualche chance, ed ero pronto ad eseguire i loro ordini: pulivo i cancellini, portavo loro le borse, fingevo di essere attento alla lezione quando invece fantasticavo su come avrebbe potuto essere farsi imboccare da loro di biscotti alla crema. Era un’amore romantico senza traccia di malizia e…
Oh, ma sta zitto Pinocchio! Che c’è di male ad essere il cocco delle maestre? A te piace essere trattato male, vero? Io mi beccavo i sorrisi e le carezze, scommetto che a te ti prendono tutto a calci in cu… ehm, a calci nel sedere. Non guardatemi tutti così! E no, non ero un secchione: avevo voti bassissimi. Che vi ridete? Voi eravate tanto più bravi a scuola?
Comunque, le maestre mi adoravano. Dicevano che ero tenero, che ero carino e pieno di immaginazione. Portavo mimose a tutte nel giorno delle donne, regalavo fiori e cioccolatini quando era il loro compleanno, mi mettevo in piedi sul banco e leggevo loro poesie che avevo trovato in biblioteca. Più avanti iniziai anche a scrivere poesie io stesso e fu lì che i miei voti in italiano si alzarono… a dire il vero l’italiano è l’unica materia in cui io sia mai stato davvero, ma davvero bravo. Leggevo le gesta dei cavalieri, uomini pieni d’ardore e forza, capaci di affrontare a muso duro la morte e i nemici più terrificanti, eppure così delicati e romantici con le dame che amavano. La loro forza, la loro virilità, il loro coraggio provenivano dall’amore. Non c’era nient’altro che valesse più dell’amore per me, perché per amore valeva la pena di fare tutto.
Alcuni miei compagnetti, bulli fatti e finiti, mi derisero perché scrivevo le poesie alle maestre. Mi scagliai contro di loro con la furia di un novello Orlando e sebbene fossero di più, ne presero un sacco e una sporta. Certo, anche io le presi, e mi fecero un occhio nero, ma che me ne importava? Erano sofferenze d’amore, potevo sopportare questo e altro. Io ero un cavaliere, loro gli infedeli che non avevano alcun amore nella vita. Uscii pesto da quella rissa, ma dritto in piedi e urlante, mentre loro si allontanavano gridandomi «Tu sei pazzo! Sei pazzo!».
Nessuno mi diede più fastidio perché scrivevo poesie. Alcuni ragazzini delle altre classi mi guardavano con ammirazione, anche. «È un eccentrico» Dicevano quelli di quinta «Sa quello che vuole». E io sapevo davvero quello che volevo: ed era l’amore.
Nel mio modo puro e infantile, credevo che tutte le maestre mi amassero, anzi vi dico di più, credevo che mi amassero più di quanto amavano i loro stessi mariti. Quando le incrociavo per strada, e magari loro stavano passeggiando con il loro consorte, loro mi venivano sempre incontro. Lasciavano il braccio, la mano, il fianco del marito per venire a parlare con me, per accarezzarmi la testa o darmi una pacca di incoraggiamento, per ridere delle mie battute, e questo mi faceva credere, nella mia ingenuità, che questo significava che preferivano me. Preferivano me, ah!
«Ma suo marito le scrive mai delle poesie?» Chiesi una volta alla mia professoressa di matematica. Ero già pronto, nel caso mi avesse detto di sì, a chiederle «Ma sono belle come le mie?».
Lei però non mi disse di sì, mi guardò invece con un sorrisetto. Le altre mi guardavano con un gran sorriso, ma lei no: un sorrisetto era il massimo che concedeva a chiunque, perciò ero comunque piuttosto soddisfatto.
«No» Mi disse «Non credo che mi abbia mai scritto una poesia. Però è muscoloso, con muscoli come quelli che bisogno ha di scrivere poesie?».
Tutta la mia baldanza scomparve all’improvviso. E così la mia professoressa di matematica preferiva suo marito perché aveva un fisico più definito del mio? In effetti suo marito, un bodybuilder di centodieci chili con i capelli a spazzola, era ammirato da parecchie persone, compreso me che avevo iniziato a figurarmelo come un cavaliere… beh, adesso era un nemico. Un cavaliere nemico. Ma io ero soltanto un bambino! Non avevo modo di diventare come lui, non avevo il testosterone. Mi disegnai una barba finta, mi appiccicai dell’ovatta sul petto, ma non erano muscoli, erano finti peli, e me li fecero pure togliere perché era pieno inverno e con la camicina aperta per mostrarli rischiavo di prendere una polmonite. Ero grato alle insegnanti perché volevano prendersi cura della mia salute, ma anche molto deluso perché non avevano notato i miei nuovi, seducenti peli di ovatta.
Finiscila di ridere, Pinocchio cretino. Scommetto che fai ca… volate molto peggiori di questa. Almeno questa era motivata dall’amore.
I miei genitori erano fieri di me: sono persone che credono che la cosa più importante, per un figlio maschio, sia sapersi difendere, e io avevo dimostrato di non provare alcun timore. Nessun bulletto poteva farmi del male. Mentre sono sicuro che a te, Pinocchio, te ne danno così tante ogni giorno che… ahi! Ma sei scemo, mi hai dato un calcio? Ma io ti strappo la testa figlio di… non mi guardi così, signor Lazzaretti! Lei si fa prendere a calci senza rispondere? E che cavolo significa che è solo un bambino? Sì, sì, mi calmo, mi siedo, stia tranquillo. Tenga a posto quelle manone!
Dove ero rimasto? Ah, sì, alla mia infanzia, alle mie prime risse, alle piccole e dolci stupidaggini che feci per amore. E alla mia prima, straziante gelosia.
Più i giorni passavano, più odiavo il marito della mia insegnante di matematica. Si chiama Giovanni ed era ben lontano dall’essere il marito perfetto: era egoista ed egocentrico, maschilista, il contrario di galante, e lo sapevo perché avevo iniziato a spiare la sua vita. Insomma, dicevo a mia madre che andavo a giocare con i miei compagni, ma invece mi appostavo nel giardino della casa della maestra e ascoltavo da sotto la finestra, a volte mi azzardavo anche a guardare dentro, tanto se mi avessero scoperto avrei potuto dire che stavo solo giocando nel loro giardino e che ero passato per salutare.
Giovanni non indossava quasi mai la maglia, lo faceva per mettere in mostra il suo torso che sembrava scalpellato da Michelangelo, e secondo il mio parere era questa l’unica cosa che aveva fatto innamorare la mia maestra di lui. Mentre lei spazzava il pavimento, stendeva i panni al balcone, passava il mocio, cucinava, andava a prendere la loro unica figlia a scuola, lui faceva sempre le stesse due cose: beveva birra analcolica di fronte alla tv oppure si allenava. Giovanni si allenava a casa e anche in palestra, occupato quando sua moglie era in casa e sempre assente per tutto il resto del tempo. Non lo lodi, signor Lazzaretti! C’è poco da lodare, quando non si ha nient’altro nella vita che questa dannata palestra. Non sapevo che lavoro facesse Giovanni, ma la mia mente di bimbo arrivò a credere, forse a torto, che fosse persino disoccupato e che la mia amata maestra dovesse mantenerlo oltre che tenere a posto la casa per lui.
Come avrete intuito, avevano una figlia, ma la bambina non giocava o parlava quasi mai con loro: tornava a casa, tutta imbacuccata fra sciarpe e cappellini anche se la giornata era calda, e correva a nascondersi nella sua camera. Erano una famiglia molto poco unita, ma c’era una particolare distanza fra i due coniugi.
Poi un giorno li vidi baciarsi. La mia maestra con Giovanni, che si baciavano, capite? Sapevo che era suo marito e mi si spezzò lo stesso il cuoricino in un migliaio di piccoli pezzettini, ma ero giovane e si sa che i giovani guariscono meglio degli adulti. Tuttavia, porto ancora le cicatrici… la mia maestra preferiva lui, un uomo senza romanticismo, che non la chiamava mai con un nome affettuoso, che non la portava mai a vedere un film, che non cucinava mai per lei, che non le dava neanche una sana pacchetta sul cu… ehm… didietro. Oh, stai zitto, Pinocchio! Che ne vuoi capire tu di come si deve trattare una donna?
Comunque, mi misi in testa di affrontare Giovanni, come un cavaliere, in singolar tenzone. Lo avrei sfidato e mi sarei preso la mia bella maestra bionda, anche se era solo bionda tinta. Ma se era tinta o naturale, a me che importava? Era la cosa più bella che avessi mai visto, e poiché era di qualcuno che non la meritava, io la avrei salvata e fatta mia. Il problema era che mentre io ero un bimbetto pelle e ossa incapace di fare una sola flessione, anche se avevo un fuoco di ferocia e passione nel cuore, lui era un bestione probabilmente in grado di ammazzarmi con un solo pugno. Per diventare forte come lui mi ci sarebbero voluti anni e nel frattempo avrei fatto soffrire la mia bella maestra e questo non potevo sopportarlo! Così rubai la spada arrugginita che mio nonno aveva sopra il caminetto e andai a sfidarlo lo stesso, pensando che se fossi morto sarebbe stato tanto peggio per me, ma almeno sarei morto d’amore.
Giovanni era come al solito sul divano, con la sua birra analcolica e calda in mano. Mi ricordo che era un pomeriggio di fine Marzo e gli uccelli cantavano a perdifiato, come se facessero una gara: quello era il mio inno di battaglia, la musica che mi batteva nel cuore.
«Ti sfido!» Gridai attraverso la finestra.
Lui prese una sorsata, mi guardò e chiese «Chi sei, moccioso?».
Non sapeva neanche chi fossi. Preso da una rabbia incontenibile, balzai dentro la finestra. Sì, non ero buono a fare neanche una flessione, ma le gambe le avevo buone: ero il miglior saltatore della classe, forse dell’intera scuola. Con la spada come una lancia in resta, mi slanciai verso Giovanni, che vista la punta della mia arma capì la mia pericolosità e con insospettabile agilità si nascose dietro il divano. La mia spada rimase infilzata nel bracciolo e mi accorsi con orrore che avrei dovuto perdere un paio di secondi di tempo per liberarla, ma quei due secondi erano troppi e fui acciuffato per il colletto e sollevato come un gatto.
Ridi, ridi Pinocchio! Vorrei vedere te con una spada!
«Razza di deficiente!» Disse Giovanni «Potevi ammazzarmi!»
«È quello che voglio» replicai, guardandolo dritto negli occhi, già che da quell’altezza potevo
«Sei un piccolo idiota. Chi sono i tuoi genitori?».
Non glielo dissi, ero muto come una tomba e determinato a non fargli capire chi fossi. Non lo sapeva e io non volevo dargli nessun appiglio. Mi sgridò duramente, mi mise seduto, mi fece una ramanzina lunghissima sulla responsabilità e sugli oggetti pericolosi. Ogni secondo in cui parlava, il mio odio verso di lui cresceva e si acuiva, sempre più acido nel mio petto, e desideravo prendere la spada, infilzata ancora lì, a nemmeno trenta centimetri da me, e conficcarla nel suo misero e arido cuore che avrebbe dovuto essere colmo d’amore, e che invece era solo un muscolo ben lustrato ed allenato come tutti gli altri che si portava addosso.
Però, poi, arrivo la mia maestra. Ero così assorbito nei miei pensieri d’odio da aver dimenticato tutto il mondo intorno a me, tranne il volto di quell’uomo che disprezzavo, ma quando la donna che amavo entrò nel mio campo visivo, l’acido che si era aggregato intorno al mio cuore si sciolse e scivolò via.
«Che cosa è successo?» Chiese lei, occhieggiando alla spada e subito dopo a suo marito.
Giovanni mi indicò con aria esasperata e iniziò a spiegarle quello che era successo.
«Perché lo hai fatto?» Mi domandò la maestra.
Mi sentii fremere e scattai in piedi, gridando che la amavo e non potevo semplicemente guardare quando lei veniva trattata così dal suo uomo.
«Così come?» Ringhiò Giovanni, afferrandomi per il bavero «Che ne sai tu, moccioso?»
«Lascialo stare!» gridò la maestra «È solo un bambino!»
«Un bambino che voleva ammazzarmi. I suoi genitori non lo hanno educato e la scuola neanche, a quanto pare. Se nessuno di voi è capace di impartire una lezione a questo moccioso, lo farò io».
Gli tirai un calcio all’inguine con tutta la forza che avevo e voi lo sapete già, no? Avevo delle gambe piuttosto forti. Giovanni fece un verso strozzato, come se gli fosse andato di traverso un fagiolo, e mi lasciò andare per afferrarsi le pa… l’inguine. Non guardatemi così, non credo che Pinocchio si scandalizzerebbe per così poco!
Comunque, scappai e non fui inseguito, anche se sentii la voce della donna che amavo chiamarmi da lontano, con ansia. Ora lo sapevo, perché quella donna non sorrideva mai come le altre maestre: cosa aveva da sorridere, vivendo con un uomo così? Cosa aveva da sorridere, quando aveva paura di lui?
I miei genitori non vennero a sapere quello che avevo fatto a casa della maestra. Non so perché Giovanni decise di non dirlo, o se magari la maestra mi aveva protetto nascondendo il mio nome, ma i miei non vennero a sapere come era scomparsa la spada del nonno. E il nonno era smemorato, perciò neanche lo sapeva di avere avuto un’arma appesa sopra il caminetto.
Dopo quel primo tentativo, decisi di aspettare e crescere, di diventare forte abbastanza da sconfiggere Giovanni prima di salvare la mia bella maestra. Dovettero passare anni. In terza media ero alto quasi un metro e settanta ed ero robusto abbastanza da poterlo sfidare senza perdere di sicuro, ma insieme al mio corpo era cresciuta anche la mia mente e ora mi chiedevo se fosse davvero il caso di picchiare un uomo e rischiare di finire in prigione. La mia povera mamma sarebbe di certo stata molto dispiaciuta se suo figlio si fosse fatto mettere in gabbia, così ero molto indeciso sul picchiare Giovanni oppure no.
Nel frattempo Giovanni aveva anche perso un po’ di massa, perciò l’idea di combatterlo era sempre più allettante… quell’uomo stava invecchiando, io stavo crescendo. La mia ex-maestra di matematica invece era più bella ogni giorno che passava, ma anche più acida e non sorrideva quasi più. Ogni tanto passavo a salutarla e lo vedevo nei suoi occhi che lei era triste.
Un giorno, però, fu lei a passare a scuola da me. Lei era una maestra delle elementari, perciò pensai che l’unico motivo per cui fosse alle medie era che fosse venuta a dirmi qualcosa di importante. Forse, ora che ero cresciuto un po’ lei si sentiva attratta da me ed era pronta a lasciare suo marito?
Scoprii che non era venuta per me, ma per prendere sua figlia, quella sempre imbacuccata in sciarpe e cappellini. Per spezzare una lancia in favore della ragazza imbacuccata, quel giorno faceva abbastanza freddo e c’era un gran vento… un vento così forte che le fece volare il berretto in una pozzanghera.
«Oh no!» Gridò la ragazzina e la sua voce fu come balsamo sulle cicatrici del mio cuore.
Vidi il suo volto, o almeno una parte di esso, ed ebbi una specie di fulmine, un ricordo ancestrale di quando ero molto piccino. Un volto rotondo, olivastro, perfetto. Un paio di occhi come carboni ardenti che scavavano nel mio cuore.
Avevo già visto quella faccia, in un tempo che parve alternativo e lontanissimo: lei era la bambina a cui avevo dato il mio primo bacio. Era la figlia della maestra che avevo amato per tutto il periodo delle elementari e, scoprii più tardi, era anche la nipote della preside che amavo alle scuole medie. Era un distillato di amore.
Quella notte, solo ripensando a lei mi prese una gran fiamma nel cuore e una stretta ai muscoli che corse giù fino a… giù. Corse fino a giù. Non mi guardi così, signor Lazzaretti: io la amavo. Iniziai a pensare a lei ogni volta che… avete capito, no?
Non guardavo neanche più il porno. Che c’è, si può dire porno, no? Non è una parolaccia.
Le scrissi una poesia, la firmai e gliela feci trovare sotto il banco. Io ero nella sezione A, lei nella sezione B: mi bastò chiedere come si chiamasse a una delle sue amiche per venire a conoscenza del nome più bello del mondo, Anita.
Due giorni dopo, Anita venne da me. Aveva un’aria timida, ma quando parlò era risoluta.
«Non ti conosco» Mi disse «Perché mi hai scritto quella poesia?»
«Perché la tua voce è miele e balsamo» le risposi incantato «Perché la tua pelle mi parla delle dune di deserti lontani e del profumo delle liquirizie che crescono nelle nostre fiumare. Ti ho vista senza cappello e il mio cuore è saltato in alto come un atleta olimpico: così in alto che ha afferrato una stella, e quando è tornato giù nel mio petto sentivo la luce irradiarmi da dentro»
«Davvero pensi questo?» chiese lei, arrossendo e indietreggiando un poco.
E il suo rossore era delizioso, come lo schiudersi dei primi fiori di geranio su un balcone sudtirolese che per tutto l’inverno era stato cosparso di neve. Il suo rossore era il mio eros e la mia ossessione.
«Vuoi uscire con me? Ti dimostrerò chi sono. Sarò all’altezza» Le dissi.
Lei si guardò intorno. Forse pensava che fossi pazzo e forse lo ero. A quattordici anni gli ormoni iniziano a batterti alla testa e io sapevo già cos’era l’amore, anche se i miei sentimenti non erano mai stati ricambiati appieno.
«Sì» Disse lei «Ti va giovedì? Andiamo a mangiarci una pizza»
«Certo» risposi, poi mi chinai a baciarle una mano e rientrai in classe perché il professore di disegno tecnico stava strillando il mio nome a ripetizione insieme a minacce che non ripeterò perché c’è un bambino che ascolta.
Giovedì, però, io non potei uscire con lei: una delle sue compagne venne da me e mi disse che si era trasferita. Si era… trasferita, capite?
«Dove?» Chiesi
«Non lo so» rispose.
Nessuno sembrava sapere dove fosse andata. La mia maestra e sua figlia, le donne che avevo amato di più al mondo, erano entrambe sparite dalla faccia della terra senza lasciare traccia. Indagai senza sosta, chiesi a tutti nel paese, conosciuti e sconosciuti, e tutti sapevano che si erano trasferiti, ma nessuno dove. «Ad Amsterdam» Mi disse un vecchio sdentato, ma suo fratello lo corresse «Guarda che sono andati a Timbuctù» e io non seppi proprio dove andare.
Fra l’altro, non avevo abbastanza soldi per andare ad Amsterdam, figuriamoci poi a Timbuctù. Non avevo mai viaggiato in vita mia, tranne che con la fantasia, ed ero un disastro ad organizzarmi. Non sapevo neanche prendere l’autobus, come avrei potuto cercare il mio amore in una città lontana ed enorme come Amsterdam? Quanto a Timbuctù, non sapevo neanche dove si trovasse, ma aveva un nome troppo africano per i miei gusti. In Africa non ci volevo andare: mia madre mi diceva sempre che c’erano la mosca tsé tsé, il beri beri, l’AIDS, la febbre del nilo e la fame dappertutto. Non riuscivo neanche ad immaginare la mia bellissima Anita circondata da cose tanto brutte. Oh, la mia povera Anita! Lei avrebbe dovuto essere circondata solo da fiori e coltri di seta, incorniciata da un cielo blu zaffiro, non buttata in mezzo alla povertà e alle malattie.
E poi non ero sicuro che si trovasse in uno di questi due posti, perché i vecchi fratelli erano dei burloni smemorati che pensavano che Dragonball fosse il nome di Goku.
Ah, lo sapevo che era colpa di Giovanni! Quell’uomo doveva aver saputo che sarei uscito con sua figlia quel giovedì sera, e per impedirglielo me l’aveva portata via.
Disperato, mi diedi all’alcolismo: bevevo due birre al giorno, il massimo che potevo permettermi con la mia paghetta, ma non mi ubriacavo mai abbastanza da dimenticarla, al massimo diventavo un po’ brillo e piangevo. Stai zitto Pinocchio, tu non sai com’è soffrire per amore! Tu sei un coso a cui nessuno vuole bene e che non vuole bene a nessuno.
Dopo un po’ smisi di bere, perché per comprare due birre al giorno non mi rimanevano abbastanza soldi per comprare un giornaletto alla settimana… un giornaletto che… avete capito, no? Quelli con le donne. Ora che Anita non c’era più, dovevo pur fare qualcosa.
Poi, piano piano, ricominciai a corteggiare altre donne vere. Sì, esatto, corteggiavo anche quelle sui giornaletti, almeno nella mia mente: senza corteggiamento non mi divertivo per niente. Una donna va amata, ma amata davvero.
Ricominciai ad uscire con mie coetanee ed ebbi altri baci, altri appuntamenti, altro. Ma una voce lontana nel retro del mio cervello cantava sempre il suo nome, Anita. E io cercavo sempre ragazze che avessero qualcosa di suo… niente mi eccitava più di scorgere un volto rotondo, o una carnagione abbronzata, o due splendidi occhi scuri, e mi innamoravo perdutamente anche di quelle che indossavano sciarpe e cappellini. Ah, eros che mi stregò! Eros che mi legò! Qualunque ragazza che le somigliasse anche solo da lontano, strizzando gli occhi, o che avesse una voce dolce anche solo la metà della sua mi mandava in tilt il cervello e… tutto il resto.
A scuola mi beccai una nota sul registro almeno un migliaio di volte perché continuavo ad incontrare altre donne nei bagni o nella sala dei bidelli e mi scordavo sempre di tornare in classe. I miei amici mi dicevano sempre che dovevo smetterla, che dovevo trovarne una che mi amasse davvero e stare con lei fuori dalla scuola, ma che potevo farci io? Le amavo tutte. Avevo bisogno di tutte, perché c’era quella con la voce simile a quella di Anita, ma volevo anche quella con i capelli di Anita e quell’altra che era sua cugina e quindi aveva un po’ del suo DNA e quell’altra che era freddolosa uguale, quell’altra che era timida e quella che era determinata, e tutte erano un po’ lei quindi dovevo stare con tutte loro.
Poi finalmente mi diplomai, dopo essere stato bocciato due volte. Fu quando andai a vedere il mio voto finale, affisso sulla bacheca all’entrata della scuola, che incontrai una donna molto speciale… la preside delle scuole medie che non vedevo da anni. La zia di Anita.
Non somigliava affatto a sua nipote, ma l’idea che potessero condividere un po’ di genetica mi eccitava comunque, anche se quella donna aveva cinquantacinque anni.
«Giannetta!» Mi salutò lei «Finalmente ti sei diplomato, briccone!»
«Chi la dura la vince» risposi, cercando di mostrarmi fiero
«Eh… pure mia nipote Anita è stata bocciata un paio di volte, ma alla fine ce l’ha fatta. Mi ma mandato il risultato due secondi fa, con un messaggio. Lo sai che avete dato gli orali lo stesso giorno?».
Fremetti dalla punta dei piedi alle punte dei capelli. Lo stesso giorno? E anche lei era stata bocciata due volte? Forse aveva pensato a me come io avevo pensato a lei, forse anche lei si era gettata sui ragazzi che mi somigliavano, forse mi desiderava ancora come io desideravo lei, e questo mi diede al contempo una fitta di gelosia lancinante e una cucchiaiata di splendente felicità dolcissima.
«Anita?» Boccheggiai, così, come un pesce che era stato buttato sul cemento «Dov’è lei? Non la vedo da… da...»
«Anita è a Caltaleone» rispose lei, con un sorriso, e mi parve che la luce le facesse da aureola intorno alla testa, per un gioco di luce dovuto alle nubi che correvano fuori.
Il mio angelo custode stava parlando attraverso di lei: ora sapevo dove si trovava Anita.
Cercai lavoro e lo trovai come cassiere, poi come magazziniere di farmacia, raccoglitore di olive, raccoglitore di arance, muratore, e mi spaccai la schiena di lavoro con furia. I miei genitori erano fieri di me, del mio duro lavoro.
«Chi la dura la vince, chi la dura la vince» Mi ripetevo, mentre tiravo le reti e raccoglievo le olive, mentre portavo a braccia cassette di venti chili. Lavorai per due anni.
Avevo bisogno di soldi, di tutti i soldi che potevo mettere da parte, per andare a Caltaleone, comprare una casa, vivere per sempre insieme alla mia Anita. I soldi per comprare una casa ancora non ce li ho, ma ne ho abbastanza da vivere per un po’ qui e aspetto di trovare Anita e poi di trovare lavoro. Mi manca poco, davvero poco. Mi mancava poco…
È per questo che sono qui a Caltaleone, perché cerco lei, l’amore della mia vita, l’eros che mi travolge e fa fremere.
Ma il fato mi è avverso: adesso che sono nella città di Anita, una calamità si abbattuta su tutti noi, il coronavirus, e trovarla è ora più difficile che mai, come se la mia amata fosse a migliaia di chilometri da me.

Attenderò con tutti voi qui, ma quando uscirò la troverò. E quando la troverò la… beh, avete capito, no?
Perché è l’eros che guida la mia vita, il motore delle mie gambe, delle mie braccia, della mia mente. E Anita è il mio eros.





venerdì 13 marzo 2020

Un boccaccio di Amuchina - 7. Sei un mago, Deku!


+ Sei un mago, Deku!, una storia di Emilia Appestati +

Ehm, ehm. D’accordo, allora io...
È consentito usare personaggi non originali purché la storia lo sia? Ah, sì? Perfetto, inizio subito allora!


Rating: storia per tutti.
Avvisi: la scrittrice ha deciso di non usare avvisi particolari.
Fandom: Boku No Hero Academia - My Hero Academia (anime), Harry Potter di J. K. Rowling.
Lingua: italiano.
Sei un mago, Deku!
Di EmiliaAppescati97
Sommario: nel mondo di Izuku Midoriya tutti quanti sembrano aver trovato il proprio Quirk unico, tranne lui. Ma lui è davvero un Quirkless, un ragazzo senza poteri?
Una scoperta sconvolgente cambierà per sempre la vita di Midoriya e di tutte le persone attorno a lui, facendo conoscere al giovane un mondo nascosto di cui nessuno sospettava l’esistenza, che vive nell’ombra proprio accanto a quello di heroes, villains e vigilantes!


Note: sarà una one-shot, però era uno di quei prompt che volevo raccontare assolutamente da tanto tempo! Spero tanto che il risultato non sia troppo frettoloso a leggersi. Dato che nessuno mi ha fatto da beta, considerate tutti gli errori grammaticali o di concetto che seguiranno colpa mia, scusate, non ho potuto rileggere! O riascoltare, insomma, in questo caso. Asterisco risata asterisco. Sì, lo so benissimo che sto dicendo tutto ad alta voce, ma come altro volete che imposti la storia? Metti caso che avessi dovuto mettere dei trigger warning?
Divertitevi, e vi prego di commentare! Accetto anche le critiche costruttive, ma per favore, non siate maleducati. Oh, e nessuno dei personaggi in questa storia mi appartiene, e se i concetti non sono miei sono pesantemente influenzati da altri, quelli dei rispettivi creatori: J. K. Rowling e Kohei Horikoshi.
Sì, sì, ho finito.



Izuku sapeva che a questo mondo non si nasce tutti uguali, ed era una verità che aveva appreso a quattro anni. Fu una delusione amara capirlo, ma nella sua vita sarebbero arrivate tante di quelle meraviglie – anche se Izuku non lo sapeva ancora – che presto una delusione del genere gli sarebbe parsa non essere mai esistita!
Ma procediamo con ordine.
Izuku era un bambino nato in Giappone, in un mondo in cui tutti quanti gli umani sembravano avere dei superpoteri di tanti tipi, tutti gli uni diversi dagli altri: chi sapeva illuminarsi e luccicare, chi era in grado di attirare a sé piccoli oggetti, come la mamma di Izuku, o chi nasceva con una faccia che non somigliava neanche lontanamente a quella di un essere umano, però almeno sapeva parlare con gli uccelli; insomma ce n’era davvero per tutti i gusti. Quantomeno, tutti tranne i suoi. Persino il suo vicino, un bambino della sua età che lui chiamava Kacchan, aveva appena scoperto il suo potere: quello di secernere dalle mani un sudore speciale che funzionava come nitroglicerina.
Kacchan poteva quindi fare delle esplosioni fighissime, mentre Izuku non poteva fare un bel niente.
Così il bambino passava le mattine, i pomeriggi e le sere a guardare al computer sempre lo stesso video di un supereroe che invece poteva fare un bel tutto: All Might, un giapponese muscolosissimo alto una cosa come due metri e venti che amava l’America e i cui poteri speciali lo rendevano incredibile ed in grado di salvare centinaia di persone senza neanche stancarsi, sorridendo sempre. Izuku aveva reso ricco il canale che aveva caricato il video del debutto solo con le sue visualizzazioni, e rischiato la salute dei suoi occhioni, perché amava vedere le gesta di questo supereroe che era diventato il suo modello di vita.
Da grande voleva diventare un eroe, per essere proprio come All Might!
Però il suo potere speciale, il suo Quirk, come venivano chiamati i poteri speciali da tutti, continuava a non manifestarsi. Alla sua età tutti i bambini della sua classe ne avevano uno, tutti tranne Izuku, così sua madre lo portò a fare una visita da un medico specializzato… e fu lì che Izuku Midoriya sentì il verdetto che lo avrebbe segnato a vita.
«Nisba» disse il medico «Ha un pezzetto di dito in più nel mignolo del piede, come gli umani primitivi, quindi non ha un Quirk. Oppure il suo Quirk è avere un pezzettino di dito in più. Comunque non è una cosa tanto utile per fare il supereroe».
Sembrava che non avrebbe mai realizzato il suo sogno, dopotutto, e le persone intorno a quel bambino sfortunato si rassegnarono al fatto che non ce l’avrebbe mai fatta e che, alla fine, avrebbe dovuto rinunciare al suo sogno infantile per trovarsi una carriera più adeguata a lui.
Era ingiusto forse, crudele, chiedere ad un bambino di rendersene conto, ma che altra scelta c’era?
A sorpresa, però fu lui a non arrendersi.
Ogni eroe aveva un Quirk diverso, si disse, quindi non doveva essere il Quirk a fare di un vero eroe ciò che era. Cos’era che li accomunava, quindi? Il loro spirito indomito, il loro coraggio, la voglia di salvare le persone a costo del proprio sacrificio. Izuku sapeva di avere tutte queste cose in sé: dal suo punto di vista, la salita si era fatta più difficile, ma questo non voleva affatto dire che fosse finita.
Col passare degli anni, il distacco tra Izuku e il resto dei suoi compagni di classe divenne sempre più netto. Sua madre lo amava e lui teneva altrettanto a lei, ma il modo in cui lei guardava con pietà il suo sogno lo feriva, anche se lui lo teneva per sé. I compagni ridevano del suo sogno e Kacchan e la sua banda, che una volta gli erano amici, adesso avevano preso nota del suo carattere timido ed insicuro e della sua assenza di Quirk e non facevano altro che tormentarlo.
In effetti, fu proprio durante un confronto con Kacchan e i suoi che gli accadde la prima di una lunga serie di cose bizzarre.
Un attimo prima stava correndo via, cercando di evitare le botte che si sarebbe inevitabilmente preso per aver difeso un altro studente più giovane dal trio di bulletti, e un momento dopo si trovava sul tetto di una casa. Il cambio di scenario fu così repentino che il ragazzo rimase per un paio di secondi immobile a battere le palpebre, paralizzato come un cerbiatto dai fari di un auto.
Il suo cervello iniziò a girare a mille, cercando di capire come fosse potuto succedere. Dapprima si chiese se non fosse stato sbalzato via da una delle esplosioni di Kacchan, ma non sentiva male da nessuna parte e si sentiva in una posizione abbastanza stabile. A giudicare dal fatto che era ancora tarda sera e il sole non aveva smesso di tramontare, non poteva essere passato molto tempo dal “prima” al “dopo”.
«Deku! Dove sei, nerd sfigato?». Era la voce di Kacchan, così arrabbiato da farlo istintivamente rannicchiare per minimizzare il bersaglio, anche se era piuttosto sicuro che si trovasse qualche metro più giù. “Deku” era il nomignolo che lui aveva affibbiato ad Izuku, una parola che significava “manichino, buono a nulla”.
Proprio un bel modo di iniziare il suo compleanno, passare tutta la notte sul tetto di una casa che non era neanche la sua, pensò Izuku. A mezzanotte, all’arrivo del quindici luglio, il ragazzo avrebbe compiuto undici anni... ma non era sicuro che avrebbe fatto tutta questa gran differenza contro Kacchan e i suoi. L’idea di affrontarli gli faceva una paura cane, ma cosa doveva fare, lasciare che picchiassero quell’altro ragazzo?
Col cuore in gola, si sporse un poco oltre il bordo del tetto per valutare la situazione.
Era senza dubbio ancora nella strada in cui stava correndo prima, le case e i vicoli erano gli stessi anche se visti da una prospettiva diversa. Da lassù poteva vedere i capelli biondi ed ispidi del suo vicino, che faceva scoppiettare allegramente il sudore che aveva sulle mani per creare piccole esplosioni minacciose. I suoi scagnozzi, Kurab e Goiru, gli stavano dietro con dei sorrisetti malevoli, mentre i tre lo cercavano, chiamandolo come se si aspettassero davvero che sarebbe spuntato fuori da sé. Un gatto guardava una mappa all’angolo della strada sotto la luce di un lampione – un’altra cosa forse un po’ strana – e lui non aveva idea di come scendere senza disturbare i vicini o senza farsi prendere dai bulletti.
«Non si trova» Sentì dire a Kurab
«Nerd idiota. Mi fa infuriare!» disse Kacchan
«E quando mai» fece Goiru, e si prese un colpo in testa dal biondino, così non aggiunse altro.
«Torniamo a casa» Ordinò Kacchan «Si è fatto tardi. La prossima volta che lo prendo gliene darò il doppio». E con questa promessa tutt’altro che rassicurante, il gruppetto si dileguò.
Almeno uno dei problemi si era risolto, si disse Izuku.
Però era ancora sul tetto.
Si guardò attorno, e si rese conto che, anche se fosse riuscito a raggiungere una delle finestre, le avrebbe trovate chiuse. Izuku non era un tipo particolarmente atletico, e a cadere da quell’altezza si rischiava grosso.
Si fece prendere dal panico per una decina di minuti, cercò di elaborare una strategia per un quarto d’ora borbottando tra sé e sé come un moscone, ma tra tutti i mirabolanti – forse anche troppo – piani che aveva escogitato, si era bloccato e non sapeva cosa decidere: se fare rumore e chiedere agli abitanti della casa di aiutarlo – senza sapergli spiegare tra le altre cose come fosse finito sul loro tetto – o rimanere a dormire fino al mattino successivo sul tetto, rischiando di morire assiderato e di far preoccupare la mamma, ma evitando l’imbarazzo di chiedere aiuto agli abitanti della casa.
In quel momento, accadde un’altra cosa che mai e poi mai Midoriya Izuku si sarebbe mai aspettato.
Udì una voce che rideva, ma non una voce qualunque: la conosceva bene quanto quella di sua madre, più della propria, e da un video a cui aveva dato da solo migliaia di visualizzazioni.
«AH AH AH! Non devi preoccuparti, giovane! Perché ora… ci sono io!».
Fu un altro “prima” e “dopo”, proprio come quando si era ritrovato improvvisamente sul tetto, ma per ragioni completamente diverse. Un attimo prima si era voltato – con aria un po’ ebete, andava ammesso – per capire da dove venisse la voce e se fosse davvero la sua, e un attimo dopo era tra le braccia di All Might, e stava atterrando al sicuro fino a terra.
Non era facilissimo capire quale fosse il Quirk di All Might, sembrava semplicemente avere una forza e una resistenza impareggiabili tra gli altri heroes: questo gli dava la possibilità di fare cose straordinarie come sferrare colpi di potenza inaudita, correre ad agilità incredibile e, talvolta, spiccare salti anti-gravità e riscendere come se niente fosse, come aveva fatto in quel caso per salvare quel ragazzino lentigginoso dal tetto.
«È tardi, i tuoi genitori saranno preoccupati. Meno male che c’ero io, e passavo di qui!» Gli disse, con un sorriso rassicurante. Il suo volto non era di per sé rassicurante: aveva sicuramente un aspetto energico, ma la mascella quadrata e le ombre profonde che i suoi tratti spigolosi gettavano sul suo viso avrebbero dato un’aria poco affidabile al suo sorriso… se non fosse stato All Might, naturalmente.
«Come sei finito lassù?» Gli chiese ancora, insistendo un poco per una risposta perché iniziava a preoccuparsi del fatto che il bambino lo fissava in silenzio e basta.
«Non ne sono sicuro» avrebbe voluto dirgli Izuku, e anche «Sono un tuo grande fan, è un piacere incontrarti! Da grande voglio diventare un hero come te, mi fai un autografo?», ma quello che disse in realtà fu:
«I-i-i-ah».
«AH AH AH» Rise l’eroe per rassicurarlo, ma in verità era un po’ una risata nervosa «Giovanotto, va tutto bene ora, ci sono io. Ora sei in salvo. Non dirmi che… volevi rimanere lassù?».
Finalmente Izuku riuscì a rispondere smettendo di palpare assente un bicipite di All Might, rivestito di un meraviglioso costume in stile Silver Age, ma si limitò a scuotere la testa.
«Bene! Allora, ce la fai a camminare da solo? Così, da bravo. Ora, come ti chiami?».
Il ragazzino rispose balbettando il proprio nome, imbarazzato ed emozionato quasi al punto da paralizzarsi. Non poteva crederci! All Might! Il vero All Might in carne, ossa, unghie, capelli, sangue, e tessuti organici di vario tipo! Davvero era appena stato salvato da lui?
«Izuku, eh? È un bel nome, giovanotto. Vedo che sei un po’ confuso, quindi sarai più sicuro se ti riaccompagnerò io fino a casa. Ma guidami tu, mi raccomando! AH AH AH!».
Il ragazzino gli prese una mano con occhi adoranti e lacrimosi.
«C-certo! Conta pure su di me! I-io volevo dirti che...» Iniziò il ragazzino, ma una volta che si era sbloccato, il resto dei suoi pensieri si riversarono fuori dalla sua bocca come un fiume in piena.
Fecero gran parte del tragitto con Izuku che parlava a vanvera e non stop di ogni sorta di cose, da come avesse visto tutti i video visibili del suo eroe, di come sapesse su di lui dettagli di battaglie passate – che neanche All Might si ricordava più in effetti –, della grande ispirazione che era stato per lui nonostante fosse un bambino senza Quirk, di come questo lo avesse isolato e di come poco prima fosse stato inseguito proprio dalla banda che più gli dava il tormento a causa di questo, e di come si fosse trovato improvvisamente in un posto diverso senza rendersene conto.
«T-tu pensi che io… potrei essere un hero?» Concluse Izuku.
Era l’ultima cosa che poteva chiedergli, perché erano appena arrivati di fronte a casa sua e sua madre Inko li aveva avvistati dalla finestra. Se la conosceva – e la conosceva abbastanza bene –, si stava precipitando giù dalle scale ora per venirgli incontro.
All Might sembrò prendersi un momento per rispondergli seriamente, e un’ondata di gratitudine invase il petto del ragazzino, per poi raggelarsi alla prima frase del suo eroe.
«Normalmente ti direi di rinunciare. Un hero non può fare il proprio lavoro indifeso, sarebbe pericoloso non solo per i suoi compagni, ma anche per sé stesso. Ma!» e alzò un indice, poggiandogli una mano sulla spalla «Il tuo caso potrebbe essere particolare. Dopotutto, se nelle nuove generazioni possono esserci delle mutazioni che fanno sì che possano esistere dei Quirkless, il tuo potere potrebbe anche starsi manifestando molto tardi, giovane Midoriya. Stasera è successo qualcosa di strano, no?».
Izuku non avrebbe mai dimenticato quel momento. All Might era stato il primo a dargli speranza da quel momento in cui gli avevano rivelato che era un modello datato di essere umano, e gliela aveva data accucciandosi per guardarlo negli occhi, e sorridendo come se ci credesse con tutto sé stesso.
«Ti rivelerò un segreto. Anche se adesso è la norma che i Quirk si mostrino a quattro anni, nella mia generazione non era ancora così. Molti non li sviluppavano neanche, i loro Quirk, e tra i miei coetanei c’era chi nasceva con il Quirk già pronto e dei late bloomers. Io… alla tua età, io non avevo questo Quirk. Ma questo è un segreto che ti affido, mi raccomando».
Izuku annuì freneticamente, promettendo di tenere il segreto, ma la testa gli andava a mille. All Might aveva ricevuto il suo Quirk in ritardo? Possibile che anche lui allora…?
«Potresti rimanere un ragazzo Quirkless, e non dovresti vergognartene, ma in quel caso sarebbe meglio se tu considerassi carriere altrettanto nobili, ma più adatte, come il poliziotto. Se tu dovessi essere un late bloomer come me, però, sono sicuro che ci rivedremo giovane Midoriya. Comunque andranno le cose, ricordati che quando hai paura, quando ti senti stanco e i tuoi obiettivi ti sembrano ancora troppo lontani… è allora che devi ricordarti di sorridere!». Lo dimostrò indicandosi il volto sorridente, e, con gli occhi offuscati di lacrime d’emozione, Izuku lo imitò d’istinto.
La signora Midoriya arrivò di corsa, e riabbracciò il figlio, ringraziando profusamente l’hero e versando anche qualche lacrima perché, in fondo, era pur sempre la madre di Izuku.
All Might salutò e se ne andò, il mantello svolazzante alle sue spalle, glorioso. Più tardi scoprirono che gli aveva autografato la maglietta in qualche modo, cosa che provocò un’altra valanga di lacrime e reazioni da super fanboy da parte del fanciullo.
Ma, soprattutto, Izuku non smise di pensare a quello che gli aveva detto, nei giorni seguenti.
Poteva davvero avere un Quirk nascosto? E cosa avrebbe potuto essere? Ogni cosa inusuale che avesse a che fare con lui era potenzialmente un indizio.
I suoi capelli erano sempre stati indomabili, e non ne volevano sapere né di essere tagliati né di essere pettinati, per quanto sua madre avesse tentato innumerevoli volte di dare una regola a quel suo aspetto trasandato. Apparentemente non aveva un Quirk, mentre tutti quanti nella sua famiglia ne avevano uno. A volte degli oggetti che sembravano scomparsi riapparivano come per magia accanto a lui, e di recente si era smaterializzato ed era comparso da un’altra parte.
Ma in un mondo in cui la stranezza era l’ordinario, come faceva a capire se tutte quelle cose – e molte altre – erano davvero fuori dall’ordinario? Era possibile che lui, Izuku Midoriya, bambino Quirkless, fosse davvero qualcosa di speciale?
Da allora, si mise attivamente a concentrarsi per capire quale fosse il suo potere, infuse la sua forza di volontà in ogni azione, attinse a piene mani ai suoi sentimenti. A furia di provare e riprovare, incaponirsi nonostante gli errori e i fallimenti, scoprì qual era il suo vero potenziale.
E scoppiò il caos.
I suoi capelli divennero lunghissimi, e se venivano ritagliato ricrescevano nel giro di una mezz’ora alla lunghezza precedente; faceva sbocciare i fiori a comando, spostava le cose col pensiero, e durante un confronto il bulletto Kurab si gonfiò come un dirigibile e volò lontano da lui – per fortuna Goiru aveva come Quirk quello di avere sin dalla nascita un paio di ali funzionali che gli spuntavano dalla schiena, così poté andare a recuperarlo – lasciando Kacchan del tutto sbigottito e furioso.
Quando il ragazzino cercò di attaccarlo, Izuku si gonfiò e volò via a sua volta.
Da ragazzino che non aveva nessun Quirk, sembrava che ne avesse sviluppati a centinaia nel giro di una settimana! In particolare, era la disperazione dei grandi nella sua vita perché, come un gatto, continuava a comparire sui tetti e poi non riusciva a scendere per l’ansia.
Tempo nove giorni, All Might mantenne la promessa e incontrò di nuovo il giovanotto.
Bussò alla residenza Midoriya, e quando Inko, sfinita dall’ennesimo recupero del figlio undicenne dal tetto, gli aprì la porta, madre e figlio si ritrovarono senza parole.
«Giovane Midoriya» Gli disse «Tu sei un mago».
Il mondo di Izuku fu messo di nuovo sottosopra dalle rivelazioni che quella visita comportò.
All Might gli spiegò molte cose, una volta che fu invitato dentro da Inko a prendere un tè e parlarne con calma: il mondo non era quello che pensavano! La società dei superuomini, in realtà viveva tutti i giorni schiena a schiena con un’altra società, ancora più antica… quella dei maghi!
Questa società era rimasta segreta dai tempi in cui i superumani ancora neppure esistevano, e anche adesso che tutti erano speciali sembravano non essere interessate ad uscire allo scoperto. Ecco perché in molti avevano fatto pressioni perché Izuku fosse contattato al più presto, dato che il suo modo sconsiderato di esplorare i propri poteri stava esponendo l’esistenza della magia a tutti, ma proprio tutti, rompendo qualcosa che si chiamava Statuto di Segretezza.
All Might aveva potuto contattarlo perché si stava accingendo a fare l’insegnate di Babbanologia – una materia che studiava le persone normali, anche se aveva tenuto un nome antiquato dei tempi in cui gli umani non avevano quirk – in una vicina scuola di magia, sebbene lui non fosse un mago vero e proprio. Però i suoi poteri straordinari e l’essere il simbolo della pace gli consentivano dei privilegi anche tra il popolo magico.
I maghi erano persone dotate di un Quirk speciale, la magia, che consentiva di fare tutta una serie di cose mirabolanti, come Izuku aveva provato sulla propria pelle, ma che poteva diventare molto pericoloso se non veniva disciplinato.
Per questo esistevano delle scuole in cui i giovani maghi potevano essere educati ed addestrati ad usare il proprio Quirk, che poteva comparire anche molto più tardi come era successo a Izuku, in modo da essere guidati da persone più esperienti e non far del male a nessuno.
La migliore tra tutte le scuole era considerata Hogwarts, una scuola che si trovava al di là del mare, nella lontana Gran Bretagna. Da lì erano usciti molti maghi famosi, come Merlino e Voldemort, ma Inko si oppose appena sentì dell’idea di spedire suo figlio così lontano.
«Non ci sarebbe qualcosa di più vicino?»
«Beh» disse All Might «Ci sarebbe una scuola giapponese qui vicino, poco lontano dai territori dello Yuei, la scuola per heroes… è fortemente ispirata a quella britannica, dato che sembra essere un sistema efficace per crescere dei pulcini di mago»
«E come si chiama?»
«Chogborts».
E fu così che Midoriya si preparò per andare a Chogborts.
La scuola sarebbe iniziata solo a settembre, perciò passò i mesi successivi a non usare più i propri poteri magici così scelleratamente, ma convinse tutti che il suo Quirk fosse il teletrasporto, dato che le sue gesta sopra le case erano diventate un po’ troppo popolari tra i suoi conoscenti per insabbiare il tutto. E così i mesi passarono…
Chogborts si raggiungeva in un treno, che però era un treno magico e non ti lasciava godere il viaggio perché andava davvero troppo veloce.
Il giorno della partenza, Izuku abbracciò la sua mamma in lacrime e le promise di comportarsi bene e di non apparire sul tetto del treno in corsa. Era spaventato da questa nuova avventura, ma anche fiducioso ed estremamente eccitato alla prospettiva di andare ad una scuola di maghi vera! Da grande aveva sempre voluto entrare allo Yuei, l’istituto per heroes più prestigios del Paese, ma… a Chogborts insegnava All Might. E poi ora era un mago.
Sul treno si sedette accanto ad una bambina dalle guance rosse, di nome Ochaco, che continuava a levitare per tutto lo scompartimento e a chiacchierare con lui come se niente fosse.
Izuku era un ragazzino molto introverso, ma la compagna di Ochaco gli piaceva: era sincera, forse un po’ troppo, ma gentile e carismatica. Il treno partì all’improvviso, spiaccicando Ochaco contro la parete, e poi si fermò di botto.
Zooom!
Erano arrivati. E tutti i bambini giù a vomitare.
Presto fu chiaro che non era l’unico problema di una scuola che non aveva una propria identità ma cercava di copiare, a modo suo, una lontana scuola illustre della Gran Bretagna.
Il castello di Chogborts era enorme, maestoso a vedersi nel coprire un’enorme areale con la sua austera mole, ma non sembrava che i materiali di cui fosse costruito fossero di primissima qualità. La sua particolare architettura faceva sì che sembrasse progettato lanciando dei Lego su una duna di sabbia, e che si tenesse su per sputo e magia... cosa che, forse, non era troppo lontana dalla realtà.
Per arrivare al castello bisognava pagaiare in un lago gelido abitato dal Kraken, che si divertiva apposta a cercare di rovesciare i barchini di noce (il guscio, non il tronco dell’albero) e a cui All Might doveva dare sberle ai tentacoli per farlo desistere. Per fortuna, l’eroe del cuore di Izuku era con loro e sorridendo ed incoraggiandoli, li difese fino a portarli all’altra sponda del lago, fino al ponte levatoio abbassato del grande castello di Chogborts.
«Benvenuti!» Esclamò «AH AH AH!». Rideva, ma sembrava un pochino in sofferenza ad un occhio esperto.
Dopo gli eventi traumatici dell’arrivo, ai bambini fu consentito di mangiare a sazietà e riposare con una coperta termica sulle spalle per un po’ – almeno il cibo era buonissimo – prima di proseguire con la cerimonia di Smistamento. Apparentemente anche questa era una cosa che avevano copiato dalla scuola bretone, ma per non andarci giù troppo pesante, avevano cambiato un pochetto i nomi.
A quanto pareva i giovani maghi venivano separati a seconda della loro indole, e di loro veniva incoraggiato solo un tratto caratteriale alla volta. Le Case erano quattro, una per ognuna di queste virtù da incoraggiare: c’era Leongiallo per i coraggiosi, Bisciasmeraldo per gli ambiziosi, Procione per i leali e Cornacchionice per gli arguti.
Izuku continuava a guardarsi intorno e ad analizzare tutto a bassa voce, ronzando come un moscone e disturbando chiunque gli fosse vicino, ma gli interni di Chogborts – che non combaciavano alla forma che si vedeva all’esterno del castello, ed erano in stile europeo medievale – e il sistema di Smistamento gli parvero così singolari che non ebbe tempo né di prepararsi ad essere chiamato per essere Smistato, né di dare un’occhiata agli insegnanti, che erano seduti allineati ad un lungo tavolo in fondo alla sala, prima che chiamassero il suo nome.
«Midoriya Izuku!».
Incoraggiato da un sorriso di All Might, il giovane si fece avanti.
Il metodo di Smistamento consisteva nel mettersi in testa un artefatto magico, detto Copricapo Cianciante, che poteva leggere tutti i pensieri nella mente dei bambini e decidere in quale Casa sarebbero andata. Che un cappello con la faccia gli leggesse i pensieri mise non poca ansia nel cuore del giovane Midoriya, che andò a sedersi sullo sgabello a tre piedi apposito tremando un po’.
E poi quel coso gli venne calcato in testa.
«Vedo grande ambizione e lealtà nel tuo cuore, ma non manchi certo né di intelletto né di coraggio, anzi. Possiedi qualità che ti renderebbero un membro bene accetto di qualunque Casa...» sussurrò il Copricapo Cianciante, borbottando. Midoriya non era sicuro di cosa pensare di un cappello che parlava, così si mise a pensare fortissimo a cose che non c’entravano niente. «Ma io ti posso mettere in una sola» Proseguì il Copricapo «In quale ti metto? Vuoi coltivare la tua ambizione, misurandoti con persone che puntano a diventare i numeri uno, proprio come te? Vuoi entrare a Bisciasmeraldo?>.
No, non a Bisciasmeraldo” Pensò lui, e subito quello gli lesse i pensieri e lo mise a disagio.
«Ah, Bisciasmeraldo no. Bene bene. E che mi dici di Cornacchionice?»
Potrei sapere in che Casa è andato All Might? Voglio andare nella casa di All Might”
«Ah, è così. Neanche Cornacchionice ti piace, bambino ingrato. All Might non è andato in nessuna Casa, ma sei fortunato, perché sarà il responsabile di una delle vostre Case, quella dei maghetti coraggiosi. Ma sei sicuro sicuro? Perché a me sembri tantissimo un Cornacchionice».
Ma dal cervello di Izuku uscì una tale sfilza di ragionamenti uno appresso all’altro che il Copricapo decise che non valeva la pena leggerli tutti, ed esclamò «Leongiallo!».
Izuku era raggiante, felicissimo di essere finito sotto la giurisdizione del suo eroe favorito! Quanta strada aveva fatto in pochi mesi!
Proprio quando si andava a sedere tutto felice al tavolo con i colori rosso e oro, dette finalmente una bella occhiata al tavolo degli insegnanti, che sembravano tutti loschi figuri.
«Il preside Arubus sta per fare il suo discorso» Gli disse un ragazzo a fianco a lui, alto quanto un soldo di cacio. Il suo nome era Mineta, ma lo chiamavano anche “Minus” perché somigliava al suo nome e si riferiva a quanto fosse piccino e in realtà andava a Bisciasmeraldo, ma si era intrufolato al tavolo dei Leongiallo solo perché voleva stare vicino ad una ragazza carina.
Il preside si mise su una pedana, osservando i suoi studenti con aria seria ed intelligente.
Aveva i capelli mossi e una barba lunghissima, infilata nella cintura della veste da mago, le lentiggini e grandi occhi verdi solenni.
«Izuku» Disse, rivolgendosi proprio a lui «Io sono tuo padre».
E tutto quello che era successo fino a quel momento, era stato solo un emozionante preludio a quello che sarebbe seguito: la storia di come Izuku Midoriya avrebbe raggiunto la vetta…
Perché un giorno, sarebbe diventato il number one wizard di tutto il Giappone.
The end!
Note finali: e questo era solo per giocare un po’ con quel prompt che avevo in mente. Per ora è solo una one-shot, però tante idee continuavano a venirmi in mente mano a mano che scrivevo la storia e potrei decidere di esplorarle in un eventuale proseguo se vi interessasse un seguito!
Potrei anche decidere di renderlo un crossover ancora più ambizioso, in effetti…
Che ne dite? Siete interessati ad un multi-capitolo? Fatemelo sapere nei commenti, lasciate una stellina e grazie per aver letto – ehm, ascoltato – la mia storia!




lunedì 9 marzo 2020

Un boccaccio di Amuchina - 6. La fata scurrile


+ La fata scurrile, una storia di Pampineo Appestati+

Okay. Bene. Una storia.
Certo, ne ho proprio qui una… vediamo un po’… c’era una volta un topo che si chiamava Geronimo e che era un tipo, anzi un topo, piuttosto…

Come, non posso leggere dal libro? Perché no? È sempre una storia. Ah, l’hai già letta. Deve essere per forza una storia originale, sì? E va bene, fatemici pensare.

Un attimo. Solo un attimo.

No, non sto sbirciando! Mi stavo solo… ispirando. Col topo. Aspettate solo un attimo.
Sì, ci sono!
Allora, c’era una volta un tizio che voleva diventare il più grande scrittore del mondo. Un giorno questo tizio ha incontrato una fata magica e le ha dato da mangiare, da bere e tutte quelle cose lì, anche se la fata sembrava una vecchia bruttissima.
«Sei stato molto buono» Gli disse la vecchia«Grazie» rispose questo tizio che voleva diventare il più grande scrittore del mondo.
E la vecchia allora gli rivelò: «Sono una fata magica e voglio esaudire un tuo desiderio».
Così il tizio le disse «Grande! Voglio essere notato da una grande casa editrice!»
«Il tuo desiderio sarà esaudito» sussurrò la fata magica, poi aprì le braccia, aprì le ali e se ne volò via sopra i tetti delle case.

Passò un giorno, passò due giorni e niente. Passò un mese, due mesi, tre mesi e niente. Il tizio stava sempre a guardare la posta per vedere se nessuna casa editrice gli avesse scritto, ma nella posta gli arrivavano solo le copie del Postalmarket degli anni settanta e le bollette.
Allora il tizio disperato si mise a camminare avanti e indietro nel giardino. Dall’alto scese la fata, che dal suo regno magico delle fate lo aveva visto disperato.
«Che cos’hai?» Gli aveva chiesto
«Ho che sei una fata farlocca!» aveva gridato il tizio «Perché ancora nessuna casa editrice mi ha notato!»
«Ma… scusa...» sussurrò la fata «Ma un libro almeno l’hai scritto?»
«L’ho cominciato a scrivere, ho già fatto tre capitoli, ed è molto bello!»
«Ma a qualcuno, questi tre capitoli, l’hai mai fatti leggere?»
«Eh no. Avevo paura che mi ridessero in faccia… e poi mica si fanno leggere i libri non finiti!»
«Ma allora sei proprio scemo!» esclamò la fata, dandosi una manata sulla fronte «Come fanno a notarti? Finiscilo e spediscilo a tutti, porcoggiuda!».
Scioccato perché una fata magica aveva appena detto “porcoggiuda”, il tizio si fermò come i conigli quando ci sono le macchine con i fari abbaglianti. La fata se ne volò via tutta arrabbiata e il tizio tornò dentro. E si mise a scrivere.
E scrisse. E scrisse. E alla fine scrisse un libro che si intitolava “la fata scurrile” e lo mandò a tutte le case editrici.
Poiché era arrabbiata con lui, visto che si era comportato da idiota, la fata magica aveva ritirato il miracolo magico che aveva lanciato in precedenza, quello che avrebbe permesso al tizio di essere notato dalle case editrici.
Le case editrici, comunque, lo notarono lo stesso perché il romanzo “la fata scurrile” era molto bello e da scompisciarsi dalle risate.
Il tizio aspettava un miracolo, ma non aveva capito che tutto quello che doveva fare era finire un cavolo di romanzo e mandarlo a tutti. Insomma, doveva credere in sé stesso.
E finisce così.




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domenica 8 marzo 2020

Un boccaccio di Amuchina - 5. D'amore e morte


 + D'amore e morte, una storia di Nuan Huan +
Piacere di conoscervi, il mio nome è Nuan Huan. Raccontare storie non è mai stato né il mio mestiere né la mia passione, ma farò del mio meglio, lo prometto.
Dato che quando costruisco oggetti metto insieme tanti materiali diversi, ho pensato che fosse la stessa cosa anche con il raccontar storie; ringrazio tutti quelli che hanno raccontato qualcosa prima di me e mi hanno ispirata.
Se la mia storia vi piacerà, ne sarò felice.
In principio vi erano il Caos, la Terra, e l’Abisso.
Tra loro si amavano di un amore tenero, anche se questo sentimento non aveva ancora un nome nei tempi remoti da cui comincia la nostra avventura; esistevano, sicuri della presenza degli altri anche quando non guardavano, e prosperavano.
Questo loro affetto cresceva di giorno in giorno, finché non seppero che il loro amore era abbastanza forte da garantire loro un miracolo, ma solo se avessero agito com’era giusto.
D’improvviso sapevano cosa dovevano fare e non se ne chiesero la ragione, perché gli dei non hanno bisogno che di esistere per lungo, lungo tempo per adempiere alla loro natura, e ogni loro sentimento e intento crea miracoli.
Il Caos mulinante spalancò le sue ali per raggiunger Tartaro l’Abisso e gli affidò un uovo che aveva deposto, che lasciò tra le braccia dell’Abisso. L’Abisso tenne al sicuro la creatura che cresceva nell’uovo del Caos e Gaia la Terra vi infuse la vita con un sospiro tenero, e quando l’uovo schiuse, due gemelle alate ne uscirono tenendosi per mano: erano la Notte e l’Oscurità.
Le due gemelle non riconobbero il Caos, poiché le sue fattezze mutavano in continuazione, così si separarono per essere cresciute da coloro che più le somigliavano: la Notte dagli occhi brillanti si accoccolò contro la schiena della buona Terra, sostenendola quando era stanca perché riposasse tranquillamente, mentre l’Oscurità sedette accanto all’Abisso profondo, in silenzio, eppure osservando.
Le due gemelle crebbero, ma non si dimenticarono l’una dell’altra e, dopo la rivoluzione dei lunghi secoli, decisero di incontrarsi nuovamente.
Che gioia fu! Anche se erano cresciute, non ci volle loro che un istante per riconoscersi e volare una tra le braccia dell’altra. Per un giorno la loro felicità fu tale che la luce delle stelle lontane fu spenta per un secondo, precipitandolo nelle tenebre delle due sorelle, e quelle stesse tenebre che coprirono tutte le luci dell’Abisso turbinarono e si condensarono in un bozzolo pulsante.
Le due sorelle decisero di vegliare su di esso, sorprese, ma avevano appena giurarlo di proteggerlo e accudirlo finché fosse stato necessario, che esso si svolse come un rocchetto di filo e da esso scaturì il grazioso Amore, donando finalmente un nome al sentimento che legava quelle creature divine che insieme coesistevano.
Non era mai esistito qualcosa di incredibile come Amore: al contrario di Notte e Oscurità, non somigliava solamente ad una delle altre divinità, ma sembrava riunirne tutte le loro caratteristiche in un unico essere, così che sfuggiva ad ogni definizione.
Era mutevole come Caos: era il dio più piccolo, eppure in un attimo poteva ingrandirsi e permeare il mondo come Oscurità; dalla sua schiena si dipartivano meravigliose ali, come quelle di Notte, rapide come turbini di tempesta, che gli consentivano di viaggiare tra i mondi a suo piacimento. Quelle ali erano fatte d’oro, materiale amato dalla Terra, e con la Terra Amore condivideva il saper portare passione e gioia di vivere.
Una nuova pace era nata insieme ad Amore, piccola divinità benvoluta da tutte le altre: il giovane dio non stava fermo un secondo, volava da un’entità all’altra con le sue ali scintillanti per portargli una notizia, un saluto, un bacio, e il suo arrivo era sempre accolto con gioia.
La vivacità che portava ispirarono la Terra, che sbocciò in una nuova bellezza.
«Cosa accade, Gaia?» Le chiese Amore, sporgendosi a darle un bacio su una guancia florida «Ti vedo diversa»
«Sto creando la vita, Amore mio» gli rispose lei
«La vita?» ripeté lui, affascinato. Non sapeva cosa potesse essere, perché gli dei non avevano mai chiamato il proprio stato vita, ma “esistenza”, però Gaia era quella che creava i giochi più divertenti e starla ad ascoltare era sempre un piacere.
«Sì. Avanzerà pian pianino, e Notte li sorveglierà di tanto in tanto, ma sarà una figlia diletta per me. Ti piacerebbe conoscerla, quando saranno pronti?»
«Anche prima, Gaia mia»
Amore stesso era ignaro di quale fosse la sua vera natura.
Tutti gli altri sarebbero rimasti uguali a sé stessi, per sempre, sarebbero semplicemente esistiti e questo sarebbe bastato loro per adempiere al loro destino di dei. Persino Caos, nel suo continuo mutare, in realtà non avrebbe fatto altro che quello e sarebbe stato quindi sempre uguale a sé stesso.
Ma per quanto non lo sapesse ancora, Amore… cento e più nomi avrebbero pronunciato per pregarlo, chiamarlo o maledirlo, e lui avrebbe risposto a tutti. Cento e più volti avrebbero associati a quei nomi nel corso dei lenti millenni, e tutti sarebbero parsi il suo.
Ma ancora, quando Gaia gli propose di osservare la sua nuova creazione, non si era reso conto di essere diverso da tutti gli altri dei; era troppo giovane.
Nel momento in cui Amore conobbe la vita, fu lì che iniziò… a crescere.


Amore osservò con meraviglia i minuscoli progressi che la vita faceva secoli dopo secoli, come tutto il pianeta di Gaia fu costretto a rimodernarsi in modi strani ed improbabili per fare spazio a questa nuova invenzione.
Con tutto il lavoro che doveva fare per badare a questa vita che aveva creato, la Terra prese a riposare una volta al giorno, e ogni volta Notte continuava a sostenerla perché riposasse meglio e si sporgeva a controllare la creazione di Gaia come le aveva promesso, anche se poteva sbirciare solo su un lato del pianeta alla volta per non disturbare la sua amata madre.
La vita non era una sola entità come tutte le divinità, ma erano centinaia, migliaia di piccole particelle che contenevano una briciola della forza di Gaia. Nascevano e si spegnevano nel giro di un batter d’ali, e forse proprio per questo la più piccola delle divinità ne rimase irrimediabilmente affascinato.
Amore desiderò ridurre la distanza tra loro per vederli da vicino e, istintivamente come accadeva per tutti i miracoli degli déi, seppe come doveva fare.
«Notte mia, per favore, sostieni anche me per un momento» Chiese all’altra, tenendole le mani.
Gaia capì quello che stava succedendo, e sorrise. La Notte lasciò che Amore si rannicchiasse tra le sue braccia e lo cullò, cantando dolcemente.
Forse era l’affetto che Amore portava alle nuove creature della Terra, o forse anche Notte ne era stata ispirata, perché la sua ninnananna arrivò alle orecchie d’Amore come un rimescolarsi di molte voci e suoni cari: il frinire di piccoli grilli dalle corazze nere, brillanti come giaietto, il richiamo lontano di rapaci notturni, un vento gentile che accarezzava le fronde di alberi che, stiracchiando i rami nodosi, cercavano di raggiungere ed abbracciare il disco della luna ad un tempo.
Amore chiuse gli occhi; la canzone cambiò mentre lui discendeva piano piano nelle tenebre della mente che Notte gli aveva prestato, man a mano che anche il pianeta di Gaia cambiava.
E così, si addormentò.
Quando si svegliò, era più piccolo di come fosse mai stato, e agitando i pugnetti si ribellò a quella sua nuova condizione. Nel corpo di un bambino, Amore alzò lo sguardo appannato al cielo e lo vide nero, trapunto di stelle, e riconoscendo le luci dell’Abisso e il buio di Notte si chetò e sorrise.
Quando gli déi si addormentano, anche se la loro essenza più grande si riposa laddove noi mortali non possiamo raggiungerli, talvolta sono i loro sogni che li conducono a noi. Così si incarnano in creature straordinarie, che noi scioccamente crediamo essere divinità del tutto complete, angeli, demoni o spiriti divini, e che in realtà non sono altro che un frammento vagante della mente di questi esseri profondamente addormentati, un loro pensiero, un’emozione che si riveste di materia.
Amore si era incarnato nel corpo di un bambino neonato, che aveva avuto origine da due delle manifestazioni terrene di Gaia: Afrodite, generata dal mare e incarnazione della bellezza, e Ares, bruta manifestazione della violenza e della lotta.
La mente di una divinità è grande, così grande e importante che quando un dio si distrae e i suoi pensieri vagano, essi raggiungono sempre qualche luogo. Gaia era così legata al suo pianeta che erano numerose le sue manifestazioni sulla Terra, e di tutte, nessuna era più appassionata di Ares e Afrodite, nessuna più degna di dare un corpo al piccolo Amore.
La natura mutevole del giovane dio donò ali e occhi ridenti al piccino in cui si era incarnato, simili a quelli della sua anima, e tanto era il divertimento che provava nell’avere adottato questa nuova forma, seppur momentaneamente, che ben presto la consapevolezza di stare sognando sfuggì dalla mente del bimbo divino.
Proprio come aveva desiderato era più che mai vicino ai viventi ora, e come essi cresceva in fretta.
Tra le creature della Terra si sparse presto la notizia dell’arrivo di questo piccolo Amore, tanto giovane quanto dotato di poteri straordinari, bello come un raggio di sole e discolo come un furetto!
Le altre creature divine, di cui scoprì presto essercene molte altre, tutte diverse da lui in un modo o nell’altro, erano avare della loro presenza con gli umani. Ma Amore no: appena ne fu in grado, iniziò a correre tra le strade dei paesi abitati, danzando tra la folla per osservare il via vai della città, poi a perdersi per le campagne. Cantava coi galli per svegliare i contadini e sorrideva, birichino, quando affacciavano alla finestra, per poi correre via, e le sue ali dorate sembravano poterlo portare ovunque.
Sua madre lo amava di tutto cuore, ma non sembrava mai preoccupata che gli accadesse qualcosa e lo lasciava libero di scorrazzare a suo piacimento. In qualche modo aveva ragione: mai nessuno cercò di fargli del male.
Amore imparò che sua madre e suo padre si amavano, ed ai suoi occhi questa era la cosa più importante del mondo, ma che sua madre era sposata con un altro uomo. Gli dissero che era di cattivo carattere ed incredibilmente brutto, e ovviamente questo fu tutto ciò che bastava perché nel piccolo Amore si accendesse la smania di conoscerlo.
«Non vorrà vederti» Lo ammonì Afrodite, accarezzandogli i ricci «Perché sei figlio di un altro uomo»
«Ma tu e papà vi amate, mamma mia» disse Amore, con un sorrisino tutto fossette «Come può arrabbiarsi perché avete avuto un figlio?»
«Oh, non vuole che stiamo insieme, perché è molto brutto e di cattivo carattere» tagliò corto la dea con un risolino «È quindi è invidioso della bellezza di tuo papà e del mio buon carattere, Amore. Oh beh, o anche viceversa immagino»
«Perché è tuo marito, allora?».
Afrodite sospirò «Vorrei che non dovessi ancora scoprire cose noiose come i motivi per cui ho sposato Efesto. Ora va’ a giocare, figlio mio».
Ovviamente Amore andò per prima cosa a chiedere in paese dove abitasse Efesto e, grazie all’amore divino che suscitava in chiunque lo osservasse, non ebbe problemi a trovare le informazioni che gli servivano. Chiese un passaggio al vento, che non poté rifiutargli questo piccolo piacere, e sulle sue ali d’oro arrivò in un men che non si dica all’Etna, il possente vulcano di Sicilia.
Alle pendici di quel meraviglioso gigante, che anche un piccolo dio guardava con ammirazione, era stata costruita una fucina unica nel suo genere. Al suo interno si svolgevano lavori d’artigianato di ogni sorta, che scuotevano il vulcano e ne facevano fuoriuscire ogni sorta di brontolio.
Amore era piccolo e svelto, e riuscì a sgattaiolare dentro eludendo il peculiare tipo di sicurezza che il marito della sua mamma aveva scelto di mettere a guardia della sua fucina.
E finalmente lo vide: il dio del fuoco era in una delle stanze della fucina, solo, e stava battendo del metallo caldo facendo sprizzare scintille tutt’intorno. Aveva spalle e braccia incredibilmente forti e un fisico adatto al lavoro, ma i lineamenti del suo viso erano la cosa peggio arrangiata che avesse mai visto su volto o muso di qualunque creatura prima d’ora. La mamma non aveva esagerato.
«Buh!» Esclamò allargando dita ed ali, ed Efesto esclamò molte parole volgari, sorpreso dall’apparizione del piccolo intruso.
«È solo un marmocchio» Constatò con voce rasposa, tranquillizzandosi
«Al suo servizio» rispose Amore, con un piccolo inchino «Siete voi Efesto, dio artigiano?»
«Come hai fatto ad entrare? Come hai potuto evitare di essere scorto dai miei assistenti ciclopi?»
«Se vuoi che gli intrusi non vengano visti, forse dovresti mettere guardie che hanno più di un occhio» osservò Amore, richiudendo le sue ali d’oro.
Efesto gli rispose con molte altre parole volgari, ma in cuor suo si disse che il marmocchio non aveva tutti i torti. Probabilmente se fosse stato qualcun altro a presentarsi così di soppiatto, il dio lo avrebbe gettato fuori senza tanti riguardi, ma c’era qualcosa di speciale in quel piccino. Quando si fu sfogato e lo ebbe squadrato ben bene, Efesto proseguì, continuando a battere il metallo:
«E allora? Certo non sei un comune mortale, si vede a prima vista. Hai ali sulla tua schiena, come la stirpe di Caos»
«Di Caos…» ripeté Amore, strizzando gli occhi. Provò una strana sensazione, come se stesse per ricordare qualcosa di dimenticato che non avrebbe assolutamente dovuto scordare, ma non ebbe tempo di rincorrere quel pensiero che fu interrotto.
«Ebbene?» Incalzò Efesto «Sei venuto a fissare l’aria? Perché c’è tutto un mondo là fuori, puoi farlo senza venire qui a rompere il...» e Efesto disse altre parole volgari, riscuotendo con efficacia Amore dai suoi pensieri.
«Sono venuto a trovarti, perché ho sentito parlare di te»
«Ah sì? E cos’hai sentito?»
«Che sei molto brutto e di cattivo carattere»
«Oh, andiamo bene»
«Ma che hai braccia molto forti e che sai creare qualunque cosa nella tua fucina, e che hai sposato Afrodite»
«Eh, di questo non ci lamentiamo»
«Che è la mia mamma» concluse Amore.
Efesto rimase in silenzio per un minuto buono, interrompendo il proprio lavoro.
«È la tua mamma» ripeté il dio, livido di rabbia e ancora più brutto del suo solito «E chi è il tuo papà?»
«Ares, dio della lotta»
«Ti ha mandato lui?» chiese Efesto, impugnando il pezzo di metallo incandescente e voltandosi verso il piccolo, brandendolo come un’arma «È una sporca tattica per umiliarmi? Beh, puoi portare questo» e tese in avanti la lama mai finita, ancora rossa e bianca per la temperatura elevatissima «al tuo papà e dirgli che se lo può ficcare su per il...».
Insomma, Efesto non era molto signorile. All’udire una risposta simile, Amore lo guardò in modo così spaesato e un po’ intimidito che Efesto si calmò un poco, e scagliò il pezzo di metallo lontano da sé, in fondo alla stanza, lasciandolo a raffreddarsi.
Si sedette a terra, a gambe incrociate, portandosi una mano al volto.
Lo guardò attraverso le dita allargate della mano, e Amore non era sicuro di come decifrare quello sguardo. «Somigli così tanto a lei» Gli disse, con un filo di voce.
Amore si avvicinò a passettini e si lasciò cadere un po’ distante da Efesto, guardandolo dubbioso.
«Non posso toccare del metallo così caldo» disse il bambino, toccandogli un braccio «Però posso portare il messaggio»
«Lascia stare, ragazzo. Lascia stare».
Per quella volta Amore se ne andò, ma non fu l’ultima volta che si videro. La fucina di Efesto divenne un nuovo luogo favorito per i suoi giochi, e nonostante gli si rivolgesse in modo sempre brusco, Efesto iniziò a tollerare di buon grado la presenza di Amore nelle sue fucine; persino i ciclopi non potevano fare altro che avere in simpatia quella bestiolina alata.
Il giovane dio prese l’abitudine di portargli un regalino diverso per ognuna delle visite, sempre più frequenti, che faceva. A volte erano delle cose che credeva fossero graziose trovate durante le sue scorribande, altre degli oggetti di valore che gli venivano regalati o che barattava al mercato.
Ogni volta che dovevano salutarsi ed Amore se ne andava, Efesto si affacciava per vederlo discendere a salti e piccoli voli il pendio e allontanarsi dall’Etna, e si chiedeva perché diamine stesse subendo l’umiliazione di incontrare la creatura nata dai tradimenti di sua moglie.
Era difficile volergli bene quando oramai sapeva delle sue origini. Da quello che il bimbo gli raccontava, Ares non era granché coinvolto nel tirarlo su, ma pensare al loro collegamento lo faceva star male, ed ancor più lo faceva stare male il pensiero che potesse rivelarsi più simile di quello che pensava all’uomo che aveva osato umiliarlo così.
Infine, decise di donare al piccolo Amore qualcosa che fosse insieme un regalo e una prova, per decidere finalmente come avrebbe dovuto comportarsi con lui. Efesto fabbricò per lui delle frecce speciali: erano solo veicolo delle intenzioni e dell’anima di colui o colei che le scagliavano. Non erano letali di per sé, ma si sarebbero adattati perfettamente alla personalità dell’arciere.
Sarebbe stato come dare un’occhiata direttamente alla sua anima.
Così aspettò che venisse a trovarlo, e poi dispose tutte le frecce che aveva forgiato in una faretra.
«Ho finito un’arma speciale, marmocchio» Disse subito, senza salutarlo.
Amore si adeguò subito e a sua volta saltò i convenevoli, mettendoglisi accanto «Bello, io oggi ho portato la mia lira. Se mi fai vedere la tua arma speciale, ti suono una canzone»
«Per ora concentriamoci sulle armi» tagliò corto Efesto, tirando fuori un arco argenteo, alto quanto Amore in piedi e soppesandolo
«Papà mio dice che ogni uomo deve avere le sue armi»
«Ah sì? E tu vuoi usare delle armi come papà tuo?»
«No» rispose candidamente il bambino, allargando appena le ali «A me non interessa uccidere, Efesto mio»
«Non chiamarmi in quel modo. Mai più. Ti prendo a calci se lo rifai» Efesto grugnì e gli passò l’arco e le frecce che aveva creato, sbuffando: «Provali. Sono Frecce dell’Anima»
«A mamma mia il nome piacerebbe, e piace anche a me»
«Beh, non me ne frega un accidente se ti piace o no, si chiamano così. L’effetto colpisce l’anima di un’altra persona, e cambia a seconda di chi lo usa. Non servono ad uccidere, così puoi divertirti anche tu».
Ciò non toglieva che, ovviamente, agendo sull’anima avrebbe comunque provocato la morte di qualcuno se le avesse usate un bruto violento come Ares.
«Incredibile! Come hai fatto?»
«Sì, e vengo a dirlo a te, moccioso! Affacciati, dai. Vediamo che uomo sei» Gli disse «Tira».
Non dubitava che il figlio di Ares sarebbe riuscito a maneggiare delle armi senza che ci fosse bisogno di spiegargli nulla, così come non dubitava che avrebbe centrato il bersaglio.
Amore uscì dall’Etna e si mise in volo, guardando dall’alto in cerca di qualcosa da colpire. Amava vedere le reazioni di ogni tipo di creature, ma le reazioni degli umani erano le sue preferite; così individuò dall’alto una coppia di giovani guerrieri, due greci a giudicare dalla lingua che parlavano, che chiacchierava e mirò.
Scoccò la prima freccia che si infilzò nel tallone di uno dei due. Dato che era una Freccia dell’Anima, i due umani non la videro e forse neppure se ne resero conto.
«Che tiro scarso! Pensavo di regalarteli visto che tu mi porti tutti i sassi e le muffe che trovi, ma mi sa che delle armi così belle sarebbero sprecate per un buono a nulla come te» lo prese in giro Efesto, così Amore gli fece una linguaccia e scoccò una seconda freccia. Questa trapassò il secondo uomo al cuore con precisione incredibile.
«Per Giove» Disse Efesto, osservando sgomento gli effetti delle frecce scagliate da Amore… e si fece una grassa risata come non se ne faceva da tanto tempo.
Nessuno dei due era caduto morto. Anzi erano caduti… l’uno tra le braccia e dell’altro, e si stavano scambiando un bacio. Quel dannato marmocchio faceva innamorare la gente.


Il piccolo dio crebbe fino ad essere un giovane uomo, e la gente temeva i suoi capricci quasi più di quelli di qualunque altra calamità, ma non poteva esimersi dall’adorarlo comunque.
Alternava momenti di monellerie e allegria a momenti di riflessione, rannicchiandosi sulla spiaggia, su un prato, ovunque si potesse vedere la vastità della volta celeste. Non sapeva perché, ma ogni tanto, quando si trovava a guardare il cielo stellato, sentiva qualcosa affiorargli dietro le palpebre, qualcosa di più di un pensiero e meno di una fantasia. Era esattamente come la prima volta nella fucina di Efesto: un ricordo che doveva sforzarsi di rimembrare, che era importante, eppure…
Allora chiudeva gli occhi per qualche secondo, dando spazio a quella presenza dietro ai suoi occhi perché si manifestasse così che potesse identificarla. Ma allora tutto spariva.
Sentiva i rumori della notte e, anche se era convinto di non aver trovato quello che cercava in un evento tanto ordinario, la smania spariva subito e Amore si sentiva felice.
Altri secoli girarono lentamente su sé stessi, e lui divenne Eros, Cupido, Amor e cento altri déi.
Dovette adattarsi, mutare, perché non era più tempo degli déi come li conosceva, e pian piano scordava cosa era stato prima per calzare la pelle della sua nuova identità.
I pensieri di Gaia si concentrarono su altro, le preghiere dei mortali che tenevano in vita quelle sue manifestazioni smisero di arrivare e molti di loro si spensero come candele, mentre gli umani si costruivano altri déi e adoravano nuove idee.
Amore cambiò nome ancora e ancora, cambiò aspetto e cambiò come la gente lo vedeva e ricordava, ma il suo messaggio sembrava essere forte abbastanza forte da reggere per tutto quel tempo.
«Insegui i tuoi desideri, ama la bellezza nel prossimo» Disse.
«È l’amore che fa girare il mondo» Disse.
«Ama il prossimo tuo come te stesso» Disse, e forse quella fu la versione che piacque più di tutte.


Era incredibile che, dopo tutti i secoli e le vite che aveva vissuto, gli eventi che avrebbe insegnato ad Amore qual era il suo ultimo nome sarebbero avvenuti tutti in un unico anno: 2019, Anno Domini.
Iniziò tutto con una donna, delle orecchie da coniglio finte, una maglia buffa, un lago con le papere e un dio nascosto.
La giovane donna era un’insegnante delle elementari dall’aria afflitta che sedeva su una panchina in un parco. Il sole aveva iniziato ad abbassarsi pericolosamente verso l’orizzonte ed il parco era semi-deserto: più il cielo si scuriva più gli umani migravano verso case o bar a quell’ora.
La ragazza sospirò e si sfilò il cerchietto con le orecchie da coniglio e si appoggiò allo schienale, reclinando la testa con aria davvero molto stanca.
Proprio perché era poco frequentata, quella parte del parco le piaceva molto: era lì che andava a rilassarsi quando si sentiva tesa, e ogni volta le veniva una nuova idea per la lezione che avrebbe fatto con i bambini della sua classe l’indomani. Spesso e volentieri li portava proprio lì, e ormai i bambini conoscevano tutte le papere che vivevano nel lago lì accanto per nome, anche se erano stati loro ad assegnarglieli.
Le oche bianche iniziarono a raggrupparsi dalla sua parte del lago, speranzose di ricevere qualcosa di sfizioso da mangiare.
La giovane si riscosse di scatto: aveva sentito qualcosa, troppo vicino «Chi è là?!».
Udì quella che sembrava un’imprecazione soffocata, poi qualcuno uscì con le mani in tasca da dietro un albero. Era un bell’uomo dai capelli ricci e bronzei, che sembrava essere un po’ più giovane di lei. La guardava come se l’avesse conosciuta tanti anni fa e fosse stato felice di rivederla, il che era era un po’ strano, ma piacevole.
La luce sembrò riflettersi per un attimo in modo strano sulla sua schiena, come se avesse avuto… ma batté le palpebre e l’impressione svanì.
Aveva sentito dire che i momenti vicini al tramonto erano quelli che facevano i giochi di luce più strani, dai flash verdi a immaginarsi delle ali di luce. Probabilmente.
«Chi era?» Chiese lui.
Hai una bella voce” Avrebbe voluto dirgli lei, che era una persona sincera, e invece gli disse «Chi?»
«Quello che hai visto. Hai urlato “chi è là”, sembravi allarmata»
«Probabilmente tu» ridacchiò lei «Ti avverto che ho dello spray al pepe, sei hai cattive intenzioni»
«Non ho né uno ne le altre» rispose lui, alzando le mani in segno di pace, ma sorridendo. Aveva un taglio fresco sul polso, leggero, ma da cui erano stillate un paio di gocce di sangue
«Oh. Ti sei fatto male?».
Lui seguì lo sguardo di lei e sorrise. «Oh. Non era mai successo» Disse, come se trovasse la cosa divertente. Ci passò sopra un dito, sporcandosi appena i polpastrelli del poco sangue che ne era sgorgato.
«Ho anche dei fazzoletti, se vuoi»
«È solo un taglietto» rispose lui, ma ne sembrava affascinato, e alzò il braccio per osservarlo meglio da un’angolatura diversa.
«Caspita, sembra che non ti sia mai successo davvero»
«È così»
«È meglio pulirlo lo stesso. Vieni vicino, dai».
La donna si preparò ad aiutarlo, ma nel tempo che ci era voluto al giovane per coprire la distanza che c’era tra i due, la ferita aveva già smesso di sanguinare. Lei gli ripulì comunque il braccio dal sangue
«Pina. E tu come ti chiami?»
«Amore» disse lui, e fu quasi sorpreso quando quel nome affiorò dalle sue labbra. Era uno che non usava da tanto, tanto tempo… eppure parve così naturale usarlo che, dopo un attimo, tornò ad essere il suo. Nel giro di una conversazione con quella donna, già non ricordava più che nome avesse usato fino a qualche ora fa.
In un modo o nell’altro, i due iniziarono a chiacchierare, come attratti da una calamita misteriosa.
Lei gli raccontò del suo lavoro e della sua vita, di come apparentemente i suoi superiori la odiassero perché era troppo buona con i suoi studenti.
«Che problemi hanno?» Chiese Amore
«Forse nessuno è stato abbastanza buono con loro, quando loro erano studenti» rispose lei, stringendosi nelle spalle.
Lui le raccontò una mezza verità: era un matchmaker. Avrebbe potuto dimostrarle di essere un dio, ma voleva parlarle da pari a pari; lei parve trovare molto, molto interessante una professione del genere, e a lui gli aneddoti non mancavano.
«Posso provarle?» Chiese Amore, con una risata, accennando alle orecchie da coniglio «Sono bellissime!»
«Ma grazie» rispose lei, «Ecco a te».
Gli spiegò che sarebbero servite per una lezione l’indomani. Era più facile insegnare ai bambini quando si divertono.
«È vero, confermo. Io sto ancora imparando molte cose» rispose lui, con un sorriso birichino
«Quindi sei un discolo?»
«Credo di sì. E tu?»

«Mmeh» lei fece segno di “così così” con la mano, ed entrambi risero. Il sole era ormai sceso lungo l’orizzonte, e Amore pensò che la risata di quella donna era così bella da poterle perdonare la maglietta che stava indossando. “Più bella di Afrodite”, c’era scritto, e lui aveva deciso subito che doveva punirla affibbiandole una bella cotta per il primo accattone che passava; poi lei si era accorta di lui. Come? Come aveva fatto? Era sempre entrato dove voleva, era riuscito a passare inosservato ovunque avesse voluto. Neppure gli déi si accorgevano di lui se non lo desiderava, aveva eluso la sorveglianza dei ciclopi come se niente fosse, e quella donna, invece, lo aveva sorpreso. Quella persona unica, gentile, speciale.
Per la prima volta era stato maldestro con le frecce, e aveva finito per tagliarsi nel metterle via. E poi aveva visto lei.
«Vediamoci ancora» Gli disse lei d’impulso. Lui accettò.
E accettò ancora ogni volta che lei glielo chiese, per altri sei mesi intensi, bellissimi… ed infinitamente troppo corti.


«È successo troppo in fretta» Sussurrò lui
«È naturale»
«Non può esserlo. Non può fare così male!»
«Amore...»
«I-io. Non è passato niente. Sapevo che non saresti mai potuta vivere per sempre, ma speravo che almeno, avresti, avresti potuto accompagnare questo me. Fino alla fine. Fino ad un nuovo nome».
Lei non parve sorpresa da quelle parole: nella sua nuova condizione, era in grado di scorgere a sua volta l’anima dell’amato. Aveva capito, e nel suo cuore si sentì onorata di aver avuto per sé l’affetto di un dio.
«Anche il dolore è naturale, Amore»
«Non abbiamo passato neppure un anno assieme. È crudele. Non riesco a… è troppo presto. È la seconda volta che mi faccio male. Solo tu… solo tu hai questo potere».
Era la prima volta che Amore si vestiva di nero, e qualcosa in lui gli aveva chiesto di non farlo come si usava di questi tempi, solo per formalità, con abiti che non sentiva suoi. Era la parte di lui che aveva iniziato a risvegliarsi quando si era presentato come Amore dopo secoli, quella che cercava la risposta ad una domanda silenziosa nel cielo stellato. Indossava una tunica nera, e la sua figura era parzialmente nascosta allo sguardo del mondo da un mantello con un cappuccio che gli celava i riccioli.
Davanti ad una tomba, nel cimitero della città, Amore stava con i pugni chiusi, le spalle tremanti.
Erano venuti in tanti, al funerale. Molti di loro erano giovani, alunni presenti e passati. Molti avevano pianto.
«Che ci fai ancora qui?» Le chiese gentilmente, voltandosi verso lo spirito della donna che aveva amato.
Ai suoi occhi di creatura divina appariva quasi come se fosse stata ancora viva, un’illusione quantomai crudele, ma lei non poteva restare qui. Non era questo il posto di uno spirito. Eppure voleva così tanto che rimanesse lì...
«Ho paura ad andare» Rispose lei. Il suo tono si incrinò, e lei abbassò il capo «Non voglio essere da sola. Non potresti accompagnarmi, Amore? Per favore. Solo un tratto di strada, e poi potresti tornare indietro».
E con la consapevolezza di un dio innamorato, Amore seppe che poteva fare questo miracolo per lei.
Prese l’arco d’argento e vi posò sopra un bacio, poi vi incoccò una Freccia dell’Anima. Nonostante gli anni che erano passati, le Frecce che Efesto aveva forgiato per lui erano ancora incredibilmente sensibili al suo tocco.
Ad ogni uomo le sue armi, come diceva Ares.
Nel momento in cui percepirono risuonarono con la sua anima, che aveva in sé la mutevolezza di un figlio del Caos, la Freccia e l’arco capirono che non potevano più servire il loro padrone così come erano. L’asta dell’arco si allungò, la freccia si fuse con la corda tesa, la lama si allungò, catturando la poca luce che le nuvole grigie lasciavano filtrare nel cielo fosco.
Amore sospirò e si voltò a tendere la mano alla sua amata, brandendo la sua nuova Falce, nata per proteggere la donna nel suo viaggio finale.
Lesse per l’ultima volta il nome sulla lapide adorna di fiori, prima che lei lo prendesse per mano e iniziassero a camminare insieme, piano piano.
Giuseppina Psiche.


Tutto era diverso. Amore non sentiva più le costrizioni di un corpo mortale, e sentirsi così libero ed immenso per un attimo lo disorientò. Si sollevò dalla presa gentile di un abbraccio, confuso nel sentire quell’azione così facile.
«Ci siamo svegliati» Gli disse Notte, un po’ canzonandolo, ma con affetto «È stato un sogno lungo, Amore. Non ti ho svegliato, anche se non è stato sempre sereno. Ho fatto bene?»
«Grazie, Notte mia» disse Amore, sporgendosi a baciarle il viso scuro
«Sento tenebre nuove nel tuo cuore, Amore, eppure non sono stata io a prestartele. Cosa accade?»
«Non crucciarti, Notte» lui sorrise «Sono mie. E le terrò care».
Il tempo non vuole dire nulla per gli déi, quelli veri, e Amore ha ali veloci.
Non si dimentica delle creature che lo hanno conosciuto, né come infante né come giovane uomo vigoroso, e si premura di non lasciar mai affrontare loro l’ultimo viaggio da soli.
Molti di loro non lo riconoscono senza arco e frecce, quando porta con sé una falce perché il loro cammino sia sicuro e sereno. Ma quei pochi che riescono a scorgere i suoi lineamenti e lo riconoscono, sorridono.
Dicono che il suo volto sia come la canzone di Notte e appaia di diverso agli occhi di chiunque lo scorga ora, e che sia un accompagnatore gentile, attento a non lasciare mai che chiunque accompagni nell’altro mondo smarrisca la strada, sostenendolo con le sue ali d’oro e difendendolo con la sua falce. Ormai anche lui ha appreso qual è il suo ultimo nome, ma ha scelto di non abbandonare il primo, e dispensa ancora visite sia come fanciullo dalle frecce d’amore che come traghettatore con la falce.
Chi lo riconosce lo segue con un sorriso, un passo alla volta, vedendo per l’ultima volta il volto d’Amore e Morte.

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