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mercoledì 10 maggio 2017

L'Uomo dagli Occhi Dorati

Stavo (ri)leggendo Inheritance, l'ultimo libro della saga del Ciclo dell'Eredità quando l'occhio mi è caduto su una delle frasi il cui suono ha sempre provocato in me una grande fascinazione:
A El-Harim viveva un uomo, un uomo dagli occhi dorati
«Attento ai sussurri» mi disse «Perché sono inganni velati»
Questo è l'inizio di una filastrocca che uno dei personaggi (Nasuada) dice in un momento molto particolare (ma non voglio spoilerare niente), ma questo strano personaggio, l'uomo dagli occhi dorati, non viene più menzionato. Chi sarà mai stato, questo strano personaggio? Qual'è la sua storia, di quali inganni sta parlando?
E così improvviso colpo di ispirazione mi ha spinta a scrivere questa breve storia, una fiaba intitolata...

L'Uomo dagli Occhi Dorati



C'era un uomo dagli occhi dorati, nome non aveva, la sua casa era il deserto. Viveva fra le dune, sferzato dal vento, e aveva la pelle come ebano, come cuoio, scura e splendente come la più preziosa gemma, e gli occhi erano due pozzi profondi illuminati dalla luce di stelle gialle che venivano da dentro la sua anima.
L'uomo dagli occhi dorati camminava da solo, a testa alta, e conosceva le oasi e le piante, ogni rigagnolo d'acqua che correva come un'agile lepre sotto le dune, perciò non temeva la fame e non temeva la sete. Le lucertole dal passo buffo, che poggiavano in terra solo due piedi alla volta, erano la sua compagnia ed egli ne aveva una nel taschino della sua giacca, una lucertola che prendeva pezzi di frutta selvaggia e di cavallette dalle punte delle sue dita e lo faceva ridere salendo con il suo passo buffo in cima alle dune quando era lasciata libera di camminare.
L'uomo dagli occhi dorati non temeva neppure le tempeste di sabbia, poiché sapeva quando esse si sarebbero abbattute sulla sua terra e sapeva dove nascondersi.
Un giorno, mentre camminava con il suo zaino sulle spalle, l'uomo dagli occhi dorati incontrò una donna sola, seduta sulla groppa di un maestoso cammello bianco come la neve. Ella era tutta avvolta in abiti azzurri, con il volto abbronzato incorniciato da un cappuccio candido e gioielli d'oro che scintillavano alle dita.
L'uomo le si avvicinò e le chiese
«Cosa fai, qui da sola nel deserto?»
«Ho perso la mia via» rispose la donna «La mia gente si è smarrita nella grande tempesta di sabbia e non so più se siano vivi o morti»
«Ti aiuterò io» si offrì l'uomo dagli occhi dorati
«Chi sei?».
Lui dischiuse le labbra, ma non disse nulla. Come poteva, in poche parole, dire chi era? Non aveva un nome, lui, né una famiglia o una tribù, non aveva neppure un cammello e non apparteneva a nessun altro che al deserto stesso.
«Allora, qual'è il tuo nome?» Lo incalzò la donna
«Non ne ho uno. Sono solo un uomo che cammina nel deserto»
«Allora cammineremo insieme finché non troverò la mia gente. Il mio nome è Jidji»
«Molto piacere, Jidji».
I due si misero in cammino, uno a piedi e l'altra sulla groppa del suo cammello. L'uomo dagli occhi dorati iniziò a cantare

“Sussurra la sabbia come il serpente
Nella sua tana si cela l'inganno
Non è il suo morso che devi temere

Ma il buio freddo della lunga notte
Corre e rincorre sé stesso il vento
Non un momento si ferma per te

Pensi che taccia forse un minuto
Invece è altrove, non soffia per te

Poi con la luna esplodono le stelle

Squarci nel cielo di bianco e di blu
Morsi di fame e brividi a pelle

come locuste sciamiamo nell'oasi”
 

Camminarono a lungo sulle dune roventi finché in lontananza non videro un uomo alto e magro, tutto avvolto in abiti brillanti che il venticello faceva muovere come fiamme vive. La sua voce arrivò alle orecchie della donna, portata dal vento, sussurrando
«Jidji, Jidji, vieni, conosco tua madre! Jidji, Jidji, vieni, conosco tuo padre».
La donna spronò il cammello per raggiungere la misteriosa figura, ma l'uomo dagli occhi dorati afferrò le redini del suo cammello e tirò forte, fermando l'animale.
«Non andare. Nel deserto, i sussurri sono inganni velati».
a donna alzò allora lo sguardo di nuovo verso il misterioso uomo brillante e una gran paura la colse, poiché lo vide per quello che era: un demone djinn che la chiamava, con la mano artigliata tesa verso di lei, la voce suadente e bassa che ripeteva quelle parole come una tiritera, una filastrocca per bambini. Il caldo faceva tremolare la sua figura alta, ma egli non si muoveva di un solo passo, per nulla intenzionato ad inseguirli.
Jidji e l'uomo dagli occhi dorati proseguirono allora il loro cammino e, quando fu notte, giunsero in un'oasi.
Le fronde delle palme li riparavano dal caldo, fra le loro radici saziarono la loro arsura, dei loro frutti si nutrirono per placare la propria fame. Fu allora che Jidji udì ancora la voce del djinn che la chiamava, suadente ed insistente, e tuttavia questa volta ebbe la forza per ignorarla.
Il demone li guardava da lontano, in piedi fra le dune, con gli occhi che rilucevano rossi come braci incandescenti. La sua voce era ora il ronzio di mille zanzare, la sua gola una grotta profonda e secca.
L'uomo dagli occhi dorati posò una mano sulla spalla di Jidji e le sussurrò in un orecchio «Attenta alle voci che chiamano nel deserto, esse parlano di una gloria che non verrà, annunciano di fortune che diverranno rovine, ignoralo e vieni a dormire».
Allora ella si sdraiò accanto all'uomo dagli occhi dorati e in poco tempo prese sonno.
L'indomani, quando il sole sorse, il grido di un avvoltoio li svegliò. Jidji scattò in piedi, spaventata, e vide un gruppo di enormi uccelli scuri scendere dal cielo. Seguì con gli occhi il loro volo, poi camminò fino al bordo della dell'oasi e vide che gli avvoltoi stavano banchettando sul corpo riverso del Djinn.
Quando l'uomo dagli occhi dorati la raggiunse, ella chiese
«Come pensi che sia morto?»
«Le bugie e gli inganni velati appassiscono e muoiono» rispose l'uomo dagli occhi dorati, con un sorriso «Quando nessuno presta loro orecchio e nessuno li sparge».
Allora la donna capì come i demoni e gli dei si nutrissero della voce e della paura e di come solo ciò che gli uomini desideravano poteva continuare ad esistere. Quelle creature che vagavano di notte sotto le stelle, o sotto il cielo cupo e nero come un mantello, erano reali, erano pericolose, ma nascevano dalla mente degli uomini e solo la mente poteva sconfiggerli.

L'uomo con gli occhi dorati si sedette sotto ad una palma, la lucertola che gli era salita sul turbante bianco, e iniziò a suonare uno zufolo ricavato da una canna, muovendo le dita agilmente sui buchi per comporre una canzone che il mondo non aveva mai udito prima, che si accompagnava al canto degli uccelli e al funebre gracchiare degli avvoltoi.
Jidji andò accanto a lui e cantò con voce soave.
Suonarono e cantarono per ore, finché una carovana non apparve all'orizzonte.
«È la carovana di mio padre!» Gridò Jidji, premendosi le mani sul cuore.
I cammelli avanzavano con passo sicuro verso l'oasi, le labbra che già ruminavano invisibile erba, gli stomaci anelanti la fresca acqua.
La ragazza balzò in groppa al suo cammello bianco e corse verso la carovana: fu lì che ritrovò suo padre e sua madre, i suoi fratelli e i suoi cugini.

Quando tutti si furono fermati nell'oasi e stavano caricando le provviste d'acqua, Jidji volle presentare ai suoi genitori l'uomo dagli occhi dorati e chiedere loro se poteva sposarlo, ma lui era sparito, silenzioso come sempre quando camminava sulle dune dorate.
Allora la giovane iniziò a raccontare loro la storia dello spirito buono del deserto, l'uomo dagli occhi dorati che l'aveva salvata, e nessuno ebbe motivo di non crederle.
La storia fu narrata e passò di carovana in carovana, di bocca in bocca, e fu narrata ai bambini e ad uomini stanziali di villaggi lontani.
Un giorno di molti anni dopo, Jidji stava viaggiando nel deserto con il suo sposo e il suo bambino, quando vide qualcuno camminare su una duna come se volasse, silenzioso quanto lo erano le ali del bianco barbagianni, e lo riconobbe subito per la lucertola che usciva dal suo taschino.
«Vedete quello?» Disse, indicando l'uomo a suo marito e al suo bambino «È lui quello, l'uomo dagli occhi dorati del deserto!»
«Di certo somiglia molto a quello spirito buono» rispose il marito, divertito «Sarà meglio offrirgli qualcosa perché ci porti bene e ci aiuti ad attraversare il deserto».
Jidji ne fu sorpresa: perché mai suo marito parlava in quel modo di un altro uomo mortale? Poi capì: la leggenda si era sparsa tanto che il modo in cui suo marito conosceva la storia non era lo stesso che lei aveva vissuto e forse lui nemmeno sapeva che era lei quella Jidji che aveva incontrato per prima l'uomo dagli occhi dorati.
Lei lo salutò allora muovendo la mano e lui rispose, poi si avvicinò abbastanza perché lei potesse vedere il suo sorriso bianco, splendente nel riverbero luminoso della sabbia.
«Sei tu» Gli disse «L'uomo che camminava nel deserto, che mi aiutò a ritrovare i miei genitori»
«Si» rispose lui, sereno «Molti anni sono passati, ma tu ricordi ancora quel giorno»
«Come potrei mai dimenticarlo? Oh, guarda, questi sono mio figlio e mio marito».
Il marito guardò male l'uomo dagli occhi dorati, lo salutò distaccatamente, ma non disse null'altro chiedendosi chi fosse quell'uomo che conosceva sua moglie.
Jidji allora chiese
«Ancora non hai un nome?»
«Forse ne ho uno» rispose quello «Ma ci vorrà ancora qualche tempo per sapere se è il mio»
«Qual'è questo nome?»
«Uomo dagli Occhi Dorati» rispose quello «È così che mi chiamano i viaggiatori dispersi, quelli che io aiuto a ritrovare la via. Mi fanno compagnia ed è bello. Non so come ciò accade, ma da quando ti aiutai a ritrovare i tuoi genitori, quel giorno di molti anni fa, sempre più spesso mi accade di trovare per caso viaggiatori smarriti, come se fosse il mio destino quello di aiutarli. E loro conoscono un nome che io non avevo mai udito, Uomo dagli Occhi Dorati, e a me piace».
Il marito spalancò gli occhi
«Sei tu?» Domandò «Sei tu quel genio del deserto?»
«Genio non so» rispose l'altro, stringendosi nelle spalle «Ma sento che è ora di andare».
L'Uomo dagli Occhi Dorati fece per andarsene, ma poi tornò indietro sui suoi passi, estrasse dalle pieghe del vestito il suo vecchio zufolo e lo posò in mano alla donna.
«Grazie, Jidji» Le disse
«E di cosa?» chiese lei, sorpresa
«Quel giorno che ti perdesti, mi donasti un nome».
Il vento soffiò, facendo turbinare i granelli come pulviscolo dorato nell'aria, ed un solo istante dopo L'Uomo dagli Occhi Dorati era sparito. Jidji e la sua famiglia continuarono il viaggio, lei si fece rotolare fra le dita il flauto.
Se le parole potevano far vivere i demoni del deserto, forse, potevano anche creare qualcosa di buono. Potevano creare una leggenda.
Alzò lo sguardo, mentre la linea dell'orizzonte ondeggiava, e sentì il deserto penetrarle nell'anima. Il cielo era di un azzurro così sfavillante da sembrare tutto illuminato, come una gigantesca lanterna. Il silenzio del deserto era il teatro per la magia, la sua immensità la culla delle leggende.
Lei ne aveva conosciuta una, ma nessuno può diventare leggenda senza le voci di migliaia di persone. Non c'è un dio senza adoratori, non c'è un demone senza vittime.
E il deserto è un luogo senza tempo, perciò sarebbe stato per sempre. Per sempre sarebbe vissuto un uomo dagli occhi dorati che nome non aveva, la cui casa era il deserto. Vive ancora fra le dune, sferzato dal vento, e ha la pelle come ebano, come cuoio, scura e splendente come la più preziosa gemma, e gli occhi sono due pozzi profondi illuminati dalla luce di stelle gialle che vengono da dentro la sua anima. 

Puoi vederlo, da lontano, camminare come un equilibrista sulla cima delle dune, silenzioso come le ali candide del barbagianni, e se avrai bisogno di lui, lui ti aiuterà.

venerdì 24 luglio 2015

Caro diario + Breve storiella miciosa


Today is Hannibal day e fra poco guarderò la puntata, ne approfitto dell'attesa per scrivere un po' di diario così la pagina di oggi sarà un po' più lunga delle striminzite paginette piene di felicità dei giorni scorsi.
Lily si è messa a mangiare con grande appetito e a cercare di salire a tutti i costi sulle spalle di mio padre, che la ama tanto e la lascia fare, con il risultato che mentre mio padre era chinato a lavorare sulle piantine dell'orto, la micina osservava con fare indagatore l'operazione da sopra le sue spalle.
Vitali ha accettato perfettamente il collarino e, scusate se gratifico tanto il mio senso estetico, è un amore con quello addosso. 

Il caldo è ritornato, ma non è troppo intenso, sebbene ci sia un alto tasso di umidità nell'aria e questo lo faccia sentire molto. Comunque ho le forze necessarie per lavorare, scrivere, disegnare e quant'altro necessario, quindi va tutto bene, persino il caldo. E poi è piena estate, che volevo? Mica mi potevo aspettare che nevicasse, anche se... come faceva quella canzone? Le domeniche d'Agosto quanta neve che cadrà! Ok, chi l'ha scritta era un poco fumato, e non siamo neanche in Agosto, ma se nevicasse sarebbe favoloso. Ho già detto che amo il freddo molto più del caldo? Spero che piaccia anche ai miei mici, perchè mi auguro che arrivi il fresco (e poi il freddo) più presto possibile.
La tavoletta grafica nuova... con lei ho ancora qualche problema, perchè ho imparato che dovrei tenere il pennino e regolarmi con la pressione della punta come farei con una penna a sfera vera, ma non riesco a farlo senza pensarci e finisco sempre per impugnarla come un coltello (così come impugnavo la penna della tavoletta precedente) e quindi per avere un tratto troppo fine o troppo grosso, insomma senza riuscire ad ottenere la giusta differenza di sensibilità, anche se curiosamente funziona molto bene per colorare le immagini (mentre per fare le lineart fa schifo). Immagino dunque che quello che io debba fare sia allenarmi e allenarmi e allenarmi anche se è snervante. Stringiamo i denti e andiamo avanti, si può fare e sia mai che io fallisca in una mia impresa: io devo mangiarmi il mondo, se ho fame. Ok, forse no, forse se mangio il mondo ingrasso seriamente, ma ci siamo capiti, no?
(Umorismodaquattrosoldiumorismodaquattrosoldispiritodipatataumorismodaquattrosoldi)
Ora, così per passare il tempo, scriverò una breve storiella scema. Vediamo cosa viene fuori.

C'era una volta un gatto che non voleva mai mangiare il patè. E il patè era costoso.
I suoi nuovi padroncini, i quali lo avevano acquistato da un noto allevamento, non sapevano che cosa fare perchè si dicevano “se non mangia il patè di tonno, salmone e ostriche perlifere con le migliori verdure del regno, che è lo stesso che mangia il gatto del re, vuol dire che non mangerà mai nulla ed è destinato a morire”.
Sconsolati e ormai senza speranza, i due padroncini presero il gatto e lo portarono dal veterinario per farlo curare dalla sua malattia.
«Il vostro gatto non ha nulla» Disse il veterinario «È perfettamente in salute. Se non mangia è perchè fa i capricci» e rimandò i due indietro con il loro gatto, che nel frattempo era sempre più magro, con le costole di fuori.
Non appena furono a casa, decisero di uccidere il gatto per non farlo soffrire ancora, ma come avrebbero fatto? Non potevano dargli una pillola di cianuro, perchè se non mangiava il patè, come potevano sperare che ingoiasse del veleno? Decisero allora di buttarlo dalla finestra, perchè non sapevano che i gatti atterrano sempre in piedi e soprattutto perchè abitavano all'ottavo piano e anche un gatto che atterra in piedi può farsi male cadendo dall'ottavo piano, molto male cosicché essi avrebbero potuto portarlo dal veterinario per fargli fare l'eutanasia. Si, erano due padroni molto stupidi.
Allora presero il povero gatto, aprirono la finestra e lo lanciarono di sotto.
Essendo due padroni molto stupidi, non avevano calcolato che c'era una tenda da sole al piano di sotto a cui il gatto si sarebbe potuto aggrappare e così fu: il micio sguainò gli artigli, tese le zampe, afferrò la tenda da sole e si mise in salvo sul balcone dei vicini. I vicini avevano un canarino in gabbia e la gabbia era per ora, fortunatamente o sfortunatamente dipende dai punti di visti, appoggiata su un tavolino. Il gatto, affamatissimo, si slanciò sulla gabbia e quando l'ebbe rovesciata, con gran clangore di metallo, aprì la porticina con una sola zampata, infilò il magrissimo busto dentro e divorò l'ignaro canarino.
I due stupidi padroncini guardarono come impietriti la scena.
«Il nostro gatto è un killer» Dissero, e avevano ragione.
Da quel giorno diedero al gatto sempre prede vive (ed evitarono di guardare negli occhi i vicini) perchè erano due padroncini molto stupidi e non pensarono mai che magari potevano solo cambiare l'alimentazione del loro gatto con qualcosa più di suo gradimento senza spendere un sacco di soldi a comprare pulcini e topini.
Due mesi dopo ci fu una grande moria di gatti che si erano nutriti con il patè del re.
Qual'è la morale di questa storia? Oh, ce ne sono così tante... chiedete al vostro gatto e ve le saprà dire tutte.

Ecco qua. Spero che vi sia piaciuta. Ora vado a disegnare un po' (o meglio a colorare), magari più tardi continuo il diario.
[Più tardi]
L'odore dei pomodorini secchi si sparge nell'aria, una fragranza leggerissimamente pungente, ricca, salata, saporita. Se non avete mai assaggiato dei pomodori secchi, sappiate che sono un cibo delizioso, di quelli di cui ne mangerei sacchi interi, e mio padre sta usando l'essiccatore per prepararne le scorte invernali.
Ho visto la puntata di Hannibal di oggi, intitolata “The Great Red Dragon” e... oh. Oh. Ha qualcosa delle puntate della prima stagione, mischiato con un pizzico della seconda, e con personaggi nuovi, e con Alana che è diventata il boss delle torte, no cioè volevo dire il capo assoluto, cioè ha preso il posto di Frederick Chilton e ormai è lei che comanda all'ospedale psichiatrico di Baltimora, il che spiegherebbe perchè Hannibal ha una cella a cinque stelle con tre tavoli da disegno (io ne ho a malapena uno ed è quello su cui mangio).
E poi Richard Armitage, nelle vesti di Francis Dolarhyde, aka il Dragone Rosso, è stato fantastico, ha una recitazione fisicissima ed è il dragone del mulino che vorrei.
Quanto ai cani, perchè sono ricomparsi i cani, sono stata così felice di vederli! E questa è stata la puntata di oggi, riassunta in succo brevissimo, e sappiate che mi è piaciuta anche se con un po' di disappunto per via del fatto che hanno saltato a pié pari, oplà, tutta la parte del processo di Hannibal Lecter che sarebbe stata sicuramente una cosa favolosissima da vedere.
Ah, aggiornamento anche sulla gattina di Annarita, Chloe, la quale è finita nella colla per i topi ed è stata lavata da mia sorella perchè Annarita non sa fare niente da sola. Anna, imparati! Se stai leggendo questo diario (ma sono sicura che non lo stai leggendo perchè leggi poco) vedi di imparare di fare un po' di cose da sola! E non dare il latte al gatto, che non lo digerisce troppo bene, e non so che cosa cavolo le hai fatto per farti soffiare contro, che diamine, è una gattina di soli due mesi, mica un micio di strada malefico!
Mi sto lentissimamente abituando alla tavoletta grafica, ho finito di colorare un'altra pagina del fumetto Exoterism ma vorrei fare di più... hmm, l'odore dei pomodorini nell'aria! Così intenso, così fragrante! Il rassicurante suono di mio padre che gioca a Mario Kart nell'altra stanza, l'idea che Lily sta ricominciando ad ingrassare. Tutto è buon presagio, ora devo solo ricominciare a disegnare regolarmente perchè per scrivere sto scrivendo e siamo a buon punto con il Tomahawk del Wendigo, ormai diventato chiaramente un romanzo breve e non più un racconto, aggiungendo un po' di atmosfera e suspence dove serve. È un racconto leggermente atipico rispetto a quelli che scrivo di solito, ma non saprei definirne esattamente il perchè.
Ho visto delle strane immagini sparaflescianti su Tumblr, le ho guardate per due secondi nemmeno e mi hanno dato comunque una strana sensazione di ansia, lo scrivo qui e qui cerco di seppellire il loro ricordo perchè voglio dormire bene. Tumblr è uno di quei siti a cui non mi dovevo iscrivere, è pieno di immagini schifose e cose che non aiutano i miei saltuari stati d'ansia. Sto sudando, ma credo che sia colpa del caldo. Dovrò bere molto, berrò molto. Ecco, stato d'ansia già passato, ora mi prendo una bella tazzona d'acqua e non ci penso più, vado a giocare a Mario Kart con papà e la Mimma.
Cià cià diario bello!
A domani con un'altra giornata miciosa.

lunedì 26 gennaio 2015

Raccontro breve - Wendigo

Le tracce portavano fino a quell'anonimo punto sotto un anonimo albero nella foresta. Poi finivano completamente: qualche ultima goccia di sangue, come se un rubinetto aperto fosse stato chiuso e avesse sputato fuori le ultime gocce, e le impronte delle piante nude dei piedi impresse sul terreno.
Il commissario Sacco, un tipo tarchiato, capelli corti e grilletto facile, illuminava quel punto con una torcia elettrica. Era la prima volta che gli capitava di vedere qualcosa di simile dal vivo e da quella prospettiva. Scoprire le tracce, un caso grosso, quasi sovrannaturale.
Dietro di lui c'erano Alfredo, l'uomo che aveva scoperto le tracce, la sua ragazza Francesca e un altro agente di polizia, Primo.
Alfredo dimostrava quarant'anni portati male, tutto ossa e con i capelli grigi, e ne dichiarava venti. La sua ragazza, di contro, avrebbe potuto averne al massimo ventidue, bella, capelli lunghi biondo cenere e maglioncino a collo alto sopra i jeans attillati. Primo invece era sulla trentina, capelli neri, spalle larghe e braccia forti.
Primo sospirò
«Questo qui, dicono, che è il quinto che scompare così» disse
«Lo chiamano il Wendigo» si azzardò a parlare Francesca
«Chi, quello che è scomparso?» domandò Sacco, alzando un po' troppo la voce
«Ma no! No! L'assassino»
«Ah. Perchè lo chiamano il Mandingo?»
«Wendigo» lo corresse Alfredo, con voce calma.
Primo si limitò a guardarli in silenzio. Lui sapeva tutto di quel caso, fin nei più piccoli dettagli, e non aveva alcun bisogno di sapere perchè mai lo chiamassero il Wendigo. Era ovvio.
«Uccide nei boschi» Spiegò Francesca
«Lo so» grugnì il commissario «So come uccide, signorina. Saperlo è il mio lavoro»
«E poi non ci sono tracce e nessuno ha idea di come sia fatto» continuò Alfredo, visto che la sua ragazza aveva smesso di parlare, intimidita «Ricorda il mito dei cacciatori cannibali che vengono posseduti da uno spirito e danno la caccia agli umani che...»
«Bla, bla, bla. Sciocchezze»
«Lo so!» ribattè piccato Alfredo «So che sono stupidaggini, ma è per questo che lo chiamano il Wendigo!».
Il commissario lo guardò come se fossa idiota, ma Alfredo non arrossì, sebbene una sensazione di inadeguatezza e rabbia si stesse impadronendo lentamente di lui.
«Allora, quando avete trovato le tracce?» Chiese Primo, interessato
«Erano più o meno le sette e mezza di sera» rispose Francesca «Avevamo fatto un picnic e poi... beh, siamo andati a fare una passeggiata. All'improvviso abbiamo visto dei vestiti sporchi di sangue sul terreno e abbiamo sentito come se qualcuno si lamentasse e un rumore di... trascinamento»
«Ah ah...»
«E quindi siamo venuti a controllare. C'era sangue dappertutto e poi via abbiamo chiamati e...»
«Signorina» disse autorevole Primo «So che starebbe al commissario Sacco il compito di dirvelo, ma sapete che voi due verrete con noi in centrale per dei controlli, vero?» il poliziotto abbassò gli occhi sulle mani della ragazza, illuminandole con una torcia «Lo vede che sono sporche di sangue, vero?».
Le punte delle sue dita, si, erano scarlatte.
«Ma no! Questa è solo salsa! Stavamo facendo un picnic e poi camminando ci siamo portati un panino e...»
«Basta così!» ruggì Sacco «Questa scusa è ridicola! Un uomo scompare, voi due seguite tracce misteriose che scompaiono nel niente, chiamate la polizia per rendervi insospettabili e...»
«La volete finire là sotto?» domandò una voce assonnata, da in mezzo ai rami scuri dell'albero.
Tutti alzarono la testa. Una figura umana, magrissima, era appostata in mezzo al fogliame, come un mostro pronto a balzare su di loro. Alla luce della torcia, però, apparve essere un ragazzino che nemmeno li guardava, con la voce piena di sonno e i capelli scompigliati.
«Che ci fai lassù?» Ringhiò Sacco
«Dormo nel mio sacco a pelo, voglio vedere l'alba domani, l'ho trascinato quassù, dannazione, e mi sono mangiato un panino e voi mi svegliate e dite tutte quelle scempiaggini sul fatto che sono morto ucciso...».
Il commissario arrossì violentemente e diede la colpa ad Alfredo e Francesca
«Ci avete chiamati per nulla! Quale Mandingo o Wendigo o quello che è!» ringhiò, allontanandosi poi insieme a Primo, il quale sussurrò alla coppietta, poco prima di allontanarsi
«Scusatelo. Fa sempre così»
«Sissignore!» esclamò Alfredo, con un sorriso sollevato.
Francesca si strinse al suo ragazzo, afferrandolo per il gomito, e gli sussurrò contenta
«Insospettabile, non è vero?».
Quando la rappresentanza delle forze dell'ordine se ne fu andata, Alfredo raccolse da terra un bastone e con quello colpì il cadavere del ragazzo, che cadde dai rami dell'albero insieme al registratore vocale che teneva fra le braccia. Pezzi di carne mancavano dal petto e dalle braccia.
«Finiamo il nostro picnic, tesoro?» Domandò con delicatezza Alfredo.




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 Per il contest di ArteScritta:iconartescritta: sul tema "Insospettabilità".
Abbiamo deciso di usare Alfredo perchè, beh, è il genio della serie, quello che fa le cose più "insospettabili". Sinceramente non siamo completamente soddisfatti del pezzo, abbiamo tagliato tutte le descrizioni che rendevano in modo più chiaro la tensione psicologica, abbiamo dovuto lasciare dei nudi fatti per via del limite di lunghezza (e alla fine non abbiamo neanche fatto il conteggio, speriamo solo che siano meno di 6000 caratteri...).
Comunque non è male e ho avuto la possibilità di scrivere qualcosina...

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