giovedì 23 febbraio 2017

L'uomo dei Cimiteri - Capitolo 4

Capitolo 4
Il Cane Grigio

Rory batté le palpebre, e si trovò accecato per qualche istante dalla luce che filtrava attraverso le ciglia, quindi chiuse nuovamente gli occhi.
Roisin lo scosse gentilmente
«Tesoro» lo chiamò «Svegliati, piccolo, è ora di venire a fare colazione».
Il bambino mugolò un suono che doveva essere un “si”, ma non si mosse. Era così piacevolmente intorpidito che muovere un solo dito sembrava un inutile spreco di energie.
Ma sapeva che non poteva rimanere a letto tutta la giornata, così, sospirando, si alzò dal letto, assonnato.
Era cominciata un'altra bella giornata, e il Sole splendeva abbastanza da fargli in qualche modo pensare che sarebbe stata una giornata migliore di quelle che si erano susseguite fino a ora.
Fu tentato per qualche istante di guardare quella grossa massa lucente in cielo, ma si ricordò di tutte le volte che mamma e papà gli avevano detto e ripetuto di non alzare mai lo sguardo verso il Sole per troppo tempo, così si frenò.
La mattina continuò a sembrargli ottima, almeno fino all'ora di colazione.
Dopo, avrebbe senza dubbio usato un altro aggettivo per descriverla.
La mamma gli aveva preparato latte e biscotti, che gli fecero pensare distrattamente ai biscottini dello zio Paul, poi parlarono tutti insieme. Si fece dei “baffi” bianchi bevendo la sua brava tazza di latte, e rise pensando a quanto doveva essere buffo visto da fuori. Sembrava che i giorni bui non fossero mai venuti, come se lo zio Paul e Sheridan fossero stati tutto un sogno.
Fu tentato di chiedere a Roisin e Kieran se i becchini, almeno quei due, esistessero davvero, ma temeva che, in caso di risposta affermativa, l'atmosfera che si era venuta a creare si sarebbe infranta in mille cocci, quindi represse il proprio impulso.
Poi chinò la testa da un lato, curioso
«Padre?» chiamò, deglutendo l'ultimo biscotto
«Si, piccolo soldato? Che c'è?» chiese Kieran, di ottimo umore. Poi lo guardò e ammutolì.
«Non lo senti?» disse Rory «Ascolta!».
Kieran e Roisin tesero ansiosamente le orecchie.
Dalla porta veniva uno strano grattare, insistente, che era come un rumore di sottofondo che il cervello registrava a malapena.
Kieran fece un segno velocemente a Roisin, poi prese la scopa che la donna aveva appoggiato di fianco al camino e, brandendola come se fosse un'arma letale, si apprestò alla porta.
Con un attimo di esitazione, fissò la porta, poi aprì di scatto.
Rory tese il collo oltre la figura del padre per vedere il nuovo arrivato.
Kieran si sarebbe aspettato ogni genere di cosa, ma non certo quello. L'animale lo osservò con occhi strani, quasi coscienti, e mosse appena la coda.
«Ma che …?».
Non appena il bambino ebbe capito cosa era venuto a, ehm, bussare, alla loro porta, si fiondò giù dalla sedia e gli si avvicinò, con gli occhi che brillavano di contentezza
«Ciao, bello!» esclamò Rory.
Il grosso randagio lo annusò e, apparentemente contento anche lui di aver ritrovato Rory, scodinzolò allegramente. Si lasciò pazientemente passare le mani sulla pelliccia dal bambino, che gliela sfregava energicamente come se avesse avuto l'intenzione di ristabilire la rotazione circolatoria in un corpo mezzo congelato.
L'animale dopo una rapida annusata, passò la sua grossa lingua bagnata sul visino di Rory, poi gli leccò allegramente i palmi, come se cercasse altro cibo nelle sue mani.
Il bambino rise «Mi fai il solletico!» lo rimproverò, poi si girò e, come se fosse la cosa naturale del mondo, chiese «Mamma, hai qualcosa da mangiare per il mio cucciolone?»
«Il mio?» ripeté Roisin, affrettandosi a trascinare Rory via da quel potenziale ammasso di pulci e malattie varie «Da quando in qua quel “cucciolone” è il tuo? E poi, da dove arriva?».
Intuendo immediatamente dove il discorso voleva andare a parare, Rory partì a briglia sciolta con le suppliche, giungendo le mani e assumendo l'espressione più supplichevolmente dolce che possedeva «Per favore, madre! Per favore! È un cagnolino abbandonato, poverino, ed è solo! Non vedi come è magro, poverino? Ha bisogno di qualcuno che si prenda cura di lui!» la donna storse il naso alla parola “cagnolino”, lanciando uno sguardo al nuovo arrivato che stava discretamente annusando una mano di Kieran «E poi ci serviva un cane da caccia! L'ha detto papà che ne avevamo bisogno! E poi mangia nel bosco, quindi noi gli dobbiamo fare solo il bagno, il resto lo fa tuuutto da solo! Per favore, madre, possiamo tenerlo? Per favoreeee!».
Argomenti tutti molto convincenti. Peccato che Roisin sembrava non esserne stata comunque impressionata.
«Per favore ...» piagnucolò il bambino, con la faccia di uno che è sul punto di mettersi a piangere «Io sono sempre solo quassù, non ci sono altri bambini con cui giocare … almeno così starò un pò in compagnia ...».
Ci fu silenzio per qualche istante, mentre i suoi genitori decidevano se buttare il cane fuori di casa a calci, o tenerlo per amore del figlioletto.
Principalmente, due cose stupirono Rory: la prima fu che, si rese conto, non aveva mai parlato così tanto. Di solito si limitava a osservare e commentare brevemente. L'essere prolisso non era proprio il suo stile.
La seconda, fu che questa frase sembrò colpire sua madre più del resto del suo discorso.
Roisin sospirò
«Beh ...» cominciò Roisin, tentennando e portandosi una mano sotto il mento in atto riflessivo. Sorrise di fronte allo sguardo speranzoso di Rory. Poche volte lo aveva visto così ansioso di ricevere qualcosa: non aveva mai avuto particolare interesse a giocare con i balocchi come facevano tutti gli altri bambini, perciò raramente insisteva perché gli comprassero qualcosa. E in genere non diceva più di due frasi e cedeva subito di fronte ad un “no” abbastanza duro. Quindi ci teneva, ed aveva esposto argomenti convincenti ... Roisin pensò che, in effetti, quale compagnia aveva avuto fin da piccolo? Era stato più che altro solo, a parte quella volta in cui erano andati da un vecchio amico di Kieran e lui aveva trascorso tutto il tempo a giocare con la figlia di lui, la piccola Haley, la minore di tre fratelli allora e la penultima di quattro adesso. Poi aveva passato il suo tempo con un becchino e la moglie del becchino, con gli spiritelli del bosco, e ogni tanto, quando scendevano in città, con i commercianti o i figli dei commercianti, e non tutti.
Con terrore, Roisin constatò che suo figlio era un dissociato sull'orlo dell'asocialità.
«Va bene» Disse di getto «Puoi tenere il cane, per me. Kieran?»
«Io …» Kieran lanciò uno sguardo a Rory, che aveva la faccia più supplichevole che gli avesse mai visto «Io penso proprio che, lavato e nutrito, sarebbe un ottimo cane da caccia. È grande e robusto, si riprenderà in fretta e penso che tenerlo sarebbe un'ottima idea. Poi non possiamo contare sul grano di nostra fattura, quindi dovremmo almeno poter contare su un po' di carne» concluse, con una disinvolta alzata di spalle finale.
Rory non riusciva a credere alle proprie orecchie.
Anzi, no.
Ci credeva eccome, e si sentì il cuore sul punto di scoppiare
«Evviva!» eruppe, alzando quasi vittoriosamente le braccia al cielo, precipitandosi verso il cane e abbracciandolo stretto stretto. Il cane non fece una piega, anzi, si aprì in un curioso sorriso.
Rory strizzò il collo dell'animale, ridendo, e accarezzandogli tutto il mantello
Roisin si affrettò a separare i due e ammonì con severità «Puoi, ma prima dobbiamo operare una bella disinfestazione. Finché non sarà pulito e splendente, tu non toccherai questo cane»
Rory annuì, come se non avesse sentito una parola di quello che Roisin aveva detto, poi propose entusiasticamente «Posso aiutarti a fargli il bagnetto? Devo cominciare a prendermi cura di lui!».
Roisin si sentì orgogliosa del suo ometto responsabile e acconsentì.
«Grazie, Dio!» esultò Rory con gli occhi al tetto e tendendo le manine verso il cielo, facendo ridere Roisin.
«Come lo chiamiamo?» chiese il bambino, con gli occhi brillanti
«Ci penseremo durante il bagno … Vieni, bello!» incitò Roisin, emettendo un fischio leggero per richiamare l'animale.
Il cane guardò la donna sollevando un po' le orecchie, con la lingua ferma, poi scodinzolò e la seguì.
Per lui riempirono la tinozza piena d'acqua e cercarono di farcelo entrare dentro, ma non sembrava un'impresa facile: l'animale continuava a girarci intorno e, per quanto Roisin lo spingesse dentro, non riusciva a fargli fare altro che bagnarsi le zampe anteriori.
Kieran si avvicinò allora con un sorriso divertito, scuotendo la testa, e cercò di prendere in braccio il cane, che però, ritto sulle zampe posteriori era alto più di lui e, anche se denutrito, continuava ad essere piuttosto pesante. L'uomo, però, era abituato a sollevare cose pesanti e ingombranti e, con un rapido sforzo, sollevò da terra l'animale, lo poggiò con le zampe posteriori all'interno della tinozza e poi lo spinse in basso
«Sta lì!» esclamò, tenendolo fermo con il proprio peso mentre quello cercava di svignarsela.
Rory si avvicinò al cane e gli afferrò il mento con entrambe le mani
«Stai fermo, per favore, altrimenti non possiamo lavarti» disse, con una certa convinzione nel tono.
Il cane smise di cercare di fuggire e si quietò all'istante, abbassando testa ed orecchie quasi gli avessero rifilato una bastonata.
«Caspita» Disse Kieran, con un mezzo sorriso «Hai un vero dono con queste bestie, figliolo».
Rory, che non credeva affatto di aver fatto qualcosa di speciale, si strinse nelle spalle e si godette il complimento che suo padre gli aveva fatto. Il cane si fece strigliare per bene e quando con lui ebbero finito, la sua pelliccia aveva assunto un colore molto più chiaro e riconoscibile. Era grigio pietra, con il dorso più scuro, quasi nero all'attaccatura della coda. Era bello, anche se c'era veramente molto da lavorare con il portamento e con il fisico: coda e orecchie sempre bassi, movimenti da lupo, sembrava perennemente che fosse stato picchiato da poco. Forse era quello il problema, le troppe botte che aveva preso e che lo rendevano diffidente, selvatico.
Rory accarezzò il cane sotto il mento
«Guarda, ora è pulito!» esclamò, felice.
Suo padre e sua madre sorrisero. Era meraviglioso vedere felice il loro piccolo.
«Credo che ora tu possa toccarlo, allora» disse Roisin, allungando una mano verso l'animale e accarezzandogli piano la zona tra le due orecchie.
Il cane la osservò in silenzio, con aria un po' spaurita. Come se si aspettasse un colpo.
Roisin sorrise con aria incoraggiante, poi allontanò le dita.
Quando venne ora di mangiare, diedero al cane un pezzo di pane, ma era sempre troppo poco per un bestione come quello, che prese ad aggirarsi famelico dentro casa. Kieran fu costretto a portarlo fuori e chiudere la porta, benchè temesse che il cane, selvatico com'era, scappasse. Ma non accadde: il cane prese a riposare tranquillo nel prato e rimase lì finché la porta non fu riaperta e Rory si fiondò fuori a giocare con lui. L'animale, benchè venisse strattonato a destra ed a sinistra, non ne volle sapere più di muoversi e rimase accucciato con la testa sulle zampe, troppo stanco per fare qualunque cosa.
Il pomeriggio fu tranquillo e nonostante l'apatia del cane, Rory sorrise sempre e lo accarezzò, quasi rotolandocisi sopra.
Kieran e Roisin non avevano visto il loro piccino così tranquillo prima d'ora.
«Immaginatelo» Disse Roisin, appoggiata alla porta «Immaginatelo con un fratellino ...».
Kieran non disse niente. Era strano che lei ne parlasse, di solito non sollevava la questione, la strana questione per cui Rory era ancora figlio unico. Era strano, veramente strano. Era fuori questione che Roisin non potesse avere figli, visto che Rory era lì, e Kieran tendeva ad escludere anche che il problema fosse lui stesso, tale era l'incondizionato affetto che provava verso la moglie e la fiducia assoluta che aveva avuto nella sua fedeltà. L'unica spiegazione razionale, o almeno che sembrava tale agli occhi di Kieran, era che Paul, lo stregone, avesse lanciato loro un qualche tipo di orribile maledizione che non gli permetteva di avere altri figli. Ma d'altra parte non era poi così male: ora come ora, sarebbe stato difficile avere tante bocche da sfamare.
«Ti sei chiesto perché, Kieran?»
«Si» Il marito annuì «Credo sia una maledizione»
«Una maledizione?» lei parve scettica e sollevò un sopracciglio, con un sorriso stampato in volto «Dici? Insomma, non ti sembra un po' … esagerato?»
«No. Altrimenti come te lo spieghi tu?».
Roisin ci pensò un po' su. In realtà anche lei aveva il timore che la loro condizione non fosse del tutto naturale, ma cercò di trasmettere sicurezza al marito
«Beh, io direi solo … non siamo stati molto fortunati»
«Credi questo?»
«Si, lo credo»
«Beh, io no. Non è possibile. Sono passati anni e noi ...»
«Padre!» esclamò Rory, avvicinandosi «Il cane non vuole alzarsi!»
«Non può sempre avere voglia di giocare, non credi? Lo stai torturando da ore» rise Kieran, scuotendo la testa di fronte a quel piccolo gioiello rossiccio e imbronciato «Lo sai, vero?»
«No. Io ...».
Rory abbassò lo sguardo. Non aveva avuto l'impressione di stare torturando il cane e il cane non aveva dato nessun segno di sofferenza. Roisin gli sfiorò i capelli con le punte delle dita
«Rory, tuo padre non voleva dire che tu hai fatto male al cucciolone»
«Oh» disse soltanto il bambino, poi si allontanò per andare a giocare nel prato dietro casa.
Kieran sospirò
«E così ora abbiamo un cane» disse, poi si corresse «Anzi, no, abbiamo addirittura un cucciolone, eh?»
«Già» rispose Roisin, con un mezzo sorriso
«Non abbiamo abbastanza cibo per noi, figuriamoci per lui ...»
«Potrebbe essere uno svantaggio, forse, ma solo all'inizio. Marito mio, vedi il lato positivo?»
«Certo che lo vedo. Ma non ho un fucile»
«Potremmo addestrarlo a cacciare i conigli per noi … chissà che non riesca a prenderli»
«Prendere i conigli, eh?»
«Sembra un buon cane»
«E che ne sai tu, dei cani, moglie mia?»
«Mio padre» disse lei «Mio padre era un cacciatore. Aveva dei cani. E penso di saper distinguere un buon cane, quando ne vedo uno»
«Ma cosa ci fai con uno come me, amore?» commentò scherzosamente Kieran, afferrando il volto della sua amata fra le mani e posandole un bacio leggero sulle labbra
«Non dovevi andare dal prete?» gli fece notare lei, con un pizzico di ironia
«Giusto» Kieran annuì «Ma … adesso?»
«Si» disse lei, annuendo piano «Avevi detto che ...»
«Stavo pensando a una cosa. E se Paul avesse un rimedio per il nostro problema?»
«Intendi?»
«Insomma, il fatto che noi ...» il marito abbassò gli occhi, poi sussurrò «Insomma, che noi … non riusciamo ad avere figli»
«E pensi che Paul possa ...» mormorò lei, con una speranza quasi struggente nella voce «... Aiutarci?»
«Non lo so. Ma ci possiamo provare, insomma … possiamo provare a chiederglielo, no? Se si rifiuterà di fare qualcosa, noi lo denunceremo... »
«Non lo so» Roisin scosse la testa «Non credo che lo stregone possa fare qualcosa, ma se ci fosse anche solo una possibilità, io direi ...»
«Ci proveremo» lui annuì.
Dietro la casa, Rory aveva individuato un grosso coleottero bruno che brillava nella luce del tardo pomeriggio come un piccolo gioiello. Allungò un dito per toccarlo e sotto la superficie del polpastrello avvertì una liscia superficie dura. Il coleottero prese a zampettare. Rory sorrise e gli strisciò dietro carponi, acquattandosi nel verde.
Il coleottero sollevò le elitre, mostrando le ali traslucide, poi prese a ronzare e si sollevò da terra. Rory lo seguì, affascinato, con lo sguardo, poi gli corse dietro. L'insetto si posò su un arbusto. Rory gli si avvicinò, affascinato, e tornò ad avvicinarglisi con la punta dell'indice. Poi chiuse la mano di scatto. No, se l'avesse punzecchiato di nuovo, il coleottero sarebbe volato via: questa volta doveva catturarlo. Ma come? Era veloce. Ma Rory pensò che passava un certo lasso di tempo fra il momento in cui il coleottero era toccato e il sollevamento delle elitre e da questo al momento in cui il coleottero volava via, un momento abbastanza lungo da permettergli di acchiapparlo e stringerselo nel pugno.
Allungò la mano. E prima che potesse sfiorarlo, l'insetto volò di nuovo via.
Rory prese a corrergli dietro finchè non lo perse di vista e non sentì i polmoni che gli bruciavano. Inspirò a fondo e si sedette su una pietra.

Alle sue spalle, a quella che gli parve una distanza immensa, era visibile il campo di grano avvizzito.
Davanti a se, un leprecauno vestito di verde che lo fissava divertito.
«Che cosa ci fai qui?» Chiese il bambino, sorpreso.
Il leprecauno non si era mai spinto tanto lontano. Con un sorriso, l'esserino indietreggiò. Teneva fra le mani un piccolo bastone nodoso, ricoperto di rune fitte fitte.
«Cos'è?» Chiese Rory, indicando il pezzo di legno.
Il leprecauno prese a ridere, poi sollevò il bastone. Il bambino indietreggiò, pensando che forse sarebbe stato meglio non chidere mai nulla a quell'essere malefico che godeva nel fargli del male. Le rune sul bastone presero ad emettere una fioca luce rossastra. Rory ne fu affascinato e repulso contemporaneamente, perciò i suoi occhi rimasero fissi sul bastone anche mentre indietreggiava.
Deglutì, mentre si alzava in piedi da carponi com'era, deciso a non farsi prendere.
L'esserino diabolico di fronte a lui lo fissò con i suoi occhietti. La luce proveniente dalle rune si fece appena più forte, riflettendosi sulle sue manine sporche di terra.
Il sorrisetto si allargò.
Rory pensò con sconcerto che lo spiritello non avrebbe dovuto essere così vicino.
Si sentì un po' come quel coleottero che poco prima aveva rincorso. Se solo, non appena lo aveva visto, fosse scappato anche lui!
Magari non volando, ma quasi.
Si rese conto, troppo tardi, che era a portata di tiro. Tentò di fuggire, ma i muscoli irrigiditi ebbero l'attimo di esitazione necessario che concesse al leprecauno tutto il tempo di scaricargli addosso una sonora bastonata.
Nella piccola mente dello spiritello, vorticante di pensieri che seguivano una logica strana e dispettosa, quel colpo prese il nome di vendetta. Quello che seguì fu divertimento e vendetta insieme, che si tirò automaticamente dietro il terzo sotto il nominativo di “puro divertimento”.
O almeno, il leprecauno avrebbe voluto che non venisse tradito il detto “non c'è due senza tre”. Ma, talvolta, le antiche tradizioni avrebbero dovuto andare a farsi rispettare da altri, perchè la fortuna irlandese, tipica dei leprecauni, sembrava aver preso a benevolenza il piccolo Rory.
L'aria si riempì di furiosi latrati, nello stesso istante in cui Roisin accorreva alla porta, preoccupata dai suoni che provenivano da fuori.
Un corpo magro e coperto di pelliccia grigia si lanciò verso il bambino rannicchiato e il suo piccolo aguzzino.
Il leprecauno sbiancò.
Lasciò cadere il bastone e, abbandonato il coraggio insieme al il pezzo di legno, se la diede a gambe per la foresta.
Rory osò sbirciare da sotto le ciglia, ignaro della vittoria.
Udì solo un rumore di passetti disordinati e distanti, in rapido allontanamento. Niente di allarmante.
Il mostriciattolo se n'era andato.
Il bambino si portò una mano alla schiena, accorgendosi di avere le lacrime agli occhi, e si raddrizzò sentendo l'irrefrenabile desiderio di stiracchiarsi. Un dolore acuto gli pervase la spina dorsale maltrattata.
Si ripiegò su se stesso subito, tutto dolorante, sentendosi come se tutte le sue costole si fossero aggrovigliate fra loro. Si spaventò, pensando che magari era proprio così. In fondo, per quanto ne sapeva, non si sentiva spesso ma magari capitava di avere le costole tutte aggrovigliate, no? E se non poteva succedere, magari era colpa di quello strano bastone che sospettava fosse magico.
Qualcosa di umido e caldo gli lambì il braccino, e Rory girò un po' la testa, trattenendo un gemito di dolore e singhiozzando.
«Ciao, bello» salutò. Trovò curiosa la propria voce fievole e, ignorando il dolore, parlò di nuovo al cane per sentire il proprio timbro fioco «Sei stato tu, eh? Grazie, bello. Grazie, grazie, grazie, grazie davvero».
Rory si sentì sollevato. D'ora in poi, facendosi accompagnare per sempre dal suo cucciolone, avrebbe potuto
fargliela pagare a quel mostriciattolo!
Come lui si era vendicato ora, Rory avrebbe avuto il suo momento di gloria.
E allora si che quel monello sarebbe scappato! Sarebbe scappato come se avesse visto il diavolo, o, meglio, come se il suo cucciolone fosse stato Belzebù in persona!
Roisin si precipitò fuori dalla casa, a soccorrere il suo piccino.
Aggirò il cane e si inginocchiò accanto al suo bambino «Rory?»
«Madre» pigolò il piccolo, sorridendo un po' «Fa male» confessò Rory
«Oh, piccolo mio, tesoro, non ti preoccupare di niente, adesso c'è la mamma con te, non ti preoccupare di niente!» esclamò Roisin, agitatissima, allungando le mani verso il bambino e ritraendole timorosa, come se temesse che sfiorandolo l'avrebbe frantumato «Adesso ti porto dentro, piccolo mio, non aver paura, andrà tutto bene!».
Rory avrebbe voluto dire alla donna che lui non aveva paura, ma la vide talmente preoccupata che, conscendola, avrebbe avuto lo stesso effetto di lanciare un sassolino contro la parete per raggiungere un'altra stanza. L'agitazione di una madre per il proprio piccolo è talmente spessa da corazzare ermeticamente il cervello da ogni altra cosa che non sia prendersi cura del figlio, anche se questo comprende ignorare i commenti del bimbo che non siano esclusivamente sulla propria salute.
Roisin, alla fine, prese Rory in braccio come se non pesasse più di una piumetta di pulcino, e lo trasportò nella sua cameretta quasi correndo e adagiandolo sul suo lettino.
«Stai meglio, piccolino mio? Che ti è successo?» chiese lei, appoggiandosi vicino al suo braccino e accarezzandoglielo piano, facendogli un po' il solletico
«Un pò» ammise Rory
«Cos'è stato?» insistette Roisin.
Lo sguardo del bambino cadde dietro di lei, ignorandola, e la donna si sentì in dovere di voltarsi per vedere.
Il Cucciolone gli si avvicinò scodinzolando piano, come per far vedere che era venuto in pace, stringendo qualcosa tra i denti.
«Bravo, bravo bello!» approvò Rory, tendendo una manina «Sei stato davvero furbo!».
La cosa tra le fauci del cagnolone sprigionava una luce tenue e cremisi, che rendeva color sangue la pelliccia del muso, ed era tutta di legno, abbellita con parecchie rune incomprensibili.
Il Cucciolone la passò a Rory con delicatezza, con un po' di circospezione, mentre gli occhi di Roisin seguivano attenti lo scambio, perplessi. Le dita di Rory si chiusero attorno all'oggetto.
La luce rossa scemò fra le sue dita
«Bravo, bravo bello».
….
Non ci poteva credere! Si era lasciato battere da quel bambinetto umano!
Il leprecauno digrignò i denti e sbuffò, lanciando un urletto di stizza.
Di nuovo!
Ah, no, non andava proprio bene. Quel cucciolo umano sapeva il fatto suo. Era stato avventato … si, è vero, lo aveva fatto passare per stupido (e le mani gli prudevano ancora), ma andare a bastonarlo fino a casa sua … Al diavolo! Aveva fatto bene, ecco! Aveva fatto proprio bene! Si era sentito molto meglio quando era nel mezzo della sua vendetta! Se lo avesse avuto a portata di mano non avrebbe esitato un solo istante e gli avrebbe tirato un'altra bella bastonata proprio in mezzo alle costole, ecco cosa avrebbe fatto!
Il bastone.
Il suo bastone …
Dov'era il suo bastone?!
Lo spiritello si guardò le mani stupidamente, poi si girò per controllare dove lo aveva lasciato cadere.
Poi ricordò.
Si, era arrivato quell'animale enorme, (aveva vinto sul cucciolo umano, in effetti, aveva avuto la sua vendetta, ma il cane era stato un colpo basso) e lui aveva avuto paura. Si … ricordava vagamente di avere lasciato cadere il bastone e di essere fuggito fra i boschi.
Guai, gli umani portavano solo guai fuori dalla selva! Glielo dicevano sempre, sempre, ma, certo, aveva voluto inseguire il bambino fino a casa!
E ora aveva perso il suo bastone.
Si mise a piagnucolare a bassa voce, tirando un calcio contro un sassolino.
Dannato bambino!
….
«Va bene, va bene … allora, questo» ricapitolò Roisin, indicando il bastone «Questo qui è un bastone magico»
«Che fa male» borbottò Rory
«Che fa male» aggiunse la donna, spostandogli dolcemente una ciocca di capelli «E questo bastone che fa male, oltre ad essere magico, appartiene ad un leprecauno che qualche giorno fa hai incontrato nel bosco e che ti sta perseguitando, giusto? E che il tuo Cucciolone ha trovato per terra e portato a te, perché il leprecauno si è spaventato vedendolo arrivare, giusto? E tu, nonostante tutto quello che ti stava succedendo non ci hai detto niente perchè ci vedevi troppo presi da altre cose, giusto? E l'hai fatto arrabbiare molto l'ultima volta che vi siete incontrati perchè l'hai lasciato lì come uno stupido a ridere da solo, giusto? E quindi è tornato a vendicarsi con questo bastone qui e ti ha picchiato … ma ti ha picchiato molto forte? No, non ti ho neanche sentito piangere, quindi, il Cucciolone deve essere arrivato in tempo, prima che ti facesse davvero male e ti ha salvato perchè il leprecauno vedendolo si è spaventato ed è scappato come se avesse visto … un fantasma?»
«Si».
La risposta fu tanto lapidaria da provocare un risolino a Roisin. Anche Rory si ritrovò a sorridere, senza neppure accorgersene.
Il cane alzò un po' la testa, annusando l'aria.
Rory se ne accorse e si sporse dal letto per accarezzargli la testa «Che c'è bello, che c'è? Che cos'hai sentito?».
L'animale si alzò, senza rifiutare il contatto, ma sembrava in qualche modo puntare qualcosa.
Un brusio di voci proveniva dall'altra stanza, apparentemente calme.
Roisin si alzò «Vado a controllare io, va bene? Voi rimanete qui buoni buoni».
Rory annuì.
La donna uscì dalla stanza, lasciando il bambino in trepida attesa.
Nell'altra stanza, suo marito stava discutendo con il becchino. Lei non l'aveva neppure sentito arrivare. Ma Kieran parlava sottovoce e non sembrava minaccioso, mentre Paul sembrava nervoso quando rispondeva
«Non lo so… dipende dal favore» stava dicendo, mentre si torceva le manine grassocce.
Quando Kieran notò che la moglie era comparsa sulla soglia, le sorrise debolmente e le disse
«Vai. Sto … sto parlando. Stai con il bambino».
Roisin annuì e si ritrasse, ma poco prima di tornare da Rory, appena dietro alla porta, riuscì a sentire Paul che diceva
«Se è per così poco … si, certo, non c'è problema ...».
Le parole del becchino erano allegre, sollevate. Sembrava avesse acconsentito a qualcosa e se Roisin sapeva che cosa aveva chiesto suo marito, allora era qualcosa di straordinario.
«Che c'è?» Chiese Rory, piano.
Roisin gli accarezzò la testa piano
«Niente, niente che non vada, tesoro. Va tutto bene. Potrebbe andare meglio di così?».
Rory si strinse nelle spalle. Beh, se lo diceva la mamma...
Poi qualcuno bussò alla finestra, piano. Roisin spostò lo sguardo. Fuori c'era Sheridan, con il vestito nero e il cappuccio sollevato sulla testa, ma il volto pallido appena visibile, il mento tenuto sollevato.
Rory alzò la mano per salutarla educatamente, con un sorriso sbiadito sul volto. Sheridan annuì e Roisin strinse contro di sé il bambino.
La donna fuori dalla finestra si allontanò lentamente. Rory si accorse solo in quel momento del corvo nero che si era appollaiato sulla spalla di Sheridan.
L'uccello lo fissò per un attimo, un attimo solo, ma con tanta intensità che Rory non si sarebbe stupito nel sentirlo parlare. In qualche modo, anzi, se lo aspettava, perciò rimase un po' deluso quando l'animale si limitò a distogliere lo sguardo e sparire insieme a Sheridan oltre la finestra.
Subito dopo, si udì la voce di Sheridan (e per questo si che Rory sobbalzò: semplicemente riusciva a figurarsi più facilmente che parlasse il corvo che non di sentire parlare quella donna).
«Comunque, Kieran, non siamo venuti certo solamente per esaudire i vostri desideri» chiarì, con lentezza esasperante. Più che altro perché l'uomo avrebbe preferito sopportare quella voce tanto spaventosa per al massimo un paio di secondi, ma in fondo erano solo meri dettagli. E poi, con quel corvo sulla spalla, per un attimo aveva pensato che fosse la morte, e aveva rischiato un colpo al cuore. Poi, guardando meglio la figura, si era accorto che era Sheridan e il colpo al cuore gli era venuto davvero.
«Beh … allora perchè siete qui?»
«Ma è ovvio!» disse Paul, allegramente. La sua voce, al confronto con quella di Sheridan di poco prima, aveva più o meno la parvenza del dolce canto armonico del più pregiato uccellino canoro «Siamo qui perchè un patto è un patto e Rory è Rory. Quindi, secondo il patto, Rory è nostro per tutto il pomeriggio!».
Kieran trovò la frase alquanto inquietante detta dal becchino, ma decise di non crearne una tragedia greca. In fondo era solo un modo di dire, no? Vero? Era solo un modo di dire … vero?
Kieran sperò che fosse così.
«Allooora … possiamo entrare?» chiese Paul, con una nota di dubbio nella voce
«Immagino di … immagino di si» balbettò l'uomo «Vado a chiamare Rory. Voi aspettatemi qui». Avrebbe voluto aggiungere anche “e non toccate niente”, ma gli parve sgarbato, così si limitò a tenere la bocca chiusa e andare a chiamare il figlio.
Di certo non aveva all'improvviso cominciato a voler bene agli stregoni: il suo sospetto era ancora lì, non poteva dimenticare tutto in un attimo, non poteva dimenticare quella maledetta notte di tempesta, ma magari c'era qualche speranza che il loro pargoletto non ne uscisse indemoniato e pazzoide e contemporaneamente che avesse compagnia ... un fratellino, o una sorellina, o magari due gemelli.
«Rory?» chiamò
«Si, padre?»
«Gli streg … Paul e Sheridan vorrebbero vederti»
«Siii!» esultò il bambino, e scese dal letto tutto contento, come se nessun leprecauno con nessun bastone avesse mai colpito nessuna schiena, sia mai la sua!
Saltellò fuori dalla stanza, sentendo in modo vago la mano di sua padre che gli passava affettuosamente sulle guance. C'era abituato, ormai. Non vedeva l'ora di aggiornare lo zio Paul e Sheridan. Va bene, magari più lo zio Paul che Sheridan … ma non vedeva l'ora di rivederli!
Il suo Cucciolone si alzò con un unico movimento fluido, trotterellandogli di lato prontamente.
«Posso portarlo con me, padre?» chiese Rory, supplichevole «Il mio Cucciolone non conosce ancora Sheridan, posso?»
«Perchè, scusa, conosce Paul?» Kieran sollevò un sopracciglio.
Rory si morse il labbro inferiore, poi sorrise angelico «Posso portarlo con me?»
«Rory, non mi hai ancora risposto»
«Lasciaglielo portare».
Nella mente del bambino la voce di Sheridan fu come un rintocco di campana nel mezzo di una festa di compleanno, ma fu una campana parecchio provvidenziale: quella semplice frase era stata detta come un consiglio o una richiesta, innocue, ma Kieran sentì lo strano bisogno di obbedire come se fosse stato un ordine direttamente da Nostro Signore.
«Va bene, Rory, ma devi essere molto responsabile»
«Lo sarà» tagliò corto Paul, sorridendo
Cucciolone si appiattì a terra come se una mano gigante lo avesse appiattito a terra, quasi a dimostrare di essere un animale tanto docile da non necessitare di qualcuno di particolarmente responsabile. Rory lo accarezzò dietro le orecchie, e il cane si rialzò.
«Allora ciao padre, ciao madre!»
«Ciao piccolo mio!» salutò Roisin con foga, precipitandosi all'uscio
«Ciao soldato, fa' attenzione!» disse Kieran, facendo un cenno verso il figlio
«Non vi preoccupate!» assicurò Paul «Ve lo riporteremo tutto intero!».
“Ne dubito” sussurrò una vocina maligna nel cervello del signor Tad.
Un'ombra scura si levò, compatta, dalla spalla destra di Sheridan. Kieran tremò, spalancando gli occhi.
“«Andiamo» Disse Paul, rivolto a Sheridan, ed entrambi uscirono da quella casa.
Kieran cadde in ginocchio sulle nude assi del pavimento, spaventato, guardandosi intorno. Ciò che vedeva e sentiva era per lui e per lui soltanto. Si mise le mani sulla testa, proteggendosi da un’invisibile nemico
«Le ombre!» ansimò
«Che cosa c'è?» gli domandò Roisin, impaurita quasi quanto lui
«Non le vedi? Le ombre!»”.
Fu qualcosa, un tocco lieve sulla spalla a riportarlo alla realtà.
L'uomo sobbalzò e si voltò di scatto, trovandosi di fronte il viso confuso di Roisin
«Kieran …?».
Si vide riflesso negli occhi della moglie. Sembrava spaventato, quasi pazzo. Forse … forse lo era.
D'istinto abbracciò la donna, per provare ancora una volta il sollievo che solo quel corpo tiepido a contatto col suo riusciva a procurargli. Vide le proprie mani, poggiate sulla schiena di lei, tremare incontrollabilmente. Aveva così paura? Lui? Si, aveva paura.
Ma, al diavolo, era solo un contadino! Un povero contadino terrorizzato, che aveva visto il proprio grano morire per mano di uno stregone-becchino ben in carne e della sua compagna terrificante, che aveva visto suo figlio comportarsi in modo spaventoso, da adulto cosciente, come se sapesse in anticipo dell'incubo che li aspettava e poi, le ombre …
Strinse più forte Roisin e allora, solo allora, osò sbirciare, e sentì il cuore saltare fuori dal fosso in cui era sprofondato. Non c'era alcuna ombra che si era staccata dalla schiena di Sheridan. Era semplicemente un corvo, un grosso corvo di passaggio, non c'entrava niente con ciò che quella donna oscura e taciturna gli aveva mostrato.
Si, si.
Doveva essere così.
Non c'entrava niente.
Ma ogni salto, anche quello metaforico di un cuore, si conclude.
Il corvo, nero come un incubo, si poggiò sulla spalla di suo figlio con un ultimo battito delle ali di pece.
Rory sorrise.
«Fà attenzione, soldato, te ne prego» sussurrò Kieran, deglutendo spasmodicamente «Fà attenzione».
Roisin chiuse la porta delicatamente, gettando occhiate al marito con ben più di una semplice premura coniugale. Lei conosceva bene suo marito ...
Kieran era uno di quel tipo di persone che quando ha paura, quando non si sente all'altezza della situazione, tramuta la paura e l'odio in una rabbia profonda e bollente come magma. Una di quelle persone che, liberandosi a fiammate di paura e insicurezza, rimane pulito e sicuro di sé dopo ogni fiammata, al contrario di Roisin che si lasciava attraversare e scavare dai sentimenti come se fossero acido caustico. Per questo motivo Kieran non riusciva quasi mai a mantenere la calma se prima non l'aveva già persa in modo quasi spropositato.
Eppure …
Roisin prese la mano calda e sudaticcia di Kieran e lo condusse lentamente via.
Eppure il suo sguardo calmo, quasi vitreo, continuò a fissare verso la porta, imperterrito. Come ... come se avesse potuto vedere suo figlio al di là del pannello di legno.

Rory guardò il corvo con uno sguardo adorante che si addiceva alle statue dei santi che aveva visto tante altre volte in chiesa. Domani, ad esempio, sarebbe stato domenica: il giorno del Signore, e sarebbe andato di nuovo ad ascoltare la Messa. Gli piaceva ascoltare la Messa. Il prete, don Liam, era bravissimo: non di rado nella Chiesa non si udiva ronzare neanche una mosca mentre lui parlava. Era saggio, molto saggio, e anche molto bravo con lui e la sua famiglia.
Il corvo lo fissò con uno dei suoi occhi neri.
A Rory parve quasi di vedere i pensieri che si agitavano nella mente dell'uccello. Ancora l'intensità di quello sguardo gli fece pensare che da lì a poco il volatile gli avrebbe detto qualcosa di incommensurabile saggezza.
Ma il volatile di incommensurabile saggezza non gli disse proprio niente.
Per un attimo Rory pensò che volesse fargli un dispetto, poi si ricordò che era un corvo, e i corvi non parlano.
Poi si ricordò che don Liam diceva sempre che i corvi erano alcuni dei tanti famigli del demonio e, credendo di aver capito il perché di quell'intelligenza umana rintuzzata dentro un corpo di uccello, tentò di scacciarlo con una mano, anche perché si era appena accorto (forse un po' tardi) di quanto timore gli incutesse quel grosso becco appuntito.
Con sua enorme sorpresa, si ritrovò stretto nella manina un bastone. Era un curioso bastone, coperto di fitte rune che una volta emanavano un forte bagliore rosso. Sbattè le palpebre, sorpreso.
Il corvo volò via con un grido stridulo mentre Rory rimirava l'oggetto che aveva in mano.
«Zio Paul?» chiamò
«Si, che c'è, Rory?» l'ometto si voltò
«Zio Paul, guarda qui! Devo mostrarti una cosa!». Il bambino si avvicinò allo stregone, sciabolando il suo bastone per aria
«Fammi vedere, piccolo, fai vedere allo zio ...».
Rory passò tutto eccitato il suo trofeo al becchino, aspettando un verdetto dal suo zietto ed evitando accuratamente che il suo sguardo incontrasse Sheridan.
«Piccolo ...» Paul aggrottò un po' le sopracciglia, fermandosi di botto. Come se fosse legata allo zio Paul da una corda invisibile e ben robusta, Sheridan si fermò di botto. « … Piccolino, dove hai preso questo bastone?»
«L'ho preso ad un leprecauno» annunciò Rory, tutto fiero di sé stesso
«Ad un … leprecauno?» la faccia dell'ometto pallido si spianò appena appena «Come hai fatto a prenderlo ad uno di quei monelli?».
Il bambino gli narrò tutto come poteva, esprimendosi nel modo più semplice ed efficace che gli riusciva, com'era sua consuetudine. Nel momento in cui Rory parlò del suo “Cucciolone”, la coda del cane si mosse allegramente, quasi che avesse capito che il bambino gli stava tessendo talmente tante di quelle lodi che sembrava aver compiuto un impresa del tipo “solo-contro-una-mandria-di-bufali-arrabbiatissimi-a-difenderlo”. Anche se, comunque, scacciare un leprecauno non era proprio un'impresa che i cani compivano tutti i giorni.
«Capisco» disse Paul, rimirando il bastone e portandosi una mano al mento con fare pensoso. Dopo un mezzo minuto buono, si accorse che erano due becchini, un cane gigante e denutrito e un bambino di cinque anni fermi in mezzo alla strada, il che appariva una cosa appena appena stravagante, così decise che due becchini, un cane gigante e denutrito e un bambino di cinque anni in movimento sarebbero stati migliori rispetto a questi statici.
«Va bene, Rory» Disse il presunto stregone «allora credo che per ricompensare sia te» gli accarezzò fugacemente i capelli «per questa ardua impresa appena portata a termine da questo piccolo eroe, e sia lui» accarezzò stavolta il cane, che parve gradire parecchio «per averti aiutato a compierla»
«Veramente è stato lui a compierla» osservò Rory, ridendo piano
«Ma non sei stato forse tu a salvarlo da una vita da randagio piena di diasagio e stenti? Adesso siete finalmente pari» ribattè il becchino, convinto
«Comunque, qual'è il premio?» chiese il bambino, impaziente, poi abbassò lo sguardo «Scusa»
«E di che?» chiese zio Paul.
Il bambino non sapeva esattamente di cosa si era scusato, o almeno non sapeva come descriverlo a parole. Ci provò ugualmente, pensando che, magari, usando tante parole, avrebbe espresso bene il concetto «Beh, mi è sembrato di … non rispettarti dicendo quelle parole. Usando quello strano tono, mi è sembrato di essere …» Com'era che diceva sempre la mamma? Di non comportarsi da … ? Ah, si … «Sfacciato. Perciò ho chiesto scusa»
«Scuse accettate, ma, no, non ti preoccupare, non sei stato sfacciato» disse Paul, poi diede di gomito a Sheridan con un sorrisetto furbetto «Mai visto un bambino così educato, no?».
Sheridan lo guardò come si guarda una qualche specie di grosso insetto spiaccicato per terra, poi distolse lo sguardo e non si diede neppure la pena di fare un cenno con la testa.
Il grosso corvo si era posato di nuovo sulla sua spalla. Rory si trovò a pensare che un po' si somigliavano, a parte il fatto che Rory sobbalzava ogni volta che vedeva smuoversi quelle labbra per dire anche solo una parola si sentiva qualcosa dentro che gli diceva che non era una cosa giusta.
«Comunque, si, c'è un premio» Lo zio Paul sorrise, poi estrasse dalla tasca un pezzetto di pane e lo porse noncurante al cane, che lo addentò e se lo trascinò via «Ma non essere impaziente, d'accordo?»
«D'accordo» Rory annuì.
Il grosso corvo gracchiò, con quella sua voce sonora, e inclinò la testa da un lato, puntando uno solo dei suoi occhi neri e tondi come lucidi bottoni sul bambino. Rory inspirò a fondo. Il corvo aprì le ali e rimase per un paio di istanti così, con il petto in fuori, tanto da sembrare una statua, poi decollò. La sua figura oscura e perfetta solcò l'aria, poi si abbassò e si posò per terra, ad una decina di metri dal bambino. Gracchiò ancora, aprendo completamente il becco e mostrando la lingua.
Paul ridacchiò
«Non ci badare, Rory. Andiamo, vieni ...» e prese a camminare.
Con difficoltà il bambino staccò lo sguardo dall'uccello e seguì lo zio. Sheridan si allontanò, diretta verso il bosco, senza neppure salutare.
Quando Rory arrivò in paese, una palla di stracci rotolò di fronte ai suoi piedi. Abbassò lo sguardo e fece per chinarsi a prenderla quando qualcuno gli colpì il fianco
«Ehi, la palla è mia!».
Rory si raddrizzò immediatamente e rimase a guardare un bambino biondo che afferrava il giocattolo e se lo stringeva al petto
«Scusa» disse
«Fa niente» rispose il biondino, stringendosi nelle spal
Era vestito con un gilettino bruno e un paio di calzoncini corti che rivelavano le ginocchia piene di croste ed era alto poco più di Rory, ma era più in carne e teneva la testa alta. Sembrava brillare di luce propria, ma quando vide Paul, si ritrasse rapidamente. Non aveva paura, no, ma era come se per abitudine si spostasse ogni volta che vedeva arrivare il becchino, forse perché i suoi genitori gli avevano insegnato così.
Alle sue spalle, un gruppo di quattro bambini indietreggiò, ma nei loro occhi passò velocemente lo spettro della paura.
Paul prese per mano Rory
«Andiamo?» gli domandò, poi si fermò e guardò ancora i piccoli immobili «Anzi. Perché non giochi con loro?».
Rory avrebbe voluto rispondere che no, non ce n'era bisogno, che lui non conosceva quelle persone, non sapeva nemmeno come si chiamavano. Però rimase zitto. Lo zio Paul gli sorrideva dolcemente
«Sheridan si è allontanata e io devo ancora preparare il tuo premio così … sarà una sorpresa» gli sussurrò, zuccheroso «Perciò, rimani qui con loro».
Lasciò la sua mano e si allontanò, in direzione del negozio. Rory si sentì improvvisamente molto, molto solo. Il bambino biondo lanciò la palla verso i propri compagni senza degnarlo d'un solo sguardo e ripresero a giocare, lanciandosi il giocattolo, ridendo, inciampando, spintonandosi ogni tanto.
Il cane prese ad inseguire la palla e tutti i bambini si allontanarono, lasciando il loro prezioso giocattolo nelle fauci del “mostro”. Il bambino biondo corse verso Rory e gli afferrò la manica con rabbia
«Devi dire al tuo cane di lasciarci in pace!» ringhiò
«Non … non ti arrabbiare» cercò di calmarlo il rosso, ritraendosi
«Fallo!»
«Lui è ...»
«Non è il tuo cane?»
«Si, lui ...»
«E allora mandalo via!».
L'animale stava sgranocchiando il pallone mentre lo faceva rotolare a destra e a sinistra, poi lo lasciò andare e prese a scodinzolare allegro, ma nessuno dei bambini osò avvicinarsi per riprenderlo.
«Vieni qui! Vieni qui, Cucciolone!» Esclamò Rory, con la voce un po' tremante.
Il cane non lo ascoltò. Non si mosse neppure, continuando a sciabolare la coda. Rory cercò di liberarsi dalla presa del biondo, ma questi non ci pensava neppure a lasciarlo e sembrava molto forte, così lo pregò
«Puoi lasciarmi? Per favore!».
Gli altri bambini presero a strillare quando il cane si avvicinò trottando a loro.
«Fallo tornare indietro!» Urlò il biondino, dritto in faccia a Rory
«Non posso! Lasciami andare!»
«Chi sei? Chi sei tu che cammini con i becchini? Sei il figlio dei becchini?»
«Lasciami andare!».
Il biondo lo lasciò, guardandolo sprezzante, con il mento alto. Rory corse verso il proprio cane e gli abbracciò il collo
«Vieni!» disse, con veeemenza «Vieni indietro! Per favore, dai!»
I bambini lo guardarono quasi con ammirazione, ma più che altro con paura. Non potevano fidarsi di qualcuno che era arrivato con i becchini e che abbracciava il Randagio.
«Quello era il mio cane» Disse all'improvviso uno dei bambini.
Era più gracile degli altri, con i capelli scuri e pettinati all'indietro e grandi occhi castani.
«Davvero?» Domandò Rory, con un po' di paura
«Si. Ma era cattivo e così papà lo voleva uccidere, ma è scappato prima».
Rory strinse più forte il suo Cucciolone: il solo pensiero di qualcuno che lo volesse uccidere riusciva a turbarlo. Cattivo? Quel cane non era affatto cattivo.
«Stai con il Randagio, moccioso?» Sogghignò il biondo, stringendo i pugni e ridendo «Come mai non ti ha ancora fatto a pezzi?»
«Lui è buono!» urlò Rory, serrando i pugnetti
«Si, come no!».
Sebbene avesse voluto essere una battuta, nessuno dei bambini rise, anzi, lo guardarono tutti spaesati. Il biondino scosse la testa e si mise le mani sui fianchi
«Porta via quel maledetto cane!» disse.
Rory annuì e portò via il suo cane. L'idea di zio Paul di lasciarlo da solo con quei bambini non era sembrata poi così buona.
Seduto da solo sui gradini di una casa, in una viuzza deserta, Rory si prese la testa fra le mani, chiedendosi quanto tempo sarebbe passato prima che lo zio venisse a prenderlo. Poco tempo, sperò, ma intuì anche che in realtà sarebbe stato tantissimo, visto che Paul pensava che lui si sarebbe divertito tantissimo con gli altri bambini. Ma quelli avevano paura del suo cane e di lui e non avevano nessuna intenzione neppure di parlargli, figuriamoci giocare con lui!
«Ehi!» Lo chiamò il bambino a cui il cane era appartenuto un tempo «Ehi!»
«Che c'è?» Rory alzò appena lo sguardo.
Il piccoletto se ne stava nel bel mezzo della viuzza, immobile e spaventato, ma era venuto a chiamarlo, o punzecchiarlo, o sbeffeggiarlo … ma era comunque venuto.
«Come ti chiami?» Domandò quello
«Rory. E tu?»
«Neil Torne. Che ci fai qui da solo?»
«Avete paura di me» lo accusò Rory «Avete tutti paura»
«No, noi … è... il cane» la sua voce tremava «Il Randagio»
«Perché?»
«Mi ha morso! Guarda cosa mi ha fatto».
Neil si sollevò la maglietta. All'altezza del fianco destro si vedeva un'ampia zona irregolare, bianca e rosa, una cicatrice. Rory trattenne il fiato, poi distolse lo sguardo, pensando che no, non era possibile che il suo cane avesse fatto una cosa del genere ad un altro bambino. Era orribile.
«Sei molto coraggioso» Disse
«Grazie» rispose Neil, abbassandosi la maglietta «Ma è normale. Mio padre mi picchia, se non sono coraggioso, quindi devo esserlo».
Costretti al coraggio: questa cosa da un lato affascinava Rory, dall'altra lo disgustava. Un padre che amava suo figlio non poteva picchiarlo!
«Mio padre no» Disse, semplicemente «Non credo che tu debba … per forza. Se hai paura puoi andartene, tanto tuo padre non lo sa»
«Ehi» Neil alzò il mento e gonfiò il petto, cercando di controllare il tremore «Non ho paura del Randagio».
Si che ne hai, avrebbe voluto dirgli Rory, ma non sarebbe stato carino farglielo notare, fargli vedere le sue mani sudate e le sue gambe tremanti e neppure metterlo davanti ad uno specchio per fargli osservare le sue pupille dilatate e frementi. Neil era andato fin lì per parlargli ed aveva dimostrato di essere veramente coraggioso, perciò non sarebbe stato bello prenderlo in giro.
«Adesso, Rory, vado a giocare»
«Vai, Neil»
«Ma tu… stai bene, vero?»
«Sto bene» mentì lui, deglutendo e rassicurandosi infilando le dita nel manto ruvido di quello che gli altri chiamavano il Randagio «Tu vai».
Neil gli voltò le spalle e corse via, a giocare con i suoi amici. Rory, un po' rinfrancato, quasi si sdraiò sul gradino. Era contento che non avessero paura di lui, ma solo del suo cane, perchè un po' poteva capirli: il Randagio era grande e grosso e faceva un po' paura, se lo si guardava bene, con quei suoi grossi denti e le zampone e la pelliccia ruvida e grigia.
Così Rory prese una decisione, si alzò in piedi, guardò il cane e gli ordinò, con voce ferma e stentorea
«Tu stai qui!».
Il cane si appiattì al suolo, spaventato, con le orecchie abbassate contro il capo fin quasi a scomparire dentro la pelliccia.
«Non ti muovere! Non ti muovere!».
L'animale lo fissò negli occhi come se non avesse dovuto smettere mai più. Rory strinse le labbra, guardandolo di rimando. Si allontanò di qualche passo all'indietro, continuando a fissare il Cucciolone.
Il cane non si mosse.
«Fermo» intimò ancora Rory, poi si allontanò a passo affrettato, scoccando di tanto in tanto un'occhiata al Randagio per controllare che non lo seguisse.
Sbucare dalla viuzza e sentirsi puntare addosso gli occhi dei bambini che giocavano fu la stessa cosa.
Neil lo guardò sgranando gli occhi, tenendo la palla di stracci tra le mani come se avesse in mano una sfera di vetro.
«Che cosa vuoi, moccioso?» Lo aggredì immediatamente il biondino, strappando la palla dalle mani di Neil e stringendosela al petto, come a rimarcare che fosse di sua proprietà «Allontanatevi, tu e il tuo cane rognoso!»
«Il Randagio è lontano» precisò Rory
«Ho detto tu e il tuo cane. Anche tu, piccoletto»
«Dai, Finbar» disse uno dei ragazzini, con tono poco convinto «Non capisco perché lo devi trattare così, poverino… in fondo, non ha fatto niente, no?».
Neil annuì «Lascialo stare, Finbar».
Il biondo lanciò loro uno sguardo inviperito da incenerire una foresta, poi tornò ad occuparsi di Rory
«Allora, mocciosetto, cosa sei venuto a fare? Chi ti ha detto di venire qui?»
«Il Randagio è lontano» ripetè Rory
«L'ho capito, zucca vuota» sibilò Finbar, sbuffando minaccioso
«Ed è del Randagio che voi avete paura, non di me. Perciò pensavo di poter giocare con voi...».
Finbar rise. Non solo per il motivo per cui rideva, ma anche la risata in sé era irritante. Era lunga, stridula e sembrava che ogni volta dovesse strozzarsi. Rory sperimentò quello che si chiama “intento omicida”.
«Tu… tu vuoi giocare con noi? Come osi averlo solo pensato?» gli puntò l'indice contro il petto. La cosa peggiore è che non sembrava arrabbiato, aveva l'aria tutta sorpresa da “oh, che bello, piovono pecore”.
Rory si tolse infastidito l'indice dal petto.
Finbar lo rimise a posto, ghignando.
Il rosso lo levò ancora una volta, e ancora una volta l'altro bambino tornò all'attacco, sempre con quel suo ghigno ampio.
Il bambino ci rinunciò, decidendo che non voleva dargli ulteriore soddisfazione mostrando di essere irritato da lui. Fissandolo notò quanto i suoi occhi chiari e sporgenti fossero compiaciuti.
«Finbar, lascialo giocare» insistette il ragazzino «Non appena sbaglia, lo mandiamo via. Non ti ha fatto niente, è inutile fare così. Viene voglia di prenderti e riempirti di botte» rise il bambino.
Finbar sorrise debolmente, e con un ultimo sguardo divertito gli si allontanò senza aggiungere altro.
Nella mente del piccolo rosso si agitavano strani pensieri mai formulati prima: risposte sagaci e cattive con cui punzecchiare Finbar la prossima volta che gli avrebbe rivolto la parola, scherzetti crudeli … insomma, cose che sapeva non avrebbe mai e poi mai fatto, anche se gli sarebbe tanto piaciuto fare. Rory era sempre stato un bambino tranquillo, e per quanto trovasse irritante la compagnia del biondino, non se la sentiva di smettere proprio ora.
Era la prima volta che trovava in antipatia qualcuno a prima vista come era successo con Finbar.
Il punto è che non capiva perché il bambino si comportasse così. A che cosa voleva arrivare? In genere, in tutto ciò che faceva Rory c'era sempre uno scopo o un fine. Forse, voleva semplicemente farlo sentire a disagio, così non avrebbe giocato con loro.
«Ehi, becchino» Lo apostrofò Finbar, risvegliandolo bruscamente dai suoi ragionamenti «Prima dicci come ti chiami»
«Mi chiamo Rory Tad»
«Allora non sei il figlio dei becchini» apprese stupito il bambino «Tad …? Rory, tua madre come si chiama?»
«Perché lo vuoi sapere?» chiese insospettito lui, aggrottando la fronte
«Tu… tu dimmelo e basta»
Rory sospirò «Si chiama Roisin».
Finbar si aprì in uno strano sorriso, che non aveva nulla della risata irritante di poco prima
«Il rosso non si tocca» annunciò, allegro «Che nessuno osi alzare un dito a mio cugino!».
Cugino? Rory non sapeva di avere un cugino, nessuno gliel'aveva mai detto, e che poi Finbar fosse quel cugino lo straniva. E poi che diavolo significava “nessuno osi alzare un dito a mio cugino”? Dieci secondi prima il biondo lo aveva allontanato e ora lo proteggeva solo perché erano parenti?
«Beh, io...» Iniziò Rory, ma Finbar gli lanciò la palla, che lui prese al volo
«Andiamo, cuginetto! Vediamo cosa sai fare!»
«Io non so bene come si gioca» si schermì lui
«Sei proprio un imbranato, cuginetto» ghignò Finbar, poi alzò le mani «Lanciamela, dai!»
«Ok».
Rory gliela lanciò e quello la prese senza problemi
«Almeno sai tirare dritto» disse Finbar, stringendosi nelle spalle «Ok, adesso proviamo a passarcela tutti senza farla cadere. Ci stai?»
«Ci sto».
Fu così che Rory si scoprì un ottimo giocatore, sia come intercettatore che come lanciatore. Presero ad aumentare il ritmo e il tempo passò.
Poi Paul ricomparve con un sorrisone stampato sulla faccia
«Ehi, Rory!»
«Zio» rispose il bambino, facendo un passo indietro dal cerchio che aveva formato con gli altri
«Vedo che ti stai divertendo... beh, ora ti va di venire con me?»
«Certo!» esclamò lui, prendendo per mano il becchino, poi si voltò verso gli altri piccoli «Ciao ciao!»
«Ci vediamo, cugino!» esclamò Finbar, con il pallone sottobraccio.
Paul ridacchiò, potrando via Rory
«Cugino?» gli chiese
«Si, quello è mio cugino Finbar» rispose il bambino, allegro
«Oh, quindi hai un cuginetto. Che bello. Giocherete insieme ancora, eh? Volevi che ti lasciassi li?»
«No, no» si affrettò a dire Rory, in parte perchè voleva la sorpresa che zio Paul gli aveva promesso ed in parte perchè, e non sapeva spiegarsi bene come mai, anche se gli era piaciuto un sacco stare con i suoi coetanei aveva scoperto che allontanarsi dal gruppo lo faceva sentire sollevato, come se avesse ripreso a respirare davvero.
Zio Paul lo guardò un po' sospettoso, sollevando quelle sue folte sopracciglia scure, poi entrarono nel negozio.
Le cose erano cambiate, lì dentro: mancavano un paio di bare e per terra c'era una grossa ciotola piena di latte, che fece ricordare a Rory del suo Cucciolone... a cui non fece neppure in tempo a pensare, visto che si era già materializzato alle loro spalle, con la lingua penzoloni, e ora si stava dirigendo verso il latte con passo sostenuto.
«Allora, Rory» Disse zio Paul «Vediamo un po'... ho un regalo per te»
«Che bello!» esclamò il bambino, guardandosi intorno alla ricerca del piccolo tesoro «Dov'è?»
«Hmm... se lo trovi te lo prendi»
«Ma io non so neanche che cos'è!» si lamentò Rory, con lo sguardo fisso sul martellone che, nella sua mente, apparteneva a Sheridan e che ora era posato sul tavolo
«Questo è il bello, no?»
«No, non è il bello» scosse la testa, sconfortato
«Ok. Allora... è un libro»
«Che cos'è?».
Zio Paul fece una faccia sorpresa che sembrava che gli occhi stessero per schizzargli fuori dalle orbite
«N-non... non sai cos'è un libro?»
«No»
«Oh mamma... oh mamma...»
«Che ha la tua mamma?»
«Niente, non ha niente»
«Poverina»
«Cioè, sta bene, sta completamente bene. Cioè no. Beh, è morta»
«Poverina, mi dispiace»
«Ma ora la mia mamma non c'entra. Rory...» deglutì, facendo una lunga pausa «Davvero non sai cos'è un libro?».
Il bambino scosse la testa, senza riuscire a capire come mai lo zio fosse tanto sgomento da quella notizia: insomma, era normale per un bambino non sapere qualcosa!
«Un libro... beh...» Zio Paul parve pensarci su «Un libro è una raccolta di pagine di carta, messe tutte insieme. Tante, tante pagine»
«Ed è una cosa bella?» volle sapere il bambino, poco convinto
«Bellissima! Una delle cose più belle del mondo!».
Rory non era sicuro che una raccolta di fogli di carta potesse essere una cosa bellissima... ma forse erano fogli tutti colorati e diversi. Forse erano disegnati!
«Sono tutti...»
«Si?» Lo invitò lo zio Paul, speranzoso
«Disegnati?»
«Hmm... ogni tanto. Anche. Si, abbastanza disegnati, si»
«E allora... cos'hanno di bello? Sono un po' disegnati e sono di carta»
«Sono scritti»
«Scritti?»
«Come sulle tombe, dove c'era scritto quel nome»
«Quei segni che non si capiscono bene?»
«Si. Un libro racconta una storia. Una storia bella lunga. Ma può anche non essere una storia, può essere una bella raccolta di informazioni, può insegnarti a conoscere le piante e gli animali del bosco e tanti popoli lontani, e può aiutarti a diventare più grande».
Ah, ora si che si cominciava a ragionare! Un libro era una cosa scritta. E quindi era una cosa bella.
«Dov'è il mio libro?» Chiese Rory, poi si rabbuiò «Ma io non so come si capisce un libro...»
«Anche questo sarà il mio regalo per te: ti insegnerò a leggere. E quando saprai leggere, e anche scrivere, potrai condividere il sapere degli altri e con gli altri»
«Mia madre e mio padre saranno contenti! Leggeremo tutti assieme!»
«Beh, loro...» zio Paul parve imbarazzato «... Loro non sanno leggere».
La cosa stupì Rory, che però non fece domande: voleva solo il suo libro, adesso. E così si mise a cercarlo.
Infilò la testa nello spiraglio fra una bara e il suo coperchio, ma non vide nulla e sentì solo l'odore forte del legno appena tagliato, poi guardò sotto il tavolo e nei cassetti, ma non trovò niente.
Paul lo trovò buffo lì a gironzolare fra le bare, proprio perché a nessun'altro bambino sarebbe venuto in mente di fare una cosa del genere. E ora che ci pensava, anche a nessun adulto.
La paura della morte che è impiantata nell'animo umano impedisce alla maggior parte delle persone di avvicinarsi anche solo a qualcosa che simboleggiasse la morte. Paul sorrise
«Pensi di trovarlo lì dentro?» domandò.
Rory si accigliò, ma non disse nulla e girò su se stesso un paio di volte, disorientato. Lui era piccolo e il mondo era molto grande, e questo era un problema, perchè quel libro che lui cercava non era da qualche parte che lui conosceva, ma più genericamente “nel mondo”.
«Puoi darmi un... aiuto?» Domandò timidamente Rory.
Poi il cane grigio si piazzò entusiasticamente fra lui e Paul, scodinzolando. Il becchino si ritrasse bruscamente
«Mi hai spaventato, treno!» scherzò «Sei un inutile cagnaccio, lo sai?».
L'animale sembrò molto, molto felice di essere un inutile cagnaccio. Ma Rory non lo era affatto
«Il mio cucciolone non è inutile e non è...»
«Lo so, lo so» si affrettò a rassicurarlo Paul «Stavo solo scherzando. Come quando qualcuno dice a qualcun'altro “stupidino”. Non è come dire stupido, è come dire... un po'... ingenuo»
«Com'è quando uno è ingenuo?»
«Ehm... è uno che... uno che crede a tutto. Perchè non sa come va il mondo e pensa che nessuno gli dica cose cattive»
«Il mio cane crede a tutti?»
«No, ma... »
«Allora com'è ingenuo?»
«Ma io ho detto che è inutile»
«Inutile non è una cosa carina»
«Hai ragione, non lo è» Paul scosse la testa, sembrando leggermente sconsolato «Mi dispiace di averlo detto, va bene?»
«Va bene».
Qualcuno bussò alla porta. Rory vide zio Paul che si faceva scomparire il sorriso dalle labbra e acquisiva un portamento dignitoso ed eretto e un'espressione serissima, e si chiese chi mai potesse esserci di tanto importante fuori.
«Rory» Disse il becchino «Adesso dovrai fare il bravo bambino. Vedrai qualcosa di speciale, ma... ma devi essere buono. Oggi lavoriamo».
Il piccolo Rory, ovviamente, era davvero curioso di vedere lo zio al lavoro. Sapeva che suo padre lavorava nei campi e sapeva che i pastori badavano le pecore, ma non sapeva ancora bene (insomma, davvero bene) che cosa sapeva fare un becchino. Sapeva che doveva avere a che fare con la gente che moriva, perchè le bare erano quel posto dove si mettevano i morti, ma non sapeva bene come ci avevano a che fare.
Paul si diresse dignitosamente verso la porta e accolse un uomo attempato, con una pancia rotonda e radi capelli bruni chiari che si infoltivano un poco solo ai lati della testa. A Rory parve molto strano, non aveva mai visto una persona come quella, e decise che era brutto e che non gli piaceva affatto.
L'uomo sconosciuto sembrava, fra l'altro, veramente molto triste
«Salve...»
«Salve» rispose Paul, salutando con un breve inchino della testa.
I due si strinsero la mano e il becchino invitò lo sconosciuto ad entrare.
Si sedettero, Paul dietro la scrivania e l'uomo davanti. Rory si avvicinò per ascoltare, ma poco dopo qualcos'altro, che gli sembrava parecchio più importante, attirò la sua attenzione: c'era un animale che zampettava sul pavimento, a qualche metro dietro di lui, ed era nero e lucente. Strisciò per arrivargli vicino e lo afferrò: era un insetto corazzato e tondeggiante, con dei piccoli corni sulla testa. Rory pensò che fosse davvero bellissimo e andò a mostrarlo al becchino
«Zio Paul! Zio Paul!»
«Non ora, Rory» gli disse dolcemente l'uomo, sorridendogli in un modo strano, come se anche lui fosse diventato triste «Stiamo parlando con il signore... non lo vedi?».
Rory arrossì e si infilò il coleottero nella tasca senza dire nient'altro. Zio Paul e quello strano signore senza tanti capelli parlarono di prezzi e di una di quelle bare e il becchino annuì tantissimo con fare comprensivo. Infine l'uomo con pochi capelli si alzò in piedi, strinse la mano a Paul e se ne andò.
«Cosa dovevi farmi vedere, Rory?»
«Questo!».
Gli occhietti del becchino ridivennero allegri quando videro il piccolo tesoro che il bambino gli aveva portato
«Oh, guarda! Questo è un piccolo coleottero rinoceronte! Dagli la libertà, Rory... questi animaletti, una volta diventati adulti, vivono solo qualche settimana ed è bene che la vivano liberi, non credi?»
«Solo... solo qualche settimana?» Rory sembrava scioccato da quella notizia e guardò lo zio con un faccino assolutamente sconvolto «Perché?»
«Oh, perché la natura ha dato a tutti vite diverse... alcuni alberi vivono migliaia e migliaia di anni, molto più di qualunque essere umano! E un cane vive una decina di anni, mentre un gatto anche di più. E un essere umano... oh, un essere umano può vivere sessanta, settanta, ottanta o persino novanta anni!»
«Cosa?»
«Beh, si... forse a sentirlo così non sembra tanto? Novant'anni, dieci volte dieci anni. E tu sei ancora piccolino»
«Ma perché alcuni vivono tanto e alcuni poco poco?»
«Beh... è la natura. Ognuno ha un ruolo diverso e per svolgerlo al meglio deve avere un'età particolare, capisci? Se un animale che fa molti cuccioli, come un topolino per esempio, vivesse molto tempo, farebbe troppi piccoli e continuando a vivere anche lui, beh... i topi diventerebbero troppi ed entrerebbero in tutte le case, in tutti i posti possibili e immaginabili, no?»
«E i cani?» lo sguardo di Rory si posò sul cane grigio, che lo osservava accucciato, ma con la coda che si muoveva freneticamente a destra e a sinistra «I cani allora, che cosa fanno di male?»
«Non è un male, ragazzo... anche i cani fanno tanti cuccioli, ma meno dei topi, ed è per questo che vivono più di loro. La natura li fa così...».
Ma Rory non stava ascoltando più il becchino. Stava guardando il suo cane e lo vedeva lì, così felice, e pensava che avrebbe vissuto nove volte meno di lui. Nove erano tanti numeri, no? Nove vite di meno erano troppe. Ed era ingiusto. Era sbagliato, così sbagliato che Rory avrebbe voluto stringere i pugni e colpire qualcuno, ma non sapeva proprio chi avrebbe dovuto colpire. La natura si poteva combattere? Non era una persona vera e lui non poteva mettersi a picchiare l'erba e gli alberi e tutti gli animali per costringerli a fare uno strappo alla regola.
«Non voglio che... non voglio che muoia» Disse, con un nodo alla gola
«Rory! Ma non morirà» lo rassicurò zio Paul «Non ora, almeno. Avverrà fra tanto, tantissimo tempo... e tu sarai grande e...»
«Non voglio che muoia!»
«Non morirà finché non sarai grande»
«Potrebbe morire anche adesso» realizzò improvvisamente Rory, torcendosi le piccole dita e con le lacrime che iniziavano a inumidirgli gli occhi «Potrebbe succedergli come è successo al nostro grano. Potrebbe succedergli qualcosa di brutto. Qualcosa di molto brutto e... potrebbe morire...»
«No, no» Paul abbracciò Rory, che in quel momento prese a piangere a dirotto e lasciò cadere a terra l'insetto per abbracciare lo zio.
Il coleottero rinoceronte sgambettò via con calma, troppo pesante e lento per fare altrimenti.
La prospettiva della morte appariva dunque a Rory per la prima volta in tutta la sua grandezza, in tutto il suo terrore, perchè aveva lasciato la mente aperta, sgombra da ogni barriera di protezione, e per un attimo aveva visto cosa poteva fare e cosa poteva portarti via. Non era la propria morte che Rory temeva, perché era ancora troppo lontana e perché non riusciva ancora a capire in che modo avrebbe potuto fargli del male, ma era la morte degli altri, quelli che gli stavano vicini, che lo terrorizzava. Non rivedere mai più qualcosa che lui aveva conosciuto, specie se lo aveva anche amato, era una prospettiva che lo atterriva, che lo gettava nel panico. Era troppo grande, troppo immensa, troppo più grande di lui.
Paul lo capiva, anche lui aveva provato spesso questa sensazione, eppure aveva imparato a conviverci e non guardava più con orrore la morte: era il suo lavoro.
«Rory» Gli disse, parlando piano ed accarezzandogli la testa «Ascolta, ti farò una promessa. Una promessa vera, che vale più delle promesse di mille uomini. Ti prometto che per dieci anni, qualunque cosa accada, il tuo cane non morirà. E se te lo prometto io, non puoi fare nient'altro che fidarti, lo sai? Perché io ti dico solo la verità. Non ti direi mai una bugia, Rory. Non posso dirti una bugia, non lo posso proprio fare e non lo potrò fare mai».
E la realtà della sua promessa era forte e disarmante, così sincera che Rory smise di piangere. Si ritrasse un poco e si asciugò le lacrime con il dorso della mano
«Davvero?» Domandò. con la vocetta ancora un pochino tremante «Me lo prometti?»
«Promesso. Davvero. E adesso basta piangere, Rory! Non è bello per niente! Senti, io devo lavorare adesso, devo andare a casa di un signore per preparare sua nipote per il funerale, quindi perchè non vai a giocare un po' fuori con il tuo cane, eh? E mi raccomando, sorridi! Se i tuoi genitori dovessero vederti che torni a casa triste, non ti manderebbero mai più qui da me!»
«E il mio libro?»
«Il tuo libro? Beh... come ho detto, lo dovrai trovare. Non importa quanto ci metterai, per me puoi anche tirare fuori dai cassetti tutto quanto» rise piano, poi passò ancora una volta la mano sul capino di Rory, scompigliandogli i capelli «Ora devo andare. Tu puoi fare ciò che vuoi, sei il padrone di casa, ok? Ci sarà anche Sheridan con te, perciò non sarai solo. Se hai bisogno di qualcosa, chiedilo a lei».
Rory annuì, anche se sentiva un po' di timore all'idea di dover chiedere qualcosa a Sheridan, fosse anche solo un po' d'acqua. Ma non poteva avere paura di tutto, no?
Così rimase a guardare zio Paul che si allontanava, abbracciando il collo muscoloso del cane grigio.
Quando la porta si richiuse, Rory si chiese se voleva ancora cercare il libro.
Ci pensò su e decise che, dopotutto, era curioso di sapere cos'era e com'era fatto un libro. Rory era sempre stato uno scricciolo curioso, quindi non ci mise molto, con la spensieratezza del bambino piccolo che era, a scacciare i pensieracci nefasti dalla sua testolina e ad aprire tutti i cassetti. Controllò in tutte le bare, in tutti i cassetti, dovunque. Gli sembrò di aver cercato proprio dappertutto, quando si ricordò che non esisteva solo una stanza.
Rory guardò il suo cane.
Era venuto il momento di andare nella stanza di Sheridan.
In realtà non era proprio la stanza di Sheridan, era solo il luogo dove lei si trovava in quel momento, ma nella sua mente di bambino ciò non aveva importanza. Era importante, piuttosto, che ci fosse lei.
Affacciò dalla porta. La vide che stava facendo una strana cosa con del legno, appoggiata ad un tavolo. Per terra era pieno di “riccioli” di legno che continuavano a staccarsi dall'asse in mano alla donna del mistero.
La fissò, timoroso, cercando conforto dalla pelliccia ispida del cane, stringendone alcuni ciuffi tra le dita.
L'animale lo fissò, poi gli toccò la guancia con il tartufo umido. Rory sorrise, e gli accarezzò il muso nel modo un po' goffo dei piccoli, poi tornò a guadare Sheridan.
La donna aveva di nuovo la testa coperta, quindi Rory non vedeva dove guardasse, ma non dava segno di essersi accorta della sua presenza.
Inspirò a fondo e buttò fuori tutto d'un fiato «Ciao, Sheridan».
La donna incappucciata smise di fare ciò che stava facendo.
Rory provò la stessa sensazione che avrebbe provato se avesse appena pestato ripetutamente la coda a un gatto randagio e scorbutico e fosse rimasto lì a guardarlo fischiettando invece di scappare. Ma decuplicata.
Il silenzio parve durare un'eternità, poi lei rispose «Ciao, Rory».
Rory si sentì sollevato, come se quelle parole avesse fatto l'aria più leggera.
Senza più troppa paura (ma non riusciva proprio a cacciarsi di dosso la sensazione di aver fatto qualcosa di sbagliato. Essere lì era sbagliato) cominciò a gironzolare. Guardò un po' in giro, ma non riusciva a concentrarsi con Sheridan così vicina. Continuava a lanciarle occhiate, e, a furia di guardare lei, inciampò sui suoi stessi piedi e cadde lungo disteso.
Decise che ne aveva abbastanza di ricevere botte, anche se lui non poteva farci niente. Si rialzò a sedere e, con le mani, si asciugò le sparute lacrime di dolore che gli erano affiorate agli occhi.
Sbadigliò e si ritrovò davanti un volto di donna, ombreggiato da un cappuccio nero.
Strillò e istintivamente, si tirò indietro, rischiando di cadere di nuovo. Una mano serpeggiò verso di lui, sostendendolo e impedendogli di cascare di nuovo come uno dei ciocchi di legno che stavano davanti casa sua. Non ritrasse la mano, lasciandola su una spalla del bambino
I due occhi verdi di Sheridan lo sondarono, scrutandolo attenti.
Rory percepiva quella mano con chiarezza, come se scottasse. Cercò di divincolarsi piano, e quando, dopo pochi tentativi, non riuscì nell'impresa, desistette immediatamente.
Fissò quegli occhi verde bosco, e l'ansia si propagò a ondate in lui. Come potevano esistere occhi così? Non erano nè da uomo né da donna. Erano da belva boschiva, erano da creatura sovrannaturale, da guardiano dei boschi. Rory si chiese se Sheridan era un guardiano dei boschi. Sarebbe stato facile crederci.
«Ti sei fatto male?» chiese lei, calma.
Quella voce lo riportò alla realtà «S-si» balbettò lui «V-va tutto bene».
Sheridan gli dedicò un'ultima “sondata”, poi si rialzò e tornò al suo lavoro.
«Cosa stai facendo?» sfuggì a Rory, curioso.
Sheridan si prese il suo tempo per rispondere, muovendo il braccio energicamente, però alla fine concesse una parola al bambino «Piallo»
«Cos'è “piallo”?»
«Quando piallo, levigo. Faccio il legno liscio»
«Perchè levighi?» chiese Rory, divertito da quella strana parola.
Sheridan sembrò stanca da tutta quella intensa conversazione, e si limitò a indicare con un pollice la bara di lato a lei
«Oh».
Il rosso si avvicinò alla catasta di riccioli
«E questi?» chiese Rory prendendone un po' nelle manine a coppa e fissandoli meravigliato
«Trucioli» rispose lei «Quando piallo, per fare liscio il legno devo levare qualcosa, e i trucioli sono il qualcosa che levo»
«Bello» si emozionò il bambino, fissando poi l'arnese tra le mani di Sheridan. E così, quello era un piallante, la cosa che piallava. E con questo erano già due cose nuove che imparava in quella stanza, ma sperava di trovare anche la terza sorpesa.
Fu guardando sotto uno dei tanti mobili che scoprì qualcosa.
Allungò la manina e lo tirò fuori, qualunque cosa fosse.
Forse era quello, il tanto agognato libro.
Lo osservò. Era rettangolare, e fuori era colorato. C'era scarabocchiato qualcosa sopra che Rory non capì, vergato nel colore dell'oro. Come faceva a sapere che quello era un libro?
Cosa aveva detto lo zio Paul?
Rory si sforzò di ricordare, lambiccandosi il cervello. Che cosa aveva detto lo zio...?
“Un libro... beh... Un libro è una raccolta di pagine di carta, messe tutte insieme. Tante, tante pagine”
Fissò la cosa che aveva in mano. Mosse la parte colorata tra le mani e gli si presentarono davanti tanti fogli sottili, sottili come i trucioli. Quelle erano pagine, le tante pagine di carta che gli aveva promesso lo zio Paul. Le sfiorò meravigliato con un dito. Erano tutte scarabocchiate con degli strani segni tutti neri, che somigliavano agli scarabocchi di fuori. Le lettere. Avrebbe finalmente imparato a leggere, e avrebbe potuto insegnare anche ai suoi genitori!
Il suo cuore accelerò.
Balzò in piedi e, superando il suo timore, chiese a Sheridan «Questo è un libro?» tendendo le sue braccine verso la donna, come se avesse paura che altrimenti non sarebbe riuscita a vederlo.
Sheridan annuì quasi immediatamente, cosa che sollevò Rory, abituato com'era a vederla tardare con le risposte
«Si, è un libro»
«E... come si legge?»
«Non sai come si legge?»
«Si» Rory continuava a sfogliare i fogli di quel libro, avanti e indietro, nella rapida ricerca di qualcosa di comprensibile, inspirando l'odore di quelle pagine «Non le capisco»
«Bisogna saper leggere le lettere» gli spiegò pazientemente Sheridan, continuando a lavorare senza tregua e senza neppure guardarlo «Una cosa semplice, te la insegnerà Paul»
«Ma lui non c'è...» immediatamente Rory aggiunse «... Ma non fa niente, continua pure a, a lavorare...».
E invece Sheridan smise. Il bambino si chiese semmai avesse fatto qualcosa di sbagliato, ma la donna fugò immediatamente i suoi dubbi
«C'è qualcosa che posso insegnarti, però. Non a leggere le lettere. A leggere il pensiero di un libro».
Rory non sapeva se crederci o no: i libri non pensavano affatto, da quel che lui sapeva, perchè le cose non avevano mente, non avevano pensiero, idea, intenzione.
«C'è una cosa che non sai, sugli oggetti» Gli disse Sheridan, chinandosi e sfiorando la copertina del libro con il dorso della mano, lentamente «Ed è una cosa che non sa quasi nessuno. Gli oggetti fatti dagli uomini hanno una voce perchè gli uomini gli danno una voce, sai?».
Rory e Sheridan si sedettero su di una cassapanca e Sheridan gli si strinse accanto e aprì il libro senza prenderlo in mano, lasciandolo fra quelle piccole e delicate del bambino
«Ciascuna delle cose create ha una voce, ma spesso è una voce flebile e si perde nel tempo, in brevi periodi. Ma i libri hanno una voce speciale. Non sono solo le lettere, seppure questa sia la loro maggiore potenza. La loro voce è forte, quando una persona li legge può sentirli vibrare dentro. Ciascun libro ha un suo timbro che suggerisce al nostro cervello che cosa pensare».
Rory non capì tutto quello che Sheridan voleva dire, ma sentiva che quelle parole erano importanti, e capiva che c'era qualcosa di essenziale dentro quel libro, o se è per questo dentro tutti i libri. Così annuì.
Sheridan gli mostrò una riga del libro
«Tu riesci a capire cosa c'è scritto?» domandò, parlando molto piano
«No» rispose Rory, chiedendosi il perchè di quella domanda, quando lui aveva chiaramente detto di non saper leggere
«Allora dammi la mano».
Rory fece come gli era stato detto. Sheridan gli avvolse la sua mano con la propria, poi lasciò, appoggiandogliela sopra la pagina
«Chiudi gli occhi» ordinò
«Si» obbedì il bambino
«Cosa vedi?»
«Niente» confessò Rory, senza però perdere la speranza
«Cosa immagini?»
«Non sto immaginando niente»
«Non è vero. Chiunque sta sempre immaginando qualcosa»
«Ma io non...»
«Tu stai immaginando qualcosa» il tono di Sheridan si fece duro e un po' più forte, come il colpo di una frusta
«Io...»
«Cosa stai immaginando?».
In quel momento, Rory si accorse di vedere qualcosa che fino a quel momento non aveva minimamente notato. Dietro le sue palpebre c'era un foglio giallastro, con i bordi più scuri, screpolati. La voce di Sheridan vi scriveva delle parole, quelle che lei diceva, ma le righe venivano create troppo velocemente e si dissolvevano troppo velocemente.
«Vedo un foglio» Disse «Carta vecchia, carta molto vecchia. Sottile. Un foglio strano, perchè è tutto... è come bruciacchiato. Marrone»
«Un foglio antico, bene...»
«Ci sono delle parole. Sono le tue parole. Sono troppo veloci, non riesco a leggerle, ma so che sono le cose che dici tu»
«Ti stai concentrando troppo sulla mia voce, stai pensando troppo a me. Non badare alla mia voce, non immaginarla».
Le parole di Sheridan smisero di scorrere nei pensieri del bambino, improvvisamente.
I bordi del foglio nella sua mente tremolavano. Rory si accorse che stava pensando a qualcos'altro, in realtà, qualcosa che non era la voce della donna.
Immaginava delle parole. Erano parole che lui conosceva e che gli dicevano...
Cuoio. L'odore della pelle conciata...
«...Una stanza di legno» Disse «E una sedia»
«No» disse Sheridan «Stai solo immaginando quelle parole, non sono contenute nel libro. Impegnati più a fondo»
«Hmm... una stanza...»
«No. No» la voce della donna si alleggerì parecchio «D'accordo, forse non ce la puoi fare, la prima volta. Mi sembra normale. Ma tu provaci, quando sei da solo, va bene?».

Rory non sapeva se ci avrebbe provato ancora: aveva paura di tornare a pensare la stanza quando non c'era nessuna stanza. Era una paura stupida, ma non gli piaceva essere rimproverato perchè vedeva le cose, anche se poi non le vedeva davvero, ma se le immaginava soltanto.
Sheridan ritornò a lavorare e lo fece con forza e vigore, più di prima. Rory non sapeva proprio che cosa fare, così passò il pomeriggio a giocare con il suo cucciolone fino al ritorno di un preoccupato zio Paul che lo costrinse ad andare a casa.
L'indomani mattina era domenica, il giorno del Signore, e i genitori di Rory decisero di portare il loro piccolo a messa, perchè, insomma, la chiesa era un luogo puro, di sacralità, e avrebbe potuto estinguere ogni traccia di malvagità che “lo zio” aveva impiantato nella fragile mente del bambino. Inoltre bisognava andarci perchè bisognava andarci.
Così entrarono e si sedettero nelle prime file. Don Liam, barbuto e biondo cenere con la sua tonaca nera che risaltava contro il fondo chiaro della chiesa e l'altare bianco, era puntualissimo, come al solito, e fece addirittura un cenno di saluto con la testa tutto dedicato a Rory, che sorrise emozionato.
Poi iniziò a parlare e parlò di una cosa che aveva sconvolto il villaggio: il ritrovamento dei corpi di due giovinette uccise nel bosco, con un solo segno di violenza sui loro corpi... un morso sulla gola, non abbastanza profondo da aver reciso alcunchè, troppo strano per essere quello di un animale, troppo superficiale per averle uccise. Erano state ritrovate esangui, con il volto paralizzato dalla paura poiché, così disse don Liam, quella era la faccia di chi aveva visto il Diavolo.
Poi prese a parlare del Diavolo. Rory quasi si addormentò, con la testolina reclinata sul petto. Non che l'argomento non fosse interessante, o Liam ripetitivo, ma lui era ancora stanco e sua mamma gli aveva già parlato del Diavolo, perciò il bambino ritenne opportuno riposare ora e ascoltare poi.
Colse solo pochi brani della predica del prete...
«...Lucifero era il nome dell'angelo più bello e più fulgente del paradiso, ma egli era...»
«...Il diavolo non può sconfiggere gli angeli, poiché essi sono forti della potenza di Dio...»
«...Così vi fu una grande lotta che imperversò nel paradiso e Lucifero fu...».
Rory crollò definitivamente e letteralmente più o meno alla fine della predica, quando diede una sonora testata alla panca che aveva di fronte e gridò «Ahia!» tenendosi con le mani il punto dolorante. Roisin trattenne a stento una risata mentre gli diceva «Ti sei fatto male, tesoro?» sottovoce e don Liam annunciava a tutto l'auditorio «La messa è finita, andate in pace!».
Quel pomeriggio, Rory andò da zio Paul, che si mise di buona lena per insegnargli a leggere. E a scrivere: provò a fargli vergare alcune lettere su un foglio di carta, a partire dalla a, ma quello che dapprima il bambino ottenne fu di rovesciare metà del calamaio sul tavolo, poi di imbrattarsi le dita, di farsi due baffi neri irregolari (uno grande e uno piccolo) e di sporcare anche il cane.
Paul cercò di pulire tutto invano, riuscì solo a cancellargli i baffi, e per quel pomeriggio le lezioni di scrittura furono sospese e il becchino cercò solo di farlo leggere. Rory imparò la a, la b e la z, rifiutandosi di apprendere tutto il resto dell'alfabeto... intendiamoci, era un bambino sveglio, ma non aveva neanche mai visto un libro e poi quei segnetti piccolini gli stavano facendo venire il mal di testa e gli sembravano tutti uguali, o comunque diversi da quelli che lui aveva in testa.
Zio Paul provò ad insegnargli l'alfabeto vocalmente, così, per perder tempo, e Rory lo imparò, ma leggermente fuori posto.
«D'accordo, piccolo, dimmi questo alfabeto!»
«A»
«Bravo!»
«B»
«Bravissimo! Adesso tutto d'un fiato!»
«Abzyqweotplinmno»
«Hai detto due volte enne, ma ci sei quasi piccolo, ci sei quasi! Rifacciamolo!»
«Va bene. Allora, c'era... a-b-z-y-q-w-e-o-t-p-l-i-n-m-t-u-r-s-e-v-d-c-f-g-h-j».
Zio Paul, estenuato, guardò Rory. Cosa c'era che non andava nell'alfabeto normale? Gli sembrava facile da imparare l'ordine. E tuttavia il bambino voleva creare un ordine suo e ce l'aveva pure fatta, anche se sembrava praticamente impossibile.
«D'accordo, è giusto piccolo, sei stato molto bravo» Disse alla fine, arrendendosi
«Evvai!» Rory iniziò a saltellare un po' sul posto, poi andò ad abbracciare il suo cucciolone «Ho imparato l'alfaleto!»
«Alfabeto» lo corresse automaticamente Paul
«Alfabeto! Alfabeto! Mi piace».
Il becchino si infilò le mani in tasca e si strinse un po' nelle spalle, sperando che un giorno, quando fosse stato più grande, Rory sarebbe riuscito a mettere le lettere al posto giusto. Per ora, l'importante è che sapesse come si chiamano.
«Va bene» Disse allora «Rory, fra poco dovrai andare a casa... ci mettiamo in cammino ora? Così abbiamo... tempo»
«Tempo?»
«Si, insomma, così non dobbiamo andare di fretta»
«Ah, si».
E si misero in cammino. Attraversare la città, o meglio il paese, gli era sempre parso facile, ma quel giorno c'era qualcosa che non andava e che lo innervosiva: troppi cavalli e neanche un bambino per le strade. C'erano anche delle carrozze, grosse e scure come non ne aveva mai viste, e persone nuove, che gli facevano paura perchè erano molto serie o forse addirittura arrabbiate e avevano cappelli scuri e guanti.
«Che succede? Perchè tutte queste persone?»
«Niente» disse zio Paul, tranquillo «Devono fare una specie di caccia alla strega, o al demonio, che ne so io, perchè hanno trovato due ragazze morte nel bosco. Per quanto ne so, per me è lavoro extra e anche extra pagato»
«Ecsttra?»
«Significa in più, supplementare, straordinario, eccedente»
«Ah» disse Rory, che aveva capito solo “in più” «Dove va cucciolone? Vieni qua, vieni qua!».
Il cane, che era andato avanti da solo, si voltò a guardare il bambino, con un orecchio sollevato e uno tenuto più basso e la lingua rosa penzoloni da un'angolo della bocca che andava su e giù al ritmo del respiro. Era buffo.
E d'improvviso Rory udì un rumore terrificante. Non sapeva ancora che cosa fosse, ma chiunque altro avrebbe riconosciuto il cigolio del mozzo di una ruota, il nitrito atterrito dei cavalli, il rumore ghiaioso e pesante dei loro zoccoli sul selciato e della carrozza che rimbalzava.
Girò la testa per guardare e si vide tutta quella gran baraonda che gli veniva addosso, con due cavalli neri come il carbone a trainare, imbizzarriti e fuori controllo. Paul afferrò il bambino e cercò di tirarlo via, ma anche lui era sulla rotta del carro e non sapeva se ce l'avrebbe fatta.
Poi Rory sentì qualcosa che si abbatteva sulla sua schiena e zio Paul gemette. Si udì un rumore orribile, ancora peggiore di quello dei due animali impazziti, qualcosa come ossa che si rompevano e carne strizzata, un uggiolio acuto, pieno di dolore.
Il bambino cercò di sfuggire dalla presa dello zio e vi riuscì facilmente, poi, in un solo attimo, capì cosa era successo, perchè capire cosa succedeva era più facile di cose come imparare l'alfabeto o leggere e scrivere.
Il cane, il suo cucciolone, li aveva salvati. Era stato un gesto semplice, gli era balzato contro e li aveva spinti, ma era finito lui sulla traiettoria della carrozza e sotto gli zoccoli dei cavalli: ora giaceva per terra, ancora vivo, ma con la parte posteriore del corpo pesta e flaccida e una pozza di rosso che si spandeva sotto la sua pancia.
«Nooo!» Gridò Rory, poi prese una pietra per terra e la lanciò contro la carrozza. Non la fece neppure rallentare, ovviamente, e quindi decise che li odiava quelli lì. Li odiava assai. Assai assai. Li avrebbe ammazzati come loro avevano fatto con il suo cane.
Zio Paul si rialzò, ma stordito com'era non fu svelto a capire come Rory. Però capì e quello che comprese lo atterrì. Era assurdo, semplicemente, che quel cane si fosse volontariamente sacrificato... doveva esserci un'altra spiegazione. E non poteva essere vero. Rory ne sarebbe morto di dolore. Così Paul si alzò di fretta e cercò di fare una cosa che nessun'altro di quelli che guardavano la scena capì minimamente: afferrò il cane per la parte sana, quella anteriore, e cercò di staccarlo da terra.
Il bambino prese a piangere a dirotto, ma il becchino, così parve, non si preoccupò di lui, non lo guardò neppure. Rory si sedette per terra, si prese le gambe, rannicchiato, e pensò che era orribile e che lui aveva ragione, che il cane sarebbe morto, anche se ancora non gli era successo, ma Rory dentro di se pregava perchè succedesse perchè, anche se era giovane lui lo sapeva che l'animale stava soffrendo. I guaiti acuti e lamentosi, il gocciolare del sangue, gli davano alla testa e scavavano con la loro brutale crudezza di morte che sopaggiunge e che lacera.
Zio Paul si allontanò e Rory rimase lì, in mezzo alla strada finchè una donna, un'amica di sua madre, non decise di prenderlo in braccio per riaccompagnarlo a casa.
Quando Roisin vide comparire davanti all'uscio la sua vecchia amica Margaret, con Rory piangente e affranto stretto fra le braccia, il suo cuore ebbe un repentino tuffo e mille fantasie di fatti orribili le si affollarono nella mente. Fra l'altro, il bambino pareva proprio disperato e inconsolabile e fu del tutto inutile chiedergli cosa fosse successo, metterlo a sedere, portargli da mangiare qualcosa di buono o anche accarezzargli affettuosamente la testa: le lacrime erano incessanti, uno spaventoso fiume emotivo che rischiava di travolgere anche Roisin e Margaret e qualunque parola era interrotta da singhiozzi che la spezzavano in sillabe incomprensibili.
Rory non era uno di quei bambini che piangevano di solito, anzi, anche quando si faceva male era sempre calmo, tutt'al più irritato. Ora sembrava terrorizzato.
«Oh, ti prego Rory, ti prego!» Lo supplicò la madre, prendendogli il piccolo volto fra le mani e appoggiando la fronte contro la sua «Che cosa è successo, dimmelo, dillo alla tua mamma!».
Il tono pieno di panico della madre fece capire al bambino che questa doveva essere una cosa davvero seria e spronarono ancora di più le lacrime, facendo chiudere in sé stesso Rory, il quale si nascose la faccia dietro i palmi e cercò di ritrarsi. Aveva bisogno solo di tempo, non volevano capirlo quegli sciocchi adulti? Aveva bisogno di tempo e soprattutto di passarlo da solo.
Aveva paura, paura della morte e del destino, sebbene la parola “destino” avesse ancora un significato troppo vago nella sua testolina ed ancora un più vago concetto la caratterizzava. Quanto alla morte, invece, Rory aveva le idee piuttosto chiare e quello che sapeva lo spaventava, lo faceva sentire inerme, inutile.
Ad occhi chiusi, le guance rigate dalle lacrime, Rory pensava e gemeva. Sua madre pregava che Kieran tornasse presto per aiutarla ed aveva timore dell'isolamento mentale in cui suo figlio si era chiuso.
Roisin rinunciò per qualche istante a interrogare il figlio, e si voltò verso Margaret
«Cos'è successo?» chiese, angosciata
«Non lo so per certo, quando sono arrivata quello che ho visto più o meno era questo: c'era il bambino seduto per terra che piangeva come un vitellino senza la mamma, proprio così, buttato in mezzo alla strada e di lato c'era lo stregone con un cane enorme e brutto mezzo schiacciato in braccio, che se lo trascinava via, e lasciava Rory a piangere in mezzo alla strada. Grazie a Dio che non è passata una carrozza...».
Rory, a udire quelle parole, si mise a piangere ancora più forte. Roisin era assolutamente scandalizzata dal racconto. Tanto più che, si accorse, il grosso cane che avevano adottato e che seguiva il suo bambino dovunque come un angelo custode, era sparito; aveva dunque maturato il sospetto che il cane mezzo schiacciato grosso e brutto non fosse altri che “il cucciolone”.
«Santo cielo...» bisbigliò Roisin, gettando uno sguardo a Rory. Questo avrebbe spiegato molte cose, tra cui il fatto che suo figlio fosse in preda ad un attacco isterico. Poi si pose automaticamente la questione più importante: perchè mai il becchino aveva in braccio un cane mezzo schiacciato e aveva lasciato a piangere il bambino per il quale solo cinque anni fa aveva fatto una baraonda pur di passarci del tempo insieme? Era del tutto incoerente. E malvagio, come se avesse pianificato di rovinare la vita ad un bambino di cinque anni. Cinque anni, perdio! Era così piccolo, così puro a quell'età. Perchè fargli questo?
Quando Kieran tornò e trovò il bambino in quelle condizioni pietose andò su tutte le furie prendendo a inveire come un galeotto contro quei “maledetti stregoni malvagi”. Diventò intrattabile, e questo non giovò per nulla a migliorare né l'umore di Rory né quello di Roisin. Calò un alone di sentimenti negativi sull'intera casa e Margaret cercò di defilarsi dalla situazione il più in fretta possibile per tornare ai suoi compiti di governante.
Nei due giorni seguenti, Rory non andò a trovare lo zio Paul e fosse stato per la madre non ce lo avrebbe mandato mai più. Quando, puntuale, arrivò qualcuno a bussare alla porta, nessuno si mosse per andare ad aprire. Alla fine, Kieran fece una specie di ringhio animalesco soffocato e, con stizza, andò ad aprire alla porta.
Si trovò davanti la figura imponente di Sheridan e la sua rabbia sbollì un poco, per lasciare spazio ad un più plausibile timore. A sorpresa, Roisin si alzò di scatto dalla sedia e si diresse con passo agile verso la porta. Accertatasi di chi fosse, spinse via il marito, e, sebbene infinitamente più bassa e mingherlina, fissò la donna incappucciata con uno sguardo che brillava d'ira e di sfida e parlò con una voce grondante disprezzo caustico
«Cosa diavolo volete?» chiese sgarbatamente la donna, quasi ringhiando
«Beh, Rory...» cominciò Sheridan lentamente, e questo sembrò irritare ancora di più donna
«No. Addio» annunciò, chiudendole la porta in faccia e dirigendosi con cipiglio rigido e veloce verso una sedia, dove ricadde.
Poi si rialzò. Sembrava non riuscire a stare ferma, o non riuscire a decidersi. Camminò avanti e indietro, spiò dalla finestra e, vedendo che Sheridan si stava allontanando con un'andatura che lei non riteneva sufficientemente svelta, aprì la finestra e gli intimò di andarsene in fretta. Poi chiuse la finestra e si risedette, pensierosa.
Questo sbalordì non poco Kieran, che non era abituato a un comportamento così aggressivo da parte della consorte. Tuttavia evitò di far domande sulla “trasfigurazione” effettuata dalla moglie. Così l'uomo si limitò a fissarsi le mani e far scrocchiare le nocche, lanciandole di tanto in tanto qualche occhiata.
«Beh?» Chiese ad un certo punto Roisin, irritata «Non hai nient'altro da fare che... che stare lì a far niente? Qui non si mangia aria».
Capendo i sottintesi, Kieran si alzò. Avrebbe tanto voluto risponderle, ma sapeva che questo avrebbe condotto ad un litigio e lui non aveva mai avuto un vero litigio con Roisin, così andò fuori e cercò di distrarsi.
I due giorni trascorsero lentissimamente.
I ruoli si erano invertiti: Kieran l'impulsivo, di solito mitigato dal dolce carattere di Roisin, aveva ora messa a dura prova la sua pazienza, di cui aveva una scorta parecchio limitata. Era sempre nervoso e aveva voglia di urlare contro tutti come mai aveva fatto in vita sua, anche per una sciocchezza, ma sarebbe stata una liberazione. Per lui era difficile tenersi tutto dentro, ma avrebbe dovuto farcela se non voleva che anche il precario equilibrio, già incrinato, non venisse a rompersi del tutto.
Per non pensare e scaricare tutta la rabbia si dedicava ai lavori manuali in tutto e per tutto, lasciando pochissimo tempo da dedicare alla sua famiglia o a passare in casa.
Roisin era tesissima e scattava per qualunque cosa: sembrava che nulla le andasse a genio. Era diventata più scorbutica di quanto tutti fossero abituati a vederla, o di quanto chiunque fosse stato in grado di immaginare. Non gridava, questo no, ma aveva un commento sarcastico per qualunque cosa esistesse, creando numerose contraddizioni che nessuno osava farle notare.
«Questa casa è troppo piccola, ce ne vorrebbe una nuova...»
«Questa casa è troppo grande e non ci si trova mai niente...»
«Che diavolo fai, Kieran? Vai a lavorare!»
«Pasticcione, hai buttato tutto per terra!»
«Non passi mai del tempo con noi, sembra che non ti importi più niente della tua famiglia, pensi solo a lavorare...».
Talvolta sembrava rabbuiarsi in modo particolare e rispondeva in modo acido, senza parlare se non ci si rivolgeva direttamente a lei. L'unico che sembrava degno della sua gentilezza era il figlio, che però non ricambiava, mentre gli altri erano comode pezze da piedi.
Ma, ovviamente, il nucleo di tutto questo malessere era Rory...
Il bambino sembrava peggiorare di giorno in giorno, facendo precipitare la famiglia nel caos. Più che parlare bofonchiava, e stava rannicchiato nello stesso punto per ore, fino a che non sentiva i genitori che si innervosivano parlando tra loro e allora si spostava per non muoversi più. Sembrava che avesse molto di che pensare e di cui preoccuparsi. Quando era costretto a parlare, era sempre in uno stato precario, come se fosse stato sul punto di piangere.
Tra l'altro, si era instaurato un circolo vizioso insostenibile: Rory era tornato a casa triste, e i suoi genitori erano diventati nervosi, allora lui era diventato nervoso. Più i genitori si arrabbiavano e più Rory diveniva torvo, e più Rory diveniva torvo e più i genitori si arrabbiavano.
Ormai tutti, prima tra gli altri Margaret, stavano alla larga dalla casa dei Tad, specie dopo che Kieran aveva trovato Kevin, il figlio del panettiere, a gironzolare vicino a casa loro. Diciamo che Kevin, di per sé, era un ragazzetto gentile, cresciuto in un ambiente calmo e pacifico senza sapere cosa fosse la paura, quindi facilmente spaventabile. Inoltre questo ambiente calmo e pacifico lo aveva reso un pò pigro e questo, unito al fattore del molto cibo a disposizione... beh, gli aveva donato una silhouette tutt'altro che invidiabile.
Il ragazzo si era vestito di nero e, con la sua “costituzione”, da lontano Kieran lo aveva scambiato per Paul mentre spaccava la legna. Il risultato era stato a dir poco catastrofico: l'uomo lo aveva inseguito urlando di andare via da casa sua e di non tornare mai più, perché non avrebbe mai più toccato il suo bambino, brandendo un'accetta ben affilata.
Finalmente Kevin aveva capito cosa fosse la paura.
L'atmosfera si surriscaldava sempre di più, fino al pomeriggio del secondo giorno.
Qualcuno venne a bussare come il giorno precedente alla loro porta e stavolta Roisin scattò come una molla e aprì la porta con un impeto che avrebbe fatto arretrare tutti gli eserciti scandinavi riuniti in un unico grande battaglione
«Si?» sibilò tra i denti.
Lo zio Paul sorrise gentilmente «Vedi, Roisin, io...»
«Mostro!» strillò la donna, con un tono alto e graffiante «Figlio del demonio, quando ti deciderai a lasciarci in pace?! Non ti daremo mai più il nostro bambino, mai più, bestia! Puoi ucciderci e distruggerci la casa, gettarci il malocchio, ma non avrai il nostro Rory, maledetto!».
Il becchino non poteva dire di non essersi aspettato una strigliata simile, ma non era questo che lui era venuto a vedere. Spiò oltre la spalla di Roisin e vide finalmente il bambino.
Il piccolo Rory era rannicchiato sul divano, tenendo le gambe contro il petto e abbracciandosele. Aveva gli occhi semi-chiusi, spenti. Quando Paul gli rivolse un piccolo sorriso, Rory lo guardò con un'espressione tradita tale che il becchino sentì il cuore stringerglisi in una morsa. Poi lo sguardo del bambino si fece pieno di dolore e poi si spense di nuovo. Articolò qualcosa, silenziosamente, ma allo zio Paul parve un “vattene via”.
Ricevette inaspettamente uno schiaffo in pieno viso che produsse uno schiocco terrificante
«Guardami quando ti parlo!» strillò Roisin, come se volesse raschiarsi la gola «Non guardarlo! Non pensarlo, mostro indegno! Maledetto, tu non sai cos'hai fatto al mio bambino!»
«No, non lo so...» sussurrò Paul, abbassando lo sguardo
«No, non lo sai! Guardami, ho detto!» Roisin aveva gli occhi rossi e lucidi, ma strillava ancora come un'arpia «Guardami quando ti parlo! Non mi interessa quali stregonerie sai fare! Vai via e porta via il tuo malocchio, vai via da qui! Vattene!». La voce della donna era strozzata e altissima, trasfigurata. Partì un altro schiaffo, più forte del primo, a cui ne seguì un secondo, che però il becchino evitò spostandosi.
«Me ne vado» mormorò, con la testa china e l'impronta rossa della mano di Roisin sulla guancia «Non temete. Non tornerò».
Roisin ansimava. Non volle neppure guardare Paul mentre se ne andava. Sbattè la porta dietro di sé con violenza e scappò in un'altra stanza.
Kieran si guardò attorno, indeciso, poi decise di prendersi le sue responsabilità. Quella bestia di uno stregone non avrebbe rovinato la sua famiglia, non finché poteva impedirlo. Aveva ridotto suo figlio ad un manichino a malapena cosciente e sua moglie in uno stato che non le aveva mai visto raggiungere. Lui stesso era sull'orlo del baratro, ma ora basta.
Era venuto il momento di ristabilire le regole e, da quanto si ricordava, lui c'era sempre stato quando Roisin aveva avuto bisogno di conforto, di una spalla su cui piangere, di qualcuno che la sapesse comprendere. E quello era uno dei momenti più neri, ma lui ci sarebbe stato per lei. Così le andò dietro, cercando di calmarla.
Per la prima volta dopo la dipartita di Cucciolone, Rory aprì davvero gli occhi.
Cosa era successo?
La sua mente lavorò febbrilmente per assorbire tutti i dettagli della scena. Sua madre aveva aperto la porta e parlato con lo zio Paul. Gli aveva strillato e lo aveva schiaffeggiato. Poi lo zio Paul aveva detto che… se ne sarebbe andato. E non sarebbe tornato.
E questo era male.
Rory balzò in piedi e barcollò, instabile su quelle gambe che erano state per un tempo troppo lungo accartocciate, ma alla fine riuscì a rimanere in piedi.
Non sapeva se era arrabbiato così tanto con lo zio Paul da non volerlo più rivedere. Anzi, non lo era affatto. Era stato grazie a lui se aveva passato così tanti bei momenti, e soprattutto era stato grazie a lui che aveva conosciuto il suo Cucciolone. Non era certo stata colpa sua se l'avevano investito. Erano stati quei maledettissimi banditi sulla carrozza. Strinse il pugno, come se avesse aspettato di trovarci una pietra da scagliare contro i colpevoli. Solo, ce l'aveva con lui perché gli aveva lasciato vedere. Perchè, dalla prima persona da cui si sarebbe aspettato appoggio, non aveva ricevuto che indifferenza.
E questo a Rory veniva difficile da esprimere a parole, difficile più che imparare l'alfabeto, ma era molto più facile capire che non voleva che lo zio Paul se ne andasse per sempre.
Lo zio Paul era divertente, e gli insegnava sempre tante cose interessanti. Anche Sheridan, pure se gli faceva paura, lo aiutava e gli insegnava cose che da solo non avrebbe mai potuto imparare. No, loro non erano colpevoli, e lo avrebbe detto a mamma e papà.
Così si incamminò lungo il corridoio, verso i suoi genitori e arrivò fino alla camera della mamma. La aprì un poco, poi li sentì che cominciavano ad alzare il tono
«Non capisci come mi sento» diceva Roisin. Non era una domanda: era piuttosto un'accusa «Non sei sua madre!»
«Ma sono suo padre!» ribatté Kieran «E so perfettamente cosa intendi»
«Allora non te ne importa niente, visto che non passi mai del tempo con lui!».
A Rory non ci volle un interprete per capire che parlavano di lui. Li guardò litigare, in un certo senso affascinato.
«Roisin, non dire mai più una scempiaggine simile! Io sono suo padre e so che è difficile, ma...»
«Ma non te ne importa niente! Passi tutto il giorno a lavorare!»
«Roisin, la stai affrontando nel modo sbagliato...»
«Ah, certo, sono io che la affronto nel modo sbagliato! Certo, sono io! Sono io che passo tutto il mio tempo lontana dalla mia famiglia, che ha chiaramente bisogno di sostegno morale, e lo passo chissà dove! Sono certamente io che lascio mio figlio da solo a ricordarsi della morte di quello stupido cane e a macerarsi nei ricordi che gli ha impresso quel mostro di uno stregone! Certo sono io, e chi altri sennò? Sono io che...»
«Basta! Basta così Roisin!» tuonò Kieran. La sua voce fece trasalire Rory e probabilmente anche sua madre, che si zittì all'istante.
L'atmosfera rovente, così tesa, si sciolse quando Roisin scoppiò in pianto dirotto.
«No, non fare così, Rosie...» bisbigliò la voce imbarazzata e rassicurante al tempo stesso di Kieran «Shhh, shh, va tutto bene».
Kieran la lasciò sfogare, ma, nel frattempo, Rory decise che ne aveva avuto abbastanza.
«Basta così» sussurrò il bambino, e sospirò.
A cosa serviva essere allegri se non potevi stare più con nessuno, perchè erano tutti tristi? A cosa serviva se ovunque si girasse c'era gente che piangeva, dolore, cattiveria?
Anche questa era una cosa difficile da descrivere a parole, ma era un concetto chiaro nella sua mente, basilare, uno dei primi che era riuscito a imparare con così tanta limpidezza. La vita è difficile, e bisogna sgomitare per distinguersi, emergere, ma soprattutto bisogna lottare per la propria felicità. Bastava un nonnulla a fare infelice tutti, come in un diabolico domino. Triste uno, tristi tutti.
Un unico pensiero sbocciò e prese forma, troppo veloce per essere arrestato.
Se una pedina del domino è da sola, non può certo essere fatta cadere dalle altre pedine.
Quindi, per essere felici, doveva stare lontano dagli altri, così sarebbe riuscito a rimanere in piedi e a risollevare le altre pedine. Si, Rory decise che era una cosa sensata.
Raggruppò poche cose, un pezzo di pane, una mela, una fiaschetta d'acqua. Passò dalla sua stanza e recuperò le ultime due cose.
Un bastone, pieno di rune rosse e luminose. Un libro, incomprensibile e prezioso.
Poi spinse la porta e corse via, per essere una pedina solitaria.
Per essere un bambino felice.

Finalmente, Roisin e Kieran erano riusciti a sfogarsi l'un l'altro e a chiedersi scusa vicendevolmente. Si sentivano abbastanza pronti per tornare a salutare il loro figliolo e a riuscire a far tornare tutto com'era prima.
Sarebbero riusciti ad allontanare per sempre il ricordo dello stregone nero dalla loro casa, dalla loro vita, e il loro bambino sarebbe cresciuto sano, forte, ma soprattutto contento, come avrebbe dovuto essere fin dall'inizio.
Erano riusciti ad allontanare il becchino, com'era giusto che fosse, e senza quella funesta ombra a proiettarsi sulla loro casa, il Sole non era mai stato così splendente.
Erano pronti a ricominciare. Rory era troppo piccolo per ricordarsi ancora a lungo di quel cane, con cui aveva passato così poco tempo, e tutto sarebbe stato perfetto.
«Già, sei stata bravissima Roisin» si complimentò Kieran quando rievocarono il momento in cui la moglie aveva picchiato Paul e per entrambi fu facilissimo ridere a quel pensiero. Il penultimo peso era stato tolto da entrambi i cuori, ed ora che i sassolini erano stati calciati via, era più semplice spostare il macigno.
«Dai» esortò Roisin, dando un colpetto al marito sul ginocchio «Adesso è ora di andare a stare vicino a Rory»
«Come bravi genitori» annuì Kieran, con un ampio sorriso
«Come bravi genitori» confermò lei.
Uscirono dalla stanza mano nella mano, come quando erano solo dei fidanzatini, e chiamarono il bambino.
«Rory!» «Rory!».
Non giunse risposta. I due si guardarono e, dopo un attimo di preoccupazione, sorrisero
«Probabilmente è andato a dormire» constatò Kieran
«Lasciamolo riposare, dai. Lui è così piccolo, ha bisogno di riposare. Poverino, sarà esausto. Gli abbiamo fatto passare l'inferno, ma da ora in poi sarà tutto diverso».
L'atmosfera della casa, da tesa e surriscaldata che era, si era fatta calma e rinfrescante come acqua piovana.
Margaret, venuta a vedere se andava tutto bene, fu accolta con grande entusiasmo dai due. Roisin preparò qualche spuntino e Kieran rideva e scherzava con enntrambe le due donne. Alla domanda di Margaret «Dov'è Rory?» i due ridacchiarono e Roisin rispose «Non ti preoccupare, sta riposando. Povero il mio principe, sarà tutto scombussolato e avrà bisogno di tempo, e noi gli saremo vicini».
Peccato che avessero scelto di stargli vicini un pò troppo tardi.

Il bambino era andato nel posto che gli era più familiare: il bosco.
Si era addentrato parecchio, e adesso si era potuto permettere di smettere di correre. Ogni tanto, come se temesse che si smaterializzassero da dentro il cestino che si era preso (non del tutto pratico o usuale, ma l'importante era che servisse allo scopo), controllava se tutto fosse stato a posto.
Arrivò nella radura delle farfalle e, quando cominciò a sentire fame, mangiò un pò del suo pezzetto di pane e poi lo ripose di nuovo nel cestino.
Si sedette con la schiena contro un alberello, posò di lato a lui il cestino e il bastone, e prese in grembo il libro che gli aveva dato Sheridan.
Lo studiò girandolo tra le mani, dubbioso, poi sospirò e chiuse gli occhi. Cominciò a accarezzare pian piano la copertina del libro e si concentrò. O almeno cercò di concentrarsi.
Non sapeva neppure da dove cominciare.
Come faceva a sapere se stava facendo la cosa giusta? Poteva anche starsi immaginando tutto, come la stanza. Aveva l'impressione di non sapere niente di niente su queste cose, e che quindi non ci sarebbe mai riuscito da solo. Diventò nervoso e perse quel poco di concentrazione che aveva acquistato.
Cercò di calmarsi, e infine ci riuscì. “Se non ce la faccio” si disse tra sé e sé “pazienza, poi Sheridan mi spiegherà tutto”.
Ricominciò ad accarezzare la copertina del libro e con gli occhi chiusi, si accorse che in effetti non succedeva niente.
Vedeva solo il nero dell'interno delle sue palpebre. Il suo corpo si rilassò totalmente, la testa ciondolò verso destra. Non vide niente di niente, non ebbe nessuna impressione particolare. Non era cambiato nulla.
Cercò di carpire mentalmente qualche immagine, qualche cosa, magari la cosa giusta, ma non faceva altro che sguazzare nel buio della sua testa. Annaspava, ma si sentiva rinchiuso in una gabbia di dimensioni apocalittiche, troppo grande anche per essere contemplata anche se rimaneva pur sempre una gabbia, con la chiave fuori e la luce spenta. Perciò non solo doveva camminare alla cieca cercando di arrivare alla fine della gabbia, ma doveva anche trovare il punto giusto, uscire il braccino e afferrare la chiave senza aiuto e senza avere idea di che cosa trovare. La sua mano smise di accarezzare la copertina e i suoi respiri si fecero più profondi e regolari
Poi, finalmente, qualcosa accadde.
Non era esattamente quello che Rory si aspettava, ma in verità qualcosa successe.
Il piccolo Tad si addormentò.
Foglie. Un sacco di foglie, quindi un bosco. Fallon era abituato ai boschi, ma questo qui aveva un qualcosa di particolare, di diverso... di misterioso...
Gli alberi erano immensamente alti, e proiettavano le loro ombre sinistre dappertutto, lasciando ben poco spazio per filtrare alla luce. Sebbene fosse ancora giorno, aveva un aspetto oscuro, non nel senso che era qualcosa di malvagio o di impregnato di magia nera, era semplicemente pieno di ombre. Fallon estrasse il suo arco da caccia e si accovacciò sul suolo umido, sentendo la terra smuoversi sotto i suoi talloni nudi. Aveva sentito qualcosa muoversi aldilà del folto gruppo di alberi dalla corteccia chiara alla sua destra che bisbigliava con i rami mossi dal vento leggero. Ma non era il vento a parlare, bensì uno scalpiccio lieve, il passo di un animale che affondava nel muschio. Fallon sapeva che era un cervo. E un cervo fu quello che spuntò con il suo muso elegante sormontato da due palchi enormi, due grossa corna ramificate e brune, che contraddistinguevano i maschi adulti. Fallon, senza emettere il minimo suono, incoccò la freccia e prese la mira sulla magnifica bestia e la mantenne ancora per qualche secondo prima di scagliarla contro il suo bersaglio. Fallon sapeva anche che non avrebbe fallito, e così non fu.
La freccia partì e colpì con precisione assoluta l'occhio nero e limpido del cervo. Il cervo morì.
Fallon corse verso la sua preda, felice. Finalmente lui e la sua famiglia avevano avuto una grande preda con cui sfamarsi, cosa che non era accaduta da molto tempo a quella parte, perciò fu con immensa soddisfazione che Fallon si caricò la preda sulle spalle e si incamminò sul sentiero che portava verso casa.
Ma all'improvviso, il chiacchiericcio che si era interrotto con l'uccisione dell'imponente maschio, ripartì ancora più forte di prima. Fallon lasciò cadere per terra la sua preda e riprese in mano l'arco, con il cuore in gola.
Dalla fitta boscaglia apparve una femmina ben pasciuta che uscì allo scoperto, senza il minimo sospetto. Fallon trattenne il fiato. Dietro di lei, comparve un nutrito gruppo di cervi ignari. Il che significava molta carne, molta di più di quanta se ne aspettasse.
Eccitato dalla presenza di così tanto cibo, incoccò un'altra freccia e senza pensare, o mirare, la tirò. E ancora. L'importante era prenderne il maggior numero possibile, in modo che non scappassero subito, anziché la precisione di cui si vantava tanto.
La femmina fu la prima a cadere, colpita alla coscia posteriore sinistra e subito dopo caddero i suoi compagni. La maggior parte, messa in allarme, cominciò a fuggire, ma pur di non farli scappare Fallon cominciò a tirare frecce in mezzo al gruppo senza neppure guardare a chi erano dirette le frecce. Molti riuscirono comunque a sfuggire all'assalto, ma altri, colpiti in vari punti e pochi uccisi sul colpo, erano immobilizzati e agonizzanti.
Fallon si sentiva bene, ebbro. Era stata una delle sue migliori cacce, e considerando anche che lui era il miglior cacciatore del paese, si poteva dire un bel bottino.
Si avvicinò alla femmina, estraendo il suo coltello per finirla, mentre la cerva cercava vanamente di darsi alla fuga. Il cacciatore la finì con un colpo e poi si dedicò agli altri, con lentezza, assaporando il momento. I cadaveri degli sconfitti venivano ammucchiati vicino al primo, ma senza fretta.
Mentre si dedicava a un maschio che era poco più di un cerbiatto, vide qualcosa muoversi fra le fronde da cui erano usciti tutti quei deliziosi animali. Con un sorriso largo da un orecchio all'altro, Fallon riprese l'arco e incoccò silenziosamente un'altra freccia.
Dalla fitta boscaglia uscì un paio di zoccoli di foggia ben noti e Fallon, che avveva una mira e un occhio invidiati da tutto il paese, fece due più due e scoccò.
La freccia sibilò nell'aria e andò a fermarsi... a mezz'aria, afferrata da due dita apparentemente umane.
Fallon intravide un viso tra le foglie e si sentì avvampare. Probabilmente erano gli zoccoli di una capra quelli da lui intravisti e magari lui aveva pure mirato in alto, al suo padrone.
Si scusò ad alta voce, imbarazzato e si accorse che quello non era il padrone di una capra, ma qualcosa che andava ben oltre la sua immaginazione. La creatura che aveva incontrato somigliava piuttosto a qualcosa di divino, con una stazza possente, alto e forte, quasi umano; sulla testa che aveva visto apparire fra le foglie erano presenti un paio di corna cervine che facevano dubitare della sua umanità. Gli zoccoli erano suoi. Emanava qualcosa di strano, qualcosa che incuteva un timore reverenziale, tale e quale a quello che si proverebbe di fronte a Nostro Signore in persona, ma non per questo appariva spaventoso o infuriato.
Era calmo, ma la sua bocca era contratta a una linea sottile, mentre fissava assorto il cacciatore.
Fallon boccheggiò, incredulo.
Gli occhi della creatura dardeggiarono su di lui, in uno sguardo di infinito rimprovero. Poi parlò.

Si avvicinava l'ora del tramonto, il momento in cui il Sole avrebbe fatto ciao ciao per cedere il posto alla Luna e alla sua notte.
Roisin, dopo avere cortesemente salutato Margaret e averla convinta che la famiglia Tad non era una famiglia di orsi rabbiosi e malintenzionati, aveva annunciato a Kieran che andava a controllare come stava il suo piccolo.
«Sarà anche stanco» rise «ma questo non lo autorizza a dormire fino a domani!».
Kieran annuì e uscì di casa, sorridendo, per controllare l'orto. Doveva darsi molto più da fare da quando quel maledetto stregone ciccione aveva rovinato il loro grano, visto che di soldi non ce n'erano molti e il pane non cresceva sugli alberi, anche se sarebbe stata una cosa davvero meravigliosa. Dopotutto gli alberi non erano impegnativi come il grano e senza dubbio prendevano molto meno spazio.
La maggior parte del lavoro, Kieran lo aveva svolto il giorno precedente, quindi non aveva molto da fare. Così si limitò a zappare un pò il terreno, cosicché non si indurisse troppo e controllare che nessuna malattia avesse colpito le loro piantagioni. Pensava che avrebbe potuto anche piangere se fosse successo qualcosa alle altre piante.
Nel frattempo, Roisin aveva aperto la porta pian pianino.
Non voleva svegliare certo di soprassalto il suo bambino, ma era un po' troppo tempo che sonnecchiava. D'altronde non aveva intenzione di svegliarlo, voleva solo vedere come stava. Roisin si morse il labbro inferiore, mentre spalancava la porta. Aveva il terrore che Rory avesse gli incubi, ma la cosa più brutta era che li avrebbe avuti per colpa loro.
Che razza di genitori irresponsabili! Se lo stregone voleva il bambino, di certo non lo avrebbe ucciso: stava solo bluffando. Ma se non lo avesse potuto avere, che gli sarebbe importato se fosse sopravvissuto o meno...?
La donna strizzò gli occhi per vedere se suo figlio era lì.
La stanza di Rory era molto piccola, in fondo al brevissimo corridoio, e se l'era scelta proprio lui. Era una stanzetta progettata per far venire attacchi di panico alla gente claustrofobica, perchè una volta chiusa la porta, sembrava di essere stati intrappolati in qualche cassa di legno un pò più grande della norma. Sembrava essere stata fatta su ispirazione di una grotticella visto che era messa in un punto “strategico” della casa dove, se non veniva accesa una candela, la luce arrivava a malapena anche a mezzogiorno. Era una specie di tana, con un lettino a parete, un mobiletto sbilenco e poco più, sempre in ombra. Rory aveva voluto quel mobiletto per tenerci tutte le sue cose preferite, che si trattasse di un bottone trovato per strada o di un ciottolo molto lucido che avrebbe voluto conservare, o di un regalo di qualcuno.
Lui l'aveva voluta perchè, aveva detto, “era come stare in un posto in cui non ci può entrare nessun altro, che ti protegge”.
Beh, proteggerlo lo proteggeva, visto che neanche sua madre riusciva a trovarlo. Si avvicinò al lettino con passo felpato e si curvò.
Aggrottò le sopracciglia.
Gli sembrava di vedere il lettino vuoto. Allungò una mano, cercando a tentoni la testolina del suo piccolo.
Roisin avvertì una sgradevole sensazione alla bocca dello stomaco, come di nausea, mentre il presentimento si faceva realtà.
La donna guardò con orrore la sua mano, che non toccava altro che lenzuola.
Il letto era davvero vuoto.
«Kieran! KIERAN!»

Rory aprì gli occhi e si stiracchiò. Era una bella sensazione.
Non aveva affatto voglia di alzarsi da lì: era ancora in quello stato in cui è facile riaddormentarsi, ma stare svegli è ancora meglio per godersi la sensazione.
Si stropicciò distrattamente un occhio con il pugnetto mentre pensava allo stranissimo sogno che aveva fatto. Fallon... non sapeva neanche se l'aveva mai sentito, quel nome. E poi c'era quella strana creatura che era comparsa alla fine del sogno, quella con le corna, che gli aveva dato una strana impressione. Tutto il sogno, a ben pensarci, gli aveva dato una strana impressione... era come se lui fosse stato davvero là, come spettatore intoccabile, ma con tutte le emozioni in gioco.
Beh, a dir poco fantastico.
Gli era dispiaciuto doversi svegliare: voleva davvero vedere come andava a finire. Perchè quella creature aveva quello sguardo così... di rimprovero? Da dove erano arrivati tutti quei cervi? Fallon sarebbe riuscito a tornare a casa con tutta quella selvaggina?
Ma, in fondo, Rory era ancora nell'età in cui le preoccupazioni vengono e ripartono con la stessa velocità, perciò fece spallucce e si ripromise che avrebbe cercato di sognare il seguito più tardi.
Sbadigliò con impeto e si stiracchiò di nuovo, perché adorava quella sensazione. Poi si alzò, facendo cadere per sbaglio il libro misterioso. Lo raccolse e lo rimise pazientemente nel suo cestino, poi sbadigliò di nuovo.
Non sapeva se aveva messo abbastanza distanza tra sé e la gente triste, quindi sarebbe stato meglio camminare. E poi non era mai entrato così tanto dentro al bosco, era un'occasione da prendere al volo.
Certo, non sapeva i nomi che di poche piante, ma era sempre bello rivederle e salutarle come amiche di lunga data o, ancora meglio, fare conoscenza con “gente” nuova.
Camminò a lungo nel bosco, con l'instancabilità propria dei bambini, e fantasticò a lungo, sognando ad occhi aperti. Sognò che sarebbe stato come Fallon, che sarebbe diventato un cacciatore abilissimo e che avrebbe saputo tutto quello che succedeva intorno a lui con la stessa facilità con cui riusciva a toccarsi con l'indice la punta del naso. Sognava che sarebbe diventato espertissimo di tutto ciò che riguardava il bosco, che avrebbe saputo il nome di ogni pianta e di ogni animale che lo circondava, che avrebbe saputo muoversi silenzioso come una bestia delle foreste e, ancora meglio, che sarebbe riuscito a distinguere i funghi.
Rory sospirò. Gli sarebbe servitò molto in quel frangente, e invece ne sapeva niente e meno di niente. Osservò con occhio critico quello che aveva trovato.
Era un fungo abbastanza grande, paffuto, marrone. Il cappello era marrone e carnoso, con sotto quella che suo padre chiamava “spugna” gialla. Mandava un profumino appetitoso e il piccolo lo accarezzò con un dito, incuriosito. Sembrava davvero buono, soprattutto l'odore era davvero invitante e, ora che ci pensava, lo aveva già sentito... era un odore difficile da dimenticare. Il gambo era carnoso anche lui e di un bel colore
Suo padre era tornato da una scampagnata nei boschi con dei suoi amici con qualche cestino pieno di quelle prelibatezze, e aveva mostrato a Rory ridendo un fungo che era proprio uguale uguale
«Rory» gli aveva detto «Mi raccomando, questo è un fungo buono. Noi lo chiamiamo “porcino”, perchè, lo vedi, è bello grasso come un maialino, un porcellino. Impara a riconoscerlo, così prima o poi ti porto con me a cercare funghi»
«Più che buono, è ottimo, Kieran! Non confondere il tuo bambino» lo aveva corretto uno degli uomini insieme a lui.
Quindi, quello era un “porcino”!
Rory storse il naso. Se suo padre gli aveva detto che il porcino è un fungo assolutamente buono da mangiare, sua madre gli aveva anche detto di non raccogliere i funghi senza permesso, perché lui era ancora piccolo e poteva raccogliere dei funghi che sembravano buoni, ma in realtà erano cattivi. Il guaio non era se li avesse raccolti, il problema era se li avesse mangiati. Rory era combattuto. Prenderlo o non prenderlo?
Da un lato poteva essere una cosa davvero buona, e il suo primo fungo raccolto (oh, quanto aveva desiderato andare a funghi!), dall'altra non era sicuro sicuro che fosse un fungo buono.
Alla fine, il bambino decise di prenderlo ma non mangiarlo. Lo avrebbe mangiato solo e solamente se non gli fosse rimasto più niente nel cestino da mettere sotto i denti.
Rory prese il fungo per il cappello e tirò, ma il cappello dispettoso si staccò dal gambo e gli rimase in mano. Sorpreso, il bambino esaminò la cosa che aveva preso e la annusò, poi la mise nel suo paniere e cercò di tirare via anche il gambo. Tuttavia quello sembrava deciso a rimanere dove stava. Infine, il bambino ci scavò un pò intorno e lo girò prima tutto a destra, poi tutto a sinistra.
La ebbe vinta lui.
Tutto soddisfatto, mise anche quegli nel suo cestino e ripartì.
Ecco, già era sulla buona strada per diventare come Fallon il cacciatore. Eppure, rivedendo il suo sogno, aveva l'impressione che quello che aveva fatto il ragazzo avesse qualcosa di profondamente sbagliato, solo non capiva cosa.
Insomma, cacciare era normale, era procurarsi del cibo, e non era molto diverso dal coltivare delle piante, come il grano, e poi tagliarle per mangiarne delle parti.
Rory fu bruscamente riportato al mondo reale da una visione: c'era qualcosa di bianco, in lontananza, che caracollava pesantemente nella sua direzione. Sembrava un po' un pupazzo di neve a dire il vero, ma dopo un paio di battiti di palpebre il bambino mise un po' a fuoco e notò che aveva capelli neri come il carbone e che, normalmente, i pupazzi di neve non hanno i capelli. Quindi doveva essere una persona molto grassa vestita di bianco. La figura si avvicinò e Rory pensò che se quella era una persona lui doveva mettere la maggior distanza possibile fra i loro corpi, fuggire via. Era da quelli come lui che stava scappando.
Eppure non riusciva a muoversi, non perchè avesse paura o altro, ma più che altro per una specie di presentimento, l'idea che rimanere in quel punto e aspettare di capire chi fosse quell'uomo (o donna, chi lo sa) fosse importante.
Si rivelò essere lo zio Paul, che portava a tracolla una borsetta di pelle bruna e vestiva con una tunica bianchissima, ricamata d'oro e lunga fin quasi a coprire i piedi. Era solo e sembrava preoccupato e si guardava in giro sospettoso, facendo saettare le pupille a destra e a sinistra, come se avesse paura di essere seguito da qualcuno o da qualcosa.
Rory non riuscì a resistere e lo saluto, tanto, pensò, poi poteva sempre andarsene...
«Ciao zio Paul».
Ecco, l'aveva fatto. Il bambino si morse il labbro inferiore, pensando che forse non avrebbe neppure dovuto rivolgergli la parola, che magari stava per combinare un'altro guaio e che la sua famiglia e lo zio avrebbero litigato di nuovo e sarebbe stato un disastro.
Il becchino sobbalzò come se un serpente gli fosse strisciato sulle punte degli stivali, poi sorrise dolcemente, il volto pieno radioso
«Rory! Cosa ci fai qui, piccolino?» disse, alzando la voce
«Oh, beh, niente»
«Niente? Mi sembri un po' lontano da casa...» il tono dell'uomo si fece nervoso «Dove sono i tuoi genitori?»
«A casa»
«Oh. Davvero?»
«Si».
Paul sollevò un po' il mento, si guardò ancora intorno e infine sorrise di nuovo, ma meno gioiosamente della prima volta
«D'accordo, Rory. Sei sicuro di non esserti perso, vero?»
«Sono sicuro» mentì spudoratamente il bambino
«Allora... tu non mi hai visto»
«Come? Certo che ti ho visto!» si lamentò Rory, che non capiva il perchè di quella affermazione
«No, è che...» Paul ridacchiò, ma appena appena «... che è un modo di dire sai. Volevo dire, insomma... se qualcuno ti chiede se mi hai visto, tu risponderai che non mi hai visto»
«Perchè?»
«Perchè io non voglio che la gente sappia che sono stato qui. Ecco tutto. Quindi, tu non mi hai visto!»
«Va bene, zio Paul»
«Sono passato di qui, per caso?»
«No, zio Paul, tu non sei mai stato qui...»
«Bravo ragazzo! Vedi come apprendi in fretta!».
Il becchino si girò e fece per andarsene quando Rory lo fermò, correndogli dietro
«Aspetta!»
«Che c'è?»
«Non sono sicuro di non essermi perso! E poi dove vai?»
«Oh, beh, devo raccogliere delle... erbe, possiamo dire così. E quindi ti sei perso»
«No»
«Cioè, voglio dire: non sei del tutto sicuro di non esserti perso»
«Si»

«Ah, d'accordo. Bene, allora... potresti venire con me. Più tardi ti riaccompagnerò vicino a casa tua, ti va?»
«Si, ma non voglio che mia madre ti veda. Lei non vuole affatto il tuo bene...»
«No, effettivamente mi odia» Paul annuì, ma non sembrava affatto sconcertato o rattristato da quella consapevolezza «Mi ucciderebbe se solo ne avesse la possibilità, ma non devi preoccuparti, piccolo, non gliela daremo, questa possibilità».
Nella mente di bambino di Rory, questa affermazione sembrò veramente molto saggia.
I due presero a camminare, mano nella mano, e Paul prese a parlare senza sosta, ma lentamente, spiegando al bambino che ogni cosa era collegata, nei boschi, ed ogni cosa era necessaria. Il circolo dell'eterna rinascita si propagava attraverso il suolo e strisciava insieme ai bruchi che si nutrivano dell'erba e innalzava al cielo gli obelischi perfetti nella loro imperfezione che erano i tronchi degli alberi. E tutto questo Rory lo capiva e se lo sentiva nelle ossa, mentre con occhi spalancati di gioia e curiosità osservava una coppia di farfalle che gli passava appena sopra la testa, con il loro battito irregolare e leggero, oppure l'altezza e la possanza, quasi mostruosa, di una quercia che si ergeva al centro di una raduretta.
Paul si avvicinò alla quercia e prese a staccare le foglioline di alcune strane piante che vi crescevano abbarbicate, tagliandole via con l'ausilio del prezioso falcetto d'oro e riempiendosene la bisaccia, mentre un grande sorriso gli si disegnava sul volto paffuto.
«Cos'è?» Domandò Rory, curioso
«Oh, questo è... vischio» il becchino mise fra le mani del giovane una di quelle piantine dalle foglie chiare e allungate
«È una pianta strana» commentò Rory, senza riuscire a trovare nient'altro da dire
«Oh si, è strana» confermò Paul «Ma è molto preziosa. Senti, Rory... posso parlarti di una cosa seria, ora che siamo qui?».
Il tono del becchino divenne più basso e austero, ma non smise di sembrare rassicurante, tuttavia Rory stava per rispondere che non aveva intenzione di stare a sentire una cosa seria e men che meno di rispondere ad una cosa seria, tantopiù che non aveva idea di cosa potesse essere questa cosa. Tuttavia annuì, per non contrariare lo zio, e lo guardò corrucciato.
«Si» Disse
«Bene. Vedi questa quercia?».
Ma che domanda era mai quella? Certo che Rory la vedeva: era un albero enorme e scuro, con una grande chioma che somigliava ad una capigliatura riccia, irregolare e verde, e radici che si inarcavano uscendo dal terreno come dorsi di mostri marini o come serpenti che si aggrovigliavano.
«Questa quercia è un confine» Spiegò Paul
«Un confine?»
«Si. Una delimitazione, un margine... è come una recinzione. Serve a separare due territori appartenti a persone diverse o addirittura a popoli diversi. Una frontiera».
Rory guardò meglio l'albero: era così strano, così diverso, che poteva ben dirsi “un confine”. Non somigliava agli alberi che di solito stavano nei posti dove abitavano le persone umane, nei suoi rami contorti c'era qualcosa di fiabesco e alcune lucciole volavano da un ramo all'altro, sbandando leggermente e soffermandosi come se volessero far vedere che i loro corpi brillavano.
«Si» Disse soltanto Rory
«Bene, piccolo, molto bene. Questo è un confine e quello che succede aldilà del confine è molto, molto diverso da quello che succede nel mondo degli adulti che conosci...».
Quello sguardo. Rory vedeva quello sguardo e pensava “lo so, so benissimo che cosa vuoi dire e mi piace”. Era strano e misterioso e voleva alludere a qualcosa di più grande, più nuovo e più divertente, una tentazione irresistibile per un bambino.
«... E qui le regole dei giochi sono diverse. Le regole della vita sono divese. Devi dimenticare la maggior parte delle cose che hai imparato lì fuori. Se vai oltre la quercia, tutto cambierà, ed è questo il motivo per cui ti sto dicendo che quello che è successo qui non devi aspettarti che accadrà da nessun'altra parte»
«Che cosa è successo?»
«Guarda».
Rory sentì qualcosa che gli affiorava dentro, una specie di spina dietro la testa. Non era una spina che faceva male, ma era strana, e gli faceva pizzicare sotto gli occhi, come quando stava per mettersi a piangere. Era quello che aveva visto a fargli questo effetto e a fargli tremare la voce, quando parlò
«Quello è...»
«Si».
C'era un cane. Era spuntato dal sottobosco come un'ombra, avanzando a testa bassa, ed ora si era fermato ben dritto, con le zampe un po' larghe e il petto gonfio, mentre i suoi occhi erano immobili e dorati. Grigio e riccio, magro e forte, era tornato dalla morte.
Rory sentì un brivido che gli risaliva lungo le braccia e si chiese come potesse essere. Non si torna dalla morte, è per questo che si chiama morte e non sonno.
«Cucciolone» Disse, in tono flebile. Il cane mosse un po' la testa, inclinandola da un lato, e le sue orecchie fremettero.
Paul fece un largo sorriso
«Perdonami se non ti ho parlato quel giorno, ma vedi... dovevo salvarlo. E non c'era molto tempo: se fosse morto, morto davvero, non credo che sarebbe potuto tornare indietro. Non si torna indietro mai, da quel posto».
Questo, pensò Rory, aveva più senso e faceva meno paura. Il cane prese ad avanzare lentamente, barcollando un po', e Rory si accorse che non c'erano segni della brutale violenza che aveva distrutto la parte posteriore del suo corpo, ma che al posto di quelle ferite erano comparse delle curiose striature scure, brune, sulla pelliccia, come le righe dei gatti che talvolta scorrazzavano nei pressi del paese. Prendendo a ridere quasi con violenza, il bambino corse incontro al cane e gli cinse il collo inspido con le braccia, stringendolo forte
«Cucciolone!» esclamò, felice, chiudendo gli occhi e abbandonandosi a peso morto contro quel corpo saldo «Sei tornato! Ce l'hai fatta! Sei tornato!».
Vide la coda grigia dell'animale prendere a muoversi freneticamente a destra e a sinistra e comprese che quello era il modo di ridere dei cani e che erano felici entrambi nello stesso modo.
E gli ritornò in mente il sermone del prete, qualcosa sugli angeli, e sul nome di uno di loro, e capì che non c'era angelo più splendente del suo cane. Lucifero, il più splendente: ecco come si sarebbe chiamato.
«Andiamo» Disse Paul «Adesso devi decidere tu»
«Cosa, zio?» domandò il bambino, da sopra la spalla del cane
«Se vuoi vedere il resto delle cose che ci sono nel bosco adesso. Oppure se vuoi vederle più tardi. Puoi farlo quando vuoi, ma quel cane» e indicò l'animale «Non è l'unica sorpresa che c'è in questo posto».
Rory rimase in silenzio. Dal bosco era uscito Lucifero, la cui apparizione era probabilmente la cosa più bella che avesse mai visto nella sua vita, ma lui non era affatto sicuro di voler vedere, come aveva detto lo zio Paul, il resto delle cose. Era tutto così strano.
«Più tardi» Disse piano
«Come?» Paul gli si avvicinò e appoggiò una mano sulla schiena del cane «Che hai detto?»
«Ho detto che...» Rory esitò, come se avesse avuto paura di offendere il becchino «... Che voglio vederle più tardi. Non adesso». Lucifero leccò piano una guancia al bambino. Cos'era quella? Sembrava... una lacrima.
Rory si passò un braccio sugli occhietti, mentre si accorgeva di stare piangendo.
«Perché?» si chiese ad alta voce. Non capiva perchè mai stesse piangendo. Le lacrime erano così strane adesso, eppure Rory sentiva una cosa strana all'altezza di petto e gola che gli suggeriva che era la cosa giusta da fare. Erano così inadeguate... ma era ciò che ci voleva.
Era la prima volta che gli succedeva una cosa del genere.
Il bambino deglutì, e abbracciò il collo forte del suo Cucciolone. Era tornato. Chiuse gli occhi. Lo zio Paul sorrise a quella vista, emozionato e divertito al tempo stesso.
Oh, piangere di felicità è una cosa così umana.
«Zio Paul... secondo te che cosa dovrei fare?» Esordì alla fine Rory
«A che proposito?» chiese l'ometto
«Io... sono scappato di casa. E non so se devo tornare o no»
«Vieni qui, Rory» lo invitò lo zio Paul, sedendosi ai piedi di un grande albero e, battendo con la mano paffuta di lato a lui, incoraggiandolo a fare altrettanto «Riposiamoci un pò e parliamo. Ormai è ora che io ti insegni una cosa che si chiama “ragionare”. Ragioneremo insieme e troveremo la soluzione che ti sembra più bella, che ne dici?»
Rory annuì.
«Allora» chiese il becchino «Dimmi: perchè sei scappato?»
«Perchè i miei genitori litigavano e mi tenevano in casa e non ne potevo più!» ammise Rory tutto d'un fiato, esasperato. Era piccolo: alla sua età era davvero difficile tenersi tutto dentro senza piangere e lagnarsi di continuo, specie dopo ciò che gli era successo, e ora aveva intenzione di lagnarsi come avrebbe voluto fare da un bel pò «Io stavo sempre coricato, o seduto, e loro litigavano sempre. Mamma non era più...» si interruppe. Come esprimere efficacemente il concetto? «Lei non era più lei... Mamma è dolce, mamma è brava e non si lamenta mai, mamma si prende cura di me e papà e ci prepara tante cose buone da mangiare. Quella si lamentava sempre sempre e... non lo so»
«Comprensibile» annuì zio Paul
«Cosa?»
«Ora capisco perchè sei scappato. Ma, dimmi, adesso non puoi mica rimanere tutto solo qui a vivere come un randagio, no?»
«Hm-hm» annuì il bambino, passando le mani nella pelliccia di Lucifero
«Quindi?»
«Quindi... devo tornare a casa?»
«Dimmelo tu. Dimmi perchè dovresti o non dovresti tornare a casa. Queste cose di chiamano pro e contro: i pro sono le cose buone e i contro quelle cattive. Ora, dimmi quali sono i pro di tornare a casa»
Rory socchiuse gli occhi, concentrato «Allora, i pro sono che... non lo so, zio Paul...»
«Guarda, ti faccio un esempio: tornerai dalla tua mamma e dal tuo papà»
«E vivrò nella mia casa, e... che non dovrò cercare il mangiare da solo»
«Il cibo, Rory: si dice “cibo”, non “mangiare”»
«Si»
«Giusto. E i contro?»
«Che non so se hanno smesso di litigare» si rabbuiò Rory
«Giusto anche questo. Sei sveglio, piccolo! E...» lo zio Paul non terminò la frase. Il suo sguardo era caduto sul cestino che Rory teneva in mano.
«Che succede, zio Paul?» Chiese il bambino, preoccupato. Il suo sguardo saettava dal cestino al becchino. Non gli sembrava che fosse successo qualcosa di strano al suo cesto, gli sembrava proprio uguale a prima, ma Paul appariva pensarla diversamente.
«Quello... quello che cos'è, Rory?» chiese lo zio Paul, prounciando le parole come se fossero qualcosa di fastidioso e appiccicoso da sputare via
«Quello che cosa?» il bambino si appoggiò il cestino alle ginocchia e notò che si era sbagliato. In effetti qualcosa era cambiato.
Le rune sul suo bastone erano diventate stranamente luminescenti, quella curiosa fosforescenza rossa che gli aveva già visto assumere prima, quando aveva sottratto il bastone al leprecauno.
«Si, ogni tanto lo fa» Disse il bambino, con una noncurante scrollata di spalle
«Come sarebbe a dire, “ogni tanto lo fa”?» chiese lo zio Paul «E, soprattutto, dove hai preso quel bastone?»
«Io e Cuc... Lucifero lo abbiamo preso a un leprecauno» disse Rory, come se avesse appena annunciato che la sua scarpa sinistra stava al suo piede sinistro.
«A un... leprecauno?! Ma è pericoloso, non si fanno queste cose!»
«Lucifero lo ha cacciato» annunciò fieramente Rory, gonfiando il piccolo petto «Lui non mi lasciava in pace, allora Lucifero lo ha cacciato e lui ha lasciato il suo bastone ed è scappato, e adesso non l'ho visto più. Lucifero è il mio angelo custode!»
«Oh, è vero, me lo avevi già detto... ma sei... proprio sicuro di volerlo chiamare così?»
«Come? Lucifero?»
«Esatto»
«Oh, certo! Il prete ha detto che non c'era nessuno più bello, buono e luminoso di Lucifero tra tutti gli angeli del Paradiso, e il mio cane è proprio così!».
Lo zio Paul sorrise, pensando alla reazione che avrebbero avuto i genitori di Rory nel sentire che il loro figlio aveva chiamato il suo cane redivivo come Satana, e che questi era il migliore tra gli angeli secondo la concezione del figlio. Era meglio, tuttavia, per evitare che da contadini ignoranti quali erano lo facessero esorcizzare, spiegargli come stavano in realtà le cose... Oh, buon Dio, Lucifero...
Il cane si drizzò e si irrigidì, portando le orecchie e sporgendosi un pò in avanti come se stesse puntando una preda.
«Che succede, bello?» Domando Rory, preoccupato «Che succede?».
Lucifero non poteva ovviamente rispondere, ma sembrava parecchio agitato; poi, a poco a poco, le sue orecche si abbassarono e i muscoli si rilassarono. Fu un processo talmente lento e costante che Rory non se ne accorse fino a quando il cane non si fu rilassato completamente.
«Qualunque cosa sia stata» Decretò Paul, scrollando le spalle «Adesso se n'è andata»
«Oh... va bene» annuì Rory, poi i suoi occhietti verdi si posarono sul bastone. Il bambino lo prese tra le mani e lo sollevò verso zio Paul osservando «Non brilla più».
Lucifero spinse il naso umido verso il viso di Rory, affondandolo nella sua guancia e facendolo ridere. Ancora non poteva crederci. Paul storse il naso «A proposito, signorino, di quello che stavamo dicendo prima...»
«Oh, si, ho capito tutto zio Paul!» annunciò allegramente Rory, abbracciando il collo dell'enorme animale «Grazie, grazie tante! Ora ho capito che devo tornare a casa!»
«No, Rory, io volevo parlare di...»
«Si, li farò smettere io di litigare!» annunciò il bambino, risoluto, avviandosi e tirandosi dietro il suo allegro cane «Io e Lucifero!»
«Ma non ti eri perso tu?» chiese il becchino, quasi esasperato «Dove stai andando?»
«Oh, da qui me la ricordo la strada! Mi ricordo quell'alberello lì! Ciao!»
«Rory, aspetta...!»
«Non voglio che mi accompagni a casa, davvero! Ci vediamo!»
«Ma...»
«Ciao!».
Rory partì di gran carriera verso il folto del bosco, mentre il becchino non poteva fare altro che allungare una mano e cercare di attirare la sua attenzione. Troppo tardi.
Paul sospirò, chiudendo gli occhi. Non era da Rory non ascoltare un adulto in quel modo. Doveva essere davvero molto felice. E anche se Roisin “non voleva affatto il suo bene”, e di questo era consapevole, avrebbe dovuto essere con lui. Per spiegare, e inventarsi una scusa.
Rory poteva sapere: Rory era speciale. Ma i suoi genitori... loro no. Non potevano sapere, non avrebbero mai capito. Così riprese a camminare verso la casa di Rory, pensando che i guai non erano ancora finiti.

In casa non c'era.
L'uomo e la donna lo avevano cercato dappertutto, anche nell'orto e al limitare del bosco vicino casa, ma non c'era traccia del loro bambino.
«Secondo te potrebbe essere andato dentro il bosco?» chiese Roisin, agitata, continuando a gettare occhiate al bosco alle sue spalle «Secondo te potrebbe essere andato lì? E magari si è perso? E...»
«No, no» la rassicurò Kieran, risoluto «Di sicuro non è andato nel bosco. Non è mai andato oltre il limitare e una persona spaventata non va in posti che non conosce»
«Bene... allora... quando è uscito?»
«Beh» osservò l'uomo, grattandosi il dietro della testa «Siamo stati tutto il pomeriggio con Margaret e non abbiamo una porta sul retro... siamo stati tutto il tempo vicino all'unica uscita, non può essere scappato...»
«Non tutto il pomeriggio» sussurrò Roisin realizzando quello che poteva, raddrizzandosi e girandosi verso suo marito «Noi... dopo che è arrivato il becchino, noi siamo andati in un'altra stanza. I-io non ho chiuso la porta. Rory non era in grado di dire no o cercare di scappare... oh no. No... è tutta colpa mia!»
«Tu pensi che...?» Kieran impallidì, poi il suo viso si chiazzò rapidamente di rosso «Adesso... adesso è ora di farla finita!» ruggì. Roisin si limitò ad annuire, accigliata. Non ne poteva più. Perchè doveva essere tutto così... intollerabile? Non avevano appena deciso che avrebbero condotto una vita normale e felice, come ogni altra famigliola?
«Maledetto becchino!» Imprecò di nuovo ad alta voce l'uomo
«Non è bene sparlare della gente assente» constatò una voce alle loro spalle. Era poco più che un respiro, ma bastò a fare scorrere dei brividi lungo la schiena di Kieran.
L'uomo si girò, sgranando gli occhi.
«Tu...» disse in un soffio.
Sheridan non rispose e si voltò a guardare in alto, con il cappuccio tirato sui riccioli rossi. Il cielo aveva assunto una sfumatura bellissima nel tramonto, indorando la volta e imporporando appena le nubi. Il rosso si presentava agli occhi sfumando dolcemente intorno al disco rosso, troppo basso, del Sole all'orizzonte. Era bellissimo.
Lei sospirò.
«Il Sole sta tramontando... sta arrivando la notte. Non è sicuro per voi convivere con le ombre».
Era il discorso più lungo che Roisin le avesse mai sentito fare, ma lo stesso non valeva per Kieran, il quale aveva cominciato a fare respiri brevi e irregolari, come se fosse terrorizzato.
E, in effetti... lo era.
Roisin guardò il marito, accigliata, poi prese il coraggio a due mani e fissò l'incappucciata, aprendo la bocca per parlare. Gli occhi verdi della donna catturarono i suoi, anche se sembrava non fosse sua intenzione: le sue iridi di un colore impossibile continuavano a sondarla da capo a piedi, lentamente, come se stesse sfogliando i suoi pensieri. Quelli di Roisin erano calamitati, e la madre quasi si scordò di parlare; poi sentì le dita del marito che si stringevano attorno alle sue, e ricordò.
«Che cosa vuoi?» Riuscì ad articolare infine «Cosa sei venuta a cercare qui, Sheridan?».
La becchina non rispose subito. Sembrava esitante a parlare, come se, con un sola parola, avrebbe potuto tradirsi. Come se ogni lettera fosse stata una lettera in più di quella che avrebbe dovuto dire. Alla fine scandì, con lentezza, un'unica parola:
«Contrattare».

«Ecco, ci siamo Lucifero!» annunciò Rory, entusiasta, scostando dei rami di giovani alberi che intralciavao la sua via «Bentornato a casa! Appena in tempo, poi, mamma dice che non si va in giro senza Sole, perchè è pericoloso!».
Il grosso cane grigio scodinzolava mentre il bambino lo guidava verso casa. Era vero, non si era completamente perso: era solo andato un pò più in là di dove avrebbe mai potuto ricordarsi. La sua mappa mentale era ancora un pò limitata, avrebbe dovuto esercitarsi.
E, finalmente, eccoli sbucare dal limitare del bosco.
«Il cielo è davvero bello ora, vero Lucifero?» Commentò il bambino, con un sorrisetto «Mamma e papà non saranno arrabbiati con un cielo così. Se lo vedono, non litigheranno più» Rory scosse la testa e il suo sorriso si allargò «Andiamo, Cucciolone! Dobbiamo fargli vedere il cielo!».
Corsero a perdifiato verso la casetta, quando Lucifero si fermò di botto e, di riflesso, Rory frenò a sua volta.
«Che succede?» Si accigliò il bambino, poi guardò verso il prato.
Distingueva chiaramente la figura imponente e dalle spalle larghe di suo padre, accanto a quella più esile e aggraziata di sua madre. Ma c'era una terza figura lì. Era alta, più alta di quella di suo padre, e con una possanza abbastanza accentuata da fare sparire la madre, ma Rory aveva già l'impressione di riconoscerla. Dava per scontato che fosse un uomo, eppure l'unico uomo che ricordava fosse più alto di suo padre era probabilmente Lennon, che non era granché imponente.
«Andiamo a controllare, Lucifero?» chiese Rory, seppure non si aspettasse una risposta.
Il cane uggiolò.
D'improvviso, la terza figura si girò verso Rory. Era abbastanza lontana da non riuscire a sitinguerne ancora il volto, ma abbastanza vicina da sapere che i suoi occhi lo stavano strafiggendo. Solo una persona era riuscita a farlo sentire così con un solo sguardo, e quella persona era l'unica così alta da superare suo padre che conoscesse,
«Sheridan?» sussurrò, stupito. Lucifero fece qualche passo indietro, incerto.

«Contrattare» ripetè Roisin, senza inflessione. Scosse la testa «Spiacente, Sheridan, non avrete più il nostro...»
Sheridan voltò la testa di scatto, senza guardare più nessuno dei due genitori. Roisin si innervosì, ma cercò di reprimere il moto d'irritazione che stava nascendo in lei.
«Come dicevo, Sheridan, la tua visita qui è stata inutile. Non vi daremo mai più...»
«Rory è qui» la interruppe la becchina, recidendo la sua frase con la freddezza e la concisione di una lama, poi aggiunse «E non è da solo».
I due si voltarono verso il punto in cui Sheridan guardava, alla loro sinistra. Il loro bambino li stava guardando, fissandoli incerto. Di lato a lui...
«No» Kieran battè le palpebre «No, quel cane era morto, era finito sotto una carrozza»
«Magari non era lui» ipotizzò la moglie
«Se il cane non fosse stato morto, non avremmo passato tutto questo, Roisin»
Le labbra della donna si ridussero ad una linea sottile «Ma è impossibile. Margaret dice di aver visto quel cane schiacciato per metà sotto una carrozza. A me sembra che abbia tutte e quattro le zampe»
«Molte cose possono succedere al tramonto» constatò Sheridan «Molte cose. Molti tipi di cose» poi emise una specie di sibilo a denti stretti e annunciò «Non voglio contrattare con lui. Tornerò domani».
E, prima che chiunque potesse dire qualunque cosa, si era voltata e se ne stava andando con tutta la calma che poteva permettersi.
Ma, anche volendo, nessuno aveva intenzione di dire niente.
Kieran e Roisin rimasero imbambolati a guardare il bambino perduto e il cane tornato in vita.

Rory osservò la figura di Sheridan voltarsi e andarsene.
I suoi genitori lo stavano guardando, increduli.
«Andiamo, Lucifero!» esortò il bambino, facendogli un gesto con la mano, e corse verso i genitori «Mamma! Papà! Sono tornato!» annunciò, sbracciandosi, mentre il cane correva di lato a lui.

«Grazie al cielo...» mormorò Roisin, con l'aria di chi aveva trattenuto il respiro troppo a lungo e poteva espirare solo ora. Lo sguardo di Kieran si alternava al figlio che si avvicinava e alla figura silenziosa che si allontanava, come uno spettro nero.
Già.
Non era sicuro convivere con le ombre, non al tramonto... né mai.
Nello stesso istante in cui Rory si avvicinò, Roisin partì in quarta con la fase della “mamma premurosa”. Lo controllò dappertutto, dicendogli che era stata tantissimo in pensiero, chiedendogli se si era perso, se si era fatto male, se aveva avuto paura, e soprattutto se era stato quel maledettissimo becchino a rapirlo.
Rory sorrise, abbracciandola.
Eccola, finalmente: questa era la sua mamma.
Poi si buttò in un'accalorata descrizione dei fatti, dicendo che Paul non c'entrava niente, non lo aveva neanche incontrato (ricordava ancora la promessa fatta al becchino nella foresta: lui non voleva che qualcuno sapesse che era stato lì), però era scappato da solo perchè tutti litigavano, e aveva incontrato il suo cucciolone sotto la Quercia-Del-Confine.
«Il confine di cosa?» Domandò Kieran, curioso
«Ecco...» Rory ci pensò un pò su, poi ammise «Non lo so. Ma è del confine»
«E come l'hai trovata?»
«Mi ci ha portato...» si morse un labbro «... Dio. Mi ci ha portato Dio. Perchè ci trovassi il mio cucciolone!» e indicò con un ampio gesto del braccio il cane, che scodinzolò felice.
Roisin e Kieran notarono fin da subito che, nonostante ci somigliasse moltissimo, quello non poteva essere il cane di Rory: aveva delle strane strisce scure a cui probabilmente il bambino non aveva fatto caso, e di sicuro sembrava in ottima forma, non vittima di un'incidente stradale. Ma fargli credere che quello fosse davvero il suo cane non era poi una cattiva idea: la situazione si sarebbe sistemata in un batter d'occhio. Insomma, sembrava proprio che fosse stato Dio a mandare Rory alla Quercia-Del-Confine (di cui ancora Roisin e Kieran non avevano ancora capito né l'ubicazione né a quale confine appartenesse), che fosse arrivata una vera e propria manna del cielo.
Roisin abbracciò ancora suo figlio, stringendolo teneramente fra le braccia. Il suo unico figlio, pensava lei, un bambino così perfetto, così sveglio, intelligente, sano... era molto perspicace, per la sua età, e lei lo amava sopra ogni altra cosa, sopra sé stessa e persino sopra il marito con cui era disposta ad andare fino in cima al mondo.
Kieran sorrideva, guardandoli
«Non allontarti più da solo, Rory» disse poi soltanto, con voce alta e chiara
«Si, padre» rispose con voce soffocata il bambino, raccolto nell'abbraccio di sua madre
«E non cercare di andare dai becchini».
Questa volta Rory non rispose. Non voleva prendersi la responsabilità di quella scelta, non voleva deludere suo padre promettendo qualcosa che poi non avrebbe mantenuto. Sapeva già che sarebbe andato da zio Paul, che sarebbe successo, prima o poi... aveva bisogno di lui perchè mettesse a posto alcune cose.
L'abbraccio della madre si sciolse, lentamente, indugiando ogni istante nel calore tenero del corpo del bambino. Roisin decise che avrebbe controllato meglio suo figlio, da adesso in poi, che avrebbe combattuto per tenerlo accanto a sé, ma era qualcosa che molte madri si promettevano ed era lì che forse sbagliavano: non sarebbe stato tenendolo vicino che lo avrebbe protetto.
Rory mangiò, giocò, passò la giornata, dormì. Gli lasciarono tenere il cane accanto al letto, perchè lo vegliasse, ritenendo che l'animale fosse sufficientemente docile anche se era sicuramente diverso da quello che era stato vittima dell'incidente stradale.
Roisin lo guardò dalla porta, lo sguardo dolce puntato su di lui. Alle spalle di lei, Kieran con un sorriso appena accennato sul volto, le passò una mano intorno alla vita e le sussurrò qualcosa in un orecchio. Lei voltò appena la testa verso suo marito
«Devo dirti una cosa, caro...»
«Che cosa?» le sopracciglia di lui si aggrottarono, diventando quasi un'unica linea scura
«Tranquillo... è... che credo di essere incinta».
Kieran si illuminò, poi si contenne. Non sapeva spiegare in che modo questo lo sollevasse, in che modo questo lo atterrisse, terrorizzasse, elevasse oltre la felicità mortale e gettasse nel baratro della paura. Il suo secondo figlio... dopo così tanti anni... perchè proprio ora? Perchè in questo momento così buio, con l'ombra spettrale degli stregoni gettata sulla loro fortuna con artigli rapaci? Esternò il suo dubbio alla moglie, parlando piano.
Lei gli rispose
«In questo momento così buio va bene... lui sarà la nostra luce».
Kieran la baciò.
L'indomani mattina sembrava una grande giornata: era calda, radiosa, serena. Sebbene il grano non ondeggiasse dorato sotto le finestre dei Tad, c'era qualcosa di bello, di dolce, nella campagna circostante, forse un profumo nell'aria, forse erano gli uccelli che non volavano bassi e che cantavano mentre planavano o svolazzavano, in un gioioso frullo d'ali, da un ramo all'altro degli alberi sparsi.
Kieran si svegliò per primo, osservando i raggi di luce che entravano obliqui dalla finestra. Si sentiva al calo, al sicuro, e in quel momento ogni ombra malefica sembrava solo un sogno lontano, qualcosa di irreale ed inesistente. Guardò sua moglie che dormiva ancora, i suoi lineamenti distesi, e pensò a quanto egli fosse un uomo fortunato. Poi i suoi occhi si spostarono ai piedi del letto e per un attimo tutti i suoi muscoli si contrassero per istinto.
Il cane grigio, sveglio ed enorme, era lì in piedi e lo fissava con i suoi occhi da predatore. Kieran non aveva mai notato quanto sembrasse minaccioso, quando guardava intensamente qualcuno, poi ricordò che era un altro cane, diverso dal “Cucciolone” che Rory aveva accudito fino ad ora, e un brivido gli corse lungo la schiena. Questo qui sembrava più pericoloso, qualcuno da non tenere dentro casa.
Kieran, cercando di essere più silenzioso possibile, si rivestì sotto gli occhi attenti dell'animale, poi gli si avvicinò e cercò di spostarlo verso l'uscita, di portarlo fuori, e si sorprese di vedere con quanta docilità il cane lo seguisse, con la coda guizzante e la bocca aperta in un ansito giocoso, senza sembrare più così minaccioso come gli era parso quand'era immobile. Uno scherzo della propria immaginazione, si disse, poi andò a svegliare Roisin.
Delicatamente, il contadino si sedette sul letto e accarezzò il volto della moglie con il dorso della mano ruvida, parlandole sottovoce
«Ehi, ehi, Roisin... svegliati, è mattina».
Lei dischiuse lentamente le palpebre
«Kieran... che cosa...»
«Tutto a posto. Ho portato fuori il cane, era entrato nella stanza, sai? Ci stava a guardare. Sembrava farci la guardia, dev'essere un buon guardiano, spero solo...»
«Speri?» domandò lei, con la voce un po' arrochita dal sonno
«Spero che non sia di nessuno, sai. Che non sia scappato a qualche cacciatore o qualcosa del genere... Rory ci rimarrebbe molto male se glielo portassero via e questo ha tutta l'idea di essere un cane che non è facile comprare»
«Credi che non abbiamo il denaro necessario per comprarlo al padrone?»
«Abbiamo... abbiamo l'oro dei becchini, ma è per le emergenze, lo sai»
«Questa è un'emergenza» borbottò lei, chiudendo ancora gli occhi «Kieran, lo sai che cosa succede se il bambino vede portarsi via il cane, vero?»
«Beh, io credo che stiamo viziando Rory» confessò Kieran «Ho visto i sette figli di Neal e nessuno di loro riceve tante attenzioni quante ne riceve Rory. Lavorano fin da quanto sono piccoli, ecco, e danno una mano in casa»
«Kieran»
«Si?»
«Rory ha cinque anni. Cinque anni, non ha l'età per dare una mano»
«A me sembra di si. Sai, è veramente...» fece una pausa, per trovare le parole, mentre si toccava la barba in modo quasi ossessivo, picchiettandola con le punte delle dita «... Molto sveglio»
«Ciò non toglie che sia piccolo»
«Gli insegnerò a lavorare nei campi. Non lo farò lavorare davvero, ma credo che... che gli farà bene, insomma. E poi, se mi riesce, lo porterò a caccia»
«Non hai un fucile. Non hai neanche un'arco, a dire il vero»
«Lo so. Troverò un modo. Abbiamo il cane, adesso»
«E forse neppure i soldi per comprarlo al padrone» lo smontò subito Roisin «Kieran, capisco che tu vuoi il meglio per Rory, vuoi che diventi un uomo forte, in fretta. Lo capisco. Tutti i padri lo vogliono, per i loro figli, ma non essere precipitoso»
«Se non imparerà presto ad essere un uomo, finirà per somigliare ad una donna. Lo diceva sempre, mio padre: insegna ai tuoi figli ad essere uomini. Ebbene, voglio che il mio unico figlio maschio sia forte, che impari a coltivare la terra e a cacciare»
«Giusto. Ma perchè unico figlio maschio?» Roisin si mise una mano sulla pancia, ancora non abbastanza prominente da poter dire per certo che lei fosse incinta «Magari avremo un'altro maschio...»
«Beh, per ora ne abbiamo solo uno, sai? Ed è di lui che voglio prendermi cura»
«Prenditene cura» lei gli sorrise, poi si tirò a sedere per baciarlo su una guancia ruvida di barba «E rendilo uomo»
«Tu cosa farai, oggi?»
«Credo che andrò da Kelly e Keira, prepareremo dei dolci e sai, faremo quelle cose da donne... ti porterò qualcosa di buono, a te e a Rory»
«Bene. Io vedrò di insegnare qualcosa al bambino. Magari, non so, gireremo un po' con il cane...»
«E se dovesse venire il becchino?»
«Non pensarci!» disse precipitosamente l'uomo, con i muscoli delle spalle contratti
«Ma...»
«Ti ho detto di non pensarci. E questo è quanto. Lascia che me la veda io con il becchino, è una faccenda fra uomini»
«Sheridan è una donna» gli fece notare lei, sottovoce.
Kieran strinse la labbra e non rispose. Cosa poteva dirle, che Sheridan era una donna, ma che questo non contava niente? Che era lei, quella demonessa incappucciata, il vero nemico, il vero mostro? Non era gentile verso un'esponente del gentil sesso. Lui la odiava e la temeva, ma non poteva mostrare il suo sentimento a nessuno, neppure a sua moglie. Che cosa avrebbe pensato altrimenti Roisin di lui? Che era un vigliacco, che non era un vero uomo, ecco che cosa avrebbe pensato.
«Buongiorno!» Esclamò allegra la voce di Rory, dall'altra camera
«Buongiorno figliolo!» rispose Kieran, alzandosi e dirigendosi verso la stanzetta accanto per dare il tempo a Roisin di rivestirsi per salutare il bambino e preparargli la colazione «Ben svegliato! Come va?»
«Bene» rispose Rory, stiracchiandosi e scendendo dal letto, a piedi nudi sulle assi di legno del pavimento, con un sorriso largo stampato sul piccolo volto paffuto «Dov'è Lucifero?».
Lucifero. Kieran scosse la testa, no, doveva aver sentito male, il bambino non poteva aver detto veramente quella parola, non doveva aver detto veramente quella parola, non aveva senso, non c'era motivo per cui l'avesse fatto.
«Come hai detto, Rory?» Sussurrò l'uomo, abbassandosi preoccupato verso il figlio che lo osservava tutto felice «Ripeti ciò che hai detto?»
«Dov'è Lucifero?»
«Chi è Lucifero? Cosa vuoi?» chiese tutto d'un colpo Kieran, in un ansito rabbioso che gli fece contrarre la mascella e dilatare le narici
«Il mio cane» Rory si fece più piccolo, intimidito «Il mio cucciolone si chiama Lucifero».
L'uomo deglutì, sollevandosi in tutta la sua statura, le braccia abbandonate lungo i fianchi. Forse era arrivato il momento di spiegare alcune cose a suo figlio e magari anche di buttare fuori quel maledetto cane.
«Ti devo dire cose, Rory»
«Cose?»
«Si, cose»
«Quali cose, padre?» il bambino lo guardò attento, spalancando gli occhi
«Cose sul cane e su Lucifero»
«Ma il cane è Lucifero...»
«No, Lucifero è il male».


CAPITOLO SUCCESSIVO>

Nessun commento:

Posta un commento

Lettori fissi