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mercoledì 26 ottobre 2022

Iris Letalis 9. Il finale giusto

 


Cattelan si grattava una guancia guardando lo schermo del portatile. Il finale per il suo nuovo libro, “Timmy e l’orsetto bordeaux”, non ne voleva sapere di venir fuori.
Lo scrittore aveva provato a rimescolare gli eventi della narrazione, a riscrivere Timmy come un alieno, a far diventare l’orsetto una femmina, ma niente, nessun finale funzionava. Si spettinò i capelli, sbuffò, chiuse il documento, lo riaprì. Poi ebbe una folgorante idea che, avesse voluto il dio della scrittura, forse era proprio quella giusta. Le sue dita iniziarono a digitare freneticamente:

“Timmy e l’orsetto bordeaux erano finalmente insieme nel giardino, dopo tante peripezie. Il peluche era un po’ sporco, un piede era un pochino strappato, ma si poteva riparare! E anche pulire, certo.
«Imparerò a cucire per te» Disse Timmy «Anche se ho sempre pensato che fosse una cosa da femmina, ora ho capito che è solo una delle tante cose che si fanno per gli amici! E io imparerò perché ti voglio tanto bene!».
L’orsetto bordeaux abbassò lo sguardo. Non era proprio triste triste, ma qualche cosa non andava.
«Quanto dovrò aspettare per essere cucito?» Disse
«Solo un po’, amico mio! E poi sarai come nuovo!».
In quel momento arrivò un altro bambino, più vecchio di Timmy. Era proprio lui, il bullo Tommy, che Timmy non aveva mai sopportato!
«Lascia stare quel Timmy!» Disse Tommy «Io so cucire già adesso, me lo ha insegnato mio papà che è un sarto famoso che fa i completi per i motociclisti tosti e per i lottatori di wrestling! E poi ti darò anche un nome, perché quello scemo di Timmy non te ne ha dato uno anche se vi conoscete da due mesi!».
L’orsetto bordeaux guardò Tommy, poi Timmy, e gli si leggeva sul musetto che lui avrebbe voluto essere riparato adesso, non aspettare che qualcuno imparasse come farlo, e che voleva anche un nome.
Però disse: «Timmy, tu sei il mio padroncino e io non ti tradirò per il bullo Tommy!».
Timmy però era un bambino buono e intelligente, che voleva davvero bene all’orsetto bordeaux, perciò capì una cosa molto importante: che l’orsetto sarebbe stato meglio insieme a Tommy, che era ricco, aveva un papà sarto e sapeva cucire. Fu per questo che Timmy disse:
«Caro il mio orsetto bordeaux, io ti voglio un mondo di bene! E sono contento che sei fedele a me, ma devo dirti una cosa molto importante: devi andare insieme a Tommy. Tommy è cattivo con me, è vero, ma non con te! Lui voleva che tu fossi il suo orsetto fin da quando ti sei animato alla Piazza delle Magie! Se ti romperai, lui ti ricucirà, se ti sporcherai lui ti laverà, se ti perderai lui manderà le sue guardie a cercarti e poi sono sicuro che ti darà un nome bellissimo, perché è molto creativo a dare soprannomi buffi a tutti quanti a scuola. Starai bene con lui, meglio che con me».
L’orsetto bordeaux abbracciò Timmy forte forte, stringendolo fra le morbide zampette, e gli disse all’orecchio:
«Il più buono di tutti sei sempre tu, però».
Tommy non credeva alle sue orecchie! Finalmente il bellissimo orsetto bordeaux, l’unico giocattolo parlante della città di Arcobalenia, era suo! Non disse grazie, perché era pur sempre un bullo, ma diede la mano a Timmy.
«Ora non siamo più nemici» Dichiarò «Perché io e te vogliamo bene allo stesso orsetto»
«Sì, non siamo più nemici» disse Timmy.
Tommy prese per mano l’orsetto bordeaux e se ne andò. Timmy era un po’ triste, ma più ancora che triste era felice, perché sapeva che l’orsetto sarebbe stato davvero bene. Aveva imparato una lezione molto importante, il bravo bambino: che a volte, quando ami qualcuno, devi lasciarlo andare via.

FINE.”

Soddisfattissimo, Cattelan ricontrollò velocemente il documento, poi lo allegò ad un’e-mail e lo inviò al suo editore. Attese qualche istante, fissando ancora lo schermo come in trance, poi si alzò e fece un balletto di vittoria, canticchiando a mezza bocca una melodia che credeva di aver inventato in quel momento, ma che in realtà aveva sentito una notte nel lontano 1999.
Decise che avrebbe stampato e rilegato una copia da sé e l’avrebbe regalata a Mika quando sarebbe andato a vederlo al torneo.
«E vedremo se anche questo non ti piacerà!» Esclamò, parlando al vuoto «Vedremo se anche qui manca il pathos, come dici tu!».
Sentì che gli occhi gli si inumidivano un poco. Si disse che era per colpa delle ore passate davanti al computer, ma stava mentendo a sé stesso.
Dall’angolo un peluche a forma di orsetto, bordeaux, lo guardava senza vederlo con i suoi occhietti di plastica neri. Aveva uno strappo su una zampa, da cui si intravedeva l’imbottitura ormai ingiallita.
Cattelan non aveva mai imparato a cucire.

 
 

venerdì 10 dicembre 2021

La Cattedra del Giocatore - 5. Le biglie

 
Manuel si sentiva scosso, dalla testa ai piedi. Si era detto che si sarebbe imposto un controllo ferreo, che sarebbe sembrato intoccabile... e ci aveva creduto. Ci aveva creduto perché non aveva niente da perdere, perché si sentiva morto dentro.
E che cosa aveva fatto Fyodor? Gli aveva dato la speranza, qualcosa da perdere. Il demone stava cercando di strappargli via tutto, anche la dignità da sotto i piedi.
«Si sceglie in ordine di età, vi ricordo. Perciò questo gioco tocca ad Achille».
Manuel si sentiva scosso, dalla testa ai piedi. Si era detto che si sarebbe imposto un controllo ferreo, che sarebbe sembrato intoccabile... e ci aveva creduto. Ci aveva creduto perché non aveva niente da perdere, perché si sentiva morto dentro.
E che cosa aveva fatto Fyodor? Gli aveva dato la speranza, qualcosa da perdere. Il demone stava cercando di strappargli via tutto, anche la dignità da sotto i piedi.
«Si sceglie in ordine di età, vi ricordo. Perciò questo gioco tocca ad Achille».
Gli sguardi di tutti si posarono sul ragazzo con la camicia da notte, che con occhi vacui fissava le proprie mani. Achille aveva un volto imberbe di delicatezza sorprendente, con un naso sottile e dalla punta arrotondata, le labbra disegnate, gli occhi grandi e leggermente umidi. Sembrava un quadro.
Manuel, con le dita aggrappate al bordo del tavolo, si chiese perché qualcuno come lui fosse capitato in mezzo a quella brodaglia di persone senza speranza, di stupidi e di bruti, di bastardi e di sfigati. Cosa aveva in comune, lui, con il ragazzo?
Achille raccolse qualcosa sul tavolo, con un rumore vetroso, poi aprì il pugno e lo mostrò: biglie.
«Giocheremo a biglie» Spiegò «Nella variante classica del gioco»
«Illustraci le regole, prego» concesse Fyodor.
Il giovane Achille prese un gessetto e disegnò un grande cerchio sul tavolo, poi iniziò a disporre all'interno del cerchio tante biglie per formare una piccola croce.
«Che schifo è?» Domandò Luna «Achi? Achi, che stai facendo?»
«Preparo il campo» rispose il ragazzo «La partita si svolgerà all'interno di questo cerchio»
«Fai sempre questi giochi scemi»
«No, è interessante» Achille non guardò la ragazzina, rimanendo con le sopracciglia aggrottate mentre finiva di sistemare le piccole sfere «E questo è un gioco che si faceva già nell'Antico Egitto. Funziona così: ognuno di noi sceglierà una biglia. Non di quelle che ci sono nel cerchio, è chiaro, no? Una biglia da tiro. Uno alla volta tireremo la biglia all'interno del cerchio, cercando di buttare fuori le biglie che ci sono all'interno. Ogni biglia che riusciremo a fare uscire risulterà “catturata” e alla fine del gioco varrà un tredicesimo della posta in gioco totale che avremo giocato. Se il giocatore riesce a fare uscire una biglia dal cerchio potrà recuperare la propria e tirare di nuovo, ma se non ci riuscirà dovrà passare il turno al prossimo giocatore. Potenzialmente, se è davvero bravo, il primo giocatore potrebbe vincere l'intera posta in gioco» il ragazzo sorrise, tornando a sedersi al suo posto «Ognuno tirerà da seduto e, ovviamente, la partita terminerà quando tutte le biglie saranno finite fuori dal cerchio».
Capire il gioco era facile: bisogna spingere fuori le biglie tirandone una. La parte difficile era vincere quel maledetto gioco.
«Quanto puntiamo, signori?» Domandò Fyodor, facendosi girare fra le dita una fiche «Io ci metterò tanto quanto il giocatore che punta la somma più alta e darò anche un premio speciale al più bravo, quello che catturerà più biglie, proporzionale alla cifra scommessa dal vincitore stesso. Allora?».
Manuel aveva una buona mira, ma anche l'impressione che il ragazzino, Achille, dovesse essere formidabile a quel gioco. Valeva la pena di mettere in gioco una posta alta, per poi perderla tutta?
Che domanda stupida. Forse non valeva neanche la pena vivere, a chi importava di perdere qualche spiccio?
«Io punto centoquarantamila e cento euro» Disse Manuel, spingendo avanti tutte le fiche che aveva.
C'era una sorta di esaltazione, adesso, che stava montando dentro di lui, come una rivalsa del suo organismo sulla delusione e la depressione che lo avevano colto poco prima. Quando giocava, quando metteva a rischio tutto quello che aveva, si sentiva vivo. Non vivo come quando era stato giovane e innamorato, no, ma in una maniera completamente diversa, una sorta di surrogato artificiale di vita che si nutriva del rischio di perdere tutto, che succhiava dal midollo del dolore e dell'incertezza. Esisto quindi posso perdere. E vincere.
Fyodor sorrise, contando le proprie fiche in fretta, per proporre un mucchietto identico a quello giocato da Manuel.
«Centoquarantamila e cento euro anche io» Disse «Ma se qualcuno propone di più...».
Nessuno propose di più: il gioco era troppo difficile. E Achille, anche se aveva puntato tutto ciò che possedeva, aveva comunque una cifra ridicola fra le mani: cinquecento euro.
La posta totale ammontava a duecentonovanteseimila e cinquecento euro.
«Ogni biglia sul tavolo» Calcolò Fyodor, con tranquillità «Vale ventiduemila e ottocentosette euro. Circa. Non stiamo a fare i puntigliosi... e giochiamo. Ovviamente per primo tira Achille».
I colli di molti si tesero, i busti si stirarono sul tavolo, gli occhi cercarono le mani sottili e pallide del ragazzo in camicia da notte. Solo Eleonora non sembrava minimamente interessata.
Achille prese una biglia e se la mise fra pollice e indice. Era una sfera argentata, decorata con piccole stelle azzurre e traslucide, e Manuel la trovò brutta, più brutta di qualunque biglia lui avesse mai avuto per le mani.
E ne aveva avute, di biglie per le mani. Ne aveva avute così tante che gli bastava pensare alla parola “biglia” per sentire sotto polpastrelli la superficie liscia di quei giocattolini, a volte fredda e altre volte arroventata dal calore delle sue dita di bambino.
Biglie. Le biglie Monster Race, con infilati dentro quei dischetti che recavano stampe di facciacce brutte, creature disegnate male (ma per cui i bambini litigavano e si facevano anche male), le biglie di marmo bianco colorate con strisce di improbabili colori fluo, quelle di vetro trasparente con dentro frange di qualcosa che sembrava dentifricio, quelle mezze trasparenti e mezze opache con dentro foto dei ciclisti, quelle di gomma dura dei calciatori (che finivano sempre malissimo, a volte perse nei fiumiciattoli, a volte sequestrate dalle suore a cui venivano lanciate in testa), quelle che sembravano sassi, grigie, e quelle con sopra spolverate di polvere luccicante (nessuno, a quei tempi, le chiamava “glitterate”, tutt'al più “brillanti”).
E in quel momento, Manuel si accorse che lui era sempre stato molto bravo a biglie, almeno quanto lo era stato a carta sasso forbice. Era bravo a giocare a questi giochi scemi, che non gli erano mai valsi a nulla nella vita... tranne adesso. Adesso davvero ci si giocava tutto.
Achille lanciò la sua biglia, con precisione da cecchino. Due delle biglie della croce rotolarono fuori, spedite come missili dal colpo, e il ragazzo le raccolse e se le infilò in tasca, con tranquillità.
Fyodor rise.
Luna incrociò le braccia sul petto. «Sbaglia il prossimo colpo» Disse «Altrimenti finisce subito, il gioco».
Achille recuperò la propria biglia da lancio, con aria sognante, e tirò di nuovo. Altre due sferette di vetro furono sbalzate fuori dal cerchio. Ancora un altro tiro, ancora un'altra biglia.
«Non vale!» Ruggì Trevor, battendo i pugni sul tavolo «Non vale! Nessuno di noi può giocare!»
«Siediti» gli intimò Fyodor
«NO!» l'uomo vestito da prete scattò in piedi, la faccia arrossata «Non starò a guardare questa... questa...». Non trovava neppure le parole, la sua lingua si annodava, la saliva schiumava agli angoli della sua bocca.
«Siediti!» Ripetè Fyodor, con rabbia «Altrimenti non ti permetterò di giocare».
Clac. Ancora un tiro di Achille, ancora una biglia fuori dal cerchio, accompagnata dagli sguardi preoccupati dei giocatori. Luna sbuffò attraverso il naso, nascondendo la rabbia dietro l'ironia, le sopracciglia sollevate e le mani nascoste sotto le ascelle.
«LO AMMAZZO!» Ringhiò Trevor, la voce da basso che tremava e le mani che si chiudevano a pugno. Era sicuramente squilibrato, questo Trevor, pericoloso e insensato. Irritante.
Manuel spinse un po' indietro la propria sedia, giusto per sicurezza, chiedendosi se avrebbe visto l'uomo vestito da prete che spappolava le labbra al ragazzino delicato con le proprie nocche, se con un pugno gli avrebbe spaccato il naso. Forse, forse sì...
Trevor mise un piede sul tavolo, pronto a saltare su, a disfare il cerchio e atterrare come un falcone sul povero ragazzo.
«Smettila!» Fyodor allungò una mano verso Trevor, ma fu troppo lento.
Bam.
Achille aveva estratto una pistola da sotto la camicia da notte e aveva fatto fuoco dritto in mezzo alla fronte di Trevor. L’uomo in abito talare era crollato all'indietro rovesciando la propria sedia, il corpo che ora giaceva scomposto sul pavimento con l'immancabile pozza rossa scura che si allargava dietro la sua testa. Manuel arricciò il naso: vedeva pezzettini rosa, polposi, in mezzo alla pozzangherina.
Nessuno aveva urlato, nessuno era sembrato terrorizzato o scandalizzato.
Siamo ancora persone?” Si era chiesto Manuel “Perché nessuno ha paura? Perché non abbiamo i brividi, perché non c'è niente nei nostri occhi? Dovremmo gridare, gridare fino a sentire male ai polmoni, e scomporci e scappare”.
«Beh, il nostro prossimo gioco potrebbe essere il tresette col morto» Scherzò Luna, sogghignando.
Era una ragazza così giovane. Quasi una bambina. Però se ne stava lì, il sorrisetto leggerissimo e ironico che aleggiava sul volto, anche se non lontano dai suoi piedi, riverso al suolo, c'era un uomo morto.
«Il tresette col morto si gioca in quattro. Noi siamo di più» Spiegò Eleonora, cupa
«Ma va? Stavo facendo una battuta, nonna» rispose Luna, sollevando la punta del nasino con fare quasi snob.
Fyodor sospirò, mettendo a posto il suo mucchio di fiche, in una formazione diversa, mentre le ragazze iniziavano ad insultarsi e litigare riguardo alle regole del tresette. Achille, dopo aver riposto la pistola di nuovo sotto la camicia da notte, stava finendo di buttare fuori le biglie dal cerchio, con lanci precisi, veloci, come una macchinetta. Clac, clac, clac.
Manuel spostò i piedi per non sporcarsi le scarpe con il sangue che si stava allargando sul pavimento. Si sentiva parte di un quadro surreale e gli piaceva. Gli piaceva di non star dimostrando alcuna umanità, di riuscire a rimanere gelido, disgustato solo dalla parte fisica del delitto (quel sangue, con i pezzettini di materia cerebrale, che inondava il pavimento) e non per le sue implicazioni morali mostruose (la morte di un uomo, che nessuno dei presenti, nemmeno lui, aveva cercato di impedire).
Achille raccolse l’ultima biglia che aveva fatto uscire dal cerchio e si risedette al suo posto. Non c’era gioia sul suo volto imberbe.
«Ho vinto» Disse.
E fu allora che gli altri gridarono: non quando quel ragazzo aveva ucciso un uomo, ma quando aveva preso i loro soldi. Manuel sentiva quelle urla come se avesse le orecchie foderate d’ovatta, confuse e sovrapposte e soffocate. Lontane, come se fosse solo un fantasma e i suoi veri timpani fossero altrove, insieme al suo corpo fisico.
C’era un uomo morto a terra e tutti stavano strillando contro il suo assassino perché aveva vinto un gioco di biglie.
Deglutendo, Manuel si rese conto di aver perso tutti i soldi, fino all’ultimo centesimo. Sapeva di essere bravo a lanciare biglie, ma a cosa gli era servito? A volte, nella vita, non basta essere il migliore se non ti permettono di giocare.
Gli sguardi di tutti si posarono sul ragazzo con la camicia da notte, che con occhi vacui fissava le proprie mani. Achille aveva un volto imberbe di delicatezza sorprendente, con un naso sottile e dalla punta arrotondata, le labbra disegnate, gli occhi grandi e leggermente umidi. Sembrava un quadro.
Manuel, con le dita aggrappate al bordo del tavolo, si chiese perché qualcuno come lui fosse capitato in mezzo a quella brodaglia di persone senza speranza, di stupidi e di bruti, di bastardi e di sfigati. Cosa aveva in comune, lui, con il ragazzo?
Achille raccolse qualcosa sul tavolo, con un rumore vetroso, poi aprì il pugno e lo mostrò: biglie.
«Giocheremo a biglie» Spiegò «Nella variante classica del gioco»
«Illustraci le regole, prego» concesse Fyodor.
Il giovane Achille prese un gessetto e disegnò un grande cerchio sul tavolo, poi iniziò a disporre all'interno del cerchio tante biglie per formare una piccola croce.
«Che schifo è?» Domandò Luna «Achi? Achi, che stai facendo?»
«Preparo il campo» rispose il ragazzo «La partita si svolgerà all'interno di questo cerchio»
«Fai sempre questi giochi scemi»
«No, è interessante» Achille non guardò la ragazzina, rimanendo con le sopracciglia aggrottate mentre finiva di sistemare le piccole sfere «E questo è un gioco che si faceva già nell'Antico Egitto. Funziona così: ognuno di noi sceglierà una biglia. Non di quelle che ci sono nel cerchio, è chiaro, no? Una biglia da tiro. Uno alla volta tireremo la biglia all'interno del cerchio, cercando di buttare fuori le biglie che ci sono all'interno. Ogni biglia che riusciremo a fare uscire risulterà “catturata” e alla fine del gioco varrà un tredicesimo della posta in gioco totale che avremo giocato. Se il giocatore riesce a fare uscire una biglia dal cerchio potrà recuperare la propria e tirare di nuovo, ma se non ci riuscirà dovrà passare il turno al prossimo giocatore. Potenzialmente, se è davvero bravo, il primo giocatore potrebbe vincere l'intera posta in gioco» il ragazzo sorrise, tornando a sedersi al suo posto «Ognuno tirerà da seduto e, ovviamente, la partita terminerà quando tutte le biglie saranno finite fuori dal cerchio».
Capire il gioco era facile: bisogna spingere fuori le biglie tirandone una. La parte difficile era vincere quel maledetto gioco.
«Quanto puntiamo, signori?» Domandò Fyodor, facendosi girare fra le dita una fiche «Io ci metterò tanto quanto il giocatore che punta la somma più alta e darò anche un premio speciale al più bravo, quello che catturerà più biglie, proporzionale alla cifra scommessa dal vincitore stesso. Allora?».
Manuel aveva una buona mira, ma anche l'impressione che il ragazzino, Achille, dovesse essere formidabile a quel gioco. Valeva la pena di mettere in gioco una posta alta, per poi perderla tutta?
Che domanda stupida. Forse non valeva neanche la pena vivere, a chi importava di perdere qualche spiccio?
«Io punto centoquarantamila e cento euro» Disse Manuel, spingendo avanti tutte le fiche che aveva.
C'era una sorta di esaltazione, adesso, che stava montando dentro di lui, come una rivalsa del suo organismo sulla delusione e la depressione che lo avevano colto poco prima. Quando giocava, quando metteva a rischio tutto quello che aveva, si sentiva vivo. Non vivo come quando era stato giovane e innamorato, no, ma in una maniera completamente diversa, una sorta di surrogato artificiale di vita che si nutriva del rischio di perdere tutto, che succhiava dal midollo del dolore e dell'incertezza. Esisto quindi posso perdere. E vincere.
Fyodor sorrise, contando le proprie fiche in fretta, per proporre un mucchietto identico a quello giocato da Manuel.
«Centoquarantamila e cento euro anche io» Disse «Ma se qualcuno propone di più...».
Nessuno propose di più: il gioco era troppo difficile. E Achille, anche se aveva puntato tutto ciò che possedeva, aveva comunque una cifra ridicola fra le mani: cinquecento euro.
La posta totale ammontava a duecentonovanteseimila e cinquecento euro.
«Ogni biglia sul tavolo» Calcolò Fyodor, con tranquillità «Vale ventiduemila e ottocentosette euro. Circa. Non stiamo a fare i puntigliosi... e giochiamo. Ovviamente per primo tira Achille».
I colli di molti si tesero, i busti si stirarono sul tavolo, gli occhi cercarono le mani sottili e pallide del ragazzo in camicia da notte. Solo Eleonora non sembrava minimamente interessata.
Achille prese una biglia e se la mise fra pollice e indice. Era una sfera argentata, decorata con piccole stelle azzurre e traslucide, e Manuel la trovò brutta, più brutta di qualunque biglia lui avesse mai avuto per le mani.
E ne aveva avute, di biglie per le mani. Ne aveva avute così tante che gli bastava pensare alla parola “biglia” per sentire sotto polpastrelli la superficie liscia di quei giocattolini, a volte fredda e altre volte arroventata dal calore delle sue dita di bambino.
Biglie. Le biglie Monster Race, con infilati dentro quei dischetti che recavano stampe di facciacce brutte, creature disegnate male (ma per cui i bambini litigavano e si facevano anche male), le biglie di marmo bianco colorate con strisce di improbabili colori fluo, quelle di vetro trasparente con dentro frange di qualcosa che sembrava dentifricio, quelle mezze trasparenti e mezze opache con dentro foto dei ciclisti, quelle di gomma dura dei calciatori (che finivano sempre malissimo, a volte perse nei fiumiciattoli, a volte sequestrate dalle suore a cui venivano lanciate in testa), quelle che sembravano sassi, grigie, e quelle con sopra spolverate di polvere luccicante (nessuno, a quei tempi, le chiamava “glitterate”, tutt'al più “brillanti”).
E in quel momento, Manuel si accorse che lui era sempre stato molto bravo a biglie, almeno quanto lo era stato a carta sasso forbice. Era bravo a giocare a questi giochi scemi, che non gli erano mai valsi a nulla nella vita... tranne adesso. Adesso davvero ci si giocava tutto.
Achille lanciò la sua biglia, con precisione da cecchino. Due delle biglie della croce rotolarono fuori, spedite come missili dal colpo, e il ragazzo le raccolse e se le infilò in tasca, con tranquillità.
Fyodor rise.
Luna incrociò le braccia sul petto. «Sbaglia il prossimo colpo» Disse «Altrimenti finisce subito, il gioco».
Achille recuperò la propria biglia da lancio, con aria sognante, e tirò di nuovo. Altre due sferette di vetro furono sbalzate fuori dal cerchio. Ancora un altro tiro, ancora un'altra biglia.
«Non vale!» Ruggì Trevor, battendo i pugni sul tavolo «Non vale! Nessuno di noi può giocare!»
«Siediti» gli intimò Fyodor
«NO!» l'uomo vestito da prete scattò in piedi, la faccia arrossata «Non starò a guardare questa... questa...». Non trovava neppure le parole, la sua lingua si annodava, la saliva schiumava agli angoli della sua bocca.
«Siediti!» Ripetè Fyodor, con rabbia «Altrimenti non ti permetterò di giocare».
Clac. Ancora un tiro di Achille, ancora una biglia fuori dal cerchio, accompagnata dagli sguardi preoccupati dei giocatori. Luna sbuffò attraverso il naso, nascondendo la rabbia dietro l'ironia, le sopracciglia sollevate e le mani nascoste sotto le ascelle.
«LO AMMAZZO!» Ringhiò Trevor, la voce da basso che tremava e le mani che si chiudevano a pugno. Era sicuramente squilibrato, questo Trevor, pericoloso e insensato. Irritante.
Manuel spinse un po' indietro la propria sedia, giusto per sicurezza, chiedendosi se avrebbe visto l'uomo vestito da prete che spappolava le labbra al ragazzino delicato con le proprie nocche, se con un pugno gli avrebbe spaccato il naso. Forse, forse sì...
Trevor mise un piede sul tavolo, pronto a saltare su, a disfare il cerchio e atterrare come un falcone sul povero ragazzo.
«Smettila!» Fyodor allungò una mano verso Trevor, ma fu troppo lento.
Bam.
Achille aveva estratto una pistola da sotto la camicia da notte e aveva fatto fuoco dritto in mezzo alla fronte di Trevor. L’uomo in abito talare era crollato all'indietro rovesciando la propria sedia, il corpo che ora giaceva scomposto sul pavimento con l'immancabile pozza rossa scura che si allargava dietro la sua testa. Manuel arricciò il naso: vedeva pezzettini rosa, polposi, in mezzo alla pozzangherina.
Nessuno aveva urlato, nessuno era sembrato terrorizzato o scandalizzato.
Siamo ancora persone?” Si era chiesto Manuel “Perché nessuno ha paura? Perché non abbiamo i brividi, perché non c'è niente nei nostri occhi? Dovremmo gridare, gridare fino a sentire male ai polmoni, e scomporci e scappare”.
«Beh, il nostro prossimo gioco potrebbe essere il tresette col morto» Scherzò Luna, sogghignando.
Era una ragazza così giovane. Quasi una bambina. Però se ne stava lì, il sorrisetto leggerissimo e ironico che aleggiava sul volto, anche se non lontano dai suoi piedi, riverso al suolo, c'era un uomo morto.
«Il tresette col morto si gioca in quattro. Noi siamo di più» Spiegò Eleonora, cupa
«Ma va? Stavo facendo una battuta, nonna» rispose Luna, sollevando la punta del nasino con fare quasi snob.
Fyodor sospirò, mettendo a posto il suo mucchio di fiche, in una formazione diversa, mentre le ragazze iniziavano ad insultarsi e litigare riguardo alle regole del tresette. Achille, dopo aver riposto la pistola di nuovo sotto la camicia da notte, stava finendo di buttare fuori le biglie dal cerchio, con lanci precisi, veloci, come una macchinetta. Clac, clac, clac.
Manuel spostò i piedi per non sporcarsi le scarpe con il sangue che si stava allargando sul pavimento. Si sentiva parte di un quadro surreale e gli piaceva. Gli piaceva di non star dimostrando alcuna umanità, di riuscire a rimanere gelido, disgustato solo dalla parte fisica del delitto (quel sangue, con i pezzettini di materia cerebrale, che inondava il pavimento) e non per le sue implicazioni morali mostruose (la morte di un uomo, che nessuno dei presenti, nemmeno lui, aveva cercato di impedire).
Achille raccolse l’ultima biglia che aveva fatto uscire dal cerchio e si risedette al suo posto. Non c’era gioia sul suo volto imberbe.
«Ho vinto» Disse.
E fu allora che gli altri gridarono: non quando quel ragazzo aveva ucciso un uomo, ma quando aveva preso i loro soldi. Manuel sentiva quelle urla come se avesse le orecchie foderate d’ovatta, confuse e sovrapposte e soffocate. Lontane, come se fosse solo un fantasma e i suoi veri timpani fossero altrove, insieme al suo corpo fisico.
C’era un uomo morto a terra e tutti stavano strillando contro il suo assassino perché aveva vinto un gioco di biglie.
Deglutendo, Manuel si rese conto di aver perso tutti i soldi, fino all’ultimo centesimo. Sapeva di essere bravo a lanciare biglie, ma a cosa gli era servito? A volte, nella vita, non basta essere il migliore se non ti permettono di giocare.
 

mercoledì 24 novembre 2021

La Cattedra del Giocatore - 4. La moglie

<PRECEDENTE (3. Carta sasso forbice)


Fyodor e Manuel. Manuel e Fyodor. Seduti allo spigolo di un tavolo, con il gomito poggiato fra pile di gettoni di plastica, a guardarsi in faccia come se fossero i protagonisti di chissà che cosa.
Erano pittoreschi, Manuel e Fyodor, un rocker con i capelli lunghi che inizia a diventare anziano e un giovane truffatore dalla faccia nera come il carbone e il sorriso di chi ha fatto uno spot per il dentifricio da mandare in televisione all'Inferno.
«Allora, giochi con me?» Domandò Fyodor. 


 

Manuel guardò con la coda dell'occhio Eleonora, che non si muoveva, come una statua di sale dagli occhi vuoti, e si chiese come mai non ci fosse arrivata lei, a giocare con Fyodor. Non poteva essere lei, la protagonista di questa cosa? Perché non c'era lei, a guardare negli occhi il truffatore?
Un pensiero stupido, ramingo, senza senso ora che c'era da giocare contro il capo per ottenere qualcuno di quegli scintillanti pezzettini di plastica dal valore inestimabile.
«Cosa puntiamo?» Domandò Fyodor, tranquillo «Hai una proposta?»
«Quelle viola» disse Manuel, indicano le fiche in cima alla pila «Quanto valgono?»
«Oh, ne vuoi una?»
«Quanto valgono?»
«Se vuoi te la regalo».
Fyodor sollevò uno dei dischetti dal mucchio e lo posò, con un gesto teatrale, di fronte a Manuel, che abbassò lo sguardo e lesse la scritta impressa in sottilissimi caratteri argentati prima di sbiancare come un fantasma.
«Davvero?» Domandò il rocker
«Davvero» Fyodor serrò le labbra «Che ne pensi? Potresti prendere quella fiche e andare via. Penso ci sia tutto, no?».
Manuel prese il dischetto fra le dita tremanti e lo sollevò, guardandolo da più angolature per capire se aveva letto bene. 1000000000. Un miliardo di euro. Come ce lo si portava a casa, un miliardo di euro? Non ci entrava mica in una macchina o in una carriola o... come? Come ce lo si portava a casa? Erano più soldi di quanti Manuel riuscisse ad immaginare. Mille milioni di euro e Manuel si sarebbe sorpreso anche se fosse stato un milione solo.
«Vai a casa, Manuel» Sorrise Fyodor «Prendi il regalo che ti ho fatto e vattene».
Manuel, con la gola secca, si irrigidì. C'era qualcosa che non andava in tutto questo... l'obiettivo. Manuel non era lì per vincere denaro. Forse era lì per perderlo, certo, ed era per questo che aveva venduto tutto, ma aveva accettato di unirsi a quel gruppo di giocatori per vincere qualcosa di molto più prezioso del denaro.
Certo, un miliardo di euro erano comunque tanti... e forse con quelle ci si poteva comprare qualsiasi cosa. Ma Manuel era intorpidito adesso, titubante, e voleva quello che era suo.
«Gioco duecento euro» Disse
«Punti così poco?» Domandò Fyodor, con gli occhi fintamente tristi
«Mi hai già regalato abbastanza denaro»
«E tu sei qui per questo? Per il denaro?».
L'uomo nero alzò una fiche, prendendola dalla base del disordinato mucchio. Il dischetto era color carne, più piccolo degli altri, e stampato su di esso c'era una fotografia in bianco e nero del volto di una donna. Manuel non batté neppure le palpebre, ma il suo cuore spezzato sobbalzò per un istante, dolorosamente, impietosamente, come nell'ultimo spasmo di una creatura ormai morta.
«Mia moglie» Disse
«La tua ex-moglie» lo corresse Fyodor, facendosi girare la fiche fra le dita «Ora è sposata con Franco, quel gran bell'uomo di Franco, con la sua villa, la sua Lamborghini e i suoi cani dalmata e il suo abbonamento a Sky e il suo lavoro per una di quelle aziende che non si capisce mai bene cosa fanno, ma che spostano tanti, tantissimi soldi... la rivuoi, Manuel?» «Mia moglie. Certo, certo che la rivoglio»
«Perché non te la sei mai ripresa?»
«Cosa avrei dovuto fare?» la voce di Manuel scese ad un sussurro «Lei ha scelto liberamente. Non posso certo...»
«Sei sicuro che lei abbia scelto liberamente?» insinuò Fyodor «Oppure è che lui le ha dato un'opportunità in più, un'opportunità che tu, fallito, non potevi darle? Franco poteva farle vivere il suo sogno. E poteva far studiare vostro figlio in un'università prestigiosa, pagargli i corsi extra, comprargli la macchina. Alla fine, lei ha scelto i suoi soldi, non lui. Ma hai ragione, è stata una libera scelta».
Le parole di Fyodor strisciarono come serpenti moribondi sulla pelle di Manuel, che rabbrividì.
«Ma io posso ridartela» Continuò l'uomo nero «Posso convincerla a tornare con te. E visti tutti i soldi che ti ho dato, lei con te ci rimarrebbe pure, no? Devi solo vincerla» batté la fiche color carne sul tavolo «Ma questa la giocherò una volta sola. Se perdi la distruggerò e tu non potrai mai più riavere tua moglie. Per te va bene?»
«Va bene» disse Manuel.
Ecco, ecco perché era lì. Non per i soldi, ma per rimettere insieme la sua famiglia, la sua vita. I soldi gli sarebbero stati utili, questo era certo, ma non sarebbero mai bastati, da soli, a fermarlo quella volta in cui... in cui...
«Se io punto tua moglie» Continuò Fyodor «Tu devi puntare il miliardo che ti ho dato. Va bene? Una persona vale tanto, no?»
«Certo».
A Manuel la fiche viola sembrò leggerissima, come l'ala strappata di una farfalla, mentre la spingeva di nuovo verso Fyodor. Un miliardo di euro, una cifra per cui c'era gente che aveva mentito, mutilato, ingannato, ucciso, la stessa cifra che per lui, senza la sua famiglia, non significava niente.
«Ca-rta sa-sso fo-rbi-ce».
Fyodor buttò sasso, Manuel carta.
«Un punto per te» Disse il nero, sempre con un sorriso smagliante.
Manuel si asciugò la mano sudata sui pantaloni. L'emozione stava per sopraffarlo, il nervosismo, la paura di perdere, l'euforia della vittoria si mescolavano in un cocktail alla droga che lo inebriava e lo deprimeva. Doveva vincere anche il secondo punto, gli serviva solo quello e se avesse vinto...
«Ca-rta sa-sso fo-rbi-ce».
Fyodor buttò sasso, Manuel forbice.
«Un punto per me» Disse il nero, soffiandosi sul pugno chiuso.
Manuel si sentì stringere alle gambe, il respiro improvvisamente mozzo, la testa che gli girava, le dita formicolanti. Non aveva vinto, ma non aveva ancora neanche perso, e se ne stava lì, a galleggiare in un limbo di sofferenza e a immaginare tutto quello che avrebbe potuto essere o non essere. È
Come avrebbe fatto Fyodor a riconquistare sua moglie per lui? Una cosa del genere davvero era possibile? E alla fine, gliene importava poi molto, di come quel bastardo avrebbe potuto riportargli la donna che lui amava, che aveva amato, che non aveva mai smesso di amare?
«Il tuo problema» Disse Fyodor, stendendo il pugno chiuso davanti a sé «È che ti attacchi alla speranza. Se c'è una cosa importante che puoi vincere, tu ti spaventi all'idea di perderla. Guardati! Guardati Manuel, patetico omuncolo che non sei altro!».
Non c'era disprezzo nella voce di Fyodor, era sempre la stessa, allegra, insinuante. Le sue parole, però, tagliavano come rasoi.
«Guarda come ti sudano le mani, che te le devi asciugare addosso e poi sei tutto bagnato, appiccicoso schifoso. E i tuoi occhi, che erano così... oscuri... ora c'è dentro, ping! Una fiammellina, che si è accesa quando ti ho detto che la cosa che potevi vincere non erano solo i soldi. Guardati! Tutto tremante dalla testa ai piedi...»
«Non sto tremando!» esclamò Manuel, indignato, e la sua voce tremò palesemente.
L'uomo si guardò, le sue scarpe oscillavano appena, le sue gambe non riuscivano a stare perfettamente immobili. Fremeva, era vero, di eccitazione e rabbia, sperando in quell'ultimo punto che gli avrebbe permesso di rivedere sua moglie.
«Giochiamo, Manuel» Concluse Fyodor «Perché tanto, comunque, messo così non puoi vincere».
Una rabbia oscura, pulsante, si fece spazio fra le altre emozioni, piantandosi nel miasma nero della paura che riempiva il petto di Manuel.
«Ca-rta sa-sso fo-rbi-ce».
Ma Fyodor aveva avuto ragione: Manuel, per variare, aveva fatto il segno del sasso, mentre Fyodor, in qualche modo previdente, aveva aperto la mano per simboleggiare la carta.
«Molto bene, ho vinto» Disse l'uomo nero, rimettendo la fiche viola da un miliardo nel suo mucchio «E ora perdi per sempre e definitivamente la tua ex-moglie. Farò in modo che tu non possa vederla in faccia mai più».
Si lanciò il dischetto color carne in bocca e lo masticò, come una caramella, prima di deglutirlo platealmente. Il rumore dei suoi denti che frantumavano l'oggetto si impiantò nel cervello di Manuel, scavando nella polpa della sua rabbia e della sua paura.
«Co-cosa vuol dire che farai in modo che, che io non possa...» Iniziò a sussurrare Manuel, concitato
«Esattamente quello che ho detto. Su, Manuel, si passa al prossimo gioco. In questo, io non ti devo nulla».


giovedì 27 dicembre 2018

Sunset 92. Epilogo


Un nuovo anno è iniziato, qui nella piccola, verde e umida cittadina di Forks.
Ho smesso di frequentare regolarmente la scuola superiore di Forks, dimora degli spartani (o così dice il cartello), e mi sono diplomata con successo.
Sto decidendo con calma se mettermi un paio di anni di college alle spalle e qualche esperienza lavorativa alle spalle prima di provare ad entrare in accademia di polizia. Papà dice che aiutano con il curriculum, però mi prudono le mani dalla voglia di avere un distintivo mio, e non so se sarò abbastanza forte da resistere.
Sono passati già due anni da quando abbiamo affrontato i Volturi.
I Cullen hanno lasciato il paese subito dopo, portandosi dietro il loro Edward col cuore in frantumi. Mi sono lasciata alle spalle le cose brutte di quel periodo, e ne sono uscita più forte, più felice.
Jessica non ha ancora raggiunto la cintura nera, ma si sta impegnando. Da quando fa sport da combattimento è più tranquilla e serena. Non ho smesso di allenarmi con lei, anche se adesso siamo organizzate meglio: se desidero fare il poliziotto, non ho intenzione di essere debole.
Lei e Mike hanno continuato a lasciarsi e mettersi insieme fino al diploma, prima di rendersi conto di rendere meglio da amici. È solo che è un'amicizia così stretta che neanche loro hanno capito bene come comportarsi fino ad un certo punto. Ormai si sono messi l'anima in pace, e Jessica ha iniziato a frequentare un altro ragazzo.
Angela ha finalmente trovato il ragazzo-pertica dei suoi sogni, e su di lei l'interesse per i cristalli e l'occulto ha attecchito molto meglio che su Jessica: è interessata alle religioni pagane, ma ancora fa la vaga e cerca di nasconderlo.
Frequento regolarmente la riserva, e più di una volta ci ho trovato, con mia sorpesa, anche Mike. Lui e Jake hanno stretto amicizia sull'amore comune per i motori e per me (lo so, suona male, ma è così) che ancora prospera.
Andiamo spesso al cinema insieme, ma scegliamo i film a rotazione. Finiamo sempre per guardare qualcosa di violento in cui i protagonisti se le danno di santa ragione, comunque.
Harry Clearwater ha cinque gatti ora, ed è tutta colpa di papà.
Ha avuto un attacco di cuore qualche mese fa, ma si è ripreso in modo stupefacente. Papà sostiene che se non avesse avuto i gatti che gli regolavano la pressione sarebbe morto, ma dato che non abbiamo modo di saperlo resta una sua ipotesi.
Anche noi abbiamo dei nuovi gatti, ed è tutta colpa di papà.
Carlo Cigna ha acquistato il gattile di Forks che stava chiudendo a prezzo stracciato, in società con Billy Black (che più che metterci la grana se ne occupa, ed è giusto così visto che papà è molto impegnato), ed è l'uomo più felice della terra.
Di recente ha saputo che ho il numero di CM Punk e mio padre me lo ha rubato dal telefono. Temo che possa presto avere un micio senza piedi anche lui: papà è persuasivo.
Non tutti i licantropi hanno deciso di continuare a trasformarsi ora che non ce n'è necessità, e molti sono tornati alla loro vita normale. Leah è tra loro, così come Quil e Sam. Jake e Lara si aggrappano con grande entusiasmo alla loro natura di lupi giganti, e passano molto, molto tempo assieme.
Dicono che dalle nostre parti sono aumentati gli orsi, ma fidatevi, sono solo grossi lupi che si fanno scherzi di cattivo gusto.
In generale, le Ragazze del Tramonto non si sono sciolte. Giochiamo insieme a D&D, cercando di non pensare all'assenza di Aida. Fa ancora male.
Ho ancora quello strano libro con la signora inquietante sulla copertina. Non serve a niente e non fa niente. Credo che si sia allagata la biblioteca di Phoenix però.
Sono andata a visitare la piccola radura con i fiori baciata dal sole di recente, dove è stato sconfitto l'orso-vampiro e dove ho visto Isabella Swan, e mi ha dato da pensare.
È bello essere me.
Se passate da Forks, ragazzi, c'è un bel gattile che dovete assolutamente visitare. Sono certa che abbiano il gatto giusto anche per voi.

FINE




mercoledì 26 dicembre 2018

Sunset 91 - Final battle




I lupi non lasciarono che fossero i Volturi per primi ad attaccare: non gli avrebbero dato un solo briciolo di vantaggio. Con un ruggito collettivo che scosse la terra, i due branchi si slanciarono in avanti macinando metri, sollevando turbini di neve, implacabili e bellissimi. La luce riflessa dalla neve dava ai loro manti una patina argentea e cangiante e li faceva apparire sovrannaturali, spettrali, terribili.
Stringendo i denti, mi assicurai che lo scudo reggesse, che continuasse ad allungarsi insieme a Ayita e Sam: se avessi protetto loro, avrei protetto tutti.
Seth rimase accanto a me, ma ululando e ringhiando, incitando i suoi fratelli e le sue sorelle a combattere.
Quasi tutti i testimoni dei Volturi si diedero alla fuga, giustamente terrorizzati da quel fronte compatto di pelo, zanne e muscoli. L'intera azione, l'attraversamento del campo, non durò che un istante, ma l'adrenalina che avevo in circolo dilatò il tempo affinché potessi vedere ogni fiocco di neve, ogni gocciola di saliva. Dietro ai licantropi si lanciarono di corsa anche i vampiri. Edward rimase con me, ma tutti gli altri, anche quelli che avrebbero dovuto essere solo testimoni dei Cullen, presero a correre e urlare. Incredibilmente, era Esme a guidare quella carica, con i due rumeni strettamente alle sue calcagna che sghignazzavano follemente, pronti a uccidere... o a morire.
E poi i fronti si mischiarono, lupi e vampiri, amici e nemici, un rumore come un colpo di cannone accompagnò lo scontro e tutto divenne troppo veloce perché potessi distinguere chiaramente quello che avveniva. Avanzai di qualche passo e le mie guardie del corpo mi accompagnarono. Dovevo distinguere più chiaramente Ayita e Sam, altrimenti non avrei potuto proteggerli da Jane e Alec e allora sarebbe stata la fine. Strinsi gli occhi. Ecco Ayita, impegnata a fronteggiare due vampiri dai mantelli quasi neri contemporaneamente. Lanciai il mio scudo verso di lei ricoprendola di nuovo, poi avanzai ancora. Era quasi doloroso riuscire a coprirli tutti, ora che erano così lontani, ma dovevo farcela. Dovevo farcela. Non era ammesso perdere.
«Non...» le mie mani tremavano «... È...» Lo sguardo mi si sfuocava «...Ammesso...».
Ayita si liberò dai due che la marcavano stretta e si lanciò contro Aro, ruggendo. Aro la guardò abbassandosi, pronto a riceverla, sicuro della protezione dello scudo di Renata. Ma lo scudo non funzionò: scontrandosi con il mio, che avvolgeva come una pellicola Ayita, venne annullato. Tremando, sorrisi. Demetri cercò di prendere al fianco l'alfa delle lupe un secondo prima che toccasse Aro, ma Jacob e Sarah lo afferrarono con le zanne per le gambe e lo dilaniarono ferocemente nella neve.
Oh si, Demetri era finito!
Ayita atterrò Aro con ferocia e lo morse allo stomaco. Aro le diede un pugno alla spalla, spezzandole l'osso. Gridai. Tutt'intorno altri lupi venivano feriti dalle mani fredde e implacabili dei Volturi. Vidi Aida cadere a terra ed essere colpita dai colpi esperti, mirati, di un tizio smilzo e velocissimo che le spezzarono tutte e quattro le zampe.
Davvero, come Zafrina aveva detto, quei vampiri antichi e spietati erano combattenti abili, a tal punto da far sembra i Cullen dei ragazzini che tiravano pugni a vanvera. Renata, però, fu afferrata da Omaha in corsa e trascinata lontano. Udire le sue urla che si allontanavano così rapidamente era quasi comico. Aro, con voce strozzata, strillò qualcosa che non riuscii a sentire. Poi Ayita gli strappò via la testa con un morso.
«Aro è morto!» Gridai, pervasa di gioia «Aro è morto!».
Edward aggrottò le sopracciglia. Perché non sembrava felice? Non mi preoccupai troppo: di solito Capelli-pazzi aveva reazioni emotive inspiegabili e irrazionali.
Tutto il corpo di guardia si gettò improvvisamente su Ayita: smisero di difendere Marcus e Caius e pensarono solo a vendicare Aro. Gli altri due “capi” in realtà non contavano molto per loro, era ad Aro che andava la loro lealtà e ora Aro era morto.
Tutti i lupi balzarono a proteggere la loro alfa e Volturi e licantropi divennero per quasi cinque secondi una sorta di palla rumorosa e ondeggiante di pelo, mantelli, urla e ringhi che spruzzavano neve e sangue ovunque. Terrificante.
Il corpo di un giovane lupo che non conoscevo, dal pelo rosso e grigio, fu sbalzato fuori dalla calca e ricadde pesantemente al suolo con il collo spezzato e gli occhi rovesciati all'indietro. Mi premetti le mani sulla bocca per non urlare e mi imposi di non perdere il controllo sullo scudo.
Il guaito di Seth, impotente, mi spezzò il cuore. No, non dovevo essere triste. Era la rabbia che mi rendeva forte, che mi passava nelle vene come fuoco liquido e alimentava il mio scudo, rendendolo elastico ed efficace.
In quel momento, però, per coprire Ayita stavo difendendo buona parte anche del corpo di guardia dei Volturi: non ero in grado di modellarlo, specie a quella distanza, per avvolgere solo lei. Se qualcuno dei soldati vampiro nella mischia, in quei soli cinque secondi, avesse avuto dei poteri speciali e avesse deciso di usarli io non avrei potuto impedirlo.
Udii un suono alto e sonoro, a metà tra un ruggito ed un guaito, e un licantropo dalla pelliccia color cioccolato – Quil! – si fece indietro con un balzo e la mischia di morte si disperse, lasciando diversi resti (principalmente arti del corpo di guardia) a terra.
Caius, con la sua piccola moglie ancora alle calcagna, si era fatto avanti sparando una fiammata in mezzo al mucchio attraverso il suo strano bastone; le guardie erano scivolate via senza subire danni, ma non era stato così per tutti.
Il lato destro di Quil stava andando a fuoco, e le fiamme si propagavano in fretta sulla sua morbida pelliccia scura. Ululando di dolore il mutaforma rotolò sulla neve fresca freneticamente, cercando di spegnere le fiamme. Lara e Tia gli si affiancarono per proteggerlo in quel momento di vulnerabilità, facendo un baccano del diavolo con urla e ringhi.
Ayita fece un altro balzo indietro evitando l'attacco di uno dei mostri della guardia, il corpulento Felix, tenendo una delle zampe anteriori contratta perché non poggiasse a terra; fu attaccata alle spalle da una vampira dal mantello grigio scuro. Era bellissima, ma sembrò poco più di un pupazzetto quando Ayita fece perno sulle zampe posteriori per fronteggiarla, scrollandosela di dosso, e le serrò le fauci attorno ad una spalla.
Finalmente sia lei che Sam erano di nuovo abbastanza visibili perché io riuscissi a proteggerli.
Con una torsione del collo e una spinta delle zampe la femmina alfa proiettò la vampira in alto e lontano da sé; la guardia sembrava una bambola inerte quando fu intercettata da Jacob, che si alzò sulle zampe posteriori e le chiuse con precisione chirurgica il collo tra le fauci, scrollando la testa fino a spezzarglielo. Dopo averle staccato la testa, bagnandosi le fauci di sangue freddo, tornò a combattere insieme a Sam contro un vampiro dalla pelle scura che sembrava a riuscire a tenere testa ad entrambi.
Felix si avventò al collo che Ayita aveva lasciato scoperto nella manovra, ma lei s'impennò e lui le affondò i canini in petto, mancando di poco dei punti vitali. Quando ridiscese intrappolò il vampiro sotto di sé ed iniziò a dilaniarlo con i denti, costringendolo a staccarsi da lei e cercare di divincolarsi se voleva sopravvivere.
Aida aveva quello stesso vampiro smilzo che le aveva spezzato le zampe attaccato al collo, che la soffocava lentamente senza che lei riuscisse a toglierselo di dosso. Jared, massiccio e dal pelo castano e antracite, le si avvicinò in due balzi per aiutarla ma come una piccola onda due vampiri gli si gettarono contro con tale impeto da riuscire a bloccare la sua avanzata. Un terzo vampiro gli affondò i denti in una spalla, mentre gli altri due lo rovesciarono col ventre esposto all'aria, avventandosi dove era più vulnerabile; Jared non riuscì a difendersi. Sentii gli occhi diventare umidi, e mi sforzai di scacciare le lacrime battendo le palpebre.
Jared aveva Kim, la sua ragazza, ad aspettarlo a casa. Li avevo visti insieme solo un paio di volte, ma erano pazzi d'amore l'uno per l'altra. Io non...
Distolsi lo sguardo, tornando a concentrarmi su Quil.
Caius esclamò qualcosa che non riuscii a capire nel clamore della battaglia e puntò nuovamente il suo strano bastone verso Quil, Lara e Tia. Il lupo color cioccolato era riuscito a spegnersi, e per quanto la sua pelle si stesse rigenerando in fretta lo spettacolo delle sue ustioni era raccapricciante.
Lara si mise protettiva di fronte a Quil, sospingendolo col muso per farlo rialzare in fretta e Tia fronteggiò coraggiosamente Caius, scagliandoglisi contro. Un vampiro schizzò tra Tia e Caius proprio mentre, con uno scatto che io non riuscii ad udire, il vecchio faceva partire una fiammata verso la figura snella di Tia.
La nostra alleata si arrestò con urlo, coprendosi il volto con le braccia, ma inutilmente. Perché la fiamma non la colpì mai.
Benjamin stava a braccia spalancate di fronte alla compagna, le spalle tese e il mento alto, e la fiamma bruciava a pochi centimetri dal suo volto senza raggiungerlo, le lingue fiammeggianti che si accavallavano come un banco impazzito di pesci. Poi il vampiro richiuse le braccia fino a battere le mani l'una contro l'altra, e in accordo la fiamma mandò una vampata e tornò al mandante a velocità folle.
Caius fu spinto via un attimo prima di essere colpito in volto dal suo stesso attacco da una tizia bellissima (ommioddio, perché pensavo che fosse bellissima?) che ebbe appena il tempo di cacciare un urlo stridulo che mi ghiacciò il sangue nelle vene prima di avvampare.
Caius si spogliò in fretta del mantello che aveva preso fuoco, gettandolo lontano da sé, senza voltarsi un secondo a guardare le ceneri della vampira che si era sacrificata per lui, e si allontanò in fretta da Benjamin sbraitando qualcosa.
Kate e Garrett lavoravano in coppia, con Senna e Zafrina a coprire loro le spalle. Le due amazzoni combattevano in modo esperto e addirittura affascinante, con movimenti tanto fluidi da risultare sorprendenti nei loro esiti brutali. Bastava un tocco di Kate perché qualunque nemico sulla loro strada cadesse a terra paralizzato, senza poter evitare il tocco della vampira perché privato della vista da Zafrina, e Garrett lo finiva in modo pulito e preciso, decapitandolo e scagliando la testa più lontano possibile.
Io ed Edward ci scansammo appena in tempo per evitare la testa volante di una vampira con i capelli corti, bellina. Beh, per quanto poteva esserlo una testa mozzata.
Un gruppo di almeno cinque vampiri nemici si avventò contro di loro, oscurandoli alla mia vista, ma stavolta avevo una presa ferrea sulle loro “aure” (non sapevo come definire quel sapore unico che mi sentivo sotto il mio scudo) e non li mollai anche se non riuscivo a vederli.
Il mio scudo era continuamente martellato di attacchi di Jane e Chelsea, Alec, e altri che non sapevo identificare. Due nomadi, Mary e Peter, furono macellati in uno scontro con due vampiri pallidi, un maschio e una femmina, dalla tecnica impeccabile.
Alice cercò di avvicinarmisi, ma Seth ed Edward la scacciarono come promesso.
«Usa il tuo dono!» Le intimai «Se sei in grado di vedere il futuro, perché non ci stai aiutando?»
«Non posso» gemette lei, lanciandomi un'occhiata di fuoco «Tutti stanno decidendo sul momento, non posso. So solo che hai portato la morte, e come l'ho visto io, adesso puoi vederlo anche tu».
L'odio nei suoi occhi era l'ultima cosa di cui avessi bisogno per non distrarmi, così mi voltai, appena in tempo per vedere Maggie messa alle strette tra quattro vampiri. Siobhan e Liam si scontrarono con due di loro, riempiendo la radura del suono di due grossi massi scagliati gli uni contro gli altri, lasciando la piccola mentalist a fronteggiare due nemici contemporaneamente. Non ce la poteva fare: uno dei due le strisciò dietro e le immobilizzò le braccia dietro la schiena con così tanta forza da disarticolarle, lasciandola vulnerabile all'attacco del compagno.
Eppure erano due figure piccole, esattamente come Maggie, ma la tecnica dei due era infinitamente superiore. Erano Alec e Jane.
Siobhan e Liam non glieli strapparono di dosso abbastanza velocemente, e la gola di Maggie fu squarciata dalle zanne della piccola gemella stregata, lasciandola sul terreno con occhi vacui. Mi chiesi se quella fosse una ferita mortale per un vampiro, se ci fosse qualcosa che era possibile fare per lei.
Alec fronteggiò Liam e Siobhan si accanì su Jane, mentre venivano superati in corsa dal gruppo di Garrett, Kate, Zafrina e Senna.
Quil si era riunito a Sam e Jacob, mentre Lara e Omaha si erano riavvicinate alla loro alfa per finire Felix. Il grosso vampiro, pur se in inferiorità numerica e già privo di diversi pezzi e brani di pelle, si rifiutava di arrendersi. Era orribile a vedersi, disturbante. Lottava ancora in qualunque modo, frenetico, per difender una vita che era finita da tempo: usava tutto ciò che aveva a disposizione, compresi unghie e denti.
Omaha cercò di decapitarlo con un morso, ma Felix liberò il braccio destro da sotto le zampe di Ayita e fece scattare la mano insanguinata verso il muso di Omaha. Dalla mia visuale era difficile capire cosa stesse accadendo, ma un fiotto di sangue schizzò dal muso della lupa bagnando la bella pelliccia delle sue guance e la lupa si fece indietro con un urlo quasi umano. Lara scattò in avanti e con una torsione spezzò il polso di Felix, poi si mise a tirare finché non riuscì a strappare il braccio dell'energumeno.
Felix morse lo zigomo di Ayita anche mentre lei chinava il muso per rompergli l'articolazione del collo con le gigantesche fauci calde, e il suo corpo si rifiutò di lasciare la presa anche dopo che la consapevolezza ebbe abbandonato i suoi occhi rossi per sempre.
«No!» Gridò Edward, poi si mise le mani a coppa intorno alla bocca «Fermateli! Fermateli! Stanno recuperando i resti di Aro!».
Ah, ecco perché Capelli-pazzi non aveva immediatamente esultato! Quasi mi dimenticavo che i vampiri si possono ricomporre anche se li fai a pezzi e che per finirli davvero devi spappolargli il cervello (come l'orso vampiro aveva fatto con Randall) oppure bruciarli.
E quei cretini dei Cullen avevano portato con sé del fuoco? No, ovviamente no. Perché erano degli scemi cretini deficienti che in un'epica e terrificante battaglia finale in cui si può vincere solo bruciando il proprio avversario loro non avevano minimamente pensato di portarsi in tasca degli accendini, mentre Caius sparava fiamme come un pazzo e da solo teneva lontani dieci vampiri e feriva i lupi.
Guardai la tasca del mio cappotto, dalla quale sporgevano bombolettone di lacca per capelli.
«Edward» Dissi «Devi andare»
«Io non vado da nessuna parte!» quasi gridò lui
«Devi salvare i tuoi compagni. La tua famiglia» gli porsi la bomboletta di lacca e il mio accendino «Io verrei fatta a pezzi lì in mezzo. Ma tu puoi farlo. Porta loro questi e poi, se vorrai, potrai tornare indietro»
«Non ti lascio neanche per un istante!»
«E invece devi. Per un istante. Porta questi alla tua famiglia: devono bruciare i resti dei Volturi che fanno a pezzi, altrimenti si ricomporranno. Fallo»
«No»
«Edward!» abbaiai seccamente «Per una volta, una sola volta, renditi davvero utile. Vai».
Lui mi guardò negli occhi. Io lo guardai negli occhi e se si trattava di una gara a chi abbassava prima lo sguardo lui avrebbe avuto una brutta sorpresa, perché non ero decisa a lasciarlo vincere.
«Perché non può andarci Seth?» Chiese lui, lamentoso
«Perché ho paura. È un ragazzino, Edward. Tu sei un vampiro adulto, sei più veloce e sei anche più piccolo di lui, quindi un bersaglio meno afferrabile. Devi salvarci, Edward. Vai».
Lui sospirò e strinse i denti, ma prese dalle mie mani la bomboletta di lacca e l'accendino. Per fortuna ne avevo altri in tasca.
«Va bene» Disse infine «Ma torno subito»
«Oh, certo».
E sfrecciò immediatamente come un razzo, una macchia confusa verso la battaglia sanguinosa. Poi accadde tutto troppo rapidamente perché potessi reagire.
Seth si accasciò accanto a me con un guaito. Abbassai lo sguardo giusto in tempo per vederlo riverso sulla neve calpestata: ancora vivo, perché il sollevarsi e abbassarsi ritmico del suo petto era troppo vigoroso per non essere notato, ma svenuto. Con un piede sulla sua spalla c'era Alice. Battei le palpebre e in un attimo lei mi fu addosso, troppo vicina perché potessi spararle in faccia con i miei lanciafiamme artigianali.
Mi abbrancò con le braccia e iniziò a correre velocissima verso la foresta.
«Lasciami andare, pazza!» Le intimai «Tuo fratello sentirà i tuoi pensieri, ti raggiungerà e ti ucciderà per questo!»
«Mio fratello non mi ucciderà» rispose lei, con una nota esaltata nella voce mentre correva (e a me veniva la nausea) evitando gli alberi «Mi vuole troppo bene. E poi non mi prenderà, perché stiamo per tornare indietro nel tempo»
«Cosa?».
Credetti che Alice fosse davvero impazzita a causa della tortura inflittale da Jane. Tornare indietro nel tempo per sfuggire a suo fratello? E come? Chiusi gli occhi, soffocando l'impulso di vomitare pure l'anima addosso ad Alice.
E all'improvviso ci fermammo. Aprii gli occhi: eravamo al chiuso, in una piccola casetta lunga e stretta, e potevo vedere la neve nella foresta fuori dalla finestra. Di fronte a noi, seduta su una seggiola di legno chiaro, c'era una figura incappucciata, uno dei Volturi, che attendeva.
«Mia Signora! Sulpicia!» Disse Alice, ancora più esaltata «Te l'ho portata! Ti ho portato Belarda Cigna!».
La vampira incappucciata si alzò in piedi e riuscii a vedere sotto il suo cappuccio. Aveva lunghi capelli di un castano scuro e i suoi occhi rossi erano ricoperti dallo stesso strato opaco del trio a capo dei Volturi. Doveva essere una vampira molto, molto antica. Ci guardò con solennità, poi accennò un sorriso leggerissimo, quasi impercettibile.
«Bel lavoro, Alice» Disse
«Mi ucciderai?» chiesi di getto
«Si» rispose Sulpicia, con voce stranamente umana, priva di quelle note melodiose che di solito distinguevano le voci delle vampire «Ma per uno scopo più alto. Uno scopo più nobile»
«Perché non mi hai fatta ammazzare direttamente da Alice?» ringhiai
«Te l'ho detto, morirai per uno scopo nobile. Non sono molti gli umani a cui è concesso di fare quello che farai tu».
Alice mi lasciò andare, ma prima che potessi raggiungere con la mano uno dei miei accendini di riserva, mi strappò via il cappotto e lo gettò in un angolo della stanza. Ora ero infreddolita e inerme di fronte a una vampira che non conoscevo, ma che era antica quanto i Volturi e voleva ammazzarmi.
Non avevo mai pensato seriamente alla mia morte, perché è quello che i ragazzi giovani e fortunatamente non depressi fanno, no? E comunque non l'avrei immaginata così.
Con il fiato sospeso, fissavo gli occhi scuri da cacciatore, dall'altra parte della stanza lunga e stretta, e questi ricambiavano con uno sguardo garbato.
Era la maniera di morire più inutile di sempre, trascinata in quel putiferio da vampiri che per me potevano anche marcire all'inferno. Non avrei salvato nessuno, se fossi morta qui, e il mio scudo non stava più coprendo i miei amici che erano ora esposti agli attacchi di Alec e Jane. Ma non era colpa mia. Conterà pur qualcosa.
Non sapevo che se fossi andata a Forks mi sarei trovata di fronte alla morte. Andiamo, forse a Providence con i polpi alieni, forse a New York con un borseggiatore, ma non a Forks!
Per quanto fossi terrorizzata, però, non riuscivo a pentirmi di quella scelta. Se la vita ti offre un sogno che supera qualsiasi tua aspettativa, non è giusto lamentarti perché alla fine si conclude. Però è giusto provare a farlo durare quanto più a lungo possibile.
La cacciatrice fece un sorriso amichevole e si avvicinò con passo lento e sfrontato, pronta ad uccidermi.
Beh, io ero pronta a combattere.
«Sarai sacrificata» Mi spiegò Alice, mentre serravo i pugni e mi chiedevo se avrei potuto ferire la pelle, all'apparenza fragile, di Sulpicia «Per tornare indietro nel tempo. È il potere di Sulpicia, un potere così grande che nessuno deve conoscerlo. I Volturi non ne parlano mai e lei lo può usare solo dopo intervalli lunghi anni interi. Ma in qualunque pasticcio si caccino, ne usciranno sempre fuori perché Sulpicia riporterà indietro il tempo e distruggerà alla fonte il pericolo».
Alice era come i cattivi dei film di serie B: parlava, parlava, parlava. Ma io non mi sarei certamente lamentata, visto che chiaramente spiegarmi il piano dei cattivi mi sarebbe tornato utile (e poi, anche se stavo per morire, ero pur sempre curiosa del perché mi volessero fare fuori).
«È qual'è il pericolo alla fonte?» Domandai, con voce bassa e carica di minaccia
«Tu, ovviamente» rispose Sulpicia, fermandosi a meno di un metro da me «È per questo che ritornerò indietro nel tempo e ti ucciderò quand'eri ancora una bambina».
Oh, caspita. Questo era, effettivamente, un buon piano per cambiare le sorti della guerra: senza di me i Cullen si potevano scordare uno scudo per proteggerli, il vantaggio delle telecamere e magari anche l'aiuto dei ragazzi-lupo... forse, a ben vedere, senza di me Rosalie non avrebbe mai perso Emmett e i Cullen non si sarebbero mai organizzati per rispondere all'attacco dei Volturi, che a loro volta non avrebbero mai saputo dei licantropi di La Push. Insomma, invece di una guerra ci sarebbe stato solo uno sterminio e una conseguente annessione dei migliori al corpo di guardia dei Volturi, perché è ovvio che avrebbero trovato un'altra scusa per venire in America e rompere le scatole ai Cullen. Ma questa volta i Volturi avrebbero vinto facilmente.
Alice aveva ragione, io ero il cuore di quella guerra, io ero il motivo stesso di quello scontro... ma ne ero fiera. Combattevamo per la libertà, per evitare stragi inutili, per dimostrare ai potenti che non li temevamo.
«Non capisco ancora perché non sono morta» Dissi «Tornate indietro. Uccidetemi da bambina. Non capisco perché non l'avete ancora fatto»
«Perché abbiamo bisogno di un sacrificio umano» spiegò Alice, afferrandomi una spalla e stringendomi dolorosamente l'osso «Una vita da consumare nel processo. Sai, è un viaggio che richiede molta, molta energia. E ci sembra giusto che sia tu a pagare per quello che hai fatto».
Sulpicia allungò verso di me la sua mano dalle dita polverose. Mi sottrassi, ma Alice mi impedì di fuggire.
«Morirai, che tu lo voglia o no!» Mi strillò in un orecchio la piccola Cullen.
Con tutta la forza che avevo, diedi un pugno in faccia a Sulpicia, dal basso verso l'alto, diretta al naso. Glielo spezzai e lei fece un verso come quello di un cane a cui avessero schiacciato la coda. E così i vampiri antichi non erano resistenti come quelli giovani...
Alice mi schiaffeggiò. Per mia fortuna lo fece piano, perché altrimenti mi avrebbe certamente uccisa, ma finii comunque distesa a terra, con la faccia che mi bruciava e il sapore del sangue in bocca. Tossendo, rotolai carponi e sentii qualcosa rotolarmi in bocca. Sputai un dente e un grumo rosso.
«Sulpicia!» Disse Alice, apprensiva «Ti sei fatta male?».
Gattonai più rapida che potevo verso il mio cappotto. Presi un accendino e me lo infilai in tasca, poi cercai di alzarmi in piedi. Ero certa che avrebbe fatto malissimo, domani, ma adesso ero troppo piena di rabbia e adrenalina. Vidi Alice che cercava di prendersi cura di Sulpicia, controllandole la faccia, e le aggiustava il naso usando le mani per rimettere a posto la cartilagine. Anche se era antica, persino Sulpicia aveva un incredibile potere di rigenerazione e la sua faccia tornò come nuova in pochi istanti. Le due vampiri mi guardarono e io mi misi in posizione di guardia
«Sono pronta a suonartele di nuovo, vecchiaccia» biascicai, con il sangue che mi colava giù per il mento.
Alice si leccò le labbra
«Sei fortunata che servi alla Signora» mi disse «Perché sembri assolutamente deliziosa così».
Stavo sanguinando davanti a due vampiri. Non me ne importava niente, non sarei morta senza opporre la più fiera resistenza... ma ero solo umana e Alice mi afferrò le braccia e me le piegò entrambe dietro la schiena con la sua forza mostruosa, rendendomi impossibile colpire di nuovo Sulpicia. Ghignai, contenta che nessuna delle due si fosse accorta del fatto che mi ero impossessata di nuovo di un accendino.
«Stai ferma, Bella!» Mi sussurrò in un orecchio Alice «O dovrò spezzartele queste braccia. E tu non vuoi, vero?»
«Certo che no» risposi, poi le sputai saliva e sangue in faccia «Starò ferma».
Alice sibilò, ma non fece nient'altro. Sulpicia mi si avvicinò e io presi in considerazione la possibilità di colpirla con un calcio, ma non volevo che Alice mi spezzasse le braccia o non sarei stata in grado di usare l'accendino.
«Mio marito sarebbe affascinato da te» Disse Sulpicia, inclinando la testa da un lato e toccandomi la fronte con un dito
«Ah, sei pure sposata? E con chi?» domandai, fingendo interesse
«Aro» fu il suo turno di ghignare
«Aspetta, non eri morta? Non era sua moglie quella che gli andava sempre dietro...»
«Quella è Renata»
«E quell'altra che gli sta intorno...?»
«Non ero io. Io sono la regina dei Volturi, la consorte di Aro» c'era un'inimmaginabile fierezza nella sua voce mentre affermava la sua identità
«Ottimo» risposi, tirando su col naso «Perché l'ho appena visto fatto a pezzi sulla neve»
«Non importa. Ritornerò indietro e lui non avrà mai sofferto».
Chiuse gli occhi. In quel momento la stanza intorno a me iniziò a sfarfallare, come se fosse un'immagine proiettata su uno schermo e ci fossero decine di interferenze. Respirai a fondo dalla bocca aperta e sentii l'aria nella cavità sanguinolenta del dente caduto. Poi non sentii più le mani di Alice Cullen e non riuscii nemmeno a vederla con la coda dell'occhio. Evidentemente Sulpicia non era capace di trasportarci tutte e tre indietro nel tempo.
Avevo ancora il suo dito puntato sulla fronte e iniziai a sentirmi più debole: probabilmente era quel contatto che mi stava prosciugando, così indietreggiai, ma lei fu fulminea nell'acchiapparmi per le spalle (anche lei era incredibilmente forte, seppure non dava l'idea di esserlo quanto un vampiro giovane) e posare la sua bocca sulla mia. Scalciai con forza. Ommioddio, una vampira mi stava baciando e con quel bacio mi strappava energia vitale dritta dalla bocca. Sulpicia fu irremovibile e mi teneva troppo forte, stretta contro il suo corpo.
La stanza intorno a noi divenne un vortice luminoso ed ebbi l'impressione che stessimo sfrecciando ad una velocità folle, anche se i nostri corpi erano immobili in mezzo a quella follia vorticante. Uno strano rumore, come di tubi di rame colpiti dal vento, mi riempì le orecchie.
Urlai, dritta nella bocca di Sulpicia. Mi sentivo debole, le braccia perdevano vigore, le gambe non mi avrebbero retta ancora a lungo, gli occhi si chiusero di scatto. Avevo la mente annebbiata e l'adrenalina si stava abbassando bruscamente.
Sarei morta. Sarei morta. Oh no, sarei morta.
Come poteva esistere questa Sulpicia? I suoi poteri andavano davvero aldilà di ogni immaginazione, davvero poteva viaggiare nel tempo? Mi sentivo come se mi trovassi dentro la punta di un trapano che girava alla velocità massima, quel rumore strano di vento nelle tubature mi riempiva le orecchie più forte, sempre più forte.
Aprii gli occhi. E poi, in un barlume di chiarezza in mezzo a quella follia, mi ricordai che avevo un accendino in tasca e lo afferrai. Cercai di far scattare la rotellina, ma il mio movimento fu troppo debole. Forse avrei dovuto arrendermi.
L'oscurità sembrava così confortevole. Finalmente avrei avuto pace, avrei avuto silenzio. Niente più vampiri, niente più guerre... niente più gatti. Un musino nero mi attraversò la mente come un flash. Dracula mi aspettava a casa! Papà mi aspettava a casa! Non potevo, non dovevo morire per nessuna ragione al mondo.
Feci scattare di nuovo la rotellina dell'accendino, con tutta la potenza e la velocità che mi era rimasta nelle dita stanche, e Sulpicia si staccò immediatamente da me, sibilando infastidita e cercando di spegnere le fiamme che avevo fatto attecchire alla sua veste nera e che l'avrebbero uccisa se solo le avessero sfiorato la pelle: una volta acceso, un vampiro diventa un rogo inestinguibile che si consuma da sé anche in assenza di ossigeno.
Il mondo smise di vorticare e ricaddi seduta a terra, ansimando. Non mi trovavo dentro la casetta, non più, perché una luce diurna ed estiva mi scaldava la testa.
Sulpicia colpì le fiamme con la mano aperta, nel tentativo di estinguerle, ancora una volta, ma fu quello che le costò la vita: il fuoco attecchì sulla pelle delle sue dita e iniziò a bruciarle il braccio, risalì fino alla spalla, si aggrappò alla sua faccia e ai suoi capelli, trasformandola in un paio di secondi in una fiaccola urlante.
Mi girai a guardare alle mie spalle e la luce mi ferì gli occhi, costringendomi a stringere le palpebre. Ero in una piccola radura che mi parve di conoscere, in qualche modo: piccola e perfettamente circolare, piena di fiori di campo viola, gialli e bianchi. Si sentiva anche la musica scrosciante di un ruscello, nei dintorni.
Sedute sull'erba c'erano due persone: una era Edward Cullen, l'altra era una ragazza che in qualche modo somigliava a me, ma più magra, però non ero io. Alla luce del sole Edward era quasi sconvolgente: la sua pelle era come ricoperta di piccoli diamanti. Se ne stava perfettamente immobile nell'erba, con la camicia aperta sul petto iridescente e scolpito, le braccia nude e sfavillanti. Una statua sbozzata in una pietra sconosciuta, liscia come il marmo, lucente come il cristallo.
Ricordavo che la mia mente aveva composto immediatamente questo paragone perché lo aveva già usato, ma in quel momento ero troppo confusa per capire per chi.
«Isabella» Pronunciò il nome della ragazza con attenzione, poi con la mano libera giocò con i suoi capelli, scompigliandoli «Bella, arriverei ad odiare me stesso, se dovessi farti del male. Non hai idea di che tormento sia stato» abbassò gli occhi intimorito «Il pensiero di te immobile, bianca, fredda... di non vederti più avvampare di rossore, di non poter più cogliere la scintilla del tuo sguardo quando capisci che ti sto prendendo in giro... non sarei stato in grado di sopportarlo» fissò la ragazza con occhi angosciati «Ora sei la cosa più importante per me. La cosa più importante di tutta la mia vita»
«Sai già cosa provo, ovviamente» Rispose la ragazza, con una voce debole e straordinariamente delicata «Sono qui, il che in parole significa che preferirei morire piuttosto che rinunciare a te» abbassò lo sguardo «Sono un'idiota».
Nessuno dei due sembrava essersi accorto che c'ero io, una ragazza con la faccia insanguinata, a neanche tre metri da loro. Non sapevo dire se erano troppo presi l'uno dall'altra, se erano stupidi o se invece ero io ad essere invisibile, comunque sembravano molto innamorati fra loro. Mi si contorse lo stomaco a sentirla chiamare “Bella”. Era così che mi chiamava Capelli-pazzi. Quella ragazza era me, in qualche modo, in un altro mondo.
Dove mi trovavo? Dove diavolo mi aveva portata Sulpicia, in quale strano passato o mondo alternativo?
Non avrei mai avuto risposta, perché non appena la moglie di Aro si accasciò al suolo, ormai ridotta al silenzio della cenere, il mondo ricominciò a vorticare intorno a me e svenni. Non avrei rivisto mai più Isabella, la ragazza di Edward Cullen in un altro mondo.
Ci furono molte altre cose che non ebbi modo di vedere, alcune belle, altre brutte.
Non mi risvegliai abbastanza in fretta per vedere gli scontri estinguersi nel sangue, ed una delle due parti ergersi vittoriosa sull'altra.
Non vidi Marcus spalancare le braccia quando Jacob si gettò verso di lui per ucciderlo, non udii il suo fioco “Finalmente” e il modo in cui cadde praticamente senza combattere. Marcus aveva sofferto abbastanza da decidere di smettere di vivere, anche mentre la sua carcassa continuava ad ostinarsi a trascinare sulla terra.
La battaglia continuò, ma a questo punto era solo questione di tempo: tutti avevano capito quali erano gli ultimi bersagli a cui puntare: Alec, Jane e Caius.
Caius continuava a nascondersi dietro le poche guardie rimaste, ma non poteva nascondersi a lungo. Licantropi e vampiri si riunirono in un fronte compatto per scacciare le guardie dai resti di Aro, che Edward bruciò con il mio lanciafiamme artigianale. Caius non si premurò di difenderlo con la forza con cui ci si poteva immaginare: probabilmente contava ancora sull'aiuto di Sulpicia, dato che la situazione era assolutamente disperata. Che illuso.
Paradossalmente, i gemelli stregati non utilizzarono i loro doni perché credevano che sarebbe stato inutile e non si erano ancora accorti della mia assenza. Anche se mi sarebbe tornato parecchio utile averlo accanto di nuovo, neppure Edward se ne rese conto, perché tanto non aveva mai potuto leggermi nel pensiero.
Erano rimaste solo cinque vampiri del corpo di guardia dei Volturi, più Alec, Jane, Caius e Athenodora, sua moglie. Senza Chelsea a legarli ad Aro con il suo potere e il pericolo incombente, due delle guardie se l'erano data a gambe, fuggendo nel bosco.
Caius li incenerì mentre cercavano di scappare, accusandoli di alto tradimento, e questo bastò a convincere gli altri a restare.
I vampiri dalla nostra parte si occuparono di ghermire e portare le guardie una ad una lontano da Caius e dalle sue fiamme in gruppi numerosi, così da poter soffocare anche la resistenza fisica non indifferente dei combattenti, come in uno sfiancante gioco di scacchi, per poi distruggerle grazie all'ausilio di un poco della mia lacca e del mio fido accendino.
Bastavano pochi secondi per ridurli in cenere, soprattutto perché Zafrina li aveva privati tutti della loro vista, dunque non sapevano da dove aspettarsi il prossimo attacco, e bastava che Kate li toccasse perché non riuscissero più a reagire.
Il giochetto funzionò per due volte: per una guardia dal mantello grigio e, infine, per Alec. A quel punto Jane provò nuovamente ad usare il suo potere, furiosa, e scoprì con gioia di riuscire nuovamente a bersagliare i suoi nemici.
Caius approfittò del momento per passare attraverso la calca che si era formata attorno a loro sparando fuoco nella folla a casaccio, colpendo Tanya e Vladimir prima che il liquido infiammabile contenuto nel suo strano bastone si esaurisse.
Questo bastò a rompere la concentrazione di Zafrina, facendo tornare la vista ai nemici, ma Caius era praticamente senza difese ora e neppure Jane poteva imporre il proprio potere su un gruppo così folto contemporaneamente.
Furono i Cullen ad abbattere Caius e Athenodora, nonostante la loro resistenza strenua e frenetica. La moglie cercava di mordere come un animale rabbioso per proteggere il compagno, e riuscì ad affondare i denti a fondo nella carne (se di carne si può parlare, per un vampiro brillarello) di Edward. Caius lottò contro Esme, facendola lentamente a pezzi, ma Carlisle si gettò in difesa della compagna mentre Edward se la vedeva con Athenodora.
Esme fu rimessa a posto. I vampiri funzionavano in modi misteriosi e inquietanti.
Dei Volturi, e delle loro compagne, rimasero solo ceneri.
L'ultima guardia fuggì nella direzione in cui erano scomparsi i testimoni, mentre Jane fu vittima dell'ultima, strana risorsa di Benjamin: indirizzò tutte le pietre che aveva posto prima dello scontro nella radura scagliandogliele addosso. Come previsto, non la danneggiarono. Però la distrassero.
Appena smise di usare il suo potere, anche per quell'istante, i lupi erano pronti, e lei no; così Jane cadde. Lupi e vampiri continuarono a guardarsi attorno alla ricerca di nemici da abbattere, pronti a difendere il proprio diritto di esistere con le unghie e con i denti, ma continuavano a voltarsi e vedere facce amiche.
Avevamo vinto.
Non vidi il momento in cui la gente capì, e gli ululati di trionfo e le grida di giubilo dei vincitori riempirono la radura come se l'inferno stesso si fosse rovesciato sulla neve quel giorno. Non vidi i gesti d'affetto, e le risa, e le dichiarazioni che ne seguirono.
Non vidi Alice tornare tra loro attendendo di vedere come tutto il mondo si sarebbe rimescolato grazie alla mia morte, e la delusione e l'angoscia dipingersi sul mio volto.
Tutte queste cose mi vennero raccontate in un secondo momento da qualcun altro, con perizia ed emozione tale che le immaginai nitidamente come se fossi stata lì.
Il giovane Seth aveva un bel talento a raccontare, proprio come la sua mamma. Speravo sinceramente che lo avrebbe coltivato.
La felicità della vittoria era qualcosa su cui concentrarsi, per offuscare la tristezza inevitabile delle perdite in questa battaglia.
Rosalie, Jared, Tanya, Peter, Mary, Aida, Vladimir. I nomi delle persone morte nello scontro mi rimasero impressi a fuoco, compresi Charlie e Gregory: i nomi di due giovani mutaforma periti nel confronto, unitisi giovanissimi al branco.
I poteri dei licantropi gli consentivano di guarire in fretta e bene, ma neppure loro potevano fare miracoli. I corpi di tutti i membri del branco rimasero segnati da cicatrici di varia portata. Paul perse diverse dita della mano destra nello scontro; Omaha perse l'occhio destro, mentre Quil avrebbe avuto bisogno di settimane per tornare come prima.
Io persi un dente, uno dei molari superiori a sinistra. Avrei potuto rimetterlo a posto, se lo avessimo recuperato, ma non potevano saperlo e mi avevano portata via. Mi sarebbe bastato fare sorrisi un po' più stretti se avessi voluto nasconderlo, niente di terribile.
Mi avevano ritrovata, per ironia della sorte, proprio grazie ad Alice: Edward aveva letto nei suoi pensieri ciò che era accaduto e si era precipitato a salvarmi. Ero accasciata immobile sul pavimento quando Edward era entrato, accanto ad un mucchietto di ceneri. In qualche modo il fuoco che aveva ucciso Sulpicia si doveva essere spento durante il viaggio spazio-temporale, altrimenti, con tutto quel legno attorno ed io incosciente, sarei stata davvero nei casini.
Ci furono molte altre cose che non ebbi modo di vedere, alcune belle, altre brutte.
Quello che invece vidi, quando ripresi conoscenza, furono i bellissimi occhi rossi e le zanne affilate che amavo alla follia, sul più bel musetto nero del mondo.
Avevano lasciato venire Dracula al pronto soccorso!
Eh si, perché ero stata ricoverata brevemente.
Carlisle aveva assistito personalmente tutti i licantropi nella loro guarigione, per evitare che una decina di adolescenti dovessero presentarsi senza spiegazioni all'ospedale conciati come dopo una guerra (beh...), ma io non figuravo tra i pazienti personali di Carlisle. Ero stata ammessa brevemente all'ospedale di Forks per uno svenimento improvviso che avevo ufficiosamente avuto a casa di Ayita.
Allo sguardo pieno di tradimento che rivolsi a Carlisle Cullen, in camice e con l'aria più mortificata che avessi mai visto su faccetta di non-morto, mi spiegò che era perché non sapeva quanta energia mi avrebbe preso quello che era successo con Sulpicia (le informazioni erano diventate di dominio pubblico dopo che Edward aveva letto tutto nella mente della sorella traditrice), quindi ero l'unica in prognosi riservata con un genitore che non sapeva nulla del nostro mondo sovrannaturale. Non potevano mica nascondermi nello scantinato per giorni.
A papà avevano detto che ero fortemente anemica e avevo il ferro sotto le scarpe, di monitorarmi, darmi delle pilloline di ferro (che il dottor Cullen mi diede davvero, anche se non sapevo di averne bisogno), ma di non preoccuparsi, che sarebbe passato tutto.
Approfittando del fatto che papà stava firmando qualcosa per farmi uscire e il dottor Cullen lo stava trattenendo a chiacchiere, Edward e Seth erano entrati nella mia stanza per ragguagliarmi sul punto della situazione.
Mi dispiaceva un po' essere stata assente nella battaglia finale, ma adesso... non volevo pensare alle cose brutte. Non volevo incolparmi per chi poteva essere morto per la mancanza del mio scudo. Non volevo piangere per Aida, anche se solo pensare a quelle quattro letterine mi faceva pizzicare gli occhi.
«E quindi alla fine ha agito una combinazione di fattori, ma se bisogna sintetizzare è stata... Bella» Disse Edward
«Hanno staccato due volte il braccio a Kate e se lo è riattaccato, poi ha continuato come niente fosse» Mi disse Seth allegramente, sottovoce «Anche lei ha fatto la sua parte, dai»
«Se Aro non fosse stato terrorizzato da Bella, sarebbe andato tutto in modo diverso»
«Se proprio vogliamo dare qualche bel merito» dissi io «Direi che è difficile sentirsi sicuri quando si è circondati da lupi grossi come cavalli, e si è vampiri vecchiacci, vero Seth?».
Lui ridacchiò.
«Dove sono gli altri?» Chiesi, curiosa
«Giù a La Push i lupi» mi rispose Seth «Mentre Stefan se n'è svanito prima ancora che potessimo festeggiare. Benjamin e Tia hanno seguito le orme di Amun e Kebi, e pure Charlotte è sparita veloce come il lampo. Le amazzoni si stanno preparando per andare a cercare Kachiri, sai, la loro altra amica amazzone, e tornare nella foresta amazzonica. Gli irlandesi rimangono ancora un po', poi vanno anche loro. Mi sa che i Denali se ne vanno pure loro, perché lì si sta a fare ancora festa e però il clan ha perso Tanya, sono a lutto. Però ha guadagnato Garrett»
«Garrett?»
«Si, sai. Garrett e Kate cuore a cuore, si baciano per ore e ore...» cantilenò Seth
«Ugh, davvero?»
«No, per fortuna, però è ovvio che si piacciono. Secondo me è una cosa permanente, l'unirsi ai Denali».
Fu in quel momento che mi accorsi di qualcosa di strano. Dracula non stava soffiando verso Edward. Com'era possibile? Lui detestava i vampiri, e lo aveva fatto capire chiaro e tondo anche contro il dottor Cullen, che era il succhiasangue più gentile che avessi notato.
«Hai le guance rosa» Sbottai all'improvviso, guardando a bocca aperta Edward. Lui sembrò preso in contropiede, irrigidendosi, poi mi sorrise.
«Non te ne ho parlato, è vero...»
«Ti trucchi?»
«... E forse è il caso di farlo, prima che tu esca quella porta, perché... non ci vedremo più»
«Ssè, magari!»
«No, è vero» intervenne Seth «Dopo la battaglia i Quileute e gli altri clan volevano giustiziare Alice, ma i Cullen l'hanno protetta. Così, come punizione per aver attirato qui i Volturi, creato l'orso-vampiro, rotto il patto, non aver punito Alice eccetera eccetera, saranno costretti a trasferirsi e andarsene lontano da Forks, vero Edward?»
«Vero». Lui annuì, con aria solenne «È per questo che, prima di andare, devi sentire una cosa Bella».
Come lo scimmio che era mi agguantò un polso e se lo poggiò sul petto. Anche stavolta lottai, ma mi immobilizzai appena sentii qualcosa sotto il mio palmo.
«Tu... è un trucco» Boccheggiai, incredula
«No, non lo è» disse Edward, quasi tristemente «Quello che hai sentito è il mio cuore che batte. È stato estremamente doloroso farlo ripartire. È iniziato tutto dal morso di Athenodora, è come se la vita si fosse propagata da qui». Si sbottonò i primi bottoni della camicia per farmi vedere il punto in cui i canini della vampira erano affondati, due piccole cicatrici circolari sul muscolo trapezio. Cicatrici?
«Aspetta, frena» scossi la testa, riuscendo a riprendermi la mia mano «Mi stai dicendo che... stai tornando umano?».
Di nuovo il sorriso triste. «I Volturi potevano solo avere compagne dai talenti straordinari. Didyme, la compagna di Marcus, era in grado di donare la gioia. Sulpicia, la compagna di Aro, era in grado di riparare agli errori commessi nel passato. Apparentemente, Athenodora, la compagnia di Caius, era in grado di ridare la vita ad un vampiro, per una sola volta. L'ho letto nella sua mente, è la verità»
«Tu. Edolo Culeno. Umano»
«È stato estremamente doloroso» ripeté lui «Ma di questo dolore non mi pento perché mi ha dato una nuova possibilità» e i suoi occhi, castano chiaro, brillarono di speranza «Sto perdendo i miei poteri, sto perdendo la mia capacità di leggere nel pensiero, ma con te non funzionerebbe comunque. Con te, sarebbe tutto come prima per me, ma per te no, perché finalmente ho smesso di essere un mostro, Belarda. Sarei un umano, con te e per te, per te farei qualunque cosa ti proteggerei da tutto. Belarda, prima di te la mia vita era come una notte senza luna. Così oscura, ma c'erano delle stelle - punti di luce e ragione. E poi hai attraversato il mio cielo come una meteora. All'improvviso tutto era in fiamme, c'era splendore, bellezza. Quando te ne sei andata, quando la meteora è sparita oltre l'orizzonte, tutto è diventato nero. Ma io ero accecato, non potevo più vedere la bellezza delle altre stelle... Belarda, ora che sono un mortale come te: vuoi uscire con me?»
«No. Sei un cretino in tutte le specie. Hola. Ci becchiamo in giro Seth»
«Ci becchiamo» contraccambiò Seth.
Mi alzai dal letto, con il mio gatto sottobraccio, e andai a raggiungere papà.
«E così non mangi abbastanza carne» Mi accolse lui
«Eh già. Troppo pesce»
«Ma non c'è ferro nel pesce?»
«Ehhh» feci segno di “così così” con la mano, anche se in effetti non sapevo quanto ferro ci fosse in un pasto a base di pesce. Lui mi abbracciò e accarezzò Dracula, ma non mi disse mai a parole quanto si era preoccupato.
Grazie a Dio non mi avevano fatto cambiare in camicioni da paziente, perciò potei direttamente salire nella macchina della polizia del bravo detective Cigna e rilassarmi sul sedile.
Per due secondi.
«Potrei aver telefonato a Renèe...» Esordì papà, titubante. Inspirai rumorosamente.
«L'hai detto alla mamma!» Lo accusai, tradita.
Lui incassò la testa tra le spalle «Aveva il diritto di saperlo. Non sapevo se ti era successo qualcosa...»
«Papà!»
«Okay, Bells, lo ammetto, ho sbagliato. Mi dispiace».
Sbuffai, ma non potevo davvero arrabbiarmi con papà. Abbozzai un sorrisetto per fargli capire che tanto lo avrei perdonato, evitando di mostrargli il mio dente mancante. Lui mi imitò ed entrambi fissammo la strada.
Fu un viaggio tranquillo: Lillo si sdraiò sul cruscotto con tutta la calma del mondo e Dracula si accoccolò sulle mie gambe, facendo le fusa.
Mi sentii veramente serena per la prima volta da settimane. In un modo o nell'altro era finita. Era finita finalmente.
Quando arrivammo non mi precipitai dentro: alzai la testa per guardare sorridendo casa Cigna, i piedi fermamente piantati sul tappeto, mentre papà mi precedeva ed entrava. Mi aspettavano giorni duri di mamma che piombava nel mio angolino di pace con la sua ansia, e di telefonate di amici, e di compiti per le vacanze che non avevo assolutamente fatto.
Ma che cosa poteva mai essere in confronto ad una guerra sovrannaturale? Li avevo affrontati. Li avevo battuti. Ed ero sopravvissuta.
Sarei riuscita sicuramente a superare la preoccupazione di una mamma svampita.
«Meow!»
Giusto Dracula. Insieme.
Drizzai le spalle e andai incontro alla mia sorte, confortata dal destino coi baffi che mi camminava al fianco.



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