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giovedì 20 aprile 2023

Villa Palagonia: una guida

 «Giovi guardau da la sua reggia immensa / la bella Villa di Palagonia, / ùnni l'arti impetrisci, eterna e addensa / l'aborti di bizzarra fantasia. / "Viju - dissi - la mia insufficienza; / mostri n'escogitai quantu putìa; / là duvi terminau la mia putenza, / ddà stissu incuminciau Palagonia.»

- Giovanni Meli

Villa Palagonia è un meraviglioso edificio settecentesco situato a Bagherìa; eccentrica e misteriosa, è uno dei monumenti siciliani barocchi più iconici grazie alla presenza delle numerose statue grottesche che la sorvegliano dalle mura basse di cui è circondata.
Da qui viene il nome con cui è più ampiamente conosciuta, quello di "Villa dei Mostri".
L'edificio è attualmente di proprietà privata, passata alle mani della famiglia Castronovo nel 1885, dopo l'estinzione della famiglia principesca di cui era dimora, ma ancora in uso e visitabile.
All'interno c'è anche un'elusiva colonia felina, tra cui la mascotte della villa: un simpatico micione bianco e rosso che ha semplicemente il nomignolo di "Gattone"!

Locazione


Orario e contatti
 
♦ Da novembre a marzo
Aperto tutti i giorni
09:00 - 13:00
15:30 - 17:30

♦ Da aprile ad ottobre
Aperto tutti i giorni
09:00 - 13:00
16:00 - 19:00

(Ultimo ingresso mezz'ora prima della chiusura)
 
♦ Biglietti
Intero: €6,00
Ridotto: €3,00
 
♦ Contatti
Telefono: 091 932088
E-mail: villapalagonia@villapalagonia.it

Storia
 

La villa venne fatta costruire a partire da 1715 da Ferdinando Francesco I Gravina Cruyllas, IV principe di Palagonia, pari del regno, cavaliere del Toson d'oro (il tipo di personaggio di rilievo che in un fantasy sarebbe presentato con tremila nomi; nato dalla tempesta, primo del suo nome, il non-bruciato, padre dei draghi, figlio di Khmer della tribù di Ishtar... insomma, non era proprio l'ultimo dei gibboni).
Per la progettazione della villa fu incaricato il frate domenicano Tommaso Maria Napoli, con la collaborazione di un altro stimato architetto siciliano, Agatino Daidone; i due tornarono a lavoro sulla villa diverse volte, prima nel 1737 per lavorare sulle strutture basse nel giardino e nel 1749 per ultimare diverse decorazioni interne ed esterne, lavorando per conto anche del nipote.
Morto il fondatore nel 1737 gli succedette il figlio Ignazio Sebastiano, morto nel 1746, con cui erano però iniziati i lavori per la costruzione dei corpi bassi che circondano la villa.
E poi la villa passò in mano al Negromante.
Qui le cose si fanno interessanti. 
Lo scienziato scozzese Patrick Brydone ne scrive nel 1770, nel suo "Viaggio in Sicilia ed a Malta": 
 
"Il Palazzo Palagonia, per la sua bizzarria, non ha l’uguale sulla faccia della terra… Pare di essere capitato nel paese dell’illusione e dell’incantesimo."
 
Fino a quel punto Villa Palagonia era stata magnifica, sì, ma "normale": la vera svolta avviene quando il terzo proprietario della villa, Francesco Ferdinando II detto il negromante, figlio di Ignazio Sebastiano e Margherita Alliata, ne entra in possesso: fu lui ad ideare le statue grottesche ed il bizzarro arredamento gli sono valsi l'appellativo di 'precursore dell'arte surrealista'.
 

 
 
Il 9 aprile 1787 la villa fu visitata dal poeta Johann Wolfgang von Goethe, che così descrisse la bizzarria dell'esterno dell'edificio nel suo memoriale "Viaggio in Italia": 
 
«Per trasmettere tutti gli elementi della pazzia del principe di Palagonia, eccone l'elenco. Uomini: mendicanti dei due sessi, spagnuoli e spagnuole, mori, turchi, gobbi, deformi di tutti i generi, nani, musicanti, pulcinella, soldati vestiti all'antica, dei e dee, costumi francesi antichi, soldati con giberne e uose, esseri mitologici con aggiunte comiche (...) 
Bestie: parti isolate delle stesse, cavalli con mani d'uomo, corpi umani con teste equine, scimmie deformi, numerosi draghi e serpenti, zampe svariatissime e figure di ogni genere, sdoppiamenti e scambi di teste. 
Vasi: tutte le varietà di mostri e di cartocci che terminano in pance di vasi e piedistalli. Immaginate tali figure a bizzeffe, senza senso e senza ragione, messe assieme senza scelta né discernimento, immaginate questi zoccoli e piedistalli e deformità allineate a perdita d'occhio: e proverete il penoso sentimento che opprime chi si trova a passare sotto le verghe da questa follia. (...) 
Ma l'assurdità di una mente priva di gusto si rivela al massimo grado nel fatto che i cornicioni delle costruzioni minori sono sghembi, pendono a destra o a sinistra, così che il senso dell'orizzontale o della verticale, che insomma ci fa uomini ed è fondamento di ogni euritmia, riesce tormentato e torturato in noi. E anche questi tetti sono popolati e decorati di idre di piccoli busti e di orchestre di scimmie ed altre dabbenaggini.»
 
Nonostante l'apparente disprezzo, lo scrittore ne rimase talmente impressionato che ne La notte di Valpurga del Faust tracciò la descrizione inconfondibile di un gruppo di mostri presenti nella villa, prendendoli come esempio del demoniaco, del caotico, del romantico.  
 
Architettura ed aspetto 

Il viale
Villa Palagonia ha, purtroppo, visto una riduzione importante della propria estensione: una volta arrivava a ridosso del corso Umberto a Bagheria, esattamente all'altezza dei due pilastri oggi inglobati nella trama urbana della città.
L'ingresso principale si trovava su corso Butera, ed era formato da un lungo viale (oggi diventato via Palagonia) al quale si accedeva tramite tre portoni.
Qui vi era il Grande Arco detto, appunto dei "Tri Portuni", ormai demolito.
Da qui si profilava il lungo viale adorno di una fitta schiera di statue di mostri, scolpite in calcarenite. Che vista doveva essere!
Questo viale era segnato a metà dall'arco trionfale tuttora esistente ed adorno di enormi statue, detto "arco del Padre Eterno", al quale i principi di ritorno a casa rivolgevano una preghiera di ringraziamento per essere arrivati alla meta.
Il viale, ora divenuto strada urbana, è stato spogliato delle tante statue che lo adornavano: delle schiere di mostri, che in origine sarebbero ammontate a circa duecento, ne sopravvivono solo sessantadue.
Sigh.
Ricostruzione del viale, apparsa nel film "Baarìa" di Giuseppe Tornatore

 
Era qui l'ingresso originale, sul lato settentrionale, ma al giorno d'oggi è stato spostato dalla parte opposta. Se avete fatto l'ingenuo errore di fidarvi di un Google Maps ingannevole e dispettoso, potrebbe capitarvi di essere ancora portati a quest'entrata ormai non più agibile, dove un paio di grandi figure di pietra, grottesche e umanoidi, fanno ancora da sentinelle a questo cancello. 
Niente paura: facendo il giro per affacciare su Piazza Garibaldi dovreste poter trovare l'entrata giusta, segnalata dalla presenza dei Pupi.

Uno dei due "Pupi di Palagonia"
I Pupi di Palagonia
Queste due statue di pietra accolgono i visitatori al cancello automatico, e sono il primo incontro che, almeno al giorno d'oggi, facciamo con gli abitanti di pietra della villa. 
Le proporzioni dei due Pupi di Palagonia (o “Palaunìa” per i locali) sembrano quelle di una creature molto più bassa della stazza che entrambi raggiungono (anche da lì il nome "Pupo", cioè pupazzo, giocattolo di forma umanoide); le statue guarderanno dall'alto qualunque visitatore, anche grazie al piedistallo di pietra su cui sono collocati, come tutte le altre sculture anticamente poste sul viale d'accesso.
Il loro abbigliamento insolito, l'aspetto iconico e l'espressività ne hanno fatto veri e propri simboli di Bagheria, tanto che è possibile ritrovarli sui loghi di panetterie, negozi, sui souvenir.

I Pupi di Palagonia hanno ormai trovato il loro posto nel lessico bagherese, indicando la passività delle persone che preferiscono fare poco o nulla e guardare piuttosto il passío (le persone che passeggiano) in piazza, discutendo con gli amici di qualunque cosa, dal pettegolezzo più frivolo al dilemma filosofico più difficile. 
 
Ingresso, foto di Antonio Pignato
 
Il cancello tra i due Pupi è automatico, e lo vedrete aprirsi solo quando sarà il momento di uscire. L'entrata è in realtà a destra del cancello, da cui potrete acquistare il biglietto e munirvi di eventuale guida.
Da lì, si potrà finalmente avere accesso al giardino dove (se si ha fortuna), si potrebbe incontrare qualcuno dei gatti che abita nella Villa. Come Gattone!
 
Il giardino
Anche il giardino è stato, purtroppo, notevolmente ridotto dalla stessa demolizione che ha eliminato il viale e buona parte delle statue dei mostri: quella che era un giardino padronale diviso in quattro corti, coronate dalle statue dei mostri in pietra tufacea d’Aspra, è ridotto ora a soli tre quarti di questo settore. 
È costruito sulla base di un semplice disegno geometrico che segue la forma delle corti, diviso simmetricamente in due aiuole per parte; queste hanno bordature di oleandri, ibisco e strelitzie, e all'interno delle aiuole si possono trovare principalmente limoni, aranci, cedri del Libano, araucarie, palme e fichi d'India, ma potrete imbattervi anche in piante più bizzarre, come monstera ed asparagi!
Esattamente come i suoi interni, il giardino della villa nasconde varie sorprese, come il piccolo giardino di piante grasse posto poco lontano dall'entrata vera e propria nell'edificio, o alcuni degli ornamenti marmorei, realizzato tra il 1770 e il 1780, che lo abbelliscono.
Tra questi troviamo sei sedili marmorei di gusto barocco, poggiati alle facciate e sormontati da rilievi... e, in tempi leggermente più recenti, il giardino si è ovviamente popolato dalle statue che danno il nome alla villa!
Tra le fronde, a sorpresa, ci si può imbattere in nanetti vestiti di tutto punto e figure mostruose e bizzarre a guardia dell'entrata secondaria, un enorme fonte dalla bizzarra scritta incisa "Magister salvator vinci prior ventus" e, ovviamente, i 62 mostri multiformi, tutti diversi tra loro, che sono sopravvissuti ai giorni nostri, appollaiati sulle mura a cantare, ballare, accogliere il visitatore nel loro vivo, grottesco mondo.
 
La Dama Misteriosa
La scoperta più recente sulla Villa è stata fatta in questo decennio dallo storico e ricercatore indipendente Mario Bonaviri (il che indica la concreta possibilità che, in effetti, non abbiamo ancora scoperto tutto l'esporabile nella dimora del Negromante); durante un sopralluogo, svolto per il suo progetto di censimento di tutte le manifestazioni grafiche in Sicilia dal Medioevo ad oggi, si è trovato faccia a faccia con una certa Dama.

La "Dama Misteriosa" si trova nel cortile orientale, nascosta in bella vista sull'intonaco di rivestimento dei corpi bassi della Villa. È stata così battezzata da Antonio Mineo, l'amministratore della Comunione Ereditaria Castronovo (proprietaria della Villa); rimasto nascosto per almeno cinquant'anni e potenzialmente di più, si tratta di un graffito realizzato con la tecnica del carboncino che traccia una figura evanescente, presumibilmente femminile, che rappresenta una donna con un lungo, ricco abito e i capelli acconciati in maniera elegante. I segni tracciati sono abbastanza sottili, quindi è facile non accorgersi della sua presenza; ma aguzzando lo sguardo, si può notare la Dama Misteriosa, tutelata da un vetro di protezione che la protegge dagli agenti atmosferici.
 
La Sala delle Fatiche di Ercole
Si accede al piano nobile attraverso uno scalone a doppia rampa realizzato in prezioso marmo di Billiemi sotto il fastoso, principesco stemma della famiglia Gravina. 
Appena raggiunto il portone del secondo piano, subito ci s'imbatte in un vestibolo ellittico fatto affrescare con scene raffiguranti le ''fatiche di Ercole'', in omaggio al nuovo gusto di fine '700. Da qui, andando dritto si raggiunge una piccola cappella, a destra si è il portale che conduce dentro la Sala degli Specchi.
 
La Sala degli Specchi
«Specchiati in quei cristalli e nell'istessa magnificenza singolar contempla di fralezza mortal l'immago espressa.» 
 
Questa è la scritta, in endecasillabi, che campeggia ancora all'entrata del Salone degli Specchi della Villa dei Mostri. 
Il meraviglioso salone dei ricevimenti, di pianta quadrata, è decorato lussuosamente con marmi di svariato colore e vetri lucidi, dipinti per apparire marmo, mentre il tetto è interamente coperto di specchi di base argento che deformano, moltiplicano e deridono le figure riflesse, tenuti insieme da una lega di ferro. 
Sui muri campeggiano medaglioni e busti artistici raffiguranti il principe e persone della sua famiglia famiglia, scolpiti nel marmo dal Gagini.
 
I Salottini (La sala dei filosofi, la sala da tè/del biliardo)
 
Un tempo questi ambienti erano riccamente arredati, ed anche gli interni non mancavano di stranezze: i piedi di alcune sedie erano segati in maniera diseguale così che rimanessero zoppe, mentre altre erano talmente inclinate in avanti che bisognava fare molti sforzi per non scivolare e cadere, ed anche i velluti delle sedute spesso celavano delle piccole, dolorose sorprese. Talvolta, queste sedute erano disposte in cerchio in modo da darsi le spalle, in modo che i vari interlocutori non potessero guardarsi in volto mentre conversavano. 
Così ce lo riporta Goethe:
 
«I piedi delle sedie sono segati inegualmente, in modo che nessuno può prendere posto e, davanti all'entrata, il custode del palazzo invita i visitatori a non fidarsi delle sedie solide perché sotto i cuscini di velluto nascondono delle spine.»
 
Un viaggiatore del periodo aggiunge: 
 
«L'orologio a pendolo è sistemato dentro il corpo di una statua: gli occhi della figura si muovono col pendolo, e roteano mostrando alternativamente il bianco e il nero. L'effetto è orribile. La camera da letto del proprietario e del suo spogliatoio sembrano due scomparti dell'arca di Noè. Non v'è bestia, per vile che sia, che non compaia lì dentro; rospi, ranocchi, serpenti, lucertole e scorpioni, tutti scolpiti in marmo di colore adatto. Ci sono anche moltissimi busti altrettanto stravaganti. In alcuni si vede da una parte un bellissimo profilo, le giri dall'altra e ti si presenta uno scheletro. Oppure vedi una balia con un bambino in braccio; il corpo è esattamente quello di un infante, ma la faccia è quella di una vecchia grinzosa di novant'anni.»
 
Leggende sulla Villa 
 
Con un'atmosfera tanto intensa, era impossibile che non si creassero leggende attorno alla Villa dei Mostri!
Una di queste, diffusa anche al tempo, voleva che la presenza nefasta della "Corte dei Mostri" potesse provocare aborti o nascite deformi nelle donne gravide che si trovavano al loro cospetto.
C'erano anche una serie di voci sulla presunta follia del "Negromante", alimentate dalla stravaganza delle opere di cui si circondava e di cui si sospettava una natura nefasta; voci, tuttavia, smentite dal ritratto storico che ne si ha attraverso testimonianze e documenti: quello di un uomo che ricoprì cariche politiche di notevole responsabilità, come già il nonno, e che, nella vecchiaia, si occupò di opere misericordiose. Il conte di Borch lo stimò così: 
 
«Sono stato veramente meravigliato dal suo tratto e dal modo giusto e corretto con cui ragionava di ogni cosa». 
 
Goethe ce ne da un ritratto ancora più carismatico e facile da immaginare: 
 
«Pettinato e intalcato, il cappello sottobraccio, vestito di seta, la spada al fianco, calzato elegantemente con scarpine ornate da borchie e pietre preziose. Così il vecchio incedeva con passo solenne e tranquillo; tutti gli occhi erano appuntati su di lui».
 
Carismatico, intelligente, misterioso, il nostro Negromante non era tuttavia considerato essere di bell'aspetto; alcuni psicologi che si interessarono alla sua figura, come Helen Fisher, Wilhelm Weygandt ed Emil Kraepelin, provarono ad imputare il suo amore per un'estetica grottesca ad una sorta di folle rivincita contro il destino attraverso cui il Principe, fabbricandosi degli amici altrettanto brutti, avrebbe potuto trovare il proprio posto.
Tuttavia non aveva affatto problemi fisici manifesti ed è sempre descritto da chi lo incontrò in vita come una persona posata ed elegante e, al di là dello zelo del primo periodo di studio freudiano, si potrebbe essere individuato un simbolismo ben diverso dietro la costruzione della villa: recenti studi ipotizzano una precisa matrice alchemica del XVIII secolo (come per altre ville bagheresi) alla base di questo edificio. La ripartizione dei cosiddetti mostri in due settori laterali della villa (musicanti da una parte e creature deformi dall'altra, con la costante presenza del dio Mercurio, fautore della trasmutazione della materia) significherebbe la ricerca dell'armonia partendo dalla musica (Nigredo) sino alla materia (Rubedo).
Le parole dello stesso principe  confermare l’impostazione misterica dell’intera villa contribuirebbero le parole dello stesso principe di Palagonia: 
 
«Ho completato la creazione, dopo i sei giorni biblici di Nostro Signore, ispirandomi a Diodoro Siculo, secondo il quale l’azione magica del sole sul limo fertile d’Egitto non cessa di far nascere animali strani».
 
Più modernamente, la villa ha la reputazione di essere infestata da misteriose presenze, fama alimentata dalla testimonianza di alcuni ragazzi che hanno asserito di aver assistito, durante una visita, al portone d'ingresso nella Sala degli Specchi chiudersi a chiave da solo, dall'interno.
 
 📸 Le immagini che hanno illustrato questa pagina vengono dal sito Pixabay, a meno che non sia diversamente specificato in didascalia.

sabato 2 aprile 2022

Il Diario della Capitana Mimma 4: S.Trada e Philadelphia

Cronache di viaggio della Capitana Mimma 🧭🌊  

Quarto episodio del Diario (o delle cronache, fate un po' voi) della Capitana Mimma: viaggi (veri!) raccontati in modo difficilmente comprensibile al di fuori della nostra cerchia, ma che speriamo vi faranno ridere lo stesso.

 
Andata 
• 23/03/2022 
Giorno di sole, non si parte troppo presto. Si saluta la famiglia e nel partire, sento lo sguardo di rimprovero di Lucha, pwincipessa dei maremmani, che per protestare il nostro "abbandono" si spetascia a terra e fa lo sciopero dell'immobilità.
 
Solo quando io e papà ci saremo già allontanati da casa mi renderò conto di aver saltato la colazione nella fretta di partire, e che l'unico nutrimento che mi sostenterà per sei ore di viaggio (più quelle aggiuntive attendendo cena) sarà una mafaldina farcita con affettato di tacchino in scadenza e formaggio spalmabile, che mangeremo all'una passata. 
Lucha, il tuo rimprovero era giustificato. 
La temperatura è piacevole, circa quattordici gradi dentro l'abitacolo. Le prime volte alla Clio, l'auto di papà, era concesso di cianciare continuamente perché papà era timoroso di perdersi, ma dopo un paio di fuoristrada e tentati omicidi da parte del navigatore satellitare è stata condannata al silenzio. A proposito di incidenti e fuoristrada, è proprio mentre io e papà attraversiamo Pale' chiacchierando di skincare (ho molto da imparare da lui, che si applica maschere all'aloe e oleolito di iperico, mentre io mi dimentico di lavarmi la faccia) che udiamo uno skreeeee degno dell'effetto sonoro con cui fanno ruggire qualunque mostro dei cartoni. 
C'è una piccola auto che sembra uno scarabeo verde impaninata tra il muso di un macchinone antracite e la fiancata di un'auto bianca svelta come una gazzella; ha sterzato di botta e perché nessuno dei tre guidatori sia finito male ci devono essere stati angeli custodi pieni di bicipiti, ali e occhi muscolosi che hanno bloccato le auto a mani nude, sennò lo scarabeo verde sarebbe finito spiaccicato.
Oltrepassando tale spettacolo ci assale la voglia di parlare con amici e parenti finché siamo vivi e lo facciamo accedendo al "telefono delle spie", che sarebbe semplicemente chiamare dallo schermino con la Clio attaccata col Denteblú ad un telefono, però ci fa sentire tanto fighi e avant-garde. Passiamo anche da una galleria che ha i fari nuovi, fari fuori posto, sembrano un mix tra grossi abat-jour e faretti da palco che sparano luci arancio-calendula verso l'alto.
 La nave su cui ci imbarchiamo sembra nuova, di forma gradevole, e i gabbiani, che evidentemente non hanno perduto la compagna, ci circondano in stormi incredibilmente nutriti, giusto un po' più piccoli di nugoli di bibliche cavallette.
 

 
I gabbiani sono molto belli a vedersi, e quando si posano sul mare piatto sembrano una strana chiazza di spuma in mezzo al mare, tutti bianchi e grigi come sono. 
Ci sono anche dei piccoli, con il piumaggio più bruno, non hanno ancora l'aspetto da omicida con l'occhio sanguigno dei grandi. 
Ed è su questo speciale congegno che, lesti, ci avviciniamo alla terra dei tiraturi. 
Curiosità: poco dopo l'uscita da Villa San Giovanni ci sono dei cartelli che indicano una forse città forse contrada, che portano il nome Santa Trada. Stilizzato S.Trada. Strada.
Io non ho mai sentito della santa Trada, probabile patrona delle autostrade statali, ma ho come il sospetto che sia stata inventata al solo scopo di fare il gioco di parole della Strada S.Trada. 
Gli ultimi chilometri sono fatti in uno strano mix di canzoni di MyDrama e Sanremo: il Sanremo che avremmo voluto, e ricreiamo qui, fino alla fine del nostro piccolo viaggio.

lunedì 21 febbraio 2022

Il Diario della Capitana Mimma: 3. Galiazzo a M*****o

Terzo episodio del Diario (o delle cronache, fate un po' voi) della Capitana Mimma: viaggi (veri!) raccontati in modo difficilmente comprensibile al di fuori della nostra cerchia, ma che speriamo vi faranno ridere lo stesso.

Il ritorno delle Cronache di viaggio della Capitana Mimma  

Parte prima: Andata

Si parte alle nove! Ci sono quattro gradi ma tanto sole, Oscar che mordicchia con i suoi quattro denti (usati per il male) i lacci delle mie scarpe da trekking e Lucha che scodinzola. 
Lasciata la casa bella, la sorella riposante e i cani scodinzoloni, ci mettiamo in viaggio. Fino a Palermo si chiacchiera del più e del meno, poi incontriamo un piccolo ingorgo che richiede la concentrazione di papà. Lì, io inizio a mettere musica. La radio passa solo o canzoni bruttissime in Burundiese o canzoni belle che mi fanno partire gli animatic, così cerco di conciliare il dover ogni tanto rispondere a papà con i filmati (molti sono in stile League of Legends perché sì) che mi si srotolano nel cervello per le canzoni belle. 
A un certo punto metto musica dal telefono e urliamo sulle note sgranate della versione di "Alexanderplatz" di Gianmaria che ho sul telefono. Io ho un orgoglio da difendere, e anche se mi sono raschiata una corda vocale per tutta la sua lunghezza, continuo sommessamente a cantare per non dare nulla a vedere. 
Quando arriviamo a Messina, molto prima del previsto, un ragazzo sorridente e abbronzato (o olivastro di pelle, visto che siamo in inverno e aveva capelli e occhi come carbone) e in tuta rossa controlla il Green Pass di papà e il mio Craculo Pass, che evidentemente nonostante le pieghe attesta ancora che io, il mio siero e il 5G, nel dubbio, me li sono accaparrata. La radio nel frattempo era rimasta accesa su direttiva del mio cellulare, e la Galiazzo e Mika si dichiarano la loro imperitura amicizia con voce melodiosa. Il ragazzo con gli occhi neri s'illumina
«È Chiara, vero? La passano alla radio?»
«No, è dal mio cellulare. È una bella canzone, Chiara è bravissima» Faccio io. Lui concorda. 
«La conosco, sai?»
«Come cantante o...?»
«No no, di persona. Sta a M*****o [nome editato fuori così non andate a cercarla, sappiate solo che fa rima con Galiazzo e probabilmente quando avrete capito che città è si sarà già spostata] per ora, se non avrete fretta per il traghetto ve la chiamo ora al cellulare» e ha già tirato fuori lo smartphone. Papà lo guarda, prende e sgomma via. C'imbarchiamo sul traghetto; di fronte a noi si è piazzato un furgoncino diverso rispetto a quello dell'altra volta, ma non meno notevole. Gagliarda la scritta "Mimmosimone Tarzan" mi fissa, e io fisso lei, masticando il mio panino pepato (dentro c'è prosciutto cotto e pecorino primo sale coi grani di pepe nero interi) e riflettendo sui bivi nella vita e il senso del quarantadue e tutto. Mi è finita dell'Amuchina in un occhio, ahia. Papà ha stipato il condimento di tre panini dentro una singola mafaldina. Sul traghetto, avviene una stranezza, forse ad opera delle arcane scritte sul furgoncino (Mimmosimone Tarzan), per cui la nave è immobile anche dopo che hanno chiuso il portellone dietro e il carico massimo sia stato raggiunto. Guardiamo le nuvole, e sono lì, ferme. Non ci stiano muovendo. Chiedendoci se c'è un guasto, dopo dieci minuti usciamo dalla macchina e saliamo su per vedere quanto è lontana la terraferma e cosa sta succedendo. Con nostro stupore, vediamo che evidentemente ci siamo teletrasportati, perché la nave è a toccare le coste sicule. Abbiamo preso il nostro freddo e constatato un mistero della vita, quindi possiamo riscendere e salire in macchina, pieni di dubbi. Una volta sbarcati, la differenza è paradossale. Fa freddo (due gradi in meno, i dieci calabresi contro i dodici siciliani!) e la palette di colori del mondo è composta di un principale e due comprimari: grigio, bluino e gialletto. Ormai il più della strada è fatto, perciò, in poco tempo, siamo già quasi arrivati! Tempo record, ci abbiamo impiegato solo quattro ore e quarantotto minuti! Per festeggiare mi metto dei sacchetti sui piedi (per non sporcarli, perché c'è fango ovunque e io non ho le scarpe adatte) e andiamo a nutrire Mami, che per accoglierci salta e strappa il sacchetto dell'immondizia per buttare tutto a terra, poi cerca di mangiare la potatura della passiflora invece dei croccantini. Quando finalmente individua la ciotola, io e papà facciamo da sentinelle perché l'Aronne non cerchi di derubare Mamicchia del suo pranzo, ma evidentemente in nostra assenza i cani hanno scordato cosa sia questo misterioso "cibo" perché Aronne cerca di mangiarsi una delle mie gonfie ghette di plastica e la scioglie pure. Papà salta come uno Zulu e fa strani suoni e gesti scaramantici e Aron si allontana. Io vado ad abbracciare un ulivo. Sono arrivata! Fine viaggio. Oh no. Ho ricordato la parola broccia.

→SUCCESSIVO: (S.Trada e Philadelphia)

giovedì 17 febbraio 2022

Il Diario della Capitana Mimma: 2. Furgotto e ragnetto

 
Secondo episodio del Diario (o delle cronache, fate un po' voi) della Capitana Mimma: viaggi (veri!) raccontati in modo difficilmente comprensibile al di fuori della nostra cerchia, ma che speriamo vi faranno ridere lo stesso.

Cronache della Capitana Mimma, il ritorno! 🧭⚓

Partiamo alle nove e mezza, dopo aver fatto un salto dai cani per salutarli. Non c'è un'anima, per un momento sembra davvero giunto il momento utopico in cui la popolazione principe della regione è quella uliva. Poi arriviamo agli imbarchi. Piove e i cartelli ci salutano sballottati dal vento; i venditori stranieri affrontano il maltempo riparandosi dietro le loro pennette USB e scimmie finte che si appendono agli specchietti. Siamo circondati da camion e furgoncini e i gabbiani in aria cercano di volare ma sono immobili, finché una nuova folata di vento non li acchiappa dal becco e con uno YEET ventoso li scaglia verso nuovi lidi. Aspettiamo in fila. E aspettiamo. E aspettiamo. Stanotte sognerò Furgotto, il furgone verde che "non si ferma mai" e mi chiede di noleggiarlo fermo davanti a noi, nella fila alla nostra sinistra. Dopo venti minuti, io e papà siamo tanto prede della noia che facciamo le foto ad un ragno piccolo che si è intrufolato nell'abitacolo e ce le mandiamo a vicenda, anche se non abbiamo Internet e lo abbiamo fotografato entrambi. 

Allego prova fotografica del ragno piccolo.

A mezz'ora papà guarda torvo attorno e declama " 'Aziati 'aziati. Domani al TG sentiranno che Peppuccio u pacciu ha picchiato tutta la fila e quando mi chiedono perché dico 'ero nervosetto'. Hanno fatto salire tutti e noi no, abbiamo aspettato du' navi. Che schíiifio."
Alla fine ci fanno salire sulla nave, fuori continua a piovere e ci hanno fatto ritardare un'ora e ancora non sono partiti.
Nonostante il vento, la traghettata è abbastanza liscia. Noi e Furgotto scendiamo a Messina; papà mi fa notare che abbiamo incontrato solo semafori rossi e ritardi e non posso fare altro che dargli ragione. Però finalmente siamo in Sicilia. Per un momento parole come "broccia" e "pittopia" svaniscono quietamente dalla mia mente e guardo Nettuno reggere un piccione sulla mano. Poi chiamiamo te! Uiiii! Con la radio a tenerci compagnia viaggiamo verso quel pezzo di cielo azzurro dritto davanti a noi...


SUCCESSIVO> (Galiazzo a Milazzo)


lunedì 14 febbraio 2022

Il Diario della Capitana Mimma: 1. Stornmi e Mamù

Primo episodio del Diario (o delle cronache, fate un po' voi) della Capitana Mimma: viaggi (veri!) raccontati in modo difficilmente comprensibile al di fuori della nostra cerchia, ma che speriamo vi faranno ridere lo stesso.

Cronache di viaggio di Capitana Mimma! 🧭⚓ 
 
Partiamo all'alba. L'alba è bellissima. 
L'alba è meno bella quando la strada che segui ti rivolge al sole sorgente, che nel cielo ancora quasi buio è una palla fosforescente color salmone e poi oro e poi bianco che ti pugna gli occhi, ma quando puoi vedere il cielo ne vale la pena. Allego prove fotografiche.


 
Stormi di storni (stornmi) si librano sopra di noi, com'esuli pensieri nel vespero migrar. C'è un po' di cielo in questo stornmo.
Durante le prime due ore di viaggio, a costo di rimettere le stesse tre canzoni fino al rincretinimento becero, ascoltiamo solo MyDrama e commentiamo trecento volte il fatto che la sua voce vibra e che canta bene e che no, l'autotune al trenta per cento non c'era. 
Concessi Vergo e Martina alla terza ora, alla quarta, mentre aspettiamo che ci imbarchino, mi stanco e metto Levan Polkka e Je Pais Envie; da noi stessi ci salva il traghetto, guidato dall'erede spirituale di Hamilton che fa fischiare l'imbarcazione, probabilmente grida tra sé "I AM SPEED" e parte già a tutta manetta. In tipo quindici minuti abbiamo attraversato lo stretto e ci sono papà e uno Yorkshire mordace, anche lui passeggero, che hanno gli occhi a palla e non vogliono rientrare in macchina perché se questo intoppa da qualche parte almeno possono nuotare fino a riva. Alla fine l'erede di Hamilton manipola le leggi d'inerzia e in qualche modo la nave frena. Scendiamo immediati e passiamo gallerie su gallerie, tutte urlando più o meno melodici "Mi sento chiuso dentrOoOoOu" con aria affranta. 
Il navigatore non collabora. A Messina ci suggerisce di andare verso Papandro invece, forse per gentilezza forse per suo maligno gaudio di tecnologico fuoco fatuo, solo che è difficile trovare Papandro al centro di Messina e allora andiamo dritti. Allo sbarco in Calabria ritenta il trick e sempre alla stessa curva dell'altra volta ci impartisce di "svoltare a destra, subito". Visto che ci rifiutiamo di schiantarci e diventare graffiti post-moderni su un muro grattato, si imbroncia e non ci parla per venti minuti.
Papà esulta perché c'è Mamú in radio (Mahmood). Aspettiamo con ansia un featuring con il protetto di Mika, Flo (Nota: sarebbe "Fellow". Papà lo chiama Flo). 
Comunque già scesi dal traghetto si vede il cielo coperto e ci sono due gradi in meno, Calabria terra di Dissennatori. Forse controintuitivamente, papà si leva lo strato-tuta, ma tanto ha altri strati, altri tre in effetti. La benedizione dell'erede di Hamilton deve averci dato un boost perché alla fine della canzone di Mamú (Inuyasha) siamo già a Gioia Tauro! È tempo record di arrivo, cinque ore! E tutto liscio (◕ᴗ◕✿) 
 
A presto con altre (forse? Boh? Non mi prendo st'impegno ufficiale) avventure della capitana Mimma!
 

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