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sabato 14 aprile 2018

Sunset 31 - La vita è perfetta anche quando non è perfetta



Non dovevo fare pensieri come quello. Tutti sanno che quando qualcuno pensa "cosa può succedere di peggiore?" qualcosa di peggiore accadrà. Come il ritorno della cameriera, accompagnata da un buttafuori più alto di CM Punk, barbuto e vestito di nero, che sembrava un armadio a quattro ante.
«Ommioddio, no, non davvero» Borbottò Jacob, passandosi una mano sulla faccia.
L'omone ci si avvicinò, poi guardò Punk e disse con voce chiara e sorprendentemente squillante per un bestione con il suo aspetto
«Signore, venga con me, l'accompagno fuori»
«Ma io sono un wrestler, amico, un wrestler famoso» CM Punk si alzò e si indicò la faccia con un gesto rotatorio dell'indice «Andiamo, non mi riconosci?»
«Fuori. Con me».
Punk si strinse nelle spalle e si girò a guardarci
«Dovrete cavarvela da soli ragazzi, a quanto pare dimenticarsi i pantaloni è stato uno sbaglio fatale e... aspettate!» la sua voce si fece un tratto più acuta e si sporse dalla ringhiera, subito afferrato per un gomito dal buttafuori «Quello là sotto è Taker! Taker! Diglielo tu che sono famoso e che non sono un vandalo! Ti prego!».
Il buttafuori iniziò a trascinare via Punk, che non oppose resistenza, ma continuò a chiamare il suo collega gridandogli cose del tipo «Tu sembri serio! Ti rispettano! Non sono un vandalo! AMICO!».
Oddio, Undertaker era entrato nel locale. Mi sentii rimescolarsi lo stomaco. Mi alzai in piedi e anch'io mi sporsi dalla balconata per guardare di sotto.
Era lui, era lui per davvero, enorme e vestito con un giubbotto corto di pelle nera decorato a teschi, con i capelli raccolti in una coda e l'espressione truce.
«C'è davvero?» Domandò Jacob, senza muoversi dal suo posto
«Si» confermai, sottovoce
«Non ho sentito»
«SI»
«Ah. E ora che facciamo? Non dobbiamo permettergli di ordinarsi la cena da solo!»
«Perché altrimenti non otterreste niente da lui, giusto?» si intromise Edward, che giocherellava distrattamente con il bordo della tovaglia
«Ma che vuole?» fece Jacob, con voce insolitamente acuta «E tu che ne sai?»
«Oh, è ovvio che volete qualcosa da lui»
«Ti piace vincere facile» ringhiai fra i denti, ricordando che lui poteva leggere nel pensiero e che dunque doveva aver letto in quello di Jacob la nostra missione
«Vi posso aiutare, Bella»
«Hai un mandato restrittivo»
«Si, ma vi posso aiutare a ottenere gli autografi» i suoi occhi brillavano come pezzetti di carta stagnola bagnata e maligna «Posso offrirgli io la cena. A me i soldi non mancano»
«Non mi venderò per degli autografi! Andiamo, Jacob, usciamo da qui, allontaniamoci da questo pazzo maniaco»
«Ben detto, Belarda» mi appoggiò Jake, alzandosi «Ce ne andiamo. I soldi non possono comprarci»
«Vi arrendete così, ragazzi?» Edward fece un sorriso sghembo «Senza combattere?»
«Abbiamo combattuto e perso, fine del gioco» borbottai, afferrando per la mano il mio amico e iniziando a trascinarlo giù per le scale, ma così velocemente e con tanto impeto che Jacob inciampò in uno dei suoi enormi piedoni e ruzzolò per la scalinata imprecando come un marinaio.
Immediatamente la cameriera si avvicinò per vedere se quel ragazzone goffo si era fatto male.
Jacob si teneva il braccio e sibilava fra i denti, in preda al dolore
«Il braccio... il braccio...».
Oddio, Jacob si era con tutta probabilità rotto un braccio. Mi precipitai al suo fianco
«Va tutto bene» dissi «Ti porto all'ospedale più in fretta che posso»
«No. No, Bella, ho un'assicurazione sanitaria pessima».
Non riuscii a capire se stesse scherzando perché era fuori di sé oppure se stesse dicendo davvero, ma il suo viso era contorto in una smorfia di dolore.
La cameriera cercò di aiutarlo ad alzarsi, ma era così piccina e così debole in confronto al corpaccione di Jacob Black che non fece molto e alla fine Jake dovette riuscire a rimettersi in piedi da solo, stringendosi il gomito.
Mi guardai intorno: CM Punk era scomparso, sicuramente buttato fuori dall'omone barbuto, e un sacco di sguardi curiosi erano puntati su di noi.
«Jacob, dai vieni, andiamo...»
«Ohhh» Si lamentò lui, reggendosi il braccio «Mi si vede l'osso?»
«No, hai... no, non c'è neanche sangue»
«Sento malissimo»
«Andiamo in ospedale?»
«Non voglio andarci se non è rotto, prima devo sapere se è rotto, Belarda, non voglio buttare soldi, non abbiamo abbastanza soldi per... Ah, che te lo dico a fare?» con la faccia arrossata per la rabbia, per il dolore, per la vergogna, Jacob abbassò la voce «Siamo poveri, Bella. Mio padre non lavora e non lavoro neppure io. Non voglio spendere soldi così, va bene?»
«Va bene» risposi io, che avevo voglia di mettermi a piangere «Allora noi... allora... andremo in macchina e vedremo se è rotto e se è rotto allora...».
Un'ombra si stagliò su di noi. Si, anche su Jacob. E Jacob era alto, quindi c'era una sola persona, dentro quel locale, capace di farci ombra con la sua sola presenza.
«Posso controllarti il braccio, ragazzo?» Domandò una voce profonda e calma
«Certo» rispose Jacob, fra i denti.
The Undertaker, in tutta la sua immensità, si era avvicinato a noi e ora stava esaminando il braccio di Jacob, muovendolo con delicatezza, ma evidentemente producendogli un gran dolore perché il mio amico continuava a fare delle facce terribili. Dopo un paio di istanti, guardò Jacob e gli disse sottovoce, rassicurante
«Farà male, ma solo per un istante»
«Fa già male» rispose Jake, disperato
«Di più. Ma solo per un istante»
«Cosa?»
«Sei caduto con il peso del corpo sul palmo della mano mentre tenevi il gomito flesso, ti si è spostata l'articolazione. Il braccio non è rotto, hai una lussazione del gomito. Leggera, per fortuna»
«Ah. Meno male. Cioè, sempre male, ma meno»
«Te lo aggiusto, va bene ragazzo?»
«Qui?».
Jacob quasi non fece in tempo a finire di parlare che il wrestler gli afferrò l'avambraccio e il bicipite e fece qualcosa, che non guardai perché chiusi gli occhi, ma che sentii con le orecchie. Scrac.
Jacob non gridò come avevo immaginato, non ringhiò e non emise nessun rumore buffo
«Non ha fatto così male» disse «Ne ha fatto di meno che quando sono caduto»
«È perché sei stato fortunato e non ti si è spostato molto, il gomito. Comunque dovresti portare un tutore per un po' adesso, ragazzo»
«Se riuscirò a trovarne uno...»
«Non se. Quando»
«Giusto, giusto, quando» balbettò Jacob, inquietato «Io... mi scuso per l'inconveniente e...»
«Non fa niente»
«Volevo dire grazie. Grazie, davvero grazie per l'aiuto, mi sono risparmiato un bel viaggio fino all'ospedale e io non so davvero come ringraziare per...»
«Fai così: vai a comprarti un tutore e curati il braccio. Sarà il mio ringraziamento».
E Taker si allontanò lentamente per raggiungere di nuovo il suo tavolo, senza lanciarci neppure un'altra occhiata. Era intervenuto con calma e sicurezza, poi si era ritirato nel suo angolo, come a dire "il mio lavoro qui è finito". Era davvero il più fico.
«Certo che è fico, eh» Sussurrò Jacob, come se mi avesse letto nel pensiero «E mi ha fatto al braccio quella cosa che fanno nei film per aggiustarli. È stato fichissimo. Anche se stavo per farmela sotto per la paura»
«Già. Il piano autografi è sfumato, ma almeno potrai raccontare ai tuoi amici che Undertaker ti ha aggiustato il braccio»
«Già. Ehi, mi dispiace per il piano autografi, Belarda»
«Va tutto bene, ora è più importante trovarti... un tutore per il gomito. Cerchiamo una farmacia?»
«Certo. No. No» scosse la testa «Aspetta. Non possiamo arrenderci così»
«Jacob, ti sei già fatto male, per favore, basta così. È un segno del cielo, dobbiamo fermarci»
«No, Belarda. Questa è la tua serata. Il tuo magico giorno perfetto. Prenderemo quegli autografi»
«Jacob, no, mi vergognerei a morte se dopo che già ci ha fatto il favore di aggiustarti il braccio lo importunassimo per strappargli degli autografi. Sarebbe sbagliato. Si merita il suo tempo libero. Si merita di mangiare in pace e tranquillo. Non starei mai più in pace con me stessa se sapessi di essere quel tipo di fan che importuna i propri idoli durante il loro tempo libero, ok?»
«E se lo importunassi io invece che tu?»
«No, Jacob. No. Andiamocene. Abbiamo perso, ok? È stata comunque la serata più bella della mia vita, non devi fare altro per me. È stato tutto bellissimo»
«Ma non puoi arrenderti ora, guarda, è a soli dieci metri da noi»
«E noi stiamo qui a sussurrarci nelle orecchie l'uno con l'altra e sembriamo strani e importuni»
«Ma se neanche ci vede, Belarda! È girato di spalle e...».
Entrambi lanciammo un'occhiata al tavolo di Undertaker. Edward Cullen stava per sedersi di fronte a lui. Edward Cullen stava per importunarlo.
Non potevo permetterlo.
«Ehi, deficiente!» Gridai «EHI!».
Mezzo ristorante si girò a guardarmi, ma Edward fece completamente finta di ignorarmi e si sedette.
«Vieni subito qui! Vampiro! VAMPIRO!».
The Undertaker si voltò a guardarmi. Oddio, non gli era sembrato che lo stessi apostrofando vampiro, vero? VERO?
«Non... non...» scossi la testa, poi indicai Edward «...Dicevo a lui, vampiro lo dicevo a lui».
Per un momento fu come se il tempo, nella sua interezza, si fosse fermato. Non c'erano il mio respiro o il mio battito cardiaco, non c'era niente di vivo in quella stanza, eravamo tutti sfortunati pupazzi immobili sistemati in modo irritante, con Edward Cullen, la mia nemesi, seduto allo stesso tavolo di The Undertaker, il mio mito, mentre al mio fianco c'era Jacob Black, il mio amico che pochi secondi prima si era sciaguratamente slogato un braccio.
Poi il tempo riprese a scorrere, il mio respiro (stranamente affannoso) a rimbombarmi nelle orecchie, Edward Cullen a sorridere sghembo.
«Lo so» Disse Taker, a voce bassissima.
Non potevo sentirlo, ma sapevo che aveva detto "lo so". Forse ero molto brava a leggere il labiale. Forse ero molto concentrata.
«Scappa da lui».
Il sorriso sghembo di Edward non era più un sorriso, era un ringhio. Lui aveva un udito molto buono e per di più poteva leggere nel pensiero e tutta questa situazione era surreale.
«Andiamocene, Jacob» Dissi a Jake, prendendolo per la mano buona e prendendo ad indietreggiare «Taker ha detto di scappare»
«Scappare?»
«Scappare».
Scappammo. Io e Jacob scappammo da Edward Cullen e scendemmo nel parcheggio, dove trovammo Punk raggomitolato con la schiena contro la macchina.
«Ce l'avete fatta?» Domandò, con un sorriso
«No» rispose Jacob «Però mi sono slogato un braccio e Undertaker me l'ha aggiustato e ora ho bisogno di comprare un tutore»
«Oh, mi dispiace. E il tipo, lì, Edward? Vi ha lasciati in pace?»
«No. E ora è andato a rompere le scatole anche a Taker»
«Già che c'eravate non potevate rompergliele anche voi e chiedergli quegli autografi?» Punk si rialzò in piedi e prese un profondo respiro «Tanto, serata rovinata per serata rovinata...»
«Va contro i miei principi morali» risposi, aprendo la macchina «Su, tutti a bordo. Riportiamo i wrestler alla WWE e gli amici alla riserva Quileute».
CM Punk e Jacob salirono sull'auto e io misi in moto, ma prima che potessi premere il piedino sull'acceleratore, vidi spuntare Edward nel parcheggio, seguito proprio da Undertaker.
«Questo parcheggio si sta facendo affollato» Commentò Jacob.
Edward sembrava fuori di sé per la rabbia e camminava molto velocemente, ma i passi lunghi del wrestler dietro di lui non lo mollavano. Che cosa stava succedendo?
Abbassai il finestrino e sporsi la testa
«Che succede?» domandai «Avete bisogno di aiuto?».
Ovviamente, se Edward avesse avuto bisogno di aiuto non glielo avrei dato, ma di fronte ad Undertaker volevo apparire caritatevole, magnanima e gentile.
«Non ti avevo detto di scappare?» Chiese gentilmente Taker «Su, vai con i tuoi amici»
«EHI!» urlò Punk «Non hai detto al buttafuori che mi conoscevi, mi hanno cacciato come se fossi uno scroccone! Bell'amico!»
«Ti sto facendo un favore. Via tutti»
«No, Bella!» gridò Edward «Non dargli ascolto. Lui non è quello che sembra. Non hai idea di quello che è, è anche peggio di me, Bella, anzi è sicuramente peggio di me».
Quella fu la goccia che fece traboccare il vaso.
«Addio, Edward» Dissi altera, poi alzai il finestrino e premetti il piede sull'acceleratore.
Quanto mi dispiaceva lasciarmi alle spalle Undertaker. Mi si spezzava il cuore a saperlo in quel freddo parcheggio insieme alla persona più irritante che avessi mai conosciuto, che per giunta era un vampiro.
«Il tuo stalker era con Undertaker nel parcheggio» Disse Punk, come se non lo sapessi
«Già» Jacob annuì «Cullen era nel parcheggio con Taker. Che ci faceva laggiù? Vuole sfidarlo in un combattimento underground o qualcosa del genere?».
CM Punk rise, poi si accarezzò la barba
«Se così fosse, sarebbe un ragazzino morto. O perlomeno con qualche osso rotto in più».
Mi morsi le labbra. Non volevo dire che Edward era un vampiro marmoreo e schizzato e che quindi aveva qualche possibilità di vincere. Quello che dissi invece fu
«Non credo che combatteranno»
«Neanch'io» mi diede ragione CM Punk «Credo che Taker non possa picchiare i ragazzini. Devo dirvi però che non è uno che rispetta le regole come le persone normali e che quindi c'è, diciamo, un dieci percento di possibilità che il tuo stalker si prenda la paura più grande della sua vita»
«Ah ah. Lo spero».
Accompagnai Punk di nuovo in arena, poi trovammo una farmacia e comprammo un tutore per il braccio di Jacob (il cui gomito, nel frattempo, si stava ricoprendo di lividi) e con l'aiuto della farmacista glielo applicammo.
Durante il viaggio di ritorno, Jacob non stette zitto un secondo e mi ri-raccontò tutta la serata per tre volte. Io sorridevo. Anche se Edward aveva provato a rovinare tutto non c'era riuscito, avevo avuto la mia gloria, la mia serata da sogno. Chissene importava se non avevo ottenuto uno stupido autografo! Avevo visto i miei wrestler preferiti da vicino, da molto vicino, e non credo che potessi chiedere di più. Era stata una serata fantastica.
Ritornammo a La Push e parcheggiammo. Proprio in quel momento ricevetti un messaggio sul telefonino.
«Sarà tuo padre» Disse Jacob, aprendo la portiera
«No, mio padre non manda messaggi».
Era Mike. Mi aveva scritto
"Come andata? Ci sono stati dei bei match? A quest'ora dovrebbe essere finito, no? Qui stiamo tutti ballando, ma è una noia mortale".
Non risposi subito, ma scesi dalla macchina e abbracciai Jacob.
«Mettiti del ghiaccio sul gomito, se puoi, ok? Evita che ti cada»
«Sissignora signora! E grazie per la serata. È stata favolosa»
«Di niente, Jacob. Grazie a te. E mi spiace per il braccio»
«Non ti preoccupare, mi è capitato di peggio. Ciao, Belarda»
«Ci vediamo, Jake».
Lo guardai allontanarsi verso la sua casetta, poi cambiai auto, rientrando nella mia, e risposi a Mike
"È stata la cosa più bella della mia vita e non puoi capire"
"Avrei voluto essere con te"
"Certo che avresti voluto! Sono uscita con CM Punk!"
"COOOSA?"
"Ti racconto poi tutto quando ci vediamo. Ora vado da papi, si starà preoccupando"
"Tu sei uscita con CM Punk e io sono al ballo di primavera?!!?!"
"Si. Ciao Mike, a domani".
Quando tornai a casa e allungai la mano per aprire la porta, sentii scattare la serratura dell'ingresso dall'interno. Papà mi aveva aspettata letteralmente dietro la porta per tutto questo tempo oppure era una coincidenza?
«Belarda?»
«Si, certo, papà, chi pensavi di trovare?»
«Oh, sei a casa, meno male! È tardissimo. Entra entra entra entra».
Entrai, come potevo rifiutare dopo che me l'aveva detto quattro volte? E comunque era casa mia.
«Ho preparato da mangiare» Disse «Se non hai già mangiato»
«No, non ho mangiato. È una storia strana, a dire il vero papà, sono stata in un ristorante ma non ho mangiato...»
«Che è successo?»
«C'era Edward Cullen. Ce ne siamo andati. Si è comportato da bastardo»
«Hai dei testimoni per questa cosa?» papà assunse un tono decisamente professionale
«Si, certo. Jacob Black»
«E basta?»
«Tutto il ristorante. CM Punk. E anche Undertaker, ma dubito che possiamo usarli come testimoni»
«Sbatteremo in gattabuia quel ragazzino insolente! Stavolta non mi ferma niente! Aveva un ordine restrittivo!»
«Lo so, papà, ma non mi pare il caso di dare i numeri. Quando ce ne siamo andati non ci ha seguiti, va tutto bene, non sono mai stata in pericolo»
«Ah. Sei sicura? Perché se vuoi io posso...»
«Va tutto bene, papà. Che hai preparato da mangiare?».
Quando arrivai in cucina vidi il microonde acceso. Uhm, il microonde... non doveva essere una cena particolarmente complessa se stava usando quello. Forse sarebbe stata mangiabile, anche se non un piatto da gourmet.
«Ho fatto le lasagne al microonde» Disse fiero papà «Non sono tradizionali, ma ho seguito una ricetta che mi ha dato la signora Clearwater e dovrebbe venire benissimo»
«Sono contenta. Assaggiamo!»
«Aspetta un attimo solo e saranno pronte... un attimo... ecco!».
Tolse la cena dal microonde mentre mi accomodavo a tavola, poi la servì dividendola in due perfette metà dei nostri piatti di ceramica bianca. L'odore era delizioso.
«Sicuro che non ti sei fatto aiutare, papà?»
«Sicurissimo. Dai, assaggia assaggia assaggia!».
Con un po' di timore presi una forchettata di lasagne e me la portai alla bocca. Mi scottai la lingua.
«Brucia brucia brucia!».
Papà mi portò un bicchiere di latte, che trangugiai per spegnere l'incendio.
«Prima aspetta un attimo che si raffreddi. Lo so che hai fame, ma aspetta, figliola».
Respirai profondamente, sentendo il punto che si era scottato sulla lingua raffreddarsi, poi posai le mani sul tavolo, ai lati del piatto
«Come è andata oggi?» Gli chiesi. Le parole mi uscirono frettolose; morivo dalla voglia di raccontargli come era andata a me.
«Bene. Pesci a frotte... E tu? Hai fatto tutto quello che dovevi?»
«Non proprio» addentai un'altra forchettata di lasagne, questa volta ben attenta a soffiarci prima sopra «Ma ci sono state delle difficoltà tecniche»
«Edward?»
«Ah ah. E non solo, ma si. È stata anche colpa di CM Punk che si è dimenticato i pantaloni nel camerino»
«Santo cielo, di che stai parlando?» gli occhi di papà divennero due cerchi perfetti mentre cercava di trattenere le risate
«Non sono riuscita a prenderti l'autografo di Undertaker, anche se ci ho provato davvero. Vedi, quando siamo partiti...».
Gli raccontai tutto fin dall'inizio, anche se cercai di non far sembrare una catastrofe l'intervento di Edward Cullen. Papà rise al momento giusto e si preoccupò al momento giusto e fu molto triste quando seppe che Jacob si era slogato un gomito, ma sollevato che glielo avessero aggiustato. Alla fine di tutto il racconto sorrise gentilmente per un istante prima di dire
«Mi pare che per te sia stata una bella giornata».
Come minimo, pensai tra me e me.
Terminato l'ultimo boccone, svuotai in un sorso ciò che restava del mio bicchiere di latte.
«Vai di fretta?» Chiese Carlo
«Sono stanca, quindi vado a letto»
«Sembri piuttosto su di giri» commentò
«Davvero?».
Non riuscii a formulare una risposta migliore. Lavai i piatti alla svelta e li misi ad asciugare.
«Non hai programmi per stasera?» Disse all'improvviso
«No, papà, è tardissimo e voglio soltanto dormire un po'»
«Dimmi una cosa... Jacob è il tuo tipo?»
«Cosa?»
«Jacob. Ti piace?»
«Non ho ancora notato nessun ragazzo interessante, papà»
«Pensavo che Mike Newton almeno... me ne avevi parlato»
«Papà, è soltanto un amico. Un buon amico. Un ottimo amico, ma solo quello»
«Beh, tu sei di un altro livello. Ma sembra quasi che tu voglia aspettare l'università prima di iniziare la ricerca...».
Dicono che ogni padre sogni che sua figlia se ne vada di casa prima di sentire il richiamo degli ormoni, ma non è così: mio padre voleva che rimanessi a casa per sempre e che gli presentassi il mio ragazzo al più presto così che lui potesse abituarcisi e chiamare "figlio" anche lui. Glielo leggevo negli occhi.
«Mi sembra una buona idea» Scherzai, dirigendomi verso le scale
«'Notte, cara»
«Ci vediamo domattina, papà».
Salii le scale con passo stanco e trascinato. Chiusi la porta della stanza con forza e mi buttai sul letto a riposare un attimo. Mentre me ne stavo a faccia in giù, sprofondata nelle coperte e semisoffocata, mi resi conto di una cosa...
Papà parlava di amore. Papà voleva che quella sera uscissi con qualcuno, non importava con quale ragazzo. Papà aveva fatto le lasagne e ci si era pure impegnato, lui che cucinava solitamente poco e male. Papà era dietro la porta, ma quando aveva aperto la porta aveva detto "Belarda?" in tono sorpreso, come se non si aspettasse di vedere me.
Papà aveva un appuntamento con Sue Clearwater, la sua "amichetta del cuore". Era così lampante!
Sorridendo come un'ebete, entrai in bagno. Papà stava trovando l'amore! Finalmente stava dimenticando mia madre, la donna tossica che gli aveva avvelenato la vita. Era ora, era dannatamente ora.
Mi lavai i denti con energia, scrupolo e velocità, per rimuovere ogni traccia delle lasagne. Ma non potevo mettere fretta all'acqua calda della doccia, che mi sciolse la schiena e mi rilassò. Il profumo familiare dello shampoo mi fece sentire come se fossi ancora la stessa persona che quel mattino era uscita di casa. Finita la doccia, mi asciugai in fretta e furia. Infilai una maglietta bucherellata e i pantaloni grigi della tutta, mi strofinai i capelli con l'asciugamano e li ravviai con una mano, assaporandone la morbidezza da dopo-lavaggio.
Gettai l'asciugamano umido nella cesta, riposi spazzolino e dentifricio nel beauty case.
Poi scesi di corsa le scale, affinché Carlo notasse che ero in pigiama e con i capelli ancora bagnati e capisse che non doveva rimandare il suo appuntamento perché io sarei stata molto profondamente addormentata in pochi minuti.
«'Notte, papà»
«Notte, Bella».
Sembrò sorpreso di vedermi comparire così e io ne fui felice. Salii gli scalini due alla volta, sforzandomi di non fare rumore, e schizzai in camera chiudendo la porta con cura.
Mi raggomitolai nel letto, ma non riuscii ad addormentarmi subito. Una parte di me voleva sentire Sue Clearwater che arrivava, la sua macchina che parcheggiava fuori da casa nostra, mio padre che le apriva la porta, ma sapevo che era scortese origliare gli appuntamenti degli altri e inoltre ero davvero, davvero stanca.
Dracula spuntò da sotto il letto e si raggomitolò accanto a me, facendo le fusa. Gli passai una mano sulla testa, fra le orecchie, poi lo strinsi a me con un braccio. Adesso potevo dormire davvero.
Papà aveva trovato l'amore, che cosa gliene poteva importare di un autografo che non ero riuscita a procurargli? La vita era perfetta anche quando non era perfetta.



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 Aggiorneremo la storia su questo blog un pò più lentamente che su wattpad, quindi se avete la app di wattpad, oppure vi piace leggere direttamente da quel sito, continuate a leggere la storia da qui

venerdì 13 aprile 2018

Sunset 30 - Purple Café and Wine Bar


Poiché CM Punk era arrivato insieme a tutti gli altri wrestler con i camion della WWE, per spostarci all'interno della città dovemmo usare la macchina di Jacob. Io mi sedetti al posto di guida, Punk accanto a me e Jake dietro, semi-spaparanzato sul sedile.
Ci fermammo a chiedere indicazioni su dove si trovasse il Purple Cafe and Wine Bar, visto che non ne avevamo la benché minima idea.
La prima persona a cui chiedemmo fu una signora di mezza età con i capelli tinti rosso fuoco, che passeggiava altera con un chihuahua alla fine di un guinzaglio flexi dall'impugnatura leopardata.
«Chiedigli dov'è il Purple Cafe and Wine Bar» Mi incitò CM Punk
«Perché proprio io?» mi lamentai a bassa voce
«Perché è a tuo padre che dobbiamo portare l'autografo e perché tu sei una ragazza che ispira più simpatia di noi, forza!».
Non potevo dire di no a CM Punk, così mi sporsi dal finestrino, accostando l'auto al marciapiede
«Mi scusi, signora, saprebbe dirmi dove trovare il Purple Cafe and Wine Bar?»
«Oh, si, certo» la donna sorrise «Andate sempre dritti fino al negozio del parrucchiere, poi girate a destra nella stradina proprio di fronte e poi a sinistra alla terza traversa e lo trovate»
«Grazie mille!».
Eseguimmo i suoi comandi e invece di un ristorante trovammo un negozio di sigarette elettroniche.
«Caspiterina» Disse Jacob, ridacchiando «Undertaker mangia sigarette elettroniche. Non me l'aspettavo...».
Cm Punk rise forte come se quella fosse stata la battuta più bella del mondo, poi diede un colpetto al cruscotto
«Dobbiamo chiedere a qualcun altro. Lo vedi quel signore laggiù? Chiedi a lui!».
Il "signore laggiù" era un pelato sovrappeso con gli avambracci muscolosi che spuntavano da una felpa sgualcita dalle maniche arrotolate, con una faccia da mastino che normalmente non avrei trovato minacciosa, se non fosse stato per quello sguardo vacuo da persona che sta cercando di ignorare di aver appena battuto il mignolino del piede contro uno spigolo d'acciaio.
«Mi scusi, signore... sa dove si trova il Purple Cafe and Wine Bar?».
Il signore sniffò forte, guardo nella mia direzione, tossì e disse con voce roca
«Sempre dritto» indicando davanti a sé
«Grazie».
Seguimmo le sue indicazioni, ma per almeno cinquecento metri non trovammo niente, poi ci fermammo di nuovo a chiedere informazioni per capire se ci avevano mandati nella direzione giusta. Questa volta chiesi ad una signora magra che somigliava vagamente ad un canarino e aveva con sé un figlioletto di sette o otto anni che sembrava un canarino anche lui, biondissimo e con scuri occhietti lucenti.
«Mi scusi, signora, per il Purple Cafe and Wine Bar?»
«Siete nella zona sbagliata della città» rispose lei, quasi cinguettando «Che ci fate qui?»
«Abbiamo chiesto indicazioni»
«Oh, cara, cara... allora, dovete andare al numero 1225 della Quarta Avenue, hanno il parcheggio proprio sotto il ristorante, lo trovate subito...».
Seguimmo le indicazioni, ma giusto per essere sicuri, a metà strada chiedemmo di nuovo a qualcuno, un ragazzo circondati di amici, che ci disse che in realtà il posto che cercavamo si trovava sulla Sesta Avenue e non sulla quinta. Dopo aver chiesto ad altre quattro persone, per puro caso ci ritrovammo a passare di fronte al cartello del Purple Cafe e Wine Bar e scoprimmo che la signora-canarino aveva avuto ragione e che il ristorante si trovava sull'angolo della Quarta Avenue.
Parcheggiammo l'auto nel garage riservato sotto il locale, poi risalimmo ed entrammo in un grosso edificio dalle pareti di vetro.
«Wow» Disse CM Punk, mettendosi le mani sui fianchi «Dite che mi fanno entrare anche se sono praticamente in mutande?».
Il posto era elegantissimo, con un pavimento scuro e tavoli sparsi di legno chiaro. Piattaforme circolari sospese sorreggevano gruppi di candele e il tetto era di legno bruno, così come l'alta e spettacolare torre-cantina stipata di bottiglie di vino che si ergeva proprio al centro del locale, terribilmente suggestiva. Grappoli di lucine dorate, simili a decorazioni natalizie, brillavano strategicamente contro le pareti. Alcuni gruppetti di persone stavano chiacchierando sedute ai tavoli e avevano l'aria di persone che stavano mangiando cose deliziose e bevendo vini squisiti... tutte cose che non potevamo permetterci.
«Mangiare qui costerà un casino» Si lamentò Jacob «E io non ho tutti questi soldi!»
«Neanch'io» ammisi, sconsolata «Che facciamo? Come facciamo ad offrire la cena a qualcuno se non abbiamo soldi neanche per noi stessi?».
«Mangiare qui costerà un casino» Si lamentò Jacob «E io non ho tutti questi soldi!»«Neanch'io» ammisi, sconsolata «Che facciamo? Come facciamo ad offrire la cena a qualcuno se non abbiamo soldi neanche per noi stessi?»
L'aria profumava di vino e cioccolato
L'aria profumava di vino e cioccolato. Mi sentivo più a casa che a casa mia.
«Beh» Commentò Jacob «Almeno siamo arrivati prima di Taker»
«E a che ci serve, se non possiamo offrirgli niente?»
«Vi arrendete già?» Cm Punk scosse la testa «Mi meraviglio di voi...»
«Non mi sto arrendendo» replicai, stringendo i pugni «Stiamo solo pensando a... a... a come fare. Dite che mi fanno credito?»
«Ti faccio io credito» mi interruppe il wrestler «Pago tutto io, fai finta che siano soldi tuoi»
«Posso fare finta anch'io?» si intromise Jacob Black, con un sorrisone sospetto
«No, tu no. La ragazza ha giudizio ed è per suo padre, tu che c'entri?»
«Sono il suo migliore amico»
«Beh, lei sceglierà anche per te»
«Oh, grazie!» esclamai, con una gran voglia di gettare la braccia al collo a CM Punk, ma riuscendo a contenermi
«D'accordo» Jacob indicò i tavoli «Dove ci sediamo? E possiamo venire a mangiare qui anche senza prenotazione?»
«Beh, ci hanno fatto entrare» gli fece notare Punk «Evidentemente... si. Mettiamoci laggiù laggiù, dove non ci possono vedere... anzi, mettiamoci al piano di sopra, ok?».
Iniziammo a salire le scale, quando un giovane cameriere dai capelli corti chiamò
«Signore... signore, mi scusi... i pantaloni?»
«Oh, i pantaloni» Punk sorrise «Belli i miei pantaloncini gialli, vero?»
«Sono molto corti» fece il cameriere, sospettoso «Sicuro che siano dei pantaloni?»
«Beh, sono l'ultimo grido della moda. Pantaloni da wrestler» Punk sollevò un pollice «Lo so, lo so, sono sempre troppo avanti! Grazie dei complimenti, amico, e per esserti accorto dei miei pantaloni!».
Poi ricominciò a salire le scale, lasciando dietro di sé il cameriere confusissimo, e noi lo imitammo. Che faccia tosta! Io non avrei mai avuto il coraggio di dire una cosa del genere.
«Eee quindi Undertaker non mangia sigarette elettroniche. Almeno per quanto ne sappiamo» Sghignazzò Jacob, lasciandosi cadere al posto del primo tavolo libero che trovammo. Giuro, sembrava che le gambe di quel ragazzo non riuscissero a sostenerlo per più di venti minuti prima che cadesse come una pera sulla prima superficie disponibile.
Mi accomodai nervosamente accanto a lui «Jake, quando dici queste cose molto molto strane assicurati che i camerieri non possano sentirti, che già sembriamo una compagnia poco rispettabile».
Il nostro tavolo era incuneato accanto ad una colonna, accanto ad uno dei grappoli di lucine e da quattro posti, e dal mio posto potevo guardare tranquillamente tutti gli altri commensali mangiare. Questo mi permise di vedere che normalmente i camerieri accompagnavano loro stessi gli avventori ai tavoli, in modo da dargli il giusto numero di posti ed una postazione più o meno riservata a seconda dei loro gusti personali.
«Guarda, li accompagnano» Puntai ai miei due compagni di avventura, indicando un folto gruppo di persone (avvocati? Imprenditori? Nella mia visione da profana, una cravatta è una cravatta e non sapevo dire di chi fosse) che si facevano scortare dallo stesso cameriere di prima «E a noi niente!»
«Eh, quello potrebbe essere colpa mia» disse CM Punk, indicandosi con garbo le mutande da spettacolo e raccogliendo un paio di occhiate dai commensali
«Vabbè, il tavolo ce l'abbiamo, no?» chiese Jacob «Secondo voi quanto ci mettono a portarci il menu?»
«Il tempo che ci mettono, Jake» sospirai, aguzzando gli occhi per vedere la sagoma del mio wrestler preferito «È un localino costoso, quindi perderanno sicuramente tempo».
«Prego, da questa parte» Scandì una voce dai toni soffici, dotata di una esse sibillina che mi ispirò subito simpatia. Mi voltai ad inquadrare il cameriere che aveva parlato, leggermente più in carne dell'altro, con un bel volto tondo dai lineamenti regolari ed i capelli un po' più lunghi, castano miele.
Non riuscii a distogliere lo sguardo.
Stava accompagnando ossequiosamente un gruppo di quattro persone, e lo stava accompagnando verso il nostro tavolo. Certo, non poteva sapere che...
«Oh, credevo che il tavolo non fosse preso. Salve, signori. Venite, dovrebbe essersi appena liberato un posto al piano di sotto che è proprio...»
«Cercategli solo un tavolo da tre posti, s'il vous plaît» ghignò Edward Cullen sfoderando inutilmente una frase elementare in francese «Io non mi siederò con loro».
Alice, la sorella Capelli-pazzi d'elezione che sfoggiava per l'occasione una capigliatura persino più arruffata del fratello, ghignò come la bambola-spirito demoniaco nell'horror di turno, e Rosalie ed Emmett sembrarono del tutto indifferenti. La bionda fece segno al dipendente del locale di portarli altrove e lui si smosse ed ubbidì, ipnotizzato (chissà se i vampiri potevano davvero ipnotizzare la gente, come li si dipingeva?) dalla bella vampira che ancheggiò avanti, seguita dal fratello-orso e dalla sorella-Capelli Pazzi.
«Ma siamo seri?» Sbottò CM Punk guardandolo ad occhi sgranati «Tu qui?»
«Bonjour» Sorrise lui, con gli occhi dorati fissi nei miei ed il suo sorriso stortignaccolo.
«Ma vattene via!» Esclamò Jacob. Sembrava avere una gran voglia di prenderlo a cazzotti, ma era incastrato tra me e CM Punk con le spalle al muro; cosa di cui fui grata in quel momento, non volevo che combattesse per me con il mostro.
«Cullen, tu non ti siederai qui!» Esclamai subito, cercando di mettere le cose in chiaro. Mi accorsi di avere le braccia allargate, una sul legno chiaro del tavolo e una sulla sedia: reclamavo la mia proprietà, con il giusto pizzico di minaccia a mio parere
«Suvvia Bella, non c'è bisogno di essere così scontrosi» cantilenò, come se parlasse con una bambina testarda «Ci siamo incontrati per caso, te lo giuro»
«Certo, per caso. Tu mi pedini anche al ristorante! Ma te ne vuoi andare?»
«Bella su, è una bella serata. Sei anche riuscita ad incontrare...» indicò CM Punk con una smorfia, come se non ne ricordasse il nome, ma mi pareva di aver capito che aveva un'ottima memoria «... Grazie ai biglietti che ti ho dato e...»
«Grazie ai biglietti che hai buttato. Edward, non iniziare con questi giochetti, stiamo aspettando una pers...».
E plap, lui aveva già poggiato il suo freddo didietro sul posto libero. E poi la gente si chiedeva perché i Quileute detestavano i freddi. Perché mettevano i loro freddi culetti ovunque, ecco perché, li poggiavano sulle sedie delle persone, li sculettavano cercando di sedurre la gente e i camerieri, li facevano apparire per magia dove proprio non avrebbero dovuto avere nulla a che fare e soprattutto, erano riusciti a farmi avere una lunga elucubrazione sui loro deretani in quello che era il giorno più bello della mia vita. Se questa non era malvagità, non so cos'era.
«Tu non ti puoi sedere qui!» Sibilai con voce acuta «Io ho un ordine restrittivo! Tu mi devi lasciare in pace!»
«So che sei prevenuta perché pensi che ti abbia seguito, ma non è così, te lo assicuro» rise Edward come se niente fosse, chiamando con un gesto una camerierina caruccia che stava proprio per andare ad un altro tavolo. Poi vide il vampiro, fece dietro-front e arrivò fino a noi.
«Non sono prevenuta, sono inca...»
«Vorremmo ordinare» Mi interruppe, facendo un bel sorriso tutto fascino alla cameriera, che sorrise ammaliata.
Scappa, sorella mia, avrei voluto dirle. Fuggi dalla follia di questi suoi capelli.
«Ora basta» Disse CM Punk, alzandosi in piedi.
Edward lo guardò con quel sorriso sfottente, senza neppure prendersi la briga di alzarsi per fronteggiare il wrestler: «Si sieda, signor... CM Punk. Sta dando spettacolo»
«Per prima cosa, tu non dici a me che cosa devo fare, ragazzino» Punk alzò un indice, irritato «E per seconda cosa, Belarda ti ha chiesto di andartene. Non puoi sederti con lei. Ha un ordine restrittivo e se insisterai a rimanere qui chiameremo la polizia»
«Lo dirò a mio padre!» esclamai, sentendomi così Draco Malfoy da non sapere se ridere o farmi un po' schifo.
Edward perse nuovamente quell'aspetto di serafica calma, passando ad un'inespressività spaventosa. Si alzò a sua volta per fronteggiare il lottatore, le labbra strette tra loro.
«È meglio se non ti impicci. I miei genitori sono molto influenti, e questo non è un locale per sciattoni» Mormorò Edward, molto piano. La cameriera fece qualche passo indietro. Okay, ci stavamo tutti trasformando in Malfoy. «Quindi forse è meglio, CM Punk, se smetti di impicciarti in affari che non ti competono e te ne vai senza farne tanto un dramma»
«Ah, quindi siccome non ho una camicia bianca dovrei starmene zitto mentre molesti questa ragazza?» Punk fece una grossa, grassa risata sarcastica «Oh ragazzo, questa è nuova. Se stiamo parlando di soldi, influenza e competenze atletiche» allargò le braccia «tu non hai la minima idea di con chi stai parlando per fare delle minacce del genere»
«E io ti faccio a pezzi, Cullen!» urlò Jacob. Aveva approfittato del fatto che CM Punk era saltato su per alzarsi sgusciando dal suo posto vuoto. Dato che erano tutti in piedi, mi alzai anche io, osservando nervosamente le occhiate di tutte le persone di cui avevamo, ormai inevitabilmente, attirato l'attenzione.
Edward sostenne lo sguardo di sfida del wrestler per qualche secondo prima di annunciare a voce troppo alta «Signorina, chiami la sicurezza. Dica subito loro che un uomo in biancheria intima colorata, tatuaggi e piercing sta minacciando di malmenarmi in combutta con un grosso straniero dalla pelle scura perché volevo parlare con una mia compagna di classe». La cameriera sbarrò gli occhi.
«Straniero?!» ruggì Jacob superando me e CM Punk come un leone e afferrando Edward dalla camicia e scuotendolo «Come ti permetti, TU, siberiano schifoso! Io sono un Quileute, l'America è la mia terra molto più di quanto sia la tua!».
Il vampiro guardò le mani strette del mio amico come se fossero una cosa disgustosa e alzò lo sguardo su Jake, che ansimava furioso senza mollarlo.
La cameriera corse via.
«Aspetti!» Strillai «Ritorni indietro! La prego!».
La cameriera si fermò. Mi guardò per un istante, ma aveva la faccia di qualcuno che doveva andare a spegnere un incendio.
«Questi due ragazzi» Dissi in fretta «Sono entrati qui con me. Questo ragazzo invece ci sta importunando»
«Ma se sono un tuo compagno di scuola, Bella?» quasi rise Edward, con tono condiscendente.
La cameriera riprese ad allontanarsi molto in fretta e questa volta seppi che non l'avrei fermata più. Le mie mani si strinsero da sole in due pugni. Avrei voluto colpire Edward lì, di fronte a tutti, ma non era una buona idea.
«Sei fortunato» Disse CM Punk «Che rischio il licenziamento se ti alzo le mani, ragazzino!»
«Il tipo tatuato mi sta minacciando!» disse a voce molto alta Edward Cullen
«Che ragazzino insolente» Punk si sedette di nuovo «Finiscila di fare schiamazzi!».
Edward lo guardò con un'espressione di vacua superiorità. Come si fa ad avere un'espressione di vacua superiorità? Oh, è semplice: provate a guardare una persona come se foste superiore a lei (anche se non ne avete alcun diritto) mentre immaginate di essere anche molto stupidi. Ecco, adesso l'espressione sul vostro volto sarà identica a quella di Edward Cullen.
Anche lui si sedette e inclinò appena la testa da un lato
«Stanno per buttarti fuori, come fai ad essere così tranquillo?»
«Non verrò buttato fuori! Sono CM Punk!»
«Hai i soldi per pagare la cena?»
«Certo che ho i soldi per...» il wrestler si raggelò «Oh no. Oh no nononono...» si toccò le tasche «Credo di aver speso tutto quello che mi ero portato per il caffè, non ho preso i soldi! Li ho lasciati nelle tasche dei pantaloni!»
«Non hai i soldi per pagare» confermò Cullen «E sei senza pantaloni in un ristorante»
«Dannazione!» imprecò fra i denti Punk.
Io mi sentii raggelare. Eravamo al tavolo di un ristorante costoso, senza permetterci neppure un piatto e con Edward Cullen seduto insieme a noi. Che cosa poteva succedere di ancora peggiore, in una situazione del genere?

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 Aggiorneremo la storia su questo blog un pò più lentamente che su wattpad, quindi se avete la app di wattpad, oppure vi piace leggere direttamente da quel sito, continuate a leggere la storia da qui

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