venerdì 7 luglio 2017

Sunset 4. Senza Capelli Pazzi


Il giorno dopo andò meglio. Quando uscii di casa, malgrado le nuvole dense e opache, ancora non pioveva ed ero più rilassata perché sapevo cosa aspettarmi durante la giornata.
Mike si sedette accanto a me durante la lezione di inglese e parlammo scrivendo con la matita sul bordo del quaderno, cancellando poi la frase dopo che l'altro l'aveva letta: somigliava ad una specie di comunicazione ad sms analogico. Gli chiesi informazioni su dove, a Forks, avrei potuto adottare un gatto e lui mi scrisse che c'era davvero un ottimo canile/gattile dove avrei potuto sceglierne uno e che se volevo mi ci avrebbe accompagnato.
Accettai di buon grado, anche se gli feci capire che probabilmente anche mio padre avrebbe voluto venire con noi per vedere l'animale.
Mike mi accompagnò anche alla lezione successiva, anche se mi parve che Eric fosse parecchio infastidito da questa cosa. Beh, avrebbe dovuto farci l'abitudine!
A pranzo mi sedetti al tavolo di una compagnia ciarliera e rumorosa, di certo molto più socievole di me, che includeva Mike, Eric, Jessica, Alexa e altri quattro ragazzi di cui ancora non ricordavo bene i nomi, che parlavano a ruota continua e a cui non sembrava importare che non fossi in grado di rispondere a tutti.
Quella notte avevo dormito benissimo, perciò ero piena di forze e di energia, quindi quando il professor Varner mi fece una domanda di trigonometria senza che io avessi alzato la mano, diedi miracolosamente la risposta giusta. Non ero certo un gran genio di tutta la roba che coinvolge la matematica, ma sembrava che le mie sinapsi fossero ben oliate quella mattina.
Mi toccò poi giocare a pallavolo e per sbaglio colpii sulla testa una mia compagna di squadra.
«Sono una frana» Ammisi, stringendomi nelle spalle, mentre i miei compagni ridevano «Scusa scusa scusa!»
«Non fa niente» la ragazza che era stata colpita si massaggiò il cuoio capelluto «Almeno non era la palla medica, quella si che avrebbe fatto male!».
La cosa più bella in assoluto, però, fu che Edward Cullen non si era presentato a scuola. Per tutta la mattina fui nervosa al pensiero di incontrare lui e i suoi sguardi bizzarri all'ora di pranzo. Una parte di me desiderava affrontarlo a muso duro (tanto avevo di sicuro più amici di lui), ma non avevo il fegato di alzarmi in piedi di fronte a tutta la sala mensa per andare al tavolo degli stramboidi che sembravano vampiri per mettermi a strillare contro Edward, perciò speravo soltanto di evitarlo.
Quando però entrai in sala mensa insieme a Jessica, notai che i quattro strani fratelli erano seduti al solito tavolo, a fare (o meglio a non fare niente) le stesse cose del giorno prima, e che lui non era con loro.
Mike ci intercettò e ci fece sedere al suo tavolo, ma questa parte l'ho già raccontata. Parlavamo tutti, tranquilli e sollevati.
Quando alla fine della pausa pranzo notai che capelli-pazzi non era ancora comparso, affrontai la lezione di biologia con più sicurezza e non inciampai da nessuna parte né mi distrassi per strane occhiate di furore. Mi rilassai e mi sedetti al tavolo, incrociando le gambe all'altezza delle ginocchia, in attesa di sapere cosa avremmo fatto quel giorno.
Mike mi seguì, parlando di un'imminente gita alla spiaggia
«Lo sai, vogliamo andare giù fino alla costa, con il gruppo... tu ci vorresti venire?»
«Altroché! Chiedo a papà se per lui va bene e sono con voi. Che fate in spiaggia?»
«Giochiamo a qualcosa, passeggiamo... e ci sono delle cose davvero sorprendenti! Non ti dico niente, altrimenti la sorpresa si rovina»
«E facciamo anche il bagno?»
«Se vuoi. Si, perché no? Non farà caldissimo, però se resisti ti puoi portare il costume da bagno» fece un gran sorriso. Era sfacciatamente amichevole e rimase a ronzare intorno al mio banco fino al suono della campanella.
Il tavolo rimase tutto per me con Edward assente e questo era un gran sollievo. Avevo il sospetto che il motivo della sua assenza fossi io, che poteva certamente sembrare un pensiero ridicolo ed egocentrico, eppure non riuscivo a togliermi dalla testa che fosse proprio così.
Infine, al termine della giornata, passai in un lampo dalla tuta ai jeans e alla felpa blu che sapeva di menta. Uscii di fretta dallo spogliatoio femminile, che sapeva di sudore e di deodoranti fruttosi, e incontrai Eric, che come al solito faceva il cagnolino appiccicoso, ma molto meno carino di un vero cucciolo e troppo invadente.
Cercai di parlargli il minimo indispensabile, poi salii sul pick-up e mi assicurai di avere tutto il necessario nello zaino.
La sera prima avevo scoperto che papà non sapeva cucinare granché, escluse uova fritte e pancetta, che non erano affatto il mio piatto preferito, perciò gli avevo chiesto di potermi occupare della cucina durante la mia permanenza a Forks. Fu tanto compiacente da cedermi il posto immediatamente e dire che lui non si sarebbe mai più curato del cibo, tranne che non avessi avuto impegni ovviamente. Scoprii anche che in casa non c'era quasi niente da mangiare, perciò avevo preparato una bella lista e preso un po' di contanti dal barattolo nella credenza con l'etichetta "soldini per la spesa".
Avevo i soldi con me, nello zaino, perciò mi diressi alla volta del supermercato.
Azionai la batteria di cannoni che avevo al posto del motore, ignorai tutte le teste che si voltarono e feci retromarcia, attenta ad infilarmi senza danni nella colonna di automobili che stavano uscendo dal parcheggio. Mentre aspettavo, cercando per quanto possibile di ignorare il rumore assordante del pick up, vidi i due Cullen e i due Hale salire sulla loro auto, comportandosi in modo piuttosto naturale rispetto a quando erano in sala mensa. Indovinate qual'era la loro macchina? Esatto, la Volvo tirata a lucido. Sapevo che erano dei viziati figli di papà, anche se erano adottati.
Non mi ero accorta fino a quel momento dei loro vestiti, non sono di quelle ragazze che fanno i raggi x all'abbigliamento di tutti quelli che incontrano, ma erano appariscenti nella loro sobrietà come lo sanno essere solo i capi fatti su misura o quelli fatti da bravi stilisti, perciò il loro guardaroba doveva costare un occhio della testa.
Normalmente non giudicavo le persone che avevano auto belle o vestiti belli, è normale amare ciò che è elegante, ma quella famiglia puzzava di snob da lontano un miglio, altrimenti come si spiegava che erano tutti ricoperti di cerone e pesantemente truccati? Era infatti ormai chiaro che, non soffrendo di alcun handicap o malattia, quello non era il loro aspetto naturale e dunque erano truccatissimi.
Sembrava un'esagerazione che quei ragazzi fossero sia belli (per quanto artificialmente) che ricchi. Eppure, per quel che ne sapevo, la maggior parte delle volte la vita andava così. Tuttavia pareva proprio che il denaro non gli avesse comprato la benevolenza di Forks e di questo ero grata: nessuno chiuderebbe la porta in faccia a tanta bellezza, se fosse stata accompagnata da altrettanta gentilezza, ma quelli erano degli stupidi e viziati figli di papà che non parlavano a nessuno, sentendosi superiori, e che buttavano nella spazzatura cibo intatto.
C'era ben da crederci se Forks li ripudiava: erano ben lontani dallo spirito gentile e pulsante della comunità.
Quando passai davanti a loro, guardarono come tutti gli altri il mio pick-up rumoroso e mi parve di scorgere una scintilla di disprezzo sulle loro facce eburnee. Io fissavo la strada di fronte a me e mi rilassai soltanto dopo essermi lasciata la scuola alle spalle.
Il supermercato era poco lontano, alcuni incroci più a sud, appena fuori dall'autostrada. A casa la spesa l'avevo sempre fatta io (ricordate la mia madre incapace?) e fui contenta di tornare ad un'abitudine vecchia e familiare: acquistai frutta e verdura, fra cui un quantitativo spropositato del mio ortaggio preferito, i peperoni, insieme ad un po' di patate, carote, farina, carne, uova, latte e tantissimi cereali al cioccolato di cui apparentemente non avevo alcun bisogno. Il supermercato era così grande da impedirmi di sentire il rumore della pioggia sul tetto, perciò persi un po' la cognizione del tempo mentre vagavo fra gli scaffali semisconosciuti, notando come la zona salse fosse rifornita in maniera completamente diversa da quella del supermercato di Phoenix: paese che vai, clientela che trovi, salse che consumano e puoi vendergli. Misi nel carrello anche un barattolo di economica salsa barbecue molto scura che non avevo mai visto prima, poi pagai (la cassiera era davvero gentile) e tornai a casa.
Scaricai la spesa e riempii ogni angolo libero della dispensa, sperando che papà non si lamentasse di tutti quei cereali. Avvolsi le patate nella carta stagnola per cuocerle in forno e misi una bistecca di vitello a marinare nel frigo, in equilibrio su un grosso cartone di uova.
Finite di sbrigare queste faccende, salii in camera mia con lo zaino in spalla. Prima di iniziare a fare i compiti indossai un paio di pantaloni asciutti, raccolsi i capelli bagnati in una coda e per la prima volta da quando ero arrivata a Forks controllai la posta elettronica. Avevo tre messaggi esatti e tutti e tre erano stati inviati da mia madre. Il primo recitava:
Bella, scrivimi appena arrivi. Raccontami com'è andato il volo. Piove? Mi manchi di già. Ho quasi finito di fare le valigie per la Florida. Ma non trovo più la mia camicetta rosa. Sai dove potrei averla messa? Un saluto anche da Phil. Mamma.

Sospirai e passai alla e-mail successiva. Era stata spedita esattamente otto ore dopo la prima.
Bella, perché non mi hai ancora scritto? Cosa aspetti?
Mamma.

L'ultima e-mail, breve e rabbiosa, era stata scritta quella mattina stessa.
Belarda,
se entro le cinque e mezzo di oggi non rispondi, telefono a Carlo.

Controllai l'orologio. Mancava ancora un'ora alle cinque, ma mia madre era famosa per anticipare i tempi ed inoltre non ero del tutto sicura che io e lei avessimo gli stessi orari.
Mamma, calmati. Ti sto scrivendo ora. Non essere impulsiva.
Bella.

La inviai subito, scongiurando così un possibile apocalisse in cui lei litigava con papà e i due perdevano le corde vocali urlandosi al telefono, e iniziai a scrivere un'altra e-mail.
Mamma, va tutto benissimo. Che razza di domanda è? Certo che piove, secondo te che tempo può esserci. Aspettavo che succedesse qualcosa per scriverti, non è che posso stare qui a dirti "ho spacchettato la roba, ho messo i vestiti nell'armadio" e cose del genere, no? La scuola non è male, è molto meglio di quella di Phoenix, è carinissima, con tanti alberi. Ho conosciuto alcuni amici molto simpatici, pranziamo sempre assieme, anche se sempre sarebbe solo da due giorni.
La tua camicetta è in lavanderia e per giunta ce l'hai portata tu, non so se te lo ricordi, ma avresti dovuto andare a prenderla venerdì.
Papà mi ha comprato la macchina dei miei sogni, ci credi? È un pick-up e lo adoro! È vecchio, ma solidissimo.
Ti scriverò ancora, ma sappi che non scarico la posta ogni cinque minuti, abbiamo la peggior connessione internet di tutti i tempi. Rilassati, fai un bel respiro e lavati la faccia.
Bella.

Cliccai su invio e la mia missione fu compiuta.
Avevo deciso di rileggere Cime Tempestose, su cui quel giorno vertevano le lezioni di inglese, e quando papà tornò a casa tenevo ancora il libro tra le mani. Avevo del tutto perso la cognizione del tempo, così scesi di corsa le scale per togliere le patate dal forno e cuocere la bistecca.
«Belarda?» Chiese mio padre, sentendomi scendere
«Certo, chi altro può essere?» ribattei allegra «Ehi papà, bentornato!»
«Grazie».
Appese la fondina con la pistola e si tolse gli stivali, mentre io spadellavo in cucina. Per quel che ne sapevo, papà non aveva mai sparato un colpo, in servizio, ma teneva sempre l'arma pronta da bravo poliziotto. Quando da piccola trascorrevo le vacanze lì, lui la svuotava appena entrato in casa, perché sapeva bene delle statistiche per cui i bambini facevano più vittime casuali all'anno rispetto a quante vittime intenzionali mietevano i terroristi. Probabilmente ora mi giudicava grande abbastanza da non poter sparare a nessuno incidentalmente e non abbastanza pazza da volergli sparare di proposito.
«Cosa c'è per cena?» Chiese lui, cauto. Mia madre era una cuoca "fantasiosa" e non sempre i suoi esperimenti erano del tutto commestibili. Era chiaro che lui se ne ricordasse ancora.
«Bistecca e patate» Risposi, e lui parve sollevato.
Sembrava imbarazzato, impalato in cucina senza far niente; mentre io mi davo da fare si spostò rumorosamente in salotto, a guardare la televisione.
Mentre la bistecca cuoceva preparai l'insalata, con un sacco di peperoni crudi e curcuma, e apparecchiai la tavola, anche se la prossima volta avrei detto a papà che almeno i piatti li poteva mettere lui mentre cucinavo.
Quando la cena fu pronta lo chiamai, ed entrando in cucina annusò il cibo e si complimentò
«Che buon profumo, Belarda»
«Grazie!».
Per qualche minuto mangiammo in silenzio, troppo presi dal gusto delle patate per dirci qualcosa. Non mi sentivo certamente a disagio, nessuno di noi era infastidito dal silenzio. In un certo senso eravamo fatti per vivere assieme.
«E allora, come ti sembra la scuola? Ti sei già fatta qualche amica?»
«E anche qualche amico» risposi, aggiungendo scherzosamente «Spero che non sia vietato»
«No, certo che no. Bello»
«Frequento un po' di lezioni assieme ad una ragazza che si chiama Jessica. A pranzo mangio con lei e con tutti i suoi amici e le sue amiche, che sono un mucchio. E poi c'è un ragazzo, Mike, molto gentile. Tutti sembrano tanto carini». Con una evidente eccezione.
«Dev'essere Mike Newton. Bravo ragazzo, buona famiglia. Suo padre è il proprietario del negozio di articoli sportivi che sta appena fuori città. Si guadagna da vivere con la gente che viene a fare trekking da queste parti»
«Tu vai mai a fare trekking?»
«No, direi di no. Da soli è un po' noioso e il mio migliore amico è in sedia a rotelle»
«Ah. In effetti non è un granché per fare trekking. Ci vuoi venire con me, qualche volta?»
«Certo che si. Se tu mi accompagni a pescare, è ovvio»
«Un favore per un favore» dissi, battendo i palmi delle mani sulla tavola, due volte «Mi sembra più che giusto. Io vengo a pescare con te, tu vieni a fare trekking con me»
«Allora quando?»
«Ah, una cosa prima! Settimana prossima Mike e gli altri vanno in spiaggia. Ci posso andare anch'io?» lo pregai, facendo gli occhi da gattino dolce.
«Che cos'è quello sguardo?» Domandò mio padre, facendo finta di spaventarsi
«È lo sguardo implorante di una figlia che vuole andare al mare»
«E allora vacci, sei grande, ti ho comprato anche un pick-up»
«Grazie papà! Però io te lo chiedo lo stesso perché sei qui da più tempo di me, non lo so mica se in spiaggia ci sono cose pericolose o roba del genere, no?»
«Sei una figliuola giudiziosa» mi concesse «E sono contento se vai in spiaggia con i tuoi nuovi amici»
«Ah, un'altra cosa...»
«Un'altra gita?»
«Una specie. Allora, sempre Mike si è offerto di accompagnarmi al rifugio per animali di Forks. Ci vuoi venire anche tu?»
«Che cosa ci vai a fare?» domandò lui, scrutandomi.
Era arrivato il momento, dovevo dirglielo. Lo fissai dritto negli occhi e lui parve spaventato, ma questa volta per davvero.
«Vuoi un cane?» Mi chiese, stringendo i pugni «Non un cane grande, spero!»
«No, no» lo rassicurai «Voglio prendere un gatto. Qui c'è un sacco di spazio, non passa traffico quindi possiamo farlo uscire, e ho sempre desiderato un gatto»
«E perché non l'hai mai preso?»
«Perché mamma non me lo permetteva» decisi di giocare la mia arma finale «Sarebbe fantastico restare qui con te e avere un gatto tutto mio. Insomma, sarebbe molto meglio che a Phoenix, no?».
Lui non parve cedere immediatamente, ma dopo un po' si sciolse: era chiaro che voleva che restassi con lui ancora molto a lungo e non sopportava l'idea di perdermi e di farmi ritornare da quel mostro di mia madre.
«Si, va bene» Acconsentì «Un gatto. Ma non un gatto selvatico, che graffia tutte le tende: dovrà essere bravo»
«Puoi venire anche tu, così lo scegliamo insieme» gli proposi «Dopotutto dovrà vivere con entrambi»
«No, lavoro durante l'orario di apertura del rifugio» mi confessò lui «E poi devi fare le tue scelte. Solo, non prendere un gattaccio, ok?»
«Ok»
«E non prendere neanche un gatto siamese, di quelli senza sottopelo, che muore di freddo. O peggio ancora uno di quei gatti nudi»
«Ma dove trovo un gatto nudo abbandonato?»
«Ah non lo so, ci sono quei riccastri bizzarri che fanno cose del genere»
«Gli unici riccastri bizzarri che conosco a Fork sono i Cullen. Tu che ne pensi?» chiesi, con voce esitante «Li conosci? Abbandonerebbero un gattino?»
«La famiglia del dottor Cullen? Non credo! Cullen è un grand'uomo»
«Loro... i figli... sono un po' strani. Non sembrano proprio inseriti, a scuola».
L'espressione infuriata di papà mi sorprese
«La gente di questa città...» mormorò «Il dottor Cullen è un chirurgo brillante, che probabilmente potrebbe permettersi di lavorare in qualsiasi ospedale al mondo e guadagnare dieci volte tanto quello che gli danno qui» continuò, alzando la voce «È una fortuna che sia con noi, una fortuna che sua moglie abbia accettato di vivere in questa cittadina. È una risorsa per tutta la comunità e i suoi figli sono educati e cortesi. Anch'io ero dubbioso, quando si sono trasferiti qui, con tutti quei ragazzi adottati. Pensavo che potessero darci qualche grattacapo. Invece sono molto maturi e nessuno di loro mi ha mai dato il minimo problema. Non posso dire la stessa cosa di figli di gente che abita qui da generazioni. E sono uniti, come dovrebbe essere una famiglia, ogni fine settimana vanno in campeggio... la gente deve aprire per forza il becco soltanto perché sono gli ultimi arrivati».
Era il discorso più lungo che avessi mai sentito uscire dalla bocca di papà. I pettegolezzi della gente dovevano averlo fatto indignare sul serio.
Io arretrai un po'
«Beh, a me non sono sembrati così educati e cortesi» mormorai
«Come?» fece lui, sorpreso
«Ma si. Specie Edward Cullen» dissi, con più foga «È maleducatissimo. Mi ha guardata male per tutta la giornata di ieri e quando gli rivolgo la parola corre via. E lui e i suoi fratelli non rivolgono la parola a nessuno e sono tutti truccati con chili di cerone e matita e fanno gli altezzosi. Lo sai che le ragazze corteggiano Edward, altro che escluderlo, e lui fa tanto il superiore e non accetta di vedere nessuna? E anche nessun ragazzo. Fa tutto il fighetto e forse è un po' razzista perché ha chiesto di cambiare corso solo perché c'ero iscritta anch'io»
«Davvero?» papà pareva scosso, scioccato: era ovvio che io, la sua bambina, non potessi mentire riguardo a quel teppista e che forse tutti i pettegolezzi sui Cullen non erano solo pettegolezzi.
Annuii
«Davvero. È un idiota. Sbriciolava la ciambella, in sala mensa, e la buttava per terra. Ti sembra un ragazzo educato? I ragazzi educati fanno queste cose?»
«No, certo che no» disse mio padre «Ma io non pensavo... cioè... dovresti conoscere il dottore, è molto diverso. È davvero carino, ma molto diverso»
«Che c'entra che è carino? Papà, cosa mi devi dire?»
«No, no, ma che... è sposato» si affrettò a dire lui, ridendo nervosamente «Quando gira per l'ospedale, la maggior parte delle infermiere fatica a concentrarsi sul proprio lavoro»
«Ecchecavolo è? E tu come le sai queste cose?»
«Io...» lui arrossì un po', sulla punta delle orecchie «Niente, sono di Forks e sono un poliziotto... e conosco queste cose».
Restammo di nuovo zitti e finimmo di cenare. Carlo sparecchiò mentre io iniziavo a lavare i piatti, con il risultato che sbattemmo l'uno contro l'altra e rompemmo un piatto, poi lavammo il resto delle posate insieme. Quando finimmo, lui tornò alla televisione e io salii svogliatamente al piano di sopra per fare i compiti di matematica.
Quella notte fu silenziosa e mi addormentai subito, esausta.
Il resto della settimana passò senza problemi di sorta. Mi abituai alla routine delle lezioni; il venerdì sapevo riconoscere, se non i nomi, almeno i volti di tutti gli studenti. In palestra, i miei compagni di squadra capirono che era meglio non passarmi la palla, soprattutto nelle azioni più "pericolose", ma che sapevo battere discretamente e sfruttarono questo mio talento.
Edward Cullen non tornò a scuola. La mia sola presenza era riuscita a farlo ritirare, sembrava, ed ero molto fiera di questa cosa e di tutte le ciambelle che avevo salvato dalla lunghe dita distruttrici di capelli-pazzi.
Ogni giorno osservavo i suoi fratelli che arrivavano a mensa senza di lui.
Discutemmo con Mike e gli altri della gita al parco marino di La Push, che era stata spostata, per impegni improrogabili, a due settimane a partire da quel giorno. Accettai di buon grado e furono tutti felici che anch'io mi unissi a loro.
A quel punto della settimana, nemmeno entrare nell'aula di biologia costituiva alcun problema, perché non mi preoccupavo più della presenza della peste dai capelli rossi.
Anche il primo fine settimana a Forks passò senza problemi. Papà non era abituato a trascorrere il suo tempo libero nella casa vuota, perciò lavorava anche di sabato e di domenica. Io feci un po' di pulizie, mi portai avanti con i compiti scolastici e spedii qualche altra e-mail rassicurante a mia madre. Il sabato, feci un giro in biblioteca, ma era così poco fornita che non chiesi neanche la tessera; decisi allora di fare quello che avevo sempre voluto fare: andare a prendere il mio nuovo gatto.
Telefonai a Mike
«Pronto?»
«Pronto, chi é?» rispose lui, un po' affannato
«Sono Belarda, disturdo?»
«No, no, stavo facendo un po' di cyclette. Che c'è?»
«Ti andrebbe di accompagnarmi al rifugio per animali? Voglio prendere un gatto»
«Oh, ok! Forte. Vengo a prenderti?»
«Sai dove abito?»
«A casa dello sceriffo, no?»
«Ah. Si, abito a casa dello sceriffo, credo che tutti sappiano quale sia per qualche ignoto motivo. Forse c'è una gigantesca stella d'argento fuori che io non ho visto».
Mike rise, poi continuò
«Allora per te va bene?»
«Si, dai, andiamo al centro per animali»
«Sto arrivando!».
E chiuse la chiamata. 


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martedì 6 giugno 2017

Sunset 3. Un gruppo di malati




Quella notte aprii gli occhi nel dormiveglia, lo ricordo bene. Ancora piena di sonno, girai la testa per guardare fuori dalla finestra. Lo sbuffo continuo del vento non taceva, cullandomi, e mi strinsi le coperte al petto, sentendomi protetta; avevo la sensazione di essere dentro una tana, in tempi remoti e semplici, in un luogo dove nessuno avrebbe potuto farmi del male. Chiudendo gli occhi, immaginai che sul fondo della caverna vi fosse un fuoco, mentre il suono della brezza sull'erba mi faceva accapponare per un attimo la pelle.
Era l'una di notte. L'ora delle streghe. Sorridendo, mi addormentai di nuovo, scivolando in un sogno colorato di verde e marrone, con il rumore del vento che scuoteva le fronde.
Il mattino dopo, dalla mia finestra non vedevo altro che nebbia densa. È magico, pensai, e scesi a piedi nudi dal letto, inspirando a fondo.
La colazione con Carlo fu tranquilla. Lui mi augurò buona fortuna per il mio primo giorno di scuola. Io lo ringraziai, anche se ora ero molto più tranquilla del giorno precedente e sentivo di non aver bisogno di quegli auguri. Carlo uscì per primo per andare alla centrale di polizia, che per lui era una moglie, sicuramente migliore di quella che si era lasciato alle spalle, e una famiglia. Rimasta sola, mi sedetti al vecchio tavolo quadrato di quercia, su una delle tre sedie spaiate, ed esaminai la piccola cucina, con le pareti rivestite di pannelli scuri, gli armadietti giallo chiaro e il pavimento di linoleum bianco. Non era cambiato niente. Mia madre aveva dipinto gli armadietti diciotto anni prima, con quella stupida scusa di portare un po' di sole in casa, quando in realtà aveva solo fatto in modo che quel colore stonasse con i caldi e confortanti contrasti del resto del mobilio. Sopra il caminetto, nel microscopico e accogliente salottino adiacente alla cucina, c'era una fila di fotografie.
La prima era un'immagine del matrimonio di Carlo e mia madre, vestiti come due buffoni a Las Vegas, poi una di noi tre scattata probabilmente da un'infermiera, in ospedale subito dopo la mia nascita; infine una processione di mie foto scolastiche, un anno dopo l'altro, che ritraevano ogni mio cambiamento nell'altezza e nei lineamenti. Quelle erano vagamente imbarazzanti (andiamo, una sfilza di fotografie dove c'ero solo io?), dovevo fare il possibile per convincere papà a spostarle altrove, almeno finché avessimo vissuto insieme.
Bastava uno sguardo alla casa per rendersi conto che Carlo non era ancora riuscito a dimenticare mia madre, che lei lo aveva manipolato con tanta violenza da farlo sentire in colpa per qualcosa che non poteva controllare, e questo mi metteva a disagio. Non volevo vedere niente di mia madre in quella casa, perciò decisi che presto avrei anche ridipinto gli armadietti, magari di un bel color mogano.
Non volevo arrivare troppo in anticipo a scuola, perciò iniziai a prepararmi con estrema lentezza, infilando nella borsa un paio di quaderni, una barretta energetica ai cereali, una bottiglia d'acqua e le penne. Indossai il giubbotto – immaginai per un attimo che fosse una fighissima tuta anticontaminazione e non era difficile pensarlo visto quanto era rigido – e uscii sotto la pioggerellina che aveva ricominciato a cadere.
Poiché piovigginava, mi inzuppai per cercare la chiave di casa, nascosta come sempre sotto lo zerbino, e a chiudere la porta. Stavo per ripromettermi di dire a papà di non lasciare le chiavi sotto lo zerbino, ma poi ricordai che a Forks non c'era praticamente criminalità e che era anche merito suo, quindi poteva tenere le chiavi dove diamine voleva, anche appese direttamente alla porta.
Entrai nel pick-up e inspirai a fondo. L'abitacolo era ordinato e asciutto, Billy o Carlo ovviamente lo avevano ripulito, ma il rivestimento di pelle dei sedili (e tirai un pugno di vittoria all'aria quando mi accorsi che avevo sedili di pelle) avevano ancora un po' di odore di tabacco e deodorante alla mente, una miscela virile e gradevole.
Il motore, con mio grande sollievo, si accese subito, ma prese vita con un rombo e già al minimo faceva un rumore assordante. Un mezzo così vecchio, mi dissi, doveva almeno avere un difetto. Ad ogni modo aveva la radio, una grossa radio d'antiquariato, che funzionava perfettamente, così la accesi e partii.
Trovare la scuola ovviamente non fu per nulla difficile, malgrado non ci fossi mai stata prima. Come quasi tutto, a Forks, era poco lontana dall'autostrada. A vederla non avrei mai detto che fosse una scuola: mi ci fermai solo grazie al grande cartello di legno, con l'illustrazione in rilievo di una testa protetta da un elmo con il cimiero, che indicava la "Forks High School, Casa degli Spartani". Sembrava già un posto fighissimo! La vegetazione di alberi e cespugli era folta e non riuscii a farmi subito un'idea di quanto fosse grande il complesso. Dov'era finita l'atmosfera tipica dei luoghi pubblici? Dov'erano le recinzioni e i metal detector? A quanto pareva ero capitata in una bella favola e stavo per frequentare una scuola per creature della foresta.
Parcheggiai di fronte al primo edificio, sulla cui entrata spiccava il cartello "Segreteria". Non c'erano altre auto, perciò era senz'altro zona vietata, ma decisi di entrare a chiedere la strada, invece di girare in tondo sotto la pioggia come un'idiota. Uscii dall'abitacolo caldo del pick-up, mi tirai su il colletto del giubbotto e seguii un sentierino di ciottoli fra due siepi scure, sentendomi furtiva. Prima di aprire la porta feci un respiro profondo.
All'interno c'erano più caldo e luce di quanto avessi immaginato. L'ufficio era piccolo, un'area con sedie pieghevoli imbottite faceva da sala d'attesa, la moquette era scura, variegata di arancione, le pareti tappezzate di avvisi e graduatorie, ed un grosso orologio metallico ticchettava pesantemente.
C'erano piante ovunque, in grossi vasi di plastica e sorrisi nel vedere che, almeno qui a Forks, sapevano come i luoghi pubblici vanno arredati per fare sentire qualcuno a proprio agio. C'era un'aralia più alta di me che protendeva le sue foglie palmate verso il lungo bancone che divideva in due la stanza, disseminato di cestini metallici pieni di volantini, depliant e moduli. Dietro il bancone c'erano tre scrivanie, una delle quali occupata da una donna imponente, occhialuta e di capelli rossi, che mi ricordò istintivamente il personaggio di un romanzo fantasy che avevo letto, l'Uomo dei Cimiteri. Indossava una maglietta viola, evidentemente lei era più abituata di me a questo freddo, o magari era solo atermica...
La donna dai capelli rossi alzò lo sguardo
«Posso esserti utile?»
«Si, certo!» risposi, annuendo «Buongiorno, sono Belarda Cigna» la informai e vidi immediatamente i suoi occhi accendersi di interesse. Mi aspettava per qualche motivo, forse conosceva mio padre o forse ero solo destinata ad un'impresa eroica di cui lei era a conoscenza, chi poteva dirlo...
«Certo» disse. Rovistò con una mano in una pila molto precaria di documenti sulla scrivania, finché ne estrasse quello che stava cercando «Qui c'è il tuo orario, assieme ad una pianta della scuola». Sistemò sul ripiano parecchi fogli e me li mostrò gentilmente nel dettaglio: mi indicò sulla pianta le aule delle mie lezioni e il percorso migliore per raggiungerle (come se ne avessi avuto bisogno, in una scuola tanto piccola), poi mi diede un modulo da fare controfirmare a ciascuno dei miei professori e da riportare lì in segreteria entro fine giornata. Mi sorrise e, come aveva già fatto mio padre, mi augurò di trovarmi bene, lì a Forks.
«Se tutti sono così gentili» Le risposi, sincera «Non ho dubbio che sarà una favola».
Quando tornai al pick-up, gli altri studenti erano già arrivati. Feci un giro attorno alla scuola per andare a parcheggiare con loro nell'area riservata e notai con piacere che la maggior parte delle auto era vecchia come la mia, niente di appariscente. A Phoenix avevo vissuto in uno dei pochi quartieri a basso reddito inclusi nel distretto di Paradise Valley. Lì era stato normale trovare una Mercedes o una Porche nuova nel parcheggio degli studenti. Qui l'auto più costosa era una Volvo tirata a lucido che spiccava in mezzo alle altre, probabilmente appartenente a uno di quei damerini figli di papà che hanno i soldi che gli spuntano dalle orecchie e lo vogliono dare a vedere.
Mi affrettai a spegnere il motore non appena trovai un parcheggio, per non disturbare tutti con quel rombo tremendo.
Prima di scendere osservai bene la mappa, memorizzandola in un istante; così magari non avrei dovuto camminare tutto il giorno con la cartina sotto il naso, anche se a onor del vero sapevo già che l'avrei tirata fuori di nuovo solo per il gusto di guardarla. Si, mi piace tenere pezzi di carta in mano mentre cammino, e allora?
Scesi tranquilla dal pick-up. Camminavo sul marciapiede affollato di ragazzi e mi accorsi con piacere che il mio giubbotto non era per loro una qualche stramberia esotica, ma che in molti portavano abiti simili e che anzi un paio di ragazze avevano giubbotti identici al mio.
Giunta alla mensa, l'edificio numero 3 non era difficile da individuare. Sulla facciata est era dipinto il grosso numero nero su sfondo bianco. Seguendo due ragazzi in impermeabili unisex, varcai l'entrata.
L'aula era piccola, tutti gli edifici e gli ambienti erano sorprendentemente piccoli a Forks, forse perché era una piccola città. Le due persone che mi precedevano si fermarono subito oltre, per appendere gli impermeabili ad una lunga fila di ganci, già costellata di altri cappotti e ceratine varie. Le imitai. Erano due ragazze, una bionda, dalla pelle color porcellana, e l'altra ugualmente pallida, ma con i capelli castano chiaro. Visto, erano tutti uguali a me! Non avevo niente di cui preoccuparmi e lo sapevo.
Portai il mio modulo al professore, un uomo alto e calvo, dall'aria diplomatica, che secondo la targhetta sulla cattedra si chiamava Mr Mason. Quando lesse il mio nome mi fissò con l'aria di chi casca dalle nuvole, così mi strinsi nelle spalle
«Sono italiana» dissi
«Si, lo so» rispose «La figlia di Carlo Cigna?»
«Si, signore»
«Ah, benissimo!» mi fece un sorrisetto, poi mi accompagnò nell'ultima fila e mi assegnò un posto, senza nemmeno presentarmi ai compagni di classe. Per questi ultimi era difficile osservarmi, ma in qualche modo ci riuscirono, girando furtivamente le teste di tanto in tanto.
Io tenevo gli occhi bassi sulla lista di letture che avevo ricevuto dal professore. Era piuttosto elementare, c'erano tutti quei vecchi autori che conoscevo e di cui avevo letto, persino qualcuno che amavo come Shakespeare. Avevo già fatto tutto, potevo riposare sugli allori e godermi il tempo libero, una piccola grande vittoria sin dalla prima ora di scuola.
Il professore iniziò a fare lezione e accompagnata dal suo mormorio monotono mi persi in una divagazione sui vampiri Shakesperiani, chiedendomi se davvero avesse scritto qualcosa su Dracula (chiamandolo "Dracola" o "Dracole", non ricordavo bene) e comparando lo stile del vecchio drammaturgo inglese a quello di Bram Stoker.
Quando si diffuse il suono nasale e ronzante della campana, un ragazzo allampanato, con qualche problema cutaneo e i capelli neri come ali di corvo, si sporse dalla sua fila per parlarmi.
«Tu sei... Bella Cigna, vero?». Aveva l'aria del tipico cervellone, impacciato e pieno di attenzioni. Dovevo stare attenta se volevo diventare sua amica, conoscevo quei tipi e sapevo che bisognava dargli solo la giusta quantità di confidenza.
«Belarda, il nome sarebbe Belarda» Dissi, sapendo che probabilmente non sapeva pronunciarlo in modo corretto.
Nel raggio di tre banchi da me, tutti si voltarono a guardarmi.
«Dov'è la tua prossima lezione?» Chiese lui, ignorando completamente la mia puntualizzazione
«Educazione fisica, con Jefferson, edificio 6» risposi
«Io sto andando al 4, se vuoi ti mostro la strada...» hmm, troppe attenzioni, decisamente «Mi chiamo Eric» aggiunse.
Abbozzai un sorriso e risposi
«Grazie! Ma so come ci si arriva, quindi vado tranquilla. Ci si vede, Eric».
Mi alzai in fretta, mi infilai il giubbotto e uscii sotto la pioggia, che cadeva più fitta. Avrei giurato che la nutrita folla che ci seguiva a pochi passi di distanza fosse intenta a origliare ogni mia conversazione e mi voltai di scatto a guardarli. Tutti, facendo finta di niente, si dispersero, tranne Eric che spuntò come un fungo dalla folla e mi affiancò
«Così c'è una bella differenza tra qui e Phoenix, eh?» chiese lui
«Già»
«Laggiù non piove molto, vero?»
«Uh mamma, che domanda banale» ridacchiai «Certo che non piove molto, è Phoenix! E qui invece è Forks, la cittadina più piovosa d'America! A Phoenix capiterà che piova tre o quattro volte l'anno».
Lui parve imbarazzato e sfregò i piedi per terra, ondeggiando, poi tornò all'attacco
«Caspita, chissà com'è»
«Com'è cosa?»
«Phoenix»
«Assolato»
«Non sembri molto abbronzata, per essere di Phoenix, eh?»
«Magari è il mio tipo di pelle, no?»
«Il tuo tipo di pelle? Che non si abbronza neanche a Phoenix, dove piove tre o quattro volte l'anno? Quanto stavi chiusa in casa?»
«Sono un fototipo due, ma anomalo perché non ho i capelli chiari, ok? Vuoi anche il mio gruppo sanguigno? Sapere quante volte esco di casa? Il risultato delle analisi delle urine?»
«Io cercavo solo di... essere gentile, fare conversazione» si difese lui, stizzito
«Io invece sarei arrivata e vorrei andare in aula, se non ti dispiace, non rispondere a domande personali» gli feci notare. Avevamo girato attorno alla mensa, passato accanto alla palestra, diretti verso l'ala sud della scuola e lui aveva continuato a parlare a raffica e pretendeva anche che non tagliassi corto, quando mi faceva domande personali. Ma chi cavolo era questo?
«Beh, buona fortuna» Disse, mentre aprivo la porta «Magari ci vediamo a qualche altra lezione». Sembrava speranzoso. Non aveva speranze con me.
Il resto della mattinata trascorse più o meno allo stesso modo. Il professore di trigonometria, Mr Varner, mi costrinse a salutare i miei nuovi compagni, presentandomi davanti alla cattedra.
«Salve a tutti, sono Belarda Cigna, Bella per gli amici. E solo per gli amici, eh! Vengo da Phoenix, sono per metà italiana dalla parte di mio padre e sono un'appassionata di natura e di letteratura. Spero di trovarmi bene con voi, ho già potuto constatare che Forks è una splendida città, quindi» mi strinsi nelle spalle «È tutto per ora».
Dopo due lezioni, iniziai appena a riconoscere qualche volto. C'era sempre qualcuno più coraggioso degli altri che si presentava e mi chiedeva come mi trovassi a Forks, così intavolammo un paio di brevi conversazioni e scoprii alcune cose molto piacevoli su quella cittadina, come il fatto che i fiumi fossero meta per i pescatori sportivi perché ricchissimi di salmoni e trote, che c'era anche un museo (sebbene non so quanto possa essere interessante un museo del legno) e spesso si organizzavano escursioni diurne nella foresta di Hoh.
«Escursioni? E sono frequentate?»
«Di solito le fanno i giovani. Sai, quelli della nostra età» Mi rispose una ragazza di nome Alexa, con un piercing al naso e un gran sorriso «A te piace andare per boschi? Magari da te non era consuetudine, ma qui lo facciamo tutto il tempo...».
Non ebbi mai bisogno di tirare fuori la mappa e non ne avrei avuto bisogno neanche se avessi dimenticato i percorsi, perché mi accompagnarono da un'aula all'altra e chiacchierammo tutto il tempo di fiumi e di escursionismo. Caspita, mi consideravo una ragazza di poche parole, ma forse fino ad ora avevo speso poche parole solo perché a nessuno interessava sentirmele dire! Qui a Forks era diverso. Erano genuini.
Avevo già quattro cotte per quattro ragazzi diversi e intuivo potenziali di amicizia, ma ero un po' timida e non avevo il coraggio di rivolgere per prima la parola a chiunque, così lasciai che gli interlocutori andassero e venissero a loro piacimento. Una ragazza si sedette accanto a me sia durante la lezione di trigonometria che in quella di spagnolo (in cui ero più brava di tutti i miei compagni perché l'Italiano era una lingua molto più simile), e a pranzo mi accompagnò persino in mensa. Era piccola, molti centimetri più bassa del mio metro e sessantasette, ma i suoi capelli ricci e arruffatissimi colmavano quasi tutto il divario. Non ricordavo il suo nome purtroppo, ma quella follettina piena di energia che continuava a ciarlare di professori e di lezioni mi colpì.
Ci sedemmo in fondo a un tavolo pieno di suoi amici, che mi presentò. Dimenticavo i loro nomi un istante dopo averli sentiti, erano troppi!
Eric, il ragazzo di inglese troppo appiccicoso, mi salutò con la mano dall'altro lato della sala e quasi quasi decisi che magari era tanto solo e per questo si comportava in quel modo.
Fu in quel momento, seduta a pranzo, impegnata a conversare con sette estranei curiosi seduti allo stesso tavolo, che li vidi per la prima volta.
Erano seduti nell'angolo più lontano e isolato della mensa. Erano in cinque. Non parlavano e non mangiavano, benché ognuno di loro avesse di fronte a sé un vassoio pieno di cibo, intatto. Non mi stavano squadrando, a differenza degli altri studenti, perciò li potei osservare tranquillamente.
Dovevano essere i ragazzi affetti da handicap che frequentavano la scuola, sul momento non trovai alcun'altra spiegazione al fatto che non parlassero e fissassero il vuoto. Sembrava che tutti avessero subito dei brutti traumi cerebrali e in generale non avevano una bella cera.
Non si somigliavano affatto. Dei tre ragazzi, uno era grosso, nerboruto e muscoloso come un sollevatore di pesi professionista, i capelli neri e ricci. Uno era più alto e magro, biondo miele. Il terzo era smilzo, meno robusto degli altri due, con i capelli rossicci e spettinati che sembravano essere stati ridotti in quello stato da una terribile folata di vento; quest'ultimo sembrava molto più giovane degli altri due, che avrebbero anche potuto essere studenti universitari, o addirittura insegnanti.
Le ragazze erano sedute di fronte a loro. Quella più alta sembrava uscita da un catalogo di costumi da bagno, con lunghi capelli biondi e perfetti, che le accarezzavano la schiena come un'onda delicata. La ragazza più bassa era una nanerottola sottopeso, dai tratti facciali delicatissimi e l'apparenza fragile, con capelli neri corvini, corti e scompigliati. Era chiaro che né lei né il ragazzo rosso avevano la capacità di pettinarsi da soli e questo mi fece molta pena, perché avrebbero potuto anche essere carini se non fossero sembrati così malati.
Eppure c'era qualcosa in loro che li rendeva tutti somiglianti. Ognuno di loro era pallido come il gesso e non intendo pallidi come me o come gli abitanti di Forks o come i Norvegesi, ma proprio albini, erano più pallidi di tutti gli studenti di quella città senza sole. Tutti avevano occhi molto scuri, a dispetto del diverso colore di capelli, e cerchiati da ombre pesanti, da occhiaie viola scuro simili a lividi che sembravano quelle di qualcuno che ha davvero brutti problemi circolatori o non dorme da molte notti di seguito. Forse non erano malati, forse avevano avuto un incidente, era capitato qualcosa che aveva scosso tutto il gruppo e ora erano tutti sotto shock e non riuscivano a parlarsi o a guardarsi in faccia, chissà.
Erano tutti graziosi, con un che di affascinante, se ci fosse stata una scintilla di intelletto dietro a quegli occhi scuri, tanto da sembrare statue di marmo. Forse non erano studenti, riflettei, forse erano statue di marmo con le parrucche, il risultato di qualche scherzo goliardico: non sembravano stare respirando.
Tutti guardavano altrove, lontano dal loro tavolo,lontano dagli altri studenti, lontano da qualsiasi cosa, per quel che potevo capire. Mentre li osservavo, cercando di capire se erano fatti di marmo o di polistirolo, la ragazza minuta e spettinata si alzò con il vassoio in mano – bibita ancora sigillata, mela senza l'ombra di un morso – e si allontanò con una falcata veloce, aggraziata, da atleta. Meravigliata da quel passo di danza (e dal fatto che fosse una persona reale) la guardai finché, rovesciato il contenuto del vassoio nella spazzatura, sparì dalla porta secondaria ad una velocità impensabile. Ero indignata: perché non aveva dato la bibita e la mela a qualcuno che li desiderava? Perché non se li era portati a casa? Che cafona maleducata e sprecona!
Il mio sguardo guizzò di nuovo sugli altri ragazzi dall'aria malaticcia, che erano seduti esattamente come prima.
C'era un solo modo per capire che diamine fossero.
«E quelli chi sono?» Chiesi alla ragazza della lezione di spagnolo, che se non ricordavo male si chiamava Jessica.
Mentre lei alzava lo sguardo per capire di chi parlassi – ma forse per il mio tono di voce l'aveva già intuito – lui la guardò, il più magro, il più giovane con i capelli fuori posto e l'aria da ragazzino. Osservò la mia vicina per non più di una frazione di secondo, e poi i suoi occhi scuri si posarono su di me.
Distolse lo sguardo all'istante e io rimasi a fissarlo. Che strano tizio.
In quella schermaglia di occhiate, la sua espressione rimase neutra, come se la mia vicina avesse pronunciato il suo nome e lui avesse alzato gli occhi involontariamente, ma già deciso a non rispondere.
La ragazza fece una risatina imbarazzata e guardò verso il tavolo come stavo facendo io. Me li presentò, ma mi dimenticai i nomi un istante dopo e me li feci ripetere.
«Da capo, per favore, me li segno» Dissi, tirando fuori il diario dallo zaino
«Sono Edward ed Emmett Cullen, assieme a Rosalie e Jasper Hale. Quella che se ne è andata è Alice Cullen; vivono tutti assieme al dottor Cullen e a sua moglie» disse, con un filo di voce
«E la moglie ha un nome?» domandai, decisa a prendere appunti per bene
«Si, Esme»
«Ah».
Guardai di sottecchi quel ragazzo pallido dai capelli rossicci, che ora osservava il proprio vassoio e faceva a pezzi una ciambella con le dita lunghe e pallide. La sua bocca si muoveva velocissima, le labbra perfette si aprivano appena, e mi parve un modo alquanto strano di mangiare le ciambelle finché non mi accorsi delle briciole sotto la sua sedia. Quegli spreconi fissati con le diete! Prima Alice aveva buttato nella spazzatura cibo sigillato e ora Edward stava riducendo a cibo per formiche un buon dolce! Erano pazzi.
 Quegli spreconi fissati con le diete! Prima Alice aveva buttato nella spazzatura cibo sigillato e ora Edward stava riducendo a cibo per formiche un buon dolce! Erano pazzi(Illustrazione: Edward Cullen mentre fa a pezzi le ciambelle fissando di fronte a sé) 

Gli altre tre continuavano a guardare altrove, eppure mi sembrava che stesse parlando, piano, con loro.
«Sono... molto carini» Mi sforzai di dire, reprimendo l'ondata di immediata repulsione che provavo per gente del genere
«Si!» concordò Jessica, con un'altra risatina «Però stanno assieme. Voglio dire, Emmette e Rosalie, e Jasper e Alice. E vivono assieme». Nella sua voce si sentivano tutta la condanna e l'indignazione della cittadina, così almeno sembrava al mio orecchio critico, ma forse era solo a lei che dava fastidio.
«Quali sono i Cullen?» chiesi «Non sembrano parenti...»
«Oh, non lo sono. Il dottor Cullen è molto giovane, ha meno di trent'anni»
«Allora è giovane e basta, non molto» rettificai
«Beh, si, ma comunque non giustifica che abbia avuto tutti questi figli. Sono tutti adottati. Gli Hale si, sono davvero fratello e sorella, gemelli. Sono i due biondi. E sono in affidamento»
«Sembrano un po' grandi per essere in affidamento. Non che siano affari miei, ovviamente, però la logica...» feci un gesto a mezz'aria, che voleva simboleggiare la coerenza logica
«Adesso si, Jasper e Rosalie hanno diciotto anni, ma vivono con la signora Cullen da quando ne hanno otto. È una specie di zia o qualcosa del genere»
«È davvero un bel gesto» ammisi «Prendersi cura di tutti quei ragazzi, nonostante siano genitori giovani. Devono amare molto la loro famiglia»
«Direi di si» ammise Jessica senza troppo entusiasmo, e mi fece intuire che per un motivo o per un altro il dottore e sua moglie non gli piacevano «Comunque penso che la signora Cullen non possa avere bambini» aggiunse, come se ciò sminuisse la bontà della signora.
Durante la conversazione, non potevo fare a meno di lanciare alcune svelte occhiate verso la strana famiglia, perché quelli continuavano a guardare il muro senza mangiare.
«Hanno sempre abitato a Forks?» chiesi. Erano così strambi che mi sarei certamente accorta di loro, durante una delle mie vacanze lì.
«No» rispose lei, e il tono di voce sottintendeva che la risposta doveva essere ovvia anche per una nuova arrivata come me «Si sono trasferiti un paio di anni fa, vengono da un qualche posto in Alaska».
Istintivamente provai curiosità. Dall'Alaska? Magari lì c'erano delle strane usanze che non conoscevo riguardo al guardare le pareti. E poi chissà perché i Cullen erano così emarginati e malvisti, voglio dire, certo io non li avrei voluti frequentare (erano strambi e sembravano piuttosto maleducati), ma c'era un motivo per cui tutti li tenevano a distanza?
Mentre li studiavo, il più giovane dei Cullen alzò lo sguardo e incrociò il mio, stavolta la sua espressione era evidentemente incuriosita. Mi voltai di scatto, e allora mi sembrò di notare che il ragazzo fosse stranamente sorpreso, quasi deluso.
«Chi è quello lì, quello piccolo con i capelli rossicci?» chiesi
«Non te l'ho già detto?»
«Scusa, mi scordo chi è chi, mi sono scritta i nomi, ma...» mi strinsi nelle spalle
«Si chiama Edward» disse pazientemente Jessica «È uno schianto, ovviamente, ma non sprecare il tuo tempo. Non esce con nessuna. A quanto pare non ci sono ragazze abbastanza carine per lui» disse, con aria di disprezzo. La volpe e l'uva. Chissà quando era toccato a lei essere rifiutata.
Poggiai entrambi i gomiti sul tavolo e sorrisi
«Non ti preoccupare. Non è questo gran schianto che dici. E magari non è che nessuna ragazza qui è carina per lui, magari invece è gay».
Jessica mi sorrise, genuinamente sorpresa
«Non ci avevo mai pensato»
«Beh, ci sono ottime possibilità, no? Voglio dire, se non esce con nessuna... oppure è asessuale. Ma credo sia gay».
Guardai di nuovo verso il ragazzo. Si stava mordendo il labbro inferiore, lentamente.
Rimasi seduta a tavola con Jessica e i suoi amici più di quanto mi sarei trattenuta se fossi stata da sola. Avevo il terrore di arrivare tardi alle lezioni del primo giorno di scuola. Una delle mie nuove conoscenze, che con un certo buon senso mi ricordò il suo nome, Angela, aveva biologia II come me. Ci dirigemmo verso l'aula in silenzio.
Quando entrammo in classe, Angela andò a sedersi a un tavolo nero per gli esperimenti, uguali a quelli a cui ero abituata nella mia vecchia scuola. Evviva, esperimenti! Lei aveva già un compagno. Anzi, tutti i tavoli tranne uno erano occupati. Accanto al corridoio centrale, riconobbi gli strani capelli di Edward Cullen, seduto, ahimé, proprio accanto all'unico posto libero.
Camminando lungo le file di banchi per presentarmi al professore e fargli firmare il modulo, lo tenevo d'occhio, di sottecchi. Quando gli passai accanto all'improvviso lui si irrigidì. Mi fissò: era ostile, furioso. Dovetti trattenere una risata di fronte a quella faccia, a quel comportamento insensato, ma mentre mi concentravo su quel viso arrabbiato inciampai su un libro e per non cadere fui costretta a reggermi ad un tavolo. La ragazza seduta lì rise sotto i baffi.
«Grazie eh» Bofonchiai
«Scusa» rispose lei «Non era per te, era per la scenetta. E scusa per il libro, è mio»
«Ah».
Il signor Banner firmò il modulo e mi diede un libro, senza perdersi in presentazioni, poi, non avendo scelta, mi fece sedere nell'unico posto libero, al centro dell'aula. Tenni basso lo sguardo, mentre mi accomodavo vicino a quel cretino di Edward, ricordandomi l'occhiata torva di poco prima.
Non lo guardai, mentre sistemavo il libro sul tavolo e mi mettevo a sedere, ma non riuscii a fare a meno di notare che cambiò posizione. Si stava allontanando da me, seduto sul bordo della sedia e voltato dall'altra parte, come per evitare una tremenda puzza.
Mi afferrai una ciocca di capelli e li annusai: avevano l'innocuo e gradevole odore di fragole del mio shampoo preferito. Forse capelli-pazzi era allergico alle fragole?
Lasciai cadere i capelli sulla mia spalla destra, a chiudere il sipario tra di noi, e cercai di prestare attenzione all'insegnante.
La lezione era, fortunatamente, sull'anatomia cellulare, un argomento che avevo già studiato e che ricordavo bene. In ogni caso presi un paio di appunti, tanto per arruffianarmi il professore facendogli credere che era stato lui ad insegnarmi queste cose.
Non potevo trattenermi dallo sbirciare di tanto in tanto, attraverso la ciocca di capelli, verso lo strano ragazzo che mi era seduto accanto. Non si rilassò nemmeno per un istante durante l'intera lezione e rimase rigido, sull'orlo della sedia, il più lontano possibile da me. Riuscivo a vedere il pugno chiuso appoggiato sulla gamba sinistra, i tendini in tensione sotto la pelle di gesso. Non riusciva a rilassare neanche quelli. Teneva le maniche della camicia bianca, che lo faceva sembrare un vampiro francese, arrotolate fino al gomito e notai che non era smilzo come era sembrato accanto al fratello corpulento. Caspita, allora Emmet (se così si chiamava il bestione) visto da vicino doveva essere una sorta di Brock Lesnar con i capelli neri.
La lezione parve durare più delle altre. Era perché finalmente la giornata stava finendo oppure perché la totale immobilità di capelli-pazzi mi distraeva così tanto? Non si mosse; restò sempre talmente immobile che sembrava non respirasse nemmeno.
Cosa c'era che non andava? Si comportava sempre così? Ripensai alle parole di Jessica, a pranzo, e fui sicura che non avesse esagerato con il risentimento verso di lui.
Non poteva essere a causa mia. Edward Cullen non sapeva niente di me, tranne... tranne il mio nome, credo. E poteva aver intuito che ero italiana. Non era che quel comportamento era perché Edward Cullen era una specie di xenofobo o razzista o una cosa come quelle, vero?
Sbirciai di nuovo verso di lui: mi stava di nuovo squadrando, con gli occhi neri pieni di disprezzo.
«Senti, che problema hai?» Sbottai, a bassa voce.
Lui parve immediatamente sorpreso e guardò altrove, senza dire una parola.
«Vigliacchi» Borbottai, abbastanza forte perché un paio di compagni potessero sentirmi «Tutti uguali».
In quel momento la campana prese a squillare, io sobbalzai ed Edward Cullen si alzò dal suo posto con un movimento fluido, dandomi le spalle, e prima che chiunque altro avesse lasciato la sedia lui era già fuori dalla classe. Che coniglio! Scappava come una mammoletta.
Io rimasi pietrificata al mio posto, incredula, a guardarlo. Se era così strambo si capiva perché era isolato.
«Sei tu Belarda Cigna?» Chiese una voce maschile, pronunciando il mio cognome quasi del tutto correttamente.
Alzai lo sguardo e vidi un ragazzo carino, con il viso da bambino, i capelli biondo cenere raccolti in punte ordinate, che mi sorrideva con aria amichevole. Evidentemente, lui non pensava che avessi un cattivo odore o che appartenessi ad una razza feroce e diversa da cui scappare al primo accenno di rivolta.
«Si, sono io» Dissi, con un sorriso
«Io sono Mike»
«Ciao, Mike»
«Serve aiuto per trovare la prossima lezione?»
«Nossignore, devo andare in palestra e ce la faccio benissimo. Però se vuoi fare la strada con me è ok» aveva un faccino adorabile e ogni tanto non fa male lasciare che gli ormoni parlino «Tu dove vai?»
«Oh, vado anch'io in palestra, per questo te lo chiedevo»
«Forte!».
Uscimmo dall'aula assieme. Era un chiacchierone, e fu soprattutto lui a parlare: aveva vissuto in California fino all'età di dieci anni, perciò diceva di capire come mi sentivo, lontana dal sole.
«Io mi sento benissimo» Dissi, infilando i pollici sotto gli spallacci «Spero che a te la California non manchi troppo»
«A dire il vero no» rispose «Stavo solo cercando di farti sentire a tuo agio, nel caso Phoenix ti mancasse».
Scoppiammo a ridere. Scoprii che frequentava anche le mie lezioni di inglese. Era la persona più gradevole tra le nuove conoscenze di quel giorno.
Mentre entravamo in palestra, d'improvviso, chiese
«Scusa, ma hai accoltellato Edward Cullen con la matita o cosa? Non l'ho mai visto comportarsi così»
«Parli del ragazzo con i capelli pazzi seduto accanto a me durante l'ora di biologia?» dissi, con finta ingenuità venata di acido
«Si» rispose lui, annuendo serio «Sembrava gli fosse venuto un attacco di qualcosa»
«Non gli ho nemmeno rivolto la parola. Tranne verso la fine, quando gli ho chiesto che cavolo di problemi aveva e lui è scappato come un coniglio»
«È un tipo strano» convenne Mike «Ma nessuno gli risponde mai male»
«Perché? È solo uno strambo»
«Non lo so... fa paura. Hai avuto coraggio»
«Mi guardava male, volevo solo sapere che diamine voleva».
Mike continuava a ronzarmi attorno, anziché dirigersi verso lo spogliatoio, e gliene fui grata perché volevo qualcuno con cui parlare di questo increscioso accaduto.
«Se io fossi stato così fortunato da sedermi accanto a te, ti avrei rivolto la parola» disse.
Prima di voltarmi verso l'entrata dello spogliatoio femminile gli sorrisi. Era cortese, e senza dubbio gli piacevo, ma spero non si notasse troppo che lui piaceva a me. Quel facciotto chiaro e liscio dai lineamenti infantili, era dolcissimo!
L'insegnante di ginnastica, Mr Clapp, mi trovò una divisa ma non me la fece indossare, per quella lezione. A Phoenix, ginnastica era obbligatoria solo per due anni, qui invece quattro, quindi se le cose tiravano per le lunghe si sviluppava un mucchio di competitività e nessuno voleva mollarmi un posto in nessuna squadra. Anche perché io non ero granché brava a giocare a pallavolo, lo confesso.
Guardai quattro partite in contemporanea e mi annoiai un po'.
Finalmente la campana suonò. Andai in segreteria per restituire il modulo; fuori la pioggia si era calmata, ma si era sollevato un vento forte e freddo. Mi strinsi nel giubbotto, mentre il colletto alzato mi sbatacchiava violentemente contro le guance.
Quando entrai nell'ufficio caldo fui sul punto di riuscirne immediatamente.
Di fronte a me, alla scrivania, c'era capelli-pazzi, che non sembrò accorgersi del mio ingresso. Io rimasi accanto al muro, in attesa che la segretaria si liberasse.
Lui stava discutendo con lei, con un tono di voce basso, seducente, e mi dissi che non era poi così strano che a lui piacessero le signore più mature, ma che ci provasse in segreteria mentre c'era gente che aspettava in fila era davvero spiacevole. Dopo qualche istante, riuscii a captare l'argomento della discussione: stava cercando di spostare biologia ad un altro orario, qualsiasi altro orario.
Non potevo credere che fosse a causa mia. Doveva esserci qualche altra ragione, qualcosa successo prima che io entrassi in aula. Era impossibile che questo sconosciuto potesse odiarmi in maniera tanto improvvisa e intensa.
La porta si riaprì, e il vento freddo che immediatamente invase la stanza sfiorò i documenti sulla scrivania e mi spettinò i capelli sul viso. La ragazza che era entrata si allungò semplicemente verso il bancone, depositò un foglio nel cestino e uscì di nuovo. Ma Edward Cullen si irrigidì come uno stoccafisso e si voltò per fulminarmi, con uno sguardo penetrante, pieno d'odio. Per un istante provai un brivido di inquietudine, poi, dopo nemmeno un secondo, sbottai
«Ora mi dici che problemi hai con me e li risolviamo».
Edward tornò a rivolgersi alla segretaria
«Non fa niente» Disse svelto, con la sua voce vellutata «Mi rendo conto che è impossibile. Molte grazie lo stesso». Girò i tacchi senza degnarmi di un solo sguardo e si dileguò dalla stanza, anche questa volta velocissimo. Porca miseria, era terrorizzato da me.
Mi avvicinai al banco e consegnai il modulo con le firme.
«Com'è andato il primo giorno, cara?» Chiese la segretaria, con aria materna
«Bene» risposi, poi presi un profondo respiro «Tranne per quel cretino di Edward Cullen che continua a minacciarmi con lo sguardo e scappare»
«Sul serio? Edward Cullen?» lei parve sorpresa mentre metteva in ordine il mio modulo, pinzandolo insieme ad alcuni fogli «Ma è un bravo ragazzo»
«Beh, bravo ragazzo o no, la deve finire di fare così» dissi convinta, poi salutai e tornai al mio pick-up, uno degli ultimi mezzi rimasti nel parcheggio. Era un porto sicuro, dentro quel mezzo avrei potuto spiaccicare capelli-pazzi come marmellata se avesse provato a farmi qualsiasi cosa.
Per un po' rimasi immobile sul sedile a fissare il parabrezza, ma dopo qualche minuto iniziò a fare freddo e per accendere il riscaldamento dovetti avviare il motore, che partì con un rombo.
Tornai a casa tranquilla, raccomandandomi di riempire una delle mie vecchie bottigliette di profumo con una miscela di olio di peperoncino al più presto, in caso strani tizi pallidi con i capelli scompigliati volessero farmi del male.


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 aggiorneremo la storia su questo blog un pò più lentamente che su wattpad, quindi se avete la app di wattpad, oppure vi piace leggere direttamente dal sito, continuate a leggere la storia da qui

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