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mercoledì 1 gennaio 2025

Pillola d'ispirazione 1. L'Epitaffio di Sicilo


La canzone completa più antica ai trovata è l'Epitaffio di Sicilo, una bellissima canzone scritta nell'Antica Grecia sulla pietra, che celebra la vita e la gioia.
Siccome sia il testo che la musica sono arrivati intatti al giorno d'oggi, puoi persino cercarla ed ascoltarla in degli arrangiamenti moderni!
La sua creazione è stata datata in maniera variabile tra il II secolo a.C. al II secolo d.C. I Canti Urriti sono persino più anyichi, ma sono, purtroppo, solo dei frammenti, lasciando dunque intatto il record di Sicilo.
 
 

IL TESTO

«Ὅσον ζῇς φαίνου·
μηδὲν ὅλως σὺ λυποῦ·
πρὸς ὀλίγον ἐστὶ τὸ ζῆν.
τὸ τέλος ὁ χρόνος ἀπαιτεῖ.»

TRASCRITTO

«Hòson zḕs, phàinū:
mēdèn hòlōs sỳ lypū̀;
pròs olìgon estì tò zḕn
tò tèlos ho chrònos apaitèi.»

TRADUZIONE

«Finché vivi, mostrati al mondo,
non affliggerti per niente:
la vita è breve.
Il tempo esige infine il suo tributo.»

 
(Would you find this inspiration pill easier to digest in English, wanderer? You can find it HERE!)


domenica 13 ottobre 2024

Il Paradiso del lombrico

Il paradiso del lombrico



C'era una volta un uomo che era appena morto e si era perciò ritrovato alle porte del paradiso.
Le porte del paradiso però, erano chiuse, una cosa che l’uomo non riusciva proprio a concepire: infatti lui era sempre stato un ottimo cristiano, almeno dal suo punto di vista.
Era sempre andato a messa la Domenica, aveva sempre seguito i comandamenti. Beh, forse sempre, sempre no. Ogni tanto, diciamo, aveva sgarrato pure lui e in linea di massima aveva sempre detto agli altri di credere in Dio, e lui ci aveva creduto... e aveva fatto bene, pensò, a crederci perché una volta che era arrivato nell'aldilà, aveva effettivamente trovato quelli che gli sembravano i cancelli del Paradiso, tutti perlescenti, con i dettagli di oro che scintillavano, sopra queste nuvole altissime, che a guardare sotto gli venivano le vertigini.
Allora lui si sedette per terra e aspettò e aspettò e aspettò.
Quello che successe fu che a un certo punto qualcuno aprì questi cancelli.
Subito l’uomo si precipitò a infilare la testa dentro il cancello e il cancello fu chiuso e lui rimase strozzato con la testa dentro i Cancelli del Paradiso, urlando, «Fammi entrare, fammi entrare».
Allora qualcuno aprì il cancello: era un Angelo, che uscì a parlare con lui.
«Mi scusi signore, ma lei che cosa fa? Che cosa sta facendo qui davanti alle porte del Paradiso?» «Che cosa sto facendo?» Disse l'uomo, «Voglio entrare, ovviamente» e l'angelo gli disse «Mah, non mi pare che lei sia in lista per entrare. Voglio dire, lei deve stare qui fuori e aspettare che vengano a prenderla per portarlo altrove»
«Come portarmi altrove? Io merito il paradiso!»
«Ah, lei merita il paradiso» rispose l’Angelo «E va bene, se è così la faccio parlare direttamente col mio principale» E prese per mano l'uomo e lo portò direttamente fra le sfere più alte.
In questa luce intensa, sopra le nuvole pi+ alta c'era un profumo di fragole e c'era un vento leggero, una brezza che portava un tepore sottile e tutto era meraviglioso e la temperatura sulla pelle era era come un secondo vestito, un guanto perfetto, e si sentiva il rumore degli uccelli che cantavano e dell'acqua che sgorgava. Insomma un Paradiso assoluto, esattamente quello che qualcuno si potrebbe aspettare.
E così l'uomo fu portato direttamente di fronte alla presenza di Dio che non vi descriveremo, perché Dio è indescrivibile. Dovreste morire e vederlo per poterlo descrivere, e visto che noi non siamo morti e la storia ci è arrivata di seconda mano, possiamo dire che l'uomo incontrò Dio, ma noi non sappiamo come questo Dio fosse fatto.
Possiamo rappresentarlo, se volete, come una gigantesca e luminosissima noce di cocco. Badate bene, questo non è l'aspetto che dovete per forza immaginare per Dio, ma se non avete una un'immaginazione particolarmente fervida, potete visualizzare una noce di cocco grande come due autobus, uno sopra l'altro, ed estremamente luminosa.
Lo sapevate che la noce di cocco è uno dei simboli di Gesù? Comunque, ritornando alla storia, quest'uomo finalmente incontrò Dio e Dio gli disse: «Scusa, ma cosa ci fai qui?».
L'uomo rispose: «Sono morto e sono venuto in Paradiso».
Dio lo guardò bene.
«Mi ricordo la tua faccia, perché mi ricordo la faccia di ogni singola creatura sulla Terra, e non mi pare proprio che tu debba stare qui».
L'uomo era attonito
«Ma io sono andato a messa tutte le domeniche» Disse «e sono sempre stato attento a ricevere il messaggio di Dio, e a trasmetterlo agli altri»
Dio allora si infuriò.
«Come? Come sarebbe a dire? Io sono venuto a te, a parlarti direttamente di persona. E tu ogni singola volta mi hai rifiutato. Quindi che cosa ci fai qui?».
L'uomo si sorprese.
«Io non l'ho mai rifiutata, Vostra Altezza ed eccellenza. Io, io sono sempre stato un vostro fedele servitore».
Allora Dio prese dal terreno una manciata di di terriccio, e in questa manciata di terriccio umido c'era un verme.
Subito l'uomo disse: «Ah, un verme dunque. E per farmi capire che avrei dovuto essere più umile, come un verme della terra»
E Dio gli disse: «No, sciocco, no, non è per niente questo. Il fatto è che io sono venuto da te con questa forma»
L'uomo lo guardò attonito.
«Con la forma del terreno, Signore?»
«No, stupido» rispose Dio «Con la forma di un verme. Sono venuto da te come l'umile lombrico l'umile lombrico che non fa mai del male a nessuno, puro e innocente dal giorno della sua nascita al giorno della sua morte, il Lombrico che porta agli umani solo terreni sciolti e fertili, la mia benedizione, il mio patto fra la natura e voi. Io sono venuto a te come l'umile verme per portarti la gioia. E tu che cosa hai fatto? Hai preso e mi hai schiacciato, rifiutando per la prima volta il mio patto»
«Ma… ma io non lo sapevo» disse l'uomo
«Eh, non lo sapevi, come sarebbe a dire che non lo sapevi? Quando qualcuno ti parla chiaro, tu non lo capisci, perché è quello che il verme dice, il verme è lì da te per offrirti un servizio perfetto. Niente malizia e solo vantaggi»
«Eh non lo sapevo» insistette l'uomo.
Dio allora alzò una mano e sulla mano si posò una piccola ape dorata.
«Sono venuto da te come un'ape. L'ape che grazie al suo lavoro incessante impollina i fiori e che produce più miele di quanto ne possa mangiare, perché anche tu possa godere di questa dolcezza, perché anche tu possa nutrirti del lavoro di qualcun altro. Ecco, anche lì era un mio segno. Sono venuto a te per darti la mia amicizia e per chiederti se era quello che desideravi. Così tu hai visto l'ape posata sul davanzale della tua finestra, hai arrotolato un giornale e mi hai uccisa».
L'uomo era imbarazzato, mortificato.
«Non non lo sapevo, mio Signore» Disse.
Dio lo guardò storto e lasciò volare via l'ape.
«Beh, non è finita qui, disse una volta sono venuto a te come cane, un cane che ti aveva preso a cuore e che desiderava fare la guardia al tuo giardino non avrebbe mai permesso ai malintenzionati di entrare. Tutto quello che avrebbe fatto era darti la sua fedeltà, il suo amore incondizionato. E tu che cosa hai fatto? Poiché non ti piaceva che il cane perdesse pelo o che si sdraiasse davanti alla tua porta, hai fatto una polpetta avvelenata e gliel'hai data e mi hai ucciso per la terza volta».
L'uomo adesso era visibilmente paonazzo.
«Eh, io non lo sapevo» disse
«Eh, ma tu non sai niente» rispose Dio «Com'è possibile questa cosa? Io continuo ancora e ancora e ancora a venire da te con chiari segni della mia amicizia, e tu ogni volta mi uccidi. Per fortuna tua sono un Dio e perdono, però tre volte sono anche troppe. La cosa è che sono arrivato da te anche una quarta volta»
«Una… una quarta volta?
«Sì. Sono venuto a te come ragno delle cantine. Non avrei potuto essere più adamantino riguardo all’amicizia che ti offrivo: creatura innocua per te, ma flagello degli insetti molesti, mi ero appostato in un angolino dove potevi a malapena vedermi e ho tessuto con impegno la mia trappola e casa. E tu cosa hai fatto? Mi hai chiamato schifoso, hai distrutto la mia casa e mi hai schiacciato con il piede»
«Ma… ma era solo un ragno...»
«Le parole che usi non hanno senso. E se io dicessi “era solo un patto d’amore”? Se dicessi “era solo il mio messaggio per te”? Non ha forse lo stesso significato di “ragno”?. E come se non bastasse, anche se ormai non avevo speranze per te, ci ho provato ancora… e sono venuto da te, come bruco geometride»
«Bruco geometride?» Domandò l'uomo «E che cos'è?».
Subito Dio si abbassò e prese dall'erba fresca che cresceva ai suoi piedi una piccola creatura, un bruchino verde che camminava in modo buffo, contraendosi e allargandosi come il compasso di un geometra.
«Questo poi...» Disse «… Non sai neanche i nomi delle creature del mio creato. Questo è un bruco geometride ed è ed era lì per farti sorridere con i suoi movimenti buffi. E un giorno sarebbe diventato una farfalla che avrebbe potuto insegnarti molto sull'arte del volo e sulle relazioni che esistono fra le piccole creature. Avrebbe potuto farti sorridere, oltre ad impollinare i tuoi fiori. E tu che cosa hai fatto? L'hai visto sul bordo di una di una foglia di lattuga e lo hai schiacciato. Questo questo io non posso perdonarlo poiché per già tre volte ti avevo perdonato. E infine ti ho mandato il più piccolo e colorato dei miei figli e anche lui creatura adorabile che non poteva farti nulla di male. Anche lui tu hai ucciso. Era chiaro a quel punto che cosa desideravi. Ognuno di noi crea il suo paradiso nel momento in cui tu tratti qualcun altro. Con le scelte che hai fatto nella tua vita, hai plasmato il luogo che ti avrebbe accolto dopo la tua morte. Perciò tu hai scelto un mondo in cui il suolo non è sciolto e fertile. Ma duro e freddo e inospitale per la vita. Non hai scelto un luogo dove la frutta è dolce e matura, ma un luogo dove ogni fiore non porta frutto. E non hai scelto un luogo protetto e pieno di amici, ma un luogo senza guardiani e senza amore. E infine hai scelto di ripudiare persino le piccole cose, le piccole gioie che rendono la vita degna di essere vissuta».
Dio, circondato di ogni sorta di creature, si abbassò per incontrare gli occhi dell’uomo.
«Vedi» Disse «Inferno e Paradiso non sono completamente separati ed è solo il nome che noi diamo a questi luoghi. Alla fine siamo noi a sceglierli e tu con le tue azioni hai scelto quello luogo, un luogo freddo e buio, senza gioia e senza amore. Magari ti ci troverai bene visto che lo hai scelto. E anche se i nomi di questi luoghi che non sono completamente separati, anche se non sono paradiso e inferno, di certo quello che ti sei scelto tu, io non lo chiamerei paradiso».




E l’uomo si ritrovò in una pianura sterile e dura, senza frutta e senza fiori, senza amici, sotto un sole bruciante, punto da nugoli di zanzare, infastidito da sciami di mosche.

venerdì 30 settembre 2022

Iris Letalis 7. Il pugile tradito

  +INDICE+

Elodie e Marracash sedevano in attesa, su un divanetto del Suave.
«Secondo te Cattelan verrà?» Domandò la donna, accavallando le lunghe gambe
«Verrà. Credo» rispose l'uomo «Ho parlato con Mika al telefono e sembrava lui. Aveva l'accento»
«Bene».
L'uomo diede un bacio leggerissimo sulle labbra della donna, poi raccolse le gambe sul divanetto e appoggiò la testa sul grembo di lei, che prese ad accarezzargli i capelli.
«Quest'anno il Luna Loca sarà un successo» Disse Elodie
«Aspettiamo, amore, prima di cantare vitoria. Se quelli dell'X-Factor dovessero venire a saperlo troppo in anticipo potrebbero avere il tempo di organizzarsi e metterci i bastoni fra le ruote»
«Ormai manca troppo poco. Ce la faremo»
«Io ho un po' di timore...»
«Non devi averne. Mai. Stiamo diventando più forti amore mio, siamo il futuro che avanza»
«A proposito del futuro che avanza, se mettessimo un juke-box nell'angolo vuoto? Uno con un mix di canzone nuove e canzoni vecchie, sai...»
Elodie rise e arruffò i capelli dell'uomo.
«Siamo nell'era di internet» Rispose «Se vogliono sentirsi una canzone basta solo che si connettano ad internet, per questo i juke-box sono diventati obsoleti»
«Lo so. Ma è solo che mi piacciono i juke-box».
In quel momento si udì bussare alla porta.
«Ecco Cattelan» Commentò Marracash «Vado io».
Elodie lo guardò alzarsi, prendere un cipiglio serio ed andare ad aprire alla porta.
«Cucù!» Disse Cattelan «Ehi, ciao gran bastardo capo! Posso entrare?»
«Vieni avanti» sbuffò Marracash, facendosi da parte
«E guarda chi ti ho portato! Eh!» Alessandro fece il gesto delle pistole con entrambe le mani, poi lasciò che Mika entrasse.
Il pugile si guardava intorno, quasi annusando l'aria, esplorando il nuovo ambiente.
«È un onore averti qui» Disse Marracash, con le mani dietro la schiena ed un tono vagamente formale.
Mika spostò la testa come un serpente, le pupille fisse e ferme sul proprietario del locale. Sembrava che avesse visto un fantasma.
«Sei alto» Disse Marracash, accennando un sorriso
«Lo so. Tu sei quello con cui ho parlato col telefono?» domandò Mika
«Sì. Io sono il proprietario del locale in cui ci troviamo. Puoi chiamarmi Marracash. O Marra, se preferisci»
«That's okay»
«Entra, tranquillo. Fai come se fossi a casa tua, feel at home, please».
Mika lo superò e si accasciò di lato ad un tavolino per esaminarlo.
«Ehi!» Esclamò Cattelan, schioccando le dita «Fai il bravo!»
«He said that I can» sibilò Mika «Posso»
«Siamo ospiti qui. Fai il bravo» Alessandro scosse la testa e si rivolse a Marracash «Non so se sono le botte che ha preso in testa o se è un po' matto così, naturale... è selvatico, il ragazzo»
«Me lo aspettavo più basso» commentò il proprietario del locale «Ma effettivamente sembra lui».
Mika andò a sedersi sul divanetto, accanto ad Elodie.
«Ciao!» La salutò, agitando una mano
«Ehi! Non disturbare la signora!» gli gridò Cattelan
«Va tutto bene» assicurò la donna, lanciando un'occhiataccia al manager «Io mi chiamo Elodie. Tu sei...?»
«Mika. Michael Holbrook Penniman Junior» si presentò il pugile
«Vuoi qualcosa da bere, Michael?»
«Mika. Mika va bene»
«Vuoi qualcosa da bere, Mika?»
«Una birra, per favore».
Elodie schioccò le dita. «Nicky!» Chiamò.
Il giovane cameriere comparve servizievole. «Sì, signora?»
«Una birra per il nostro ospite» ordinò lei «Hai qualche preferenza, Mika? Una bock? Un'IPA? Doppio malto?».
Il pugile si grattò il collo, un po' a disagio.
«Una... una birra» Disse «Gialla. Normale»
«Sì signore, arriva subito» garantì Nicky, facendo un piccolo inchino e poi allontanandosi a passo svelto.
«È un bel ragazzo, vero Marra?» Commentò Elodie ad alta voce
«Non l'ho guardato bene» rispose l'uomo, in tono un po' assente
«Guarda che occhi: grandi, scuri. Ciglia da cervi. Elegante, giovane».
Mika divenne di una delicata sfumatura a metà fra il gamberetto e la buccia di pesca, le orecchie in fiamme e un sorrisetto imbarazzato che metteva in mostra gli incisivi. Marracash gli si avvicinò.
«Guarda me, per favore» Gli disse, sollevandogli il mento con due dita, lentamente «Di dove sei, eh Mika?»
«B-Beirut» rispose il pugile, ancora più rosso «Papà però è americano e... e...»
«Sì» Marracash annuì, le labbra pressate in una sottile linea «Ha gli occhi da mediorientale».
Cattelan si avvicinò al divanetto sbracciandosi per farsi notare, facendo su e giù sulle punte dei piedi
«Potete cercare di mettere un po' di pepe alla vostra vita di coppia più tardi?» domandò ironico «Quando non ci sarò potete farci quello che volete, ma ora possiamo, per favore, parlare di affari?».
Elodie si alzò in piedi e quasi istintivamente Alessandro fece un passo indietro. Avanzò verso di lui.
Alle sue spalle arrivò il cameriere, che servì una corposa birra bionda alla spina a Mika e poi sgattaiolò via.
«Cattelan» Disse la donna «Tu vuoi sempre affrettare le cose quando non ce n'è bisogno e per contro vai lento quando c'è bisogno di andare veloce»
«Ma, non so, ma ho come l'impressione che volete portarvi a letto il mio pugile» scherzò Alessandro
«Il tuo pugile» ripeté lei, minacciosa
«No, aspetta, insomma, sono il suo manager, eh...»
«Il tuo pugile?»
«Sono il suo manager, è il mio pugile, aspetta, non capisco cosa c'è di sbagliato, ne possiamo parlare...»
«Non era questo l'accordo, Cattelan. Forse tu non ti ricordi le cose, ma io sì»
«Ero in ospedale, avevo preso un pugno in faccia, certo che non mi ricordo le cose»
«Il patto era chiaro: tu ci portavi Mika, ti prendevi il sette percento del ricavato e ti scordavi di lui. Te lo ricordi questo? Sei stato tu a proporlo. "Porterò Mika al Suave, ma da lì in poi dovrete essere poi a vedervela con lui", hai detto così, testualmente»
«Caspita, ti ricordi tutto tu, eh! E ora che me lo citi sì, potrei iniziare a ricordare qualcosa...»
«Visto che hai fretta, ora portiamo Mika giù, fino al ring, dove lo metteremo alla prova. Da lì te ne potrai andare a casa. Quando ci sarà l'incontro di Mika ti faremo avere il sette percento degli introiti, stanne certo, ma tu a lui te lo devi scordare: è il nostro pugile, non il tuo».
Cattelan deglutì, sfregandosi le mani come se avesse avuto freddo.
«Va... va bene» Disse «Vi piace proprio questo Mika. Tenetevelo. Tanto è un piantagrane che vi farà diventare matti».
Fece per girare sui tacchi e andarsene quando Marracash lo afferrò per un braccio.
«Vieni ad assistere all'incontro dimostrativo» Sussurrò il proprietario del locale «Poi, se vuoi, te ne vai al diavolo».
Cattelan rabbrividì, ma non aveva altra scelta che accettare: scese con loro nel sotterraneo.
Lo stanzone in cui si sarebbe svolto il torneo era praticamente una piccola arena, con spalti di cemento, due file di sedie di plastica blu attorno al ring, il quale campeggiava al centro del locale, ed enormi luci alogene che in quel momento erano spente, lasciando ad illuminare la stanza solo alcuni tubi al neon a parete.
Cattelan vide che c'era qualcuno sul ring, ma c'era troppo buio per capire chi fosse: doveva trattarsi del pugile che avrebbe messo alla prova Mika... da quanto tempo li stava aspettando laggiù, nell'oscurità?
Qualcuno strinse la mano di Alessandro.
«Sant'Iddio!» Sobbalzò l'uomo «Oh, sei tu Mika!»
«Vuoi lasciarmi da solo perché sono stato cattivo?» chiese il pugile in un sussurro, senza lasciargli le dita «Ti ho fatto diventare matto?».
Cattelan sospirò. Si sentiva come un cattivo di serie z, scritto male, interpretato male e comunque malvagio.
«No» Rispose a voce altrettanto bassa «È che se non ti lascio a loro mi fanno sparire dalla circolazione. Non preoccuparti: tu sei stato bravo e loro avranno cura di te»
«Ma tu sei il mio manager!»
«Shh! Sh, per favore Mika, per favore, loro sono pericolosi più di quello che sembrano, loro sono...»
«Che cosa confabulate lì dietro?» li interruppe Elodie
«Niente» rispose prontamente Mika, con un sorriso smagliante «Catellan ha dimenticato i miei guanti e gli stivaletti nella macchina. Io gli dicevo "vai a prenderli"»
«Sì, infatti» si affrettò a confermare Cattelan «Corro a prenderli e arrivo!».
Mentre il manager si precipitava su per la sale, Mika fu accompagnato in un piccolo tour dell'arena
«Aspetta, ora accendiamo la luce» Disse Marracash, camminando adagio verso un grande pannello di controllo
«Questo è tutto vostro?» volle sapere Mika
«Sì, certo. Noi siamo appassionati della nobile arte, il pugilato, e abbiamo voluto creare un nostro... tempio, possiamo chiamarlo tempio, dove mettere in scena scontri che altrimenti non potrebbero esistere»
«Bello»
«Ovviamente c'è un prezzo da pagare per tutte le cose belle, che nel nostro caso è la segretezza» Marracash fece un gesto con la mano aperta, mostrando l'intera stanza «Quello che facciamo qui dentro non lo raccontiamo fuori, e saremmo felici che anche tu non lo facessi».
Mika non disse niente, guardando verso la persona che stava sul ring, gli occhi stretti nel tentativo di mettere a fuoco qualche dettaglio.
«La temperatura è di tuo gradimento?» Chiese Elodie
«Eh?» fece Mika, battendo le palpebre
«Hai caldo oppure freddo? Stai bene?»
«Sì. Io non ho freddo»
«Puoi toglierti la maglia, per favore?»
«Io... sì. Devo?»
«Vuoi combattere vestito?»
«Ah, è per la boxe!» Mika sorrise, cominciando a sbottonarsi i pantaloni, sotto cui aveva indossato i suoi nuovi calzoncini arcobalenati «Mi preparo subito!».
Mise i pantaloni da parte, su una sedia, poi si sfilò anche la maglia. Le luci bianche dei neon sembrano tagliare, scolpire brutalmente il suo torso asciutto, gli addominali lunghi e stretti, i muscoli dorsali guizzanti, le belle spalle rotonde. Aveva una spolverata appena di peli neri sul petto.
«Poca massa» Commentò Marracash «Asciutto e funzionale: hai l'aspetto di un vero pugile».
Mika, contento, mostrò i bicipiti flessi. In quel momento, alcune persone iniziarono ad entrare nel sotteraneo; erano un gruppetto e alcuni di loro avevano in mano pacchetti di pop-corn.
Facendosi spazio fra di loro arrivò anche Cattelan, con una busta di carta grande che recava stampato il logo di una profumeria.
«Permesso... scusate, scusate... Marra!» Alessandro si avvicinò trotterellando «Ma che, ci sono anche spettatori?»
«Sì» ghignò Marracash «Ci sarà qualche spettatore»
«Tu non me la stai contando giusta per niente, perché me lo dici con quella faccia lì?».
Un altro gruppo di persone, questa volta ragazze ridacchianti con al seguito un paio di preadolescenti truci, era appena entrato.
«C'è il pubblico? Marra?! Elodie?! Perché c'è il pubblico?» Domandò allarmato Cattelan
«Abbiamo venduto i biglietti per l'evento di oggi pomeriggio» spiegò serafica Elodie «Prezzo ridotto speciale, solo un euro. Tanto ci rifacciamo con le consumazioni»
«Quindi alla fine credevate in me! Eravate sicuri che avrei portato Mika!»
«Per niente, Cattelan»
«Allora cos'è che la gente è venuta a vedere? Cioè, con solo un euro di biglietto lo capisco che chiunque sia anche solo un minimo assetato di sangue si precipiti qui, ma se il match è scarso voi non vi fate buona pubblicità, no? E questa cosa del biglietto a un euro mi sa di trovata pubblicitaria, tipo che volete convincere qualcuno a tornare anche per il Luna Loca, esatto?»
«Esatto. Dovresti lavorare in un'agenzia pubblicitaria»
«Ci ho provato, non è che non ci ho provato, eh»
«Il pubblico è venuto a vedere lui» Elodie indicò il ring, dove il misterioso pugile riposava all'angolo, appoggiato sulle corde mollemente «Di Mika non ne sanno niente. Si aspettano un incontro in cui il loro beniamino schiaccerà qualunque avversario gli si metta contro, perciò anche se ci avessi portato un Mika finto andrebbe bene».
«E se non vi avessi portato nessuno?»
«Avremmo fatto combattere direttamente te, cocchino»
«B-beh, l'ho scampata direi... questa settimana ne ho presi pure troppi di pugni in faccia. E comunque, chi è il tizio sul ring?»
«Non lo hai ancora riconosciuto?»
«Dovrei mangiare più carote e mirtilli, perché ho una visione notturna davvero terribile. No, chi è?».
Altra gente continuava ad arrivare in un flusso continuo, vociando e prendendo posto sugli spalti.
«Fai preparare Mika» Ordinò Marracash «Guanti e stivaletti, su, su Cattelan!»
«Non si è neanche riscaldato!» si lamentò Alessandro
«E allora riscaldalo. Un paio di jumping jacks, un bel massaggio, ma lo voglio pronto in cinque minuti»
«Okay, tiranno!».
Cattelan posò a terra la busta, fece sedere Mika e iniziò tirando fuori gli stivaletti.
«Ascoltami» Disse, inginocchiandosi per sfilare le converse al pugile «In questo ring ho visto succedere di tutto. E non intendo cose belle, non cose brutte, terribili. Non tutte le persone che partecipano a queste cose sono brave persone, anzi, la maggior parte non lo sono, mi capisci?»
«Sì» sussurrò Mika, spingendo un piede in uno degli stivaletti che il manager gli teneva fermo
«Ora, fra meno di cinque minuti salirai su quel ring. Non è importante che tu questo incontro lo vinci o lo perdi, conta solo che ne esci vivo e tutto intero, mi capisci?»
«Sì»
«È molto importante che, quando sei lassù, tu mi ascolti. Io posso vedere dall'esterno che cosa sta succedendo e posso aiutarti. Ma tu mi devi ascoltare, perché questa situazione è pericolosa, capisci?»
«Sì»
«Anche il tuo avversario riceverà dei consigli» Cattelan iniziò a bendare con cura la mano sinistra di Mika «Tu pero li devi ignorare. Devi sentire solo quello che ti dico io, non quello che ti dice l'avversario, non quello che ti dice il manager dell'avversario e neanche il pubblico. Non devi ascoltare nessuno, solo me. Capisci?»
«Sì»
«Hai fatto pipì? Prima che ti metta i guantoni devi averla fatta»
«L'ho fatta»
«Altre cose di cui hai bisogno? Caffè?»
«No. Voglio solo... solo salire sul ring» gli occhi del giovane pugile brillavano
«Okay, tigre. Sono contento che almeno tu sia pronto a questa cosa. Sai cosa?»
«Cosa, cosa?»
«Sei davvero una persona... un pugile...»
«Prima guardami combattere» lo interruppe Mika, determinato.
Cattelan annuì, i denti stretti, finendo di preparare quello che lui ancora considerava il suo pugile. Sì, lo sapeva che era ridicolo essersi affezionato in quel modo ad un piantagrane che conosceva da così poco tempo, che per giunta lo aveva insultato e picchiato, ma non poteva farci proprio niente: si sentiva come Filottete con il suo Ercole.
«Vai e stendilo, tigre!» Esclamò, poi ci ripensò «No, aspetta, prima sciogliti un po' il collo e saltella, non vogliamo che ti fai male così, okay?».
Mika si alzò e sciolse i muscoli, fece scrocchiare il collo (e rabbrividire Cattelan), alcuni piegamenti sulle gambe e cinque flessioni, poi saltellò sul posto facendo cozzare un guantone contro l'altro.
«Sono pronto, ready as I'll ever be!» Disse con energia.
Il suo avversario continuava a non fare niente, come un gatto morto all'angolo.
«Mika!» Esclamò una donna, alle spalle del pugile e del suo manager (facendo sobbalzare quest'ultimo)
«Emma!» gridò Mika, girandosi di scatto
«Lo sapevo che questo incontro a sorpresa puzzava di te!» commentò lei
«E sei qui per vedermi!»
«E come no. Per vedere come ti farà il culo a strisce, tesoro».
Emma indossava un giubbotto di pelle nera quella sera, e intorno agli occhi esibiva un trucco nero, sfumato, come due vecchi ematomi.
«Senti» Si intromise Cattelan «Se sei qua per distrarmelo e fargli ridurre la faccia come quella che hai tu, meglio che te ne vai subito»
«Neanche un "ciao" tu, eh» Emma si sistemò una ciocca di capelli dietro l'orecchio «Comunque ciao, Alessandro»
«Ciao e arrivederci, allora»
«Ma fa sempre lo scemo così, anche con te, Mika?».
Il pugile, saltellando, si strinse nelle spalle. «Sì» Disse.
Cattelan alzò un indice ammonitore «Ma come sì? Ma da che parte stai tu?» Ringhiò
«Dalla nostra» rispose Mika «Di me e di te»
«Sì, di me e di te... guarda in "nostra" dovrei esserci anch'io!»
«Vabbé» Sussurrò Emma, afferrando Mika per un polso «Sta arrivando un sacco de gente e non mi lasciano il posto, che voglio vederti dalla prima fila. Io vado»
«Okay» il pugile si chinò verso di lei, gli occhi quasi allo stesso livello «Dopo ci vediamo, sì?»
«Certo» lei gli diede un bacio sulla guancia, poi si defilò per occupare uno dei pochissimi posti in prima fila che non erano ancora occupati.
Cattelan sbuffò. «Vi baciate anche adesso, Michael?» Chiese ironico.
Per tutta risposta, Mika raddrizzò la schiena e si massaggiò la guancia.
Un faretto a occhio di bue si accese ed illuminò la figura di Elodie che stava in piedi al centro del ring, con in mano quello che sembrava un microfono da annunciatore vecchio stile, di metallo argentato e con il filo.
«Signore, signori e ogni declinazione della razza umana» Disse con voce alta e chiara, che si diffondeva in ogni angolo amplificata dalle casse «Benvenuti tutti all'incontro di pugilato di stasera, una gemma del combattimento che potete ammirare solo qui, al Suave!».
Il pubblico, gasato, rumoreggiò. Qualcuno, nelle ultime file, gridò: «Sei bellissima! Voglio i tuoi figli!».
Dopo qualche istante si sentì un suono di pugni, un grido soffocato e un rumore di trascinamento nel buio. Elodie continuò ad annunciare:
«Un metro e novantatré centimetri di altezza per ottantasei chilogrammi di peso, all'angolo rosso del ring abbiamo un vero campione, il beniamino del popolo, il multiforme, il sorprendente. Direttamente da Roma, fra Glam e provocazione, torna ACHILLE LAURO!».
Cattelan boccheggiò. «Oh no» Riuscì solo a gorgogliare.
Tutte le luci dell'arena sotterranea si accesero contemporaneamente. Il pugile all'angolo del ring si drizzò in tutta la sua altezza, abbandonando le corde su cui era stato appoggiato fino ad ora, e si esibì in un inchino elaborato a favore del pubblico, che urlava il suo nome ad intervalli regolari.
Aveva capelli lisci, spettinati, rasati corti ai lati e tinti biondi, le braccia coperte di tatuaggi, tatuaggi in faccia e l'enorme disegno di un drago e di una tigre che si sfidavano sul suo petto. Quando si rialzò dal suo inchino, Cattelan poté notare il trucco rosso sangue intorno ai suoi occhi.
«E ora lo sfidante!» Annunciò Elodie, facendo con la mano un cenno in direzione di Mika
«Vai, sali, sali sul ring!» si affettò a dire Cattelan, spingendo il suo protetto
«Un metro e novantadue centimetri di altezza per ottanta chili di peso...»
«Ma quand'è che ti hanno misurato? Tirando ad indovinare così, a occhio?»
«... All'angolo blu del ring abbiamo una leggenda vivente, o forse dovremmo dire una leggenda metropolitana! Il Rivoluzionario Parigino!».
Il pubblico scoppiò in un urlo collettivo di sorpresa e gioa.
«Il Pazzo Londinese!» Rincarò Elodie.
Un altro urlo, più forte, più accorato ora che altra gente stava intuendo.
«Il Fulmine di Beirut!».
Qualcuno strillò come se gli avessero sparato, fra il pubblico si levarono canti confusi e ansiti animaleschi.
«Per la prima volta sul ring del Suave, Mika!».
Cattelan afferrò una caviglia del suo pugile per non farlo avanzare subito.
«Stai attento» Disse rapidamente, persino più del solito «È un professionista vero, fa pugilato vero, non dovrebbe essere qui, è il prossimo sfidante per una cintura. Ora vai, forza!».
Mika avanzò fino a fronteggiare Achille, al centro del ring. Fra di loro, a separarli, Elodie.
«Non c'è un arbitro sul ring» Spiegò la donna «Ma voglio un match pulito. Sono solo tre round da dieci minuti. Il pubblico decreterà a votazione chi ha vinto. Siete pronti?»
«So' nato pronto» rispose Achille, strascicando le parole con accento romano
«Sì» fece Mika, annuendo
«Bene. Toccate sportivamente i guantoni per salutare. Oppure no, imbruttitevi, fate un po' quello che volete, basta che aspettate il suono della campanella prima di darvele».
Elodie scese dal ring, portandosi via il microfono.
«Io so' Achille, piacere» Disse il biondo, rilassato
«Io Mika» risposte il brunetto
«T'ho visto in un filmato raro amatoriale che gonfiavi tutti in una rissa in Francia, cioè, fighissimo»
«Grazie. Io ti ho visto in televisione, versus Hell Raton»
«Aò, so' onorato».
La campanella suonò tre volte. Achille istantaneamente alzò la guardia e indietreggiò. Al contrario di Mika non saltellava vigorosamente, ma molleggiava quasi pigramente sulle gambe, stando sollevato sugli avampiedi. I guantoni, viola e tempestati di glitter, luccicavano lasciando piccole scie di luce nell'aria.
Mika partì all'attacco, furioso, inaspettato, costringendo Achille a parare e indietreggiare ad ogni colpo, rendendo le schivate troppo pericolose.
«Smettila di martellarlo così!» Gli gridò Cattelan «Ti stanchi Mika, poi quando reagirà non avrai fiato!».
Il pugile bruno indietreggiò, la guardia ben alzata.
«'Tacci» Ansimò Achille «M'hai già sfracagnato le bracci, oh!»
«Vuoi arrenderti?» ghignò Mika, tirando un paio di jab all'aria
«Neanche per sogno, teso': io so' una vecchia pazza e tutti sanno che le vecchie pazze so' irriducibili!»
«I-rri-du-ci» non fece neanche in tempo a provare a ripetere quella parola che Achille gli girò intorno con un passo repentino, muovendosi come una donnola, e lo colpì alla parte bassa del fianco con un colpo micidiale.
Mika approfittò dello spiraglio nella guardia dell'avversario per assestargli un gancio alla testa così violento da scaraventarlo a terra. Tutto il pubblico trattenne il fiato.
Mika zoppicò indietro, piegato: il fianco colpito pulsava dolorosamente, le ramificazioni di quella sensazione che gli si infilavano fra muscoli e ossa fino alla schiena.
«Bravo Mika! Bravo Mika!» Gridava Cattelan, aggrappato al bordo del ring.
Il pugile bruno notò che anche all'angolo del suo avversario c'era un uomo, un ragazzo magro, dai lineamenti scavati, con le occhiaie e i capelli corti tinti di blu elettrico, che batteva i pugni al tappeto.
«Achille! Achille, eddai Achille!» Gridava costui, a ritmo con le percussioni delle sue mani.
Il biondo, sfidando il conto di dieci (che Marracash stava facendo ad alta voce) si alzò con flemma. Aveva la bocca sporca di sangue, il labbro inferiore arrossato come se fosse stato truccato. Alzò la guardia.
«Viecce» Disse, cupo.
E Mika, urlando, prese a martellarlo, un colpo dopo l'altro, guantoni contro guantoni, e poi sui fianchi, sulle braccia, un animale deciso ad abbattere la preda. Achille si difese per qualche istante, poi iniziò a colpire anche lui. Mika schivò, ma aveva un problema, un vizio di forma: quando evitava un pugno abbassava le braccia, quasi esse fossero d'ostacolo al movimento. Dopo tre prove, Achille se ne accorse e, uno-due, lo colpì con il sinistro per farlo schivare e con il destro al petto, quando Mika aveva le braccia basse. E poi ancora un pugno al volto, uno alla spalla, finché Mika non riuscì a riprendere il controllo spezzando la catena di colpi, così ben protetto da sembrare raggomitolato.
«Te so' piaciuti, bello de zia?» Lo punzecchiò Achille
«Sì» Mika annuì, nascosto dietro i guantoni
«Allora dài bello, che n'arrivano artri».
Iniziò in realtà una fase di studio, in egual modo difensiva da parte di entrambi. Achille sapeva, per quel colpo che aveva preso all'inizio e che ancora gli faceva fischiare le orecchie, che Mika era assolutamente in grado di reagire anche se era in svantaggio, anche se il nemico era oltre la sua guardia, e perciò gli usava cautela, mentre Mika stava cercando di recuperare dopo l'ultima serie di pugni.
La campanella suonò. «Fine primo round!» Annunciò Elodie.
Achille lasciò ricadere le braccia, la faccia sudata, arrossata e sorridente, poi trottò a parlare con l'uomo dai capelli blu al suo angolo.
«Mika!» Gridò Cattelan «Vieni qua!».
Il pugile bruno si inginocchiò al tappeto per guardare in faccia il suo manager.
«Che c'è, Alessandro?»
«Ascolta, hai fatto un primo round ottimo. Buono, davvero buono, specie contro uno come Lauro. Però quando schivi non devi tenere le braccia basse, lo capisci? No, le braccia basse no!»
«Non lo faccio apposta» il pugile si accigliò
«Lo so. Senti lo so, lo capisco, sei abituato così. Avrai tempo per levarti questo vizio, ma questo tempo ti serve e ora tempo non ne abbiamo. Quindi sai cosa devi fare?»
«No. Cosa?»
«Non schivare. Non schivare più, para soltanto per ora, va bene?»
«Sei...»
«Sì, sono sicuro. Basta schivare, così gli levi l'unico vantaggio che ha».
Mika guardò in direzione dell'altro angolo. Achille si era seduto per terra, a gambe larghe con la schiena appoggiata al paletto, e il suo manager gli parlava fitto fitto, tutto proteso verso di lui.
«Quello lì è uno forte» Commentò Cattelan «Non ti fare ingannare dai glitter. Non ho idea del perché sia qui, di quanto l'abbiano pagato per essere qui... non dovrebbe. Vuoi bere?»
«No» disse il pugile
«E ora bevi lo stesso» il manager estrasse una borraccia dalla busta di carta e si arrampicò a bordo ring per tenderla alla testa del suo protetto «Bevi!».
Mika fece una piccola smorfia di disappunto, ma obbedì, prendendo un paio di sorsi d'acqua.
«Secondo round tra dieci secondi! Pugili al centro!» Esclamò Elodie nel microfono.
Achille ritirò le lunghe gambe e si alzò in un balzo, scuotendo la testa come un cane bagnato. Mika avanzò, raggiungendolo al centro del tappeto.
«L'ho già visto da qualche parte il tuo manager» Disse Achille
«Io no. Solo da poco lo conosco» rispose Mika.
La campanella suonò. Il biondo alzò la guardia, facendosi repentinamente indietro per schivare un gancio di Mika. Iniziò una danza di affondi, schivate, parate, aprendo un secondo round molto più equilibrato del primo.
«AOUH!» Strillò all'improvviso Achille, in tono minaccioso.
Mika si coprì istintivamente la faccia, lasciando scoperti i fianchi. Pum pum! Si beccò due pugni, uno a destra ed uno a sinistra sulle reni. Indietreggiò barcollando fino alle corde, sibilando fra i denti serrati.
«Te piacciono?» Lo provocò Achille, molleggiando.
Mika si scagliò in avanti, ma il suo avversario schivò, si abbassò, con un pugno lo centrò sugli addominali, si fece di nuovo indietro.
«Che fai, Mika? Che diavolo fai?» Gridò Cattelan «Prima non ti saresti fatto beccare da colpi del genere! Ripigliati!».
Mika gli lanciò un'occhiata velenosa, ma bastò quella minuscola distrazione perché Achille mettesse a segno altri due colpi.
«Te sei rincretinito?» Domandò, una risata nascosta fra le parole «Che c'hai? Tutto questo era il grande Mika? Come te chiamano? Er Pallone Gonfiato dell'Iraq?»
«Fulmine di Beirut» ansimò Mika, strascicando i piedi all'indietro «Non posso schivare»
«Non ti mettere a parlare con lui!» ordinò Cattelan, secco
«Non puoi schiva'? Perché, sei un robot e ti s'è rotta la schivata automatica?» scherzò Achille.
Mika gli sferrò un colpo diretto al volto, ma il biondo lo parò senza troppa difficoltà.
«Gioco di gambe! Gioco di gambe, Mika!» Urlava Cattelan «Ora che ti serve non lo fai? Ti sei stancato prima? Forza, gioco di gambe, tu sei veloce, prendilo in contropiede!»
«Ecco, prendime 'n contropiede» ghignò Achille.
Mika sbuffò e torse il corpo intero in un gancio micidiale. Anche se Achille aveva parato, la forza del colpo fu tale da spingere il suo stesso guantone contro la sua faccia. Il biondo indietreggiò stordito, la bocca spalancata da cui non usciva alcun suono e Mika non perse neppure un millesimo di secondo, ma colpì ancora e ancora, mentre Achille teneva le braccia alte, così da alte da avere gli avambracci davanti alla testa.
Mika caricava e rilasciava, una molla d'acciaio con due pugni micidiali, poi abbassò la testa, in tensione come una lancia, e nel momento in cui entrambe le mani dell'avversario ricaddero ai lati del corpo, scagliò un affondo alla bocca del suo stomaco. Il rumore, un sordo "thomp!", riempì l'arena sotterranea nel silenzio del pubblico. Achille si piegò in due, poi come un albero tagliato, cadde rigido a terra.
«Uno!... Due!...» Iniziò a contare ad alta voce Marracash.
Mika, in piedi, continuava a tenere i guantoni alzati ed ansimava. Gli tremavano un po' le spalle per via dello sforzo così concentrato in poco tempo. Guardò a terra, cercando di capire se il suo avversario ci sarebbe rimasto oppure no. Achille mosse la testa, strusciando la guancia al tappeto, rivolse lo sguardo a lui e... gli fece l'occhiolino.
«Quattro!... Cinque!....».
Mika si guardò intorno, frenetico. Sembrava che nessuno avesse notato il gesto anomalo.
«Bravo Mika! Bravo! Vedi che se mi ascolti funziona? Dai che ci portiamo la vittoria a casa, dài, sì!» Esultava Cattelan.
Mika abbassò le braccia. «Alzati!» Gridò, rivolto ad Achille «Alzati, get up!».
Il biondo gli sorrise e si lasciò andare completamente al tappeto, chiudendo gli occhi.
«Otto!... Nove!... Dieci!».
La campanella suonò. Incredulo, Mika si guardò intorno, poi cercò di aprirsi un guantone con i denti.
«Il vincitore dell'incontro di stasera, per knock out, è Mika!» Annunciò Elodie.
Cattelan passò fra le corde, correndo ad abbracciare il suo pugile.
«Abbiamo vinto! Mika, hai vinto!» Esclamava, dando pacche sulla schiena sudata del giovane.
Mika riuscì a buttare a terra un guantone, poi a sfilarsi l'altro con la mano libera.
«Alzati! Get up, Achille!» Gridò, precipitandosi a strattonare l'uomo a terra «It's not over! It's not over, Achille! Not over!»
«Lascialo stare Mika, non ce la fa più» lo pregò Cattelan
«It's not over! NOT OVER!» ruggì il giovane pugile, girandosi solo un istante verso di lui, le pupille dilatate, prima di tirare in piedi Achille a viva forza.
Cattelan si morse un labbro. Non gli piaceva quello che aveva visto negli occhi del giovane, tanto quanto non gli piaceva la piega che stava prendendo la situazione.
Marracash era salito sul ring. «Lascialo, è finita!» Ordinò.
Mika sferrò un pugno a mano nuda al volto di Achille Lauro.
«Ma che sei matto?!» Strillò Cattelan, afferrando un braccio del pugile per tirarlo indietro, imitato da Marracash che agì sull'altro lato.
Achille ricadde a terra rotolando, con la testa buttata all'indietro, la gola esposta.
«It's not over!» Ruggì Mika, strattonando per liberarsi dai due uomini che lo tenevano fermo e riuscendoci dopo neanche due secondi.
Gli uomini della sicurezza salirono sul ring, tutti a cercare di fermare il pugile impazzito, poi arrivò un collaboratore del Suave, un cameraman e un fan, e alla fine c'era una piccola folla a spingere e trattenere Mika, il quale svettava su di loro schiumante, sempre più arrabbiato per ogni secondo che passava.
«It's not over, Achille! Achille, ACHILLE!»,
Il pugile bruno fu sollevato di peso da otto persone, mentre Cattelan cercava di tenergli a bada le mani e lo rassicurava.
«È finita Mika, hai vinto, è finita, tranquillo, è finita» Gli ripeteva, evitando ceffoni.
Poi un monito, un grido, lacerò l'aria: «GLI SBIRRI! GLI SBIRRI!».
La gente iniziò a riversarsi fuori alla rinfusa, a nascondersi nei bagni, a infilarsi dietro gli spalti.
Qualcuno fece sparire la campanella, qualcun altro smontò le corde, e in tutto quel trambusto Achille Lauro si alzò come se niente fosse e si allontanò con il suo compare dai capelli blu.
Sembrava che nella confusione nessuno se ne fosse accorto... tranne Mika, che non gli levava gli occhi di dosso.
«Achilleeee!» Strillò come un'aquila, scalciando abbastanza da rovesciare a terra due di quelli che lo tenevano sollevato, sgomitando con furia, liberandosi.
«Mika! MIKA!» Allarmatissimo, Cattelan provò ad afferrargli un polso, che però gli scivolò dalle dita «Non possiamo permettercelo! MIKA, pazzo di manicomio, torna qui!».
Ma il pugile aveva attraversato la sala in poche rapide e lunghe falcate, lanciandosi su per le scale, appresso al suo avversario... ma invece di raggiungerlo, si trovò di fronte a tre agenti di polizia, due maschi e una femmina, che parlavano con un Marracash serafico.
«Ah» Disse l'agente donna, indicando Mika «E che ci fa a questo DJ set questo qui, tutto sudato e in pantaloncini?»
«Pantaloncini arcobaleno» precisò Marracash, con un sorriso affabile «Ballerino, ovviamente. Cubista. Non sei un cubista, Mika caro?»
«Dov'è Achille?» domandò il pugile, guardandosi in giro
«Il tuo ragazzo? L'ho visto uscire con un altro, a dire il vero... uno con i capelli blu» Marracash si rivolse di nuovo alla poliziotta «Abbiamo fatto una serata gay. E come al solito ci sono quelli che vengono a rimorchiare e si dimenticano, ops, accidentalmente di avere un ragazzo. Achille era quell'altro che avete visto passare prima»
«Quello con i lividi in faccia e il labbro spaccato?» volle chiarire uno degli agenti maschi
«Già. Sono volate un po' di botte... c'è stata una piccola colluttazione, fra Mika e Achille. Achille si era anche truccato per farsi carino» Marracash scosse la testa come a dire "oh, agenti, con che gente devo vedermela..." «E il suo ragazzo non lo ha retto. Nessuno dei due sapeva che l'altro fosse qui. Credo che siano questi i "disordini" che vi hanno denunciato, ma abbiamo sedato la rissa sul nascere. Se però Mika vuole sporgere denuncia... Mika, vuoi sporgere denuncia? I nostri amici agenti possono aiutarti».
Mika scosse la testa, le narici dilatate.
«Voglio prendere Achille» Disse, a denti stretti «Lo voglio...»
«Ah, la passione!» scherzò Marracash, ridendo nervosamente
«... Ammazzare. Mi ha preso in giro. Anche tu, ti ha preso in giro. E io lo spacco».
Marracash fece un sorrisetto agli agenti, come per dire loro "siate indulgenti, è solo un ragazzo tradito".
Gli agenti non furono indulgenti.

domenica 8 maggio 2022

Iris Letalis 6. Ciaspolelli

  +INDICE+

 

 Seduto nella sua cucina, Alessando Cattelan rimuginava. Anche solo portare via Mika dalla palestra era stata una faticaccia, visto che lui non voleva saperne di separarsi da Emma. Cosa gli aveva fatto quella rissaiola da strapazzo? Come aveva fatto ad incantarlo così? E la cosa peggiore era che anche se ora erano fisicamente separati, lei e Mika stavano comunque messaggiando. Lei gli mandava un sacco di vocali, per non complicargli troppo la vita visto che era dislessico, e Alessandro era costretto a sentire tutti i suoi “Amore, conosco un locale dove fanno un pesce da favola…” e “Tesoro, pure a me piace Raffaella Carrà!”.
Mika rispondeva scrivendo, sfidando eroicamente il pericolo del mare degli errori grammaticali, e si aggirava per tutta la casa di Cattelan inciampando di quando in quando nei tappeti con quegli enormi piedoni, con un sorrisone stampato sulla faccia.
Alessandro decise di chiamare immediatamente Marracash e di consegnargli Mika, così quell’ingombrante bambinone letale non sarebbe stato più sua responsabilità. Compose il numero e…
«Ho sete!» Disse Mika.
Cattelan si alzò in piedi di scatto. Voleva essere assertivo, rimettere in riga il suo nuovo cliente, ma pensandoci meglio si accorse che questa volta il pugile non aveva fatto niente di male, aveva solo detto di avere sete, e non era proprio il massimo della bontà sgridarlo per questo.
«I bicchieri sono nel terzo cassetto da sinistra» Disse «E l’acqua è in frigo»
«Grazie. Oh, Alessandro!»
«Sì, Mika?»
«Quando posso tornare da mamma?».
Giusto, la mamma! Chissà dove era adesso… e chissà, si chiese Cattelan, come mai quando aveva incontrato Mika lui era tutto solo, visto che non gli pareva un tipo molto indipendente.
«Dov’è la tua mamma adesso?» Gli chiese
«Sta in albergo, deve incontrare un produttore discografico» la voce del pugile si fece più sottile, piena di vergogna «Mamma ha pagato da sola il viaggio per Milano, per incontrare un producer, per me».
Cattelan sentì il cuore farsi un po’ più pesante: quella povera donna arrivava da chissà dove per dare una chance a suo figlio di diventare un cantante e lui cosa faceva? Lo iscriveva ad un torneo illegale di pugilato.
Però non poteva, non poteva, mollare proprio adesso! Mika avrebbe avuto altro tempo per inseguire il suo sogno, mentre quello di Cattelan (vincere il Luna Loca e, già che c’era, pagare tutti i debiti) si sarebbe potuto realizzare fra soli sei giorni. Sei. Solo sei giorni e poi Mika sarebbe stato libero di cantare quanto gli pareva e di trovarsi l’agente che voleva.
«Non puoi ancora tornare da tua madre» Disse Cattelan «Mi dispiace, davvero. Puoi mandarle un messaggio, dirle che hai trovato un lavoro, che andrà tutto bene, ma per ora non puoi ancora tornare da lei».
Mika stava bevendo dell’acqua e lo guardò da sopra il bordo del bicchiere come un bambino a cui avevano appena detto che i compleanni sono stati cancellati. Non disse niente per un po’, poi andò a sedersi al tavolo, poco lontano da Cattelan.
«Mia mamma… she worries…» Pigolò
«Si preoccupa, lo capisco» concesse Alessandro «E mi dispiace, ma ti devi preparare per il torneo. Se vinci le porterai un sacco di soldi e lei sarà contenta, vedrai!»
«Posso farle sapere dove sono?»
«Ma sì, certo! Anzi, aspetta, intendi il mio appartamento?».
Mika annuì, con un sorrisetto a denti stretti, il telefono stretto al petto.
«No, certo che no!» Si corresse Cattelan «Non voglio certo ritrovarmi con tua mamma in casa!»
«No? Perché no?» domandò Mika, inclinando la testa
«Perché ci metterebbe i bastoni fra le ruote, capisci? Lei non può comprendere cosa stiamo facendo qui…»
«Cosa stiamo facendo qui?»
«… Perciò è meglio se poi le facciamo una bella sorpresa, no? Quando avrai vinto il torneo e soprattutto i soldi del torneo, allora potrai darle i soldi e dirle tutto e lei sarà fiera e contenta di te. Ma adesso no, eh! E poi questa è casa mia. Casa mia regole mie, perciò qui dentro non ce la voglio, tua mamma»
«Io invece la voglio!»
«Beh, sei un adulto grande e grosso, non è che puoi metterti a piagnucolare che vuoi la mamma, suvvia!».
Mika si zittì e si versò un altro bicchiere d’acqua, che bevve molto lentamente. Non c’era però alcuna rassegnazione nel suo sguardo e ciò era preoccupante per Cattelan, che giustamente non voleva vedersela con il pugile se avesse deciso di diventare vendicativo.
«Non preoccuparti, Mika» Aggiunse Alessandro «Potrai incontrare tua madre, okay? Te lo concedo. Ma solo fuori di qui, non in casa mia. E da solo: io non la devo incontrare. Ti va bene così?».
Il pugile si versò un terzo bicchiere d’acqua, mentre il telefono pigolava per via dei messaggi che arrivavano e Cattelan sudava freddo.
«Va bene» Disse infine «Stasera vado da mamma»
«Ti ci accompagno con la macchina» gli garantì Alessandro «Tu stai quanto ti serve e poi ti riporto qui. Ricordati di non dirle niente di quello che stiamo facendo e di dove sto io, okay?»
«Sì»
«È una promessa?»
«Sì»
«Bravo! Vedi che ogni tanto sai pure essere ragionevole?».
Mika annuì e accavallò le lunghe gambe, rimanendo a guardare l’altro uomo con l’interesse che un biologo marino riserverebbe ad un narvalo; Cattelan provò ad ignorarlo e finalmente chiamò al cellulare Marracash.
«Ehi! Ciao, ciao, ciao Marra… ho una notizia fantastica per te!» Quasi gridò contro lo smartphone
«Voglio sperare che la notizia sia Mika» bofonchiò il gestore del Suave
«Esattamente! Non solo l’ho trovato e l’ho portato a casa mia, ma l’ho pure convinto!»
«Bene. Una grande sorpresa, eh?»
«Ma come una grande sorpresa, Marra?»
«Che devo dirti, non credevo in te neanche un po’. Quindi lui è lì con te?»
«Sì. Seduto qui, al tavolo con me, che mi guarda fisso. Non mi toglie gli occhi di dosso»
«Fammi parlare con lui»
«Oh, okay! Tu pensi che io ti dica no perché racconto fandonie e invece ti dico sì, certo, subito! Eccolo qui!».
Cattelan passò lo smartphone a Mika. «Vuole parlare con te, campione. Fammi fare bella figura» Gli raccomandò.
Il pugile prese il telefono e se lo portò immediatamente all’orecchio.
«Hello, who is talking?» Domandò, con accento vagamente oxfordiano
«Hello» rispose Marracash, che per contro era più spiccatamente siciliano quando parlava inglese che quando parlava italiano «I’m the owner of Suave, the place in which you will fight next. You are Mika, right?»
«Yes»
«Do you know Italian?»
«Sì, parlo un poco italiano. Anche francese!»
«Très bien. Siamo onorati di averti con noi, vedrai, il torneo ti piacerà»
«What’s your name?»
«Marracash. Mi chiamano tutti così. Quando potrò vederti?»
«Non lo so» i suoi occhi saettarono verso Cattelan «You can ask my manager»
«Hai detto che devo chiedere al tuo manager? E chi è il tuo manager, Alessandro?»
«Catellan, sì. Alessandro, Alessandro Catellan»
«Cattelan. Con due t e una sola l. Un cognome fighetto, milanese» rise Marracash. Il volume della chiamata era abbastanza alto perché anche il diretto interessato, che aguzzava le orecchie con grande attenzione per seguire la conversazione, cogliesse la frecciatina.
«Non è milanese» Obiettò Alessandro, ad alta voce e facendo strani ghirigori nell’aria con l’indice, come un direttore d’orchestra «È un cognome molto diffuso in tutta l’area veneziana, padovana, vicentina e trevisana»
«Dice che è veneziano padovano trevisano» riportò Mika
«Visto, che ti dicevo? Fighetto» disse l’uomo dall’altro lato della linea «Se ti va me lo puoi passare, così gli chiedo quando posso vederti»
«Pa… passare?»
«Give the phone to him, please. I want to talk with him. Oh, it was a pleasure hearing your voice»
«Thank you. Bye!» Mika ripassò il telefono a Cattelan «È simpatico, questo Marracash!»«È simpatico con te perché gli farai fare un sacco di soldi» borbottò Alessandro, per poi portarsi lo smartphone all’orecchio. Lui e Marracash si misero d’accordo per vedersi alle sei di quel pomeriggio, al Suave.
«Non ti pentirai di esserti fidato di me» Concluse Cattelan
«Fai portare i guantoni al tuo pugile. Voglio metterlo alla prova per sapere se è quello vero» ordinò Marracash prima di chiudere la chiamata. Di sottofondo, durante le sue ultime parole, si era sentito il miagolio disperato di un gatto.
Cattelan posò il telefono sul tavolo, poi guardò Mika, che gli sorrideva.
«Ora andiamo e ti compriamo un paio di guantoni belli» Gli disse
«Ma io ho fame» si lamentò il pugile «Ed è ora di… di…»
«Pranzo. No, qui mangiamo alle due, non alle» Cattelan si controllò l’orologio «Undici e cinquantanove»
«Ma mamma…»
«Senti, qui facciamo così. E poi prima ci sbrighiamo e prima mangerai, okay? Ti porto fuori, ti piace il kebab?»
«Uhm… sì?»
«Non sai neanche se ti piace il kebab! Forza, alza il culetto dalla sedia e seguimi, che ti divertirai!».
Cattelan fece salire Mika sulla sua vecchia Fiat Punto gialla, un regalo del suo caro nonno.
Nonostante l’automobile fosse vetusta e sprecasse un mucchio di benzina, Alessandro non aveva alcuna intenzione di cambiarla e preferiva usarla poco per risparmiare piuttosto che acquistare una macchina performante e capace di più chilometri con un pieno. I sedili della Punto erano puliti e profumati come il negozio di un barbiere all’antica, anche se quello posteriore era occupato da due cassette di plastica piene di riviste, libri per bambini, fotocopie e bozze. Dallo specchietto penzolavano: un broccoletto di plastica, una X rossa di metallo, un Arbre Magique alla menta e un pupazzetto mezzo rossonero e mezzo nerazzurro che avrebbe fatto venire una sincope sia ai milanisti che agli interisti e non si capiva bene che animale fosse (ma aveva un naso enorme).
Mika si allacciò la cintura, poi fece oscillare il pupazzetto colpendolo con un dito.
«Cosa è questo?» Domandò, curioso
«Si chiama Leopoldino» rispose Cattelan, mentre faceva manovra per uscire dal parcheggio
«Ma cosa è, Leopallino?»
«Leopoldino, non Leopallino. Leopoldino è un simbolo di tolleranza e fratellanza fra i popoli e fra tutte le curve degli stadi. A te piace il calcio?»
«No»
«E vabbé, ti perdono perché non sei italiano. Però a Leopoldino piacerebbe che tu guardassi il calcio! Leopoldino è molto sensibile, infatti è per metà un cane molto sensibile e per l’altra metà un ciaspolello molto sensibile»
«Cosa è un ciaspolello?»
«È una creatura che vive sul pianeta Ciaspolino. Io sono anche uno scrittore, lo sapevi? Scrivo libri per i più piccini, per i bimbi. I ciaspolelli li ho inventati io».
Mika si illuminò, le mani che si aggrappavano alla cintura di sicurezza.
«Posso leggere un libro che te hai scritto?» Domandò
«Certo. Ma non eri dislessico?» indagò Cattelan «Ti piace lo stesso, leggere?»
«Sì, ma… i libri per i bimbi sono scritti con scritte grandi e facili. Sono facili anche per me»
«Se riesci, qua dietro dovrebbe esserci almeno uno dei miei libri. Ha la copertina blu, prendilo pure!».
A Mika bastò allungare un braccio per acchiappare il volumetto, che si intitolava “La città dei ciaspolelli” e aveva in copertina una mediocre, tremolante illustrazione di una creatura completamente diversa dal pupazzetto che pendeva dallo specchietto, con uno sfondo che era palesemente ritagliato da una fotografia e modificato al computer.
«Ma è moolto brutto» Commentò Mika, con aria saggia e navigata
«Ma no, è carino!» Cattelan difese il suo lavoro
«No! Vedi, è tutto storto, ma non storto bello, storto brutto»
«Hmm, come argomenti bene le tue critiche, signor Penniman»
«Io lo avrei fatto meglio di questo qui»
«Ah, ora sei anche disegnatore oltre che cantante?»
«Sì»
«Un uomo dai mille talenti, vedo. Comunque i disegni non li ho fatti io, io ho solo scritto la storia»
«Tu devi licenziare quello che ha fatto il disegno» scandì Mika.
Cattelan rise. «Non posso licenziare proprio nessuno, Mika! Non sono il suo capo, il disegnatore mi è stato assegnato dalla casa editrice. Non me lo posso scegliere io».
Il pugile non rispose, aprì il libro e si immerse nella lettura.
«Siamo arrivati» Disse dopo qualche istante Cattelan «Su, scendi che non abbiamo tanto tempo, se vuoi mangiare».
Mika aveva la fronte aggrottata, solcata da piccole rughe di concentrazione, mentre continuava a leggere la storia. Solo dopo un paio di minuti chiuse il libro e con la voce piena di disappunto disse: «È brutta».
Cattelan spalancò gli occhi.
«Brutta? Cosa è brutta?» Abbaiò
«Questa storia. È brutta, non c’è pathos» Mika pronunciò “pathos” con la th all’inglese, mentre con la mano destra faceva un gesto italianissimo, le dita raccolte a grappolo che andavano su e giù
«È per bambini, certo che non c’è pathos!»
«I bambini non sono stupidi. Vogliono belle storie. Questa è brutta»
«Ah, quindi oltre ad essere cantante e disegnatore sei pure scrittore, eh? E se hai tutti questi talenti fantastici perché sei qui, eh? Perché sei senza soldi, con la mammina che ti cerca un lavoro e io che ti devo fare da manager? Eh? Eh?».
Mika abbassò lo sguardo, accarezzando la copertina del libro con i pollici, le spalle tese.
«Esatto» Rincarò Cattelan «Lascia fare a chi queste cose le sa fare. E vedi di crescere una volta tanto! Ora scendi, che non abbiamo tempo da perdere».
Mika obbedì, rabbuiato. Si portò dietro il libro, stringendolo come una reliquia anche se stava camminando fra file di articoli sportivi.
Lo Sport Today era uno dei negozi preferiti di Alessandro Cattelan, se non altro perché la proprietaria, la vecchia signora Comanetti, aveva un debole per lui e gli faceva sempre gli sconti. Non era un posto molto frequentato e in tanti lo trovavano caotico e claustrofobico a causa dei mucchi di articoli, alcuni dei quali palesemente anteguerra, che affollava gli scaffali, gli scatoloni e le ceste metalliche, ma in qualche modo era stato comunque in grado di sopravvivere negli anni.
Mucchi di calzini di spugna in offerta si mescolavano a scatole di supporti per i polpacci, cavigliere, palle mediche, palloni da pilates sgonfi e racchette da tennis; solo nel settore dedicato alle varie arti marziali, vera passione della signora Comanetti, sembrava esserci una parvenza di ordine: guantoni da una parte, bende multicolore per le mani tutte appese ad un apposito raccoglitore, sacchi da allenamento da un’altra parte e poco più in là la rastrelliera di scarpe e stivaletti ed un’esposizione di pantaloncini con un cartello scritto a mano che campeggiava attaccato al muro: “CALZONCINI PERSONALIZZABILI!!!”.
«Allora» Disse Cattelan «Vieni qui Mika, ti servono dei bei guanti, da sedici once possono andare. Scegli quelli che ti piacciono! Le bende le prendiamo quelle in offerta».
Il pugile toccò con le punte delle dita le superfici dei guantoni, saggiandole. Provò ad infilarsene un paio grigi e neri, ma aveva appena infilato le dita che subito aveva deciso di sfilarseli, neanche dentro ci fosse un serpente che l’aveva morso.
«Quelli erano carini però…» Aveva commentato Cattelan, in un tentativo di fare conversazione, ma sembrava ormai che Mika volesse punirlo con il silenzio. «Okay, grande campione. Hai il tuo diritto di non parlare, lo capisco. Voglio solo farti sapere che però non è una buona idea litigare e smettere di dirsi le cose: fra atleta e manager deve vigere la comunicazione, il rispetto, forse persino l’amicizia. Io posso sembrare un amico un po’ brusco, però sono sempre un tuo amico… ehi, mi stai ascoltando?» Cattelan allungò una mano verso la spalla di Mika per toccarlo e avere la sua attenzione, ma lui si girò a guardarlo prima di poter essere raggiunto, fissandolo dritto negli occhi con intensità.
Cattelan deglutì e allargò le braccia.
«E quando sarai pronto» Disse «Potrai dirmi tutto quello che vuoi».
Mika annuì quasi impercettibilmente, poi si concentrò di nuovo sulla ricerca dei guantoni perfetti. Ne trovò un paio rosa con le scritte in oro e se ne infilò uno, sferrando poi un aggraziato e potente pugno per saggiarlo.
«Ti piace quello?» Indagò Cattelan, che trovava una buona idea quella di munirlo di guanti rosa: erano minacciosi e avrebbero dato al nemico un senso di falsa sicurezza, soprattutto se portati da un ragazzo così carino.
Mika si sfilò il guanto e lo rimise a posto, poi i suoi occhi si posarono, con uno sguardo di sorpresa e scoperta, su un paio tutto rosso. Non ebbe neppure il bisogno di provarli prima di esclamare «These ones!» con gioia.
Cattelan si strinse nelle spalle.
«Eeeeeh, se ti piacciono questi… va bene, okay. Li vuoi anche un paio di pantaloncini? Te li regalo io. Prima però provali i guanti, che se non ti stanno bene dobbiamo tornare a cambiarli».
Mika allungò le braccia verso di lui, come a dire “mettimeli”. Aveva le mani vuote.
«Dove hai lasciato il mio libro?» Indagò Cattelan.
Mika lo indicò col mento: lo aveva poggiato su uno scaffale, fra le cinture da karate. Alessandro infilò i guanti al suo protetto e li richiuse ben bene, stringendoli.
Felice come una pasqua, il pugile si esibì in una breve sessione di shadowboxing, un incontro con un avversario immaginario, saltellando sulle punte come un ballerino e fendendo l’aria a suon di cazzotti, preciso e letale.
«È bravo questo tuo ragazzo qui» Disse una voce un po’ gracchiante
«Signora Comanetti!» salutò Cattelan
«È un talento. Uno vero, non come quei pugili fecchia che m’hai sempre portato».
La vecchia proprietaria del negozio era una cosina alta forse un metro e quaranta, con corti capelli bianchi, un faccino da prugna, un accenno di artrite alle mani e un vestitino a stampa floreale di quelli che si comprano a cinque euro al mercato, ma i suoi occhietti azzurri brillavano di curiosità e gioia quando si posavano sugli affondi del giovane pugile.
«Si chiama Mika» Disse Alessandro, fiero
«Ma che, il Pazzo Parigino?» fece l’anziana, con tanto d’occhi «Lo facevo più piccolino dai video che m’ha mandato mio nipote, il Gigio sai? Però hai ragione che sembra lui, sembra proprio lui, oh Signore dell’Altissimo…» con dita tremolanti, la signora estrasse da una tasca del vestitino uno di quegli smartphone per anziani con i tasti enormi «… Lo devo di’ alla Mara!»
«La Mara è la Maionchi?» volle sapere Cattelan, preoccupato
«E certo che è la Maionchi, sennò chi?»
«No, no, no per favore signora Comanetti, per favore non lo faccia! Lei lo sa che Mara è un avvoltoio, che se lo scopre me lo prende e che se me lo prende per me è finita, non potrò mai più lavorare con un pugile del suo livello… la prego, signora Comanetti, la prego!».
Nel frattempo Mika si era avvicinato, tenendo le braccia ciondoloni.
«Mi piacciono questi guanti, Catellan!» Esclamò «Me li togli però?».
Fu la signora Comanetti a muoversi per prima per avvicinarsi a lui, aprendogli e sfilandogli dolcemente i guantoni.
«Sono proprio belli» Commentò, con aria nostalgica «Vecchio stile, quelli dei grandi pugili di una volta. Il rosso è un colore energetico… oggi ci stanno tutti quei ragazzi che si mettono le robe viola, i tribali, i disegnini colorati, le scritte oro, e non pare più che c’hanno pugni, c’hanno cartelloni pubblicitari al posto delle mani. Tu sei un ragazzo tanto bello quanto intelligente».
Mika arrossì un poco, sugli zigomi e sulle orecchie, sorridendo timidamente.
«Mi piace il rosso perché sopra il sangue non si vede» Spiegò «E quando dai il pugno, il sangue esce dalla bocca di quello e sembra che è il guanto, come se… come se il guanto lascia il suo colore nell’aria».
La signora Comanetti gli diede un buffetto affettuoso su una mano.
«Porto questi in cassa» Disse «Vi aspetto là».
Cattelan la guardò allontanarsi, poi si rivolse a Mika.
«Poeta delle botte, eh?» Gli disse, ammiccando
«Smetti di… don’t be kidding on me and condescending like that!»
«Amico mio, non ti stavo prendendo in giro questa volta» Alessandro alzò le mani «Sono contento di quello che hai scelto e sono contento di te. Davvero! Su, ora trovati un paio di pantaloncini che ti piacciono e andiamo»
«E le scarpe?»
«Tu non ce le hai delle scarpette da boxe?»
«No»
«E come hai fatto fino ad ora negli incontri?»
«Le Converse. Non avevo neanche i pantaloni corti, solo quelli lunghi»
«Wow. Completamente privo di equipaggiamento. Va bene» Cattelan sospirò, pensando alle sue magre finanze «Pantaloncini e scarpe, amico mio. Investo su di te, rendimi fiero».
Senza neppure esitare, Mika scelse e provò un paio di vistosi stivaletti corti gialli, che poi si tolse ed andò a posare ai piedi del suo manager.
«This» Disse, con l’aria di chi non avrebbe accettato un rifiuto
«Wow. La cosa buona…» commentò Cattelan «… È che sono talmente brutti che me li ricordo in saldo fin dalla prima volta che sono entrato qua dentro».
Mika non raccolse la provocazione e si buttò a cercare anche i pantaloncini, su cui però sembrava molto più indeciso: non sembrava piacergliene nessuno.
«Che ne pensi di questi oro, così fanno un poco di pendant con i tuoi stivali gialli?» propose Cattelan «Che poi, oddio, pendant… più una specie di “assonanza” di colore. Giallo, oro e rosso ci stai bene, sembri una candela»
«No. Quelli lì sono da muay thai, non da boxe» gli spiegò il pugile, che stava palpando il tessuto traspirante di un pantaloncino blu
«Quelli lì che hai in mano sono carini. Sono anche in saldo, vedi?»
«Sono brutti»
«Ah, okay, allora se sono brutti…».
Persero così tanto tempo nella ricerca che arrivò persino la signora Comanetti ad aiutarli.
«Cosa cerchi, caro?» Domandò, toccando dolcemente una mano di Mika.
Il ragazzone si chinò su di lei e glielo disse all’orecchio. La signora annuì.
«Aspetta un attimo caro, ho quello che fa per te» Disse, poi caracollò lentamente nel retro, fino al magazzino.
«Che le hai chiesto?» Volle sapere Cattelan.
Per tutta risposta, Mika gli sorrise come un cospiratore, infilandosi le mani in tasca.
La signora Comanetti riemerse dai recessi del magazzino reggendo una scatola di cartone piatta e grigia, con stampigliato sopra un logo quasi illeggibile.
«Sono i pantaloncini più richiesti che ho» Rivelò
«Davvero?» fece Cattelan, che già si figurava le proprie banconote volare via con un paio di alucce e librarsi felici molto oltre la sua portata «E allora perché li tieni nel retro?»
«Perché me li chiedono solo durante il periodo del gay pride. In quei giorni là ne espongo pure fuori un paio e qua mi arrivano un sacco che li vogliono. Ho fatto un ordine sbagliato una volta, mille di questi nel duemilauno, ma li ho venduti tutti e ora li compro tutti gli anni. Di solito però li tengo nel retro»
«Perché il gay pride?» domandò preoccupato Cattelan, con lo sguardo che saettava dalla signora Comanetti a Mika e viceversa.
La proprietaria del negozio aprì la scatola grigia, Mika afferrò i pantaloncini che vi erano ripiegati dentro e li ammirò con gusto.
«Ah, ecco perché» Commentò Cattelan.
Il tessuto dell’indumento che luccicava ad ogni piega, satinato e setoso, era di un iridescente color arcobaleno, tranne che per due sottili strisce laterali opache e rosa.
«Sono ridicoli» Sussurrò Alessandro in direzione dell’anziana
«Son davvero brutti per un pugile» rispose a mezza bocca la signora Comanetti
«These. I want these!» esclamò Mika con entusiasmo
«Non è proprio il periodo del pride, ecco…» provò a dire Alessandro
«Ma Leopoldino il ciaspolello è di colori diversi perché lui è per tutti»
«Sì, Leopoldino è per tutti, ma lui predica la pace e l’amore, tu invece stai andando a prendere altre persone a pugni in faccia, non hai bisogno di essere inclusivo».
Mika abbassò le braccia quel tanto che bastava perché la sua testa spuntasse da sopra il bordo dei pantaloncini.
«Io sono inclusivo» Disse «Picchio tutti. Non ne lascerò in piedi uno».
Cattelan boccheggiò, senza sapere che dire… era tutto sbagliato! L’uso della simbologia, la lezione che Mika aveva imparato dai ciaspolelli, l’atteggiamento, tutto. Però caspita se aveva grinta il ragazzo!
«Te li regalo» Disse all’improvviso la signora Comanetti «Però mi devi dare un bacio, bel giovanotto».

Lei non fece neppure in tempo a battersi la guancia con l’indice, chiedendo che lui vi apponesse le labbra, che Mika si chinò e la baciò dritta in bocca.
«Scuuusalooo!» Ululò Cattelan, preoccupato
«E di che?» gracchiò la signora Comanetti «Gliel’ho chiesto io e lui mi ha messo l’omaggio».
Il prezzo che lei gli fece pagare per tutta quella roba (scarpe, bende, pantaloncini e guantoni) fu scandalosamente basso.
«La prossima volta» Disse Cattelan, rientrando in macchina «Ti faccio baciare la mia padrona di casa, Renata, così magari non mi fa pagare l’affitto»
«Non mi frega del tuo affitto, io volevo i pantaloncini» replicò Mika, allegro
«E va bene. Andiamo a mangiare adesso»
«Sì, kebab!»
«Finalmente hai capito se ti piace»
«No, lo sapevo anche da prima»
«Andiamo, ciaspolello del mio cuore, devi metterti in forze!».
La Fiat Punto gialla sfrecciò per le strade di Milano e, vedendo un pezzo di fiancata riflesso in uno degli specchietti, Cattelan si trovò a pensare che la sua macchina e i brutti stivaletti di Mika erano della stessa sfumatura di giallo… significava forse che anche la sua amata Punto era brutta, oppure per le macchine era diverso? 

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martedì 2 novembre 2021

La Cattedra del Giocatore - 2. Il tavolo da gioco


L'interno della sala era nero e oro, elegante come la carta di un cioccolatino costoso, e sarebbe parso realmente raffinato se non fosse stato illuminato da un guazzabuglio di luci al neon, metà verdi e metà fucsia.
L'aria puzzava di fumo e di un deodorante al pino così penetrante da far pensare che fosse stato usato per coprire l'odore di qualcosa di disgustoso. Alcune statue a forma di sfinge, dorate, fissavano i giocatori con occhi rossi e traslucidi, sfaccettati, che sembravano fatti di rubini.
Manuel Karas avanzò verso il tavolo più grande, al centro della sala, che era tutto ingombro di ogni sorta di oggetti colorati. Foglietti, penne, dadi di strana foggia, carte da gioco, tessere, palline e monete che sembravano uscite dal tesoro di un pirata fittizio scintillavano sotto i neon in un modo irreale, quasi fossero parte della grafica di un videogioco e non cose vere, tangibili. Intorno al tavolo sedevano sei persone: due donne dai capelli vivacemente colorati, rispettivamente rosa e blu, un uomo vestito da prete, una ragazzina che non poteva avere più di sedici anni e che stava masticando del tabacco, un ragazzo dall'aria delicata che indossava una camicia da notte e infine lui, l'organizzatore del gioco, quello che aveva parlato... era lui, lui, il motivo per cui Manuel si trovava lì.
Aveva la pelle scurissima, di un marrone grigiastro che era quasi nero, e i capelli raccolti in una coda cespugliosa. Nonostante il colore della sua pelle, lui non aveva lineamenti da africano, ma un naso sottile, adunco, gli occhi piccoli, due perle lucenti e stranamente pallide, che splendevano sempre come se fossero fiocamente retroilluminate. Il suo sorriso, poi, era tutto denti e con due canini leggermente ricurvi, da animale.
Manuel si sedette accanto a lui, senza dire niente.
«Quanti soldi hai portato?» Domandò lui
«Cinquantamila euro» rispose Manuel, lapidario
«Avevi detto di non possedere più nulla... che spreco, giocarti l'anima quando puoi ancora rialzarti...»
«Ho venduto tutto e lo sai benissimo. Non ho più una casa, né un'automobile. Non ho niente, tranne questi soldi»
«Hai venduto anche i dischi di Nick Cave?».
Manuel trasalì: non aveva mai rivelato a quell'uomo di possederli.
«Sì» Rispose però.
La donna con i capelli rosa diede una corta risata roca. Indossava una maglietta dei System of a Down, strappata sul petto, che lasciava intravedere un reggiseno rosso fuoco.
«E i dischi dei Verdena?» Chiese ancora lui
«Sì» Manuel annuì, sentendo qualcosa che gli si stringeva intorno al cuore
«E i CCCP?»
«Sì» un altro colpo, una fitta al petto
«Anche quello di Rancore, quello che ti aveva regalato tuo figlio?»
«Sì. Sì, anche quello».
Un dolore terribile, che gli fece serrare i pugni nascosti sotto al tavolo. Ecco cos'era quella sofferenza: la realizzazione, sempre più acuta, di tutto quello che aveva perso. Per sempre. Senza un passato e forse senza un futuro, pronto a giocarsi l'anima e quel tavolo.
«Ora ci siamo tutti» Disse l'uomo nero, con il suo sorriso tutto denti, bianco fra le labbra nere «Possiamo presentarci, no?».
La donna con i capelli rosa fece un'altra risatina. Quasi tutti mossero gli occhi verso di lei, discretamente, quasi con paura: lei era l'unica a sembrare felice, mentre gli altri erano tetri, distrutti.
«In senso antiorario, forza! A partire dalla mia sinistra» L'uomo nero aprì il palmo e indicò Manuel.
L'uomo prese un profondo respiro e mise le mani sul tavolo. Non erano più serrate, non stavano tremando: tutto a posto.
«Mi chiamo Manuel» Disse, con voce chiara «Sono un archeologo»
«Ciao sexy!» esclamò la ragazza con i capelli rosa.
Manuel deglutì: non se la sentiva di rispondere, di dire niente di più. Non aveva detto “un ex-archeologo”, non voleva essere compatito, voleva solo morire.
«Io sono Achille» Disse il ragazzo con la camicia da notte «Studente di architettura. Sono qui per aiutare la mia famiglia: non abbiamo più nulla»
«Mi chiamo Luna» si presentò la ragazza che masticava tabacco, con una vocina da bimba piccolissima «E non faccio niente nella vita. Non sono una sfigata: sono qui perché voglio esserci»
«Io sono Trevor» disse l'uomo vestito da prete, il vocione da basso che stonava con il volto scarno e pulito
«Eleonora» si presentò la donna con i capelli azzurri, laconica
«Santa!» quasi urlò quella con i capelli rosa, agitando le dita
«E infine io!» Esclamò l'uomo nero, allargando le braccia «Fyodor! E avrei anche un cognome, ma visto che nessuno di voi ha deciso di condividerlo, non vedo perché dovrei farlo io. Anche se vi conosco tutti, eh».
Il suo sguardo passò su tutti i presenti, lo stesso brillare morto nello smalto bianco dei denti e nelle pallide iridi, e i giocatori si fecero piccoli.
«Siete qui per vincere: denaro, amore, sesso, gloria. Siete qui per giocare: il denaro o l'anima. Ognuno di voi sceglierà un gioco e noi lo faremo. Sei manche: ognuna un gioco diverso. Ci sono domande? Sì, Santa?»
«Si può giocare alla roulette russa?»
«No, perché non possiamo uccidere gli altri giocatori, Santa»
«Ah. Il mercante in fiera?»
«Sì, il mercante in fiera sì. Va bene tutto, purché non si uccidano gli altri giocatori prima della fine del gioco»
«Lo scopone scientifico?»
«Sì»
«Lo strip poker?»
«Adoro lo strip poker. Spero in sei manche di strip poker, a dire il vero» un sorriso malandrino, ma che non contagiava gli occhi: finta malizia, un'eccitazione che non ha niente di sessuale.
Manuel ebbe l'impressione vivida che quei denti potessero mangiargliela, l'anima, masticarla come un pezzo di sedano e farne uscire il succo come acqua dal fusto della verdura. Chomp chomp.
«Si inizia in ordine di età» Spiegò Fyodor «Quindi tocca a te, Luna. Scegli il gioco, sono sicuro che per te non sia un problema... ti conosco, piccola monella!».
La ragazzina si grattò una guancia con le unghie smaltate color oro. Le sue labbra rosee si curvarono più volte, prima in un broncio, poi in un mezzo sorriso, una serie di piccole smorfie concentrate mentre cercava il gioco perfetto.
«Giocheremo a carta sasso o forbice» Disse lei alla fine
«Le regole?» domandò Fyodor, bramoso
«Ci si scontrerà uno contro uno, immagino... di volta in volta chi perde esce dal gioco. I vincitori si sfidano con i vincitori. Alla fine, il vincitore prende tutto. Semplice, no?»
«Semplicissimo. Ma siamo sette, non potremo formare tre coppie, uno di noi entrerà solo in finale e... non sembra giusto»
«Sarà la sorte a scegliere le coppie e quindi anche chi rimane fuori per sfidare il vincitore. Scrivete i vostri nomi su dei pezzetti di carta e metteteli in quel portapenne».
Manuel allungò la mano per prendere un post-it rosa e una penna. La penna aveva l'inchiostro glitterato: sembrava che non ci fossero normali biro nere o blu.
“Manuel” Scrisse sul foglietto, poi lo ripiegò a metà e lo infilò nel portapenne a forma di teschio verde acido. Anche gli altri stavano ripiegando i foglietti e li stavano riponendo nello stesso contenitore.
Stava davvero per giocarsi parte di ciò che gli rimaneva a carta sasso forbice? E poi, le aveva capite bene le regole? Non era sicuro di niente...
 
 

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