lunedì 29 aprile 2024
Il Cavalier Sotuttoio Nonècosì
mercoledì 6 dicembre 2023
La Principessa Starnutina
C'era una volta una giovane principessa che aveva un nome bello ed
elegante, ma era da tutti conosciuta come la Principessa Starnutina a
causa di un suo certo problema: era sempre afflitta da una pioggia di
starnuti, tanti che la gente poteva trovarla anche solo sentendo il
suono dei suoi etcí etcí.
«Starnutina,
sei nella tua stanza?»
Chiedeva il Re.
E da dentro Etcí.
«Ah, allora sei
lì».
Etcí nei corridoi, Etcí nella sala da pranzo, Etcí
pure in bagno e durante le passeggiate nella meraviglia del suo
giardino.
Il Re, che la amava moltissimo, si dispiaceva nel
vederla ridotta sempre in questo stato, con la povera Principessa che
dal grande starnutire aveva sempre mal di testa, gli occhi che
piangevano e non riusciva a finire una frase che subito uno
starnutone la interrompeva.
«Papà» Disse un giorno Starnutina
«Vorrei provare ad allontanarmi dal castello, che» e qui la
poverina fu interrotta da un sonoro etcí! «Sniff,
sniff, che ogni volta che sono nei giardini mi pare, etcí!,
di soffrire un po' meno del mio male. Forse, se cambiassi aria un
pochetto... etcí!».
La Principessa fece segno al Re di
continuare lui, che lei si era stancata di fare un lungo discorso e
interrompersi sempre; per fortuna il Re aveva capito e dispose di
mandare la figliola in campagna per tre giorni, nella speranza che
l'intuizione di lei fosse felice. La Regina si oppose, obiettando che
non era il caso di fare allontanare una ragazza così cagionevole, ma
il viaggio infine si organizzò, e il Re mandò con la ragazza una
servitrice fidata, che era come una zia per la principessa e le
avrebbe fatto compagnia.
Ci voleva mezza giornata di viaggio per arrivare in campagna, e la
servitrice notò che la Principessa non era poi così Starnutina
durante il cammino: piuttosto che un'allergia pesante, di quelle che
fanno piangere gli occhi e starnutire a profusione, sembrava avere
solo un raffreddorino, ed anche la principessa se ne rallegrò.
I
giorni in campagna furono meravigliosi per la nostra Principessa: si
alzava col canto del gallo e faceva colazione con la servitrice (che
lei chiamava sempre "Zia"), poi esplorava i campi e il
boschetto vicino e bastava la vista di un grillo, dell'erba
illuminata dal sole, di un paio di cornacchie in volo, per renderla
felice come una bimba. Per pranzo mangiava fuori sull'erba e
preparava dei piatti semplici (ma squisiti, perché la nostra
Starnutina sempre principessa era), e stava fuori finché non
arrivava la sera e tornava a fare compagnia alla cara Zia.
Era
sempre rispettosa del bosco, e mai si era divertita tanto! Pareva che
fosse cresciuta sotto un pino invece che dentro una culla
sfarzosa.
Il secondo giorno vide un grosso serpente nero che
prendeva il sole su un sasso, tutto srotolato e rilassato come chi
non ha un pensiero al mondo, che pareva un gioiello per come brillava
alla luce del giorno.
Alla Principessa parve così bello e placido che avrebbe avuto
dispiacere a disturbarlo, perciò augurò:
«Tante belle cose,
compare milordo», e in punta di piedi lo aggirò e continuò la sua
passeggiata.
«E belle altrettante te ne vengano, principessa»
Le parve di udire, ma era una voce così sottile e gentile, e poi lei
era tutta sola, che si persuase di averla solo immaginata. Piuttosto,
l'essere riuscita a non disturbare il serpente le fece realizzare che
era stata silenziosa: da quando era arrivata, i suoi brutti starnuti
erano spariti del tutto!
Tutta eccitata della scoperta (se n'era
accorta anche prima, ma il primo giorno non aveva sperato osare che
gli starnuti che l'avevano perseguitata sin dalla sua prima
adolescenza fossero davvero spariti per sempre), tornò a casa per
festeggiare con la sua accompagnatrice.
«Zia!» Esclamò «Mi
sento quasi che quel caro serpente debba festeggiare con noi. Cosa
posso lasciargli?»
«Ho sentito dire» Disse la servitrice «Che
i serpenti vanno matti per il latte»
«Non mangiano animaletti?
Davvero gli piace il latte?» Ripeté la principessa dubbiosa
«Così
ho sempre sentito dire. Dicono che ne siano così ghiotti che entrino
anche nelle stalle per bere il latte direttamente dalle bestie che lo
producono».
La principessa non era convintissima, ma si fidò della cara zia e
si procurò una scodellina del miglior latte di capra che trovò, lo
scaldò un poco (che ai serpenti piacciono le prede calde) e andò a
portarlo alla roccia a cui aveva visto il serpente. Quello non c'era
per il momento, ma la principessa lo lasciò comunque lì.
«Buon
pro vi faccia» Disse, e se ne tornò a casa sua.
I serpenti di
latte non ne bevono in realtà, ma, nonostante l'errore della
servitrice, la generosità della principessa non andò comunque
sprecata perché il serpente nero non era un animale comune, ma un
membro di quel popolo magico che noi umani a volte chiamiamo fate.
S'era fatto rettile perché, a parer suo, non c'era nessuna forma in
cui fosse più bello farsi riscaldare la pelle dal sole che da
serpente; se aveva apprezzato che la principessa non lo avesse
disturbato durante il suo bagno di sole, in quanto fata e non
serpente gradì ancora di più quell'offerta di latte, che condivise
con le altre fate sue sorelle che vivevano nel bosco con lui.
Mentre
sorseggiavano ognuna un po' di latte dentro certi graziosi
bicchierini decorati, chiacchieravano tra loro, e le fate decisero
infine di fare a loro volta qualcosa per la principessa gentile.
Nel
frattempo erano finiti i tre giorni di viaggio e la Principessa
non-tanto-Starnutina se n'era tornata al castello insieme alla
servitrice.
Lei riabbracciò prima il padre e poi la madre,
tutta felice di essere guarita, ma non appena ebbe finito di
abbracciare la Regina ebbe solo il tempo di dire:
«Papà
Maestà, finalmente ho smesso di...!» e subito uno starnuto troncò
la sua frase a metà.
La principessa era sbalordita e frustrata,
ma ancora più era disperata la corte: un giorno la principessa
avrebbe ereditato il regno, ma come si può avere una regina che è
allergica al castello?
«Maestà» Disse uno dei consiglieri del re, aggiustandosi gli
occhiali «Il Nano Muto forse potrà dirci la ragione del male della
principessa».
Infatti proprio in quei giorni stava arrivando in
città un artista molto particolare, un nano che era in grado di
raccontare storie bellissime senza dire mai una parola grazie
all'ausilio di un teatrino che aveva costruito tutto lui, solo con la
carta, e di un misero lume. Si diceva anche che fosse un grande
saggio, e che le storie narrate dai suoi pupazzi di carta fossero in
grado di rivelare grandi verità a chi assistesse a questi
spettacoli.
Il nano fu mandato a chiamare per esibirsi a corte,
sotto la promessa di una lauta ricompensa, e in soli due giorni (in
cui la povera Principessa Starnutina era stata tormentata peggio di
prima dal suo solito problema) era pronto ad imbastire il suo
spettacolo per i reali.
Anche stavolta il nano non disse una
parola, ma aprì il suo teatrino di carta pieghevole, che da chiuso
pareva proprio un libro, ed iniziò a muovere i cavalieri e le
amazzoni di carta, gli animaletti e i draghi bianchi, ognuno così
bello che sarebbero stati un piacere da guardare anche senza storia
alcuna, e il lume proiettava le loro figure grandi sulla parete per
permettere di vedere la storia anche alle persone distanti.
Il Re e la Principessa guardavano con uguale entusiasmo la storia,
sorridendo felici, bisbigliando ogni tanto e inspirando rumorosamente
ai colpi di scena, ma la Regina ad ogni secondo si rabbuiava di
più.
Alla fine si alzò dal trono e sbottò:
«Tutte
falsità, non è vero! Come osi accusarmi di fronte alla mia Corte?
Continua così e vedrai se non ti farò impiccare!».
Il nano
non rispose nulla, fermando le sue umili marionette di carta.
Lui
raccontava solo attraverso le proiezioni, e in assenza di parola, era
facile che ognuno vedesse dunque una storia diversa: così come i
pupazzi proiettavano le ombre sul muro, gli spettatori proiettavano
una storia sui pupazzi e ci vedevano dei dettagli diversi.
Il Re e la Principessa Starnutina, che erano buoni e gentili,
vedevano una storia che li interessava e sapeva anche farli ridere,
mentre la Regina si era tradita nel vedere le proprie malefatte in
quella carta e le sue ombre e si era così sentita accusata dal
nano.
«Come ti permetti! Io non farei mai niente del genere
alla principessa! E poi com'è che lo sapresti tu, dove sono le tue
prove?».
Conoscendo la madre ed insospettita da queste parole,
la Principessa Starnutina chiese subito alla servitù di controllare
le stanze della regina, e la sua fedele Zia le portò una strana
boccetta rinvenuta tra i profumi: una polverina inodore fine fine
fine, giallo pallido, apparentemente innocua, ma bastava aprire la
boccetta in cui stava e... Subito anche la povera servitrice iniziò
a starnutire!
A quel punto era chiaro che qualcosa di losco era
avvenuto, e dopo molte pressioni, la Regina confessò: erano anni che
somministrava quella polvere, che veniva creata macinando i semi
essiccati del Fior Pizzicore, alla principessa, mettendola sul suo
pettine, sulle sue posate, sul suo cuscino, sui suoi abiti, persino
spargendola sulle proprie mani per farla stare male quando la
abbracciava, come aveva fatto al suo ritorno qualche giorno prima.
La
Regina e il Re ne erano immuni, perché la Regina, che nella vita non
aveva niente da fare, aveva cosparso dell'olio essenziale del Fior
Pizzicore il pettine che Sua Maestà usava per i baffi e lo aveva
impastato nel proprio rossetto, così che quell'aroma, l'unico capace
di farlo, neutralizzasse gli effetti della polvere ricavata dai
semi.
La Regina sperava che così solo la figlia sembrasse
fragile e che, vedendo la Principessa cagionevole, il Re non avrebbe
abdicato in suo favore e lei avrebbe potuto tenere il suo potere di
regina un po' più a lungo, e ancora insisteva che la principessa
fosse comunque troppo debole per quel ruolo.
Ecco da dove veniva il male della Principessa!
Il mistero era
finalmente svelato.
Nonostante il Re fosse triste di questo,
perché le aveva voluto molto bene, la Regina fu punita aspramente:
tutti i suoi gioielli e i suoi beni preziosi furono dati in
ricompensa al Nano Muto, compresa la corona reale, e da quel momento
ella non fu più Regina.
Una volta che la Principessa era
guarita e poteva benissimo dedicarsi ai doveri a cui si preparava da
tutta la vita, il Re abdicò quel giorno stesso in favore della
figlia, e poté godersi il resto dei suoi giorni in pace, senza
regine cattive che mettevano cose strane sul suo pettinino per baffi
e senza più la responsabilità della corona.
Quanto alla
Principessa Starnutina, lei prese volentieri il posto del padre e
negli anni a venire starnutí solo qualche volta, e regnò con grande
intelligenza e bontà; in più, ora che non era più né Principessa
né Starnutina la gente prese a chiamarla col suo vero nome: Regina
Aureliana.
Ma c'è da rivelarvi un'altra cosa: il giorno in cui
Aureliana aveva scoperto la verità, prima che il Nano se ne andasse
carico e contento dei gioielli della madre, questi era andato a
parlare alla principessa, e a gesti le aveva fatto capire che gli era
stato proprio chiesto di venire qui da qualcuno.
«Di chi si
tratta, caro mio? Chiunque sia stato è ora un grande amico per me,
poiché ha fatto la mia fortuna».
Il Nano a questo punto
sorrise sotto la barbona e con un gesto sinuoso del braccio imitò un
serpente.
Poi rise senza voce, prese il suo teatrino e se ne
andò, e dicono che ancora oggi non si sia fermato e si possa avere
la fortuna di incontrarlo... Ogni volta che immaginiamo una grande
storia guardando della semplice carta.
Larga la
foglia,
Stretta la via,
Dite la vostra che ho detto la mia!
mercoledì 10 maggio 2017
L'Uomo dagli Occhi Dorati
A El-Harim viveva un uomo, un uomo dagli occhi doratiQuesto è l'inizio di una filastrocca che uno dei personaggi (Nasuada) dice in un momento molto particolare (ma non voglio spoilerare niente), ma questo strano personaggio, l'uomo dagli occhi dorati, non viene più menzionato. Chi sarà mai stato, questo strano personaggio? Qual'è la sua storia, di quali inganni sta parlando?
«Attento ai sussurri» mi disse «Perché sono inganni velati»
E così improvviso colpo di ispirazione mi ha spinta a scrivere questa breve storia, una fiaba intitolata...
L'Uomo dagli Occhi Dorati
C'era un uomo dagli occhi dorati, nome non aveva, la sua casa era il deserto. Viveva fra le dune, sferzato dal vento, e aveva la pelle come ebano, come cuoio, scura e splendente come la più preziosa gemma, e gli occhi erano due pozzi profondi illuminati dalla luce di stelle gialle che venivano da dentro la sua anima.
L'uomo dagli occhi dorati camminava da solo, a testa alta, e conosceva le oasi e le piante, ogni rigagnolo d'acqua che correva come un'agile lepre sotto le dune, perciò non temeva la fame e non temeva la sete. Le lucertole dal passo buffo, che poggiavano in terra solo due piedi alla volta, erano la sua compagnia ed egli ne aveva una nel taschino della sua giacca, una lucertola che prendeva pezzi di frutta selvaggia e di cavallette dalle punte delle sue dita e lo faceva ridere salendo con il suo passo buffo in cima alle dune quando era lasciata libera di camminare.
L'uomo dagli occhi dorati non temeva neppure le tempeste di sabbia, poiché sapeva quando esse si sarebbero abbattute sulla sua terra e sapeva dove nascondersi.
Un giorno, mentre camminava con il suo zaino sulle spalle, l'uomo dagli occhi dorati incontrò una donna sola, seduta sulla groppa di un maestoso cammello bianco come la neve. Ella era tutta avvolta in abiti azzurri, con il volto abbronzato incorniciato da un cappuccio candido e gioielli d'oro che scintillavano alle dita.
L'uomo le si avvicinò e le chiese
«Cosa fai, qui da sola nel deserto?»
«Ho perso la mia via» rispose la donna «La mia gente si è smarrita nella grande tempesta di sabbia e non so più se siano vivi o morti»
«Ti aiuterò io» si offrì l'uomo dagli occhi dorati
«Chi sei?».
Lui dischiuse le labbra, ma non disse nulla. Come poteva, in poche parole, dire chi era? Non aveva un nome, lui, né una famiglia o una tribù, non aveva neppure un cammello e non apparteneva a nessun altro che al deserto stesso.
«Allora, qual'è il tuo nome?» Lo incalzò la donna
«Non ne ho uno. Sono solo un uomo che cammina nel deserto»
«Allora cammineremo insieme finché non troverò la mia gente. Il mio nome è Jidji»
«Molto piacere, Jidji».
I due si misero in cammino, uno a piedi e l'altra sulla groppa del suo cammello. L'uomo dagli occhi dorati iniziò a cantare
“Sussurra la sabbia come il serpente
Nella sua tana si cela l'inganno
Non è il suo morso che devi temere
Ma il buio freddo della lunga notte
Corre e rincorre sé stesso il vento
Non un momento si ferma per te
Pensi che taccia forse un minuto
Invece è altrove, non soffia per te
Poi con la luna esplodono le stelle
Squarci nel cielo di bianco e di blu
Morsi di fame e brividi a pelle
come locuste sciamiamo nell'oasi”
Camminarono a lungo sulle dune roventi finché in lontananza non videro un uomo alto e magro, tutto avvolto in abiti brillanti che il venticello faceva muovere come fiamme vive. La sua voce arrivò alle orecchie della donna, portata dal vento, sussurrando
«Jidji, Jidji, vieni, conosco tua madre! Jidji, Jidji, vieni, conosco tuo padre».
La donna spronò il cammello per raggiungere la misteriosa figura, ma l'uomo dagli occhi dorati afferrò le redini del suo cammello e tirò forte, fermando l'animale.
«Non andare. Nel deserto, i sussurri sono inganni velati».
a donna alzò allora lo sguardo di nuovo verso il misterioso uomo brillante e una gran paura la colse, poiché lo vide per quello che era: un demone djinn che la chiamava, con la mano artigliata tesa verso di lei, la voce suadente e bassa che ripeteva quelle parole come una tiritera, una filastrocca per bambini. Il caldo faceva tremolare la sua figura alta, ma egli non si muoveva di un solo passo, per nulla intenzionato ad inseguirli.
Jidji e l'uomo dagli occhi dorati proseguirono allora il loro cammino e, quando fu notte, giunsero in un'oasi.
Le fronde delle palme li riparavano dal caldo, fra le loro radici saziarono la loro arsura, dei loro frutti si nutrirono per placare la propria fame. Fu allora che Jidji udì ancora la voce del djinn che la chiamava, suadente ed insistente, e tuttavia questa volta ebbe la forza per ignorarla.
Il demone li guardava da lontano, in piedi fra le dune, con gli occhi che rilucevano rossi come braci incandescenti. La sua voce era ora il ronzio di mille zanzare, la sua gola una grotta profonda e secca.
L'uomo dagli occhi dorati posò una mano sulla spalla di Jidji e le sussurrò in un orecchio «Attenta alle voci che chiamano nel deserto, esse parlano di una gloria che non verrà, annunciano di fortune che diverranno rovine, ignoralo e vieni a dormire».
Allora ella si sdraiò accanto all'uomo dagli occhi dorati e in poco tempo prese sonno.
L'indomani, quando il sole sorse, il grido di un avvoltoio li svegliò. Jidji scattò in piedi, spaventata, e vide un gruppo di enormi uccelli scuri scendere dal cielo. Seguì con gli occhi il loro volo, poi camminò fino al bordo della dell'oasi e vide che gli avvoltoi stavano banchettando sul corpo riverso del Djinn.
Quando l'uomo dagli occhi dorati la raggiunse, ella chiese
«Come pensi che sia morto?»
«Le bugie e gli inganni velati appassiscono e muoiono» rispose l'uomo dagli occhi dorati, con un sorriso «Quando nessuno presta loro orecchio e nessuno li sparge».
Allora la donna capì come i demoni e gli dei si nutrissero della voce e della paura e di come solo ciò che gli uomini desideravano poteva continuare ad esistere. Quelle creature che vagavano di notte sotto le stelle, o sotto il cielo cupo e nero come un mantello, erano reali, erano pericolose, ma nascevano dalla mente degli uomini e solo la mente poteva sconfiggerli.
L'uomo con gli occhi dorati si sedette sotto ad una palma, la lucertola che gli era salita sul turbante bianco, e iniziò a suonare uno zufolo ricavato da una canna, muovendo le dita agilmente sui buchi per comporre una canzone che il mondo non aveva mai udito prima, che si accompagnava al canto degli uccelli e al funebre gracchiare degli avvoltoi.
Jidji andò accanto a lui e cantò con voce soave.
Suonarono e cantarono per ore, finché una carovana non apparve all'orizzonte.
«È la carovana di mio padre!» Gridò Jidji, premendosi le mani sul cuore.
I cammelli avanzavano con passo sicuro verso l'oasi, le labbra che già ruminavano invisibile erba, gli stomaci anelanti la fresca acqua.
La ragazza balzò in groppa al suo cammello bianco e corse verso la carovana: fu lì che ritrovò suo padre e sua madre, i suoi fratelli e i suoi cugini.
Quando tutti si furono fermati nell'oasi e stavano caricando le provviste d'acqua, Jidji volle presentare ai suoi genitori l'uomo dagli occhi dorati e chiedere loro se poteva sposarlo, ma lui era sparito, silenzioso come sempre quando camminava sulle dune dorate.
Allora la giovane iniziò a raccontare loro la storia dello spirito buono del deserto, l'uomo dagli occhi dorati che l'aveva salvata, e nessuno ebbe motivo di non crederle.
La storia fu narrata e passò di carovana in carovana, di bocca in bocca, e fu narrata ai bambini e ad uomini stanziali di villaggi lontani.
Un giorno di molti anni dopo, Jidji stava viaggiando nel deserto con il suo sposo e il suo bambino, quando vide qualcuno camminare su una duna come se volasse, silenzioso quanto lo erano le ali del bianco barbagianni, e lo riconobbe subito per la lucertola che usciva dal suo taschino.
«Vedete quello?» Disse, indicando l'uomo a suo marito e al suo bambino «È lui quello, l'uomo dagli occhi dorati del deserto!»
«Di certo somiglia molto a quello spirito buono» rispose il marito, divertito «Sarà meglio offrirgli qualcosa perché ci porti bene e ci aiuti ad attraversare il deserto».
Jidji ne fu sorpresa: perché mai suo marito parlava in quel modo di un altro uomo mortale? Poi capì: la leggenda si era sparsa tanto che il modo in cui suo marito conosceva la storia non era lo stesso che lei aveva vissuto e forse lui nemmeno sapeva che era lei quella Jidji che aveva incontrato per prima l'uomo dagli occhi dorati.
Lei lo salutò allora muovendo la mano e lui rispose, poi si avvicinò abbastanza perché lei potesse vedere il suo sorriso bianco, splendente nel riverbero luminoso della sabbia.
«Sei tu» Gli disse «L'uomo che camminava nel deserto, che mi aiutò a ritrovare i miei genitori»
«Si» rispose lui, sereno «Molti anni sono passati, ma tu ricordi ancora quel giorno»
«Come potrei mai dimenticarlo? Oh, guarda, questi sono mio figlio e mio marito».
Il marito guardò male l'uomo dagli occhi dorati, lo salutò distaccatamente, ma non disse null'altro chiedendosi chi fosse quell'uomo che conosceva sua moglie.
Jidji allora chiese
«Ancora non hai un nome?»
«Forse ne ho uno» rispose quello «Ma ci vorrà ancora qualche tempo per sapere se è il mio»
«Qual'è questo nome?»
«Uomo dagli Occhi Dorati» rispose quello «È così che mi chiamano i viaggiatori dispersi, quelli che io aiuto a ritrovare la via. Mi fanno compagnia ed è bello. Non so come ciò accade, ma da quando ti aiutai a ritrovare i tuoi genitori, quel giorno di molti anni fa, sempre più spesso mi accade di trovare per caso viaggiatori smarriti, come se fosse il mio destino quello di aiutarli. E loro conoscono un nome che io non avevo mai udito, Uomo dagli Occhi Dorati, e a me piace».
Il marito spalancò gli occhi
«Sei tu?» Domandò «Sei tu quel genio del deserto?»
«Genio non so» rispose l'altro, stringendosi nelle spalle «Ma sento che è ora di andare».
L'Uomo dagli Occhi Dorati fece per andarsene, ma poi tornò indietro sui suoi passi, estrasse dalle pieghe del vestito il suo vecchio zufolo e lo posò in mano alla donna.
«Grazie, Jidji» Le disse
«E di cosa?» chiese lei, sorpresa
«Quel giorno che ti perdesti, mi donasti un nome».
Il vento soffiò, facendo turbinare i granelli come pulviscolo dorato nell'aria, ed un solo istante dopo L'Uomo dagli Occhi Dorati era sparito. Jidji e la sua famiglia continuarono il viaggio, lei si fece rotolare fra le dita il flauto.
Se le parole potevano far vivere i demoni del deserto, forse, potevano anche creare qualcosa di buono. Potevano creare una leggenda.
Alzò lo sguardo, mentre la linea dell'orizzonte ondeggiava, e sentì il deserto penetrarle nell'anima. Il cielo era di un azzurro così sfavillante da sembrare tutto illuminato, come una gigantesca lanterna. Il silenzio del deserto era il teatro per la magia, la sua immensità la culla delle leggende.
Lei ne aveva conosciuta una, ma nessuno può diventare leggenda senza le voci di migliaia di persone. Non c'è un dio senza adoratori, non c'è un demone senza vittime.
E il deserto è un luogo senza tempo, perciò sarebbe stato per sempre. Per sempre sarebbe vissuto un uomo dagli occhi dorati che nome non aveva, la cui casa era il deserto. Vive ancora fra le dune, sferzato dal vento, e ha la pelle come ebano, come cuoio, scura e splendente come la più preziosa gemma, e gli occhi sono due pozzi profondi illuminati dalla luce di stelle gialle che vengono da dentro la sua anima.
Puoi vederlo, da lontano, camminare come un equilibrista sulla cima delle dune, silenzioso come le ali candide del barbagianni, e se avrai bisogno di lui, lui ti aiuterà.