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lunedì 29 aprile 2024

Il Cavalier Sotuttoio Nonècosì

C'era una volta un cavaliere, non proprio prode e non esattamente onesto, che scorrazzava per le terre di Sicilia andandosene in giro a risolvere, a suo dire, i guai della povera gente.
Egli era convinto di saperne una più del diavolo, ed i primi tempi la gente in difficoltà era felicissima di avere aiuto da un uomo tanto sicuro di sé: il cavaliere si dava tante arie che la gente gli credeva, e con fiducia chiedevano di essere soccorsi da questo cavaliere saggio e valoroso. 

«Cavaliere, i briganti assediano la mia casa!» Chiamava disperato un povero diavolo, e subito quello accorreva.
«Cavaliere, sono ammalata e non posso occuparmi del mio orto! Morirò di fame se le mie piante si seccano!» Gridava una contadina sfortunata, e subito quello accorreva.
«Cavaliere, vogliamo pagare meno tasse» Diceva una famiglia di furbetti (che c'erano anche quelli), ed anche a questa richiesta il cavaliere accorreva subito.
 
Aveva una soluzione pronta per tutti!
Al povero diavolo disse di comprarsi un gallo, che lo avvertisse quando arrivavano i malviventi, e di scrivere un bel cartello su cui si leggesse "Qui non si ruba, o Dio vi castigherà": il timore di Cristo li avrebbe fermati.
Alla famiglia di furbetti consigliò di diventare briganti, così avrebbero potuto fare molte nefandezze senza pagare le tasse, li invitò ad unirsi ai briganti già esperti che assediavano la casa del povero diavolo ed infine li mandò tutti ad occuparsi dell'orto della donna sfortunata.
 
Tutti seguirono i consigli del cavaliere.
I briganti non sapevano leggere e anche se l'avessero saputo fare il cartello non gli avrebbe messo paura, perciò rubarono il gallo, diedero un sacco di calci al povero diavolo e poi andarono all'orto della contadina sfortunata, dove sradicarono tutti gli agli e le carote, li nascosero in borse e calzari e se ne andarono.
Una dama onesta, amica della donna sfortunata e venuta per accudirla nel periodo della sua malattia, vide l'accaduto e denunciò alle autorità i banditi analfabeti, che vennero catturati e messi in prigione.
 
«Qui finisce il mio lavoro» Disse il cavaliere soddisfatto, e cavalcò verso l'orizzonte.

Il cavaliere se ne andava notte e giorno a fare di queste prodezze che lasciavano sempre più tristi e spiantati quelli che lui "aiutava", con meno denaro, talvolta meno denti, meno oggetti in loro possesso; forse ottenevano solo più lividi e lacrime.
Nessuno a questo punto chiedeva più il suo aiuto, e visto che il cavaliere non accettava consigli e pretendeva sempre di avere ragione, il popolo gli affibbiò un nomignolo.
«Non è vero!» Diceva sempre, scattando, se solo sentiva una persona fare una qualunque spiegazione in sua presenza «Non è così! So io come stanno le cose!» e diceva la sua, sbagliata e non richiesta, e così faceva danno. Per questo ormai il popolo lo chiamava Cavalier Sotuttoio Nonècosì, e lo disprezzava.

Un giorno accadde che il Re facesse un bando: la figlia che amava più dei propri occhi e del cuore, erede al trono ed ancora molto giovane, soffriva di una strana condizione che la faceva starnutire in continuazione. C'era forse qualcuno nel regno in grado di guarirla?

Già il primo giorno dopo che il bando era stato proclamato il Cavalier Sotuttoio era lì, attirato dalla promessa che il Re avrebbe esaudito un desiderio di chi avesse guarito la sua Principessa Starnutina, ma soprattutto dal poter fare sfoggio della sua saggezza.
Insieme a lui si era presentata solo una vecchietta vestita umilmente, ma con un modo di parlare e muoversi tale da incutere rispetto in chiunque; in chiunque, tranne che nel nostro Cavalier Sotuttoio, che già aveva fabbricato un piano per aiutare la principessa.
 
«Il male della Principessa non è nulla, Vostra Maestà»
«Stai per dire una cosa molto stupida» disse l'anziana donna, che l'aveva riconosciuto e voleva risparmiargli l'umiliazione davanti ai reali
«Non è vero!» sbottò immediatamente il cavaliere «Non è così! E ti di dico io perché, io lo so! Per guarire la principessa, basta metterle i diti nel naso».
E a passo baldanzoso andò dalla Principessa Starnutina e le mise i mignoli nelle narici.
 
La principessina lo guardò con gli occhi grandi per lo stupore, poi le si contrasse tutta la faccia e starnutì comunque, con le dita del cavaliere nel naso.
«La principessa non funziona tanto bene» Commentò il cavaliere, al che la principessa gli diede un calcione e un altro glielo diede il re suo padre.

La punizione per l'insolenza del Cavalier Sotuttoio Nonècosì sarebbe potuta essere molto peggiore se non fosse intervenuta la vecchia, ridendo.
«Vostre Maestà» Disse «Mai vidi uomo più sciocco dal vivo, e vorrei condurre un esperimento. Se dovesse fallire ve lo riporterò e potrete castigarlo a piacimento, ma se dovesse riuscire lo riporterò comunque a voi come vero prode cavaliere, e avreste un suddito valoroso in più».
 
Il Re aveva rispetto per l'anziana, e ci rifletté. Nel frattempo, la vecchia si rivolse così al Cavalier Sotuttoio:
«Tu sei un idiota, ma forse ti puoi ancora salvare. E se anche non funzionasse, mi sarei fatta una risata»
 «Come osate, signora, insultarmi così apertamente?» esclamò il cavaliere, fumando di rabbia
«Se preferisci, posso lasciare che ti puniscano ora, mentre l'arrabbiatura è ancora fresca»
«Hmm, no no».
I reali accordarono all'anziana di tentare di correggere quel terribile Cavalier Sotuttoio, e così la vecchia lo portò con sé.
 
«Tu sei così scemo, perché le conseguenze delle cose che dici non le hai mai provate sulla tua pelle, quindi ora cambiamo musica. Tu dici di essere saggio, non è così?»
«È così! So tutto io!»
«Allora facciamo una scommessa. Ti porrò tre quesiti e tu dovrai rispondere e dimostrarmi che è vero sulla tua pelle: se sei così saggio sarà un nonnulla per te, io dichiarerò già oggi che sei un prode cavaliere e il Re e la Principessa non ti puniranno»
«Sono certo di sapere le tre risposte meglio di te, vecchia signora»
«Staremo a vedere».
 
I due strani compagni di viaggio, la vecchia a dorso di asina e Sotuttoio sul suo destriero grigio, cavalcarono fino ad un mercato del pesce in riva al mare. Lì l'anziana salutò una pescivendola robusta, con una benda sull'occhio e la testa protetta dal sole da un fazzoletto azzurro, e le bisbigliò qualcosa, poi pose la sua prima domanda al Cavalier Sotuttoio.
 
«La mia amica Polena ha portato oggi una rarità al mercato, un magnifico pesce speranza. I pesci speranza sono animali speciali benedetti dal mare, che possono essere di qualunque specie, ma solo un pesce su diecimila riceve quella benedizione. Hai capito?»
 
«Lo conoscevo già» disse il cavaliere per darsi delle arie «Anzi, ti faccio sapere che in realtà c'è un pesce speranza ogni diecimila e tre a voler essere precisi. Un mio cugino fraterno pescatore, che sa tirare su di certi pesci giganti, una volta ha preso diecimilatré pesci sul suo barchino e uno era proprio un pesce speranza, perciò io le so benissimo queste cose»
«Allora» disse la vecchia sogghignando «Saprai anche come mai si chiamano pesci speranza e di quali favolosi poteri sono dotati, giusto?»
«Queste saranno cose sconosciute a te, vecchia signora, ma non certo a me! Io, di pesci speranza, ne ho già mangiati due, ed è così che ho ottenuto la mia saggezza sul mare: proprio mangiando questi pesci benedetti».
 
A questo punto, Polena la pescivendola prese la parola.
«Messer cavaliere» Disse «Sono molto impressionata dalla vostra conoscenza, vi prego di accettare il pesce speranza che ho tra la mia merce in segno di stima ed ammirazione!»
«Questo vi fa onore, signora dei pesci» gongolò il cavaliere tutto compiaciuto «Le cose belle vanno sempre a chi le sa apprezzare! Tipo me».
 
Polena sollevò una piccola giara ricolma d'acqua e la diede al cavaliere. Lì dentro c'era il pesce speranza, vivo e vegeto, che guizzava nell'acqua di mare; prima di essere stato benedetto era stata una piccola lampuga, ma ora la sua nuova condizione era subito visibile, poiché la livrea dei pesci che ricevevano la benedizione del mare mutava, creando bellissime macchie iridescenti su tutto il loro corpo che ricordavano i giochi di luce e ombre proiettati sulla superficie del mare.
I due salutarono e se ne andarono, senza che il cavaliere ringraziasse.

«Ora che hai dato la risposta alla mia prima domanda, devi anche provarmi che è vera, come da accordi» Disse la vecchia sorridendo.
Il cavaliere la guardò con sdegno. Si era legato la giara alla schiena come se fosse uno zaino, e ad ogni passo si sentiva lo slosh slosh dell'acqua che ondeggiava nel contenitore.
«Sei proprio una vecchia sciocca a chiedermi di dimostrare l'ovvio» Disse il cavaliere, col naso all'insù «Visto che sei meschina e vuoi burlarti di me, avrò grande piacere a mangiare questo pesce da solo e non dartene neanche un pezzetto»
«Come preferisci».
Il Cavaliere Sotuttoio Nonècosì già pregustava il pesce speranza arrosto (anche se in realtà non ne aveva mai mangiato uno e non sapeva se il sapore gli piacesse davvero, e non riusciva neanche a capire di che specie fosse), ma quando i due si fermarono e il cavaliere si apprestò ad estrarre il suo pranzo dalla giara e staccargli la testa con la spada, avvenne qualcosa d'incredibile: la testa rimase attaccata, e la mano dell'assalitore, all'improvviso, si gonfiò.
Il Cavalier Sotuttoio cacciò un urlo e la spada gli cadde di mano, mentre la vecchia rise di gusto, prese il pesce speranza e lo rimise nella giara, dove quello riprese a nuotare come se nulla fosse.
 
«La mia mano! La mia mano!» Urlava e piagnucolava il cavaliere, perché quella mano gonfia gli bruciava e doleva terribilmente.
«Bravo lo scemo: i pesci speranza non si mangiano» Disse chiaro e tondo la vecchia «Quando una creatura è benedetta dal mare, fintantoché ha addosso anche una singola stilla d'acqua non può essere uccisa, ed attaccarla ha conseguenze gravissime. Ora hai ricevuto la Maredizione»
«Maredizione?»
«La maledizione del mare. Si propagherà dal punto in cui hai toccato con cattiveria il pesce benedetto fino alla tua testa di palloncino, gonfiandola più di quanto già non sia gonfia»
«E allora morirò?»
«Perché lo chiedi a me? Non sapevi tutto, tu?».
Il cavaliere pareva così spaventato, però, che l'anziana si mosse a compassione e decise di rassicurarlo.
«C'è un rimedio alla maredizione, e stiamo per andare da una giovine che ha tutti gli strumenti per salvarti»
«Andiamo, andiamo allora!».
 
Ancora una volta la vecchia ed il cavaliere si incamminarono, lei sul suo asino e lui sul suo cavallo, finché non raggiunsero una deliziosa casetta di pietra in mezzo al bosco, tutta festonata di edera.
La vecchia chiamò; una ragazza con capelli lucidi e scuri come inchiostro aprì la porta e li invitò ad entrare.
Era vestita tutta di verde e nero, e parlava con garbo ed intelligenza, anche se non poteva avere più di quindici anni.
«Mora ha tutte le conoscenze e i materiali che ti servono per sciogliere la maredizione» Spiegò l'anziana
«A me sembra una ragazzina» obiettò Sotuttoio
«Sarò anche giovane» rispose Mora affabile, con gli occhi neri che ridevano «Ma è da quando ho iniziato a parlare che m'interesso di erbe e magia, quindi, se ci pensi, sono più di dieci anni di esperienza»
«T'intendi di magia da quando eri piccola?» Sotuttoio storse il naso «Fossi scemo a farmi curare da una strega! No e poi no, una strega no! Le streghe, si sa, fanno rimedi e medicine solo per controllarci e ferirci, mai per guarire! Me ne occupo io, piuttosto!»
«Si vede che col pesce ancora non ti è bastata» la vecchia scosse la testa «Allora questa è la mia seconda domanda: come si scioglie una maredizione?»
«Lo so! So tutto io! Non ho bisogno di streghe!».
 
Così il cavalier Sotuttoio Nonècosì iniziò a pestare foglie secche e mischiare ingredienti a sentimento, convinto che se poteva faro quella ragazzina ci sarebbe sicuramente riuscito anche lui, finché non ebbe davanti qualcosa che gli pareva fosse un plausibile rimedio anti-maledizioni: una broda viola che odorava di calzini panati.
Nel frattempo la maredizione era avanzata, ed oltre alla mano gli si erano gonfiati pure il polso e l'avambraccio.
«Sono pronto» Disse il cavaliere. Bevve la propria pozione con aria di superiorità e immediatamente si sentì diventare debole come un foglio di carta.
«Mi congratulo, ti sei avvelenato» Annunciò la vecchia
«Per guarirti dall'avvelenamento mi manca solo un ingrediente: del carbone» disse Mora «Dovete portarmelo in fretta, perché tra il veleno e la maredizione, questo signore non è messo molto bene».
 
E così lo strano duo si incamminò di nuovo, la vecchia sull'asino, con la giara sulle spalle, e il cavaliere gonfio sul suo cavallo grigio, finché non giunsero sul bordo di un crepaccio.
Il cuore di qualunque persona coraggiosa avrebbe comunque sussultato nel vedere le profondità del crepaccio e le sporgenze aguzze che ne costellavano le pareti, senza parlare dei grossi sassi sul fondo. Solo alcune agavi appuntite e arbusti pungenti avevano osato crescere sulle pareti scoscese di quel dirupo, affondando le radici nella terra rossiccia.

Era necessario attraversare il crepaccio per arrivare alla vecchia miniera dove prendere il carbone, ma il cavaliere, a dirla tutta, non ne aveva poi troppa voglia. Non vedeva neanche un ponte completo: ce n'era uno, ma non si potevano poggiare i piedi da nessuna parte.
«Ecco l'ultima domanda: come si fa a passare dall'altro lato?» Chiese lentamente la vecchia.
Il cavaliere, che ormai aveva anche il braccio e la spalla gonfi e il resto del corpo debole come quello di un gattino, stava per rispondere al solito suo quando si fermò.
Non aveva forse subito abbastanza danni? Valeva davvero la pena di cadere in un burrone pieno di cose appuntita per fingere di sapere di cosa stessero parlando?
Così, per la prima volta da anni, il cavaliere esitò... e dopo un po' chiese:
«Tu sai già come si passa in maniera sicura?».
La vecchia sorrise: «Sì».
 
Il primo istinto del cavaliere era quello di urlare che comunque lui lo sapeva meglio di lei, ma non era vero ed era una cosa terribilmente sciocca da fare, così invece disse:
«Non so come si passa, sono debole, stanco, e non ce la faccio da solo. Puoi accompagnarmi?».
 
La vecchia prese le briglie del cavallo su cui si reggeva ormai a malapena il Cavalier Sotuttoio e in un attimo si ritrovarono a camminare sull'aria sopra il crepaccio, sospesi nel vuoto!
In realtà il cavaliere scoprì che il ponte che aveva visto prima non era incompleto, ma solo parzialmente fatto di un cristallo di rocca tanto puro e trasparente da lasciare vedere attraverso di esso tutto il crepaccio, ma era perfettamente sicuro da attraversare.
 
I due recuperarono il carbone e tornarono da Mora, che così poté guarire il cavaliere.
«Appena in tempo, eri in fin di vita» Rivelò la giovane strega
«Ma non sono ancora fuori pericolo: ancora non so come sciogliere la maredizione» osservò il cavaliere, preoccupato
«Io sì»
«Puoi dirmelo?»
«Anche se sono solo una strega e una ragazzina?»
«Tu sei la persona che mi ha salvato la vita. Io di te mi fido, e mi spiace di aver dubitato prima. Cosa posso fare?».
Mora era soddisfatta, e rispose:
«Dovrai toccare di nuovo il pesce benedetto, ma stavolta con l'intenzione di accarezzarlo e scusarti, non di aggredirlo. Ho con me un unguento che potrà consentirti di toccarlo, perché, da sole, le creature maredette non possono più toccare l'acqua salata»
«Aiutami, te ne prego».
Il cavaliere seguì le indicazioni che gli vennero impartite e con suo stupore il petto e le spalle si sgonfiarono, poi il braccio ed infine anche la mano.
Era ancora troppo orgoglioso per chiedere scusa ad alta voce, ci sarebbe voluto ancora del tempo perché lasciasse del tutto le brutte abitudini alle proprie spalle, però nella propria mente pensò:
 
"Scusa, pesciolino. Senza neppure avere fame stavo per ucciderti per fare bella figura, ma d'ora in poi non voglio più farmi dominare dal mio orgoglio, parola del cavalier Rodomonte!".
 
Questo era infatti il vero nome del nostro Cavalier Sotuttoio Nonècosì, il nome che gli era stato negato e sostituito con un nomignolo dal popolo a causa del suo comportamento odioso.
L'anziana ed il cavaliere si fermarono ancora qualche ora in casa della giovane, per dare tempo al cavalier Rodomonte di riprendere le forze prima di incamminarsi, poi ringraziarono dell'ospitalità, la vecchia si caricò la giara col pesce benedetto sulle spalle ed i due salirono sulle rispettive cavalcature per fare ritorno al palazzo reale.
Quando il Re e la Principessa acconsentirono a riceverli, la vecchia si raccomandò:
«Rimani un po' in disparte finché non te lo chiedo, e quando ti chiamerò puoi raggiungermi».
Il cavaliere disse che aveva capito, così l'anziana avanzò al cospetto delle loro maestà, parlando con voce ferma.
«Maestà, ho messo alla prova questo cavaliere»
«Di che, e-e-etcì, prova si è trattata?» Chiese la Principessa Starnutina, incuriosita
«Gli ho fatto tre domande, così che lui potesse darmi la risposta che riteneva giusta e darmi prova delle sue parole»
«Ed ha risposto correttamente?» volle sapere il Re, passandosi le mani sui baffi con aria pensierosa
«Niente affatto, Vostra Maestà. Le prime due domande le ha sbagliate, all'ultima non ha risposto proprio».
Il cavalier Rodomonte sentì allo stesso tempo lo stomaco che gli sprofondava e la faccia che si riscaldava come un caminetto acceso, tante erano la rabbia e l'imbarazzo che provava. Il suo primo impulso fu quello vecchio e collaudato di adirarsi e urlare, insultare la sua compagna di viaggio e dire che non era così, che sapeva tutto lui e non sapeva niente lei.
Eppure si trattenne.
Era stato onesto quando aveva promesso a se stesso che avrebbe provato a non farsi più dominare dal proprio orgoglio, perciò con grande sforzo ricacciò indietro le brutte vecchie abitudini.
 
Ci fu un attimo di silenzio mentre il Re meditava sulle parole che gli erano appena state dette, ma la vecchia non aveva finito di parlare.
«E quella risposta mancante lo ha salvato, Maestà, perché ha dimostrato di avere finalmente mosso un primo passo sul sentiero giusto» Proseguì, ed il cavaliere si sentì rinascere «Vi prego di non punirlo, anche perché, in fede, vi dico che non sareste in grado di fargli tanto male quanto se è fatto da solo oggi senza ucciderlo. Piuttosto, se vi garba, pigliatelo al vostro servizio»
«E perché me lo dovrei pigliare?»
«Perché all'inizio della strada che lui sta percorrendo c'è il Cavalier Sotuttoio, e con quel primo passo, che poi è quella prima risposta che non ha dato, sta finalmente iniziando ad allontanarsi da quel cattivo cavaliere. Se farà altri passi se lo lascerà alle spalle, ma tutti, quando dobbiamo scappare dai nostri cattivi cavalieri, possiamo avere all'inizio gambe deboli che ci rendono difficile proseguire il cammino».
La vecchia tese una mano verso Rodomonte, invitandolo a chiudere la distanza tra loro ed affiancarsi a lui, e lui obbedì.
«Questo stupido deve rimediare a tutto il male che ha fatto, non causando più guai e facendo, per una volta, quello che si suppone faccia un buon cavaliere: usare le proprie capacità per aiutare gli altri. Voi, Maestà, potete dargli questa possibilità. Per ogni volta che riuscirà a non comportarsi da Cavalier Sotuttoio Nonècosì, le sue gambe saranno un po' più robuste e lo porteranno sempre più lontano dall'essere quel furfante. Se lo volete, pigliatevelo, Maestà, ma in una posizione che gli si confaccia, non tra le guardie scelte: ci sono persone che si sono comportate bene tutta la vita e meritano quei posti molto più di lui»
«Tu parli bene, nonna» disse la Principessa tra uno starnuto e l'altro, chiamandola con un nomignolo affettuoso «Ma vorrei sentire anche cosa ne dice il nostro cavaliere. Saresti felice di essere preso al servizio del regno e di aiutare la brava gente, anche se dovessi fare da scudiero ad altri cavalieri?».
Il cavalier Rodomonte avrebbe preferito essere già capo delle guardie, ma con sua sorpresa sentì anche qualcosa di diverso nel proprio cuore, un calore diverso da quello della rabbia. Il fatto stesso che qualcuno avesse teso la mano per aiutarlo, che gli avesse dato una seconda possibilità anche se aveva visto bene tutti i suoi difetti, lo riempì di speranza e con grande risoluzione disse:
«Di più non posso chiedere, Principessa. Io sono Rodomonte, addestrato a cavalcare e tirare di spada e queste capacità io le metterò al servizio della brava gente, e se il mio impegno può portare qualcosa di buono ed un giorno rendermi degno di perdono e considerazione, così sia. Mi rimetto nella bontà delle vostre mani e nel lavoro delle mie».
 
I reali ascoltarono ed iniziarono a parlare tra di loro.
«Buona fortuna, Rodomonte» Disse la vecchia «Io riparto»
«Oh. Di già?»
«Guarda che siamo stati assieme tutto il giorno»
«E questo è anche vero, ma... non c'è altro che devi dirmi?»
«Cosa vuoi che ti dica? Addio?»
«Pensavo... ti sembrerà sciocco, ma mi ero fatto quest'idea che siccome sei una vecchina che mi ha salvato, tu fossi segretamente una fata buona e che me lo avresti rivelato prima di andartene».
La vecchia scoppiò a ridere.
«La fantasia ce l'hai» Disse, prendendolo in giro bonariamente «No, no, non sono una fata. Sono una vecchina vera»
«Ah»
«Non c'era bisogno che io fossi una fata» la vecchia sorrise «La gente è capacissima di cambiare il proprio destino senza avere le orecchie a punta, sai? Anche tu puoi farai la differenza. Ne hai fatta pure troppa finora»
«Hmm»
«Ci salutiamo qui allora. Sei stato bravo, alla fine, anche se ti ci è voluto quasi di morire. Tanti altri sarebbero andati incontro alla fine per orgoglio oggi, o non avrebbero ammesso di non avere le risposte e fatto finta di nulla, così sarebbero rimasti persone terribili: chi lo sceglie può cambiare, così come hai fatto tu e così come ho fatto io»
«Come hai fatto tu? Che intendi?»
«Ci sono ogni sorta di cattivi cavalieri là fuori, che tendono la spada e ci fanno loro prigionieri. Ognuno di noi potrebbe avere il suo e ce ne sono di tutti i tipi: brutte abitudini che ci controllano. Tu sei diventato Cavalier Sotuttoio, ma se hai paura di non riuscire a fare niente diventi com'ero io, quando ero ragazzina, che ero Cavalier NonCeLaFaccio, convinta che tutto il mondo lo dovessero vivere gli altri e di non essere abbastanza forte o brava per fare una cosa qualunque.
Ma un giorno mi sono stufata di essere quella persona e un passo alla volta, partendo con le gambe deboli, sono diventata una vecchina che può cambiare il destino di un cavaliere, un re ed una principessa, che ci si aspetta diventi fata da un momento all'altro. E tutto solo per passare un pomeriggio divertente».
La vecchia rise di nuovo e i due si salutarono per l'ultima volta; Rodomonte la guardò allontanarsi.
 
Dopo poco i reali comunicarono al Cavaliere che, a patto che si comportasse bene, se lo sarebbero preso al loro servizio.
Da lì Rodomonte si impegnò davvero, e sbagliò tante volte, ed a volte si sentiva tornare Sotuttoio e doveva rammentarsi che si era ripromesso di non lasciarsi più dominare dall'orgoglio, ma tutto il bene che fece superò di gran lunga i piccoli errori in cui inciampò lungo il suo cammino.
Tanto si impegnò che, quando la Principessa salì al trono, lui la accompagnò come guardia reale, con la divisa ed il pennacchio, ed il nome di "Cavalier Sotuttoio Nonècosì" nessuno lo aveva più sentito pronunciare da anni.

Larga la foglia
Stretta la via
Dite la vostra che ho detto la mia!

mercoledì 6 dicembre 2023

La Principessa Starnutina

C'era una volta una giovane principessa che aveva un nome bello ed elegante, ma era da tutti conosciuta come la Principessa Starnutina a causa di un suo certo problema: era sempre afflitta da una pioggia di starnuti, tanti che la gente poteva trovarla anche solo sentendo il suono dei suoi etcí etcí.
«Starnutina, sei nella tua stanza?» Chiedeva il Re.
E da dentro Etcí.
«Ah, allora sei lì».

Etcí nei corridoi, Etcí nella sala da pranzo, Etcí pure in bagno e durante le passeggiate nella meraviglia del suo giardino.
Il Re, che la amava moltissimo, si dispiaceva nel vederla ridotta sempre in questo stato, con la povera Principessa che dal grande starnutire aveva sempre mal di testa, gli occhi che piangevano e non riusciva a finire una frase che subito uno starnutone la interrompeva.
«Papà» Disse un giorno Starnutina «Vorrei provare ad allontanarmi dal castello, che» e qui la poverina fu interrotta da un sonoro etcí! «Sniff, sniff, che ogni volta che sono nei giardini mi pare, etcí!, di soffrire un po' meno del mio male. Forse, se cambiassi aria un pochetto... etcí!».
La Principessa fece segno al Re di continuare lui, che lei si era stancata di fare un lungo discorso e interrompersi sempre; per fortuna il Re aveva capito e dispose di mandare la figliola in campagna per tre giorni, nella speranza che l'intuizione di lei fosse felice. La Regina si oppose, obiettando che non era il caso di fare allontanare una ragazza così cagionevole, ma il viaggio infine si organizzò, e il Re mandò con la ragazza una servitrice fidata, che era come una zia per la principessa e le avrebbe fatto compagnia.

Ci voleva mezza giornata di viaggio per arrivare in campagna, e la servitrice notò che la Principessa non era poi così Starnutina durante il cammino: piuttosto che un'allergia pesante, di quelle che fanno piangere gli occhi e starnutire a profusione, sembrava avere solo un raffreddorino, ed anche la principessa se ne rallegrò.
I giorni in campagna furono meravigliosi per la nostra Principessa: si alzava col canto del gallo e faceva colazione con la servitrice (che lei chiamava sempre "Zia"), poi esplorava i campi e il boschetto vicino e bastava la vista di un grillo, dell'erba illuminata dal sole, di un paio di cornacchie in volo, per renderla felice come una bimba. Per pranzo mangiava fuori sull'erba e preparava dei piatti semplici (ma squisiti, perché la nostra Starnutina sempre principessa era), e stava fuori finché non arrivava la sera e tornava a fare compagnia alla cara Zia.
Era sempre rispettosa del bosco, e mai si era divertita tanto! Pareva che fosse cresciuta sotto un pino invece che dentro una culla sfarzosa.
Il secondo giorno vide un grosso serpente nero che prendeva il sole su un sasso, tutto srotolato e rilassato come chi non ha un pensiero al mondo, che pareva un gioiello per come brillava alla luce del giorno.

Alla Principessa parve così bello e placido che avrebbe avuto dispiacere a disturbarlo, perciò augurò:
«Tante belle cose, compare milordo», e in punta di piedi lo aggirò e continuò la sua passeggiata.
«E belle altrettante te ne vengano, principessa» Le parve di udire, ma era una voce così sottile e gentile, e poi lei era tutta sola, che si persuase di averla solo immaginata. Piuttosto, l'essere riuscita a non disturbare il serpente le fece realizzare che era stata silenziosa: da quando era arrivata, i suoi brutti starnuti erano spariti del tutto!
Tutta eccitata della scoperta (se n'era accorta anche prima, ma il primo giorno non aveva sperato osare che gli starnuti che l'avevano perseguitata sin dalla sua prima adolescenza fossero davvero spariti per sempre), tornò a casa per festeggiare con la sua accompagnatrice.
«Zia!» Esclamò «Mi sento quasi che quel caro serpente debba festeggiare con noi. Cosa posso lasciargli?»
«Ho sentito dire» Disse la servitrice «Che i serpenti vanno matti per il latte»
«Non mangiano animaletti? Davvero gli piace il latte?» Ripeté la principessa dubbiosa
«Così ho sempre sentito dire. Dicono che ne siano così ghiotti che entrino anche nelle stalle per bere il latte direttamente dalle bestie che lo producono».

La principessa non era convintissima, ma si fidò della cara zia e si procurò una scodellina del miglior latte di capra che trovò, lo scaldò un poco (che ai serpenti piacciono le prede calde) e andò a portarlo alla roccia a cui aveva visto il serpente. Quello non c'era per il momento, ma la principessa lo lasciò comunque lì.
«Buon pro vi faccia» Disse, e se ne tornò a casa sua.
I serpenti di latte non ne bevono in realtà, ma, nonostante l'errore della servitrice, la generosità della principessa non andò comunque sprecata perché il serpente nero non era un animale comune, ma un membro di quel popolo magico che noi umani a volte chiamiamo fate. S'era fatto rettile perché, a parer suo, non c'era nessuna forma in cui fosse più bello farsi riscaldare la pelle dal sole che da serpente; se aveva apprezzato che la principessa non lo avesse disturbato durante il suo bagno di sole, in quanto fata e non serpente gradì ancora di più quell'offerta di latte, che condivise con le altre fate sue sorelle che vivevano nel bosco con lui.
Mentre sorseggiavano ognuna un po' di latte dentro certi graziosi bicchierini decorati, chiacchieravano tra loro, e le fate decisero infine di fare a loro volta qualcosa per la principessa gentile.
Nel frattempo erano finiti i tre giorni di viaggio e la Principessa non-tanto-Starnutina se n'era tornata al castello insieme alla servitrice.
Lei riabbracciò prima il padre e poi la madre, tutta felice di essere guarita, ma non appena ebbe finito di abbracciare la Regina ebbe solo il tempo di dire:
«Papà Maestà, finalmente ho smesso di...!» e subito uno starnuto troncò la sua frase a metà.
La principessa era sbalordita e frustrata, ma ancora più era disperata la corte: un giorno la principessa avrebbe ereditato il regno, ma come si può avere una regina che è allergica al castello?

«Maestà» Disse uno dei consiglieri del re, aggiustandosi gli occhiali «Il Nano Muto forse potrà dirci la ragione del male della principessa».
Infatti proprio in quei giorni stava arrivando in città un artista molto particolare, un nano che era in grado di raccontare storie bellissime senza dire mai una parola grazie all'ausilio di un teatrino che aveva costruito tutto lui, solo con la carta, e di un misero lume. Si diceva anche che fosse un grande saggio, e che le storie narrate dai suoi pupazzi di carta fossero in grado di rivelare grandi verità a chi assistesse a questi spettacoli.
Il nano fu mandato a chiamare per esibirsi a corte, sotto la promessa di una lauta ricompensa, e in soli due giorni (in cui la povera Principessa Starnutina era stata tormentata peggio di prima dal suo solito problema) era pronto ad imbastire il suo spettacolo per i reali.
Anche stavolta il nano non disse una parola, ma aprì il suo teatrino di carta pieghevole, che da chiuso pareva proprio un libro, ed iniziò a muovere i cavalieri e le amazzoni di carta, gli animaletti e i draghi bianchi, ognuno così bello che sarebbero stati un piacere da guardare anche senza storia alcuna, e il lume proiettava le loro figure grandi sulla parete per permettere di vedere la storia anche alle persone distanti.

Il Re e la Principessa guardavano con uguale entusiasmo la storia, sorridendo felici, bisbigliando ogni tanto e inspirando rumorosamente ai colpi di scena, ma la Regina ad ogni secondo si rabbuiava di più.
Alla fine si alzò dal trono e sbottò:
«Tutte falsità, non è vero! Come osi accusarmi di fronte alla mia Corte? Continua così e vedrai se non ti farò impiccare!».
Il nano non rispose nulla, fermando le sue umili marionette di carta.
Lui raccontava solo attraverso le proiezioni, e in assenza di parola, era facile che ognuno vedesse dunque una storia diversa: così come i pupazzi proiettavano le ombre sul muro, gli spettatori proiettavano una storia sui pupazzi e ci vedevano dei dettagli diversi.

Il Re e la Principessa Starnutina, che erano buoni e gentili, vedevano una storia che li interessava e sapeva anche farli ridere, mentre la Regina si era tradita nel vedere le proprie malefatte in quella carta e le sue ombre e si era così sentita accusata dal nano.
«Come ti permetti! Io non farei mai niente del genere alla principessa! E poi com'è che lo sapresti tu, dove sono le tue prove?».
Conoscendo la madre ed insospettita da queste parole, la Principessa Starnutina chiese subito alla servitù di controllare le stanze della regina, e la sua fedele Zia le portò una strana boccetta rinvenuta tra i profumi: una polverina inodore fine fine fine, giallo pallido, apparentemente innocua, ma bastava aprire la boccetta in cui stava e... Subito anche la povera servitrice iniziò a starnutire!
A quel punto era chiaro che qualcosa di losco era avvenuto, e dopo molte pressioni, la Regina confessò: erano anni che somministrava quella polvere, che veniva creata macinando i semi essiccati del Fior Pizzicore, alla principessa, mettendola sul suo pettine, sulle sue posate, sul suo cuscino, sui suoi abiti, persino spargendola sulle proprie mani per farla stare male quando la abbracciava, come aveva fatto al suo ritorno qualche giorno prima.
La Regina e il Re ne erano immuni, perché la Regina, che nella vita non aveva niente da fare, aveva cosparso dell'olio essenziale del Fior Pizzicore il pettine che Sua Maestà usava per i baffi e lo aveva impastato nel proprio rossetto, così che quell'aroma, l'unico capace di farlo, neutralizzasse gli effetti della polvere ricavata dai semi.
La Regina sperava che così solo la figlia sembrasse fragile e che, vedendo la Principessa cagionevole, il Re non avrebbe abdicato in suo favore e lei avrebbe potuto tenere il suo potere di regina un po' più a lungo, e ancora insisteva che la principessa fosse comunque troppo debole per quel ruolo.

Ecco da dove veniva il male della Principessa!
Il mistero era finalmente svelato.
Nonostante il Re fosse triste di questo, perché le aveva voluto molto bene, la Regina fu punita aspramente: tutti i suoi gioielli e i suoi beni preziosi furono dati in ricompensa al Nano Muto, compresa la corona reale, e da quel momento ella non fu più Regina.
Una volta che la Principessa era guarita e poteva benissimo dedicarsi ai doveri a cui si preparava da tutta la vita, il Re abdicò quel giorno stesso in favore della figlia, e poté godersi il resto dei suoi giorni in pace, senza regine cattive che mettevano cose strane sul suo pettinino per baffi e senza più la responsabilità della corona.
Quanto alla Principessa Starnutina, lei prese volentieri il posto del padre e negli anni a venire starnutí solo qualche volta, e regnò con grande intelligenza e bontà; in più, ora che non era più né Principessa né Starnutina la gente prese a chiamarla col suo vero nome: Regina Aureliana.
Ma c'è da rivelarvi un'altra cosa: il giorno in cui Aureliana aveva scoperto la verità, prima che il Nano se ne andasse carico e contento dei gioielli della madre, questi era andato a parlare alla principessa, e a gesti le aveva fatto capire che gli era stato proprio chiesto di venire qui da qualcuno.
«Di chi si tratta, caro mio? Chiunque sia stato è ora un grande amico per me, poiché ha fatto la mia fortuna».
Il Nano a questo punto sorrise sotto la barbona e con un gesto sinuoso del braccio imitò un serpente.
Poi rise senza voce, prese il suo teatrino e se ne andò, e dicono che ancora oggi non si sia fermato e si possa avere la fortuna di incontrarlo... Ogni volta che immaginiamo una grande storia guardando della semplice carta.

Larga la foglia,
Stretta la via,
Dite la vostra che ho detto la mia!

mercoledì 10 maggio 2017

L'Uomo dagli Occhi Dorati

Stavo (ri)leggendo Inheritance, l'ultimo libro della saga del Ciclo dell'Eredità quando l'occhio mi è caduto su una delle frasi il cui suono ha sempre provocato in me una grande fascinazione:
A El-Harim viveva un uomo, un uomo dagli occhi dorati
«Attento ai sussurri» mi disse «Perché sono inganni velati»
Questo è l'inizio di una filastrocca che uno dei personaggi (Nasuada) dice in un momento molto particolare (ma non voglio spoilerare niente), ma questo strano personaggio, l'uomo dagli occhi dorati, non viene più menzionato. Chi sarà mai stato, questo strano personaggio? Qual'è la sua storia, di quali inganni sta parlando?
E così improvviso colpo di ispirazione mi ha spinta a scrivere questa breve storia, una fiaba intitolata...

L'Uomo dagli Occhi Dorati



C'era un uomo dagli occhi dorati, nome non aveva, la sua casa era il deserto. Viveva fra le dune, sferzato dal vento, e aveva la pelle come ebano, come cuoio, scura e splendente come la più preziosa gemma, e gli occhi erano due pozzi profondi illuminati dalla luce di stelle gialle che venivano da dentro la sua anima.
L'uomo dagli occhi dorati camminava da solo, a testa alta, e conosceva le oasi e le piante, ogni rigagnolo d'acqua che correva come un'agile lepre sotto le dune, perciò non temeva la fame e non temeva la sete. Le lucertole dal passo buffo, che poggiavano in terra solo due piedi alla volta, erano la sua compagnia ed egli ne aveva una nel taschino della sua giacca, una lucertola che prendeva pezzi di frutta selvaggia e di cavallette dalle punte delle sue dita e lo faceva ridere salendo con il suo passo buffo in cima alle dune quando era lasciata libera di camminare.
L'uomo dagli occhi dorati non temeva neppure le tempeste di sabbia, poiché sapeva quando esse si sarebbero abbattute sulla sua terra e sapeva dove nascondersi.
Un giorno, mentre camminava con il suo zaino sulle spalle, l'uomo dagli occhi dorati incontrò una donna sola, seduta sulla groppa di un maestoso cammello bianco come la neve. Ella era tutta avvolta in abiti azzurri, con il volto abbronzato incorniciato da un cappuccio candido e gioielli d'oro che scintillavano alle dita.
L'uomo le si avvicinò e le chiese
«Cosa fai, qui da sola nel deserto?»
«Ho perso la mia via» rispose la donna «La mia gente si è smarrita nella grande tempesta di sabbia e non so più se siano vivi o morti»
«Ti aiuterò io» si offrì l'uomo dagli occhi dorati
«Chi sei?».
Lui dischiuse le labbra, ma non disse nulla. Come poteva, in poche parole, dire chi era? Non aveva un nome, lui, né una famiglia o una tribù, non aveva neppure un cammello e non apparteneva a nessun altro che al deserto stesso.
«Allora, qual'è il tuo nome?» Lo incalzò la donna
«Non ne ho uno. Sono solo un uomo che cammina nel deserto»
«Allora cammineremo insieme finché non troverò la mia gente. Il mio nome è Jidji»
«Molto piacere, Jidji».
I due si misero in cammino, uno a piedi e l'altra sulla groppa del suo cammello. L'uomo dagli occhi dorati iniziò a cantare

“Sussurra la sabbia come il serpente
Nella sua tana si cela l'inganno
Non è il suo morso che devi temere

Ma il buio freddo della lunga notte
Corre e rincorre sé stesso il vento
Non un momento si ferma per te

Pensi che taccia forse un minuto
Invece è altrove, non soffia per te

Poi con la luna esplodono le stelle

Squarci nel cielo di bianco e di blu
Morsi di fame e brividi a pelle

come locuste sciamiamo nell'oasi”
 

Camminarono a lungo sulle dune roventi finché in lontananza non videro un uomo alto e magro, tutto avvolto in abiti brillanti che il venticello faceva muovere come fiamme vive. La sua voce arrivò alle orecchie della donna, portata dal vento, sussurrando
«Jidji, Jidji, vieni, conosco tua madre! Jidji, Jidji, vieni, conosco tuo padre».
La donna spronò il cammello per raggiungere la misteriosa figura, ma l'uomo dagli occhi dorati afferrò le redini del suo cammello e tirò forte, fermando l'animale.
«Non andare. Nel deserto, i sussurri sono inganni velati».
a donna alzò allora lo sguardo di nuovo verso il misterioso uomo brillante e una gran paura la colse, poiché lo vide per quello che era: un demone djinn che la chiamava, con la mano artigliata tesa verso di lei, la voce suadente e bassa che ripeteva quelle parole come una tiritera, una filastrocca per bambini. Il caldo faceva tremolare la sua figura alta, ma egli non si muoveva di un solo passo, per nulla intenzionato ad inseguirli.
Jidji e l'uomo dagli occhi dorati proseguirono allora il loro cammino e, quando fu notte, giunsero in un'oasi.
Le fronde delle palme li riparavano dal caldo, fra le loro radici saziarono la loro arsura, dei loro frutti si nutrirono per placare la propria fame. Fu allora che Jidji udì ancora la voce del djinn che la chiamava, suadente ed insistente, e tuttavia questa volta ebbe la forza per ignorarla.
Il demone li guardava da lontano, in piedi fra le dune, con gli occhi che rilucevano rossi come braci incandescenti. La sua voce era ora il ronzio di mille zanzare, la sua gola una grotta profonda e secca.
L'uomo dagli occhi dorati posò una mano sulla spalla di Jidji e le sussurrò in un orecchio «Attenta alle voci che chiamano nel deserto, esse parlano di una gloria che non verrà, annunciano di fortune che diverranno rovine, ignoralo e vieni a dormire».
Allora ella si sdraiò accanto all'uomo dagli occhi dorati e in poco tempo prese sonno.
L'indomani, quando il sole sorse, il grido di un avvoltoio li svegliò. Jidji scattò in piedi, spaventata, e vide un gruppo di enormi uccelli scuri scendere dal cielo. Seguì con gli occhi il loro volo, poi camminò fino al bordo della dell'oasi e vide che gli avvoltoi stavano banchettando sul corpo riverso del Djinn.
Quando l'uomo dagli occhi dorati la raggiunse, ella chiese
«Come pensi che sia morto?»
«Le bugie e gli inganni velati appassiscono e muoiono» rispose l'uomo dagli occhi dorati, con un sorriso «Quando nessuno presta loro orecchio e nessuno li sparge».
Allora la donna capì come i demoni e gli dei si nutrissero della voce e della paura e di come solo ciò che gli uomini desideravano poteva continuare ad esistere. Quelle creature che vagavano di notte sotto le stelle, o sotto il cielo cupo e nero come un mantello, erano reali, erano pericolose, ma nascevano dalla mente degli uomini e solo la mente poteva sconfiggerli.

L'uomo con gli occhi dorati si sedette sotto ad una palma, la lucertola che gli era salita sul turbante bianco, e iniziò a suonare uno zufolo ricavato da una canna, muovendo le dita agilmente sui buchi per comporre una canzone che il mondo non aveva mai udito prima, che si accompagnava al canto degli uccelli e al funebre gracchiare degli avvoltoi.
Jidji andò accanto a lui e cantò con voce soave.
Suonarono e cantarono per ore, finché una carovana non apparve all'orizzonte.
«È la carovana di mio padre!» Gridò Jidji, premendosi le mani sul cuore.
I cammelli avanzavano con passo sicuro verso l'oasi, le labbra che già ruminavano invisibile erba, gli stomaci anelanti la fresca acqua.
La ragazza balzò in groppa al suo cammello bianco e corse verso la carovana: fu lì che ritrovò suo padre e sua madre, i suoi fratelli e i suoi cugini.

Quando tutti si furono fermati nell'oasi e stavano caricando le provviste d'acqua, Jidji volle presentare ai suoi genitori l'uomo dagli occhi dorati e chiedere loro se poteva sposarlo, ma lui era sparito, silenzioso come sempre quando camminava sulle dune dorate.
Allora la giovane iniziò a raccontare loro la storia dello spirito buono del deserto, l'uomo dagli occhi dorati che l'aveva salvata, e nessuno ebbe motivo di non crederle.
La storia fu narrata e passò di carovana in carovana, di bocca in bocca, e fu narrata ai bambini e ad uomini stanziali di villaggi lontani.
Un giorno di molti anni dopo, Jidji stava viaggiando nel deserto con il suo sposo e il suo bambino, quando vide qualcuno camminare su una duna come se volasse, silenzioso quanto lo erano le ali del bianco barbagianni, e lo riconobbe subito per la lucertola che usciva dal suo taschino.
«Vedete quello?» Disse, indicando l'uomo a suo marito e al suo bambino «È lui quello, l'uomo dagli occhi dorati del deserto!»
«Di certo somiglia molto a quello spirito buono» rispose il marito, divertito «Sarà meglio offrirgli qualcosa perché ci porti bene e ci aiuti ad attraversare il deserto».
Jidji ne fu sorpresa: perché mai suo marito parlava in quel modo di un altro uomo mortale? Poi capì: la leggenda si era sparsa tanto che il modo in cui suo marito conosceva la storia non era lo stesso che lei aveva vissuto e forse lui nemmeno sapeva che era lei quella Jidji che aveva incontrato per prima l'uomo dagli occhi dorati.
Lei lo salutò allora muovendo la mano e lui rispose, poi si avvicinò abbastanza perché lei potesse vedere il suo sorriso bianco, splendente nel riverbero luminoso della sabbia.
«Sei tu» Gli disse «L'uomo che camminava nel deserto, che mi aiutò a ritrovare i miei genitori»
«Si» rispose lui, sereno «Molti anni sono passati, ma tu ricordi ancora quel giorno»
«Come potrei mai dimenticarlo? Oh, guarda, questi sono mio figlio e mio marito».
Il marito guardò male l'uomo dagli occhi dorati, lo salutò distaccatamente, ma non disse null'altro chiedendosi chi fosse quell'uomo che conosceva sua moglie.
Jidji allora chiese
«Ancora non hai un nome?»
«Forse ne ho uno» rispose quello «Ma ci vorrà ancora qualche tempo per sapere se è il mio»
«Qual'è questo nome?»
«Uomo dagli Occhi Dorati» rispose quello «È così che mi chiamano i viaggiatori dispersi, quelli che io aiuto a ritrovare la via. Mi fanno compagnia ed è bello. Non so come ciò accade, ma da quando ti aiutai a ritrovare i tuoi genitori, quel giorno di molti anni fa, sempre più spesso mi accade di trovare per caso viaggiatori smarriti, come se fosse il mio destino quello di aiutarli. E loro conoscono un nome che io non avevo mai udito, Uomo dagli Occhi Dorati, e a me piace».
Il marito spalancò gli occhi
«Sei tu?» Domandò «Sei tu quel genio del deserto?»
«Genio non so» rispose l'altro, stringendosi nelle spalle «Ma sento che è ora di andare».
L'Uomo dagli Occhi Dorati fece per andarsene, ma poi tornò indietro sui suoi passi, estrasse dalle pieghe del vestito il suo vecchio zufolo e lo posò in mano alla donna.
«Grazie, Jidji» Le disse
«E di cosa?» chiese lei, sorpresa
«Quel giorno che ti perdesti, mi donasti un nome».
Il vento soffiò, facendo turbinare i granelli come pulviscolo dorato nell'aria, ed un solo istante dopo L'Uomo dagli Occhi Dorati era sparito. Jidji e la sua famiglia continuarono il viaggio, lei si fece rotolare fra le dita il flauto.
Se le parole potevano far vivere i demoni del deserto, forse, potevano anche creare qualcosa di buono. Potevano creare una leggenda.
Alzò lo sguardo, mentre la linea dell'orizzonte ondeggiava, e sentì il deserto penetrarle nell'anima. Il cielo era di un azzurro così sfavillante da sembrare tutto illuminato, come una gigantesca lanterna. Il silenzio del deserto era il teatro per la magia, la sua immensità la culla delle leggende.
Lei ne aveva conosciuta una, ma nessuno può diventare leggenda senza le voci di migliaia di persone. Non c'è un dio senza adoratori, non c'è un demone senza vittime.
E il deserto è un luogo senza tempo, perciò sarebbe stato per sempre. Per sempre sarebbe vissuto un uomo dagli occhi dorati che nome non aveva, la cui casa era il deserto. Vive ancora fra le dune, sferzato dal vento, e ha la pelle come ebano, come cuoio, scura e splendente come la più preziosa gemma, e gli occhi sono due pozzi profondi illuminati dalla luce di stelle gialle che vengono da dentro la sua anima. 

Puoi vederlo, da lontano, camminare come un equilibrista sulla cima delle dune, silenzioso come le ali candide del barbagianni, e se avrai bisogno di lui, lui ti aiuterà.

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