martedì 28 agosto 2018

Sunset 62 - Il mistero della scomparsa di Alice




Non ero pronta.
Lo capii quando trovai la porta dell'imponente casa signorile aperta e per entrare mi bastò spingerla e fare qualche passetto timido dentro. Mi metteva a disagio che nessuno fosse venuto a controllare: con i loro sensi sviluppati, dovevano avere già avvertito la mia presenza da un po'.
Che non fossero in casa?
Entrai in casa costeggiando le pareti, tenendo una mano poggiata sul muro, guardinga. Scrutai la stanza: era strana. L'ultima volta era stata elegante, e in quel suo modo freddo ed austero, quasi vitale. C'erano stati vasi (che avevo distrutto) ed il grande piano (che avevo distrutto), che però non erano stati ancora rimpiazzati. Ora tutto era svuotato e sbiadito, compresi i quattro vampiri che facevano capannello vicino al divano bianco.
Erano tutti lì, insieme, ma non fu quello che mi paralizzò sul posto per un secondo.
Fu Edward, l'espressione del suo volto.
L'avevo visto infuriato, l'avevo visto arrogante, l'avevo visto persino fare il sofferente. Ma quello... quello superava di gran lunga il solito melodramma che infondeva in tutte le sue espressioni. Sembrava spiritato. Un enorme pupazzone spiritato; non mi guardò nemmeno. Teneva gli occhi bassi, fissi sul divano, con l'espressione di un uomo divorato dalle fiamme. Le mani gli pendevano lungo i fianchi come artigli rigidi.
Insomma, sembrava l'assassino di Scream (non che avessi mai guardato il film e non ci tenevo neanche), scatenando in me un po' voglia di ridere e un po' di uscire di casa a gambe levate.
Non riuscii neppure a rallegrarmi per la sua angoscia. Pensai a cosa avesse potuto ridurlo così e il mio sguardo seguì il suo istintivamente, ma lì non c'era niente. Gli altri vampiri avevano espressioni distrutte a livelli diversi: Esme aveva gli occhi lucidi come se fosse stata sul punto di scoppiare a piangere, Carlisle le teneva una mano poggiata sulla spalla in atteggiamento di profondo dispiacere. Rosalie era l'unica a muoversi: si stava spostando per la stanza come una vespa che ha preso una grossa grassa botta in faccia, cambiando costantemente direzione come se fosse stata molto confusa e ronzando frasi sottovoce, che dalla mia prospettiva erano incomprensibili.
Hm. Dall'ultima volta che li avevo visti erano diventati pure peggio.
L'intera situazione aveva un che di irreale: mi sentii come se fossi in un sogno lucido, ma uno di quei sogni non particolarmente razionali.
Mi schiarii la gola.
Carlisle alzò finalmente lo sguardo verso di me ed abbozzò un sorriso poco convincente. I suoi occhi erano più scuri di come li avessi mai visti, erano di un marrone-ocra che conferiva al suo volto un'apparenza più umana.
«Buongiorno, Belarda» Mi disse, educato
«Buongiorno. La porta era aperta» mi voltai appena per indicare l'uscio con il pollice «Quindi sono entrata da me. Spero vada bene»
«Si, ma non è un buon momento per farci visita, mia cara».
Edward sembrava un po' più presente a sé stesso, ma non reagì quando mi avvicinai al gruppo dei tre, scansando Rosalie che rischiò di finirmi addosso.
«Credevo che... dopo l'ultima volta...» Carlisle mi guardò con i suoi occhi tristi. Non mi feci commuovere. «Credevo che non ti avremmo rivista più, Belarda»
«Lo credevo anche io, Carlisle»
«Cosa è cambiato, cara?».
Socchiusi le palpebre. La mia voce risuonò seria, quasi tagliante, nella stanza. Ne fui felice. «Stiamo per entrare in guerra, dottor Biancolatte. Sono qui solo in virtù di queste circostanze speciali, o non mi avreste più vista neanche con il binocolo. Sarò il vostro tramite con il branco dei Quileute: è bene che rimaniate in contatto, visto che avete un grosso nemico in comune. Porterò i messaggi da una parte all'altra, e vi terrò reciprocamente aggiornati su strategie e situazioni».
Le labbra già bianche di Carlisle quasi sparirono quando le assottigliò l'una contro l'altra.
«Suppongo che sia difficile per te, Belarda. Apprezzo il tuo sacrificio».
Aggrottai le sopracciglia. Carlisle era il vampiro che mi confondeva di più dell'intera famiglia: così umano, così gentile quando voleva esserlo. Era più difficile avercela con lui che con tutti gli altri membri del clan.
Annuii e basta. Lui si passò una mano sul volto come se fosse stato stanco, un gesto del tutto umano; chissà quante volte lo aveva provato prima che gli venisse naturale, per non sembrare un automa intoccabile al lavoro.
«Che sta succedendo, Carlisle?» Chiesi.
Scuro in volto, lui estrasse un foglio di carta ripiegato, stampato fitto a piccoli caratteri neri. Era la pagina di un libro; mi sporsi un po' verso di lui per leggere il testo mentre Carlisle lo apriva per guardare il retro. Il lato del foglio rivolto verso di me riportava il copyright dell'edizione del Mercante di Venezia. Quando Carlisle scosse il foglio per distenderlo, un lieve sentore piacevole di carta vecchia mi giunse alle narici.
Avevo anche io quel libro a casa, insieme ad una sbrindellata raccolta delle opere di Shakespeare in edizioni tascabile. In mia difesa, io avevo strapazzato solo il mio Cime Tempestose: l'aguzzino del resto dei miei libri era sempre stata mia madre, che con le sue manie e mode da seguire, che duravano tutt'al più una settimana, finiva sempre per sballottare i miei libri di qui o di lì per casa perché voleva riarredare in moda shabby chic oppure perché doveva fare spazio ai suoi attrezzi da yoga (che non avrebbe più toccato dopo tre sessioni). Nel tempo avevano accumulato orecchiette, taglietti minuscoli sul fondo delle pagine, piccoli danni.
Era un paradiso stare a casa con Carlo.
«Se sei il nostro tramite, suppongo sia giusto dirtelo» Sussurrò Carlisle, passandomi il foglio con aria mesta «Alice ha deciso di lasciarsi»
«Cosa?».
Rosalie smise di girare per la stanza e mi venne vicino, facendomi rattrappire appena. Aveva le occhiaie ancora più marcate del solito, come se qualcuno le avesse segnato il viso con del carbone, e sembrava ora più che mai una pazza.
«Jasper, Emmett, Alice» Elencò la vampira, facendomi rizzare i peli sulla nuca. Sembrava a metà tra il miagolio lamentoso di un gatto ed il ruggito di una leonessa.
Deglutii e lessi il messaggio. Non fu difficile: la scrittura di Alice era molto pulita, ma non l'avrei definita elegante, quanto nitida.
Non cercatemi. Non c'è tempo da perdere. Ricordate: Tanya, Siobhan, Amun, Alistair, tutti i nomadi che riuscite a trovare. Jasper, Peter e Charlotte li cercherò lungo la strada. Sono desolata di dovervi lasciare così, senza nemmeno un saluto o una spiegazione, ma era l'unico modo. Con affetto infinito”.
Non c'era bisogno che spiegasse la sua fuga, lo sapevo io perché se l'era filata: paura, paura, fifa blu.
Ci fu una pausa: Carlisle mi lasciò il tempo di leggere, mentre gli altri tre erano scivolati di nuovo nella loro immobilità innaturale. Non mi ero neanche accorta dell'assenza di Alice, non mi ero neppure premurata di cercare la sua piccola figura da folletto nella stanza spoglia.
Scoccai un'occhiata ad Edward. Perché reagiva così? Era davvero la partenza della sorella ad averlo sconvolto così? Stentavo a credere che non fosse stato a conoscenza della decisione di partire di Alice: era lui quello che leggeva nel pensiero, e a meno che Alice fosse riuscita ad allontanarsi senza produrre neanche un pensiero cosciente (e ne dubitavo) lui lo avrebbe saputo. Quindi perché non l'aveva fermata prima? Cos'era tutta questa messinscena?
«Non c'è altro?» Chiesi lentamente, restituendo la pagina a Carlisle.
Il dottore scosse la testa.
«Mi dispiace per voi, dottor Cullen» Dissi. Non ero sicura che mi dispiacesse davvero per tutta la famiglia Cullen, non dopo tutto quello che mi avevano fatto, direttamente o come complici, ma... l'umanità emanata da Carlisle stuzzicava la mia empatia.
«Grazie, Belarda. È una situazione pericolosa questa»
«Al punto da abbandonare una famiglia?» Domandò Rosalie con rabbia. Pestò un piede a terra con forza. Indossava scarpe col tacco e la distrusse, ma non sembrò importarle, anche se adesso aveva un piede più in basso dell'altro.
Edward aveva un'espressione dura che sembrava esprimere una sorta di rabbia arrogante nei tratti irrigiditi del suo viso, o una colica molto fastidiosa. Finalmente mi guardò, ma non mi salutò.
«Non sappiamo cos'ha visto» Disse invece «Alice non è insensibile, o vigliacca. Dispone solo di più informazioni rispetto a noi»
«A proposito di informazioni, tu come facevi a non saperlo? Non leggi nei pensieri della gente?» Chiesi io, grattandomi la testa. Lui si adombrò.
«È stata molto brava ad evitare di pensarci in mia presenza»
«Sul serio? Tutto qui? Caspita come la conosci bene»
«Non è facile per me, Belarda. Potrei aver colto degli indizi, ma...»
«Non ci hai capito una ceppa finché non era troppo tardi» tagliai corto io, annuendo.
Edward annuì, ancora scuro in volto.
«È proprio una sfiga» Dissi «Adesso che avreste dovuto essere una famiglia unita, almeno per poter combattere decentemente. Per fortuna il branco sta mostrando un grande spirito di collaborazione. C'è niente che volete riferirgli?»
«Anche il nostro clan è unito» pigolò Esme, ignorando la mia domanda.
Le sorrisi sarcastica «Intanto nessuno dei Quileute ha abbandonato gli altri. E ci sono dei ragazzini più che minorenni tra quei licantropi»
«Che crepino tutti!» Esclamò Rosalie con furia, facendomi sobbalzare. Carlisle si spostò accanto a lei così veloce da sembrare che si fosse teletrasportato, con le mani sulle spalle come per contenerla.
«Però i legami dei Quileute sono diversi dai nostri. Ognuno di noi è libero di agire secondo la propria volontà» Si intromise Edward
«Perché, i Quileute sono mentalmente controllati?»
«Si, Belarda». Lo guardai, confusa e scettica. Hmm, ora era pure complottista, aiuto. «Comunque c'è qualcosa che puoi dire ai Quileute. Dì loro che dovrebbero dare retta all'avvertimento. Credimi, non è cosa in cui lasciarsi coinvolgere. Sono ancora in tempo ad evitare ciò che Alice ha visto».
Sbuffai «I Quileute non scapperanno mai. E anche se lo facessero, i Volturi li cercherebbero, non è così?» chiesi, rivolta a Rosalie.
La bionda annuì, leccandosi le labbra. «Li troveranno» Mi disse, sfoderano i denti in un sorriso. Come zanne, quelle dei vampiri erano ridicole a vedersi: piccole, poco appuntite, indistinguibili da i canini di un qualunque umano. Quello che le rendeva pericolose era sapere che erano già state adoperate per fare a pezzi animali vivi e berne il sangue, e il fatto che erano grondanti di saliva velenosa, talmente pericolosa che un solo morso avrebbe potuto trasformare un povero umano in uno di loro.
Questi ti potevano rovinare la vita pure spuntandoti nel piatto.
«Li troveranno ovunque andranno. E li faranno a pezzi. E io sarò felice» Continuò Rosalie, aggiustandosi una ciocca di capelli biondissimi dietro un orecchio con un gesto grazioso.
«Non dovrebbero lasciare massacrare la loro famiglia per orgoglio» s'intromise Carlisle, più tranquillo «Rosalie, non dire così, potrebbero non essere stati i Quileute. Ci hanno rispettati e lasciati stare per tutti questi anni»
«Potrebbe essere stato l'orso vampiro, no?» dissi io
«L'orso vampiro» ripeté Rosalie, inespressiva
«Si. Quello per cui stanno venendo i Volturi».
Non lo dissi ad alta voce perché non volevo provocare la bionda psicopatica, ma non potei fare a meno di aggiungere, almeno mentalmente “Quello creato dal vostro fratellino spiritato”. Quello che avevamo bruciato in un cassonetto.
Chissà quanto tempo fa sarei stata fatta a pezzi se solo qualcuno di loro avesse saputo la verità.
Il mio sguardo saettò sul biglietto di Alice e sentii le mie labbra tendersi in una linea sottile. Che spreconi. Invece di scrivere un biglietto su un foglio qualunque aveva dovuto fare a pezzi un libro. Il Mercante di Venezia. Mi sorse il dubbio che ci fosse un altro motivo oltre all'essere spreconi dei Cullen per l'aver usato proprio quel tipo di carta.
«Non la conosci» Disse Edward, intercettando il mio sguardo
«E tu?» sussurrai di rimando.
Carlisle lasciò andare Rosalie – non mi sembrava una bella mossa, ma non protestai – ed andò a posare una mano sulla spalla di Edward. «Abbiamo molto da fare, figliolo. Qualunque cosa Alice abbia deciso, saremmo pazzi a non darle retta. Torniamo a casa e mettiamoci al lavoro».
Edward annuì, il viso ancora irrigidito dal dolore. Alle mie spalle udivo i singhiozzi sommessi di Esme.
Mi sembrava tutto irreale, come se dopo mesi fossi tornata ad una vita in cui non c'erano state creature sovrannaturali, ed avessi ricominciato a sognare. A fare incubi. Era una sensazione irrazionale, soprattutto perché neanche un'ora fa ero stata in una deliziosa casa di licantropi teenager, ma era così che mi sentivo. Sospesa.
«Mi dispiace» Dissi, e scossi la testa «Posso dirvi di sicuro che non è andata verso il bosco dei Quileute, non può essere scesa verso First Beach. Non credo sia abbastanza stupida da dirigersi senza permesso verso il territorio dei licantropi a farsi fare a pezzi, e non credo neppure sia salita verso le montagne, dritta in bocca all'orso vampiro. No, dev'essere fuggita da qualche parte verso qualche grande città. Se mai la doveste cercare, vi consiglio di partire da lì. Port Angeles magari, o addirittura più lontano, fino a Seattle».
«Grazie, Belarda» Fece il dottore riconoscente, spostandosi a consolare blandamente Esme.
«Si prenderà una bella punizione quando la troverete, a scappare di casa così» Scherzai, goffamente
«Alice è libera di fare ciò che vuole. Non le negherei mai questa libertà».
Avevo sempre pensato ai Cullen come a un tutt'uno, un'entità unica ed indivisibile, la cui appendice mobile più odiosa era ovviamente capelli-pazzi. Ma ormai mi era chiaro che era solo il continuo impegno del capo clan a tenere questa famiglia unita, nel modo in cui svolazzava da un membro della famiglia all'altro per sostenerli, da come li teneva sotto controllo. Era l'unico a mantenere una qualunque forma di contegno, evitando che quella famiglia apparentemente unita si sgretolasse, come succedeva a tutti gli altri vampiri.
Era la loro natura: erano nomadi, viaggiavano da soli o in coppia, al massimo in trio. Era ciò che tutti mi avevano confermato, dai vampiri stessi fino a tutte le leggende ed esperienze raccontatemi dai Quileute.
Le uniche eccezioni che conoscessi erano i Cullen e i Volturi, e i Volturi erano un corpo di guardia unito solo dalla caccia al potere e probabilmente da un qualche fanatismo per la legge.
Invece i Cullen erano stati trasformati dal veleno di Carlisle, e sempre da lui plasmati, guidati, tenuti insieme. Sia Jasper che Alice avevano conosciuto una vita al di fuori dei Cullen, ma Carlisle era riuscito ad attirarli a sé e legarli al suo clan fino a quando non avevano rischiato seriamente la vita.
Era riuscito a imporre una dieta innaturale a tutta la sua famiglia, compresi i due membri della famiglia che avevano potuto assaggiare le meraviglie del sangue umano, ad imporgli il controllo dei loro istinti per ottenere un posto stanziale dove stabilirsi, dopo aveva ottenuto un posto che gli avesse consentito accesso virtualmente illimitato a rifornimenti di sangue.
Il buon dottore sembrava avere capacità di manipolazione da pelle d'oca. Avrei fatto bene a non sottovalutarlo, e raccontare quello che ne pensavo a Sam ed Ayita.
«State facendo qualcosa per opporvi ai Volturi? Vi state preparando in qualche maniera?» Chiesi, mordicchiandomi il labbro inferiore
«Io non mi arrenderò senza combattere» ringhiò Rosalie sottovoce, a denti stretti «Alice ci ha detto cosa fare. Facciamolo».
Gli altri annuirono con determinazione e mi resi conto che contavano sull'opportunità che Alice gli aveva offerto, qualunque fosse, con rabbiosa, cieca speranza. Che non avevo ancora capito su cosa si basasse, però.
«Chi sono i nomadi?» Chiesi «Chi sono Charlotte e Amun e quegli altri?»
Carlisle fece un sorriso mesto «Sono tutti nostri amici. Persone che ho conosciuto viaggiando per tutto il mondo, vampiri come noi ma che hanno deciso di... seguire uno stile di vita diverso. Amici che secondo Alice potrebbero aiutarci a combattere, ma non ho intenzione di metterli a repentaglio per un nostro tornaconto personale: non avrebbero alcuna possibilità contro i Volturi, li condanneremmo soltanto ad una più dura punizione insieme a noi. Li conosco»
Rosalie emise un verso di frustrazione «Alice ci ha detto di chiamarli, Carlisle, quindi ci deve essere un motivo! Ci deve essere! Ci deve essere! Devono combattere!»
«Forse» fece Edward, con tono lugubre «Forse non dovrebbero combattere contro i Volturi».
Carlisle lo guardò stupito, Rosalie scettica, Esme continuava a piangere senza riuscire a fare nulla di utile. Lui riprese: «Forse dovrebbero aiutarci soltanto ad eliminare l'orso. Se i Volturi venissero qui e vedessero che abbiamo eliminato noi stessi il problema, potrebbero essere più clementi nel loro giudizio verso di noi, soprattutto grazie all'amicizia che hanno con te, Carlisle»
«Un'amicizia su cui è meglio non appoggiarci troppo, Edward».
Alzai entrambe le mani, poi formai una T angolandole una sopra l'altra «Time-out! Non è una cattiva idea eliminare il mostro prima che mangi qualcuno o rovini l'intero ecosistema della zona, ma avete detto che chi vi aiuta dovrebbe avere... come hai detto, dottore? Uno stile di vita diverso dal vostro?».
Fu Edward a rispondermi, annuendo appena «Si. Non sono... vegetariani come noi. Ma sono comunque dei buoni amici, Belarda...»
«Shh shh, nono, fermo lì. Volete portare sconfiggere questo orso che mangia le persone... con una caterva di persone che potrebbero potenzialmente mangiare più persone dell'orso? Ma come schifo ragionate?».
Carlisle sembrò mortificato, ma Edward si impuntò «Belarda, non dire così. Un vampiro normale non mangia quanto un orso impazzito, e poi ci potrebbero aiutare» si voltò verso Carlisle «E poi, potrebbero tentennare se vedessero che non siamo prede facile, se vedessero che siamo molti, no? Potrebbero rallentare?»
«No, no, questo discorso finisce qui!» sbottai
«Potrebbero vederci come ostili» disse Carlisle «Non è una buona idea portare questi amici e farli vedere ai Volturi»
«Ma è l'unica cosa che ci ha detto di fare Alice!» esclamò rabbiosamente Rosalie «E lei legge nel futuro, dovremmo fidarci!
«Uh» disse sommessamente Esme
«Okay» presi un profondo respiro e battei le mani l'una contro l'altra «Sappiate che i licantropi sono molti di più di prima e si stanno allenando duramente e saranno degli ottimi alleati nella battaglia contro i Volturi. Voi questi deficienti di vampiri girovaghi qui non li portate, o troveremo il modo di farli fuori, e mi sto includendo nel numero perché mi compro apposta il più grosso lanciafiamme che trovo su Internet e vado bruciando vampiri a cavallo di un licantropo, chiaro? Ora, chiarito questo punto, se voleste voi cacciare questo orso fareste pure una buona azione. E se volete guardare nel libro del Mercante del Venezia, sono abbastanza sicura che Alice ci abbia lasciato altri messaggi, se no non avrebbe usato proprio quel foglio per lasciarvi un messaggio. Prego» lasciare cadere un microfono immaginario sul pavimento, feci dietro-front e mi diressi verso la porta.
Non avevo più alcuna voglia di rimanere in quella stanza spoglia. Nessuno mi fermò quando me ne andai; immaginai che fossero tornati a fare le belle statuine nel momento in cui ero uscita dalla casa.
Risalii sul pick-up e mi diedi un attimo per controllare che ora fosse sul cellulare. Non mi era arrivato nessun nuovo messaggio da Mike, e avevo ancora tutto il tempo che volevo per andare a riferire ai Quileute quello che avevo saputo.
Grazie per la frase. Mi è stato utile come consiglio. Non l'ho applicato benissimo, ma apprezzo” Digitai, e inviai il messaggio a Mike. La scritta apparve sullo schermo in un riquadro verde, accompagnata da una specie di “pop”, sotto l'immagine elegante del cigno sul lago. Neanche due secondi dopo mi arrivò la risposta di Mike:
Belarda, ma che fai nel tempo libero? O_O” ”.
Risi ad alta voce nell'abitacolo, digitando la risposta. “Neanche te lo immagini, Mikey”
Sei una medium?”
No”
Una strega?”
No. Basta domande, è meglio che tu non sappia troppo”
Forse non te le mando più le frasi :\ ”.
Il viaggio seguente mi parve molto breve, forse perché ormai conoscevo a memoria la strada e il tempo sembrava restringersi quando non avevo dettagli da notare. Arrivai in un batter d'occhio alla casetta nel bosco, quella usata come quartier generale dalle ragazze-lupo.
Vi trovai soltanto Ayita, che sembrava assorta in una specie di meditazione seduta nella posizione del loto su un tappetino a motivi tribali. L'intera stanza aveva un forte, piacevole odore di incenso di cui non riuscii ad identificare l'origine.
Ayita era rilassata ed immobile a parte per il respiro regolare che le faceva alzare ed abbassare il petto. Quando entrai, vidi una sorta di fremito avvenire dietro le sue palpebre chiuse, come se avesse cercato di esplorare la stanza ad occhi chiusi, e seppi che si era resa conto del fatto che ero lì.
Non volevo disturbarla, così mi sedetti a mia volta di fronte a lei.
Rimasi in silenzio, ma Ayita non si mosse. Poi, piano piano, aprì un occhio e la sua bocca si stiracchiò in una sorta di sorriso assonnato.
Alzò una mano per fermarmi appena aprì bocca, non mi lasciò tempo di parlare. Richiuse gli occhi, inspirò, espirò. Aprì gli occhi e si guardò attorno battendo le palpebre, muovendo lentamente il collo come un tartaruga per osservare la stanza, poi allungò e stiracchiò metodicamente prima le braccia e poi le gambe, respirando a pieni polmoni. Una sorta di uggiolio roco le risalì dal profondo della gola, non dissimile da quello che fanno i cani quando sbadigliano.
Sembrava che si fosse risvegliata da un sonno molto lungo e molto saporito.
Appena ebbe finito il suo strano rituale, inspirò un'ultima volta e mi salutò.
«Ciao, Belarda»
«Era... yoga?» Chiesi piano
«Una specie» sorrise lei «Era meditazione profonda. Se ricordi, i nostri avi riuscivano a lasciare i loro corpi per mettersi in contatto con il mondo degli spiriti. Certo, era una cosa molto pericolosa perché lasciavano il loro corpo incustodito, però è un'informazione importante»
«Secondo te è vero? Insomma, può essere vera la storia dei guerrieri spirito?» chiesi, poi mi morsi la lingua. Non era molto carino mettere in dubbio le credenze degli altri, per quanto ci possano sembrare strane, ma Ayita non se la prese.
«Non possiamo esserne certi, ma io credo che ci sia qualcosa di vero in ogni leggenda. E vista la mia stessa esistenza, magari in quelle dei Quileute un po' di più. Ad ogni modo, sto provando a verificarlo io stessa».
Ero affascinata, non potevo negarlo. «E ci sono stati risultati, finora?»
«Ho scoperto che la meditazione mi piace molto. È già un bel risultato»
«Però...» dissi, sporgendomi un po' verso di lei «Posso farti una domanda?»
«Certo, Belarda»
«Voi siete riusciti a passare oltre questa cosa dei guerrieri spirito. Siete riusciti ad ottenere delle forme da lupo gigante, che non lasciano i vostri corpi indifesi e sono molto più efficaci dei corpi astrali, a quanto ho capito. Insomma, non credo che potresti sconfiggere un freddo soffiandoci sopra il vento o inimicandogli gli scoiattoli, no?»
«No, in effetti» Ayita si fece scrocchiare le nocche, producendo un suono schioccante così forte da farmi sobbalzare «Però hai sentito cosa ha detto Sue. Se la nostra forma rappresenta il nostro spirito incarnato, il nostro controllo sarebbe infinitamente maggiore e preciso sulle nostre forme da lupo se riuscissimo a contattare gli spiriti. Potremmo arrivare a nuovi livelli di coscienza di sé, e quindi essere più brave anche nel combattimento e in grado di fidarci del nostro istinto. E poi... c'è un'altra ragione»
«Che cosa?»
«Sarà infantile, ma se questa leggenda fosse vera ed io imparassi a farlo, potrei volare. Non potrei farlo con il mio corpo fisico, ma potrei entrare in comunione con tutta la natura che ci circonda e farmi cullare dal vento, guardare il bosco dall'alto. Forse potrei persino parlare con gli animali» disse la ragazza-lupo sognante, guardando il soffitto e sporgendosi un po' all'indietro «Gli animali parlavano tutti nelle nostre vecchie leggende, e questa cosa non succede nel folklore di tutti i posti. Però abbiamo perso la capacità di viaggiare nel mondo degli spiriti, e forse senza saperlo abbiamo perso molto più di questo».
Io rimasi a contemplare quello che aveva detto. In effetti, sembrava una figata.
Ayita scoccò un sorriso più ampio, arricciando appena il naso.
«Dal fatto che sei tutta avvolta da un'aura di puzza di succhiasangue» Mosse una mano in cerchio come per intrappolarmi in una sagoma immaginaria «Immagino tu sia stata a casa dei Cullen. Che ci facevi lì?».
Io arrossii, perché da quando frequentavo i sovrannaturali mi dovevo aspettare botte di “mamma quanto puzzi” da ambo licantropi e vampiri, e le raccontai tutto dall'inizio. Le dissi della mia idea e del consiglio di Sue, della sparizione di Alice e dello stato mentale a dir poco pietoso della famiglia Cullen, la possibilità che portassero altri vampiri in zona che però si nutrivano di sangue umano, la loro decisione di distruggere l'orso vampiro.
Le chiesi se per caso non avessero dato il permesso ad Alice di passare attraverso il loro territorio, o se avessero una vaga idea di dove potesse essere andata.
Ayita aggrottò le sopracciglia «Non credo di ricordare com'è fatta questa Alice. Qual era di loro?>
»
«Bassina, esile, capelli neri in tutte le direzioni, sembra un folletto matto. Di solito si veste con abiti costosissimi. Presente?»
«Più o meno» disse la mia amica, seria «No, non l'ho vista passare. Né le ho dato il permesso, e penso che non la abbia fatto neppure Sam».
Parlammo un po' di questo nuovo arrangiamento in cui facevo da ambasciatrice, poi la salutai e mi allontanai, sentendomi più leggera. L'aria al di fuori della casetta di legno mi parve leggera e frizzante, quasi aromatica, con l'odore di pini e salsedine che rimpiazzava quello di incenso nelle mie narici.
Il tempo si era fatto più sereno, persino i batuffoli di nuvole che avevano tappezzato il cielo si erano spostati quanto bastava per lasciar prendere un po' di sole alla mia pelle bianchissima.
Era una giornata davvero stupenda, e la vista di tutti quegli alberi e di tutto quel verde mi rinfrancò. Un mondo alieno, l'avevo definito al mio arrivo. Strano rendersi conto quanto poco fosse passato dall'inizio della mia avventura a Forks.
Mentre tornavo verso il mio pick-up – il suo muso rosso e bombato era giù in vista, un po' celato dai tronchi degli alberi – qualcosa attirò il mio sguardo. Era una sorta di luccichio bianco di cui non mi ero resa conto quando ero passata da lì prima, qualcosa di grosso poggiato a terra, quasi alla base di un albero.
Che fosse un Lycoperdon gigante, o un bel prataiolo? Se non andavo errata, c'era proprio luna crescente in quel momento, era un buon periodo per trovare funghi.
Si, ma più mi avvicinavo più c'era da scartare l'idea del fungo. Che diamine di brutto fungo era, lungo a quel modo, a sezione circolare? Cos'era, un tubo di gomma?
Mi ci accucciai finalmente accanto, esaminandolo sotto la luce gentile di un raggio di sole, passato attraverso le fronde fino al terreno. Battei le palpebre, infastidita: l'oggetto sembrava coperto di minuscoli diamanti lavorati, facendo intuire una serie di piccoli arcobaleni che ne coprivano la superficie. Doveva essere in minima parte in grado di scindere la luce quando la rimandava, ma dava comunque quella totale, completa impressione di bianco fatato.
L'oggetto si restringeva verso la sua punta, dove una sorta di articolazione piegata – più probabilmente si era rotto – continuava con un'altra sezione la cui forma era per metà annegata dal terriccio.
La toccai con un dito, cercando di capire cosa fosse. A dispetto della consistenza che mi ero immaginata, pressapoco quella di gomma o plastica dura, l'oggetto era liscio e freddo: sembrava di accarezzare marmo.
Improvvisamente quella cosa ebbe uno spasmo, rivoltandosi all'aria e in un lampo mi accorsi che l'articolazione era un'articolazione, anzi, un polso, che culminava in una mano che continuava ad irrigidire e contorcere le dita come larve affamate. Era un braccio. Un braccio zombie luccicante.
Mi tirai indietro di scatto ed inciampai in un sasso, uno vero, e caddi all'indietro con un urletto. «Che schifo che schifo che schifo!» Ripetei a bassa voce, mentre strisciavo via di qualche passo da quella cosa, che continuava ad agitarsi come se avesse voluto afferrarmi da dov'era.
Lara mi aveva detto che i vampiri brillano sotto la luce diretta e avevo visto da me che i pezzi continuavano a muoversi anche dopo essere stati attaccati dal dannato vampiro, ma un conto era saperlo e un conto era vederlo in combo.
«Che schifo che schifo che schifo» Cantilenai, mentre la mano si agganciava al terreno, cercando faticosamente di issarsi, girare in tondo, cercare me o forse il resto del suo corpo.
La scena era resa ancora più grottesca dal fatto che fosse una manina così graziosa – con le unghie curate e un po' lunghe, appuntite e le dita affusolate, una mano da giovane donna, quasi da pianista – e luccicante di diamantini ed arcobaleni a trascinarsi sul sottobosco in pieno stile horror.
Quella cosa andava bruciata, ma non potevo fare un fuoco libero a meno che non volessi dare via ad un simpatico incendio. Dovevo bruciarlo io? Avrei dovuto farlo vedere alle Quileute? Nel dubbio iniziai a ripulire il terreno da foglie e rami per evitare il propagarsi del mio eventuale fuoco, rivolgendo spesso occhiate a Mano per tenerla d'occhio.
A dire la verità, non c'erano molte vampire scomparse in zona.
Mi chiesi se, dopo aver bruciato Jasper, non mi stessi accingendo a bruciare anche quello che restava di Alice Cullen.



lunedì 27 agosto 2018

Sunset 61 - Una decisione sofferta





Nelle settimane che seguirono, passai molto più tempo con i miei amici umani di quanto avessi fatto negli ultimi tempi. Questo sembrò rendere molto felice Mike, e mi sentii in colpa per averlo trascurato, ma non appena potevo finivo comunque per sgattaiolare a La Push.
Non mi volevano per il combattimento, e in un certo senso avevano ragione. L'idea di morire in battaglia, battaglia in cui sarei stata praticamente inutile, tra l'altro, mi spaventava, e non credevo di aver torto. Ancora peggio era il pensiero che, se non fossi morta subito, i Volturi avrebbero potuto prendermi e o uccidermi lentamente, probabilmente rendendomi la loro pratica sacca di sangue umano, oppure trasformarmi in un'incontrollabile sanguisuga che poteva uccidere le persone con la facilità con cui io avrei potuto schiacciare un passerotto. Sia l'uccidere passerotti che esseri umani era una prospettiva alquanto triste e repellente per me.
Andavo ancora a trovare regolarmente Sarah, ma nonostante il suo corpo fosse fuori pericolo, per qualche motivo sembrava non essersi ancora svegliata. Gli ospedali mi sembravano un mondo a parte, tutti bianchi, asettici e pieni di rumorini organizzati, in contrasto con i boschi in cui passavo la maggior parte del tempo, ed in effetti in quel periodo ci passavo ancora più tempo del solito.
Non riuscivo a stare per molto in casa. Sapendo che c'erano i miei amici che si stavano allenando per riuscire a salvarsi la vita quando il momento sarebbe venuto, mi sentivo inutile a non fare un bel niente e riposarmi spaparanzata sul divano. Così facevo tutto quello che potevo per svagarmi: sarebbero passati mesi fino all'arrivo dei Volturi, non era salutare passare il tempo a snervarmi.
Al contrario mio, ogni volta che passavo a La Push a trovare i licantropi, che adesso passavano praticamente tutto il tempo insieme tra loro, sembravano sempre più fiduciosi. Lara mi disse che i primi tempi gli allenamenti erano stati un po' zoppicanti, non c'era stata la chimica che erano abituati a sentire quando si confrontavano esclusivamente con i loro compagni di branco, ma si erano presto abituati e si sentivano più forti e più in sintonia ogni volta.
«E sentiamo i pensieri l'uno dell'altra!» Aveva esclamato Omaha, felicissima «È come avere dei novellini nel branco, un mucchio di novellini. Ma imparano in fretta, e Sam è un figaccione. Se solo non avesse avuto l'imprinting con Emily... magari potrei concentrarmi su Jacob, a meno che non lo voglia tu?».
Io le avevo assicurato che, se lo avesse trattato bene, avrebbe potuto corteggiare Jacob. Ma la tenevo d'occhio.
Insomma, quella che sembrava più agitata dalla situazione sembravo essere io. O almeno pensavo di essere io, perché non avevo ancora un quadro completo della situazione.
Avere un gatto aiutava. Dracula sembrava sensibile a tutti i miei cambiamenti di umore, ed ogni volta che ne aveva l'occasione aveva preso l'abitudine di sgusciarmi tra le braccia e rimanerci. A mia volta, io avevo preso l'abitudine di portarlo con me ovunque andassi, e lui si era abituato con entusiasmo. Lo portavo con me al negozio per articoli sportivi dei Newton, dove mi vedevo regolarmente con Mike e Jessica, la cui relazione sembrava essersi felicemente cementata dopo il ballo di fine anno. A La Push si erano abituati a vederlo arrivare sulla mia spalla o al sicuro annidato tra le mie braccia, ed era diventato presto il beniamino della tribù, l'unica creaturina in grado di fermare da sola un'intera orda di lupi giganti magici dalla loro violenza solo per farsi coccolare.
Una volta, dopo una sessione di allenamento particolarmente decisa, mi avevano tutti circondata come un banco di piranha in preda alla frenesia alimentare solo per pacioccare Dracula. Il mio micino era stato un po' intimidito all'inizio, ma sembrava che gestisse molto meglio la presenza dei licantropi rispetto a quella dei vampiri, ed era diventato una sorta di mascotte non ufficiale del branco dei Quileute.
Non importava che si chiamasse Dracula e avesse occhi rossi e canini a sciabola, i licantropi trovarono solo buffo e adorabile la sua associazione con i loro nemici naturali; in particolare Seth, che ormai era sempre insieme agli altri licantropi, così come la sua più cinica sorella Leah.
Si erano trasformati entrambi, con il sostegno dell'intero branco dei Quileute, ma non avevo mai avuto il piacere di vederli all'opera. Ayita e Jacob mi tenevano lontana dai loro addestramenti: ora che erano tanti e con dei nuovi membri instabili, non volevano che io potessi incappare in incidenti.
Sam non disse nulla a riguardo. Quando Sam mi parlava di qualcosa, era sempre di qualcos'altro.
«L'unico vampiro buono è...» Soleva dire Sam, accarezzando con aria seria Dracula tra le orecchie.
«... Un vampiro morto?» Avevo completato io la prima volta, ingenuamente
«No. Tutti i vampiri sono morti. L'unico vampiro buono è il tuo gatto».
Papà si era messo a scherzare sul fatto che io vivessi in simbiosi con Dracula. Io gli avevo fatto notare che Lillo stava mangiando dal suo piatto e lui aveva riso, imbarazzato.
«Si, ma Lillo è speciale» Mi aveva detto
«Perché è speciale?»
«È speciale per me. E poi ha tre piedi, è un micio speciale, no?».
«E Dracula lo è per me. Ha i dentoni di fuori. Ma che gatti abbiamo, pa'?».
Tuttavia non ero del tutto decisa ad essere inutile in questa guerra. Erano miei amici. Avrei dovuto pur fare qualcosa per aiutarli, anche se questo non era combattere, giusto?
Ma cos'era che potevo fare per loro?
In realtà un ruolo c'era, ma era così orribile che ci misi un bel po' a ponderare se farmi davvero avanti per una cosa del genere. Ero forse del tutto ammattita? Come potevo anche solo considerare una cosa del genere?
L'unica cosa che né i vampiri né i licantropi potevano fare, proprio in qualità di vampiri e licantropi, era comunicare tra loro.
Se i Quileute andavano tutti d'amore e d'accordo, al contrario non c'era nessuna comunicazione tra i Quileute e i Cullen, che tecnicamente avrebbero dovuto essere una sorta di... alleati, in questa battaglia. Ma come potevano farlo? Non c'erano punti di contatto: i vampiri non potevano avvicinarsi a La Push e il solo camminare vicino alla scia odorosa di un vampiro rischiava di innescare trasformazione e bruciante mal di naso (o così me lo aveva spiegato Aida) a qualunque giovane lupo tra i Quileute.
Avrei potuto rendermi utile diventando un punto di contatto.
Ma era una decisione sofferta, e soprattutto, non ero sicura che fosse davvero necessario. Non potevo chiedere consiglio a Carlo, né a Mike o a Jessica, anche se avevo una voglia matta di farlo perché avrebbero capito la mia situazione. Erano umani come me, e avrebbero potuto mettersi nei miei panni.
Però avrei dovuto spiegargli molte, molte altre cose su cui invece era il caso di tenere il becco chiuso.
No, non erano gli umani a cui dovevo chiedere qualcosa. E decisamente neppure a Capelli-pazzi ed alla sua brutta famiglia.
Quando, quel pomeriggio, chiesi a mio padre come arrivare alla casa di Sue Clearwater, lui si illuminò.
«Vuoi andare a trovare Sue?» Mi chiese, allegro. Stava finendo di lavare i piatti, con Lillo appollaiato sulla spalla come un pappagallo sulla spalla di un pirata.
«Si. So dove abitano i Black, ma non i Clearwater. Ho pensato che tu avresti potuto darmi indicazioni più chiare» Mi giustificai
«Hai fatto bene, figliola. La strada non è difficile, e poi è giusto un po' che non vado a trovare Sue»
«E anche Harry, no?»
«Certo, anche Harry! I Clearwater, in generale. Chissà quanto si sono fatti grandi i loro figli» rimuginò lui ad alta voce, mettendo a posto l'ultimo piatto. Si sporse a prendere l'asciugamano, e Lillo si resse con perfetto equilibrio, inclinandosi appena in una manovra allenata.
«Si sono fatti grandi, papà» Gli assicurai
«Ah, quindi li hai già conosciuti?»
«Si, tutti e due. Sia Leah che Seth. Sono simpatici»
«Ah, molto bene» sospirò, mettendosi le mani sui fianchi ed osservando i piatti puliti soddisfatto «Et voilà! Hai visto che bel lavoro che ha fatto il tuo papà?»
«Sei stato bravissimo» mi sporsi a dargli un bacio sulla guancia e lui mi fece un sorriso quasi timido «E sono giorni che non porti caterve di pesce a casa. Sono fiera di te».
«E a Lillo?»
«Che?»
«A me hai dato il bacetto. E a Lillo?».
Non baciai Lillo, ma lo grattai sotto il mento scatenando un piccolo ronzio dal fondo della sua minuta gola felina. Carlo parve soddisfatto e mi disse di preparami, e in poco tempo entrambi percorremmo il vialetto e ci infilammo in macchina.
Carlo prese il volante e io lo lasciai fare, forse semplicemente seguendo la forza dell'abitudine, anche se decidemmo di prendere il mio Chevy. Non c'era bisogno di fare scomodare l'auto della polizia.
«Papà, non puoi guidare con Lillo sulla spalla» Gli feci notare.
Lui aprì la bocca come per protestare, la chiuse. Si arrese. «Va bene, Belarda. Puoi tenerlo tu, non vorrei che si sentisse abbandonato».
Io sbuffai appena e presi il micio tra le braccia, facendolo accoccolare accanto a Dracula «Lillo non si sentirà abbandonato, siamo nello stesso abitacolo, pa'»
«Non si è mai troppo sicuri» bofonchiò papà sotto i baffi, allacciandosi la cintura.
Non ci volle molto per arrivare a casa dei Clearwater. Era una bella dimora dalle pareti bianche, a pochi metri dalla spiaggia cinta solo da un lato da un giardino curato, dall'aria decisamente più solida ed accogliente di casa Black. Dal lato del giardino vi era una pianta rampicante che si teneva saldamente abbarbicata alla facciata, un dettaglio che mi ispirò particolare simpatia.
Seth era seduto a gambe incrociate in giardino, con un giornaletto sottile tra le mani. Non appena ci vide scendere dall'auto si sbracciò per salutarci e si alzò in piedi con agilità impressionante, ingaggiando una corsetta finché non ci arrivò proprio di fronte, il giornaletto pendente da una mano.
Non potei fare a meno di notare che aveva già iniziato ad ingranare lo straordinario processo di crescita tipico dei ragazzoni Quileute. Non era straordinariamente alto, anzi, era ancora più basso di Carlo e di pochi centimetri di me, ma potevo già vedere iniziato il progresso. Dall'espressione di papà, anche lui doveva essersene accorto.
«Ispettore Cigna!» Cinguettò Seth «Belarda! Che ci fate qui?»
«Ehi, Seth» salutai, sforzandomi di tenere entrambi i gatti in braccio. Lillo si stava sporgendo dalle mie braccia per cercare di annusare Seth, incuriosito dalla nuova presenza. Era incredibile la propensione di quel micio, tripode per di più, per il mettersi in equilibrio precario.
«Ciao, ragazzo» Disse mio padre, quasi burbero «Siamo venuti a fare una visitina a mamma e papà. Sono in casa i tuoi?»
«Si, ispettore Cigna, ma tra un'oretta usciamo. Perché li cercate? Guai con la legge?» chiese lui, battendo le ciglia e guardandolo innocente dal basso.
Carlo annuì, guardando serio altrove «Sempre»
«Che è successo?» Seth parve sorpreso
«Succede, che in questa riserva continuano a mettere al volante i loro benedetti ragazzini, sperando che la polizia non si accorgerà che sanno ancora di latte perché sono alti come pali della luce».
Il ragazzo sorrise, e io mi stupii di quanto fosse gradevole la sua voce, giovanile, e quasi scampanellante in quella risata.
«Mi ha fatto prendere un infarto, ispettore capo Cigna! Accomodatevi, dai».
La casa dei Clearwater era deliziosa dentro come lo era fuori. Non aveva nulla a che vedere con lo sfarzo sfacciato di casa Cullen, ma la disposizione dei mobili, ed in generale i mobili stessi, erano accoglienti e graziosi. Chiunque avesse arredato aveva prediletto colori chiari e camere squadrate, con tende alle finestre e mobili chiari, dai colori tenui. C'erano diverse foto alle pareti, e ci misi un secondo per capire che non erano lì per essere solo belle, quando vidi che in mezzo alle altre di tanto in tanto compariva Leah, o Seth, o la famiglia al completo.
Erano tutte attività che i Clearwater avevano vissuto insieme, posti in cui erano stati, traguardi che avevano raggiunto.
C'era un ritratto dei quattro sorridenti, stretti insieme sotto un monumento famoso, dal lato opposto della stanza invece spiccavano foto fatte in zona di posti dalla bellezza mozzafiato, magica. Un lago con sospesa una libellula e tra il fogliame, nascosta e quasi invisibile ad una prima occhiata, spuntava Leah con un cappellino da baseball girato sui capelli più corti, come una creatura dei boschi, ignara di essere stata fotografata. Seth sorrideva sdentato davanti ad una torta a tema Pokèmon, con una manciata di candeline verdi affusolate. Harry Clearwater con l'aria esasperata e la tenuta da pesca, con la moglie Sue che gli ruba un bacio ed un pesce dalle mani: la gran cattura del giorno. Mi venne da ridere quando mi accorsi che in una c'era persino mio padre, molto più giovane di come lo vedevo adesso accanto a me.
Mi avvicinai per osservarla meglio, mentre Seth ci invitava a fare come se fossimo a casa nostra, e corse a chiamare i genitori con una certa foga.
Era una foto di gruppo. Non una di alta qualità, probabilmente per colpa della macchina fotografica, perché chi aveva fatto la foto sembrava avere avuto la mano molto ferma.
Tutti i presenti erano seduti in cerchio attorno al fuoco. Il fotografo aveva immortalato il momento in cui il piccolo fuoco aveva dato una vampata, forse incoraggiato da un po' di vento, e minuti lapilli brillanti invadevano la foto come lucciole. Sue, che indossava un vestito semplice ma decorato a fiori complicati, sembrava intenta a raccontare una storia con aria seria. Il mio papà, con i capelli più scuri e gli occhi luccicanti, congelati in un sorriso giovane e spensierato fin quando esisterà la foto, era messo tra Harry, che ha i capelli più lunghi schiacciati sotto un cappellino con ciocche ribelli che continuano a spuntare ovunque, e una ragazza dalla pelle chiara che non riuscivo a riconoscere.
Vicino al fotografo, quasi di profilo, c'era un giovane, affascinante Quileute con i capelli lunghi raccolti in una treccia e infagottato in un giaccone alla Grease, che non riuscii a riconoscere subito. Ero troppo abituata a vederlo con tutte quelle rughe, ma alla fine mi resi conto che aveva un sacchettino al collo, lo stesso che gli avevo visto la sera prima.
Non appena mi resi conto di chi fosse, non potei fare a meno di cercare, e trovare, subito delle sottili somiglianze con Jacob. Billy Black era davvero un ragazzo carino da giovane.
«Allora, che ne pensi?» Mi chiese gentilmente Sue.
Era arrivata silenziosamente, affiancandomisi senza che me ne rendessi conto. Sobbalzai appena e mi voltai verso la padrona di casa. Era ancora autoritaria e gentile, ma in un modo casalingo, come se fosse stata una donna ed una madre autoritaria, anziché una sciamana licantropa custode di segreti arcaici. Forse erano anche complici la maglia gialla leggera e il fatto che aveva i capelli legati in una coda appena appena disordinata, che la facevano sembrare più umana.
Harry stava attraversando la stanza di volata per stringere in un abbraccio mio padre, che sembrava felicissimo di vederlo, e si strizzarono in un abbraccione “virile”, di quelli pieni di pacche sulle spalle e in cui ogni tanto ci si scuote a vicenda tipo a mo' di ovetti Kinder, come a testare la solidità del proprio amico maschio.
«Carlo, vecchio mio! Come sei in forma!»
«Ehi, Harry! Come stai, amico?»
«Eh, si tira avanti»
«Sempre si tira avanti»
«Che mi dici di bello? Ci sono novità?»
«Aspetta, ti devo presentare il mio micio»
«Ah, hai un micio?»
«Si. Si chiama Lillo. Avere un gatto è un toccasana, guarda, devi prendertene uno, hanno tantissimi benefici...».
Seth e Sue sorrisero nel vedere quella riunione – da quel che ne sapevo, non era neppure così tanto che non si vedevano, considerato che ogni volta che mi riempivano la casa di pesce erano complici in quei genocidi – e la donna mi mise una mano sulla spalla.
«Buongiorno, Sue. La sua casa è molto bella» Dissi, educatamente
«Grazie, Belarda. Mi fa piacere che tu e Carlo siate passati a trovarci, siete sempre i benvenuti qui» mi rispose lei in tono vivace.
Harry e papà si erano spostati in un'altra stanza per cercare Leah, perché apparentemente era una grande appassionata di gatti e suo padre voleva farle vedere Lillo. Dracula rimase invece con me, e sentii mio padre che continuava ad illustrare ad Harry tutti i benefici medici dell'avere un gatto al suo amico pescatore. Era serissimo, sembrava un medico curante che prescrivesse medicinali.
Ed Harry era lì a guardarlo a bocca aperta ed annuire. Cominciavo a pensare che tutto il cerchio di amici di papà presto sarebbero stati gatto-muniti, e avrebbero creato una rete sociale gattara con casa Cigna come quartier generale.
Almeno così tutto quel pesce che prendevano avrebbe avuto un senso.
«Mi sembra che ti piacesse guardare questa foto» Disse piano Sue, e si voltò a guardare anche lei il quadretto appeso a parete. Il suo sguardo aveva un che di tenero, come se stesse guardando i suoi amici in carne ed ossa anzicché solo una loro vecchia foto.
«Sono tutte belle, Sue. Anche questa. Però in questa c'è il mio papà, e poi eravate tutti così...»
«Giovani?» Mi domandò lei, divertita
«Si, anche. Non solo. Sono curiosa però, chi l'ha scattata?» Chiesi, senza staccare gli occhi dalla cornice in legno, perfetta per contenerla, almeno ai miei occhi.
L'espressione affettuosa di Sue non cambiò quando mi rispose: «Non la conosci, anche se sono sicura che ne hai sentito parlare. Era la mamma di Jacob. Brava donna, Sarah. Riusciva a trasformare in arte qualunque cosa toccasse»
«Era una fotografa?» chiesi, timidamente.
Sue scosse la testa «No, non proprio. Lo faceva bene, ma era una pittrice. Abbiamo ancora uno dei suoi acquerelli in casa, era delicatissima, viene voglia di piangere a guardarli. Ci riusciva a guadagnare anche qualcosa. Billy non era ricchissimo, Sarah ci ha fatto crescere le due figlie ad acquerelli. Quando è morta, Billy ha passato proprio un brutto momento. Aveva un animo gentile, la Wilde, ma era in grado di trasformarsi in un animale in mezzo secondo se qualcuno cercava di toccare la sua famiglia. Altro che Quil»
«Era una Quileute?»
«Oh, si. Delle vecchie famiglie, anche, Ateara da parte di mamma. Sapeva tutto della magia e dei lupi, ma non ha mai voluto che i suoi figli si trasformassero. Diceva sempre che le leggende dicono una cosa sola: essere licantropi porta guai, e si finisce sempre per morire male. Non voleva questo per i suoi figli, quindi ha convinto le ragazze a trasferirsi prima possibile, ad andare a studiare fuori. Sperava che stando lontane dalla zona sarebbero diminuite le possibilità di incontrare Freddi e simili»
«Se posso chiedere... come... com'è morta?»
«Incidente d'auto. Banale, eh? Niente Freddi. Era ridotta così male che hanno dovuto celebrare a bara inchiodata ben bene. Il nostro Jake aveva appena nove anni» mi disse lei, schietta. Avrei preferito fosse stata un filo meno schietta, a dire la verità, ma apprezzai che non cercasse di spingermi via dalle cose che riguardavano la tribù.
Rimasi un attimo ad immaginarla, questa donna, prima di girarmi verso la stanza. Era vuota, salvo per me e Sue: anche Seth aveva preferito seguire Harry e papà, anziché rimanere a parlare con noi della foto. Di sicuro lui conosceva bene ormai le storie di tutti gli scatti della stanza.
«A proposito di Freddi e cose da fare...» Esordii io. Lei mi fermò con un gesto della mano.
«Sembra una cosa seria» Mi disse con aria grave «Bisogna sedersi. Posso offrirti qualcosa da bere? Tè? Caffè? Acqua? O qualcosa da mangiare, biscotti?»
Io accettai una tazza di tè – era difficile trovare del caffè davvero buono, e non volevo rimanere delusa – che Sue mi portò a tempo record sparendo in cucina e riapparendo subito dopo. La tazza era bianca, con il bordo superiore percorso da disegni casuali di un blu acceso, e il tè era piacevolmente freddo, dolce, con un sapore che ricordava la pesca, e cominciavo a sospettare che avesse versato nella mia tazza del té commerciale a caso.
Comunque era buono, e mi sembrava da ingrati lamentarsi, così ringraziai e aspettai che Sue si sedesse accanto a me.
«Allora, che cosa dovevi chiedermi?»
«Come mai avete il salotto all'entrata?»
«Perché mi sembrava una disposizione delle stanze accogliente. Mi dovevi chiedere questo?»
«Uhm, no, scusa, pensavo ad alta voce. Quello di cui dovevo parlarti era un'altra cosa» presi un profondo respiro «Il fatto è che il branco sta facendo del suo meglio, ed io non so come aiutarli. Quindi mi chiedevo cosa fare che potesse esser d'aiuto, e mi è venuto in mente che forse sarebbe stato utile se io avessi fatto da tramite tra il clan dei vampiri ed il branco, così da poter avere tutte le informazioni disponibili sui Volturi e potersi mettere d'accordo con i Cullen, dato che, mi pare di aver capito saranno dalla nostra parte. Potrei fare da ambasciatrice? Che ne dici, è un'idea stupida? O inutile? Magari ci sono modi migliori per aiutare la tribù, non lo so, ma a me è venuto questo. D'altronde, anche se mi allenassi, non sarei molto utile alla guerra». Sentivo che avrei iniziato a straparlare da lì a breve, così mi zittii ed osservai la reazione di Sue.
Lei era assorta, accarezzandosi lentamente il mento e soppesando le mie parole. Da un lato volevo che ridesse e liquidasse come stupidina la mia idea, dicendomi qualcos'altro da fare, ma un'altra parte voleva avere il merito di avere avuto una buona pensata e di fare qualcosa per sostenere i Quileute. Insomma, ero piuttosto confusa.
«Secondo me...» Disse Sue infine «Dovresti farlo. Non hai tutti i torti, bisogna tenere d'occhio i Cullen ed è difficile farlo per noi. Credo che ci saresti di grande aiuto se tu prendessi questo incarico, Belarda».
Io deglutii. «Grazie del consiglio, Sue. A chi dovrei fare, ecco, rapporto, quando osservo la situazione dei vampiri?»
«Per ora i due alfa stanno collaborando per dominare sui branchi. Sono gli unici su cui non funziona il doppio timbro dell'alfa, e hanno finito per dividere il potere momentaneamente, anche se ovviamente la lealtà dei lupi non è legata allo stesso modo sia all'uno che all'altra»
«Il doppio cosa di chi?»
«Storia lunga mia cara, te la spiegherò un'altra volta. Quello che voglio dire è che ti basterà riferire all'alfa con cui sei più in confidenza perché il messaggio sia fedelmente riferito a tutti gli altri e per far si che il branco lo rielabori in modo utile».
Annuii. Bene, dovevo parlarne con Ayita. Non sembrava troppo difficile.
«Grazie, Sue»
«Belarda». Il tono con cui disse il mio nome somigliava a quello con cui papà mi richiamava all'attenzione, da bambina, quando cominciavo ad allontanarmi troppo da lui durante le gite nel verde. Sue si voltò verso di me con tutto il corpo, tenendo la sua tazza fredda tra le mani. I suoi occhi scuri cercarono i miei e li inchiodarono.
«Perché lo fai?» Mi chiese, scandendo le parole.
Io risposi, sorpresa: «Credevo di averlo già detto. Voglio essere d'aiuto»
«Ti rendi conto che ti stai esponendo ai Freddi di tua spontanea volontà? Eppure sai quanto sono pericolosi, vero? Io non vorrei che... che siccome hai sentito quelle storie intorno al fuoco tu abbia pensato che sacrificarsi è l'unico contributo che possono dare gli umani. Come la terza moglie di Taha Aki, Belarda».
Sorrisi a Sue «No. E nessuna storia potrebbe mai convincermi a buttarmi in bocca ad un Freddo così alla leggera, se non sapessi quello che faccio, te lo assicuro. E poi, conosco i Cullen. So come muovermi accanto a loro, e non vogliono farmi del male. Vogliono solo rompermi le scatole fino alla fine dei tempi, ma dato che questa cosa non è fattibile, posso sopportare queste stupidaggini per qualcosa di molto più importante».
Sue sorrise come chi aveva ottenuto un risultato sperato, con un pizzico di furbizia ed uno di fierezza. Ma mi sembrava piuttosto improbabile fosse fiera di me: ci conoscevamo appena. «Sei saggia, Belarda» Mi disse rallegrata, alzandosi dal divano con la sua tazza vuota
«Saggia non direi. Pratica» replicai, e la seguii in cucina.
Non rimanemmo a lungo ancora nella casa dei Clearwater, per quanto fosse comoda ed accogliente. Leah ebbe il tempo di apprezzare Lillo, guardarmi come se non fosse molto entusiasta della mia presenza e cadere addormentata di schianto sul divano.
«Di recente si sta impegnando molto negli allenamenti» La giustificò Seth, che al contrario si era dimostrato disponibilissimo a farmi compagnia ed un instancabile chiacchierone. Con mia sorpresa, molte delle domande che mi pose furono incentrate sui vampiri: ne era rimasto affascinato, voleva sapere tutto di loro. Erano davvero morti e freddi? Perdevano il controllo se vedevano il sangue? E perché mai, visto che lui non perdeva il controllo quando vedeva una torta? Erano tutti malvagi, non se ne salvava proprio nessuno? Come funzionavano i poteri dei Cullen?
Se le domande fossero proiettili, Seth sarebbe stato una di quelle armi a munizioni infinite degli sparatutto sciapi americani.
Alla fine, con la promessa di Harry di passare a casa nostra per ricambiare la gentile visita, io e papà ci congedammo.
Ed era così che mi ero ritrovata di nuovo a contatto con il mondo dei vampiri.
Mi si potrebbe dire che ero ammattita ad avvicinarmi di nuovo a quella famiglia di maniaci sovrannaturali, e non dico che si sarebbe nel torto, ma mi sentivo fiduciosa nel fatto che gli avrei saputo tenere testa quanto bastava. In fondo sembrava che per un po' mi avessero lasciato perdere: Edward doveva aveva troppo da fare tentando di salvare la sua fredda, marmorea pellaccia di morto per pensare a molestarmi.
Non potevo mettermi subito all'opera perché era fondamentale che mio padre non venisse coinvolto nell'operazione. Lasciai che mi riaccompagnasse a casa, gli diedi un bacio sulla guancia e lo ringraziai per avermi accompagnata dai Clearwater, poi risalii in camera mia.
Aprii la finestra, perché avevo voglia di aria fresca, poi mi sporsi ad osservare i dorsi dei volumi disponibili in camera mia per selezionarne uno. Avevo avuto poco tempo per leggere negli ultimi giorni, con il fatto che avevo cercato di tenermi impegnata il più possibile – quando ero arrivata a Forks non avrei mai immaginato che avrei avuto un'agenda sociale così fitta di impegni – e adesso il richiamo di un rilassamento semplice tra i fogli di un libro si faceva sentire.
«Tu che dici, Dracula?» Chiesi al mio micio. Mi aveva raggiunto, silenzioso come sempre, ma era difficile non accorgersi della sua presenza dato che si stava strusciando sulle mie gambe.
Lui miagolò in risposta alla mia domanda, mettendo in mostra i formidabili canini nella loro interezza.
«Aww. Hai fame, Drakey? Hai fame? Guarda che papà ti da da mangiare se hai fame».
Dracula miagolò di nuovo, ma non si smosse. Non mi aspettavo che lo facesse: anche se era molto intelligente, ero certa che non avesse ancora imparato l'inglese. Se proprio avesse avuto fame avrebbe capito da solo che era il caso di scendere.
Per fortuna potevo fidarmi di papà: nonostante gli leggessi negli occhi che avrebbe voluto dare tutto quello che avevamo in frigo a Lillo e Drakey al primo “miao”, con una forza di volontà ammirabile sapeva frenarsi. Era molto attento alla linea di Lillo, anche perché aveva paura che del peso in più avrebbe potuto dargli problemi sforzandogli la sola zampa anteriore.
Tornai alla ricerca del mio libro.
Dallo scaffale, la mia copia in pessime condizioni di Cime Tempestose ammiccava verso di me, cercando di attirare la mia attenzione. No. Non avrei ceduto. Avevo fatto incetta di libri nuovi praticamente mesi fa e non ne avevo ancora iniziato a leggere neppure uno, non potevo mettermi a rileggere per l'ennesima volta Cime Tempestose. Non avevo neanche idea di quante volte lo avevo letto: mi aveva fatto compagnia per tutte le estati sotto l'ombrellone da una decina di anni a questa parte, lo leggevo sotto il tavolo il giorno che Phil ha fatto la proposta ufficiale di venire a vivere con lui a mamma al ristorante, era stato infradiciato e asciugato malamente sotto un sasso, era caduto da altezze vertiginose, aveva rischiato bruciature, avevo bagnato pagina 75 del mio sangue, in basso a destra, dopo essermi tagliata il dito senza accorgermene proprio con la sua carta, e lo avevo messo in pose oscene che ne avevano sfaldato la spina sia su poltrone di hotel di lusso che in capanni degli attrezzi in cattive condizioni.
Chi avesse visto quella copia di Cime Tempestose probabilmente non avrebbe mai pensato che era il mio libro preferito. Avrebbe pensato che io odiavo i libri, che odiavo Cime Tempestose, e che quel libro era un veterano di guerra.
Ne accarezzai il dorso con affetto, ma alla fine scelsi di prendere in mano il libro sulle leggende dei Quileute che mi era stato regalato nella piccola, magica libreria di Port Angeles.
Mi ero quasi scordata di averlo, e mi ero quasi scordata del fatto che la proprietaria della libreria sembrava saperla più lunga di quanto immaginassi. La mia memoria, come al solito, era una pessima assistente nel farmi ricordare eventi lontani e nomi, ma se non andavo errata mi aveva chiesto di tornare da lei se il libro mi fosse stato utile.
Forse era il caso di fare un salto a Port Angeles?
Mi immersi nella lettura. Il libro era scritto usando qualche parola un po' arcaica – con una controllata veloce alle prime pagine mi resi conto che era una vecchia edizione nonostante le condizioni perfette – ma in generale lo stile era semplice e scorrevole, proprio come una raccolta di favole. Era tutto un mondo di animali parlanti, serpenti marini succhiasangue e divinità corvo giocose, colorato ed ampio, ma in qualche modo la mia mente riusciva sempre a ricondurne le atmosfere a ciò che avevo provato davanti al falò, schiacciata tra i pesi caldi di Jacob ed Omaha.
Tra le altre storie ritrovai anche il breve mito di creazione della tribù che aveva raccontato Sue, usandolo come una sorta di prologo alla storia del Branco del Tramonto. Per quanto sfogliassi, non c'era alcun accenno a freddi o vampiri di sorta.
Arrivai a leggerne praticamente metà prima di decidere che potevo uscire senza che papà trovasse la cosa sospetta. Per coprire il fatto che mi avvicinavo alla casa di un tizio per cui avevo richiesto un ordine restrittivo, decisi che gli avrei raccontato che andavo a trovare Mike. Era una scusa che funzionava sempre: a papà piaceva Mike, ogni volta che glielo nominava borbottava annuendo “bravo ragazzo” o “buona famiglia” quasi a prescindere da ciò che gli dicevo.
Però non era il momento di mentire spudoratamente a Carlo, ed era meglio essere consistente con il mio alibi. Se in un secondo momento avesse parlato a Mike o ai suoi avrebbe potuto sapere che non mi ero affatto presentata dal caro vecchio Newton, e io non avevo alcuna intenzione di passare per bugiarda per i Cullen.
Riposi con cura il volume sulle leggende Quileute dove lo avevo preso e mi sedetti nuovamente sul letto a gambe incrociate e preso il cellulare tra le mani composi il numero di Mike.
Mi rispose al secondo squillo. «Ehi, Belarda!» Esclamò, e l'allegria sincera con cui pronunciò il mio nome mise di buonumore istantaneo anche me.
«Ehi, Pugnicalciatore».
Mike si dimostrò contento all'idea di vedermi, e ci accordammo sul vederci tra un'oretta. Lui doveva uscire per portare a passeggio il suo cane e saremmo partiti davanti al negozio dei suoi genitori
«Mi sa che è meglio che non porti Dracula però» Mi disse in tono un po' contrito «Lo sai com'è il mio cucciolone con i gatti»
«Non preoccuparti, Mike, lo lascio a casa». Tanto lo avrei fatto comunque, dato che gli saltano i nervi quando ci sono vampiri attorno. E chi può biasimarlo?
«Okay, Belarda, allora ci vediamo tra un po'. Mi raccomando, puntuale!» disse lui in tono scherzoso
«Tranquillo, ci sarò»
«Ah, e cosa mi dici del messaggio?»
«Il messaggio?»
«Si, non hai risposto alla mia perla di saggezza»
«Mike... è un'altra di quelle frasi senza senso con degli sfondi tipo il Big Ben o i fuochi d'artificio? Perché? Ma dove le trovi?»
«Su Internet. Qualche volta ti mando il link».
Sospirai, nel modo più rumoroso e teatrale possibile per assicurarmi che mi avesse sentita. «Allora chiudo la chiamata. Ci sentiamo più tardi, ti dirò anche che ne penso. Ciao, Mikolo»
«Ciao Bela!».
Frugando come un procione tra i messaggi ritrovai l'immagine incriminata, ed in un battito di ciglia il mio schermo fu riempito dell'immagine graziosa di un cigno bianco sospeso su uno specchio d'acqua, che rimandava indietro la sua immagine tremolante e blu. A sinistra rispetto all'uccello c'era una frase scritta in un font sottile e bianco: “Se hai effettivamente bisogno di un contatto con i morti, un modo per iniziare può essere quello di comportarti in modo naturale”.
Battei le palpebre.
Era un consiglio sorprendentemente sensato, vista la mia situazione. Forse avrei fatto bene a tenerlo a mente.
Rimaneva comunque il fatto che Mike non sapeva della mia situazione e che continuavo a non capire queste propensioni per film scarsi di arti marziali e frasi nonsense, ma era mio amico e dovevo sopportare.
Considerai di farmi una doccia, per eliminare tracce dell'odore di licantropi che inevitabilmente dovevo aver un po' raccolto stando in casa Clearwater, ma alla fine decisi che era una cortesia di troppo per i Cullen e sperai che a Edward cadesse il naso. Mi concessi solo una pettinata veloce, davanti allo specchio, e di far scivolare fiammiferi, alcool e spray al pepe in una tasca e il cellulare nell'altra. Ero pronta.
Quel brav'uomo di mio padre mi chiese distrattamente dove stessi andando, quando si accorse che stavo uscendo, e non ebbe da ridire sulla mia visita a Mike.
Nonostante la mia memoria fosse fallace, nel momento esatto in cui decisi di andare a casa dei Cullen ricordai la strada come se mi fosse stata impressa a fuoco nel cervello. Ero salita sul mio Chevy sentendomi solida e salda nella mia determinazione: ero pronta.


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