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lunedì 27 agosto 2018

Sunset 61 - Una decisione sofferta





Nelle settimane che seguirono, passai molto più tempo con i miei amici umani di quanto avessi fatto negli ultimi tempi. Questo sembrò rendere molto felice Mike, e mi sentii in colpa per averlo trascurato, ma non appena potevo finivo comunque per sgattaiolare a La Push.
Non mi volevano per il combattimento, e in un certo senso avevano ragione. L'idea di morire in battaglia, battaglia in cui sarei stata praticamente inutile, tra l'altro, mi spaventava, e non credevo di aver torto. Ancora peggio era il pensiero che, se non fossi morta subito, i Volturi avrebbero potuto prendermi e o uccidermi lentamente, probabilmente rendendomi la loro pratica sacca di sangue umano, oppure trasformarmi in un'incontrollabile sanguisuga che poteva uccidere le persone con la facilità con cui io avrei potuto schiacciare un passerotto. Sia l'uccidere passerotti che esseri umani era una prospettiva alquanto triste e repellente per me.
Andavo ancora a trovare regolarmente Sarah, ma nonostante il suo corpo fosse fuori pericolo, per qualche motivo sembrava non essersi ancora svegliata. Gli ospedali mi sembravano un mondo a parte, tutti bianchi, asettici e pieni di rumorini organizzati, in contrasto con i boschi in cui passavo la maggior parte del tempo, ed in effetti in quel periodo ci passavo ancora più tempo del solito.
Non riuscivo a stare per molto in casa. Sapendo che c'erano i miei amici che si stavano allenando per riuscire a salvarsi la vita quando il momento sarebbe venuto, mi sentivo inutile a non fare un bel niente e riposarmi spaparanzata sul divano. Così facevo tutto quello che potevo per svagarmi: sarebbero passati mesi fino all'arrivo dei Volturi, non era salutare passare il tempo a snervarmi.
Al contrario mio, ogni volta che passavo a La Push a trovare i licantropi, che adesso passavano praticamente tutto il tempo insieme tra loro, sembravano sempre più fiduciosi. Lara mi disse che i primi tempi gli allenamenti erano stati un po' zoppicanti, non c'era stata la chimica che erano abituati a sentire quando si confrontavano esclusivamente con i loro compagni di branco, ma si erano presto abituati e si sentivano più forti e più in sintonia ogni volta.
«E sentiamo i pensieri l'uno dell'altra!» Aveva esclamato Omaha, felicissima «È come avere dei novellini nel branco, un mucchio di novellini. Ma imparano in fretta, e Sam è un figaccione. Se solo non avesse avuto l'imprinting con Emily... magari potrei concentrarmi su Jacob, a meno che non lo voglia tu?».
Io le avevo assicurato che, se lo avesse trattato bene, avrebbe potuto corteggiare Jacob. Ma la tenevo d'occhio.
Insomma, quella che sembrava più agitata dalla situazione sembravo essere io. O almeno pensavo di essere io, perché non avevo ancora un quadro completo della situazione.
Avere un gatto aiutava. Dracula sembrava sensibile a tutti i miei cambiamenti di umore, ed ogni volta che ne aveva l'occasione aveva preso l'abitudine di sgusciarmi tra le braccia e rimanerci. A mia volta, io avevo preso l'abitudine di portarlo con me ovunque andassi, e lui si era abituato con entusiasmo. Lo portavo con me al negozio per articoli sportivi dei Newton, dove mi vedevo regolarmente con Mike e Jessica, la cui relazione sembrava essersi felicemente cementata dopo il ballo di fine anno. A La Push si erano abituati a vederlo arrivare sulla mia spalla o al sicuro annidato tra le mie braccia, ed era diventato presto il beniamino della tribù, l'unica creaturina in grado di fermare da sola un'intera orda di lupi giganti magici dalla loro violenza solo per farsi coccolare.
Una volta, dopo una sessione di allenamento particolarmente decisa, mi avevano tutti circondata come un banco di piranha in preda alla frenesia alimentare solo per pacioccare Dracula. Il mio micino era stato un po' intimidito all'inizio, ma sembrava che gestisse molto meglio la presenza dei licantropi rispetto a quella dei vampiri, ed era diventato una sorta di mascotte non ufficiale del branco dei Quileute.
Non importava che si chiamasse Dracula e avesse occhi rossi e canini a sciabola, i licantropi trovarono solo buffo e adorabile la sua associazione con i loro nemici naturali; in particolare Seth, che ormai era sempre insieme agli altri licantropi, così come la sua più cinica sorella Leah.
Si erano trasformati entrambi, con il sostegno dell'intero branco dei Quileute, ma non avevo mai avuto il piacere di vederli all'opera. Ayita e Jacob mi tenevano lontana dai loro addestramenti: ora che erano tanti e con dei nuovi membri instabili, non volevano che io potessi incappare in incidenti.
Sam non disse nulla a riguardo. Quando Sam mi parlava di qualcosa, era sempre di qualcos'altro.
«L'unico vampiro buono è...» Soleva dire Sam, accarezzando con aria seria Dracula tra le orecchie.
«... Un vampiro morto?» Avevo completato io la prima volta, ingenuamente
«No. Tutti i vampiri sono morti. L'unico vampiro buono è il tuo gatto».
Papà si era messo a scherzare sul fatto che io vivessi in simbiosi con Dracula. Io gli avevo fatto notare che Lillo stava mangiando dal suo piatto e lui aveva riso, imbarazzato.
«Si, ma Lillo è speciale» Mi aveva detto
«Perché è speciale?»
«È speciale per me. E poi ha tre piedi, è un micio speciale, no?».
«E Dracula lo è per me. Ha i dentoni di fuori. Ma che gatti abbiamo, pa'?».
Tuttavia non ero del tutto decisa ad essere inutile in questa guerra. Erano miei amici. Avrei dovuto pur fare qualcosa per aiutarli, anche se questo non era combattere, giusto?
Ma cos'era che potevo fare per loro?
In realtà un ruolo c'era, ma era così orribile che ci misi un bel po' a ponderare se farmi davvero avanti per una cosa del genere. Ero forse del tutto ammattita? Come potevo anche solo considerare una cosa del genere?
L'unica cosa che né i vampiri né i licantropi potevano fare, proprio in qualità di vampiri e licantropi, era comunicare tra loro.
Se i Quileute andavano tutti d'amore e d'accordo, al contrario non c'era nessuna comunicazione tra i Quileute e i Cullen, che tecnicamente avrebbero dovuto essere una sorta di... alleati, in questa battaglia. Ma come potevano farlo? Non c'erano punti di contatto: i vampiri non potevano avvicinarsi a La Push e il solo camminare vicino alla scia odorosa di un vampiro rischiava di innescare trasformazione e bruciante mal di naso (o così me lo aveva spiegato Aida) a qualunque giovane lupo tra i Quileute.
Avrei potuto rendermi utile diventando un punto di contatto.
Ma era una decisione sofferta, e soprattutto, non ero sicura che fosse davvero necessario. Non potevo chiedere consiglio a Carlo, né a Mike o a Jessica, anche se avevo una voglia matta di farlo perché avrebbero capito la mia situazione. Erano umani come me, e avrebbero potuto mettersi nei miei panni.
Però avrei dovuto spiegargli molte, molte altre cose su cui invece era il caso di tenere il becco chiuso.
No, non erano gli umani a cui dovevo chiedere qualcosa. E decisamente neppure a Capelli-pazzi ed alla sua brutta famiglia.
Quando, quel pomeriggio, chiesi a mio padre come arrivare alla casa di Sue Clearwater, lui si illuminò.
«Vuoi andare a trovare Sue?» Mi chiese, allegro. Stava finendo di lavare i piatti, con Lillo appollaiato sulla spalla come un pappagallo sulla spalla di un pirata.
«Si. So dove abitano i Black, ma non i Clearwater. Ho pensato che tu avresti potuto darmi indicazioni più chiare» Mi giustificai
«Hai fatto bene, figliola. La strada non è difficile, e poi è giusto un po' che non vado a trovare Sue»
«E anche Harry, no?»
«Certo, anche Harry! I Clearwater, in generale. Chissà quanto si sono fatti grandi i loro figli» rimuginò lui ad alta voce, mettendo a posto l'ultimo piatto. Si sporse a prendere l'asciugamano, e Lillo si resse con perfetto equilibrio, inclinandosi appena in una manovra allenata.
«Si sono fatti grandi, papà» Gli assicurai
«Ah, quindi li hai già conosciuti?»
«Si, tutti e due. Sia Leah che Seth. Sono simpatici»
«Ah, molto bene» sospirò, mettendosi le mani sui fianchi ed osservando i piatti puliti soddisfatto «Et voilà! Hai visto che bel lavoro che ha fatto il tuo papà?»
«Sei stato bravissimo» mi sporsi a dargli un bacio sulla guancia e lui mi fece un sorriso quasi timido «E sono giorni che non porti caterve di pesce a casa. Sono fiera di te».
«E a Lillo?»
«Che?»
«A me hai dato il bacetto. E a Lillo?».
Non baciai Lillo, ma lo grattai sotto il mento scatenando un piccolo ronzio dal fondo della sua minuta gola felina. Carlo parve soddisfatto e mi disse di preparami, e in poco tempo entrambi percorremmo il vialetto e ci infilammo in macchina.
Carlo prese il volante e io lo lasciai fare, forse semplicemente seguendo la forza dell'abitudine, anche se decidemmo di prendere il mio Chevy. Non c'era bisogno di fare scomodare l'auto della polizia.
«Papà, non puoi guidare con Lillo sulla spalla» Gli feci notare.
Lui aprì la bocca come per protestare, la chiuse. Si arrese. «Va bene, Belarda. Puoi tenerlo tu, non vorrei che si sentisse abbandonato».
Io sbuffai appena e presi il micio tra le braccia, facendolo accoccolare accanto a Dracula «Lillo non si sentirà abbandonato, siamo nello stesso abitacolo, pa'»
«Non si è mai troppo sicuri» bofonchiò papà sotto i baffi, allacciandosi la cintura.
Non ci volle molto per arrivare a casa dei Clearwater. Era una bella dimora dalle pareti bianche, a pochi metri dalla spiaggia cinta solo da un lato da un giardino curato, dall'aria decisamente più solida ed accogliente di casa Black. Dal lato del giardino vi era una pianta rampicante che si teneva saldamente abbarbicata alla facciata, un dettaglio che mi ispirò particolare simpatia.
Seth era seduto a gambe incrociate in giardino, con un giornaletto sottile tra le mani. Non appena ci vide scendere dall'auto si sbracciò per salutarci e si alzò in piedi con agilità impressionante, ingaggiando una corsetta finché non ci arrivò proprio di fronte, il giornaletto pendente da una mano.
Non potei fare a meno di notare che aveva già iniziato ad ingranare lo straordinario processo di crescita tipico dei ragazzoni Quileute. Non era straordinariamente alto, anzi, era ancora più basso di Carlo e di pochi centimetri di me, ma potevo già vedere iniziato il progresso. Dall'espressione di papà, anche lui doveva essersene accorto.
«Ispettore Cigna!» Cinguettò Seth «Belarda! Che ci fate qui?»
«Ehi, Seth» salutai, sforzandomi di tenere entrambi i gatti in braccio. Lillo si stava sporgendo dalle mie braccia per cercare di annusare Seth, incuriosito dalla nuova presenza. Era incredibile la propensione di quel micio, tripode per di più, per il mettersi in equilibrio precario.
«Ciao, ragazzo» Disse mio padre, quasi burbero «Siamo venuti a fare una visitina a mamma e papà. Sono in casa i tuoi?»
«Si, ispettore Cigna, ma tra un'oretta usciamo. Perché li cercate? Guai con la legge?» chiese lui, battendo le ciglia e guardandolo innocente dal basso.
Carlo annuì, guardando serio altrove «Sempre»
«Che è successo?» Seth parve sorpreso
«Succede, che in questa riserva continuano a mettere al volante i loro benedetti ragazzini, sperando che la polizia non si accorgerà che sanno ancora di latte perché sono alti come pali della luce».
Il ragazzo sorrise, e io mi stupii di quanto fosse gradevole la sua voce, giovanile, e quasi scampanellante in quella risata.
«Mi ha fatto prendere un infarto, ispettore capo Cigna! Accomodatevi, dai».
La casa dei Clearwater era deliziosa dentro come lo era fuori. Non aveva nulla a che vedere con lo sfarzo sfacciato di casa Cullen, ma la disposizione dei mobili, ed in generale i mobili stessi, erano accoglienti e graziosi. Chiunque avesse arredato aveva prediletto colori chiari e camere squadrate, con tende alle finestre e mobili chiari, dai colori tenui. C'erano diverse foto alle pareti, e ci misi un secondo per capire che non erano lì per essere solo belle, quando vidi che in mezzo alle altre di tanto in tanto compariva Leah, o Seth, o la famiglia al completo.
Erano tutte attività che i Clearwater avevano vissuto insieme, posti in cui erano stati, traguardi che avevano raggiunto.
C'era un ritratto dei quattro sorridenti, stretti insieme sotto un monumento famoso, dal lato opposto della stanza invece spiccavano foto fatte in zona di posti dalla bellezza mozzafiato, magica. Un lago con sospesa una libellula e tra il fogliame, nascosta e quasi invisibile ad una prima occhiata, spuntava Leah con un cappellino da baseball girato sui capelli più corti, come una creatura dei boschi, ignara di essere stata fotografata. Seth sorrideva sdentato davanti ad una torta a tema Pokèmon, con una manciata di candeline verdi affusolate. Harry Clearwater con l'aria esasperata e la tenuta da pesca, con la moglie Sue che gli ruba un bacio ed un pesce dalle mani: la gran cattura del giorno. Mi venne da ridere quando mi accorsi che in una c'era persino mio padre, molto più giovane di come lo vedevo adesso accanto a me.
Mi avvicinai per osservarla meglio, mentre Seth ci invitava a fare come se fossimo a casa nostra, e corse a chiamare i genitori con una certa foga.
Era una foto di gruppo. Non una di alta qualità, probabilmente per colpa della macchina fotografica, perché chi aveva fatto la foto sembrava avere avuto la mano molto ferma.
Tutti i presenti erano seduti in cerchio attorno al fuoco. Il fotografo aveva immortalato il momento in cui il piccolo fuoco aveva dato una vampata, forse incoraggiato da un po' di vento, e minuti lapilli brillanti invadevano la foto come lucciole. Sue, che indossava un vestito semplice ma decorato a fiori complicati, sembrava intenta a raccontare una storia con aria seria. Il mio papà, con i capelli più scuri e gli occhi luccicanti, congelati in un sorriso giovane e spensierato fin quando esisterà la foto, era messo tra Harry, che ha i capelli più lunghi schiacciati sotto un cappellino con ciocche ribelli che continuano a spuntare ovunque, e una ragazza dalla pelle chiara che non riuscivo a riconoscere.
Vicino al fotografo, quasi di profilo, c'era un giovane, affascinante Quileute con i capelli lunghi raccolti in una treccia e infagottato in un giaccone alla Grease, che non riuscii a riconoscere subito. Ero troppo abituata a vederlo con tutte quelle rughe, ma alla fine mi resi conto che aveva un sacchettino al collo, lo stesso che gli avevo visto la sera prima.
Non appena mi resi conto di chi fosse, non potei fare a meno di cercare, e trovare, subito delle sottili somiglianze con Jacob. Billy Black era davvero un ragazzo carino da giovane.
«Allora, che ne pensi?» Mi chiese gentilmente Sue.
Era arrivata silenziosamente, affiancandomisi senza che me ne rendessi conto. Sobbalzai appena e mi voltai verso la padrona di casa. Era ancora autoritaria e gentile, ma in un modo casalingo, come se fosse stata una donna ed una madre autoritaria, anziché una sciamana licantropa custode di segreti arcaici. Forse erano anche complici la maglia gialla leggera e il fatto che aveva i capelli legati in una coda appena appena disordinata, che la facevano sembrare più umana.
Harry stava attraversando la stanza di volata per stringere in un abbraccio mio padre, che sembrava felicissimo di vederlo, e si strizzarono in un abbraccione “virile”, di quelli pieni di pacche sulle spalle e in cui ogni tanto ci si scuote a vicenda tipo a mo' di ovetti Kinder, come a testare la solidità del proprio amico maschio.
«Carlo, vecchio mio! Come sei in forma!»
«Ehi, Harry! Come stai, amico?»
«Eh, si tira avanti»
«Sempre si tira avanti»
«Che mi dici di bello? Ci sono novità?»
«Aspetta, ti devo presentare il mio micio»
«Ah, hai un micio?»
«Si. Si chiama Lillo. Avere un gatto è un toccasana, guarda, devi prendertene uno, hanno tantissimi benefici...».
Seth e Sue sorrisero nel vedere quella riunione – da quel che ne sapevo, non era neppure così tanto che non si vedevano, considerato che ogni volta che mi riempivano la casa di pesce erano complici in quei genocidi – e la donna mi mise una mano sulla spalla.
«Buongiorno, Sue. La sua casa è molto bella» Dissi, educatamente
«Grazie, Belarda. Mi fa piacere che tu e Carlo siate passati a trovarci, siete sempre i benvenuti qui» mi rispose lei in tono vivace.
Harry e papà si erano spostati in un'altra stanza per cercare Leah, perché apparentemente era una grande appassionata di gatti e suo padre voleva farle vedere Lillo. Dracula rimase invece con me, e sentii mio padre che continuava ad illustrare ad Harry tutti i benefici medici dell'avere un gatto al suo amico pescatore. Era serissimo, sembrava un medico curante che prescrivesse medicinali.
Ed Harry era lì a guardarlo a bocca aperta ed annuire. Cominciavo a pensare che tutto il cerchio di amici di papà presto sarebbero stati gatto-muniti, e avrebbero creato una rete sociale gattara con casa Cigna come quartier generale.
Almeno così tutto quel pesce che prendevano avrebbe avuto un senso.
«Mi sembra che ti piacesse guardare questa foto» Disse piano Sue, e si voltò a guardare anche lei il quadretto appeso a parete. Il suo sguardo aveva un che di tenero, come se stesse guardando i suoi amici in carne ed ossa anzicché solo una loro vecchia foto.
«Sono tutte belle, Sue. Anche questa. Però in questa c'è il mio papà, e poi eravate tutti così...»
«Giovani?» Mi domandò lei, divertita
«Si, anche. Non solo. Sono curiosa però, chi l'ha scattata?» Chiesi, senza staccare gli occhi dalla cornice in legno, perfetta per contenerla, almeno ai miei occhi.
L'espressione affettuosa di Sue non cambiò quando mi rispose: «Non la conosci, anche se sono sicura che ne hai sentito parlare. Era la mamma di Jacob. Brava donna, Sarah. Riusciva a trasformare in arte qualunque cosa toccasse»
«Era una fotografa?» chiesi, timidamente.
Sue scosse la testa «No, non proprio. Lo faceva bene, ma era una pittrice. Abbiamo ancora uno dei suoi acquerelli in casa, era delicatissima, viene voglia di piangere a guardarli. Ci riusciva a guadagnare anche qualcosa. Billy non era ricchissimo, Sarah ci ha fatto crescere le due figlie ad acquerelli. Quando è morta, Billy ha passato proprio un brutto momento. Aveva un animo gentile, la Wilde, ma era in grado di trasformarsi in un animale in mezzo secondo se qualcuno cercava di toccare la sua famiglia. Altro che Quil»
«Era una Quileute?»
«Oh, si. Delle vecchie famiglie, anche, Ateara da parte di mamma. Sapeva tutto della magia e dei lupi, ma non ha mai voluto che i suoi figli si trasformassero. Diceva sempre che le leggende dicono una cosa sola: essere licantropi porta guai, e si finisce sempre per morire male. Non voleva questo per i suoi figli, quindi ha convinto le ragazze a trasferirsi prima possibile, ad andare a studiare fuori. Sperava che stando lontane dalla zona sarebbero diminuite le possibilità di incontrare Freddi e simili»
«Se posso chiedere... come... com'è morta?»
«Incidente d'auto. Banale, eh? Niente Freddi. Era ridotta così male che hanno dovuto celebrare a bara inchiodata ben bene. Il nostro Jake aveva appena nove anni» mi disse lei, schietta. Avrei preferito fosse stata un filo meno schietta, a dire la verità, ma apprezzai che non cercasse di spingermi via dalle cose che riguardavano la tribù.
Rimasi un attimo ad immaginarla, questa donna, prima di girarmi verso la stanza. Era vuota, salvo per me e Sue: anche Seth aveva preferito seguire Harry e papà, anziché rimanere a parlare con noi della foto. Di sicuro lui conosceva bene ormai le storie di tutti gli scatti della stanza.
«A proposito di Freddi e cose da fare...» Esordii io. Lei mi fermò con un gesto della mano.
«Sembra una cosa seria» Mi disse con aria grave «Bisogna sedersi. Posso offrirti qualcosa da bere? Tè? Caffè? Acqua? O qualcosa da mangiare, biscotti?»
Io accettai una tazza di tè – era difficile trovare del caffè davvero buono, e non volevo rimanere delusa – che Sue mi portò a tempo record sparendo in cucina e riapparendo subito dopo. La tazza era bianca, con il bordo superiore percorso da disegni casuali di un blu acceso, e il tè era piacevolmente freddo, dolce, con un sapore che ricordava la pesca, e cominciavo a sospettare che avesse versato nella mia tazza del té commerciale a caso.
Comunque era buono, e mi sembrava da ingrati lamentarsi, così ringraziai e aspettai che Sue si sedesse accanto a me.
«Allora, che cosa dovevi chiedermi?»
«Come mai avete il salotto all'entrata?»
«Perché mi sembrava una disposizione delle stanze accogliente. Mi dovevi chiedere questo?»
«Uhm, no, scusa, pensavo ad alta voce. Quello di cui dovevo parlarti era un'altra cosa» presi un profondo respiro «Il fatto è che il branco sta facendo del suo meglio, ed io non so come aiutarli. Quindi mi chiedevo cosa fare che potesse esser d'aiuto, e mi è venuto in mente che forse sarebbe stato utile se io avessi fatto da tramite tra il clan dei vampiri ed il branco, così da poter avere tutte le informazioni disponibili sui Volturi e potersi mettere d'accordo con i Cullen, dato che, mi pare di aver capito saranno dalla nostra parte. Potrei fare da ambasciatrice? Che ne dici, è un'idea stupida? O inutile? Magari ci sono modi migliori per aiutare la tribù, non lo so, ma a me è venuto questo. D'altronde, anche se mi allenassi, non sarei molto utile alla guerra». Sentivo che avrei iniziato a straparlare da lì a breve, così mi zittii ed osservai la reazione di Sue.
Lei era assorta, accarezzandosi lentamente il mento e soppesando le mie parole. Da un lato volevo che ridesse e liquidasse come stupidina la mia idea, dicendomi qualcos'altro da fare, ma un'altra parte voleva avere il merito di avere avuto una buona pensata e di fare qualcosa per sostenere i Quileute. Insomma, ero piuttosto confusa.
«Secondo me...» Disse Sue infine «Dovresti farlo. Non hai tutti i torti, bisogna tenere d'occhio i Cullen ed è difficile farlo per noi. Credo che ci saresti di grande aiuto se tu prendessi questo incarico, Belarda».
Io deglutii. «Grazie del consiglio, Sue. A chi dovrei fare, ecco, rapporto, quando osservo la situazione dei vampiri?»
«Per ora i due alfa stanno collaborando per dominare sui branchi. Sono gli unici su cui non funziona il doppio timbro dell'alfa, e hanno finito per dividere il potere momentaneamente, anche se ovviamente la lealtà dei lupi non è legata allo stesso modo sia all'uno che all'altra»
«Il doppio cosa di chi?»
«Storia lunga mia cara, te la spiegherò un'altra volta. Quello che voglio dire è che ti basterà riferire all'alfa con cui sei più in confidenza perché il messaggio sia fedelmente riferito a tutti gli altri e per far si che il branco lo rielabori in modo utile».
Annuii. Bene, dovevo parlarne con Ayita. Non sembrava troppo difficile.
«Grazie, Sue»
«Belarda». Il tono con cui disse il mio nome somigliava a quello con cui papà mi richiamava all'attenzione, da bambina, quando cominciavo ad allontanarmi troppo da lui durante le gite nel verde. Sue si voltò verso di me con tutto il corpo, tenendo la sua tazza fredda tra le mani. I suoi occhi scuri cercarono i miei e li inchiodarono.
«Perché lo fai?» Mi chiese, scandendo le parole.
Io risposi, sorpresa: «Credevo di averlo già detto. Voglio essere d'aiuto»
«Ti rendi conto che ti stai esponendo ai Freddi di tua spontanea volontà? Eppure sai quanto sono pericolosi, vero? Io non vorrei che... che siccome hai sentito quelle storie intorno al fuoco tu abbia pensato che sacrificarsi è l'unico contributo che possono dare gli umani. Come la terza moglie di Taha Aki, Belarda».
Sorrisi a Sue «No. E nessuna storia potrebbe mai convincermi a buttarmi in bocca ad un Freddo così alla leggera, se non sapessi quello che faccio, te lo assicuro. E poi, conosco i Cullen. So come muovermi accanto a loro, e non vogliono farmi del male. Vogliono solo rompermi le scatole fino alla fine dei tempi, ma dato che questa cosa non è fattibile, posso sopportare queste stupidaggini per qualcosa di molto più importante».
Sue sorrise come chi aveva ottenuto un risultato sperato, con un pizzico di furbizia ed uno di fierezza. Ma mi sembrava piuttosto improbabile fosse fiera di me: ci conoscevamo appena. «Sei saggia, Belarda» Mi disse rallegrata, alzandosi dal divano con la sua tazza vuota
«Saggia non direi. Pratica» replicai, e la seguii in cucina.
Non rimanemmo a lungo ancora nella casa dei Clearwater, per quanto fosse comoda ed accogliente. Leah ebbe il tempo di apprezzare Lillo, guardarmi come se non fosse molto entusiasta della mia presenza e cadere addormentata di schianto sul divano.
«Di recente si sta impegnando molto negli allenamenti» La giustificò Seth, che al contrario si era dimostrato disponibilissimo a farmi compagnia ed un instancabile chiacchierone. Con mia sorpresa, molte delle domande che mi pose furono incentrate sui vampiri: ne era rimasto affascinato, voleva sapere tutto di loro. Erano davvero morti e freddi? Perdevano il controllo se vedevano il sangue? E perché mai, visto che lui non perdeva il controllo quando vedeva una torta? Erano tutti malvagi, non se ne salvava proprio nessuno? Come funzionavano i poteri dei Cullen?
Se le domande fossero proiettili, Seth sarebbe stato una di quelle armi a munizioni infinite degli sparatutto sciapi americani.
Alla fine, con la promessa di Harry di passare a casa nostra per ricambiare la gentile visita, io e papà ci congedammo.
Ed era così che mi ero ritrovata di nuovo a contatto con il mondo dei vampiri.
Mi si potrebbe dire che ero ammattita ad avvicinarmi di nuovo a quella famiglia di maniaci sovrannaturali, e non dico che si sarebbe nel torto, ma mi sentivo fiduciosa nel fatto che gli avrei saputo tenere testa quanto bastava. In fondo sembrava che per un po' mi avessero lasciato perdere: Edward doveva aveva troppo da fare tentando di salvare la sua fredda, marmorea pellaccia di morto per pensare a molestarmi.
Non potevo mettermi subito all'opera perché era fondamentale che mio padre non venisse coinvolto nell'operazione. Lasciai che mi riaccompagnasse a casa, gli diedi un bacio sulla guancia e lo ringraziai per avermi accompagnata dai Clearwater, poi risalii in camera mia.
Aprii la finestra, perché avevo voglia di aria fresca, poi mi sporsi ad osservare i dorsi dei volumi disponibili in camera mia per selezionarne uno. Avevo avuto poco tempo per leggere negli ultimi giorni, con il fatto che avevo cercato di tenermi impegnata il più possibile – quando ero arrivata a Forks non avrei mai immaginato che avrei avuto un'agenda sociale così fitta di impegni – e adesso il richiamo di un rilassamento semplice tra i fogli di un libro si faceva sentire.
«Tu che dici, Dracula?» Chiesi al mio micio. Mi aveva raggiunto, silenzioso come sempre, ma era difficile non accorgersi della sua presenza dato che si stava strusciando sulle mie gambe.
Lui miagolò in risposta alla mia domanda, mettendo in mostra i formidabili canini nella loro interezza.
«Aww. Hai fame, Drakey? Hai fame? Guarda che papà ti da da mangiare se hai fame».
Dracula miagolò di nuovo, ma non si smosse. Non mi aspettavo che lo facesse: anche se era molto intelligente, ero certa che non avesse ancora imparato l'inglese. Se proprio avesse avuto fame avrebbe capito da solo che era il caso di scendere.
Per fortuna potevo fidarmi di papà: nonostante gli leggessi negli occhi che avrebbe voluto dare tutto quello che avevamo in frigo a Lillo e Drakey al primo “miao”, con una forza di volontà ammirabile sapeva frenarsi. Era molto attento alla linea di Lillo, anche perché aveva paura che del peso in più avrebbe potuto dargli problemi sforzandogli la sola zampa anteriore.
Tornai alla ricerca del mio libro.
Dallo scaffale, la mia copia in pessime condizioni di Cime Tempestose ammiccava verso di me, cercando di attirare la mia attenzione. No. Non avrei ceduto. Avevo fatto incetta di libri nuovi praticamente mesi fa e non ne avevo ancora iniziato a leggere neppure uno, non potevo mettermi a rileggere per l'ennesima volta Cime Tempestose. Non avevo neanche idea di quante volte lo avevo letto: mi aveva fatto compagnia per tutte le estati sotto l'ombrellone da una decina di anni a questa parte, lo leggevo sotto il tavolo il giorno che Phil ha fatto la proposta ufficiale di venire a vivere con lui a mamma al ristorante, era stato infradiciato e asciugato malamente sotto un sasso, era caduto da altezze vertiginose, aveva rischiato bruciature, avevo bagnato pagina 75 del mio sangue, in basso a destra, dopo essermi tagliata il dito senza accorgermene proprio con la sua carta, e lo avevo messo in pose oscene che ne avevano sfaldato la spina sia su poltrone di hotel di lusso che in capanni degli attrezzi in cattive condizioni.
Chi avesse visto quella copia di Cime Tempestose probabilmente non avrebbe mai pensato che era il mio libro preferito. Avrebbe pensato che io odiavo i libri, che odiavo Cime Tempestose, e che quel libro era un veterano di guerra.
Ne accarezzai il dorso con affetto, ma alla fine scelsi di prendere in mano il libro sulle leggende dei Quileute che mi era stato regalato nella piccola, magica libreria di Port Angeles.
Mi ero quasi scordata di averlo, e mi ero quasi scordata del fatto che la proprietaria della libreria sembrava saperla più lunga di quanto immaginassi. La mia memoria, come al solito, era una pessima assistente nel farmi ricordare eventi lontani e nomi, ma se non andavo errata mi aveva chiesto di tornare da lei se il libro mi fosse stato utile.
Forse era il caso di fare un salto a Port Angeles?
Mi immersi nella lettura. Il libro era scritto usando qualche parola un po' arcaica – con una controllata veloce alle prime pagine mi resi conto che era una vecchia edizione nonostante le condizioni perfette – ma in generale lo stile era semplice e scorrevole, proprio come una raccolta di favole. Era tutto un mondo di animali parlanti, serpenti marini succhiasangue e divinità corvo giocose, colorato ed ampio, ma in qualche modo la mia mente riusciva sempre a ricondurne le atmosfere a ciò che avevo provato davanti al falò, schiacciata tra i pesi caldi di Jacob ed Omaha.
Tra le altre storie ritrovai anche il breve mito di creazione della tribù che aveva raccontato Sue, usandolo come una sorta di prologo alla storia del Branco del Tramonto. Per quanto sfogliassi, non c'era alcun accenno a freddi o vampiri di sorta.
Arrivai a leggerne praticamente metà prima di decidere che potevo uscire senza che papà trovasse la cosa sospetta. Per coprire il fatto che mi avvicinavo alla casa di un tizio per cui avevo richiesto un ordine restrittivo, decisi che gli avrei raccontato che andavo a trovare Mike. Era una scusa che funzionava sempre: a papà piaceva Mike, ogni volta che glielo nominava borbottava annuendo “bravo ragazzo” o “buona famiglia” quasi a prescindere da ciò che gli dicevo.
Però non era il momento di mentire spudoratamente a Carlo, ed era meglio essere consistente con il mio alibi. Se in un secondo momento avesse parlato a Mike o ai suoi avrebbe potuto sapere che non mi ero affatto presentata dal caro vecchio Newton, e io non avevo alcuna intenzione di passare per bugiarda per i Cullen.
Riposi con cura il volume sulle leggende Quileute dove lo avevo preso e mi sedetti nuovamente sul letto a gambe incrociate e preso il cellulare tra le mani composi il numero di Mike.
Mi rispose al secondo squillo. «Ehi, Belarda!» Esclamò, e l'allegria sincera con cui pronunciò il mio nome mise di buonumore istantaneo anche me.
«Ehi, Pugnicalciatore».
Mike si dimostrò contento all'idea di vedermi, e ci accordammo sul vederci tra un'oretta. Lui doveva uscire per portare a passeggio il suo cane e saremmo partiti davanti al negozio dei suoi genitori
«Mi sa che è meglio che non porti Dracula però» Mi disse in tono un po' contrito «Lo sai com'è il mio cucciolone con i gatti»
«Non preoccuparti, Mike, lo lascio a casa». Tanto lo avrei fatto comunque, dato che gli saltano i nervi quando ci sono vampiri attorno. E chi può biasimarlo?
«Okay, Belarda, allora ci vediamo tra un po'. Mi raccomando, puntuale!» disse lui in tono scherzoso
«Tranquillo, ci sarò»
«Ah, e cosa mi dici del messaggio?»
«Il messaggio?»
«Si, non hai risposto alla mia perla di saggezza»
«Mike... è un'altra di quelle frasi senza senso con degli sfondi tipo il Big Ben o i fuochi d'artificio? Perché? Ma dove le trovi?»
«Su Internet. Qualche volta ti mando il link».
Sospirai, nel modo più rumoroso e teatrale possibile per assicurarmi che mi avesse sentita. «Allora chiudo la chiamata. Ci sentiamo più tardi, ti dirò anche che ne penso. Ciao, Mikolo»
«Ciao Bela!».
Frugando come un procione tra i messaggi ritrovai l'immagine incriminata, ed in un battito di ciglia il mio schermo fu riempito dell'immagine graziosa di un cigno bianco sospeso su uno specchio d'acqua, che rimandava indietro la sua immagine tremolante e blu. A sinistra rispetto all'uccello c'era una frase scritta in un font sottile e bianco: “Se hai effettivamente bisogno di un contatto con i morti, un modo per iniziare può essere quello di comportarti in modo naturale”.
Battei le palpebre.
Era un consiglio sorprendentemente sensato, vista la mia situazione. Forse avrei fatto bene a tenerlo a mente.
Rimaneva comunque il fatto che Mike non sapeva della mia situazione e che continuavo a non capire queste propensioni per film scarsi di arti marziali e frasi nonsense, ma era mio amico e dovevo sopportare.
Considerai di farmi una doccia, per eliminare tracce dell'odore di licantropi che inevitabilmente dovevo aver un po' raccolto stando in casa Clearwater, ma alla fine decisi che era una cortesia di troppo per i Cullen e sperai che a Edward cadesse il naso. Mi concessi solo una pettinata veloce, davanti allo specchio, e di far scivolare fiammiferi, alcool e spray al pepe in una tasca e il cellulare nell'altra. Ero pronta.
Quel brav'uomo di mio padre mi chiese distrattamente dove stessi andando, quando si accorse che stavo uscendo, e non ebbe da ridire sulla mia visita a Mike.
Nonostante la mia memoria fosse fallace, nel momento esatto in cui decisi di andare a casa dei Cullen ricordai la strada come se mi fosse stata impressa a fuoco nel cervello. Ero salita sul mio Chevy sentendomi solida e salda nella mia determinazione: ero pronta.


sabato 18 agosto 2018

Sunset 60 - La leggenda delle Sunset parte 2



Il gruppo attorno al fuoco rimase in attonito silenzio per qualche secondo. Quil e Billy si scambiarono un'occhiata divertita. Tutto ciò che Sue stava raccontando non sembrava impensierirli affatto: dovevano saperlo già da tempo, senza aver mai raccontato nulla a nessuno.
Erano prove del tutto circostanziali, ma per me fu come una conferma: quei due sapevano da prima del segreto delle ragazze-lupo. E se lo sapevano, ci doveva essere stato un motivo.
«Ayásocha?» Sussurrò Billy al suo vicino
«Yapòtalli» replicò stancamente Quil il vecchio, passandosi una mano fragile sui lineamenti. Aveva fissato il fuoco come se fosse stato in contatto con una qualche entità divina, ma adesso era tornato un comune uomo stanco.
Non avevo idea di cosa si stessero dicendo, quindi immaginai che stessero parlando la lingua dei Quileute. Una lingua strana, fluida a tratti ed esplosiva in altri, senza enne né emme.
«Stanno parlando Quileute?» Sussurrai a Jacob, guardando i due vecchietti con le palpebre socchiuse.
«Si»
«E che cosa si stanno dicendo?».
Jacob si strinse nelle spalle «Non ne ho idea. Non conosco il Quileute, è una lingua che parlano perlopiù i vecchi ormai. Io ho sempre parlato inglese. Comunque non si pronuncia, “quileut” come fai tu, né “quiliat”, come ho sentito fare a un sacco ad altri. La pronuncia sarebbe “quil-yoot”».
Ringraziai, imbarazzata di aver sbagliato finora la pronuncia della gente di uno dei miei migliori amici. Ero convinta che il vivere praticamente attaccati a La Push ci avrebbe garantito nessuno strafalcione, invece Carlo lo pronunciava “Quilauti” e solo dopo mi ero resa conto che non era probabilmente giusto. Magari lo sbagliava apposta, non lo sapevo. Quando ero piccola ero convinta che Quilauti fosse il nome di una merendina.
Chissà cosa si stavano dicendo, alle nostre spalle, quei due. Chissà cosa complottavano. Magari stavano rivivendo qualche momento lontano...
«E allora... facciamo congetture?» Propose Lara all'improvviso, con un sorriso assurdamente largo. Ayita si era alzata durante la pausa, approfittandone per intrecciarle i capelli in due lunghe trecce. Mi piaceva vedere Ayita impegnata. Sembrava quasi immersa in meditazione, ma le sue dita abili che correvano a stringere le ciocche libere di Lara nel momento giusto, per poi riportarle nel punto giusto.
«Ma tu non hai già sentito la storia?» sbottò Jacob a muso duro, tirandole un'occhiataccia
«Si, ma sono brava ad evitare gli spoiler. Comunque la prima volta ce l'ha raccontata Ayita» ed indicò la ragazza alle sue spalle con un pollice «Che penso l'abbia saputa da Sue. Ayita è una bomba a raccontare. Per carità, Sue è stupenda, ti fa venire la pelle d'oca, però Ayita fa le facce e le voci e gli effetti sonori».
Ayita abbozzò un sorriso, senza smettere di lavorare.
«Si, però Ayita è una Dungeon Master» obiettò Aida
«Dungeon Master? E che cavolo, ma quanti ordini segreti ci sono nel nostro branco di cui non sappiamo un accidente?» chiese il licantropo muscoloso, in tono esasperato
«Molti più di quanti tu possa aver visto ,giovane mortale» disse Omaha, misteriosa, gesticolando con ampi e lenti movimenti delle braccia, nello stesso istante in cui Aida rovinò la sua messinscena con un: «Non è un ordine, è un gioco. Dungeons&Dragons».
Le due si scambiarono un'occhiata e si strinsero nelle spalle.
«E così le ragazze della nostra tribù non solo possono trasformarsi in lupi, ma sono anche nerd?» Le punzecchiò Jacob
«Ma la vuoi finire?» dissi, tirandogli una gomitata sui suoi addominali che teneva tanto a mostrare in giro «Perché le devi sempre stuzzicare in questi modi?». Lui mi guardò innocente, ed io mi massaggiai il gomito. Apparentemente il suo stomaco non si allargava quando mangiava come un maiale ma decideva di aumentare la propria densità in barba a fisica e biologia, perché piuttosto che fare del male a lui provai una sensazione sgradevole al braccio.
«Ma ci trovate piacere a fare i maschi? Neanche si sapeva che esistevano le licantrope, e queste giocano pure alle cose da maschi» Quil il giovane si esibì in una risata piena e gioviale
«Da quando in qua Dungeons&Dragons è da maschi?» chiese Aida, battendo le palpebre
«E poi la vostra ignoranza non ci riguarda, visto che noi sapevamo benissimo che voi ci siete» Omaha gli fece la linguaccia.
Lara scelse l'approccio più diplomatico. No, non è vero.
«Sai in cosa ci trovo piacere? A metterti negli occhi questi spiedini dei poveri fatti con le grucce» Ringhiò Lara, affettando l'aria con uno spiedino. Quil smise di ridere, i due si guardarono. Sembravano sul punto di mettersi a ringhiare l'uno in faccia all'altra, poi gli occhi di Quil ricaddero sullo spiedino nelle mani di Lara, in cui erano infilzati quattro würstel uno sopra l'altro, gli ultimi di tutto il falò.
La ragazza, affamata come le sue controparti maschili, aveva deciso di mangiare un po' meno nella prima parte della serata ed adesso si stava rifacendo con entusiasmo.
«Me ne dai un po'?» Chiese Quil esitante «Ho fame»
«... Aspetta».
Lara si fece passare da Jacob la sua gruccia abbandonata, interrompendo per un secondo il lavoro di Ayita, e spostando due dei suoi salsicciotti sul secondo spiedino artigianale, che porse a Quil.
«Ecco qui, amico»
«Grazie, sorella» disse lui riconoscente, sbocconcellando con aria estasiata ciò che gli era stato regalato.
«E tutto è bene quel che finisce bene» Dissi io, appoggiando la testa alla spalla di Jacob. Ovviamente era caldo, ma ancora per questo più confortante.
Lui mi strizzò un po' le spalle con un braccio. «Non avevi troppo caldo per farti toccare?» Mi chiese, divertito
«Si. Però adesso che è praticamente notte la temperatura è scesa e io non ho un giubbotto»
«Perché non ti sei portata neanche una giacchetta?»
«Perché ho un Quilaiut» risposi io, ridendo. Lui mi aveva già sottobraccio, e per uno della sua stazza e forza fu un niente agguantarmi e cominciare a fregarmi le nocche sulla testa. Lanciai un urletto e cercai di liberarmi ridendo, mentre le ciocche dei miei capelli lavati di fresco, e quindi ancora più leggeri, se ne volavano in tutte le direzioni. Ero sicura che con quelle manacce calde mi avesse ridotto i capelli ad un nido, ma ad essere sincera non me ne importava più di tanto in quel circolo informale.
«Hai caldo abbastanza?» Mi chiese lui con un sorriso, stringendomi al petto e cingendomi le spalle con entrambe le braccia. Mi poggiò anche il mento sulla testa, come un cane desideroso di contatto con il suo padrone.
L'analogia forse non era molto politically correct parlando di un licantropo, a pensarci bene, ma non credo che lui si sarebbe offeso.
«Sissignore» Annuii per quel poco che potevo, con un capoccione due volte il mio appoggiato addosso «Sono al calduccio e ho anche un taglio alla moda fatto da un esotico fan di Steve Austin»
«Esotico? Guarda che sei venuta tu nella nostra terra, viso pallido»
«Mi dispiace, Lupo Seduto. Però sei davvero un hair stylist di tutto rispetto»
«Augh»
«E questo cos'era?»
«Quileute, la mia lingua»
«Ma proprio per niente» lo stroncò Billy dal suo posto, e sia io che Jake scoppiammo di nuovo a ridere. Jacob aveva avvolto una delle mie mani nella sua. Inutile dire che la mia era scomparsa come in un trucco di magia, ma guardai affascinata il contrasto di quel che era rimasto visibile della mia mano, piccina e bianca, in quella di Jacob, grande e scura.
«La tua cultura è magica» Dissi convinta «E non intendo solo per tutto il vostro cambiare forma e fare esplodere vestiti. C'è un che di bello nel modo in cui vi riunire davanti ai fuochi, e le storie, e il modo in cui vi trattate gli uni con gli altri»
«Davvero?». Lui parve rimanere colpito e felice dalle mie parole.
«Davvero» Confermai.
«Belarda... ti da tanto fastidio che io prenda in giro le ragazze-lupo?». Lo sentii ritrarsi e mi voltai appena in tempo per vedere i suoi occhioni neri puntarsi nei miei. C'era un che di dolce, così simile a ciò che avevo visto le prime volte che avevo guardato il mio personale sole peloso in viso.
Se lui mi faceva l'effetto di essere più allegra e spensierata, mi dava l'impressione che tutto fosse facile, mi resi conto, era anche vero che io avevo un effetto su di lui.
Era più bambino quando era con me. Io stessa non potevo fare a meno di pensare a lui come una sorta di ragazzino gigante, un amico, quasi un fratello più piccolo di me. Anche per questo lasciavo che ci fosse tutta questa confidenza fisica tra noi due: mi faceva piacere quando eravamo vicini, ma non c'era niente di davvero romantico tra me e Jake.
«Non sono mica arrabbiata, figlio-lupo» Gli sorrisi «Non preoccuparti. Voi ragazzi-lupo fate così. Sono sicura che presto sarete come un branco solo, tutti lì a punzecchiarvi con le grucce e mangiare mucche».
Lui mi sorrise.
Quando Sue tornò, nessuno di noi aveva formulato uno straccio di congettura, ma almeno ci eravamo divertiti.
«Allora, giovanotti... Dov'eravamo rimasti?» Chiese la donna, stiracchiandosi e prendendo di nuovo posto accanto al vecchio Quil. La ragazza Makah alzò la penna per attirare l'attenzione e si mise a rileggere ciò che aveva trascritto dal racconto:
«Ehm, eravamo a “questo Freddo trovò la sua fine insieme a molti altri, tra cui alcuni Quileute innocenti, e la sua importanza alla nostra storia è del tutto diversa rispetto al ruolo di semplice antagonista”. Poi hai interrotto la storia»
«Grazie mille, Emily» Sue prese un profondo respiro. La sua voce si modulò nuovamente con la solennità che le leggende della sua tribù meritavano. «Il branco dei Quileute non era mai stato tanto diviso, e questo era il peggior momento possibile per subire un attacco. Se solo tutti i guerrieri-lupo avessero ascoltato. Invece, i Quileute dovettero scontrarsi con qualcosa con cui non avevano mai avuto a che fare. Quando il Freddo arrivò ai confini della tribù, arrivò di giorno. Le Ragazze del Tramonto stavano dormendo, reduci da un lungo giro di ricognizione in cui avevano trovato ulteriori cadaveri. Eppure quello che avevano trovato questa volta, nonostante fosse stato prosciugato di tutto il sangue, non sembrava essere la semplice vittima di un vampiro, per quanto orribile fosse l'idea che un'altra di quelle creature fosse di nuovo sul territorio. No: era stata prosciugata del sangue, ma allo stesso tempo era come se fosse stata prosciugata della vita stessa. La pelle era raggrinzita, i peli sfibrati. Una delle zampe sembrava essere entrata in stato di decomposizione molto prima del resto del corpo. Tutte le ragazze-lupo rimasero turbate da quella vista, e dall'odore di pura morte che aleggiava nell'aria, diverso da quello di un vampiro, ma con note decisamente simili. Anche gli animali fecero di tutto per comunicare loro lo stato di turbamento in cui versava la natura attorno ai Quileute, e le ragazze-lupo, da vere guardiane qual erano, non potevano ignorarlo. Che fosse una nuova specie di Freddo la cosa con cui avrebbero dovuto confrontarsi, più letale e distruttiva della prima? Avevano detto tutto questo ai loro colleghi, raccomandandogli di distruggere qualunque non-morto che fosse entrato nel perimetro del villaggio senza dargli tempo di fare alcun che. Così, quando il Freddo arrivò fu immediatamente circondato dai guerrieri-lupo ancora nelle loro forme di uomo. Ma il Freddo, al contrario di quello che era successo con gli individui precedenti, non sembrava ostile. Anzi, non aveva neppure l'aspetto celestiale dei primi due, o nessuna apparente bellezza neppure per gli esseri umani che ebbero modo di scorgerlo poco fuori dal villaggio. No, dimostrava tutto l'orrore della sua condizione di cadavere ambulante e sembrava soffrirne, così tanto che i Quileute quasi ne ebbero pietà, e non disposero subito dell'intruso. Al contrario, rimasero ad ascoltare cosa aveva loro da dire.
Il Freddo, che disse di chiamarsi George, veniva da lontano. Era venuto perché era curioso, aveva sentito accennare alla morte di due Freddi, che si erano tra loro scelti come compagni, e ne era rimasto molto colpito dato che sapeva di per certo che erano valorosi nel lottare. Non molte cose possono uccidere con tanta facilità un Freddo. Aveva dovuto fare molte e molte ricerche e ci era voluto molto tempo per capire dove i due erano stati uccisi, e una volta recatosi nell'areale approssimativo che gli era stato indicato, aveva saputo dalle tribù locali quello che gli era successo. Il vampiro ovviamente non parlava la lingua dei Quileute, ma era molto bravo nel comunicare a gesti. La storia vuole che fosse particolarmente affabile, quasi impacciato nella sua gestualità e tentativi di parlare, ma disponibile a ripetere e per nulla irascibile».
Che simpatico. Doveva essergli rimasto impresso, pensai, se il nome del capobranco maschile dei Quileute non ci era pervenuto ma che questo comunicava a gesti si.
«Dopodiché fece capire ai Quileute, sempre a gesti, che non aveva intenzioni ostili e che era stato solo curioso di vederli, ed aggiunse che, anche se avesse avuto intenti bellicosi, non sarebbe riuscito a portarli a termine perché non si sentiva bene. I Quileute gli chiesero cosa avesse, ma lui non riuscì a spiegarsi, quindi immaginiamo dovesse avere qualche sorta di debolezza e malore diffuso, al punto tale da condizionare anche il suo aspetto fisico e le sua capacità motorie. È una cosa molto grave per un predatore. Data l'incapacità di nuocere a qualcuno, il Freddo fu ritenuto praticamente innocuo e gli fu lasciata la possibilità di rimanere per tutto il giorno sul territorio Quileute, così avrebbe potuto vedere al lavoro sia i guerrieri-lupo che le Ragazze del Tramonto. George il Freddo rimase stupito nel sapere che vi erano anche ragazze-lupo. E così George il Freddo rimase davvero per tutto il dì ad osservare come la vita scorreva nella tribù, offrendosi addirittura di aiutare qualcuno dei lavoratori del posto con i loro compiti. Ma le persone erano diffidenti: nessuna delle loro esperienze con i Freddi era mai stata positiva, e questo non li stava massacrando solo perché sembrava avere qualche strana malattia dei Freddi, perché avrebbero dovuto fidarsi? Questo straniero malaticcio, tra l'altro, non aveva affatto il fascino degli altri Freddi. Anzi, era meno affascinante del vecchio più vecchio della tribù. Non lo volevano attorno. Tuttavia i guerrieri-lupo sembravano aver deciso che la sua presenza momentanea tra i Quileute fosse sicura, così a parte qualche lamentela borbottata ad intervalli regolari, la gente lo lasciò gironzolare.
In verità, avrebbero fatto meglio a non fidarsi anche i guerrieri-lupo. Mancava poco al tramonto quando qualcosa accadde. Il Freddo divenne improvvisamente immobile, senza rispondere a nulla che accadeva all'esterno. Subito dopo, intorno a lui si formò una sorta di alone scuro, come se gli occhi dei presenti fossero diventati incapaci di vedere solo nell'ambito della sagoma tremolante che abbracciava la figura del Freddo. Quello si alzò tenendo le membra abbandonate, come se fosse stato una grottesca, ballonzolante marionetta tenuta da una mano inesperta. La gente ebbe paura, subito furono chiamati i guerrieri-lupo.
Fu un massacro. Questo nuovo nemico non era il Freddo, ma aveva viaggiato dentro il Freddo, prendendo in prestito il suo corpo morto per viaggiare e muoversi, già privo di un anima e quindi perfetto per essere occupato da un'entità che era altra. Aveva attraversato mezzo mondo, lottando per mettere radici da qualche parte, e qui si stava manifestando. Risucchiava il calore. Il solo tocco risucchiava la vita, e qualunque scontro corpo a corpo risultava nell'indebolimento inevitabile dell'avversario, e più si cercava di sconfiggerlo, più orrori sembrava in grado di evocare. Necrosi, decomposizione, crescita di muffe e funghi. Nessuno osava più toccarlo, ma a questo punto fu la creatura che avanzò dentro il villaggio, distruggendo tutto ciò che toccava, rovinando i campi, prendendosi vite. Sembrava impossibile distruggerlo: per quanti danni gli si potessero fare, il Freddo posseduto da quell'entità demoniaca aveva poteri incredibili di rigenerazioni. Per quanto i guerrieri-lupo potessero sacrificarsi, il loro sacrificio era vano: il Freddo era sempre più forte.
Fu in quel momento che le Ragazze del Tramonto si svegliarono, allertate dalle urla della popolazione, e trasformatesi arrivarono di corsa sul luogo della battaglia. Neppure loro sapevano come fronteggiare il mostro, ma sapevano che era lento, seppure indistruttibile. Senza perdere tempo a rimproverare il branco maschile dei Quileute, le Ragazze del Tramonto si divisero in due: Pititchu e metà del branco rimasero a combattere, organizzandosi per allearsi con i sopravvissuti tra i guerrieri-lupo, l'altra metà del branco, guidato dalla figlia maggiore di Pititchu, si sarebbe dovuta occupare di evacuare il villaggio. Molti guerrieri persero la vita per salvare la tribù, ma in brevissimo tempo i guerrieri-lupo compresero che quella non poteva che essere una soluzione precaria al loro problema: se il mostro dentro il Freddo fosse riuscito ad annientare i guerrieri, cosa gli avrebbe impedito di trovare il resto dei Quileute e finire il lavoro? Provarono a bloccarlo sotto degli alberi, persino delle rocce, ma sembrava in grado di farli marcire o sbriciolarli senza problemi; provarono a dargli fuoco, l'unica arma che era sembrata davvero efficace contro i Freddi precedenti, ma le fiamme si spensero quasi appena lo sfioravano, come private di tutto l'ossigeno, affogate dall'oscurità che circondava il freddo. I Quileute erano disperati.
In quel momento, un corvo si avvicinò in volo alle lupe che combattevano. Alcuni pensano che non fosse un semplice corvo, per la sua capacità di comunicare con le guerriere e per il fatto che era uscito di notte, rischiando la vita per ispirare le guerriere, ma questa versione non è certa. Il corvo disse loro che aveva potuto parlare con un suo simile venuto da lontano, che aveva visto l'evoluzione di questa creatura, di questa notte incarnata. Il corvo straniero gli aveva raccontato che questa entità possedeva i corpi solo in una terra al di là del mare di solito, ma che cercava di aggredire quanta più vita possibile, nutrendosi di terrore e disperazione. Il corvo straniero gli aveva raccontato anche che c'erano pochi modi di sconfiggere questa entità, ma che se non la avessero fermata subito, avrebbe rotto l'equilibrio di quelle terre per sempre, soffocando la vita come la malerba che cinge i campi coltivati. Così, il corvo sussurrò quello che c'era da fare per sconfiggerlo nelle orecchie di Pititchu, e lei, pregando che quel meraviglioso uccello non fosse lì solo in veste di ingannatore come era solito per le creature della sua specie, eseguì.
Per prima cosa, c'era bisogno di indebolire la creatura. Per farlo non bastava combattere, o si sarebbe preso la vita e la paura dei suoi avversari, ed al contrario sarebbe divenuto più forte. Per indebolirlo bisognava fargli sprecare energie inutilmente, fargli fare marcire legno e seccare arbusti, farlo muovere, farlo sforzare, farsi inseguire in tondo, e continuare comunque a cercare di essere le prede favorite della creatura, piuttosto che permettere che cominciasse ad inseguire gli altri, indifesi Quileute. Il branco guidato da Pititchu fece come gli era stato ordinato. L'alfa maschio era perito tra i primi in quel confronto, sentendo necessario slanciarsi per primo all'attacco e difendere la propria gente: ora tutti i Quileute non potevano fare altro che seguire l'ultimo alfa che era rimasto.
Lo indebolirono, riuscirono nel loro intento, ed alla fine i suoi poteri non erano più abbastanza forti da impedire al fuoco di avvampare accanto a lui, ed anche le capacità mentali della creatura sembravano molto, molto inferiori. Sembrò che la furia omicida abbandonasse il Freddo e che la creatura fosse stata sconfitta, ma Pititchu si rifiutò di avere pietà: sapeva che l'entità si nascondeva ancora dentro il corpo del Freddo e che non appena avesse avuto di nuovo le forze si sarebbe manifestata nuovamente. E poi, perché lasciare che un demone simile continuasse a camminare indisturbato per la terra, una creatura per avere una parvenza di vita uccideva umani innocenti?
Pititchu bruciò George il Freddo mentre chiedeva grazia pietosamente e, una volta assicuratasi che i suoi resti fossero ridotti in cenere, prese quelle stesse ceneri e le divise in due parti: la prima fu seppellita in tre punti diversi, la seconda fu gettata al mare.
È difficile, giovani lupi, rendere quanto fu in realtà arduo quello scontro. Sembrava che le forze del mostro non finissero mai mentre persino loro cominciavano ad affaticarsi, durò ore ed ore, furono in preda alla sconforto. Alla fine non sopravvissero che cinque guerrieri-lupo, tre Ragazze del Tramonto tra cui Pititchu, e due guerrieri-lupo maschi: ben misera cosa rispetto ai due folti branchi che avevano vegliato sui Quileute. Quella battaglia lasciò su di loro non solo ferite fisiche, ma anche mentali, e molto pesanti. Era come se avessero combattuto la morte incarnata, con tutte le sue conseguenze ed il suo orrore, e non tutti erano riusciti a superarla. Non è facile perdere dei compagni di branco sentendo i suoi pensieri mentre li perdi, e dopo aver condiviso la loro mente tanto a lungo. Grazie al sacrificio di quei coraggiosi guerrieri non si è mai più sentito di quell'entità, sconfitta una volta per tutte, ma di quei cinque lupi, due di loro rinunciarono per sempre a combattere in forma di lupo e tornarono a vivere tra i Quileute come comuni cittadini, facendo per tutta la vita il conto con le ferite psicologiche che quello scontro arrecò loro. Pititchu non era tra loro: era l'unica a non poter fare a meno di amare la sua forma lupina più di quella umana, e non avrebbe mai abbandonato quello che era. Però anche lei era rimasta colpita dagli effetti di quella battaglia, forse in modo ancora più pesante degli altri, ma mantenne fino a prima di sparire dalla tribù la stessa dignità, gentilezza e spirito di avventura che erano sue.
Gli effetti di quella battaglia hanno le loro ripercussioni fino ai giorni nostri: le Ragazze del Tramonto smisero di fidarsi del giudizio degli uomini-lupo e i due branchi divennero completamente separati. In loro assenza, ignorando del tutto i loro avvertimenti, era stato fatto entrare un pericolo devastante per la comunità nella tribù, e gli era anche stata svelata la presenza del branco. Fecero promettere ai due uomini-lupo rimasti di non svelare la presenza del loro branco alle generazioni future e loro promisero. Il Branco del Tramonto fu presto dimenticato da tutti, un segreto dei Quileute che però non smise mai di vegliare sulla tribù decennio dopo decennio. Questo garantì al branco del Tramonto la totale autonomia e la capacità di organizzarsi ed agire immediatamente al primo segno di pericolo, avendo sempre dalla propria parte l'effetto sorpresa per poter sorprendere i propri nemici proprio come era successo quella lontana, lontanissima notte in cui una ragazzina aveva scoperto il lupo che era in lei, uccidendo Dask'iya'».
Il silenzio scese per un attimo sul cerchio attorno al fuoco, interrotto solo dal crepitare delle fiamme.
«Wow» Disse Jacob, a voce più o meno bassa
«Aspetta, aspetta mamma!» Esclamò Seth «Hai detto che Pititchu era gentile e dignitosa e tutte quelle cose prima di sparire dalla tribù... quindi poi se ne andò?»
«Si, tesoro» Sue gli passò gentilmente una mano tra i capelli «Rimase a guidare il Branco del Tramonto per molti anni ancora, ma decise in seguito che voleva continuare a vivere da lupo, ma non poteva più farlo qui. In parte perché voleva viaggiare e cercare di ritrovare Taha Aki, suo padre, in parte perché secondo lei non era saggio cercare di ostacolare i pericoli solo una volta che erano nel nostro territorio. Pititchu la considerava una scelta poco lungimirante ed egoista, perché non stavamo usando la nostra forza anche a favore delle altre tribù e per difendere la natura. Se lei si fosse spinta più lontano, disse, avrebbe potuto evitare che quel Freddo arrivasse fino alla tribù. Così, semplicemente, all'arrivo di un tramonto qualunque, Pititchu partì, e nessun Quileute, che noi sappiamo la vide più» la donna sorrise «Potrebbe persino essere ancora in giro per l'America, cercando di difenderci, e la cosa adesso più che mai ci farebbe comodo» Sue sospirò e cambiò espressione. Era come se il sorriso che aveva tenuto finora fosse stato forzato, usato per tranquillizzare i suoi figli.
Il viso di Sue adesso indossava un'espressione decisamente più seria. Non parlò subito, ma guardò il branco, come invitandoli a riflettere. Aveva esattamente l'espressione di una persona che aspetta che le si faccia una domanda specifica, e ci volle qualche secondo prima che Jacob azzardasse:
«Quindi... questa cosa delle licantrope è stata tenuta segreta per un casino di tempo, ma adesso ce la state raccontando. Siamo in pericolo, okay, questo l'ho capito. Ma, Sue, che cosa sta succedendo? Chi ci vuole attaccare?».
Sue annuì e si leccò le labbra. «I Volturi» Disse con gravità «Molti di voi non hanno mai sentito parlare dei Volturi, ed in realtà è una cosa positiva» sospirò «Belarda è stata la persona che ci ha avvertito del pericolo imminente, quindi sarà anche quella con maggior informazioni a disposizione. Belarda, per favore, vuoi parlare tu dei Volturi?».
Io non mi aspettavo di venire coinvolta nel discorso, e battei le palpebre per qualche secondo, abbastanza stupidamente immagino, prima di rendermi conto di cosa avrei dovuto dire.
«Ahem... si, va bene, Sue». Presi un bel respiro. Ero sicura che l'ingiustificato imbarazzo di cui ero vittima si sarebbe attutito mano a mano che spiegavo. Così iniziai a parlare, gesticolando verso i Quileute che mi guardavano incuriositi.
«I Volturi sono una... una specie di nobiltà per i vampiri. Sono considerato alla stregua di una famiglia da come me lo hanno spiegato, perché credo che i tre capi del clan siano fratelli e molto, molto antichi. Aro, Marcus e Caius, così si chiamano. Loro... in verità credo che quello che facciano sia una sorta di oligarchia tirannica, e che si siano auto-eletti, e questa cosa è un po' anticostituzionale. Sono sia l'aristocrazia che prende le decisioni, sia coloro che si inventano le leggi, che le applicano e i boia. Cioè, uccidono o puniscono qualunque cosa possa essere una minaccia per i vampiri o rischi di rendere il loro segreto di dominio pubblico. Insomma...»
«Fanno schifo» completò Jake per me con un sorriso
«Si» lo indicai con enfasi «Si, fanno schifo. Ma il punto è che, anche se sono dei succhiasangue schifosi, sono terribilmente forti ed apparentemente hanno una sorta di corpo di guardia, costituito esclusivamente da altri vampiri scelti per le loro abilità straordinarie. Non so quanti di voi ne sono al corrente, ma alcuni vampiri posso avere dei poteri extra che gli consentono di fare... cose, cose folli e francamente terrificanti. Solo nel – come si chiama? Ah, si – nel clan di Forks ci sono almeno tre vampiri con dei poteri extra, che sono cose tremende tipo lettura del pensiero, visione del futuro e influenza sulle emozioni. Che non sono neanche sicura siano i poteri più straordinari tra i succhiasangue, quindi la loro guardia è addestrata e spaventosa, e non la si può sottovalutare. Di solito non si spostano con tutta la guardia al completo, ma stavolta stanno venendo a prenderci con tutta la guardia, comprese le mogli, che credo a questo punto abbiano i poteri più forti di tutti. E stanno venendo per i vampiri di Forks ed i licantropi di La Push»
«Ma che diamine gli abbiamo fatto?» Sbottò uno dei ragazzi-lupo «Perché dovrebbero avercela con noi? Neanche li conosciamo?».
Mi accorsi che mi stavo mordicchiando l'unghia del pollice ed abbassai la mano di scatto «Una dei Cullen è andata a denunciarvi a questi Volturi, e li ha fatti mobilitare. Ha detto che siete stati voi ad uccidere uno dei loro, Emmett Cullen».
Gli raccontai tutto ciò che sapevo sulla minaccia imminente, cercando di rispondere alle numerose domande che l'argomento sollevò. Era difficile tenere tutto a mente, ma non potevo lasciare fuori nessun particolare.
Per un momento mi ritrovai a rimpiangere i bei vecchi momenti in cui ero appena arrivata a Forks, ed ancora credevo che Edward Cullen fosse solo un depresso che non aveva abbastanza vitamine.
Conclusi il mio discorso aggiungendo «Dato che la presenza di un orso vampiro in zona punta solo a loro come creatori, e gli orsi vampiri sono contro le leggi, anche i Cullen rischiano la pelle, quindi saranno dalla nostra parte»
«Ma chi li vuole!» Sbottò Quil indignato, sollevando il labbro superiore per ringhiare
«Nessuno di noi desidera allearsi con dei Freddi» concesse Billy dal suo posto, facendo schioccare la lingua contro il palato «Ma se Belarda sta dicendo la verità, e non c'è nessun motivo che stia mentendo, avremo davvero bisogno di tutto l'aiuto possibile. Non dico che dovremmo prenderli nel branco, ma la decisione più saggia è lasciare che militino e attacchino i nostri stessi nemici»
«Anche se sono stati loro a venderci?» Ringhiò Quil, tremando di rabbia. Quel ragazzo aveva seri problemi di auto-controllo
«Si. Se sopravviveranno alla battaglia, li faremo a pezzi» disse Sue solenne «Ogni vampiro neonato è considerato parte del clan da cui viene il suo creatore. L'orso vampiro è un Cullen ed ha appena mandato...» lanciò un'occhiata a Seth e Leah «... a farsi benedire il patto. Li stermineremo, così come avevamo promesso molti, molti anni fa. Ma per il momento l'importante è sopravvivere, e proteggerci a vicenda»
«Aspetta, quindi sono stati davvero i Cullen a trasformare l'orso vampiro?» chiese Seth, dondolandosi appena avanti e indietro sul posto
«Certo, scemotto» Leah gli rifilò una schicchera sulla fronte
«Ehi! Mi hai fatto male, scema cretina!»
«Sono le uniche sanguisughe a forma di persona in zona, chi vuoi che abbia corrotto l'anima di quel povero orso per farlo diventare una sanguisuga a forma di orso?»
«Ma si sono comportati bene fino ad ora» disse titubante il più giovane dei due, sfregandosi la fronte contrariato
«Beh... relativamente» dissi io, cupa.
Improvvisamente mi sentii addosso tutta la stanchezza che avevo tenuto a bada finora con gli abbracci, le storie e parlare di cose anti-sonno come dei nobili mostri ammazza-tutti. Adesso che mi ero resa conto non volevo fare altro che acciambellarmi nel mio lettino con Dracula tra le braccia e dormire fino a tardi, fregandomene di tutto solo per qualche ora ancora. Cercai di soffocare, senza successo, uno sbadiglio.
«Alla luce di ciò che abbiamo scoperto» Disse Ayita, alzandosi dal suo posto «Ormai è ovvio che tutti i Quileute devono riunire le forze».
Sam si alzò a sua volta, e le tese la mano.
Ayita la accettò, solenne, ma si sciolse in un sorriso appena la presa di entrambi divenne salda.
«I due branchi sono di nuovo uno solo» Dichiarò Billy Black, chiudendo gli occhi. Inspirò l'aria fredda della sera, soddisfatto.
«Di nuovo uno solo» Disse Sam
«Di nuovo uno solo» ripeté Ayita.
Il cielo ormai era diventato completamente buio. Il calore di Jake mi circondava, alimentando la mia voglia di semplicemente chiudere gli occhi e dormire. Mi sentivo sempre più pigra, le braccia pesanti, cedevo più facilmente agli sbadigli. Il fuoco si stava quasi del tutto estinguendo, rendendo l'illuminazione dei visi dei Quileute, con i loro lineamenti regolari e decisi, fioca e quasi grottesca.
Per un attimo desiderai che quel fuoco fosse blu, sarebbe stato tutto più magico.
Come potevo desiderare altra magia, dopo tutto quello che era successo?
Mi rilassai del tutto contro il petto di Jacob, lottando col sonno. Dovevo assolutamente partecipare a questa conversazione cruciale. Ne andava della vita dei miei amici, dovevo sapere.
Dovevo sapere, anche se sapevo già troppo.
Dovevo...
Qualcosa mi scosse il braccio.
«Forza, Bells» Mi disse Jacob all'orecchio «Siamo arrivati».
Strizzai gli occhi confusa: il fuoco era sparito. Fissai l'oscurità inaspettata, cercando di dare un senso a ciò che mi circondava.
«Siamo arrivati? Dove siamo andati?» Farfugliai intontita, e Jacob sembrò trovare la cosa divertente. La sua risata mi riempì le orecchie. Mi ci volle un secondo per capire che non ero più sulla scogliera. Jacob e io eravamo soli, e non ero più seduta per terra nella stessa posizione in cui ricordavo di essere un secondo prima, ed anche Jake si era spostato. A dire il vero, non ero neppure per terra.
Spalancai gli occhi nel buio, riacquistando lucidità. Come ero finita nella macchina di Jacob?
«Mi state prendendo in giro?!» Protestai, quando capii di essermi addormentata «Che ore sono? Mannaggia la pupazza della Peppa, dov'è quello stupido telefono?» mi toccai le tasche freneticamente.
«Facile. È passata da un po' la mezzanotte. Ti sto riportando a casa, ma non preoccuparti, ho chiamato io Carlo per dirgli che ora ritorni»
«Mezzanotte?» ripetei io, ancora disorientata. Fissai nell'oscurità e mi accorsi che stavamo entrando nel viale che portava davanti casa mia. Mi trovai a pensare che a quell'ora aveva un aspetto un po' alieno, ma era bella.
«Ecco qua» Disse Jacob, picchiettandomi sulla spalle e poi cercando di infilarmi qualcosa in mano, che tenni stretto automaticamente. Il cellulare. Avevo un avviso di chiamata persa da Carlo che risaliva ad una decina di minuti prima ed un nuovo messaggio da Mike, un'immagine. Decisi di non guardarla adesso e mi rimisi di nuovo il cellulare in tasca.
«Mi hai accompagnata a casa» Dissi, aggrottando le sopracciglia.
I miei occhi si erano ambientati abbastanza da vedere il bagliore luminoso del sorriso di Jacob.
«Ho pensato che se mi comporto in modo carino, potrò passare più tempo con te»
«Grazie, Jake, ma...» mi passai una mano tra i capelli «Mi sono addormentata! Era importante, perché nessuno mi ha svegliata?».
Lui fece una risata a bocca chiusa, probabilmente cercando di trattenersi, ma risuonò comunque come uno sbuffo nasale, una sorta di pernacchia nell'abitacolo scuro. Anche lui doveva vederci abbastanza bene al buio, perché si mise sulla difensiva appena si accorse dell'occhiataccia che gli lanciai.
«Scusa, scusa, non sapevo che volevi essere svegliata. È solo che ti sei addormentata da sola, sembravi esausta, non ho avuto cuore di svegliarti. Anche gli altri lo pensavano, sei così carina quando dormi. E non hai nemmeno resistito per vedermi mangiare la mucca. Hai anche detto un paio di cose».
Raggelai. «Che ho detto?»
«Niente su cose che non sapessimo di te. Cose tipo “Edward Cacchen” e “vi odio tutti, vampiracci” e qualcosa a proposito del fatto che Cesar Millan deve lasciarci stare».
Mi schiarii la gola, sforzandomi di ricacciare il rossore «Comunque, avrei voluto sentire il resto. Di cosa avete parlato? Siete andati avanti a lungo?»
«No, cose di strategia, di turni di allenamento eccetera, le cose concrete iniziano domani. Non ti sei persa niente Belarda» mi rassicurò.
Sospirai di sollievo. «Comunque stasera è stato... unico, vero?»
«Mi fa piacere che tu sia stata bene. È stato... bello, per me. Averti qui. Dormi serena, Bells. Non preoccuparti di niente: c'è il grande lupo cattivo qui»
«Non starmi sotto casa. 'Notte Jake. Grazie tante»
«'Notte Belarda» sussurrò, mentre mi allontanavo nel buio.
Mi fermai, con un piede per terra. «Jacob?»
«Si, Bells?»
«Avete discusso su... come posso aiutarvi? Avete pensato se... c'è qualcosa che posso fare per aiutarvi?».
Lui rise, ma stavolta era una risata amara, più consona a quella piccola, cinica parte di Jacob che mi aveva svelato una volta sola. «Sapevo che lo avresti chiesto, gliel'ho anche detto. Ne abbiamo parlato Belarda. Sei stata incredibile finora, hai dimostrato un coraggio che non ho mai visto in nessun altro che conosco».
Mi voltai a guardare il suo viso. Non vidi un accidente, perché era buio.
«Sei coraggiosa, Belarda, ma sei pur sempre un'umana, ed il branco vorrebbe che non ti facessi più coinvolgere in quello che riguarda questa guerra. Non hai nessuna possibilità di vincere o partecipare senza ostacolarci. Se i Volturi dovessero vincere a te non accadrebbe nulla, sarebbe la magia a sparire dalla tua vita. Saresti al sicuro. Se invece dovessimo vincere noi, saresti al sicuro comunque. Se dovessi lottare con noi invece moriresti quasi di sicuro, quando non è neanche una cosa necessaria. Non ti vogliamo, Belarda. Non ti vogliamo perché ti vogliamo bene. Buonanotte, Belarda».
L'auto di Jacob ripartì nella notte e provai a richiamarlo, a corrergli dietro, ma non feci neanche tre passi che ovviamente mi beccai una storta e rimasi a saltellare al buio nel giardino di casa.



Note degli autori: Se qualcuno di voi ha letto il nostro "L'Uomo dei Cimiteri", ha probabilmente riconosciuto la natura della mostruosa e potentissima entità che possedeva il corpo del Freddo George ;)
Altrimenti, beh, il mistero aleggerà ed è una bella leggenda anche così.



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