giovedì 5 marzo 2020

Un boccaccio di Amuchina - 4. Come nacque tutto



+ Come nacque tutto, una storia di Giangiorgio Gomblotti+

Non so quanto le persone che sono sedute qui con me siano coinvolte in questo sequestro, se ne siano vittime come lo sono io o se siano complici dalla parte del signor Lazzaretti, o cosa mi accadrà in questa grande casa. So che almeno due di voi sono cattive persone.
Va bene, so che è stato tutto orchestrato per avere qui me e la nonna, lo so.
Parlerò.
Anzi, c’è proprio bisogno che io parli: la libertà di un uomo finisce dove la sua bocca non dice più le parole che vorrebbe pronunciare, ma è costretta a ripetere quelle d’altri, o a tacere.
Cosa? No, che vuol dire? No che i muti non sono schiavi, possono comunicare benissimo in altri modi! Anche se… ora che mi ci fai pensare, è una cosa su cui dovrò fare delle ricerche quando, e soprattutto se, riuscirò mai ad uscire di qui con tutte le mie facoltà mentali.
Io lo so che un uomo come il signor Lazzaretti può aver orchestrato tutto questo solo per due ragioni: o per sapere quanto ne so prima di mettermi a tacere, non so se per sempre o asportandomi le mie memorie, o per sentire il materiale del mio audiolibro e rubare le mie idee, lo so.
Vada avanti, faccia pure se questo la fa stare meglio! Io non ho paura dei suoi muscoli. Io lo so che un normale umano non può raggiungere quella forma bozzuta senza l’aiuto di sostanze chimiche, e quindi so che i suoi muscoli sono vuoti come la sua casa e il suo cuore.
No, non voglio fare a braccio di ferro. Lei mi vuole assalire: lei, signor Lazzaretti, è un bruto.
Per ora mi piegherò al suo volere, ma non crediate che sia perché ho paura dei suoi bozzi, tutt’altro: lo sto facendo perché ho sentito ogni sorta di inaccuratezza da quando sono entrato in questa casa da tutti voi, e approfitterò di quest’occasione per spiegarvi in che razza di mondo viviamo.
Per capire al meglio le stravolgenti informazioni che ho su Caltaleone e che ho deciso di condividere con voi però, – sì, proprio questa città che ritenevate tanto sonnacchiosa ed innocua! Ma scommetto che non avete mai sentito parlare della Porta dei Triangoli Occulti! E che mi dite del Morto col Maquillage? Sorpresi, eh? – fino ad arrivare alle vere origini del complotto Coronavirus, dovrò partire da molto, molto tempo fa. Dall’inizio.
Ecco a voi la storia di come ebbe inizio tutto.
In principio l’universo era come un enorme scatolone quadrato in cui stavano due grandi biglie compatte che rotolavano dappertutto, una bianca e una nera: la prima era la materia, la seconda era l’anti-materia.
Gli scienziati vorrebbero farvi credere che all’inizio di tutto non ci fosse niente, e invece no! Sappiamo che niente si genera dal niente, dall’osservazione coi nostri propri occhi, quindi quella del Big Bang è una teoria stupida.
Lo scatolone doveva essere quadrato per forza, perché se fosse stato tondo le due biglie avrebbero potuto continuare a rotolare per sempre; invece c’erano degli angoli e rimbalzando le due biglie si scontrarono e, siccome erano opposte in tutto e per tutto, provocarono un’esplosione e un’anti-esplosione: l’anti-esplosione scombinò ciò di cui erano fatte le biglie, mentre l’esplosione le proiettò per tutto lo scatolone.
No, non è la stessa cosa del Big Bang. Ignorante.
Per sua natura, l’anti-materia non può toccarci senza generare un’anti-esplosione, e la materia è fatta per indagare e conoscere solo il resto della materia, perciò non poteva succedere altrimenti che la materia e l’anti-materia si evolvessero allo stesso momento ma del tutto separate, generando un universo e un anti-universo. Purtroppo non abbiamo modo di sapere come è fatto questo Universo Nero e se somiglia al nostro perché non lo possiamo percepire con i nostri sensi materiali, ma vi assicuro che c’è.
Siete scettici? E come mi spiegate i buchi neri, che si chiamano anche “neri”? Ah ah, scacco matto.
Ora, quando le due biglie bianca e nera si erano toccate per la prima ed ultima volta, un po’ di materia ed anti-materia si erano fuse insieme creando una terza cosa mai vista prima, il Principio Unico ed Inscindibile del Concetto Attivo Universale del Perfetto. O “Il Perfetto”.
Il Perfetto, avendo caratteristiche sia della materia che dell’anti-materia e potendo interagire con entrambe, era proprio… perfetto, e fu grazie alla sua influenza – che subiamo tutt’oggi, attenzione – che si originò un universo funzionante, frutto quindi di un disegno intelligente.
Se prima l’universo non funzionava? Ottima domanda, Pinocchio. Prima l’universo faceva schifo perché erano solo due palle scolorite che hanno finito per sbattersi addosso, quindi certo che no, bambino ignorante. Mi hai dato un calcio? Tu, bambino, mi vuoi aggredire. Tu sei un bruto.
Dicevamo: così l’universo, piano piano, iniziò a prendere forma.
Facciamo finta di viaggiare alla velocità della luce, saltiamo eoni in cui le rocce cominciavano ad attaccarsi insieme per fare delle rocce molto più grandi e la nascita di pochissimi ambienti adatti alla vita ed alla anti-vita, e arriviamo al momento in cui le prime persone escono dal brodo primordiale, tutte sporche, che ancora non sanno sbucciare le mele.
Anche loro si evolvono come tutti gli altri animali, guidati dal Perfetto, ma infine si elevano e, nei primi anni ‘90, nasce da quella nobile stirpe di animali intelligenti quello che diventerà il mio idolo: Kadam Admon!
Nasce da una famiglia che viveva nelle campagne, senza molto cibo ma con moltissima acqua, e nel verde della natura osserva il mondo e comincia a capirne gli ingranaggi. Non va a scuola, dove nessun insegnante può mettergli in testa delle false nozioni pilotate dal governo, e arriva con mente limpida e serena all’età di giovane adulto. Allora diventa guardiano di fiumi per professione, e con i primi soldi che guadagna con questa professione, decide che è il momento di comprarsi una macchina fotografica, per quanto costose fossero all’epoca. Comunque lui era molto bravo a guardare i fiumi, e quindi i soldi non gli mancavano.
La sua famiglia non capisce questa scelta e cerca quasi di ostacolarlo; è allora che nasce il celebre litigio da due frasi con il padre:
«Ma figlio» gli dice il padre «Non preferiresti una bici o un giornale con delle donne provocanti?»
«No» risponde Kadam. E così la ebbe vinta lui.
Questa macchina fotografica si rivela una risorsa di incredibile valore per il giovane Kadam, che si mette a scattare foto a raffica e a spendere tutti i soldi che guadagna fissando i fiumi per farle sviluppare. Dato che non gli rimane soldi per altro, campa con tre caramelle e una mela al giorno, oltre ovviamente a tutta l’acqua che vuole. Le foto dell’epoca che lo ritraggono ci mostrano infatti che era un giovane adulto molto sciupato, nonché l’inventore del selfie.
Osservando queste foto che scatta del mondo, che si appende sulla tesa del cappello per allenare la visione periferica e per poterle confrontare con la realtà che lo circonda, Kadam si rende conto di molte leggi fisiche: tipo il fatto che ci sono quattro stagioni che si susseguono, che a volte gli alberi muoiono e che le nuvole si muovono in cielo. Fino ad allora, ad esempio, molti alberi erano ritenuti immortali… e invece Kadam poté dimostrare che così non era.
Ma soprattutto, durante una giornata invernale in cui il suo fiume si è ghiacciato e quindi esserne il guardiano è ancora più faticoso perché, si sa, il ghiaccio può essere rotto, Kadam sente uno strano rumore provenire dal cielo. Fa così: wuhan wuhan wuhan.
Quando alza lo sguardo però, in cielo non c’è niente di niente tranne molte nuvole bianche. Così, dopo averle fotografate, decide di andare a controllare di persona cos’è che che continua a produrre quello strano rumore mai sentito prima.
Kadam si incammina, portando con sé la sua fida macchina fotografica. Ad un certo punto quella strana vibrazione smette, ma Kadam vede delle luci in cielo, così, sospese. All’inizio pensa che, siccome sta calando la sera, siano le prime stelle che si fanno vedere, poi si rende conto che sono grosse come un vitellino e allora decide di scattargli una foto per vedere meglio di che si tratta o potere, se ce ne fosse bisogno, mostrarla ad altri in cerca di consiglio.
Fu lì, signori miei, che venne scritta la storia! Lì cambiò tutto, tutto quello che credevamo di sapere venne stravolto nel tempo d’uno schiocco di dita!
Nella foto si vedeva un’astronave! Una di stile classico, un disco volante a tutti gli effetti, con tanto di piccolo alieno dai grandi occhi magro quasi quanto Kadam che salutava da uno dei finestrini.
Dalle foto che scattò quel giorno e dalla sua esperienza, Kadam Admon riuscì a ricomporre tutti i tasselli mancanti del puzzle: noi non eravamo l’unica civiltà intelligente che si era formata nell’universo.
Dalle parti di Zeta Reticuli, a seguito dell’evoluzione dell’anti-materia, dagli anti-brodi primordiali erano nate delle anti-persone!
Queste prime anti-persone, ad ogni modo, hanno dei vantaggi che noi creature materiali non abbiamo: mentre noi siamo del tutto ignari della loro presenza nel nostro stesso universo loro non solo sanno che ci siamo, ma possono anche osservarci tranquillamente senza paura di essere scoperti dato che la materia non può percepire, per sua natura, l’anti-materia, ma loro non possono toccarci direttamente senza generare un’esplosione!
Il fatto di poter osservare tutto, però, sia materia che anti-materia, ha fatto sì che questi esseri incredibili ed alieni si evolvessero molto più in fretta di noi, così al giorno d’oggi hanno anche un sacco di tecnologie avanzatissime e mezzi di trasporto per raggiungere la nostra Terra ed osservarci.
La cosa interessante e del tutto scientifica però, è che la luce è un’energia, e perciò interagisce sia con noi che con loro e noi materiali possiamo percepirla tranquillamente: ecco perché quel giorno Kadam vide le luci dell’astronave ma non il disco volante stesso, ed ecco perché invece riuscì a vedere la foto, perché era ormai solo colore e luce che veniva da un apparecchio materiale, quindi visibilissimo per lui!
Le foto scattate da Kadam sono ancora disponibili su Internet e su fonti del tutto rispettabili, come il profilo Facebook del dottor Truffaldonis, ufologo, sui siti “Alieni ed extraterrestri” e “Complotti Incredibili (ma veri)” e sul mio blog. Alcuni scettici e persone di scienza dicono che la foto non è attendibile perché è un poco sfocata, ma non tengono conto che Kadam non aveva nessun cavalletto o treppiedi con sé, quindi è normale che lo scatto sia venuto un pochino mosso.
E comunque, in realtà sia l’astronave che l’alieno sono facilissimi da distinguere, basta piegare la testa a quarantacinque gradi a destra, strizzare l’occhio destro più del sinistro e non respirare per una decina di secondi et voilà, li vedi subito, come averli davanti. Certe persone non sono pronte a fare nessuno sforzo per vedere la verità.
Credo che per percepire l’anti-materia ci voglia una certa quantità di Perfetto nella propria anima che rende più sensibili alla percezione di tutti i fenomeni, che questi uomini di scienza non hanno.
Comunque, dopo quell’incontro Kadam decise di allontanarsi dalla propria famiglia per non metterla in pericolo e venne a studiare proprio qui, a Caltaleone, dove dicono ebbe molti altri incontri con queste forme di vita extraterrestri e di diversa materia, ed inventò un ingegnoso metodo di comunicazione luminoso per poter parlare con loro.
A Caltaleone è morto serenamente di vecchiaia, dopo aver negoziato una pace momentanea con gli alieni che però si è infranta al momento della sua morte… e ve ne narrerò le conseguenze.
Si lasciò dietro un libro intitolato pressapoco “Memorie di un guardatore”, che è un po’ difficile da decifrare. Alcuni dicono che è perché era un illetterato che non è mai andato a scuola, ma io so che l’ha codificato per far sì che solo persone degne possano capire il suo lavoro e proseguirlo, e riuscirci è il mio sogno! Kadam Admon è diventato ai giorni nostri un vero eroe per tutti noi che cerchiamo la verità: il mio eroe.
Ed è così che, dopo avervi raccontato come è nato tutto e come è stato capito com’era nato tutto, arriviamo ai giorni nostri.
Ed alla grande, spaventosa verità: Caltaleone è la città più importante del mondo.
To be continued… Sì, l’ho detto ad alta voce, qualche problema?
Ora avete le basi per capire quello che vi dirò nelle prossime storie, ma attenzione, perché adesso portate come me il fardello della conoscenza. Riuscirete a sopportarlo?
O... impazzirete?
Wuhan, wuhan, wuhan.



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mercoledì 4 marzo 2020

Un boccaccio di Amuchina - 3. Un posto per bambini



+ Un posto per bambini, una storia di Giuseppino Occhio+

Ora ve la racconto io una storia! Allora… c’era una volta… c’era una volta…
Un adulto. Un adulto che non voleva andare a scuola. Era un professore questo, sì, un professore che non voleva mai lavorare, perché gli scocciava di correggere tutti quei compiti e di dover sempre punire i bambini.
Era un professore bravo lui, che voleva solo che i suoi alunni si divertissero tanto, e allora gli comprava i gelati, le caramelle e le riviste dei videogiochi. Insomma, a scuola gli piaceva andare perché c’erano i bambini, ma si scocciava perché c’erano gli altri professori che erano tutti noiosi e cattivi.
Il preside lo rimproverava sempre e gli diceva «Sei troppo buono con questi bambini! I professori sono fatti per essere cattivi! Per farli spaventare sempre di prendere un due, per farli tremare, per mandare le note a casa! Che cos’è questa storia che li porti a prendere il gelato?».
E il professore bravo, che si chiamava Giuseppino, ecco, Giuseppino sorrideva con grande bontà e scuoteva la testa.
«I bambini non son fatti per prendere i due» Rispondeva «Son fatti per prendere il sole»
«Ma quale sole e sole?» strillava il preside «Son fatti per prendere le botte!».
E tutti i giorni il preside e il professore Giuseppino litigavano sempre di più. Una volta il preside diede un pugno al professore buono, un pugno forte in faccia, che lo fece cadere a terra e svenire.
Quando il giorno dopo Giuseppino andò a scuola, i suoi alunni si preoccuparono tantissimo nel vedere il grande livido blu intorno all’occhio del loro amato maestro.
«Oh, prof!» Gridò Giannina, arrabbiata come al solito «Chi è stato a farti questo? Se lo trovo, ah, se lo trovo gli mangio la testa!»
«Ma no, ma no Giannina, sono solo caduto dalle scale» disse il professore, ma ovviamente era una bugia.

Tutti i bambini capirono subito che era una bugia, perché se cadi dalle scale mica sbatti solo un occhio! Dovresti sbattere tutto, no? E magari avere le ossa rotte, un braccio ingessato, ma non un occhio nero che sembra una melanzana… qualcuno doveva aver dato un pugno fortissimo al loro professore e quindi loro dovevano fargliela pagare, al maledetto!
Dopo la scuola, tutti i bambini della classe si riunirono in cortile.
«Dobbiamo ammazzare chi gli ha fatto questo» Disse Giannina
«Ma ammazzare è vietato dalla legge» fece Giuseppino Junior, che era il più buono di tutta la classe
«E allora gli dobbiamo rompere le mani, così non lo fa più».
Tutti i bambini erano d’accordo: dovevano rompere le mani al coso che aveva picchiato il professore. Ma come avrebbero fatto a capire chi era?
«Indagheremo» Disse Marco, che aveva gli occhiali grandi grandi e tondi, e che era portato per fare il detective «Ho un’idea! Entreremo a scuola prima, domani, e uno di noi, a turno, seguirà sempre il professore Giuseppino, così scopriremo se qualcuno gli vuole male e gliela faremo pagare!»
«Sì» dissero tutti «Sì, è una bella idea».
E così il giorno dopo tutti i bambini della classe arrivarono a scuola alle cinque, si nascosero ognuno dietro un pilastro, dietro un muretto, dietro uno zaino, e aspettarono. Alle cinque e dieci minuti arrivò il preside, che era grosso grosso, con una pancia gigante, una faccia brutta da mucca con gli occhi da bassettoide e i baffi che facevano “swish swish” per quanto erano lunghi.
«Uhm, ha un’espressione molto cattiva» Disse Marco, sottovoce
«Sì, ma ce l’ha sempre» rispose piano piano Giuseppino «Non è mica una prova questa»
«Hai ragione. Continuiamo a guardare».
Il preside entrò e se ne andò in presidenza, dove si sedette dietro la sua scrivania nera e tirò fuori delle foto da dentro il cassetto. I bambini lo vedevano perché lo stavano spiando dalla finestra, comunque. Allora, il preside guardava le foto, che erano tutte di bambini, e le commentava.
«Ah, Gianni Vilardi!» Diceva, guardando un ragazzo con i capelli marroni «Ora è diventato grande e lavora al MecDonnel! È triste e gli abbiamo rovinato la vita, molto bene, molto bene! Così si diventa adulti, brutti e tristi!» e poi cambiava foto, la guardava e diceva «Ah, Annamaria Nonni, mi ricordo di lei: era una bambina sempre felice, che aveva un topolino domestico! Ora che è grande si è rassegnata e lavora con quelli che ammazzano i ratti e gli scarafaggi! Ah, che bello, quante responsabilità che ha adesso! Triste e piena di responsabilità, proprio come tutti gli adulti!».
E andava avanti così, guardando tutte le foto dei bambini che una volta erano stati alunni spensierati, ma che la scuola aveva costretto a diventare adulti poveri e tristi con lavori bruttissimi. Quei bambini volevano diventare attori, artisti, pittori, fumettisti, calciatori, coltivatori di zucchine, modelli dei costumi da bagno o guidatori di trerruote, ma a scuola li avevano consigliati male e li avevano costretti tutti a fare dei lavori terribili e che loro non volevano fare.
«Lui ce l’ha con i bambini» Disse Giannina «Non può essere stato lui, non picchierebbe un adulto, no? Gli piacciono gli adulti»
«Ma solo quelli tristi e musoni che fanno lavori brutti» rispose Giuseppino
«Già. E invece il professore Giuseppino è contento, perché gli piacciono i bambini e gli piace insegnarci mille cose divertenti» dedusse Marco, che amava molto il suo insegnante perché era da lui che aveva imparato come fare il detective e tanto altro, come la vita degli squali e dei serpenti.
I bambini però non avevano ancora prove, quindi si nascosero di nuovo e aspettarono di vedere gli altri professori.
Alle sei arrivò la professoressa di religione, la malvagia Nancy che odiava quelli diversi da lei. Si vestiva sempre con maglioncini alla naffatallina, pantalonazzi da circo o gonne ancora peggio, e aveva i capelli a caschetto biondi, ma finti biondi, e non le piacevano i bambini che la pensavano diversamente da lei. Una volta aveva detto al piccolo Raji, che adorava un dio elefante bellissimo, che sarebbe andato all’inferno, e un’altra volta aveva detto a Nina, che non andava mai a messa, che il Diavolo l’avrebbe punta tutta.
«Non potrebbe aver dato un pugno al professor Giuseppino» Ragionò Giuseppino «La sua religione dice che deve essere buona, no?»
«Ma lei è buona? Certo che no!» fece Giannina

«Però non credo che sia lei. La controlleremo, comunque».
E la controllarono, mandandole dietro un bambino perché guardasse cosa faceva, ma la malvagia prof Nancy si faceva soltanto il catechismo da sola, con mille segni della croce, e si bagnava tutta con l’acqua santa.
Poi, alle sei e dieci, arrivarono insieme la professoressa di matematica, una zitella acida con i capelli lisci lisci a spaghetto, e il professore di educazione fisica, un gorillone con le braccia tutte pelose e le sopracciglia a spazzola e i capelli a sopracciglio. Questi due stavano insieme, erano fidanzati e si baciavano. Come… che significa che se lei stava con lui non era una zitella? E questa era una zitella lo stesso. Acida. Tanto lo sapevano tutti che si sarebbero lasciati, perché quello di educazione fisica aveva mollato dieci mogli.
E smettetela di interrompermi.
Allora, che stavo dicendo? Ah, sì, c’erano questi due, che erano due piccioncini schifosi e si baciavano.
«Muah, muah, amore mio!» Diceva lui, tutto felice, passandosi la mano nella barbaccia sfatta
«Tesoro» gli faceva lei, proprio con la vocina acida da zitella «Ma oggi come li punirai, i bambini?»
«Li punirò non facendoli uscire e gli dirò che il pallone è bucato»

«Ma il pallone non è bucato, come farai?»
«Ah, ah, lo bucherò io, è chiaro!».

E mano nella mano entrarono nella scuola.
«Lui potrebbe essere stato» Disse Giannina «Guardate che bestione violento e cattivo! Ce lo vedete a dare un pugno in faccia al povero professor Giuseppino, vero?»
«Sono troppo impegnati a baciarsi» le rispose Giuseppino Junior.
Ma, e questa era la cosa preoccupante, Marco si aggiustava gli occhiali e guardava nel vuoto, proprio come quando stava per risolvere il mistero di un romanzo giallo dopo averne lette solo dieci pagine.
«Cos’hai, Marco?» Gli chiese Giannina.
Il giovane detective, preoccupato, la guardò.
«Sai» Disse «Il professore di educazione fisica è molto innamorato della professoressa di matematica, ed è anche molto geloso e violento. Se per caso Giuseppino le avesse rivolto delle attenzioni speciali...»
«No, mai!» gridò Giuseppino Junior «Il nostro amato insegnante non potrebbe mai essere innamorato di una come quella racchia malvagia! Di tutte le insegnanti è la più noiosa e non lo approva neanche, perché lei è allergica al divertimento e il professor Giuseppe è il più divertente».

Marco scosse la testa «L’amore» disse «È una cosa che gli adulti provano e non ha senso a volte. Mio padre si è innamorato di mia madre anche se lei non lo fa mai giocare a calcetto, per esempio».
Tutti si paralizzarono: che davvero il professor Giuseppino, che era tanto bravo e simpatico, si fosse innamorato della brutta zitella che insegnava matematica? E che fosse quello il motivo per cui aveva ricevuto un bell’occhio nero?
Alle sei e mezza arrivarono tutti i bidelli, sia quelli buoni che quelli cattivi. La bidella buona, siora Mimma, era cicciottella e ricciolosa, permetteva sempre ai bambini di usare il computer della sala bidelli per scaricare i giochi e aveva una voce come quella di un canerino. I due bidelli cattivi, Otto detto l’Orco e Fausto detto l’Orco Due, erano tutti pelosi, ma con la testa pelata, e anche se non erano fratelli erano proprio brutti uguali e facevano sempre un casino quando vedevano una macchia di sporco per terra, per di più erano anche amici del preside e facevano la spia.
«Potrebbero essere stati loro, tirano sempre botte e sono malvagi» Disse Giannina
«Ma no» fece Marco «Altrimenti il professor Giuseppino avrebbe due occhi neri, non uno solo: questi due lavorano sempre in coppia. Forse sono gay, oltre che orchi».
Giuseppino Junior rise tenendosi la pancia «Gli orchi finocchi!».
E così anche i due bidelli furono sospettati.
Alle sette e un quarto arrivò proprio… il professor Giuseppino! Aveva addosso una camicia nera, che faceva super figo, e i pantaloni rossi, e sulla testa portava un cappello con le orecchie da coniglio con cui di certo aveva intenzione di fare ridere tutti i bambini.
Appena lo vide dalla finestra, il preside scese le scale di corsa e andò a incontrarlo. I bambini allora entrarono nella scuola e si nascosero dietro le porte delle aule, per vedere e sentire che cosa succedeva in corridoio.
Il preside arrivò con la faccia cattiva, le mani tutte screpolate sui fianchi, e disse ad alta voce:
«Ah! Allora vedo che ne hai inventata un’altra delle tue, professore del malaugurio!».
Il povero prof Giuseppino abbassò lo sguardo.
«È per i bambini» Disse «Oggi studiamo il ciclo vitale dei conigli, come esempio per quello di altri mammiferi, e volevo essere simpatico»
«Levati quello stupido cappello!» ringhiò il preside «O vuoi che te le suoni di nuovo? Vuoi un altro occhio nero?».
Accidenti! Era stato proprio lui, quindi, a picchiare il povero professore buono!
«L’abbiamo scoperto, ora andiamo e picchiamolo» Disse Giannina, con i pugni stretti
«Non ancora» la fermò il suo compagno Marco, acchiappandola per un braccio e aggiustandosi gli occhiali con l’altra mano «Ho un’idea più bella! E poi non vorrai che il nostro prof Giuseppino si rattristi perché siamo diventati violenti, vero?».
Allora i bimbi misero in atto un piano: costruirono una bomba che misero nel cofano della macchina del preside, una di quelle che si accendono e fanno saltare tutto quando si apre il motore. Non volevano uccidere il preside, perché erano bambini bravi, e perciò non fecero una bomba molto forte. La fecero di cartone, questa bomba, tutta piena di polvere da sparo perché il papà di Giannina aveva un negozio di proiettili e fucili e di tutte le armi, compresi i coltelli.
Durante tutte le lezioni, i bambini sorrisero. Sì, lo fecero anche durante l’ora di matematica, quando normalmente avevano dei musi lunghi terribili, e la professoressa mise a tutti una nota perché lei odiava che i bambini si divertissero, figuriamoci se stavano sorridendo durante la sua lezione.
Alla fine, all’uscita da scuola, tutti i bambini presero a fissare la macchina del preside. Ovviamente, se fossero stati tutti lì in piedi, tutti assieme come i pinguini sul ghiaccio, la gente si sarebbe accorta che qualcosa non andava, perciò si nascosero tutti, chi dietro la spazzatura, chi dietro i pilastri e chi dietro i ragazzi più grandi o addirittura dietro alla bidella Mimma, che ne poteva nascondere tre.
Il preside salì in macchina, senza sospettare niente, mise in moto e… BUM!
BAM! BUM BAM! Esplosioni da tutte le parti. La macchina prese fuoco e furono chiamati i vigili del fuoco e l’ambulanza.
Il preside non morì, ma perse per sempre l’uso delle gambe e di una mano. Adesso non si divertiva più, quel cattivo!
No, ma che dite… non è una punizione esagerata! Era cattivo, malvagio! Doveva… avrebbe dovuto morire, capite, ma i bambini erano buoni e non l’hanno ucciso. E finitela di interrompermi!
Che stavo dicendo? Ah, sì: il preside adesso era triste, perché ora era miserabile e nessuno voleva un preside senza le gambe e senza una mano che era per giunta cattivo, perciò fu licenziato e fu povero come tutti quei poveri bambini che aveva mandato a lavorare al MecDonnel o alla dera… deratte… all’ammazzare i ratti.
Ovviamente il professor Giuseppino divenne il nuovo preside e, da quel momento in poi, la scuola divenne un posto per bambini, ma per bambini davvero!

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martedì 3 marzo 2020

Un boccaccio di Amuchina - 2. Damiano e il prezzo dell’ispirazione


+ Damiano e il prezzo dell'ispirazione, una storia di Piera Elodea della Francesca +


D’accordo, d’accordo, inizio io.
Mi serve un’idea, però, per una storia… Ehm…
Beh, una volta conoscevo un uomo che continuava ad avere problemi con le idee, molto di più di quanti ne ho io adesso! Non che gli mancassero, anzi, però non riusciva mai a portarle a compimento come si deve. Potrei raccontare questo, ora che ci penso.
Per la storia, chiamiamo quest’uomo Damiano: in fondo viviamo tutti nella stessa città e non sarebbe giusto se io raccontassi queste cose su di lui facendovelo riconoscere, sarebbe come spettegolare. Perciò se lo riconoscete da qualcosa che dico, mi raccomando, fate finta di niente.
Damiano era un uomo semplice, senza moglie e senza figli, che viveva nel paese di Caltaleone.
Aveva solo un cane molto sporco, che si chiamava Cesare e mangiava davvero di tutto, dai calamari morti da tanti anni, che erano i suoi preferiti, ai sacchetti di plastica, che non gli piacevano tanto ma si accontentava. Una volta ho dovuto inseguirlo con la scopa, ma alla fine si è mangiato pure quella e si è sentito male, così ho pagato l’intervento dal veterinario per scusarmi.
Anche se era un uomo semplice, Damiano sognava di non esserlo più: voleva un giorno diventare un grande autore di opere teatrali, e ogni giorno si impegnava a scrivere nuove pagine delle proprie storie per esercitarsi e cercava di vedere più rappresentazioni dal vivo che poteva, per studiarle e diventare un grande artista.
Damiano, però, non era partito nelle migliori condizioni per realizzare il suo sogno.
I suoi studi arrivavano fino alla terza media e non c’erano tante occasioni di lavoro nel paese, perciò, in attesa di tempi migliori o di fare il grande salto come drammaturgo, faceva il badante, e quando i suoi amici erano impegnati, raccontava ai vecchi e ai malati le sue idee.
Lui amava raccontare storie che potessero colpire il suo pubblico e drammi di grande angoscia e pathos, perciò raccontava ai vecchi storie di anziani rapinati, abbandonati e morti di vecchiaia, ed ai malati storie in cui la loro malattia aveva un triste decorso e nessuno dei parenti li ricordava più. Insomma, i parenti continuavano a chiamarlo solo perché era bravo nel suo lavoro, perché se fosse stato per le persone che accudiva avrebbero preferito spedirlo in Kuwait, o andarci loro stessi, piuttosto che passare un altro solo giorno in compagnia di quella sciagura travestita da uomo.
Insomma, Damiano continuò per un anno, sei mesi e trenta giorni così, senza avere la grazia del colpo di fortuna che desiderava tanto disperatamente. Nessuna compagnia teatrale accettava i suoi copioni, i video fatti con i due figli dei vicini come attori non avevano riscosso nessun successo, neppure negli eventi locali. Ovunque si girasse non c’erano che porte chiuse, e quando erano semi aperte, gli venivano sbattute in faccia.
Non ho tenuto il conto di quanto tempo è passato, ovviamente, mi è solo capitato di rendermene conto ora. Ma certo che si può fare un calcolo così, su due piedi! E poi sono seduta.
Sì, lo so, era una brutta battuta, scusate.
A furia di fare questa vita, Damiano era diventato afflitto da una brutta bestia: la sindrome da pagina bianca. Non aveva affatto rinunciato al suo sogno, ma ogni volta che cercava di scrivere qualcosa, gli venivano in mente tutti i rifiuti e i fallimenti che aveva ricevuto e improvvisamente ogni idea che aveva in testa sembrava troppo brutta, troppo banale, troppo poco.
Sembrava che avesse finalmente smesso di appestarci coi suoi racconti tristi.
Un giorno nel paese arrivò una donna misteriosa, che aveva capelli biondi ed occhi unici, quasi del colore dell’uva spina. Questa donna, che chiamerò Lianna, veniva da lontano, ed era così riservata che solo una manciata di persone si accorsero che si aggirava nella nostra zona, anche se non ho mai capito dove alloggiasse la notte.
E tuttavia, parlando poi con gli altri che erano riusciti ad accorgersi della sua presenza, mi accorsi che tutti quelli che avevano avuto la fortuna di vederla erano rimasti sottilmente affascinati dalla sua figura e che tuttavia l’unica cosa che riuscivamo a ricordarci davvero erano i suoi occhi e i capelli straordinari, e il fatto che qualcosa in lei ci avesse stregati, anche solo per un attimo.
Damiano non era uno di quelli che si erano accorti di Lianna, ma per qualche motivo sembrava che fosse successo il contrario. Era un giorno scuro quando si incontrarono per la prima volta, il cielo era carico di nuvoloni grigi e prometteva pioggia da un momento all’altro.
Quel giorno ero lì vicino, del tutto per caso, e così potei sentire cosa si dissero.
«Io so cosa tu desideri» Gli disse la donna, che indossava un lungo abito nero, leggero come nebbia.
«Spero bene, l’ho detto proprio a tutti» rispose Damiano.
La donna rise, e sembrava un po’ che lo stesse compatendo. «Dolce uomo, io posso darti ciò che desideri. Ma io e la mia gente non mentiamo e non amiamo i bugiardi, perciò ti avverto: l’ispirazione arriverà come un temporale d’estate e le tue idee saranno amate da chiunque le ascolti, ma proprio a causa di questo, soffrirai e perderai ciò che ora possiedi»
«È una profezia?».
Vi sembrerà strano che le abbia detto questo in risposta, invece di “chi sei?” o “ma chi vuoi prendere in giro?”, ma vi assicuro che questo è perché non avete sentito parlare quella strana donna. Era impossibile dubitare di lei, anche se tutt’ora non saprei dirvi perché.
«No, dolce uomo» Gli disse Lianna «Ogni cosa che vive può scrivere il proprio fato, anche se non sarà mai l’unica mano. Se non accetterai, potresti rimanere per sempre nella tua condizione attuale, o persino scalare fino in cima con le sole tue forze. Se mi dirai di sì, tutto ciò che desideri ti sarà dato all’istante, ma se non lavorerai bene, sarà effimero e potrebbe segnare la fine anche di tutto ciò che avevi prima».
Se io fossi stata un’impicciona, gli avrei detto subito di non accettare, che era una follia mettere tutto a rischio così. E poi, devo essere onesta, non mi aspettavo che fosse tanto disperato.
Però Damiano non ebbe neanche bisogno di pensarci: «Certo» Le disse «E come no».
Io pensai che fosse un cretino.
Lianna però fece un piccolo sorriso che diede un’aria bella e malinconica al suo viso pallido, come un paesaggio invernale. Si sporse a dare un bacio sulla guancia a Damiano e gli disse qualcosa all’orecchio che non riuscii a sentire, poi si allontanò e non la vidi più.
Poco dopo, si mise a piovere e sia io che Damiano cercammo riparo dall’acqua, prendendo strade diverse. Non li vidi insieme mai più, ma sono convinta che non finì lì, e si incontrarono ancora molte altre volte mentre nessuno li stava vedendo.
Comunque, qualunque sia il modo in cui Lianna lo abbia aiutato, funzionò davvero: Damiano cominciò ad avere idee a raffica, ed erano cose davvero bellissime, fuori da questo mondo.
Mi raccontò qualcosa mentre eravamo alla fermata dell’autobus; giuro che non sta mai zitto un secondo quello, ho provato a rispondergli delle cose a caso ed era come non dirgli niente, non credo che ascolti nessuno quando parla. Cioè, sempre. Comunque, quando salii sul bus avevo gli occhi pieni di lacrime: quello che mi aveva raccontato era una storia bellissima e triste su una guerra immaginaria che avveniva proprio qui, in Italia, che mi fece soffrire come se avessi conosciuto personalmente le persone che avevano perso la vita nel suo breve racconto.
In quel periodo ebbe tante ideuzze, tutte belle, ma ora che aveva avuto quest’ispirazione incredibile tra le mani non si perse ad inseguirle tutte: aspettò l’idea che sarebbe stata il suo capolavoro, ed infine arrivò. Era una storia che parlava di un uomo che perde la sua famiglia per colpa di un’organizzazione criminale, così si improvvisa angelo vendicatore e cerca i responsabili per punirli. Lo so che a sentirlo non sembra granché, ma non lo avete letto, è difficile capirlo. Era un’opera viscerale, incredibile: se solo gli attori fossero stati in grado di trasmettere un quarto dell’emozione che lui aveva messo in quelle pagine sul palco, allora sarebbe diventata un’opera in grado di toccare i cuori di tutti.
Damiano inviò via messaggio il copione grezzo a tutti quelli di cui aveva il numero, insieme a un paio di pubblicità che promettevano di farti ricevere un Iphone gratis e che invece ti mettevano un sacco di virus nel telefono.
Ci mise il cuore in quell’opera, che chiamò “L’Uomo Buono in Guerra”, passò notti insonni a rifinire tutte le scene nella propria testa. Noi del quartiere ci eravamo accorti che praticamente non dormiva più e che la salute ne risentiva un po’ per questo: era sempre raffreddato, se ne andava in giro tutto imbacuccato e con due occhiaie così, però diceva che non poteva mollare proprio adesso che era vicino. Si sentiva un fuoco dentro, sapeva che ce l’avrebbe fatta.
Due giorni dopo che ci aveva fatto vedere il copione, nel teatro locale uscì un’anteprima in esclusiva di un’opera
E ufficialmente l’opera non era di Damiano.
Cos’era successo? Beh, presto detto. Anche se non era mai riuscito ad entrare nel mondo del teatro a pieno titolo, Damiano aveva nel tempo fatto amicizia con diverse persone che lavoravano nel settore: registi, attori, drammaturghi, compositori.
In pratica, mentre noi stavamo a prenderci i virus… sì, ridi, ridi, intanto mi avrebbe fatto comodo un Iphone. Comunque, mentre noi ci prendevamo i virus dai messaggi che ci aveva mandato, uno dei suoi presunti amici aveva ascoltato quello che Damiano aveva da dire, letto quel che c’era da leggere, e si era innamorato talmente tanto del concetto che Damiano gli aveva esposto che non aveva resistito. Quest’uomo, che chiameremo Matteo il Rubalavori, aveva riunito il personale necessario e, come in preda ad una febbre, in due soli giorni aveva scritto un copione e girato un cortometraggio completo, bello che pronto da proiettare con effetti speciali e tutto.
Proprio come aveva detto Lianna, chiunque sentisse la storia non poteva fare a meno di amarla… ma pure troppo.
Il lavoro di Matteo fu un successo, e qualche mese dopo vinse un premio in una piccola fiera.
Dopo cinque mesi esatti, vinse un premio molto prestigioso in una grande fiera, e Matteo il Rubalavori divenne piuttosto popolare, così continuò sulle proprie gambe a fare prima cortometraggi di successo, e poi film più lunghi.
Damiano, comprensibilmente, prese molto male com’erano andate le cose: una persona che aveva creduto suo amico lo aveva tradito, e l’opera che aveva curato con tanto amore gli era stata soffiata sotto il naso. Si sentiva come se gli avesse rapito un figlio dalla culla.
Certo, avrebbe potuto provare a produrla comunque, dato che non aveva mostrato altro a Matteo che la bozza non rifinita, ma temeva di essere accusato di plagio per un’opera che era stata sua a tutti gli effetti, e non avrebbe sopportato un’onta simile. Avrebbe comunque potuto portare avanti l’opera teatrale, dato che lui e Matteo avrebbero fatto media diversi, o confrontare Matteo il Rubalavori su quello che era successo, ma non fece nulla di queste cose. Il colpo era stato tale che non riuscì ad andare avanti e seppellì il copione nel giardino, ci pianse sopra e poi si chiuse in casa.
Siccome pianse moltissimo e non prese luce per una settimana intera, si avvizzì e il suo raffreddore peggiorò. Sembrava che qualcosa nel suo fisico si fosse rotto: non l’ho più visto del tutto sano, anzi, tutt’ora mi pare che più tempo passi più sia debole e peggiori.
E così, la prima opera si prese la sua salute.
Dopo un terribile periodo di assestamento in cui attraversò tutte le fasi del lutto, portò per l’ultima volta i fiori alla lapide che aveva fatto fare nel proprio giardino e decise di andare avanti. Non fu facilissimo, perché aveva piazzato la lapide, creata in memoria della propria opera rubata, proprio davanti la porta di casa, perciò non solo non riusciva più ad aprire completamente la porta e doveva sforzarsi di passare da uno spiraglio, ma ogni volta che ce la faceva subito si intristiva.
L’Ommo Buono in Guera” Diceva la lapide, che era stata commissionata a dei suoi amici poco acculturati per ottenere un prezzo di favore “Morto di rubamento”, e sotto la data di nascita e quella in cui era uscita l’anteprima del lavoro di Matteo.
Si impegnò nel lavoro di badante, e presto, tornare a fare questa professione che amava lo risollevò non poco. Non guarì mai dai suoi acciacchi, ma il suo motore creativo sembrava essersi rimesso in moto: anzi, era ancora più pronto di prima!
Non faceva altro che cianciare e raccontare i fatti suoi agli anziani e gli ammalati di cui si prendeva cura, e infine, mentre stava tagliando le unghie dei piedi ad una delle sue clienti, gli venne l’ispirazione che stravolse ancora una volta la sua vita. Stavolta il progetto era perfettamente formato nella sua mente, delineato in ogni suo più piccolo dettaglio: sì, se lo sentiva, “La Ragazza e Lo Spazio” sarebbe stato un successo incredibile.
Decise che non ne avrebbe parlato con nessuno dei suoi amici, o presunti tali, che avessero avuto a che fare con un qualunque settore creativo o artistico, escludendo così anche la sua amica d’infanzia Pina, che faceva cake design, dal privilegio di saperne qualcosa. Sentiva il bisogno di parlare con qualcuno de “La Ragazza e Lo Spazio” e voleva testare la sua idea su un pubblico, ma allo stesso tempo voleva essere sicuro che non avrebbero potuto rubargli questa nuova opera in boccio…
Alla fine, un lampo di genio! Decise che avrebbe narrato la sua nuova storia strappalacrime ai suoi clienti, che gli sembravano un pubblico piuttosto sicuro. Ed era vero: nessuno dei vecchi, malati e vecchi malati che egli badava gli rubò l’idea.
Ma ormai Damiano era diventato così bravo che aveva raggiunto perfettamente lo scopo che si era prefisso in passato: raccontare drammi che toccassero i cuori della gente e li turbassero. Queste persone, che avevano già i loro problemi a cui pensare, ora sapevano che ogni volta che Damiano avesse aperto bocca in loro presenza li avrebbe depressi oltre ogni dire.
I vecchi, i malati e i vecchi malati a cui raccontava queste storie non facevano che sentirsi miserevoli e turbati ormai, e i parenti se ne accorsero. Quando chiesero spiegazioni, gli fu detto come stavano le cose: il loro badante raccontava loro sempre la storia di una ragazzina che era scappata di casa da piccola e aveva frapposto fra sé e la sua famiglia troppa distanza, e un incendio aveva ucciso tutta la sua famiglia mentre lei era via. Così ora girava con una mappa pieghevole in tasca e il posto a cui corrispondeva la sua casa cerchiato, per ricordarle che, ormai, era troppo tardi per raggiungere i suoi familiari e lei non avrebbe colmato quella distanza mai più.
I parenti rimasero a loro volta turbati, e decisero che non volevano che Damiano mettesse più i loro cari in quello stato di desolazione.
E così, la seconda opera si prese il suo lavoro.
Man a mano che passava il tempo, diventava sempre più chiaro che quello che Lianna aveva detto era vero. Damiano era uscito malconcio da entrambe le sue grandi idee, e adesso aveva da parte solo i soldini che si era messo da parte con il suo lavoro di quegli anni, che non erano moltissimi; non tanto perché il lavoro fosse sottopagato, quanto perché non era un uomo in grado di gestire molto bene le proprie finanze e spendeva quasi tutti i risparmi alla prima occasione.
La sua reazione a questa seconda sciagura, però, ci sorprese tutti.
Se la prima lo aveva spezzato, la seconda sembrava aver acceso la sua mente di un’energia malsana: non la smetteva più di parlare tra sé e sé, era sempre fuori casa a passeggiare con le mani in tasca nonostante fosse cagionevole di salute; se prima era concentrato su sé stesso, adesso smise completamente di badare a noi altri. Non cercò un nuovo lavoro e non si chiese dove avesse sbagliato con gli approcci precedenti, ma continuò a passeggiare e fare progetti su progetti, senza portarne a termine nessuno: gli sembrava tutto meno importante di concentrarsi sulle idee che gli frullavano per la testa. Tutto poteva essere rimandato a più tardi: togliere quell’alberaccio che gli era cascato sul tetto durante l’ultimo temporale, fare la spesa, dormire, andare a farsi un bagno. Tutto poteva essere fatto dopo.
Alla fine noi del quartiere ci sentimmo in obbligo di intervenire, se non per lui, almeno per noi altri: la sua casa aveva iniziato a fetere e i gatti randagi, che normalmente abitavano nei cassonetti, avevano scelto il suo giardino come posto diletto per riposare e graffiarsi gli uni con gli altri, senza nessun rispetto per la lapide di fronte alla porta.
Così pagammo Geltrude, una donna delle pulizie con una mutazione che le impediva di sentire gli odori dalla nascita, perché ripulisse quello schifo una volta a settimana.
Aveva più o meno l’età di Damiano e i polsi da falegname, oltre ad essere una persona incredibilmente disponibile e ragionevole. Era l’unica che entrasse in casa di Damiano e che lo trattasse come una persona anziché un caso umano (e detto tra noi, lo trattavamo così perché era un caso umano ormai) e che non fosse disgustata da lui o dalla sua dimora. Il suo comportamento era dovuto sì alla sua natura di per sé affabile, ma principalmente perché era pagata per stare lì e perché non poteva sentire l’odore schifoso di quell’ambiente; ma per Damiano fu comunque qualcosa di così stravagante che riuscì a colpirlo, penetrando nella barriera di egoismo che si era creato.
La vedeva trattarlo con gentilezza, la vedeva sedare le liti tra i gatti selvaggi nel suo giardino e ripulire senza giudicare la sua lapide dedicata alla sua prima opera, e i battiti del suo cuore, ormai, non servivano più solo a sopravvivere, ma le erano dedicati.
Damiano si innamorò di lei: fu Geltrude a diventare musa della sua terza grande opera.
Ci mise molte settimane e ancor più tormenti a selezionare le migliaia di idee che lo assillavano come stormi di uccellini rumorosi e a cucirle perfettamente insieme per creare l’opera che l’avrebbe colpita e fatta innamorare di lui. La sua ultima storia si chiamava “Vittoria d’amore”, ed era una lunga, accorata opera che aveva bisogno di una sola persona per essere interpretata.
Passò una settimana a perfezionarla e la domenica seguente, quando la signora Geltrude tornò a pulirgli casa, lo trovò dritto di fronte al divano con un faretto che lo illuminava.
«Se si sposta» Gli disse «Posso fare sotto al divano, ci finiscono sempre un sacco di pelucchi».
Ma Damiano non si spostò; le spiegò che avrebbe messo in atto un’opera che aveva scritto in quei giorni e di cui andava tremendamente fiero, e lei sarebbe stata la prima e forse l’unica persona al mondo a vederla. Non ebbe ancora il coraggio di dirle che l’aveva creata per lei, le disse soltanto di mettersi comoda, perché sarebbe stata un po’ lunga.
Geltrude allora prese una sedia, si sedette con le mani in grembo e aspettò fiduciosa.
Capitò che io fossi casualmente vicino alla finestra di Damiano quel giorno, perché dei gatti si erano messi a litigare particolarmente forte ed ero uscita a controllare cosa fosse successo, così vidi quello che accadde poi e così adesso posso raccontarlo a voi.
L’opera “Vittoria d’amore” era un lungo monologo diviso in tre atti: nel primo il protagonista, Damiano (il nome è proprio quello fittizio che ho scelto di usare nel mio racconto), è un giovincello che si rivolge al mondo e parla di sé e come vive la sua vita nella società, col sostegno della sua famiglia, conoscendo l’amore dei suoi cari, ma desiderando di crescere in fretta.
Nel secondo atto, ormai uomo, Damiano parla a sé stesso e scopre quante cose sono cambiate rispetto alla gioventù, e di come ormai si senta di bastare a sé stesso ma rimpianga il desiderio di approvazione e l’amore che sentiva per gli altri quando era ragazzo.
Nel terzo atto, si rivolge senza risposta al sentimento amoroso personificandolo come un invisibile Cupido, rimpiangendo quando l’amore che aveva per sé stesso gli bastava: ma ora sente di amare una donna che non lo ricambia, e sente che l’unico modo per sfuggire al suo scontento è non arrivare al quarto atto. Nel finale, attraverso il dialogo, si capisce che anche Cupido è cresciuto insieme a Damiano e, posati arco e frecce, raccoglie una falce, rivelando di essere un tutt’uno con la Morte. Damiano promette di seguire Cupido/Morte, e poi si lascia cadere al suolo.
Idealmente il faretto avrebbe dovuto spegnersi, in realtà gli cadde in testa e rischiò di accopparlo, ma Damiano sopravvisse e guardò speranzoso la donna che amava.
«È bella» Gli disse Geltrude alla fine, gentilmente «È la storia triste più bella che io abbia mai sentito. Non so come ha fatto a scrivere una cosa fuori dal mondo come questa, è incredibile. Però a me, signor Damiano, piacciono le storie allegre».
Detto questo, fece le pulizie come era suo lavoro, salutò e se ne andò a casa propria. Damiano ci chiese di non farla venire mai più in casa sua, perché non ne sopportava la vista.
Ora per vederlo dobbiamo andare a trovarlo, e comunque non è mai granché. Possiamo andare quando vogliamo, tanto lascia sempre la porta aperta. Cosa dici? I criminali? Ah, certo che di quello non si preoccupa. La casa puzza, perciò i ladri non entrano proprio.
Prima o poi gliela prenderanno anche, questa casa, visto che ha smesso di pagare le tasse per avere i soldi con cui comprarsi da mangiare, ma sembra che sia una cosa che non gli interessa affatto ora che non ha più un sogno. Sa che ormai per lui non vale la pena aver nulla, perché ora che non ha avuto nulla e ha sognato di tutto, nulla gli basterebbe; così mi ha detto.
Come in quell’atto quarto che il suo alter-ego in “Vittoria d’Amore” ha preferito evitare.
È una cosa un po’ complicata: se l’avete capita voi, spiegatemela per favore.
E così, senza salute, senza lavoro e senza sogni, la terza opera si prese Damiano.



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lunedì 2 marzo 2020

Un Boccaccio di Amuchina - 1. Villa Lazzaretti





La grande e sontuosa villa Lazzaretti, con le sue pareti bianche e la terrazza lussuosa e lussureggiante di sedani in vaso, si stagliava contro uno sfondo di palme che pareva accuratamente composto e disegnato da un artista fissato con i tropici.
Tre macchine percorsero il viale e attraversarono il grande cancello, poi si fermarono vicine ad una panchina, in un grande spazio ricoperto di ghiaia candida. Una delle tre auto era la Smart arancione degli Appestati, un’altra era il Chevy americano rosso che apparteneva a Belarda Cigna, la terza era una Panda vecchio tipo, polverosa e di colore indefinibile.
«Siamo arrivati!» Gridò Emilia Appestati, sporgendo un po’ la testa dal finestrino abbassato
«Secondo me lo hanno capito» disse suo fratello Pampineo «Perché si sono fermati»
«La signora Gomblotti ha ancora il motore acceso, però»
«Una volta ho sentito il suo motore acceso a mezzanotte, e la macchina era parcheggiata. Non c’era nessuno dentro».
Emilia Appestati rabbrividì, pensando che c’erano solo due possibilità: o la macchina della signora Rosetta Gomblotti era posseduta dai fantasmi, oppure la signora scaricava batterie a raffica tenendola sempre accesa. Per qualche motivo, entrambe le possibilità la inquietavano profondamente.
La portiera destra della Panda si aprì e lasciò uscire i due Gomblotti, nonna e nipote. Il nipote, Giangiorgio Gomblotti, sembrava abbagliato dalla luce e teneva gli occhi stretti, la testa bassa e una mano a mensoletta per proteggersi, strascicava i piedi e con l’altra mano si artigliava la maglietta (che recitava “gli alieni ci rubano il lavoro” in caratteri cubitali gialli) proprio sopra il cuore. La nonna, Rosetta Gomblotti, vestiva invece una specie di cappotto lungo di colore indefinibile, tutto sgualcito, con sopra uno scialle di colore indefinibile, tutto sgualcito, e da questa specie di cappa di indefinibilità spuntavano solo le mani, la testa e le scarpe di colore appena definibile (marroncino) e tutte sgualcite. Le mani rugose, callose e macchiate della signora Rosetta stringevano due enormi valigie, la sua e quella del nipote, esattamente identiche: marroni, vecchie, economiche e brutte.
«Nonna» Disse Giangiorgio «Che razza di posto è questo?»
«Una casa orrenda» rispose la vecchia, in tono sprezzante
«Vogliono rapirci, secondo te?»
«Ah, se ci rapiscono è buono» non potendo muovere le mani, occupate dalle maniglie delle valigie, la signora Rosetta gesticolava con la testa, in strane combinazioni che solo suo nipote poteva comprendere.
Dal Chevy rosso scesero invece tre persone. La prima persona era Belarda Cigna, che reggeva uno zaino e un gatto. La seconda persona era una giovane donna dall’aria un po’ timida, con i capelli lunghi e castani e una camicia a fiori, Piera Elodea della Francesca, che indossava un grosso zaino scolastico decorato con margheritine disegnate a pennarello argentato. La terza persona era un ragazzo dai folti capelli castani pettinati all’indietro, abbronzato, con una camicia aperta sul petto, crocefissino al collo che pendeva fra i (pochi) peli, jeans terribilmente aderenti, bagaglio a mano della Playboy, scarpe nere lustre che si sporcarono immediatamente appena toccarono la ghiaia polverosa e lo sguardo fisso sul fondoschiena di Piera che era proprio davanti a lui: era Eros Giannetta, un nome e una garanzia, conosciuto fin da bambino per essere un inguaribile corteggiatore di ogni umano di sesso femminile che sciaguratamente fosse entrato nel suo campo visivo, comprese le donne sposate, le vecchie e i fenomeni da baraccone. Sfortunatamente, né Belarda né Piera sapevano di questa sua particolarità, così lo avevano raccattato lo stesso per portarlo a villa Lazzaretti… così, perché sembrava simpatico.
Dalla Smart arancione scesero i due Appestati e la cassiera del supermercato, Nuan Huan, con la sua mascherina fatta in casa, i pantaloni fatti in casa e la t-shirt che aveva ricavato ritagliando una maglia a maniche lunghe.
Ad attenderli di fronte alla casa non vi era Daniele, ma una cagnolina piccina, dal pelo bianco e fulvo all’apparenza morbidissimo e le orecchie pendule. La cagnolina inclinò la testa da un lato, guardandoli interrogativi con grandi, teneri, occhi scuri, facendo tintinnare la medaglietta che aveva al collo, poi alzò il sederino peloso e rientrò in casa. Il portone non era del tutto chiuso, ma aperto quel tanto che bastava perché la cagnolina lo oltrepassasse.
«È un Cocker! Oh, che carino!» esclamò Piera, portandosi le mani alla bocca.
«Veramente, è un Cavalier King Charles Spaniel» obiettò Belarda, accarezzando la testa del suo micio
«È un topo che ci guida» proclamò Rosetta solenne, e appoggiandosi al nipote iniziò a farsi avanti per prima. La folla era rimasta un po’ impalata all’idea di entrare in quel posto sconosciuto, ma alla fine, spronati dall’esempio della vecchietta, si mossero tutti insieme.
Il fasto della casa era lampante: bastava metterci piede dentro per capire che il possessore era ricco, casomai non l’avessero capito dalle palme, il giardino, la macchina e… beh, se non l’avevano capito prima, ora era il loro momento di riscattarsi.
Il pavimento era liscio e coperto da un tappetto rosso che portava ai gradini di una scala di marmo, la quale si dipartiva dal centro della sala e conduceva al piano superiore. Due porte chiuse e speculari, una bianca a sinistra e una nera a destra, erano in fondo alla sala, raggiunte appena dalla luce proiettata da un lampadario di cristallo.
Alle pareti erano appesi numerosi quadri con cornici dorate; sembrava che tutti rispettassero lo stesso tema. Le dame si adagiavano languide sulle panche piane, Giuditta decapitava Oloferne buttandogli addosso un bilanciere nel sonno, con la sua dama di compagnia accanto, Narciso fletteva un braccio per rimirarsi nel proprio riflesso con l’acqua, Cupido tirava pesi contro gli innamorati.
Un quadro più grande degli altri troneggiava sulla parete a destra, dove uomini e donne dai fisici prestanti strisciavano sulle braccia, svenivano o si abbandonavano per terra. Una targhetta dorata ne rivelava il nome: “Leg day”.
Di fronte all’entrata c’era un appendiabiti modellato come un manichino in posa, leggermente piegato sulle ginocchia e con le mani allargate, come se fosse stato pronto a ricevere qualcosa sui palmi, rivolti verso l’alto.
«Mi fa impressione, perché è messo così?» Chiese Nuan Huan
«Ha problemi di stomaco» disse Neo, con compassione
«No, è un segnale occulto» si intromise Giangiorgio, con tono velenoso e convinto «Vedi? Sta allineando i suoi chakra»
«I chakra sono… già allineati» replicò la cassiera, perplessa
«Stanno facendo un sigillo allora! Un simbolo. Lo sta tracciando col suo corpo!»
«Dovrebbe shakerarsi per disegnare un sigillo con i chakra» sospirò Belarda, scuotendo la testa.
«Non sta facendo i bisognini e non sta mandando messaggi ai signori alieni, è in posizione da spotter» disse una nuova voce, interrompendo la contesa.
Daniele era apparso dalla porta bianca, che si era richiuso a chiave alle spalle, e teneva in braccio la sua cagnolina. Ora che era perlopiù ferma, tranne la coda che andava a mille, si poteva vedere il suo nome inciso sulla targhetta: Ivy.
Daniele aveva l’aria di uno che non vedeva l’ora che qualcuno capisse il genio di un appendiabiti in posizione da spotter, o quantomeno che qualcuno gli chiedesse cosa fosse uno spotter. Alla peggio, che qualcuno chiedesse cosa fosse un appendiabiti.
«Tanto lo sappiamo tutti che ti prendi le pillole» Disse la nonna Gomblotti, appendendo le scarpe alle mani del povero manichino.
«Mi fa piacere che vi troviate con queste preziose conoscenze» Replicò Lazzaretti senza battere ciglio «Non so che intende, ma auguri. Sono sicuro che anche lei prende molte pillole. Benvenuti!» esclamò, rivolgendosi ora a tutti gli altri «Benvenuti a villa Lazzaretti! Siete uno, due, tre… nove, non male! Dieci, contando il gatto. Ci siamo direi. Seguitemi, zii».
Daniele salì le scale senza mai voltarsi indietro. Se si fosse voltato avrebbe visto i suoi ospiti che camminavano tutti con passi diversi, chi titubante, chi baldanzoso, chi gonfiando il petto per farsi notare, chi lanciando occhiate sospettose.
«Sta andando verso la porta bianca» Sussurrò Emilia Appestati
«Lo stanno vedendo tutti» le rispose suo fratello, nello stesso tono
«Sì, solo… non è eccitante?»
«È una porta bianca»
«Ma cosa ci sarà dietro?»
«Più di quello che c’era al supermercato, spero...».
Il signor Daniele Lazzaretti aprì la misteriosa porta ed entrò, invitando gli altri a farlo con un gesto.
La prima fu Nuan Huan e da fuori gli altri la sentirono gridare «Incredibile!». Il secondo fu Giangiorgio Gomblotti, che gli altri sentirono esclamare «Non è possibile, che razza di complotto è mai questo?».
Tutti si affrettarono ad entrare allora, spintonandosi e correndo. La signora Rosetta Gomblotti cadde a terra con entrambe le valigie, maledisse la vecchiaia, promise vendetta, ma riuscì a rialzarsi ed entrò per ultima nella stanza.
Ora erano tutti dentro, disposti in cerchio intorno ad un tavolo dal ripiano di marmo, sorretto da quattro statue del famoso culturista Ronnie Coleman di squisita fattura. Ronnie Coleman fu però bellamente ignorato in favore di quello che c’era sopra il tavolo: un grosso barattolo pieno di un liquido denso e trasparente. Sul barattolo era stata applicata alla bell’e meglio un’etichetta che sembrava essere stata rubata ad un altro contenitore, la quale recitava “AMUCHINA” in grandi lettere blu scuro e sotto “soluzione DISINFETTANTE concentrata”.
«È efficace contro il coronavirus, dicono» Balbettò Pampineo
«Se la bevi quando stai morendo, evita che ritorni come morto vivente» mormorò Piera, stringendosi le mani al petto
«Sono una vecchia, usarlo spetta a me!» esclamò la signora Rosetta, lasciando cadere a terra le valigie e battendosi il petto con entrambe le mani, come un gorilla.
Si scatenò un grande putiferio, in cui ognuno diceva la sua e non sempre pacificamente. Giangiorgio Gomblotti minacciò che avrebbe sparato con il suo telefono, qualunque cosa significasse, mentre Eros Giannetta promise che non avrebbe mai più toccato una donna se non gli avessero permesso di igienizzarsi con l’Amuchina, così che tutto il genere femminile avrebbe perso l’uomo più seducente d’Italia, e forse del mondo.
«Calma, calma zii!» Esclamò il signor Lazzaretti, allargando le braccia che sembravano tronchi.
Il palestrato era talmente grosso che coprì la luce, stagliando sul pavimento e sui presenti l’ombra scura di un’enorme croce. Tutti si zittirono, spaventati da quel presagio nefasto, e guardarono verso il padrone di casa.
«Tutti voi potrete usufruire di codesta invenzione!» Continuò Daniele Lazzaretti «Personalmente scioglierò per voi poche gocce nell’acqua, ogni giorno, e voi potrete lavarvi le mani, farci i gargarismi o trastullarvi nel modo che ritenete più appropriato. Come vedete si tratta di una soluzione concentrata: basta un niente di questa per debellare il virus. MA!» e qui tutti sobbalzarono «Essa dovrà essere pagata!».
Belarda Cigna alzò la mano come una scolaretta in attesa di parlare.
«Mi dica, signorina!» Esclamò energico Daniele, indicandola.
Belarda prese un profondo respiro.
«Non vorrà farci pagare poche gocce di Amuchina ad un prezzo esorbitante?» Domandò «Ho idea che sia un po’ una truffa… e vede, io sono parte delle forze dell’ordine...»
«Non c’è preoccupazione, zia!» la interruppe il signor Daniele Lazzaretti «Non dovrete sborsare un solo centesimo per usare la mia Amuchina! Vi chiedo un pagamento» e congiunse le dita delle mani «In natura»

«Non sono gay!» quasi strillò Eros Giannetta «E non lo sarò mai!»
«Non quella natura» ridacchiò il signor Lazzaretti, cercando di trattenere l’ilarità per quella che, a quanto pareva, gli sembrava una gran bella battuta
«Non siamo coltivatori, non possiamo offrire frutta o verdura» disse sconsolata Emilia Appestati
«Io posso aggiustare tutto!» esclamò invece Nuan Huan, da dietro la striscia di tessuto che le copriva la bocca «Fare lavoretti, lavorare faretti e costruire mascherine anticontaminazione».
Il signor Lazzaretti scosse la testa, guardando tutti con un gran sorriso. Ci fu una pausa che parve lunga dieci secondi perché fu, effettivamente, lunga dieci secondi. Se pensate che si tratti di una pausa breve, provate a rimanere fermi e zitti per dieci secondi e capirete.
«Io amo molto le storie» Disse Daniele Lazzaretti, mettendosi di lato e flettendo leggermente il tricipite «Le amo così tanto, in effetti, che ho finito gli audiolibri da ascoltare mentre mi alleno. Su Amazon non ce ne sono più. Così ho avuto un’illuminazione: avrei barattato la mia ospitalità, e la mia Amuchina, per audiolibri nuovi, che nessuno ha mai sentito prima, raccontati dal vivo. Merce di grande valore!»
«E va bene, ti farò ascoltare in anteprima il mio audiolibro sulle abductions aliene di Caltaleone, se è questo che vuoi» sospirò Giangiorgio «Ma prima devo sapere come hai fatto a sapere che lo stavo scrivendo. Come mi spii? Hai messo un virus nel mio computer? Oppure una cara vecchia cimice?».
Daniele lo guardò chiaramente confuso, con la bocca semiaperta, poi decise di ignorarlo e tornò a far scorrere lo sguardo sul suo improvvisato pubblico. Gli piaceva fare i discorsoni, caspita se gli piaceva!
«Vi offrirò un vitto glorioso e proteico» Disse fiero, mostrando il bicipite che sembrava una palla di cannone impiantata sottopelle «Con variazioni sane e gustose come non ne avete mai provate in vita vostra! Vi offrirò il mio abbonamento a Netflix, il mio abbonamento a Sky, la mia rete Wi-Fi, perché possiate trastullarvi come si conviene ai miei ospiti! Vi offrirò acqua calda, una vasca a idromassaggio, due bagni e, cosa più importante di tutte, l’alloggio in questa mia villa lontana da ogni contagio, cosicché siate tutti al sicuro. Saranno giorni comodi, in cui potrete usare l’Amuchina, fare la doccia anche due volte al giorno e divertirvi come più vi aggrada, ma...»
«Qual’è la fregatura?» sospirò Belarda, così sottovoce che nessuno la sentì, anche se qualcuno la vide muovere la bocca
«… Ma dovrete pagarmi raccontandomi delle storie. Almeno una storia al giorno, per la precisione, e se la storia non mi sarà erogata, io non erogherò a voi nemmeno l’odore dell’Amuchina» concluse tutto fiero Daniele Lazzaretti, incrociando le braccia.
Nuan Huan si strinse nelle spalle: le piaceva costruire le cose, fare delle storie non doveva essere così diverso.
«Delle storie?» Chiese Eros Giannetta, con uno scintillio malizioso negli occhi «Tipo, vuoi sapere le storie che ho avuto con delle donne in passato? Perché ne ho da raccontare! C’era una tale che aveva...»
«Credo voglia dire solo dei racconti» gli spiegò Piera Della Francesca
«Beh, io gliele racconterei le mie storie con le donne!» Eros guardò speranzoso il signor Lazzaretti.
Il palestrato annuì.
«Avete ragione entrambi» Disse «Voglio solo racconti, ma questi racconti possono parlare di qualsiasi cosa. Le storie d’amore mi vanno benissimo, basta che non riguardino ancora Naruto e Sasuke. Mi sono stufato di Naruto e Sasuke. Oh, e anche dei baldi giovincelli chiamati One Direction, che ormai ho trovato le loro storie pure sul cartone del latte. Esclusi questi, potete raccontarmi qualunque storia desiderate, di qualunque genere, non sono impressionabile io!» e alzò il mento tutto fiero, irrigidendo gli avambracci come a dire “pensate che questi muscoli possano avere timore di una storiella dell’orrore?”.
«Quindi...» Disse Belarda Cigna, un po’ titubante «Dovremo semplicemente raccontarti delle storie, una al giorno? E in cambio avremo… il cibo, l’alloggio, l’Amuchina, la vasca idromassaggio… tutto?»
«Tutto» il signor Lazzaretti annuì fiero «Accettate?».
Considerati i supermercati presi d’assalto, le palestre chiuse, il paziente zero che forse se ne andava ancora a zonzo per il paese impunito e il clima barbarico che lentamente si stava instaurando a Caltaleone, quasi chiunque avrebbe accettato quell’accordo. C’era la vasca idromassaggio, per Giove!
Così, i presenti accettarono uno dopo l’altro.
«Molto bene» Disse soddisfatto il signor Lazzaretti, sorridendo «Allora credo proprio che vi richiederò… sì, vi richiederò la prima rata del vostro affitto. Sedetevi, fate un cerchio bambini! Su, fate come faccio io!».
C’erano dieci sedie nella stanza, addossate alle pareti, che furono spostate per formare un circolo tutt’intorno al tavolo su cui troneggiava il barattolo di Amuchina. Tutti si sedettero, ma una delle sedie rimase vuota.
«È quella per chi è?» Domandò sospettoso Giangiorgio, seduto tutto gobbo e spinto in avanti, con solo mezza chiappa che poggiava
«Doveva essere per la decima persona, quella che non siete riusciti a trovare» disse il signor Lazzaretti «Poco male, possiamo sederci il cane e il gatto, in due fanno un quarto di persona...».
Il gatto nero Dracula e la cagnolina Ivy furono fatti accomodare insieme nel posto vuoto. Nonostante la leggendaria rivalità fra cani e gatti, questi due sembravano abbastanza contenti di stare insieme, o almeno Dracula appariva impassibile e Ivy scodinzolava ad una velocità di poco inferiore a quella del suono.
«Voglio che ciascuno di voi mi racconti una storia...» Iniziò Daniele, ma si interruppe quando vide qualcuno entrare dalla porta.
Tutti girarono la testa.
«Chi è quello?» Domandò la signora Rosetta Gomblotti «Certo che sembra proprio bruttino...».
La persona che era appena entrata era un bambino magro magro, con una testa grossa, leggermente sproporzionata, ricoperta di foltissimi capelli neri. Sul suo corpo a bastone di scopa ricadevano vestitucci tutti colorati e a motivi floreali.
«Sono tuo nipote» Disse indispettito il bambino, rivolto alla vecchia Rosetta
«Mio nipote?» la donna strizzò gli occhi «Buondio, sei a malapena umano...».
Il bambino fece per andarsene, chiaramente stizzito, ma il signor Lazzaretti gli fu addosso in un attimo, lo afferrò per il colletto della camicia blu decorata a ibischi gialli e rossi e lo portò al centro della stanza, vicino al tavolo.
«Parla!» Gli ordinò.
Il bambino aprì la bocca. Chiuse la bocca. Si mise le mani sui fianchi e guardò in alto, poi strillò
«Sono Giuseppino Occhio!»
«Non ho nessun nipote che si chiama così! Non credetegli!» gracchiò la signora Rosetta, velenosa
«Ero in macchina con mia nonna» il bambino indicò la vecchia «E lei è venuta qui. Ho sentito tutto. Si sta qui, si raccontano le favole e si guarda la tv e si mangiano le caramelle, quindi voglio rimanere!».
A sentir nominare le caramelle, il signor Lazzaretti impallidì un poco e scosse la testa borbottando «No, no, niente dolciumi qui...».
Il bambino allargò le braccia, tutto allegro, emise delle strida incongrue da gabbiano e poi si sedette davanti alla sedia su cui c’erano il gatto e il cane, per terra.
«Quel piccolo selvaggio e io non abbiamo alcuna parentela» Reiterò Rosetta Gomblotti «E dovreste proprio buttarlo fuori»
«Ma lì fuori c’è il Coronavirus!» esclamò preoccupato Pampineo
«Già, non possiamo buttarlo lì fuori, poverino. Teniamolo qui con noi, almeno finché i suoi genitori non verranno a riprenderlo» supplicò Piera della Francesca.
Il bambino sorrise soddisfatto, sapendo di avere già vinto, dopotutto glielo diceva sempre la sua mamma: era adorabile. Adorabile e diabolico. Ma che fosse diabolico non era vero e forse, beh, nemmeno che fosse adorabile… era solo una cosa che gli diceva sua madre, niente di più.
Gli adulti discussero per un paio di minuti, ma la decisione finale doveva prenderla il padrone di casa.
«Va bene Pinocchio, siediti sulla sedia con il cane e il gatto» Disse magnanimo il signor Lazzaretti «Prendili in braccio, su. Così siete quasi… quasi una persona completa. Sì, una di taglia piccola…».
Il bambino obbedì con gran gioia, prendendo posto sulla decima sedia, cosicché ora tutto il cerchio era completo.
«Va bene» Daniele sospirò, sedendosi pesantemente «C’è qualche altro ritardatario? No? Ci siamo tutti? Molto bene. Adesso cominciamo. Raccontatemi le vostre storie. Chi vuole iniziare?».
Già, chi voleva iniziare?


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