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martedì 16 giugno 2020

Un boccaccio di Amuchina - Epilogo

<Precedente (capitolo 13)

«Allora… cosa ci manca?»
«Tutto»
«Come tutto? Abbiamo fatto la spesa l’altro giorno, Neo. Abbiamo anche fatto incontrare zio con una nutrizionista, sembra che finalmente abbia iniziato a capire come funziona la piramide alimentare. Magari ha capito che invece di bersi le cose profumate che trova in bagno, alla base della piramide ci sta… la pasta? Ci sta la pasta, vero?».
Emilia si interruppe e sospirò, lasciandosi cadere pesantemente sulla sedia accanto a quella del fratello. Non ci voleva un telepate per capire che Pampineo, per quanto lei si stesse sforzando di distrarlo e lui di non ignorarla, era ancora perso nei propri pensieri.
La ragazza gli mise una mano sulla spalla.
«Neo?» Lo chiamò, dolcemente.
Il ragazzo la guardò di sottecchi, poi rivolse uno sguardo tristemente confuso al giornale che stringeva tra le mani, iniziando a sfogliarlo senza leggerlo davvero.
Era passata poco più di una settimana da quando erano entrati, per un solo giorno, nella magnifica villa Lazzaretti… e nessuno dei due era ancora riuscito davvero a levarsela dalla testa. Quanto era irrazionale continuare a pensare ad un posto in cui erano stati appena un giorno?
Forse era dovuto a quanto rocambolesca e irreale fosse sembrata l’intera situazione, ed il contrasto tra l’eccitazione di trovarsi tra sconosciuti in un enorme posto sicuro conto il rimanere bloccati in casa per tutta la giornata. Era impossibile da ignorare, con la noia che veniva a solleticarli ogni volta che le pareva ora che era stata imposta una quarantena momentanea… Ed Emilia e Pampineo sognavano avventure ad occhi aperti, prati, cielo, invasioni di cavallette, qualunque cosa gli sarebbe andata bene a questo punto.
Non avevano più avuto occasione di vedere gli altri coinquilini-per-un-giorno oltre Nuan Huan nonostante, sotto sotto, i due fratelli continuassero a guardarsi attorno per cercarli ogni volta che mettevano piede fuori casa. La cassiera era ancora al suo posto, fortunatamente, con il suo sorriso nascosto dalla mascherina artigianale, e i due non potevano essere più felici di vederla ogni volta che andavano al supermercato.
«Hai visto nessun altro di quelli… sai, quelli che erano… con noi alla villa?» Le aveva chiesto Neo, l’ultima volta che l’aveva incontrata, pagandola a centesimini sfregiati.
«Sì» Aveva risposto lei, servizievole «Non tutti. Alcuni no. Ma quelli che ho visto stavano bene! Mi pare di aver visto persino Eros con una ragazza che sembra Anita, da come ce l’ha descritta. Glielo auguro, in fondo non è un cattivo ragazzo»
«Hai visto Belarda?»
«Belarda? Uhm, no, non mi pare proprio. Lo ricorderei. Però non era delle nostre parti, se è sveglia sarà andata via da Caltaleone prima che il sindaco metta in atto quelle nuove precauzioni di cui aveva parlato»
«Oh...»
«Mi dispiace, Neo. Senti, questo è un centesimo o una gomma masticata...?».
Oltre alle uscite necessarie per fare la spesa non avevano molte occasioni di prendere una boccata d’aria, ma da quando avevano scoperto che comprare il giornale costituiva una scusa accettabile, grazie al diritto all’informazione, i due si alternavano nell’uscire almeno tre volte al giorno a compare giornali diversi. Ormai si erano abbassati a comprare (per variare un po’) anche delle testate davvero losche, come “Notizie tristissime” e “Cronahce di Caltaleone”. Quest’ultimo era un giornale stampato localmente il cui titolo, nonostante l’errore fosse stato segnalato più volte alla direzione, non era mai stato corretto; era proprio una copia di questa dubbia testata giornalistica che Pampineo aveva in mano.
Anche se lo teneva senza leggerlo, perché era ancora troppo distratto dal ricordo di qualcosa – di qualcuno – che Emilia ormai capiva bene. Entrambi i fratelli Appestati avevano trovato qualcosa di speciale in quella singola giornata nell’enorme villa: Emilia aveva trovato un pubblico che apprezzava le sue storie e una vera e propria avventura, mentre Pampineo aveva trovato...
«Stai ancora pensando a lei?» Chiese Emilia con gentilezza, ma gli occhi di Pampineo si erano improvvisamente fissati sul giornale con un’intensità tale che le sue pupille si ribellarono e i suoi occhi si storsero per un secondo.
«… Non può essere!» Borbottò lui
«Cosa?»
«Non può essere!» ripeté Neo, più forte, e voltò il giornale bruscamente verso di lei, in un rumoroso frullare di pagine. Emilia boccheggiò.
«Bungi!» Esclamò la ragazza, premendosi le guance coi palmi con espressione esaltata
«Uh?» Pampineo aggrottò le sopracciglia e guardò da sopra il giornale «No, no, lascia stare Bungi!»
«Ma Bungi è il mio idolo!»
«…Villa Lazzaretti, Emilia!».

Il momento esatto in cui lui finì di pronunciare l’ultima sillaba, gli occhi della sorella trovarono quelle due parole sulla pagina.
Aggressione a Villa Lazzaretti
Violenza tra le mura della sua villa ai danni del signor Daniele Lazzaretti, approfittando dell’isolamento. L’aggressore? Insospettabile: in manette la vecchietta assassina.
«Assassina?» Disse ad alta voce, Emilia, preoccupata. Lei e il fratello si scambiarono un’occhiata carica di angoscia.
L’articolo proseguiva esponendo una quantità di dettagli tanto bassa da essere frustrante: la vecchietta criminale, tale Rosetta Gomblotti…
«La Gomblotti?!»
«Ti sorprende così tanto, alla fine, Lia?»
«In effetti, hmm, no»

si era introdotta abusivamente all’interno della villa, pochi giorni dopo che un assembramento di ospiti era stato sciolto dalle forze dell’ordine. La vecchietta, avvantaggiandosi della fiducia del ricco imprenditore guadagnata durante quel famoso assembramento, si era intrufolata in casa sua e aveva ordito un piano per ucciderlo, facendolo precipitare giù dalle scale in modo che sembrasse un incidente.
La ragazza del signor Lazzaretti aveva provato a chiamare il fidanzato il mattino seguente, ma si era insospettita quando qualcuno aveva risposto, senza però dire nulla, e nessuno l’aveva richiamata entro l’ora. Aveva anche sentito la cagnolina, normalmente calma, abbaiare come una matta in sottofondo all’altro capo della linea telefonica. “Pensavo che fosse il Governo al telefono”, avrebbe poi dichiarato la vecchia, chiamando il nipote al cellulare “Non potevo parlare perché avrebbero riconosciuto la mia voce, ma non potevo neanche non rispondere e fargli credere che avessi paura di loro”.
La giovane atleta aveva così allertato le autorità, che avevano liberato il cane che l’anziana criminale aveva imprigionato, trovato Rosetta e ricostruito il suo delitto, fatto allo scopo di impossessarsi temporaneamente della villa. La donna era stata portata poi via in manette, negando tutte le accuse nonostante le prove schiaccianti che la indicavano come colpevole.

C’erano molte informazioni mancanti nell’articolo. Forse ce n’era una però, che era decisamente più importante delle altre.
L’articolo non spiegava minimamente se il signor Lazzaretti fosse sopravvissuto o meno.
«Stratopico» Fece Neo, confuso.



La televisione accesa parlò alla stanza vuota ad un volume che, se ci fosse stato qualcuno per ascoltare, sarebbe stato assordante.
«Tristano Miseri» Diceva la giornalista locale, toccandosi poco professionalmente i riccioli biondi con il palmo della mano «Ricoverato all’Ospedale dei Bambinelli Santi e sospettato di essere il cosiddetto “paziente zero” di Caltaleone, è oggi stato dimesso: infatti gli innumerevoli tamponi che sono stati sprecati su di lui hanno confermato che non si tratta di coronavirus, ma di un banale raffreddore. La madre di Tristano rivela “mio figlio è un disgraziato che si mette ammollo nell’acqua fredda e poi gli cola il naso per un mese”. Niente casi positivi di covid-19 dunque a Caltaleone, fino ad ora la città si difende bene, e ora passiamo la linea al sindaco per un annuncio».
Lo schermo diventò blu chiaro per qualche istante.
«Non si vede» Diceva una voce nasale «Che cavo devo metterci?»
«Hai collegato il video nell’audio e l’audio nel video» rispondeva un’altra

«No, qui mi dice che l’audio si sente»
«Ah, ecco, non avevi collegato proprio il cavo. Attacca qua!».
L’immagine sfarfallò solo per un attimo ed ecco finalmente comparire il sindaco, un uomo alto forse un metro e quaranta, ma con la faccia da David di Michelangelo che lasciava un po’ spaesato chiunque lo guardasse. Indossava una maglietta nera dei Linkin Park, una spaventosa collanina di metallo che rappresentava la faccia da zombie della mascotte degli Iron Maiden e un cappellino da baseball con la scritta rossa “Metallica”.
«Cari concittadini» Disse l’uomo, con una vocetta soave, angelica «La paura del coronavirus ha paralizzato le nostre strade e svuotato i nostri supermercati, ma non permetterò al virus di entrare nella nostra beneamata città, fosse l’ultima cosa che faccio! Per questo ho deciso che durante l’intero periodo di quarantena sarà vietato entrare e uscire dalla città. Non mi interessa se lavorate in un altro comune, non me ne frega niente se siete poliziotti, medici o vattelappeschi vari, se uscite e poi rientrate da questo paese IO VI FACCIO AMMAZZARE!» urlò e i suoi occhi sembrarono uscire di un paio di millimetri dalle orbite, creando un contrasto spaventoso con la bellezza dei suoi lineamenti, ma il sindaco riprese immediatamente il controllo «Se uscite da questo paese, dunque, badate bene di non rientrare. I nostri migliori cacciatori sono già appostati a tutte le entrate della città e non esiteranno a sparare alle vetture che vedranno dirigersi verso il centro. Se credete che vi risparmieranno perché siete amici dei loro cugini vi sbagliate di grosso: i cacciatori verranno pagati per ogni macchina che centrano con uno o più proiettili, e sappiate che ho avuto modo di assoldare solo uomini e donne eccezionalmente avari. Nel frattempo i nostri cari concittadini hanno già iniziato a lavorare ad una serie di muri di mattoni che renderanno fisicamente impossibile alle autovetture l’uscita e il rientro dalla città. Quando queste misure potranno essere applicate, ripristinerò la normale vita dei cittadini di Caltaleone all’interno della città. STRANIERI, STATE ALLA LARGA!».
L’immagine sullo schermo sfumò in una transizione terribilmente artigianale per ritornare all’immagina dello studio, con la ricciolosa conduttrice bionda che si stava smaltando le unghie di blu.
«Grazie al nostro Sindaco Ermenegildo Tavanazzo per i chiarimenti» Disse la donna «E adesso passiamo al prossimo servizio: il pappagallino Bungi che sta facendo il giro del mondo rimarrà bloccato a Caltaleone per i prossimi due mesi, a causa dei recenti provvedimenti di chiusura totale della città. Ecco che cosa ne pensano i nostri cittadini...».


La mano di un uomo afferrò il telecomando e spense la televisione. La persona a cui apparteneva preferiva le storie raccontate dalle persone, piuttosto che la televisione, e lui credeva di aver appena appreso la migliore: dopotutto, non sono molti quelli che tornano indietro dalla morte.

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THE END.

sabato 13 giugno 2020

Un boccaccio di Amuchina - 13. Il complotto di Gomblotti

 <Precedente (capitolo 12)

Rosetta Gomblotti rientrò nella villa attraversando la stessa finestra da cui si era gettata per fuggire. Normalmente la vecchia avrebbe sbuffato anche solo per sollevare una pera, ma quando si trattava di introdursi illegalmente nelle abitazioni degli altri, improvvisamente tutti gli acciacchi dell’età (e il bisogno cronico di lamentarsi) passavano in secondo piano.
Atterrò morbidamente sulle ciabatte gommose, rese tali da innumerevoli strati di sudore secco che avevano impregnato la spugna, e ridacchiò fra sé e sé.
«Hehehe. Il rapitore pensa di rapirmi e poi, quando mi sono abituata, di sbattermi fuori? Nossignore, la pula non mi avrà mai!».
L’anziana signora era rimasta nascosta in mezzo ai cespugli per ore, mangiando dei biscotti che si era nascosta nelle tasche per combattere la fame, uscendo di quando in quando dal suo nascondiglio per bere l’acqua della piscina e aveva orinato per ben due volte in un vaso di gerani. Quando il sole era calato oltre la linea dell’orizzonte, e le prime timide stelle erano affacciate nel blu scuro del cielo, Rosetta aveva deciso di rientrare.
«E ora niente mi fermerà!» Disse la vecchia, alzando le braccia, ma non aveva fatto i conti con i sensi sviluppatissimi di uno degli inquilini: la cagnolina Ivy.
La bestiola aveva immediatamente individuato il trambusto grazie alle sensibili orecchiette e ora, con la codina dritta come l’antenna di un telefono, trottava verso la stanza in cui si trovava Rosetta.
La vecchia guardò con occhi spalancati quella palletta di pelo che saltellava nella sua direzione, poi si guardò intorno alla ricerca di un’arma con cui mettere a tacere il cane… eccolo! Un ombrello in un portaombrelli a forma di Ercole con un cesto sulla schiena! Rosetta afferrò l’oggetto con la fierezza di un pirata con la sua sciabola e lo brandì verso Ivy.
«Un altro solo passo» Sussurrò «E ti riduco in poltiglia, cane sbirro!».
Forse Ivy fu soltanto spaventata dall’ombrello che le veniva puntato contro, forse era stata in grado di capire le parole che le erano state rivolte, ma il risultato non cambiò: prese ad abbaiare come un’ossessa, trasformandosi nel perfetto cane da guardia.
Rosetta la inseguì, agitando minacciosamente l’ombrello, ma non riuscì a colpirla neanche una volta.
«Che succede, bambina?» Domandò una voce d’uomo da due camere di distanza.
«Oh no!» Esclamò Rosetta «Il palestrato rapitore!».
Ivy abbaiò più forte, rinculando tanta era la ferocia con cui segnalava quell’intrusa. Rosetta si mise l’ombrello sottobraccio e si precipitò a nascondersi in quello che lei credeva essere un nascondiglio, ma che in realtà era il salotto. Ah, povera vecchina malvagia, si era persa!
Il signor Lazzaretti, con il telecomando in mano, si era appena alzato per andare a controllare. Dietro di lui, l’enorme televisore a schermo piatto illuminava la stanza di un chiarore azzurrino.
«Signora Rosetta...» Disse Daniele Lazzaretti «Che cosa ci fa qui?»
«Mi levi di torno il suo cane, oppure la denuncio!» strillò la vecchia, battendo per terra un piede
«Si rilassi, la prego signora Rosetta. La piccola Ivy vuol soltanto giuocare...»
«Ah sì? Vuol “giuocare” un corno, vuole mangiarmi i piedi!».

Il signor Lazzaretti si abbassò e subito la sua cagnolina gli corse fra le braccia, mostrando che non voleva mangiare i piedi di nessuno.
«Quel cane killer deve essere appartenuto alla polizia...» Sbuffò la signora Rosetta.
Daniele Lazzaretti inclinò appena la testa, più per mostrare il collo muscoloso che per vera curiosità, e con voce pacata disse «Signora, lei deve proprio andarsene da casa mia. Le forze dell’ordine sono state più che chiare con la loro favella: nessun estraneo può venire ad abitare nella mia casa, non durante il tempo di questa epidemia! Orsù, ritorni a casa prima che avvengano contagi!»
«Contagi un corno!» strillò la signora Rosetta «Mio nipote mi ha detto che questa è tutta una cospirazione e io ci credevo pure da prima! Vogliono ammazzare tutti noi poveri vecchietti per non dover pagare più le nostre pensioni… e se non mi aiuti, pensando “tanto io sono giovane”, devi capire che anche tu, quando sarai vecchio, verrai ammazzato dall’INPS proprio come vogliono fare con me!»
«Orsù, non sia irragionevole, signora...» Daniele si avvicinò alla donna di qualche passo

«Signora un corno! Io pretendo di rimanere in questa casa! La pula non mi avrà mai...» la signora Rosetta si guardò intorno, poi vide, sullo schermo televisivo, un carabiniere «AH! Maledetta pula!».
E con questo grido di battaglia, la vecchina colpì con un calcio il telecomando che si trovava nella mano sinistra di Daniele Lazzaretti, facendo sobbalzare la piccola Ivy e procurando una serie di contusioni alle dita dell’uomo. Il telecomando volò via dalla presa di Daniele e si schiantò in un angolo della stanza, dove cadde con i bottoni in giù e, premendo a terra, alzò immediatamente al massimo il volume della televisione.
«I CARABINIERI HANNO TROVATO UN CONTRABBANDO DI MASCHERINE ILLEGALI CHE SI STRAPPANO APPENA VENGONO TOCCATE, PERCHÉ SONO FATTE CON LA CARTA VELINA E GLI ELASTICI PER MUTANDE!» Gridò la conduttrice del telegiornale
«AHHHH!» strillò ancora più forte la signora Rosetta, dandosi ad una fuga precipitosa.
Daniele mise delicatamente a terra la sua cagnolina, controllò di non avere nessun dito rotto e solo in seguito inseguì la signora Rosetta, ma era passato ormai troppo tempo e sembrava impossibile capire in che direzione fosse andata: la cercò in cucina, in tutti i bagni, nelle camere da letto, nel sottotetto e negli stanzini, ma sembrava che l’anziana donna si fosse volatilizzata. Aveva lasciato Ivy nel salotto e la cagnolina era rimasta tranquilla, perciò l’uomo credette che la vecchia avesse finalmente deciso di tornare a casa propria e rispettare la legge.
Se Daniele Lazzaretti avesse però conosciuto bene quella donna, avrebbe capito che farle rispettare la legge era un’eventualità a dir poco improbabile. Rosetta si era infatti nascosta sotto il letto dopo essersi avvolta tutta in una coperta marrone ed essersi addossata al muro, rendendosi così praticamente invisibile a chi distrattamente cercava una (quasi) innocua vecchietta. Stava soffocando, certo, e la posizione rannicchiata le faceva un po’ male alle gambe, ma lei era disposta a tutto pur di infrangere la legge.
Dal piano di sotto, la televisione sbraitava ancora, così forte da essere udibile da qualsiasi punto della casa. La signora Gomblotti non avrebbe potuto sentire i passi del signor Lazzaretti, così come il Signor Lazzaretti non avrebbe potuto individuare quelli della signora Gomblotti, ma quest’ultima aveva già in mente un piano! Vicino alle scale, al piano superiore, c’era un grande tappeto persiano, e se lei fosse riuscita a farci salire sopra Daniele e a tirarlo forte senza che l’uomo se ne accorgesse, il poverino sarebbe di certo caduto dalle scale e, con un po’ di fortuna, sarebbe rimasto incosciente… o sarebbe morto.
La signora Gomblotti, per essere chiari, non aveva mai ammazzato nessuno. Questo però non significa che non desiderasse ardentemente farlo, almeno una volta.
«Quell’uomo prima mi ha rapito» Si disse fra sé «E poi mi vuole de-rapire e rimandare a casa proprio quando iniziavo a mettermi comoda! Merita la morte, no? Vuole approfittarsi così di una povera vecchia...».
Il volume della televisione scemò d’un tratto fino a scomparire, perché il padrone di casa, al piano di sotto, la aveva spenta. La signora Rosetta Gomblotti si strinse più forte nella sua coperta, badando a non emettere alcun rumore sospetto. La mancanza di ossigeno stava iniziando a farle vedere delle bizzarre apparizioni di angioletti ladri di biciclette quando la vecchina sentì i passi gagliardi del giovane che risalivano le scale… che attraversavano il corridoio… che entravano nella camera da letto, la stessa in cui si trovava lei.
Daniele Lazzaretti si infilò il suo amato pigiama dei Pokémon (di tipo lotta, ovviamente) con i pantaloncini corti, rimirò i muscoli delle sue gambe allo specchio constatando con piacere che non avevano perso volume, si lavò i denti nel bagnetto adiacente alla stanza e poi si coricò nel letto. Rosetta Gomblotti, sogghignando, ascoltò tutta intenta il respiro dell’uomo, che si faceva sempre più regolare, poi, quando fu sicura che Daniele si fosse addormentato, lentamente si srotolò dal suo bozzolo di coperta e sfarfallò come una falena grinzosa e assassina. Strisciando fuori da sotto il letto, usando solo i gomiti, si chiese come avrebbe potuto neutralizzare la dannata cagnetta… e poi la vide, che dormiva pacificamente sul petto del suo padrone, ignara di tutto anche lei.
Ah!” Pensò trionfante “Non sei un cane poliziotto così bravo, eh? Vedremo come te la caverai come cane detective, dopo che il tuo padrone sarà morto in circostanze misteriose...”.
Nella sua borsetta, Rosetta portava sempre un paio di guanti. Erano guanti monouso, quindi in teoria avrebbero dovuto essere utilizzati una volta sola, ma questi avevano visto così tanti misfatti e disavventure da essere ormai marroni. E no, il marrone non era il colore originale. La vecchietta si infilò i guanti e, in punta di piedi, uscì dalla stanza.
I cani hanno sensi sviluppatissimi e il loro udito continua a funzionare anche nel sonno come se fossero svegli, ma grazie alle ciabatte gommose (e alla sua esperienza nell’aggirarsi di notte nelle case dei vicini) Rosetta non produceva più rumore di una foglia secca che cade su un soffice prato ben curato. La vecchia esplorò la casa per quasi mezz’ora, alla ricerca dei materiali che le servivano per la realizzazione del suo diabolico piano, poi preparò tutto. Spostò il tappeto persiano e ci passò sotto un’abbondante dose di cera per pavimenti super-scivolosa, che aveva scovato in uno stanzino, poi lo rimise a posto. Usò gli elastici da allenamento e una corda per saltare, strettamente annodati fra loro, per legare un angolo del tappeto alla maniglia di una porta, che lasciò socchiusa. Mise di lato un bilanciere cromato, da usare a mo’ di bastone se ce ne fosse stato il bisogno. Scese al piano di sotto, stando ben attenta ad evitare la trappola che ella stessa aveva costruito, entrò nel salotto e accese la televisione, alzando il volume al massimo.
Al piano di sopra, Ivy e il suo padrone Daniele si svegliarono di soprassalto al grido di “CROCCOLE GELATO, DELIZIO ASSICURATO!”. Chi aveva acceso la televisione? Poteva essersi accesa da sola? E perché qualcuno aveva deciso che “delizio” fosse una parola che si può usare in uno slogan pubblicitario? Chiedendosi tutte queste cose, Daniele scese a piedi nudi dal letto, mentre la povera Ivy si guardava intorno tremando un poco, con gli occhi grandi e rotondi come due bottoni neri.
«Vado a controllare, non preoccuparti bimba» Le mormorò l’uomo, poi si diresse a grandi passi verso la trappola di Rosetta Gomblotti.
La vecchia aveva risalito in fretta le scale ed era andata ad afferrare la porta a cui era stato legato il tappeto. Sogghignava, la faccia tutta piena di piegoline rugose di compiaciuta malvagità, e quel sorriso si allargò ancora di più quando vide arrivare il signor Lazzaretti.
«Signora Gomblotti!» Esclamò l’uomo, allargando le braccia «Che cosa ci fa di nuovo in casa mia?».
Un piede era sul tappeto. L’altro piede, ora l’altro piede… eccolo, anche lui era sul tappeto!
«Giovanotto, tu hai paura dei fantasmi?» Domandò Rosetta, senza smettere di sogghignare per un secondo
«No!»
«E allora spero che sarai contento di diventare uno di loro!».
La vecchia tirò con forza la porta e, con essa, il tappeto, che scivolò con facilità sul doppio strato di cera per pavimenti effetto piastrella bagnata. Daniele si accorse di quello che stava succedendo, ma non ebbe il tempo di reagire: volò all’indietro, completamente privo dell’equilibrio, e prese a ruzzolare giù per le scale dopo essere rimasto sospeso in aria per un paio di metri. Quando il suo massiccio corpo muscoloso ebbe smesso di rotolare non si mosse più, con gli occhi chiusi e gli arti inerti.
Rosetta strinse gli occhi come due fessure: credeva fermamente nel suo piano, ma non sapeva dire se quell’uomo stesse bluffando o se fosse svenuto davvero. Lei era pronta comunque ad ogni evenienza! Andò a recuperare il bilanciere di metallo cromato e scese con cautela le scale, pronto a darlo in testa all’uomo. Avrebbe preferito non doverlo colpire, per fare sembrare più plausibile l’ipotesi di un semplice incidente, ma se lui si fosse mosso ancora, allora…
Daniele non si mosse. La vecchia lo punzecchiò con la punta della ciabatta, poi gli diede un calcio su un orecchio, e l’uomo rimase del tutto fermo. Con i suoi guanti sporchi, Rosetta aprì una palpebra dell’uomo e guardò l’occhio immobile che fissava qualche punto alla sua sinistra.
Fu allora che la cagnolina Ivy comparve in cima alle scale, agitando nervosamente la codina.
«Tu!» Gridò Rosetta «Maledetto cane!»
«Uahu!» fece l’animaletto, con voce stridula, prima di precipitarsi giù per le scale ed annusare il corpo immobile del suo padrone.
Rosetta catturò immediatamente Ivy, afferrandola per la collottola, e ignorando il pianto disperato della creatura la portò in cucina e la chiuse nel cestino di plastica marrone della spazzatura organica, posando una grossa pentola sul coperchio per evitare che potesse liberarsi.
«Una povera vecchia come me...» Disse, in tono affranto «… Oh, che cosa deve fare una povera vecchia come me per essere rispettata e prendersi quello che è suo?».
Da dentro il cestino, Ivy abbaiava e guaiva, piangeva e grattava con le zampine. Il suo padrone! Oh, il suo padrone! Lei doveva andare a salvarlo, doveva… ma era chiusa, chiusa come quando era stata cucciola, prima di essere liberata da lui… doveva salvarlo!
«Marcirai lì dentro, cane piagnucoloso» Disse la vecchia «I piagnoni non piacciono a nessuno sai? E poi sei troppo fru fru per un uomo grande e grosso, lo facevi sembrare gay...».
Forse Ivy era solo molto arrabbiata, forse aveva in qualche modo di nuovo capito le parole di Rosetta, ma il risultato fu comunque che il guaito spaventato e veemente si mutò in un ringhio feroce e quasi sproporzionato al suo corpo, una ferocia da dobermann che si scatenava da un corpo minuscolo.
Temendo che riuscisse comunque a liberarsi, Rosetta assicurò bene il coperchio con dello spago da cucina, finendo quasi un rotolo intero per avvolgere più e più volte l’intero contenitore, poi ci posò di nuovo la pentola di sopra. Ecco, ora Ivy non sarebbe mai riuscita a liberarsi da sola!
La vecchia ridacchiò: il suo perfetto piano era riuscito. La polizia non avrebbe scoperto subito il corpo del signor Lazzaretti, perché la villa era molto isolata, e quando l’avrebbero finalmente rinvenuto avrebbero immediatamente pensato ad un incidente.
Fino ad allora, Rosetta si sarebbe goduta la casa. Male che vada avrebbe dovuto sorbirsi l’odore di un cadavere in decomposizione, ma sapeva per esperienza personale che dopo un po’ neanche ci si faceva più caso. Dopotutto aveva convissuto per trent’anni con il suo ora defunto marito, l’uomo con i piedi più puzzolenti del mondo, ed era sopravvissuta senza problemi.
La quarantena sarebbe durata a lungo… e per tutto quel tempo, la grande, magnifica, costosa casa di Daniele Lazzaretti sarebbe appartenuta solamente a lei, Rosetta Gomblotti! E chi lo sa, magari sarebbe stata anche in grado di inventarsi qualcosa per tenersela più a lungo.
«Rosetta» Si disse la donna, con le mani sui fianchi «Sei una vera giustiziera smascherata. Dovrebbero darti una medaglia!».

mercoledì 3 giugno 2020

Un boccaccio di Amuchina - 12. L'undicesima storia




Qualche secondo dopo che il padrone di casa ebbe finito di raccontare la propria storia, nella stanza rimase un piacevole silenzio.
Poi il signor Lazzaretti si batté le mani sulle cosce e si sollevò dalla sua sedia con un piccolo sospiro soddisfatto, come dopo un pasto saporito e particolarmente abbondante.
«Io, gentili ospiti, sono un uomo di parola. Tutti voi mi avete concesso una storia come da accordo, pertanto è il momento che riceviate il vostro pagamento. Venite qui uno alla volta, nell’ordine in cui avete narrato la storia, ed io vi elargirò il compenso promesso».
Francesca balzò su dalla sua sedia, felice, ma l’anziana Rosetta si erse a sua volta dal suo seggio, già sul punto di aggredire la compagna di sventura. Si vedeva dai suoi occhi: era pronta a creare scompiglio.
«Io salto la fila. Hai capito? Io sono anziana e vado adesso» Le intimò minacciosa, esibendosi in una serie di parate intimidatorie
«Ma… sarei io che ho raccontato la storia per prima» fece Francesca, poco convinta.
Tuttavia fece l’errore di ritrarsi un po’: Rosetta, incoraggiata, alzò le braccia per sembrare ancora più grande. «Io sono vecchia e ne ho bisogno. Non sai che il coronavirus bersaglia noi vecchi, egoistaccia? Andare in ordine di storia non ha senso, bisogna andare in ordine di bisogno! E sono io, quella che ne ha più bisogno!».
Le parole della signora Gomblotti scatenarono una gran discussione tra i presenti. Tutti volevano andare per primi e tutti adducevano le loro buone ragioni per cui avrebbero dovuto avere questo privilegio, che fossero ragioni veramente buone o meno, spiegandole ad altissima voce. Tranne Pampineo, che non aveva idea di come convincere gli altri e stava leggendo dei passi dal suo libro di Geronimo Stilton, sperando che ripetere abbastanza volte “stratopico” gli avrebbe dato l’aria di un topo, anzi di un tipo, abbastanza affidabile da ottenere la precedenza sugli altri.
Solo Belarda Cigna e Daniele Lazzaretti si astennero dal farsi coinvolgere in questa baruffa verbale: il signor Lazzaretti perché non aveva nulla da guadagnarci, con l’Amuchina già in suo possesso, e Belarda perché aveva altro da dire a proposito.
In un primo momento si lasciò tentare dall’idea di sgattaiolare fino al boccaccio approfittando della confusione, ma il suo senso del dovere e una briciola di timore di essere sgamata e aggredita da coinquilini inferociti le fecero abbandonare in fretta quell’idea appena abbozzata.
«Fermi» Disse a volume normale, battendo le mani un paio di volte per cercare di attirare l’attenzione. Niente, era come cercare di fermare una zuffa tra galline lanciandogli contro dei pelucchi.
«Un aiutino?» Sillabò la giovane donna verso il padrone di casa, ma l’omaccione si strinse nelle spalle e si chinò a prendere tra le braccia Ivy. La cagnolina era saltata giù dalla propria sedia nel momento in cui il padrone si era alzato per andargli incontro, mentre Dracula il gatto era ancora al suo posto, ondeggiando pacificamente la punta della coda come se la baruffa a pochi passi da lui non lo toccasse.
«Lasciali stancarsi, zia» Le consigliò lui «Devono stabilire le gerarchie»
«Le gerarchie?»
«Sì. Si stancheranno prima o poi. Si scaricheranno le pile. Lasciali sbraitare, che rilasciano un po’ di adrenalina, magari poi si sentono pronti per fare una sfida squat».
Belarda si voltò verso i litiganti, ma non era su di loro che si concentrò, per un momento ancora. Osservò con la coda dell’occhio il padrone di casa, e si rese conto di non essere affatto l’unica che analizzava qualcuno in quella stanza. A parte Giangiorgio, che stava tirando le sue conclusioni sui presenti, tutte sbagliate, il signor Lazzaretti stava guardando lo svolgersi delle baruffe tra i suoi ospiti con qualcosa che era sì analitico, ma anche divertito.
Aggrottando le sopracciglia, Belarda sbuffò e ripeté, stavolta con voce alta e chiara: «Ordine!». Finalmente ottenne l’attenzione richiesta oltre ad un sacco di occhiatacce (e quelle non le aveva richieste) dalla maggior parte dei litiganti. Tutti tranne Pampineo, che appariva educatamente confuso come suo solito.
«Azzuffandosi si rimanda solo il momento in cui riceveremo quello che ci spetta» Disse in tono pragmatico la ragazza, un po’ intimidita ora che la stavano fissando tutti «Se ci limitiamo a seguire le direttive, avremo tutti l’Amuchina e basta. Mi pare ovvio cosa sarebbe meglio fare. Siamo meno di dieci persone, l’attesa non sarà mica così lunga, no?»
«È perché la gente pensa così che il Governo sta riuscendo a schiavizzarci così facilmente» Borbottò Giangiorgio a bassa voce, acido, passandosi le mani una sull’altra come una mosca nervosa.
«Devo essere io la prima» Ripeté Rosetta, allargando le braccia minacciosamente «Sono scappata agli sbirri senza battere ciglio. Credi che avrò paura di te, signorina?»
«Stratopico» disse Pampineo
«Non è questione di fare paura, signora Gomblotti» replicò la giovane donna, incrociando strette le braccia al petto «È questione di evitare scompigli inutili. Non è meglio se la facciamo finita in fretta?».
Rosetta cercò di trafiggerla con lo sguardo, ma Belarda rimase con le braccia incrociate a restituirle lo sguardo, inamovibile. Rosetta provò la parata intimidatoria prima della mangusta rossastra del Kalahari, poi della gru di Pisa e infine del bambù di Cina, ma la ragazza tenne duro nonostante l’inquietudine. La vecchia sbuffò e si voltò, lasciando perdere. Belarda tornò discretamente a respirare: aveva vinto quella battaglia.
Inutile a dirsi però, Cigna quel giorno si era anche fatta un nemico pericoloso. Appena erano entrati a Villa Lazzaretti, Belarda aveva accennato di essere parte delle forze dell’ordine, e Rosetta non avrebbe mai scordato una simile affermazione. Ma le conseguenze di questo gesto sono un’altra storia...
Sedato questo disordine, gli ospiti del signor Lazzaretti crearono una fila ordinata per ricevere ognuno il pagamento promesso. Nuan, Giuseppino, Belarda ed Emilia usarono subito la loro dose di Amuchina per disinfettarsi le mani; Pampineo la usò allo stesso modo, ma solo dopo averla fissata per qualche secondo come se non potesse accettare che fosse davvero lì. Giangiorgio e Rosetta uscirono dalla stanza e si rifiutarono a dire a tutti cosa avessero fatto della loro dose.
Eros offrì la propria porzione di Amuchina a tutte le presenti in cambio di un bacio. Piera Elodea ne fu tentata, anche se le sembrava troppo sfacciato accettare davanti a tutti senza una buona ragione, così si disinfettò una mano sola per poter avere la scusa che aveva bisogno di un altro po’ di disinfettante per completare il lavoro. Alla fine le mancò il coraggio e rimase con una sola mano pulita.
«Ora che siete tutti lindi, o almeno lo si spera» Disse il signor Lazzaretti con un’occhiata significativa ai due Gomblotti di ritorno «Vi attende una gustosa cena proteica preparata dalle mie manine deliziose. Mi sono già affezionato, mi piace viziarvi. Siete delle birbe litigiose, come dei micini un poco selvatici, ma non posso negarvi niente». Aveva piazzato il gatto Dracula sul bicipite sinistro e la cagnolina Ivy su quello destro e li faceva ballare contraendo i muscoli, guardando i presenti come se si aspettasse un elogio per la prodezza.
«Credevo che lei fosse ricco» Fece Piera Elodea, stupita «Davvero preparerà lei la cena?».
Dopo un attimo di esitazione, il padrone di casa smise il suo numero con gli animali di casa e rispose alla domanda. «Oh sì. Non ho servitù, sono un ricco anomalo io, e non voglio che scoprano i miei segreti. Faccio tutto quanto da solo, io! Sono il dio dei casalinghi!» si gasò Daniele, alzando man a mano tono
«E pulisce sempre lei?»
«Ma certamente, zia»
«Perché? Non è una cosa antipatica, fare da solo le faccende di casa per una villa così grande?»
«Ah zia, ma così mi fai provare la delusione. Sei sveglia, pensa, pensa: cosa fa Muscolerentola per essere così bella e muscolosa?»
«… Oh»
«Ecco».
La sala da pranzo era un tutt’uno con la cucina, e, come l’entrata, ambo le stanze si pregiavano di un arredamento sfarzoso ed a tema decisamente sportivo. La parete a ovest, quella da cui era entrata l’allegra brigata, era tappezzata di foto incorniciate in cui il signor Lazzaretti era ritratto in compagnia di donne ed uomini muscolosi da tutto il mondo, che sorridevano i loro sorrisi muscolosi, felici, immobili in quei piccoli pezzetti di eternità. Il body builder guardò le foto e sospirò, poi mise giù i due animaletti domestici e scivolò verso la cucina.
Non vi era un tavolo vero e proprio, ma le due stanze erano divise da una sorta di lungo bancone da bar di granito grigio, liscio e brillante, incastrato tra la parete di fondo ed una piccola colonna decorativa e affiancato da tante sedioline. C’era una rastrelliera porta pesi appoggiata alla colonna, a cui erano appesi pesi dai quattro chili in su.
«Avete allergie, signori miei?» Chiese in tono vivace il proprietario di casa, comparendo dietro il bancone e tamburellandoci su con le dita.
«Io sono allergica alle fragole» Rispose Emilia, con una nota di rammarico nella voce
«Va bene, niente fragole»
«Noi non mangiamo nulla che non abbiamo preparato noi» disse Giangiorgio, occhieggiando sospettoso la stanza. Iniziò ad esplorare in giro, sbirciando sotto le sedie, sul tetto, in tutti e quattro gli angoli della camera.
La nonna guardò il nipotino con orgoglio: lo aveva cresciuto bene. Cercava le telecamere.
«Non vi fidereste neppure se lo preparassi qui davanti a voi?» chiese Daniele, in tono giocoso
«No»
«Volete cucinare voi?»
«No»
«Vi fidereste a mangiare qualcosa di pre-confezionato?».
I due Gomblotti si scambiarono un’occhiata, sospettosi. Poi, molto lentamente, acconsentirono:
«…Sì».
Gli ospiti alla tavola erano tanti, così Nuan Huan si offrì di aiutare il signor Lazzaretti in cucina.
C’era una grande porta-finestra nella stanza, ad ovest, e da lì gli ospiti poterono guardare i colori gloriosi che la discesa del sole stava spruzzando sulle nuvole tutto intorno, mentre il buio calava come un falco dall’alto, coprendo il cielo con ali fosche.
Belarda si avvicinò alla grande vetrata, tenendo le mani strette dietro la schiena per evitare di allungare le mani sul vetro e coprirlo di ditate. L’aria fuori dalla casa era fresca, profumata prematuramente come una notte estiva, e una parte di lei desiderava aprire la porta ed uscire a godersi la sensazione. Per qualche motivo, invece, rimase dentro, e lasciò che Pampineo le si affiancasse.
«È bello» Disse Pampineo, come se non ne fosse molto convinto
«Sì, lo è» replicò la ragazza, con un sospiro. Ma non aggiunse nient’altro.
Neo cercò disperatamente un argomento di conversazione da iniziare con la ragazza, e si guardò intorno alla ricerca di un’ispirazione. Lo spettacolo di quel tramonto era davvero bellissimo, ma la casa era grande e tutti gli altri ospiti che non avevano niente da fare si erano già sparpagliati per la villa lasciando la stanza semideserta: curiosi come bambini (compreso il piccolo Giuseppe Occhio, che era un bambino per davvero) si erano divisi in gruppetti in esplorazione che avevano guardavano, annusavano, e taluni leccavano le meraviglie nascoste in quella casa.
Nuan e Daniele erano assorti nella preparazione di una cena per tutti ed in una discussione sul perché non fosse una buona idea fare delle macchine in cartone rinforzato con lo scotch e poi metterci su dei pesi veri, e non prestavano loro attenzione. Insomma, pensò Neo, era un po’ come essere da solo con Belarda.
«È bello e… uhm… il… eugh… » Si espresse Neo, gesticolando con una mano verso l’esterno, modulando la voce per sembrare poetico
«Il tramonto?» suggerì la giovane donna, voltandosi per controllare che lui non stesse avendo un attacco cardiaco.
«Molto» Lui annuì «Sai che mio zio beve il Felce Azzurra?»
«Nnooo...» rispose lei lentamente, alzando un sopracciglio «Non lo sapevo. Ed è vivo?»
«Sì, anche se non so come. Non è la prima volta che fa di queste cose, è un po’ andato di testa a dire la verità. I parenti non te li scegli, no? Sennò probabilmente rimarremmo solo io ed Emilia in famiglia» continuò il ragazzo, stringendosi nelle spalle
«Non hai tutti i torti. Ho una bella famiglia, ma c’è almeno un parente che de-sceglierei, se potessi» disse lei a bassa voce, in tono cospiratore, e Pampineo rise.
Lei sembrò sorpresa del fatto che lui l’avesse trovato divertente. Compiaciuta, gli rivolse un sorriso, le guance che si chiazzavano appena di rosa.
Lui smise di ridere e la guardò, abbagliato, mentre lei si voltava a guardare di nuovo, per un attimo, il profilo scuro delle palme che si stagliavano contro il cielo sempre più rosso. Neo era così concentrato su quel sorriso che quasi non si accorse che Emilia lo stava trascinando via per un gomito.
«Neo, andiamo, c’è un intero corridoio di foto di gattini che fanno piccoli esercizi ginnici! Devi vederlo!» Esclamò la sorella entusiasta, tirando come un cane da slitta. Il ragazzo si riscosse dalla sua contemplazione: doveva fare la sua mossa ora.
«Quindi usciresti con me?» Chiese Neo alla poliziotta, mentre cercava vanamente di ribellarsi alla presa della sorella maggiore
«Perché tu zio beve il Felce Azzurra?» fece l’altra «Mi spiace, non mi sembra il caso»
«Noooo» esclamò lui, con espressione educatamente confusa, mentre vedeva la giovane donna rimpicciolire inesorabilmente man a mano che Emilia lo tirava via, sempre di più…

Sia Nuan Huan che Daniele Lazzaretti si rivelarono essere notevoli cuochi, ed imbastirono in fretta e con maestria una cena salutare e preparata con le loro mani, con tanto di dolce. La cassiera era particolarmente brava a dosare gli ingredienti, e a Daniele bastava istruirla una sola volta sulla ricetta che sarebbero andati a preparare perché lei la memorizzasse ed eseguisse senza problemi.
I due dovettero andare a raccattare tutti gli ospiti e portarli a tavola, anche se correvano in giro come blatte e cercavano di rubare i soprammobili. Eros era nudo in piscina e snocciolava poesie romantiche tra sé e sé con aria da bello e dannato, e dovettero convincerlo a vestirsi mentre Piera Elodea sbirciava intenta.
Una volta radunati in cucina e contati, ci si rese subito conto che almeno uno di loro era assente.
«Dov’è Pinocchio?» Chiese il signor Lazzaretti, mettendo le mani sui fianchi «Che fine ha fatto il bambino?»
«Non tornerà più a scocciarci» bofonchiò la vecchia Rosa
«L’avete ucciso?» volle sapere Emilia, un po’ intrigata un po’ orripilata
«Non lo troverete mai più».
Alla fine si scoprì che i due Gomblotti avevano chiuso il bambino nella stanza che sembrava loro la più pericolosa, cioè quella dalla porta nera nell’atrio, e dopo avere piazzato l’appendiabiti a forma di spotter di fronte all’uscio anche anche erano andati a guardare il corridoio dei gattini ginnici. Giangiorgio li aveva fotografati tutti col cellulare e ne aveva invertito i colori, perché era convinto di poter trovare un messaggio segreto nel modo in cui erano disposti i loro cuscinetti.
Daniele gli disse che erano pazzi, ed andò a liberare il ragazzino (che sembrava aver visto chissà cosa) in modo che tutti fossero finalmente riuniti in sala da pranzo, mangiando al bancone di granito come ad un ristorante.
«Petto di pollo in salsa di albicocche marinato in agrodolce» Presentò Nuan Huan, orgogliosa, con un gesto ampio della mano con cui indicò tutta la tavolata
«E, se farete i bravi, una bella Victoria Sponge Cake» aggiunse Daniele con un occhiolino «Ah, dimenticavo, c’è anche il menu speciale per nonna e nipote».
Aprì di fronte a loro una scatoletta di tonno, dopo aver permesso loro di annusarla e palpeggiarla, e quella fu la loro cena, perché non si fidarono a prendere nient’altro. Giangiorgio fece una foto col cellulare anche a quella, e continuò a confrontarla con le foto dei quadri di gattini che aveva immortalato nel corridoio, con gli occhi socchiusi dietro le lenti.
La cena fu allegra. Il gruppo, per quanto malassortito e composto di persone letteralmente trovate per strada, era vivacissimo e pieno di energia e la cena passò in fretta, tra risate, teorie strampalate, aneddoti buffi e flirt a senso unico da Eros a tutte le donne presenti. Nuan si mise la mascherina sugli occhi per segnalare il suo rifiuto e mangiò così, bendata.
Sembrava un sogno. La villa era sicura e bellissima, intonsa dai pericoli del mondo, con buon cibo e compagnia numerosa: c’era davvero tutto ciò che una persona potesse desiderare, dagli animali domestici e i videogiochi alla piscina idromassaggio sotto le stelle, dai profumatori per ambienti alla lavanda ai libri e gli attrezzi da palestra.
E, come scoprirono alla sera, anche i letti più comodi del mondo.
Ovviamente, Daniele aveva una camera in cui dormire tutta sua, ma tutti gli altri dovettero accordarsi per dividersi le ben quattro stanze a disposizione per gli ospiti.
Nuan Huan, Rosetta ed Emilia si accordarono per occupare la stessa stanza, così come Piera e Belarda. Giangiorgio prenotò Pampineo, ritenendolo il più innocuo dei presenti, e lasciando in stanza assieme Eros e Pinocchio che già si stavano acchiappando per i capelli e tentando di rendere calvi a vicenda con vigorosi strattoni.
La più contenta di tutte era Piera, che non vedeva l’ora di fare amicizia e condividere segreti tra ragazze e dormire in stanza con Belarda. Non sapeva ancora di un piccolo, rumoroso particolare: la sua compagna di stanza parlava nel sonno.
Fu così che tutti gli ospiti di Villa Lazzaretti andarono a dormire per la prima volta nella grande casa con le palme.

Era mattina presto quando qualcuno bussò alla porta della grande villa del signor Lazzaretti.
Il cielo aveva appena iniziato ad illuminarsi delle sfumature pallide e slavate in cui lo aveva immerso il sorgere di un sole pigro, che faticava ad affacciarsi dietro le nuvole batuffolose che riempivano il cielo e minacciavano pioggia.
Tuttavia, non fu il padrone di casa ad aprire. Daniele si era alzato prima dell’alba per iniziare a sgranchirsi, correndo intorno alla casa insieme alla dolce Ivy per riscaldarsi un po’ prima di iniziare con i pesi.
No, ad aprire fu Piera Elodea, anche lei alzatasi prima dell’alba, ma per motivi del tutto diversi.
La sera prima, mentre tutti avevano esplorato la casa, lei aveva trovato quello che più le premeva: la dispensa. Così, quando quella notte si era svegliata a causa della sua compagna di stanza, Belarda, che continuava a spaventarla ripetendo nel sonno “vampiri vampiri sangue vampiri”, sapeva esattamente dove trovarla. E aveva iniziato a mangiare.
Solo un biscottone proteico, si era detta, ed un bicchiere di latte. Uno spuntino di mezzanotte.
Alle cinque e quarantesette del mattino, dopo aver consumato tutte le barrette energetiche all’arancia su cui era riuscita a mettere le mani, la ragazza aveva svuotato un pacchetto di avena biologica dentro ad uno dei barattoli di proteine in polvere da sei libbre del signor Lazzaretti ed aveva iniziato a cacciarsi in gola cucchiaiate piene di quella roba.
Fu così che si presentò agli occhi dei due carabinieri che avevano bussato: con la bocca piena e il suo barattolone sottobraccio, uno sbaffo di polvere proteica arricchita con creatina all’angolo della bocca ed un pigiama di marca Buccia di Pera colorato come una brutta mimetica grigia e gialla.
Il pigiama non era suo, ma lo aveva indossato comunque.
«Shì?» Chiese, a bocca piena, occhieggiando da uno all’altro, tenendo la porta semi-aperta.
I due agenti, un omaccione dai capelli argentei ed una donna piccina dai capelli dorati, si scambiarono un’occhiata. Nonostante entrambi portassero la mascherina, non era difficile leggere le loro espressioni preoccupate.
«Questa è...» Iniziò l’uomo, ma fu subito interrotto dalla collega:
«No, no, parlo io, sono la più vecchia. Questa è villa Lazzaretti?» inquisì la donna, con forte accento calabrese.
«Shì» Confermò Piera
«E lei è la signora Lazzaretti?» attaccò l’altro
«Gno». Piera mandò giù la sua cucchiaiata, ma si voltò per tossire un po’ di polvere marrone che le era andata di traverso prima di parlare di nuovo con i due in divisa «Uugh… avrei dovuto metterci del latte, è un po’ secco. Pazienza. State cercando il signor Lazzaretti?»
I due agenti fecero immediatamente un passo indietro, scambiandosi un’altra occhiata preoccupata.
«E questa tosse ce l’ha da molto?» Interrogò la carabiniera, assottigliando gli occhi grigi
«Uh? No, no no! Non sono malata! Ho solo, vede, mangiato un po’ di polvere» Piera sollevò il cucchiaio per mostrarlo ai due agenti, allarmata «Vede? Sto benissimo! Ne volete? Volete entrare?»
«Signorina, se non è parte della famiglia Lazzaretti, cosa ci fa qui? Non sa che gli assembramenti sono vietati?» intervenne il carabiniere.
Piera Elodea li guardò con espressione neutra, come se avesse avuto problemi a metabolizzare l’informazione. Tossì un’altra nuvoletta di polvere al cioccolato.
Prima che lei avesse il tempo di rispondere o che i carabinieri decidessero di imballarla in delle salviettine umidificanti e portarla al pronto soccorso, il signor Lazzaretti in persona arrivò a corsetta leggera, fermandosi accanto alla porta in posa plastica da bodybuilder per mostrare il tricipite destro. Era a torso nudo, la maglietta grigia legata ai fianchi solidi, e goccioline di sudore sparse gli imperlavano il corpo statuario.
«Zii in uniforme» Disse Lazzaretti, mentre Ivy lo imitava e si metteva in posa da concorso canino accanto al suo piede «Qui amiamo tutte le forze, anche quelle dell’ordine. Cosa vi porta alla mia dimora?»
«Lei è il signor Lazzaretti?»
«In persona e proteine. Come posso aiutarvi?»
«Signor Lazzaretti, durante la nostra ronda mattutina non abbiamo potuto non notare quest’anomalia. Perché ci sono tutte queste automobili parcheggiate qui di fronte?» chiese la donna, e fu distratta da una seconda posa
«Non è concesso portare tutti questi estranei in casa propria, è un assembramento bello e buono!» chiese l’uomo, e fu distratto dalla terza posa.
Alla quarta posa, ahimè, entrambi si erano ripresi dallo sbigottimento e non lasciarono più che venisse perso il filo del discorso.
«Quanti siete in questa casa?»
«Uhm…» gli occhi di Piera saettarono dal signor Lazzaretti alla carabiniera che l’aveva interrogata, in cerca di aiuto «Non tanti…?». Ma gli occhi del culturista non potevano incontrare i suoi, perché si erano fissati sulla gran quantità di cibo che la ragazza cullava come un neonato.
«Signorina, tu hai molta fame»
«Shì»
«E quante scorte ti sei già mangiata?»
«Uhm… non tante…?» Ripeté lei, facendo un innocente sorriso al cioccolato
«Che fame chimica» commentò il muscoloso, impressionato
«Ah, c’è anche droga?» esclamò la carabinera
«No no, non sono malata e non mi drogo!» assicurò Piera, agitando la mano che stringeva il cucchiaio con ansia «Vi giuro di no!»
«D’accordo, signorina, le credo. Signor Lazzaretti, dovremmo multarla già ora, ma lei ha fatto molte pose...» il collega le diede una gomitata «Ma siamo buoni, volevo dire, e le daremo la possibilità di evacuare casa e chiuderemo un occhio se lo farà subito, in virtù dei suoi soldi...» un’altra gomitata «Del suo cane, intendevo. È un cane molto grazioso».
Daniele non sembrò felice di dover sfrattare tutti i suoi inquilini, ma non voleva mettersi contro le forze dell’ordine o pagare multe stratosferiche, quindi fu costretto a quell’ora a buttare giù dai lettini tutti i suoi ospiti e spiegar loro la situazione.
Molti di loro non presero bene la notizia. Rosetta si defenestrò dal retro perché “la pula non l’avrebbe mai presa”, e Giangiorgio seguì il suo esempio. Eros, che aveva metà capelli rispetto a quando era arrivato e i cui stinchi si erano gonfiati per i calci che il compagno di stanza gli aveva rifilato nel sonno (tanto da farlo sembrare provvisto di ben quattro gambe), protestò ad alta voce, di pessimo umore: come si pretendeva che tornasse a Caltaleone ridotto così? Come avrebbe conquistato la sua Anita, se sembrava un mostro?
A tutti loro era stato offerto quel nido in cui si erano trovati tanto bene, quel paradiso per un solo giorno, e ora stavano per abbandonarli di nuovo al contaminato, tossente mondo crudele?
«Sì» Confermò Daniele.
Il pensiero di molti volò al mitico boccaccio di Amuchina. Stavano davvero per lasciarsi tutto quel ben di Dio alle spalle?
«Ve ne dovete andare» Insisté il padrone di casa, incrociando le braccia al petto, e non ci fu più niente da fare.
Ai due carabinieri diventarono gli occhi tondi tondi quando videro la processione di persone che uscivano dalla casa del ricco sportivo, e non sapevano più se fargliela passare liscia, fare multe a tutti o imballare tutti in una palla di salviettine umidificanti e mascherine. Alla fine iniziarono a battere le mani e fare rustici versi incoraggianti, come pastori ad un branco di pecore, mentre i cantastorie rientravano nelle auto, alcuni pronti a continuare per la propria strada, altri pronti ad essere riaccompagnati a casa.
In molti accarezzarono con gli occhi il profilo di Villa Lazzaretti, pieni di desiderio e nostalgia, e lo sguardo dell’imprenditore si riempì di compassionevole tristezza nel vedere i suoi ospiti costretti ad andarsene come pecorelle smarrite. Ma era meglio così, nonostante la stretta che avvertiva al forte cuore, allenato da ore di cardio che avrebbe voluto saltare.
«Il mio piano di avere almeno cento storie con cui passare il tempo è appena svanito nel nulla, me misero, me tapino» Disse Daniele, in tono nostalgico. Ma dopo un attimo di abbattimento, il ricco imprenditore decise di non prendersela ed aggiunse, con filosofia: «Non fa niente, tanto Piera si stava mangiando tutto e saremmo rimasti presto senza scorte. Dovrò continuare la quarantena da solo, ahimè, fino a quando questa quarantena si alzerà e potrò riabbracciare la mia ragazza»
«È molto lontana?» chiese il carabiniere dai capelli argentati, in tono comprensivo
«Sta partecipando ad una gara di powerlifting in Austria. Avrei dovuto raggiungerla, ma ora non si può viaggiare, come sa...»
«Sono certo che vincerà»
«Anch’io. Buona giornata, agenti»
«Buona giornata, Lazzaretti».

Il gruppo, quasi a malincuore, fu disperso.
Nonostante fosse stato appena un giorno, tutti loro, in un modo o nell’altro, furono cambiati da quello che accadde nella bella Villa Lazzaretti, alcuni in modo positivo, altri negativo. Nessuno rimase esattamente uguale a come era entrato e ognuno di loro aveva una strana, strana giornata da raccontare, e tutto era iniziato per un boccaccio di Amuchina.

«Cos’ha questa gente che non va?» Chiese il primo carabiniere
«E che ne sooo ioooo» rispose la collega, tale Rosamaria Miseri, che aveva l’abitudine di allungare di molto le “o” quando voleva mostrarsi superiore ad una certa vicenda.
«Tutti ammassati in una casa...»
«Tra questo e la festa di carnevale… certa gente non sa prendere le sue precauzioni»
«C’era pure un bambino di mezzo!»
«Verissimo, Luì. Ora non vedo l’ora di andare a trovare mio nipote, appena stacco»
«Non era stato ricoverato all’ospedale dei Bambinelli Santi?»
«Sì, ma ancora non è tornato il risultato, ma sicuramente non ha niente, lui dice che non si sente più niente, che era un poco di raffreddore. Che non vado a darglielo un bacetto a mio nipotino Tristano?».
In lontananza, una villa con le palme salutava il sole che sorge. Un nuovo giorno, una nuova storia.




martedì 21 aprile 2020

Coronavirus e complotto - il premio Nobel Montagnier e Dr. Shiva





Di bufale sul Covid-19 ce ne sono tante, e sono diffuse anche da fonti che ad un'occhiata superficiale possono essere attendibili, ma tranquilli! In nostro soccorso arriva Barbascura X, il pirata che ci rende edotti ;)
In questo video in particolare ci spiega con calma e chiarezza perché il virus NON è modificato dall'uomo, ma che si tratta di qualcosa di completamente naturale, anzi di qualcosa che è stato ampiamente "previsto" negli anni precedenti.

(Vi consigliamo anche gli altri video del suo canale Club Pirata per capire meglio come funziona la ricerca, la comunità scientifica e tutte quelle cose che i complottisti ignorano bellamente quando inventano le loro cretinate)

lunedì 30 marzo 2020

Un boccaccio di Amuchina - 11. Muscolerentola

<Precedente (capitolo 10)


+ Muscolerentola, una storia di Daniele Lazzaretti +
 
Pensavate che il padrone di casa non raccontasse le storie? Male, male, ragazzi miei! Il padrone di casa vi vuole edotti. Il padrone di casa vi vuole educati. Per questo io, il signor Daniele Lazzaretti, vi intratterrò con una storia morale molto bella e utile, quella di Muscolerentola.

C’era una volta, non molti anni fa, una giovinetta molto buona e gentile, che viveva con suo padre e sua madre in una casetta di campagna, in uno dei pochi stati ancor governati da una monarchia. I tre erano una famigliola felice, ma un triste giorno la madre si invaghì di Rocchetto, un influencer di Instagram che esibiva migliaia di giacchette di marca e scintillanti rolex al polso e, abbagliata da tanta ricchezza, decise di fuggire con lui.
Rocchetto la ricambiava, poiché la donna era bella e sarebbe stata una perfetta fidanzata-trofeo, così venne a prenderla con una macchina lunga venti metri e agghindata con migliaia di specchietti tutti di marca, pagò fior fior di quattrini gli avvocati perché spingessero il marito della donna a divorziare al più presto e scappò con il suo bottino, la mamma della nostra protagonista.
La povera giovinetta e suo padre rimasero soli nella piccola casa di campagna, molto afflitti. La giovinetta, questo era importante dirlo, aveva ereditato da sua madre quella stessa bellezza che aveva affascinato l’influencer, ma dal padre aveva preso la gentilezza, la bontà e la lealtà, e non poteva sopportare di vedere il suo povero genitore che piangeva dalla mattina alla sera, dalla sera alla mattina, e che anche dopo un mese non accennava a smettere di disidratarsi in codesto vergognoso modo, spillando fiumi di lacrime su tutto il pavimento e l’orto.
«Papà» Gli disse lei un giorno «Perché sei così triste? È vero, la mamma se n’è andata, ma il mare là fuori è pieno di pesci e troverai presto un’altra donna che ti amerà molto più di quanto non abbia fatto quell’egoista superficiale della mamma»
«Hai ragione, figlia mia» disse l’uomo, asciugandosi le lacrime «Forse è arrivato il momento che io mi riprenda e mi trovi un’altra moglie»
«Ma no, papà, prima frequenta un po’ di donne… conosci qualcuno di simpatico… trovati un’amichetta, ma non sarà troppo presto per sposarsi di nuovo?»
«È stato troppo presto anche solo per divorziare, perdinci! Voglio una nuova moglie e questo è quanto!»
«Ma se fino a pochi secondi fa stavi solo piangendo come un bambino...» gli fece notare la giovinetta, ma il padre non volle sentire discussioni.

Dovete sapere che il cuore dell’uomo era stato molto ferito da questo improvviso abbandono, e ora stava cercando di riprendersi più rapidamente che poteva, per questo voleva sposarsi e non pensarci più. Avventatamente, l’uomo sposò una vedova con due figlie che lo voleva solo per impadronirsi dei suoi (pochi) soldi, visto che doveva mantenere la sua esigente prole, ma di lavorare non voleva saperne.
La vedova si chiamava Matrigna. Proprio così, di nome, perché anche sua madre era stata malvagia.
Allora, Matrigna e le sue due figlie, Dolores e Dolores Due, si trasferirono a casa della nostra povera protagonista. Due mesi dopo, il padre della poverina morì all’improvviso, di crepacuore, perché anche se si era sposato non riusciva a dimenticare la moglie.
La giovinetta rimase allora sola con la matrigna e le due sorellastre e fu allora che iniziarono per lei le vere tribolazioni.
«Che vuole quella buona a nulla in salotto?» Esse dicevano «Chi mangia il pane deve guadagnarselo, sotto questo tetto: fuori sguattera!».
E a nulla valsero i timidi tentativi della giovinetta di far loro capire che in realtà quella casa apparteneva più a lei che a loro, visto che Matrigna e le due Dolores la minacciavano sempre di ucciderla se si fosse ribellata.
Le presero i suoi bei vestiti, le diedero da indossare una vecchia palandrana grigia tutta buchi e la condussero in cucina deridendola. La povera giovinetta lì doveva sgobbare dalla mattina alla sera, anzi da ancora prima: si alzava prima ancora che facesse giorno, portava l’acqua dal pozzo, accendeva il fuoco, preparava i pasti, lavava la casa, si prendeva cura del cavallo e delle galline e andava a pagare le bollette alla posta o faceva la spesa. Per giunta le due sorellastre gliene facevano di tutti i colori, la prendevano in giro chiamandola “la figlia del morto” e le versavano i ceci e le lenticchie nella cenere del caminetto, sicché la poverina doveva raccoglierli uno ad uno e lavarli singolarmente prima di poterli cucinare. La sera, quando era stanca, non andava nel letto, ma doveva coricarsi nella cenere accanto al focolare, e siccome la poverina era sempre sporca a impolverata, Matrigna e le due Dolores la chiamavano Cenerentola.
E così Cenerentola lavorava forte. Su e giù con i secchi pieni d’acqua, su e giù per le scale con le buste della spesa, china a terra per ore a raccoglier roba o a pulire i pavimenti, e ben presto iniziò a sentire qualcosa che cambiava in lei: i suoi muscoli si stavano rafforzando ed ella non si stancava più come una volta quando sbrigava tutti i lavoretti. La Matrigna credeva di farle un torto facendole mangiare solo legumi, ma questi sono un’ottima fonte di proteine, contenendone allo stato secco dal venti al quaranta percento e avendo un contenuto di grassi molto basso.
Quando si faceva la doccia, Cenerentola iniziava a vedere i deltoidi e i bicipiti delinearsi sotto la pelle e immaginate che meraviglia quando sentì sotto il pollice anche gli addominali!
«Cenerentola, lava le scale!» Le diceva Matrigna e lei subito, tutta felice, prendeva la scopa, ci legava sopra i pesi che erano stati del suo babbo e puliva tutte le scale da cima a fondo.
«Cenerentola, prendi l’acqua da bere al pozzo!» Le diceva Dolores, e tutta contenta lei correva al pozzo e tirava su secchi e secchi pieni d’acqua, che poi riversava in un gran barile che si caricava sulle spalle e portava dentro di corsa.
«Cenerentola, rifammi l’orlo alla gonna!» Le diceva Dolores Due e… e niente, Cenerentola lo faceva, ma non di buona voglia.
Quando fu forte abbastanza, Cenerentola divenne in grado di sbrigare i lavoretti in un nonnulla e prese ad allenarsi anche in altri modi: piegamenti sulle braccia, crunch, curl per i bicipiti con i fustoni di ammorbidente, squat con le cassette di frutta sulla schiena, trazioni alla sbarra nella stalla. Era contenta, la nostra Cenerentola, di vestire solo con una sforma palandrana grigia, perché così le tre malvagie donne non potevano indovinare in che modo il suo corpo stava cambiando.
Un giorno di sei mesi dopo, arrivò una notizia che sconvolse tutte le ragazze: il figlio del re, principe ed erede al trono stava cercando una ragazza! Per trovarla aveva indetto un grande e sontuoso ballo alla quale sarebbero state invitate tutte le donne in età da marito, dai diciotto ai sessant’anni insomma, perché fra di esse di certo vi era nascosta la futura regina.
Quando la matrigna di nome e di fatto lo venne a sapere, e lo venne a sapere presto perché passava un sacco di tempo su internet a cercare marito alle sue figlie e a sé stessa, iniziò a preparare Dolores e Dolores Due come principesse per il gran ballo.
Cenerentola, che lo seppe perché mentre spazzava il pavimento sentì le tre donne urlare tutti i dettagli riguardo al ballo, iniziò a sognare a occhi aperti e immaginò quanto fantastico sarebbe stato poter partecipare al ballo, sposare il principe e lasciare per sempre quella casa dove tutti la odiavano, per comprarsi finalmente una vera palestra con tutte le macchine giuste e manubri veri, così da non dover più usare i fusti dell’ammorbidente per fare i curl per bicipiti.
Prese coraggio, Cenerentola, e disse alla Matrigna che anche lei voleva partecipare al ballo, poiché era una ragazza in età da marito.
«Tu? Andare al ballo?» Rise Matrigna, indicandola «Ma non farmi ridere! Pensi davvero di poter entrare a palazzo vestita così? Come un profugo di guerra?»
«No» timidamente, Cenerentola accennò ai vestiti delle due Dolores «Però loro potrebbero prestarmi uno dei loro vestiti. Abbiamo la stessa taglia, altrimenti non avrebbero potuto indossare tutti gli abiti che mi hanno rubato, no?».
La Matrigna andò su tutte le furie a quell’allusione e spinse la povera e dolce Cenerentola fino ad uno stanzino, poi la chiuse dentro a chiave a da fuori le urlò: «Non osare mai più paragonarti alle mie bellissime, floride bambine! Tu sei sporca e stupida, un bastone su cui ondeggia quello straccio grigio, e non ho intenzione di farmi vedere in giro con te, soprattutto davanti alla famiglia reale, perché ci metteresti in imbarazzo!».
Cenerentola, povera bambina, prese a piangere. Le sue lacrime, abbondanti e salate, iniziarono a scorrerle lungo le guance, lavando via la cenere sul suo bel visino.
«Piangi, piangi!» Ghignò Dolores Due da fuori «Tanto non c’è niente che tu possa fare!».
E fu in quel momento che Cenerentola capì che alla violenza bisogna rispondere con la violenza. Prese un attizzatoio di riserva, che stava lì per terra nello stanzino, e colpendo la porta ne fece saltare via la serratura. Stupita dalla facilità con cui la sua forza le aveva permesso quel gesto, uscì e si guardò intorno.
Matrigna e le due Dolores erano impietrite.
«Come hai fatto a uscire?» Disse la madre.
Cenerentola non rispose, perché con certa gente c’è davvero poco da discutere, e salì le scale. Non aveva intenzione di fare del male alle tre donne, perché lei era buona e gentile, ma non aveva neanche più intenzione di permettere loro di rubare ciò che era suo. Aveva appena capito che c’è una linea di demarcazione ben netta fra la stupidità e la gentilezza.
Si fece una doccia, dopo aver chiuso a chiave la porta. Mentre si lavava sentiva la voce della sua matrigna che le urlava contro.
«Cenerentola!» Strillava isterica la vecchia donna «Maledetta, hai rotto la serratura dello stanzino! Dovrai lavorare il doppio per ripagarla!».
Ma Cenerentola la ignorava: non avrebbe più fatto niente per lei. Dopo essersi ripulita dalla testa ai piedi e aver fatto tornare i suoi capelli del loro color oro originale, la ragazza uscì dal bagno. La matrigna cercò di aggredirla, ma a Cenerentola bastò un piccolo spintone per mandarla gambe all’aria.
«AH!» Urlò la vecchia donna «MI VUOI UCCIDERE?!».
Ma Cenerentola la ignorò e andò verso la camera in cui dormivano le due Dolores. Ovviamente non voleva uccidere nessuno, ma non voleva neanche essere aggredita. E ora si sarebbe anche ripresa ciò che era suo: aprì l’armadio delle sorelle e ne trasse i più bei vestiti, che iniziò a provarsi uno dopo l’altro.
Ma, povera creatura, i suoi muscoli bellissimi e poderosi non entravano più in quelle sottili maniche! Le sue spalle larghe, così rotonde, rischiavano di strappare la stretta stoffa di quei vestiti che una volta erano stati suoi. La matrigna, purtroppo, su una cosa aveva ragione: quelle vesti non erano fatte per lei, non più. Ma Cenerentola non si perse d’animo, prese una manciata di soldi dal cassetto della scrivania delle Dolores e uscì di casa. Le sorellastre cercarono di fermarla, facendo urlacci e mostrando i pugni, ma Cenerentola non aveva certamente paura di loro e si allontanò, recandosi dal più vicino sarto.
Il sarto si sorprese quando vidi la maestosa Cenerentola, dal viso come quello di una dea, i lunghi capelli d’oro sciolti sulle spalle, entrare vestita di una brutta palandrana grigia e lacera.
«Ho bisogno di un vestito per il ballo indetto dal principe» Disse la ragazza «Sono venuta nel posto giusto?».
Il sole bacia i belli, ma la fortuna bacia i forti, e Cenerentola fu baciata dalla fortuna: quello che aveva davanti era il miglior sarto del paese, ed era disposto a farle uno sconto perché ci teneva molto a vestire quella bellissima giovinetta, soprattutto dopo che ebbe avuto modo di misurarle i bicipiti con il suo metro da sarto.
Il sarto le fece così un vestito sontuoso, color bianco perla e oro, degno di una regina. Cenerentola venne a ritirarlo due settimane dopo, nello stesso giorno in cui il principe dava il grande ballo a palazzo.
In quelle due settimane Cenerentola si era comprata quello che desiderava: manubri componibili, proteine in polvere, l’enciclopedia del bodybuilding e alcuni vezzosi fiocchetti per capelli. Le sue sorellastre e sua madre avevano ovviamente avuto qualcosa da ridire, ma erano bastati due bei ceffoni di Cenerentola per far capire loro che era sacrosanto diritto di quella povera ragazza, che aveva patito così tanto in quel periodo con loro, usare un po’ di soldini per coccolarsi.
E finalmente venne la sera del ballo.
Le due Dolores ci andarono accompagnate dalla matrigna in una sontuosa carrozza con cavalli bianchi, in cui non c’era posto per la povera Cenerentola! Ma Cenerentola non si perse d’animo, perché in questo modo avrebbe potuto fare un po’ di cardio per bruciare qualche grammo di grasso, e corse a piedi dietro la carrozza. Quando arrivarono al castello, lei sembrava più fresca delle sue sorelle, nonostante avesse fatto sette chilometri a piedi.
Dentro il palazzo era tutto in festa, con gruppi che suonavano dal vivo, danze animate e associazioni studentesche goliardiche che offrivano strani snack, come cubetti di pangolino glassato, a tutti i presenti. Cenerentola fu ricevuta con grandi omaggi e furono in molti ad interessarsi a lei, alla sua bellezza, alla sua possanza, alla sua gentilezza e al suo gran garbo. In molti iniziarono a chiedersi da dove mai venisse quella fanciulla così bella ma di cui nessuno sapeva il nome.
Il principe ballò con lei, avendo promesso di ballare con tutte le ragazze presenti quella sera (il ballo sarebbe durato tre giorni), e immediatamente se ne innamorò.
«Non voglio più ballare con nessuna» Proferì il principe, solenne
«Oh, allora me ne vado» rispose timidamente Cenerentola, ma lui le strinse più forte le mani
«Con nessuna tranne che con te, mia splendida dama. Con te dimentico persino il tempo che passa...».
Cenerentola allora guardò l’orologio: era tardissimo! E una qualità del sonno più bassa, con meno ore di riposo, corrispondeva ad una maggiore produzione di cortisolo e ad un maggior catabolismo, ovvero la riduzione in glucosio di una parte delle proteine che costituiscono i muscoli. Insomma, se voleva avere muscoli splendidi e forti, Cenerentola doveva andare a dormire presto e riposare per tutta la notte, non poteva certo star lì a volteggiare con quel ricchissimo bietolone.
«Devo andare!» Esclamò la giovinetta, lasciò le mani del principe e scappò via.
Il principe cercò di fermarla, aggrappandosi a un decoro del suo abito, una fascia traforata che le cingeva il braccio, ma questa si strappò nella foga e gli rimase in mano, mentre Cenerentola scappava via in una fuga disperata dal catabolismo.
Il giorno dopo, Matrigna e le due Dolores erano furenti: erano venute a sapere che il principe aveva ordinato ai suoi soldati di cercare ovunque la splendida fanciulla bionda misteriosa. Per essere certi che la ragazza fosse quella giusta, avrebbero misurato il suo bicipite con il decoro che era rimasto a palazzo, per scoprire quella il cui braccio sarebbe stato fasciato da esso alla perfezione.
Dopo quasi una settimana, le guardie reali bussarono anche alla casa di Cenerentola, che però era nell’orto sul retro che annaffiava le melanzane e non si accorse di nulla.
«Siamo i soldati inviati dal principe» Dissero gli uomini «E portiamo il decoro volto a fasciare il braccio della futura regina».
Le due Dolores si erano preparate facendosi pungere le braccia dalle api, per farsele gonfiare, e arrivarono tutte doloranti e arrossate: ma il gonfiore delle loro braccia era brutto e irregolare e anche così non raggiungeva lo spessore del bel bicipite naturale di Cenerentola.
«Non siete voi» Sentenziò il capo delle guardie, cercando di non scoppiare a ridere «E la prossima volta vi consiglierei di evitare cotanto dolore».
Ma quando uscirono di casa, ad una delle guardie cadde l’occhio proprio su Cenerentola, che aveva smesso di annaffiare le melanzane e ora stava facendo i piegamenti sulle braccia non troppo distante, in un punto ben illuminato dal sole.
«Ehi tu, ragazza! Vieni a provare il decoro del vestito della regina!» Esclamò il capo delle guardie.
«Ma cosa, volete far provare un simile prezioso indumento a quella ragazza sudata e sporca?» Disse Matrigna, non appena si accorse di quello che stava accadendo «Lei è la mia figliastra e non ha un soldo! Non avrebbe mai potuto partecipare al ballo, guardatela, è una pazza che fa degli strani movimenti per terra, come un verme con le braccia»
«Signora» rispose con sicurezza il capo delle guardie «Si faccia da parte per piacere, che qui disturba. Abbiamo l’ordine di far provare l’orpello a tutte le ragazze del regno e quella laggiù mi par proprio una ragazza, o sbaglio?».
Dopo quelle parole, Matrigna non ebbe il coraggio di dir nulla e si nascose dietro le due figliole dalle braccia bitorzolute e doloranti, sperando che a Cenerentola andasse tutto per il peggio.
Il capo delle guardie fece rialzare Cenerentola e le disse «Porga il bicipite prego, signorina».
Lei lo fece e… miracolo! La striscia cingeva perfettamente la circonferenza del suo bel braccio.
«È lei!» Iniziarono ad esclamare a gran voce le guardie.
Cenerentola guardò le sorelle e la matrigna, consapevole che quella sarebbe stata l’ultima volta.
Le guardie portarono la bionda e forte ragazza a corte, dove il Principe riconobbe in Cenerentola la bellissima valchiria con cui aveva danzato in quella notte indimenticabile e le propose di sposarlo.
«Ma prima» Le disse «Come ti chiami? Non conosco ancora il tuo nome».
Cenerentola, ovviamente, non voleva chiamarsi più così… e il suo vecchio nome era stato ancora più brutto… perciò sorrise e disse «Chiamami Muscolerentola»
«Posso chiamarti Muscola? È un nome così simpatico»
«Chiamami così per sempre, amore mio: sono i muscoli che mi hanno cambiato la vita».
E vissero per sempre tutti felici e contenti.

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