mercoledì 15 agosto 2018

Sunset 59 - La leggenda delle Sunset parte 1



«Prima di raggiungere la terra dei Quileute, Q'waeti' era passato attraverso la terra degli Hoh, gli uomini sottosopra. Si aspettava dunque di trovare anche qui degli esseri umani, ma non ve n'era traccia: vide solo dei lupi. Due di essi non ebbero paura, e non si allontanarono; allora Q'waeti' trasformò quei due lupi in umani. "Voi Quileute dovete essere coraggiosi, perché discendete dai lupi. Dovrete usare anche il vostro coraggio, perché mentre un uomo comune può avere solo una moglie, uno dei vostri capi potrà averne persino quattro o otto" Disse Q'waeti' ai neonati esseri umani "Dovete essere forti in ogni modo possibile".
Alcuni pensano che le parole di Q'waeti' si riferissero non ad una struttura poligama della nostra società, ma alla durata vitale dei nostri capi, che sarebbero stati in grado di collegarsi al mondo degli spiriti e manifestare il lupo da cui discendevano in caso di pericolo. Questo avrebbe allungato a dismisura la loro vita, addirittura a quattro o otto volte quella di un uomo comune.
Il lupo accettò Taha Aki nel suo corpo perché nel mondo degli spiriti Taha Aki non poteva nascondere di essere disceso dal lupo, ed il lupo aveva sentito il bisogno di aiutare il suo fratello in pena. E di nuovo nel corpo del lupo, Taha Aki aveva sentito nuovamente la sua natura del lupo riaffiorare, riuscendo a ricongiungersi con essa.
Dopo essere passato dalla terra dei Quileute, Q'waeti' raggiunse i Makah, e lì vide non due lupi, ma due cani selvatici. E li trasformò in umani. È per questo che i Makah ci sono vicini, ed è per questo che tra loro i nostri lupi possono trovare i loro perfetti compagni, anche se non sono Quileute».
Sue indicò gentilmente con il palmo aperto, rivolto verso in alto, la ragazza con la cicatrice e Sam accucciati vicini. La ragazza sorrise e prima che potessi chiederlo, Omaha mi tolse qualunque dubbio confermando con un bisbiglio «Emily è una Makah, si. Sam ha avuto l'imprinting con lei, Sue sta parlando di questo»
«L'imprinting?» ripetei stranita
«Si. Colpo di fulmine, anime gemelle, amore a prima vista, sai».
Io adoravo i miei nuovi amici Quileute, però non ero sicurissima che quella fosse la definizione etologica più corretta dell'imprinting.
«Tra i numerosi figli che Taha Aki ebbe dalle sue tre mogli, nacquero sia valorosi fanciulli che coraggiose giovani. Tutti loro avrebbero potuto evocare i loro spiriti lupo e diventare guerrieri per proteggere la tribù, ma non tutti accettarono questo incarico. Non era facile decidere di distaccarsi dalla propria umanità, non invecchiare, vedere i propri familiari morire. C'erano molte differenze tra quando gli uomini combattevano come guerrieri spirito o come spiriti lupo, ma entrambe richiedevano il loro prezzo a chi avesse accettato su di sé il peso di tale fardello.
La storia che vi narro avvenne dopo l'abbandono di Taha Aki della sua tribù, che in quel periodo si era molto ridotta. Per riuscire a sopravvivere, sia i Quileute che i Makah avevano un disperato bisogno di diventare nuovamente numerosi. Dopo l'attacco dei due Freddi, i Quileute in particolare avevano perso buona parte dei loro lavoratori ed avevano bisogno di allargarsi ancora: chi avrebbe coltivato i campi? Chi avrebbe preso le decisioni del villaggio, se gli anziani erano stati massacrati e i sopravvissuti erano poco più che ragazzi?
In questi tempi di bisogno, ogni bambino che nasceva era un piccolo miracolo. Era amato, accudito, in essi risedevano le speranze della tribù, mentre i figli che rimanevano di Taha Aki raccoglievano i cocci rotti di ciò che restava dei Quileute e cercavano di fare andare tutto per il meglio. Ma i pericoli non erano ancora finiti».
«E te pareva» Mi sussurrò Jacob, muggendo nel buio
«Shh» sibilai io. Stavo seguendo la storia, ma mi pentii di averlo zittito così bruscamente.
«Qui si era stabilita una grande creatura di nome Dask'iya'. Dask'iya' poteva sembrare una donna, ma non come la Donna Fredda, oh no. Non c'era nulla di bello in Dask'iya', non era un'incantevole, per quanto in realtà mostruosa, quasi dea del mattino. Dask'iya' aveva la pelle spessa e abbronzata dal suo continuo camminare all'aria aperta, setacciando il territorio alla ricerca di cuccioli e bambini che non avevano nessuno con loro a difenderli. Dask'iya' aveva avuto i capelli neri, ma adesso erano stati sfibrati e schiariti dal sole e dalla poca cura, diventando di un marrone simile a quello della terra brulla dopo una lunga pioggia, e le ricadevano sulle spalle forti, spesso legati in una treccia grossolana. Dask'iya' aveva zanne di belva che le fuoriuscivano dalle labbra tese ed era grande, alta, forte e possente, capace di spezzare la spina dorsale di un uomo a mani nude, ma il suo fisico tozzo e le gambe curve le avevano rubato l'equilibrio e donato un passo cadenzato e barcollante. Ella veniva chiamata sia orchessa che donna, eppure nessuno sapeva davvero cosa fosse. Forse un demone, forse uno spirito vendicativo venuto nel mondo materiale. Dask'iya' aveva l'abitudine di portare sempre con sé un cesto, che nessuno le aveva mai visto riempire, e rubare i bambini e portarli al torrente Yaq'ilis, risalendo il fiume Quileute, dove metteva insieme tutti i bambini che era riuscita a rapire. Qui, Dask'iya' cucinava i bambini».
Io e Jake ci scambiammo un'occhiata, poi mi voltai verso Omaha, che aveva le sopracciglia sollevate. Jacob aveva talvolta delle espressioni un po' difficili da leggere, perché traboccava di emozioni e sembrava volerle convogliare tutte in una sola volta sul suo viso. Adesso, uno strano misto di espressioni tra il sorpreso, turbato e divertito erano pezzi di un puzzle che non so come feci a decifrare, seppure in parte, perché era un'espressione assolutamente non funzionale.
Non sapevo neanche che le facce umane potessero fare queste espressioni.
«Dask'iya' era nella nostra terra e, anche se non rapiva solo bambini Quileute, questi erano le sue principali vittime e, pochi com'erano, lasciavano le famiglie devastate e la tribù in una condizione ancora più precaria. Ai bambini fu vietato di allontanarsi da soli, ma le sparizioni, sebbene fossero di poco diminuite, non cessarono. Dask'iya' si spingeva fino ai bordi del villaggio ed aspettava una qualunque distrazione per rapire la sua vittima prescelta e fuggire. Per la tribù era un mistero il perché i bambini non chiamassero aiuto, perché non piangessero e non gridassero. C'era una spiegazione ovvia in verità, ma molte famiglie erano troppo turbate per prenderle anche solo in considerazione. Fu per questo che venne richiesto a gran voce da parte della tribù l'intervento degli uomini-lupo, per cercare di liberarli da quell'ennesima minaccia. Il fatto era che i lupi Quileute rimasti erano solo due, ed ancora giovani ed inesperti. Certo, sapevano come combattere un vampiro, ma Dask'iya' non era un vampiro, desiderosa di battersi ed esporsi come lo era stata la Donna Fredda, non cercava vendetta e non aveva alcuna voglia di mettersi a rischio per confrontarsi con i formidabili guerrieri della tribù. Per di più, Dask'iya' non era geniale, ma era furba, e sapeva come reperire le informazioni.
Appena seppe che i Quileute stavano per scatenarle contro i loro uomini-lupo e che i Makah stavano organizzando delle spedizioni per setacciare il bosco alla sua ricerca, e dare manforte ai Quileute, Dask'iya' raccolse i bambini che aveva catturato nel frattempo e li portò tutti all'interno di una grande caverna abbandonata che si trovava poco lontano le sponde del fiume Yaq'ilis. Sarebbe potuta sembrare una mossa azzardata, ma le rocce erano disposte in modo tale da creare un effetto ottico per cui non vi era nessuna entrata, ma solo nuda roccia al di fuori, e Dask'iya aveva provveduto a sfruttare questa illusione e snellire davvero l'entrata alla caverna dall'interno. Se anche i soldati avessero cercato di raggiungerla, sarebbero stati costretti a passare uno ad uno, e nessun umano poteva contrastare la forza bruta di Dask'iya' in un corpo a corpo. Se anche fossero arrivati questi uomini-lupo dei Quileute, sarebbero stati costretti a ritrasformarsi in umani per entrare, e lei ne avrebbe potuto approfittare per spezzare loro le ossa e renderli definitivamente inoffensivi»
«Ma non avrebbero potuto accamparsi fuori e aspettare?» Chiese Quil, dopo aver alzato la mano per attirare l'attenzione e non interrompere in modo brusco Sue «Non sarebbe potuta rimanere lì per sempre questa, no?».
Sue scosse la testa «Saresti rimasto tu ad aspettare, sapendo che le scorte di quell'orchessa erano dei bambini innocenti? Aspettare che uscisse per fame era equivalente a condannare tutte le prede di Dask'iya'. Il codice morale dei due non lo avrebbe mai permesso. E qualunque danno cercato di fare alla cieca a Dask'iya' avrebbe potuto fare del male a qualcuno dei bimbi».
Quil non rispose, pensieroso. Sue proseguì: «Dask'iya' contava anche sul fatto che non la avrebbero trovata in primo luogo, e sistematasi con le sue cose nella caverna, lasciò liberi i bambini di girare. Dask'iya' usava fare così, non teneva loro i piedi fermi con la forza, non usava catene e non usava corde né per le loro mani né per i loro piedi. Si assicurava che i bambini e i giovani adulti non scappassero semplicemente promettendogli di ucciderli con dolore se avessero cercato di fuggire, e incollava loro gli occhi con una sostanza simile alla gomma per impedirgli di guardarsi attorno. Tra i bambini che Dask'iya' aveva preso quella volta c'era una bambina che aveva il sangue di Taha Aki nelle vene, la più giovane tra le figlie della terza moglie. Il suo nome era Pititchu, ed aveva appena compiuto tredici anni, non del tutto dimostrati nel suo fisico, ma superati dalla sua mente. La bambina, come gli altri, era seduta accanto al fuoco che l'orchessa stava alimentando senza osare cercare l'uscita; ma a differenza degli altri bambini, il suo aspetto silenzioso nascondeva una mente attiva, che cercava freneticamente una soluzione. Pititchu non si lasciò andare alla paura, ma cercò, più freddamente possibile vista la situazione, di trovare una soluzione al suo problema.
Daks'iya' fu felice di vedere che c'era una bambina più calma delle altre. Tra tutti i bambini che prendeva, quasi sempre nel gruppo ce n'era qualcuno con cui si poteva conversare, e a Dask'iya' faceva piacere. Anzi, era proprio dai bambini che riusciva a prendere la maggior parte delle sue informazioni. Così la lasciò libera di parlare e non si preoccupò affatto di lei. Le chiese se era una Quileute rispose fiera che si, lo era; chiese a Dask'iya' con cosa le aveva chiuso gli occhi. Lei rispose compiaciuta che era una sostanza gommosa che non sarebbe mai riuscita a togliere dai suoi occhi a meno che non si fosse strappata le palpebre: era troppo densa.
Fu allora che a Pititchu venne un'idea. Camminò verso Dask'iya' seguendo il tono della sua voce e orientandosi anche grazie al calore che avvertiva per il fuoco. Cercando di non pensare a cosa quel fuoco sarebbe servito, allungò le mani verso le fiamme. Dask'iya' non la redarguì, visto che non le importava se i bambini si fossero fatti male o no, ma le chiese perché lo facesse. Pititchu le rispose che aveva molto freddo a bassa voce, e Dask'iya' lasciò perdere, convincendosi che doveva essere il terrore che le faceva avvertire freddo.
Ma sebbene fosse spaventata, non era la paura a guidare le azioni di Pititchu, ma l'intelligenza. Sapeva benissimo come molti materiali diventassero bruciati o più teneri con il fuoco, e dato che stava per morire, non avrebbe fatto differenza se quella strana sostanza gommosa fosse stata una di quelle che invece si solidificano con il fuoco. Si riscaldò le mani finché non poteva più tenerle di fronte al fuoco, poi si voltò con le mani sugli occhi, facendo finta di piangere, e lavorò i bordi della gomma che le chiudeva le palpebre. E sentì ben presto che si stava ammorbidendo e stava cedendo, liberandole la vista centimetro dopo centimetro. Se avesse potuto vedere dove andava sarebbe potuta correre in fretta fuori dalla caverna e lo stratagemma di Dask'iya' le si sarebbe rivoltato contro, visto che avrebbe fatto molta fatica ad uscire. Una volta fuori, Pititchu avrebbe potuto indicare ai guerrieri dov'era che Dask'iya' si nascondeva e cercare di salvare gli altri bambini»
«Io a tredici anni me la sarei fatta sotto, altro che» mi sussurrò Omaha all'orecchio.
Io annuii. Anche io ero certa che non avrei saputo fare lo stesso a tredici anni, sebbene mi ritenessi una bambina niente affatto stupida. Certo, avrei rischiato di cadere per terra a metà della corsa e rovinare tutto sul più bello, ma ero sicura che anche io, come Pititchu, avrei provato a fare qualunque cosa fosse in mio potere per salvarmi.
«Quello era il piano della giovane, ma tutto cambiò improvvisamente quando udì la voce di Dask'iya' alzarsi irata contro uno dei bambini. Essendo che erano stati tutti resi incapaci di vedere, Pititchu non sapeva insieme a quali altri bambini era stata catturata, e per questo era ancora più facile, nel piano nella sua mente, fuggire e lasciarli indietro. Però riconobbe chiaramente la voce del bambino a cui Dask'iya' si rivolgeva: era il suo migliore amico, un bambino poco più piccolo di lei che Pititchu considerava come un fratello minore. Il bambino aveva cercato di fuggire ed aveva quasi trovato l'uscita a tentoni, ma Dask'iya' se ne era accorta ed era andata su tutte le furie.
"Avresti fatto meglio a rimanere dov'eri" Ruggì, e Pititchu sentì il suo amico urlare terrorizzato "Non ti avrei fatto soffrire. Adesso sarai il primo, ti spolperò pezzo a pezzo finché non ti avrò finito. E che sia da monito a voi altri!". In quel momento, Pititchu aveva scordato qualunque piano di fuga ingegnoso che la sua mente avesse partorito: l'unica cosa che contava era salvare quello che per lei era il suo fratellino. Riuscì a liberarsi uno degli occhi e si slanciò verso Dask'iya' incurante di quello che le sarebbe potuto succedere, sentendo urlare il suo amico.
"Siete amici? Vuoi difenderlo?" Ringhiò Dask'iya', ma adesso sembrava quasi contenta sotto tutta quella ferocia "Non preoccuparti, non ti mancherà a lungo. La prossima sarai tu. Ti mangerò piccola Quileute, come quella Fredda ha mangiato la tua tribù". Improvvisamente Pititchu tremava, incespicò e cadde a pochi passi dal fuoco, ma cercò di rialzarsi nuovamente per raggiungere il suo amico. Era tutto confuso, non era neppure sicura di cosa le stesse succedendo, di cosa stesse accadendo tra Dask'iya' ed il suo amico. Sentiva il sangue pulsare nelle vene, ed in mezzo alla confusione che le annebbiava il cervello, la rabbia, la paura e l'angoscia profonda, pulsava come il suo sangue un pensiero fisso che era l'unica direttiva: salvare il suo amico, salvare sé stessa. Era come se tutto ciò che aveva provato in quelle settimane cercasse di annegarla e sommergerla proprio in quel momento. La morte di sua madre, l'abbandono di suo padre, lo sterminio del villaggio, il terrore di morire ed essere divorata, l'angoscia di perdere un amico, ed il sentirsi così sola, sola, sola e vulnerabile. Sentì il viso diventarle caldo e per un attimo pensò di essere finita troppo vicino al fuoco, ed erano il calore ed il fumo ad annebbiarle così i pensieri, ma poi il calore si diramò per tutto il suo corpo e il tremore aumentò. Dask'iya' lasciò per un attimo il bimbo piangente per guardare incuriosita quello strano fenomeno: aveva visto bambini reagire davvero in tutti i modi all'essere stati rapiti da un'orchessa cannibale, ma c'era un che di strano nel comportamento della giovane Quileute. Pititchu lanciò un urlo inumano, più simile ad un ruggito, e in quel momento il suo corpo, in cui scorreva il sangue di Taha Aki e dell'intrepida terza moglie, esplose nella sua prima trasformazione. Al posto di Pititchu adesso c'era un grande lupo dal pelo rossiccio, con il muso ed il petto nero, che fissava con occhi neri e brucianti di rabbia l'orchessa, incurante dei brandelli dei suoi vestiti che costellavano il pavimento roccioso. Non era grande come lo sarebbe stato un guerriero-lupo adulto, ma era comunque un più grande di qualunque lupo che Dask'iya' avesse mai visto, e i suoi muscoli vibravano di una forza che nessun lupo comune avrebbe potuto avere, alimentata dalla rabbia.
Dask'iya' rimase stupita nel vedere la trasformazione: era venuta nella zona solo poco dopo l'arrivo del primo Freddo, e non aveva idea che anche anche le femmine potessero trasformarsi. Per questo tra i Quileute prendeva tra i maschietti solo bambini molto piccoli, ma si sentiva sicura nel prendere anche bambine più grandicelle. Ed ora si trovava a fissare uno gli occhi neri ed irati di Pititchu, che le ringhiò contro, snudando le zanne. "Tu non dovresti saperlo fare! Sei una femmina!" Disse. Ma Dask'iya' era sicura di sé: anche così, era certa che quella ragazzina non avrebbe mai potuto neppure arrivare a sfiorarla».
Un bisbigliare percorse il cerchio attorno al fuoco, come un basso brusio di cicale.
«Ma aveva tredici anni» osservò Sam, aggrottando le sopracciglia «Pititchu aveva tredici anni. Era troppo giovane per trasformarsi».
«Si. Aveva tredici anni. Per tutti i guerrieri-lupo la prima trasformazione dipende principalmente da due fattori» Sue alzò il pugno chiuso, dopodiché sollevò l'indice «Il primo è uguale per tutti: dalla presenza di un pericolo o di una rabbia molto intensa, che attiva la trasformazione grazie all'enorme quantità di adrenalina in circolo. Appena il corpo percepisce quest'energia ed adrenalina, si attiva la magia che ci consente di mutare forma quasi all'istante. Quando il guerriero-lupo ha poca dimestichezza con le trasformazioni, basta pochissima energia ad innescare la trasformazione, rendendolo instabile. Solo quando acquisisce più esperienza può rendere questa trasformazione volontaria, perché entrando in sintonia con il proprio vero spirito si riesce a controllare allo stesso tempo il proprio corpo».
Ci guardò per assicurarsi che avessimo compreso, poi sollevò anche il medio, tenendo le dita a V verso di noi «La seconda è la maturità del corpo. Si può riuscire ad innescare una trasformazione solo quando il corpo sta maturando, cioè dall'inizio della pubertà. Minore è l'età del corpo, maggiore è il pericolo che ci vuole perché si possa diventare lupo. Questa relazione rimane uguale fino allo sviluppo completo, quando diventa vero il contrario: il corpo non si è abituato alle trasformazioni durante la pubertà, quindi potremmo dire che diventa più rigido, e seppure anche un adulto potrebbe in teoria trasformarsi, ci vogliono pericoli molto grandi e le prime trasformazioni non sarebbero fluide come quelle di un giovane. Dato che le donne maturano prima, possono arrivare ad avere il loro menarca anche prima dei tredici anni e raggiungere prima la trasformazione»
«Che cos'è un menarca? E un grande che si trasforma ringiovanisce?» Chiese Seth, curioso. Leah gli sussurrò qualcosa all'orecchio, e lui aggiunse precipitoso «Ripensandoci, puoi rispondere solo alla seconda domanda?».
Sue rise. Aveva una risata piacevole, una serie di alti e bassi quasi melodici «Certo, tesoro mio. Un adulto non può ringiovanire, ma smetterebbe di invecchiare, e come ho detto prima, coloro che entrano in sintonia con il loro spirito riescono a controllare meglio il loro corpo. Perciò, anche se esteriormente non potrà ringiovanire, saprà muoversi ed usare il proprio corpo materiale molto meglio rispetto ad un suo coetaneo fino alla fine dei suoi giorni»
«Posso fare un'altra domanda?» chiese Leah, gli occhi ridotti a fessure
«Dopo, cara. Adesso fammi finire il racconto. Dopo mi farete tutte le domande che vorrete, è importante che siate curiosi e chiediate quello che vi passa per la mente» Sue si fece passare una bottiglietta d'acqua da Billy e ne approfittò per rinfrescarsi la gola prima di riprendere a raccontare. «Grazie, Bill» La donna chiuse il tappo della boccetta «Bene, continuiamo. Come dicevo, Dask'iya' non era per nulla preoccupata da quello che era accaduto: decise, semplicemente, che avrebbe dovuto occuparsi prima della bambina che degli altri. Si fece avanti, barcollando per prendere il lupo, ma tutta l'energia in eccesso di Pititchu era servita alla trasformazione, ed ora la mente della piccola era chiara. Fece un balzo indietro, sfuggendo alle enormi mani della creatura con grazia, osservandone i movimenti. Era comunque un combattimento impari, perché sebbene Pititchu fosse decisamente più agile nella sua forma di lupo, un solo morso non sarebbe bastato a mandare giù Dask'iya', e la giovane non poteva permettersi di rimanere a contatto con il mostro: un solo colpo della mostruosa donna, assestato nel punto giusto, e per lei avrebbe potuto essere la fine. Tra le due si creò una sorta di brevissimo balletto, in cui la ragazza-lupo sfuggiva per un pelo alle mani dell'orchessa e la donna sferrava colpi che avrebbero potuto essere letali se fossero andati a segno. Poi, in un battito di ciglia, la lupa sfuggì alla presa della donna scattando in avanti invece di ritrarsi. Nel momento in cui le mani di Dask'iya' si serrarono sulla sua bellissima coda fulva, Pititchu si era slanciata con tutto il suo peso contro le gambe in equilibrio precario dell'orchessa, spingendo Dask'iya' nel fuoco che ella stessa aveva acceso per cuocere la carne di Pititchu e dei suoi compagni. L'orchessa lanciò un urlo mentre veniva avvolta dalle fiamme, stringendo così forte la coda della ragazza da straziarla e quasi trascinarla allo stesso fato. Ma nel momento in cui avvertì le fiamme appiccarsi ai suoi vestiti ed ai suoi capelli ed iniziare a divorarle la pelle, Dask'iya' lasciò andare la sua avversaria passandosi le mani con disperazione folle sul volto, sul corpo, tra i capelli che si annerivano e bruciavano con velocità, come se questo sarebbe potuto servire a spazzarsi via di dosso le fiamme.
I bambini che non potevano vedere cosa stava succedendo, tremavano disposti sulle pareti più esterne della caverna. Pititchu avvertiva vagamente il dolore, ma non riusciva più a muovere la coda, che pendeva contorta dietro le sue zampe forti come un vecchio piumino inutile. Si stava risaldando in pochissimo tempo, ma nel modo sbagliato.
Ma Dask'iya' rotolò fuori dal cerchio di pietre che delimitava il focolare, urlando ed emettendo suoni rauchi e spaventosi, rotolandosi a terra nel tentativo di spegnere le fiamme.
Pititchu intanto aveva emesso un ululato profondo dalla propria gola, e si rese conto che c'erano delle voci in avvicinamento. Solo dopo qualche secondo capì che le voci non erano al di fuori della caverna, ma all'interno della sua mente: la trasformazione in lupo le aveva permesso di comunicare mentalmente con i fratelli, che solo ora erano abbastanza vicini nella loro forma di lupo per poter parlare con lei. Pititchu guidò fuori quanti più bambini possibile, spaventata all'idea che una Dask'iya' in fiamme avrebbe potuto cercare di ucciderli, ed intanto continuò a lanciare segnali mentali di aiuto ai fratelli, guidandoli alla sua posizione.
Grazie al suo gesto coraggioso, neppure uno dei bambini perse la vita. Gli unici a riportare danni furono lei stessa, con la sua coda rotta, e il suo amico, a cui Dask'iya' aveva rotto un braccio prima che la giovane Quileute potesse intervenire. Ma erano salvi. I soldati Makah e i guerrieri-lupo Quileute trovarono il rifugio di Dask'iya' ed i bambini fuori e, mentre i soldati portavano i piccoli al sicuro ed alle rispettive famiglie, i lupi Quileute aspettarono alterandosi che Dask'iya' fosse stata costretta dalla fame o dalla sete ad uscire, o fosse stata troppo debole per contrattaccare. Alla fine, rifiutandosi di uscire dal suo rifugio, fu lì che i fratelli di Pititchu la colsero qualche giorno dopo indebolita, assetata ed affamata, combattendo contro i gravi danni che il fuoco le aveva provocato, e dopo averla uccisa fecero a pezzi il suo cadavere. Ogni pezzo fu destinato ad una fine diversa: alcuni furono bruciati, altri gettati nel fiume e trascinati via dalla corrente, altri furono seppelliti ed altri mangiati dagli animali selvatici.
Pititchu dormì due giorni e due notti, e degli uomini fidati della tribù vegliarono su di lei cercando di alleviare la sua febbre alta. Il suo organismo stava pagando l'immenso sforzo a cui le circostanze lo avevano sottoposto. La giovane si risvegliò all'alba del terzo giorno, ma ci volle un'intera settimana prima che si riprendesse del tutto anche dall'ultima stilla di febbre. Alla fine della settimana era guarita, e sottoposta ad una crescita prodigiosa che le aveva fatto abbondantemente superare i tredici anni che prima neppure dimostrava.
Da questo singolo episodio partirono tutta una serie di avvenimenti che portarono alla divisione dei branchi come la conosciamo oggi. Dalla sconfitta di Dask'iya' i Quileute avevano imparato che un effetto sorpresa ben utilizzato avrebbe potuto salvare diverse vite. Così cominciarono a tenere segreto a tutti, anche alle altre tribù, che le ragazze Quileute avrebbero potuto a loro volta assumere la forma di un lupo. Pititchu amava passare del tempo nella sua forma di lupo, ma comprendeva ed approvava la scelta di tenere ancora segreta la propria abilità, e così si mutava nella sua forma di lupo solamente di notte e correva, sentendosi libera, per le terre dei Quileute. Era così allo stesso tempo sentinella e protettrice della tribù, in grado di individuare eventuali pericoli notturni ed eliminarli, e libera di muoversi come voleva con meno probabilità di essere individuata da altre tribù. Per questo motivo Pititchu fu anche chiamata "Ragazza del Tramonto": i Quileute sapevano infatti che dal tramonto in poi veniva il momento in cui era più felice e poteva liberare la sua vera natura, mentre per le altre tribù confinanti il significato era molto più letterale, in quanto poteva essere vista solo fino al tramonto. Con il tempo i figli di Taha Aki crebbero, ed ebbero a loro volta figli e figlie che a tempo debito impararono, guidati dai genitori e privi di pericoli a minacciarli, ad acquisire le loro forme da lupo. Vi ricordo che al tempo chiunque avesse sangue di lupo si trasformava a prescindere con il tempo, e che quella di Pititchu era stata una trasformazione speciale perché era stata forzata un po' prima del tempo, ma alla fine si sarebbe mutata comunque. Alcuni di quei figli decisero comunque di smettere di trasformarsi non appena ne fossero stati in grado e vivere le loro vite da umani, ma molti altri decisero di unirsi ai due branchi, quello maschile o quello femminile. Fu così che la Ragazza del Tramonto, ora non più ragazza, si trovò a correre insieme ad altre zampe amiche sotto la stessa luna. Ai Quileute sembrò del tutto naturale che il nomignolo di Pititchu rimanesse appiccato anche alle altre, trasformando il branco femminile dei Quileute nel Branco del Tramonto, o semplicemente "Tramonto" in breve.
Le ragazze-lupo erano le sentinelle dei Quileute e una sorta di "task-force" più silenziosa della sua controparte maschile. Se il branco maschile doveva spaventare e dissuadere i nemici dall'attaccare, unirsi alle battaglie corpo a corpo alla luce del sole, erano le Tramonto che sarebbero dovute scivolare nella tana del nemico con solo la luna a rischiarare la via ed eliminarlo silenziosamente, efficientemente. Le lupe erano felici di questa vita e di questo metodo, e lo erano anche gli uomini-lupo ed il resto dei Quileute. Inoltre, avevano scoperto che le menti dei due branchi erano collegate, seppure i maschi e le femmine si potessero sentire debolmente tra loro, come se i loro pensieri fossero sussurrati. Questo ovviamente non avveniva perché erano separati dal loro genere, ma perché per i licantropi Quileute, il collegamento mentale è tutta questione di lealtà. I branchi non sentivano di appartenere ad un unico branco, ed erano legali solamente ai loro alfa, rispettivamente Pititchu ed il figlio maggiore di Taha Aki, ma i fratelli erano leali l'uno all'altra, stabilendo un sottile collegamento involontario anche tra i due branchi.
Le generazioni passarono. I due branchi si allargarono, ma non molto: capitava che una Ragazza del Tramonto o un guerriero-lupo si innamorassero o sperimentassero l'imprinting e decidessero di abbandonare la vita da lupo per spendere il resto dei propri giorni con il proprio partner e i propri figli. Fu esattamente ciò che accadde al figlio maggiore di Taha Aki: aveva vissuto le vite di tre uomini, proprio come il padre, prima di trovare l'amore della sua vita alla terza moglie e decidere che voleva lasciare il suo posto come alfa. Pititchu fu dispiaciuta dalla decisione, ma non ostacolò il fratello, trattandolo con amore immutato. Pititchu aveva avuto due mariti, a cui aveva voluto sinceramente bene, ma non si era sentita abbastanza legata a nessuno dei due per rinunciare alla meraviglia di essere lupo, ed alla fine aveva scartato l'idea di sposarsi nuovamente proprio perché non desiderava altri figli o altri uomini a cui sarebbe sopravvissuta. Tutto ciò che desiderava era essere un guerriero-lupo, una Donna del Tramonto, e vegliare sulla sua tribù per le generazioni a venire, proprio come aveva fatto per quel gruppetto indifeso di bambini Makah e Quileute quando aveva solo tredici anni. Purtroppo, fu in quel periodo che avvenne la frattura definitiva».
La ragazza con la cicatrice fece un'espressione degna di qualcuno a cui si era conficcato un porcospino sotto la pianta del piede. Dal modo frenetico in cui passava la penna nera sul foglio, compresi che aveva smesso di scrivere. Si guardò attorno ansiosamente, come se avesse potuto trovare una penna selvatica sotto un sasso, ma il suo amato cavaliere nero, Sam, estrasse dai pantaloncini blu scuro e le porse una penna piena, che lei accettò con gratitudine e amore.
Seriamente, sembrava che le avesse passato un anello di diamanti.
«Con l'avvento del nuovo capo, venne a mancare la lealtà reciproca che aveva unito finora il branco del Tramonto al branco maschile. Maschi e femmine non furono più in grado di comunicare più gli uni con le altre» Sue abbozzò un sorriso quasi malinconico «Per ovviare al problema della totale assenza di comunicazione furono stabilite delle riunioni in cui i due branchi si aggiornavano a vicenda, ma gli umani, ed ahimè anche gli uomini-lupo, hanno la memoria corta. Presto cominciò a crearsi sempre più distanza tra i due. Non ostilità, questo no, ma freddezza. E presto accadde che gli uomini-lupo si convinsero di avere più competenza ed autorità, e a disprezzare vagamente i metodi intelligenti ma che le donne-lupo utilizzavano nell'ombra. Non ne fecero mai parola durante le riunioni e, troncato ogni contatto mentale, Pititchu non lo sospettava.
Proprio in quel periodo, però le ragazze del Tramonto, le Sunset, iniziarono a notare strani cambiamenti nel bosco, e li riferirono ai loro colleghi per invitarli a pattugliare attorno nei territori attorno alla tribù di giorno e stare vigili. Avevano notato che gli animali, di solito sempre a loro agio attorno a loro, erano diventati nervosi e spaventati. Ne avevano trovati di uccisi in modi inusuali, rigidi e quasi prosciugati del sangue, e nelle vicinanze un penetrante, disgustoso odore dolciastro. Erano momenti strani, e i guerrieri-lupo presero con troppa leggerezza gli avvertimenti delle altre Quileute. Così furono del tutto impreparati a ciò che seguì.
Tra i Freddi ci sono individui che hanno vissuto lunghe vite, se così le si può chiamare, del tutto inutili».
Non potei che annuire. Ce n'erano un po' troppi di Freddi inutili in giro. A dire la verità, non me ne veniva in mente più di uno utile, e non intendevo a me, ma neanche, che ne so, all'ambiente. Possibile che di tutto il mondo vampiresco si salvasse solo Carlisle? Anche se finanziava quei mostriciattoli osceni dei suoi figli, quindi finiva per fare un bel po' di male a compensare quel bene.
«Questi Freddi cercano sempre nuovi ostacoli da abbattere per dare un nuovo senso alla loro non-vita inutile, e di solito si accompagnano ad uno o più Freddi. Questo nuovo Freddo doveva in qualche modo aver sentito parlare dei guerrieri-lupo che erano riusciti a battere non uno, ma due Bevitori di Sangue e si era diretto verso la nostra tribù per sfidarci. La cosa più strana è, che non fu lui ad attaccare la tribù. No, questo Freddo trovò la sua fine insieme a molti altri, tra cui alcuni Quileute innocenti, e la sua importanza alla nostra storia è del tutto diversa rispetto al ruolo di semplice antagonista».
Sue ci guardò intensamente. Poi sorrise. «Pausa» Disse.
«Si, pausa. Devo andare in bagno, non riesco a raccontare così. Torno tra un attimo. Intanto fate pure congetture, ragazzi miei». Si alzò e ci lasciò lì a guardarci in faccia.



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