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venerdì 28 novembre 2025

Lysande che piange 11. Sangue, parte 2

Nel buio dell'incoscienza, Lysandre vide Zygarde.

Il pokémon fluttuava in un mare di vuoto, nella sua forma perfetta, e i suoi occhi brillavano acuti. Emetteva un suono gentile, una specie di virazione bassa, come fusa di un litten ascoltate in una notte completamente silenziosa. Sembrava un dio, e forse lo era.

«Morire non sarebbe abbastanza per ripagare quello che ho fatto, non è vero, Zygarde?» Domandò l'uomo. La sua voce si espanse, ma riverberò, come se ci fossero pareti, come se il buio non fosse immenso, l'interno di una stanza con quattro mura.

Zygarde parlò, senza muovere la bocca.

«TU NON HAI FATTO NIENTE, UMANO, CHE NON POSSA ESSERE PERDONATO».

Ogni lettera enunciata era chiara, come se fosse fatta di fuoco e alta cinque metri. Lysandre poteva vedere quelle lettere bruciarsi nel fondo della sua retina, flash di luce, fulmini in un cielo di piombo, che gli entravano nei nervi.

«Un ragazzo è morto, per colpa mia» Rispose, colpevole

«AL CONTRARIO, È VISSUTO PER MERITO TUO»

«Si è suicidato quando il suo sogno è andato in frantumi. Sono stato io a frantumare quel sogno»

«QUEL RAGAZZO VOLEVA MORIRE. IL TUO SOGNO LO HA FATTO VIVERE ANCORA UN PO'. GLI HAI DATO LA VITA, ANCHE SE NON HA FUNZIONATO PER SEMPRE»

«Avrebbe dovuto funzionare per sempre»

«NON CAPISCI?»

«No!»

«È PERCHÈ HAI VOLUTO PUNIRE TE STESSO, CHE NON HA FUNZIONATO!».

Lysandre sentì la voce di Zygarde che gli penetrava nelle ossa, facendogli battere i denti. Non era sicuro di come questo fosse possibile: sapeva che non si trovavano nel mondo reale, che il suo corpo non era davvero di fronte a quello del pokémon, immersi nelle tenebre.

«Cosa vuoi dire, Zygarde?».

Il tetto della stanza, all'improvviso, si aprì, come il coperchio di una scatola, senza fare alcun rumore. Fuori, sulle loro teste, si estendeva un cielo stellato che li bagnò di una luce cangiante.

Zygarde afferrò Lysandre nello stesso modo in cui una bimba potrebbe afferrare un pupazzo di pezza, e fluttuando salì in alto, uscendo dai confini neri della scatola, più su, fra le stelle, nel cielo aperto ed infinito. La luce si fece sempre più forte, sempre più calda, man mano che si avvicinavano ad una sfera celeste di dimensioni così grandi che Lysandre si chiese se fosse possibile immaginarle, usando solo la propria mente, senza l'aiuto di Zygarde. Come poteva esistere qualcosa di così grande? Riempiva tutto il cielo, la sua superficie ribollente così luminosa che era possibile vederla anche con gli occhi serrati, quasi con la stessa chiarezza di quando erano aperti.

«IL SOLE» Disse Zygarde «IL MIO NUTRIMENTO»

«Tu fai la fotosintesi» commentò Lysandre

«IL SOLE È IL NUTRIMENTO DI OGNI ESSERE VIVENTE, QUALUNQUE SIA IL LORO CIBO. TU ERI IL SOLE, PER LORO» 

«E li ho delusi tutti»

«QUANDO IL SOLE SPLENDE, NON SI AFFATICA. LA SUA LUCE NUTRE, MA NON LO SPEGNE».

Le lacrime che scendevano lungo le guance di Lysandre, si asciugavano istantaneamente. Quel calore era la cosa più bella che Lysandre avesse provato da che ne aveva memoria, ma dentro di sé sentiva comunque quel marcio freddo, troppo gelido e oscuro per essere ignorato. Come poteva essere grato per il Sole, se la morte era nel suo cuore?

«GUARDA».

Nel cielo variopinto, le sfere celesti roteavano. Erano lontane, così tanto da apparire come pallini circonfusi da aloni di luce, eppure Lysandre riusciva a percepirne in modo sovrannaturale la velocità, la forza, il peso: ogni pianeta era una creatura mostruosa nella sua taglia, angelica nella sua natura, ed esprimeva un canto unico. C'era un'armonia nel movimento di quelle sfere, nel modo in cui sferzavano lo spazio aperto, rapidash indomabili con code di satelliti, con criniere di asteroidi.

E fra tutte le sfere celesti, ce n'era una che cantava con voice unica: la Terra. Sulla sua superficie azzurra, striata del bianco delle nuvole, la vita gremiva con miliardi di luci di città, e miliardi di zampette e di pinne e di occhi, e chiome di alberi che stormivano nel vento, un miracolo di bellezza così immensa che la mente umana ne sarebbe stata sopraffatta, se solo per un millesimo di secondo ne avesse visto l'interezza.

Lysandre, in effetti, ne fu sopraffatto. Aggrappato con tutte le sue forze alle dita di Zygarde, singhiozzava senza riuscire a frenarsi. Lui era vissuto su quel pianeta? Aveva camminato sull'erba, su fili verdi viventi capaci di respirare, di crescere, di fiorire, che ricoprivano distese baciate dal sole? Aveva respirato? Come aveva potuto credere, anche per un solo istante, che la Terra non fosse già bellissima? Cangiante e splendente! Tonante nel suo moto perenne! Baciata dalla Luna, colonizzata dalla vita! Ah, la Terra, la Terra, la Terra...

«SE IL SOLE IMPLODE, LA TERRA CADE CON LUI» Disse Zygarde.

La luce sfarfallò. Lysandre urlò, quando capì cosa stava per succedere, le braccia tese verso l'astro diurno. Il Sole, da gentile e potente palla di luce, divenne rosso, poi bruno, poi nero. Si accartocciò su sé stesso, come un fiore morente, mutando in un pezzo di carbone spento.

La Terra morì con lui. Milioni di anni di vita perirono nei ghiacci perenni, le civiltà che avevano prodotto merletti e poesie, scarpe e dipinti, ora immobili, defunte, niente più, niente più

«È GRAZIE AL SOLE, SE LA TERRA HA VISSUTO» Disse Zygarde.

Lysandre non riusciva a respirare, tale era il peso del dolore sul suo petto. Tutta quella bellezza... andata. Andata per sempre.

«NON CAPISCI?».

Un batter di palpebre, e non erano più nel cielo, ma sotto Geosenge Town, fra le macerie causate dallo sparo dell'Arma Finale.

«QUEL GIORNO» Disse Zygarde «HO DECISO DI NON FARE SPEGNERE IL SOLE. ERA ANCORA TROPPO PRESTO».

Lysandre vide Zygarde che sollevave le macerie, per sollevare il suo corpo martoriato. Chiuse gli occhi, li riaprì. Vide il Sole tornare indietro, da pezzo di carbone spento a stella bruna, poi rossa, poi di nuovo la più grande luce del cielo. Era bello. Non come la Terra, quello no, ma era puro nel suo intento: essere energia, fonte di vita. Essere la luce. 

«Io non sono il Sole» Mormorò Lysandre, debole, stanchissimo

«PER LEI LO SEI».

Un volto emerse appena dalle tenebre, fra le palpebre dischiuse di Lysandre. Questa volta era reale, non frutto della sua immaginazione: una faccia gentile e preoccipata, con gli stessi occhi blu che lui aveva avuto prima di quel fatidico giorno.

«SEI PRONTO PER ANDARE DA LEI?»

«Chi è?»

«NON POSSO PERMETTERTI DI RICORDARLA, SE NON SEI PRONTO»

«Cosa devo fare?»

«DEVI ACCETTARE IL TUO RUOLO»

«Quale?»

«DEVI AMARTI. AMARE TE STESSO PIÙ DI QUANTO POSSANO AMARTI GLI ALTRI. LIBERARTI DEI GIUDIZI CHE NON TI CONCERNONO. SOLO SE FAI CIÒ CHE AMI PER TE, NON PER GLI ALTRI, LA TUA LUCE POTRÀ RISPLENDERE. E IL MONDO VIVRÀ»

«Non so se posso farlo»

«NON POSSO PERMETTERTI DI TORNARE DA LEI, ALLORA»

«Chi è lei?»

«LA VUOI CONOSCERE?».

Per qualche motivo, la visione di quel volto aveva riempito il cuore di Lysandre dello stesso amore che aveva provato per l'immensità del Pianeta Terra, poco prima. Com'era possibile, che amasse una persona sola quanto il mondo intero?

«Sì»

«ALLORA NON HAI ALTRA SCELTA: DEVI AMARE TE STESSO».

E davvero non aveva altra scelta. «Va bene, Zygarde».


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Paxton guardò preoccupato il volto di L, che riposava nel lettino con aria corrucciata, un cerotto sul naso e un occhio nero che si espandeva fin quasi allo zigomo. L'infermiera era uscita da poco dalla stanza, dopo aver fatto il possibile per rappezzarlo, ma aveva detto che era necessario tenerlo lì in osservazione per un po' di tempo. "Un po' di tempo", dal punto di vista di Paxton, era davvero il minimo dopo quello che era successo.

«Davvero non ti ricordi chi è?» Domandò a Taunie, che stava giocherellando con il suo rotomphone «L'hai visto al torneo di Jacinthe, quella volta... con Zygarde...».

La ragazza lo guardò con un occhio chiuso. «Ah ah, non mi ricordo niente» Rispose, scuotendo la testa «Me lo ricorderei, se avessi visto un uomo del genere»

«Ma sei sicura sicura? Ha interrotto il torneo!»

«Ti dico che non l'ho notato!»

«Che hai all'occhio?»

«Uh?» Taunie si sfregò la palpebra con il pollice «Niente, mi ci sarà entrato qualcosa...»

«Ora che ci penso... anche l'altra volta hai fatto così...»

«L'altra volta quando?»

«Dopo il torneo di Jacinthe»

 «Sarò allergica a questo tizio» scherzò la ragazza, sorridendo «Davvero, non riesco neanche a guardarlo. Deve avere addosso qualcosa che...»

«È strano che non te lo ricordi. Ora che ci penso, in effetti quel giorno non hai commentato»

«Cosa avrei dovuto commentare?»

«Voglio dire, non hai detto proprio niente! Dal momento in cui lui è comparso» Paxton indicò L «Tu sei rimasta in silenzio totale. Non hai detto niente riguardo a lui, è come se non l'avessi notato affatto»

«Te l'ho detto, non l'ho notato» Taunie strizzò ancora più forte l'occhio, con aria sofferente, una piccola ragnatela di piegoline che si formava all'angolo della palpebra «Ah, dannazione...»

«Che succede?»,

Taunie si sfregò le fraccia, scosse la testa, poi rialzò lo sguardo per guardare il suo amico. Anche se aveva ancora l'occhio chiuso, la sua espressione era molto più rilassata, un sorrisetto leggero sulle sue labbra.

«Cosa stavi dicendo, Pax?».

Paxton aggrottò le sopracciglia. Magari si sbagliava, ma gli sembrava proprio che ci fosse qualcosa che non andava nella sua amica...

«Buongiorno» Disse flebilmente Lysandre.

Paxton si avvicinò al letto, sorridendo.

«L! Sei sveglio! Come stai?»

«Sono stato meglio, ad essere sincero» Lysandre provò a sorridere di rimando, anche se la sua faccia era indolenzita «Però sono stato anche peggio»

«Temo che quando l'effetto degli antidolorifici sparirà, non penserai più di essere stato peggio di così»

«Come sei ottimista, ragazzo»

«Scusami... sono solo... realista. Sai, non è un bello spettacolo... quei vigliacchi... se non avessimo dovuto soccorrerti...» Paxton strinse i pugni, spingendoseli contro i lato delle cosce «Gli avremmo dato una bella lezione»

«No no no, la vendetta non è una buona idea» Lysandre provò a muovere la testa in un cenno di diniego e trovò che anche quello gli faceva male «E poi, tranquillo, in qualche ora sarà come nuovo»

«Hai un sacco di fratture»

«Anche quelle guariscono»

«In qualche ora?» Paxton rise nervosamente 

«Sì, in qualche ora»

«Tu che dici Taunie? Taunie? Ehi?» Paxton schioccò le dita in direzione della sua amica.

Taunie stava guardando (con un solo occhio aperto) fuori dalla finestra, come se la conversazione di altri due esseri umani nella stessa stanza in cui si trovava lei non le interessasse minimamente.

«Cosa hai detto, Paxton?»

«Ho detto... aspetta, ma stai bene? Hai visto, il signor L si è svegliato!»

«L? Chi è L?»

«Ne abbiamo parlato... prima... ne abbiamo parlato prima, qualche secondo fa, non ti ricordi più?».

Lysandre rise (anche se gli faceva male farlo).

«Temo che sia... in parte... colpa mia» Spiegò «Della mia missione»

«Tu stai facendo questa cosa a Taunie?» la voce di Paxton suonò allarmata

«Non esattamente io. No. Zygarde».

Paxton si voltò di scatto, a guardare il cane nero e verde seduto in un angolo, silenzioso, con i suoi occhi bianchi che brillavano fiocamente. Zygarde sbadigliò.

«Zygarde?»

«Zygarde sta facendo la stessa cosa a me, temo» continuò Lysandre «Non riesco... non riesco a concentrarmi su di lei, sulla tua amica»

«Perché?»

«Non lo so. Deve avere un senso, ovviamente, ma non posso ricordarlo, perché non ricordo niente di lei».

Taunie guardava di nuovo fuori dalla finestra, giocando distrattamente con i propri pollici. Avrebbe potuto guardare il proprio cellulare, oppure uscire dalla stanza, ma non si stava comportando in modo razionale: era come se il suo corpo volesse semplicemente evitare la vista dell'uomo nel letto.

«Quindi Zygarde sta facendo in modo che non possiate ricordarvi l'uno dell'altra?» Domandò Paxton, mettendo una mano sulla testa del pokémon «Ma non abbiamo idea di come fare smettere questa cosa?»

«In realtà so come farlo smettere» rivelò Lysandre, con un filo di voce

«Ah»

«Mi dispiace, te l'ho detto che è parzialmente colpa mia. Temo di aver avuto troppa paura. Zygarde, per assicurarsi che avrei fatto il mio dovere, ha dovuto aggiustare qualcosa nella mia testa, farmi dimenticare dei pensieri che mi avrebbero distratto» Lysandre si portò un dito alla tempia sinistra e ci picchiettò contro un paio di volte «Posso decidere, se voglio, di farlo smettere»

«Se ho capito bene, con "farlo smettere" intendi che smetterà di combinare qualsiasi cosa stia combinando al cervello di Taunie, giusto?»

«Sì, esatto. E anche al mio»

«E allora cosa aspetti?».

Lysandra chiuse entrambi gli occhi. "Che cosa aspetti?". Era stato bene, senza memoria. Non benissimo, no, ma aveva l'impressione che avrebbe sofferto pene inimmaginabili, se avesse aperto i cancelli della memoria. Non voleva essere il mostro che era stato un tempo.

Guardò Zygarde. Il muso del pokémon era rilassato, non si sarebbe potuta intuire l'acuta intelligenza che brillava dentro quel cranio. «TU NON HAI FATTO NIENTE, UMANO, CHE NON POSSA ESSERE PERDONATO».

Lysandre sentì le parole riverberargli dentro la testa, nello stesso modo in cui era accaduto nel sogno. La scatola nera in cui erano stati intrappolati era quella del suo cranio.

«Voglio ricordare tutto, Zygarde» Disse l'uomo, annuendo appena «Per favore».

Visto da fuori, non accadde nulla. Lysandre sentì qualcosa muoversi nel suo teschio, poco dietro l'occhio annebbiato, come un vermetto appiccicoso che indietreggiava e se ne andava chissà dove. Non successe nient'altro.

«Allora, ti ricordi niente?» Volle sapere Paxton

«No, non credo» Lysandre guardò il giovane, e il suo volto, il suo taglio di capelli, il colore dei suoi occhi gli rievocarono istantaneamente il profumo della lavanda, poi un altro volto, simile e diverso, più anziano, oh, quegli stessi occhi grigi!

Nessun essere umano, pensò, ricorda ogni cosa nello stesso momento. Che posto orribile in cui vivere sarebbe il proprio cervello, se per ogni secondo si dovesse rivivere ogni canzone, ogni scritto, ogni urlo, ogni secondo di dolore! È così che funzionano i ricordi: interconnessi fra loro e con il mondo circostante, una catena che ci tiene ancorati a chi siamo.

Lysandre deglutì. Ricordava così tante cose adesso... se solo si concentrava per richiamarle alla mente. Ciò che era stato un tempo non poteva cancellare quello che era diventato adesso, e questo era per lui, a dir poco, un sollievo. Non ci fu disperazione, né dolore, nè il desiderio folle e disperatissimo di cambiare il mondo, forse perché ciò che lui aveva imparato in quegli ultimi anni non poteva andar via.

Che persona era diventato, adesso? Una... normale. Era normale, normalissimo. Ricordava le password dei propri account sui social media e il numero della sua pizzeria preferita. Ricordava il nome di sua madre, quello della sua scuola, quello del suo migliore amico (Augustine). Ricordava di essere morto, schiacciato da tonnellate di rocce, e di essere risorto, di aver visto l'impossibile, di aver parlato con i pokémon leggendari, di aver vissuto per strada, di aver fatto la fame, di aver fatto amicizia con i trubbish, di aver raccolto le cellule di Zygarde. Ricordava tutto. Ma solo se voleva farlo.

«Peccato» Disse Paxton, stringendosi nelle spalle.

Lysandre non lo ascoltò. Il suo sguardo era posato sullla fanciulla vicina alla finestra. Taunie. Taunie.

«TAUNIE!» Gridò. Lacrime gli rigarono il volto, perdendosi nella sua barba.

Taunie si avvicinò al letto così in fretta da inciampare, roteando le braccia in aria per mantenere l'equilibrio.

«Non cadere, non cadere, bambina mia» Rise fra le lacrime Lysandre, mettendosi seduto

«Papà! Papà... ti ho... ti ho cercato dappertutto!» lei gli strinse un braccio (quello che lui aveva teso, come se avesse potuto acchiapparla se davvero fosse caduta) «Ho pagato una detective! Dove eri finito?»

«Sono stato in giro, tesoro mio. Guardati. Oh guardati... mi sono perso tante cose... tutto... sei cresciuta tantissimo! Sei...».

Taunie si buttò in avanti, contro il suo petto, stringendolo più forte che poté. Lysandre non sentì il dolore alle costole, né tantomeno quello al braccio, la voce tagliata dall'emozione, mentre stringeva fra le braccia sua figlia.

E per un istante, uno solo, per la prima volta nella sua vita, credette di sapere come si sentiva il Sole, quando dava la sua luce per nutrire la meraviglia della Terra. 


 

 


- Altre mini-scene di Lysandrino che piange qui -

(Ci piace scrivere gli omoni fieri che piangono. C'è una catarsi in questo. Andate a leggerne altre.) 


lunedì 24 novembre 2025

Lysande che piange 10. Sangue, parte 1

Lysandre si sedette su una delle panchine, a meditare. Stava scendendo la sera e doveva iniziare a pensare se era sua intenzione tornare all'Hotel Z, e dormire nella stanza che Lida gli aveva assegnato (e che lui aveva l'impressione che quella fosse stata non molto tempo prima la stanza di AZ), oppure andare a dormire da qualche altra parte. Il tempo era sereno abbastanza da permettergli di riposare in un sottopassaggio, sempre se avesse trovato qualche cartone da stendere a terra per creare uno strato di isolamento, e non perdere tutto il proprio calore corporeo durante il sonno...

Guardò di lato e in basso, verso la panchina. Sarebbe stato carino, dormire lì, sollevato da terra, ma c'erano quegli antipatici pezzi di ferro, come delle piccole maniglie, che spuntavano ad intervalli regolari. Una volta aveva provato a stendersi, e una di quelle cose gli si era conficcato così dolorosamente nel costato che era stato costretto ad alzarsi e andare via dopo neanche dieci minuti. Era una tortura. Perché avevano costruito panchine del genere, con i divisori? L'utilità di un oggetto simile era una di quelle cose che lui non riusciva a ricordare, ma di certo doveva averne una, no? Nessuno costruisce pezzi extra per l'arredo urbano così, tanto per, perché da quel che ne sapeva lui produrre gli oggetti costava soldi, e la gente odiava usare i propri soldi senza ottenere niente.

Lysandre prese un profondo respiro. Poteva andare a dormire da Diantha, dopo che avevano parlato lei gli aveva detto che poteva stare, se non aveva un posto dove andare, e persino occupare la casa quando lei sarebbe andata via per tornare sul set del prossimo film a cui avrebbe lavorato.

«Ho bisogno di qualcuno che si occupi di tenere questo posto pulito e che dia l'acqua alle piante» Gli aveva spiegato «Ho un'amica che lo fa, ma ho l'impressione che le leverei un grosso peso dalla schiena, se lo facessi tu al posto suo. Perciò, se vuoi stare qui, posso lasciarti le chiavi quando me ne vado».

Lui le aveva detto che ci doveva pensare. Probabilmente, ora che ci pensava davvero, non lo avrebbe fatto. Diantha era già stata fin troppo gentile, lo aveva insultato solo un paio di volte (una per aver fatto quell'enorme sciocchezza, anche se lei non aveva usato una parola carina come "sciocchezza", del provare a far fuoco con l'arma finale, l'altra per non essersi fatto vedere in anni, facendole credere che fosse morto) e gli aveva persino offerto un caffè, perciò Lysandre non aveva la benché minima intenzione di approfittarsi ulteriormente della sua angelica gentilezza.

Tornare all'Hotel Z sembrava la cosa più normale, ma non era sicuro di volere dormire lì. Continuava a pensarci... il cuscino dove posava la testa, era anche lo stesso dove AZ morente aveva esalato il suo ultimo respiro? Non lo conosceva molto, ma da quel poco che sapeva di lui, probabilmente si era "preparato" per farsi trovare in modo dignitoso, stendendosi nel letto, incrociando le mani sul petto, decidendo di controllare il modo in cui si sarebbe mostrato a quei poveri ragazzi che avrebbero trovato il suo corpo, per non sapevntarli, e al contempo per darsi un finale che fosse degno di un re. Si era persino fatto mettere come pietra tombale il suo enorme trono di pietra! Aveva predisposto tutto.

E Lysandre sapeva che la stanza in cui era ospitato aveva la particolarità di un letto particolarmente... comodo. Un po' troppo comodo, considerato quanto lui stesso fosse alto.

Un'altra parte di lui, voleva minimizzare il tutto: cosa importava, se il letto in cui dormiva adesso era lo stesso in cui il vecchio immortale aveva incontrato finalmente il suo eterno riposo? Era calso, aveva lenzuola pulite, quadri relativamente belli alle pareti, un bagno, e non erano forse queste le uniche cosa che contavano? Al momento lui era senza casa, e per giunta stava cercando di fare penitenza, perciò lamentarsi della bella stanza d'albergo che gli avevano dato gratuitamente gli sembrava una mossa da vero nobiliastro viziato, non poteva farlo.

Si posò le mani sul volto. La stanza in cui dormiva di solito odorava di chimico, come se qualcuno avesse spruzzato una quantità esagerata di deodorante, e poi avesse aperto la finestra, lasciando andar via la maggior parte dell'odore, ma non tutto, con il risultato che quel profumo era ancora lì, aggrappato alle superfici porose, sui quadri, sulle tende... non si sentiva sempre, era un po' come vedere qualcosa con la coda dell'occhio.

E Lysandre si chiedeva se fosse quell'odore che, inconsciamente, lo aveva fatto stare male. Quando usciva dalla doccia, e rientrava nella camera da letto, gli veniva da piangere, e si odiava, e pensava che sarebbe dovuto morire lui. Che fosse quell'odore a ricordarglielo? Magari il suo cervello aveva sempre processato in silenzio l'idea che qualcuno aveva spruzzato il deodorante dopo la morte di AZ, per eliminare l'odore della sua salma. Lysandre sapeva che i morti puzzano, anche quelli freschi. Non come quelli lasciati a marcire, quelli no, quelli mai, ma... i morti puzzano.

E qualcuno, ovviamente, aveva pulito la stanza. Il cervello di Lysandre aveva sempre connesso quel tenue odore chimico alla morte di AZ, forse rendendolo causa di quelle visioni moleste, di quella tristezza inenarrabile. La fine sarebbe arrivata, anche per lui... sarebbe riuscito a fare meglio di AZ? Sarebbe riuscito a non morire da solo, senza essere mai riuscito a costruire legami duraturi con gli altri, senza aver mai pagato davvero quello che aveva fatto?

«Hey, pezzo di merda!».

Lysandre alzò la testa, guardando verso la persona che lo aveva appena apostrofato in modo così poco educato: era un uomo corpulento, con i capelli corti, vestito con una tuta da lavoro grigia, e si stava avvicinando a passo lento, ma inesorabile, insieme ad altri tre uomini tutti un po' più magri di lui, ma tutti con l'identica espressione sul volto. Uno di loro aveva in mano un tubo di metallo, un altro un martello tenuto per la testa, in modo che il manico penzolasse dalla sua mano, oscillando ad ogni passo.

«Posso aiutarvi?» Domandò mitemente Lysandre, senza alzarsi, ma facendosi anzi più piccolo per minimizzare la massa del suo corpo

«Chiediti se qualcuno può aiutare te!» ribatté l'uomo, afferrandolo per il bavero della giacca.

Lysandre sentì il cuore accelerare, il sangue che gli prendeva fuoco nelle vene, e dovette tenere a bada l'istinto di colpire l'uomo. Sapeva che gli avrebbe fatto male, molto male, se lo avesse preso in faccia.

«Cosa ho fatto?» Sospirò mestamente

«Cosa hai fatto? Mia figlia è in prigione per colpa tua, pezzo di merda!» l'uomo lo scosse con violenza, i denti digrignati «Perché le hai messo in testa quelle cazzate sul mondo perfetto e l'hai mandata a rubare pokéball!».

Lysandre distolse lo sguardo: come poteva guardare quell'uomo negli occhi, anche se erano così vicini? E quindi, era così, eh... c'era un tempo in cui lui aveva mandato le persone a rubare. Bel mondo che aveva sognato! Uno dove i ladri sopravvivono e i cittadini onesti periscono.

Le persone che si erano fidate di lui stavano pagando per le sue colpe, adesso. In prigione! Per aver rubato delle pokéball! E lui era lì, libero, a domandarsi pigramente dove avrebbe dormito quella notte, tante erano le sue opzioni...

«Mi stai ascoltando, stronzo?!» Ringhiò l'uomo in tuta

«Come si chiamava, tua figlia?» domandò Lysandre

«Non ti ricordi neanche come si chiamava!» la voce dell'assalitore si spezzò per un istante «Eri tutto per lei, e manco ti ricordi come si chiamava!»

«Mi dispiace, io...».

Il pugno arrivò con una precisione e una rapidità terribili. Lysandre sarebbe finito a terra, se l'uomo che l'aveva colpito non lo avesse trattenuto per la giacca.

«Devi ricordarti il suo nome! RICORDATI IL SUO NOME, PEZZO DI MERDA!» Urlò l'assalitore «Non me ne andrò da qui finché non l'avrai detto!»

«Allora rimarrai molto a lungo, amico mio» rispose Lysandre

«Ti prendi gioco di me? Eh? EH?!».

Un secondo pugno, meno cattivo del prima, ma comunque doloroso, direttamente sulla stessa area già pesta della sua faccia. Lysandre sentì il sangue che gli colava dall'angolo della bocca. Non rispose.

«Antoine» Disse l'assalitore, la voce bassa, scura.

Antoine doveva essere l'uomo con in mano il tubo di metallo, perché fu lui a farsi avanti.

«Pensavi che non ti avremmo riconosciuto» Disse, con una calma quasi spettrale «Lysandre. Hai perso tutto pagando gli sbirri perché ti tenessero fuori dal carcere, non è così? Guardati. Guardati! GUARDATI!».

Lysandre non sapeva esattamente come dovesse guardarsi, così si fissò le gambe. Una goccia di sangue cadde dalla sua faccia e creò una macchiolino, perfettamente rotonda, sulla stoffa grigia dei pantaloni.

«Sai cos'è successo a mio figlio, Lysandre?» Continuò Antoine, e c'era un tale veleno nella sua voce, che per un attimo Lysandre se lo sentì addosso, bruciante e appiccicoso.

Che cosa aveva fatto, al figlio di quell'uomo? Aveva fatto andare in prigione anche lui? Lo aveva reso un pariah agli occhi della società? No, la voce di Antoine sembrava sottintendere qualcosa di molto, molto peggiore.

Una seconda macchiolina, più chiara, si formò sulla stoffa dei pantaloni di Lysandre. Poi una terza. Fu in quel momento che lui si accorse di stare piangendo.

«È morto» Sussurrò, la voce rotta, il grosso in gola grosso come una baccamela «Tuo figlio è morto. Mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace...»

«Dispiacerti non lo riporterà indietro» Antoine alzò il tubo metallico in alto, pronto a colpire.

Anche Lysandre alzò la testa, guardando la mano levata su di lui.

«Come è morto?» Domandò

«Non lo sai neanche?» Antoine spalancò gli occhi, due cerchi perfetti pieni di furia.

Lysandre non riuscì a rispondere con la voce, perciò si limitò a scuotere la testa, mentre stringeva i pugni contro le proprie ginocchia.

Antoine abbassò un poco il tubo, ma la sua spalla rimase tesa. «Si è ammazzato» Disse «Perché il mondo in cui credeva per colpa tua non sarebbe mai esistito».

Lysandre singhiozzò. Non provò neanche a nascondere la faccia dietro le mani, allargò le braccia, reclinò un po' la testa all'indietro.

«Puniscimi» Disse «Fai quello che devi»

«Ti ammazzerò, lo sai?»

«Non lo farai. Puniscimi, Antoine, ti prego».

Gli uomini dietro Antoine mormorarono, sussurrarono, parlarono. «Che freak» «Un'idiota» «Anche noi siamo qui per questo» «Tocca a me, non ammazzarlo con un colpo solo» «Non con un colpo solo» «No, infatti, non uno solo».

Lysandre annuì.

«Non un colpo solo, Antoine» Disse, la voce resa flebile dal pianto «Fai come dicono».

E il colpo arrivò, con una violenza che Lysandre non credeva di aver mai sperimentato da parte di un essere umano. Il metallo gli si abbatté fra la spalla e il collo, piegandolo in due istantaneamente, strappandogli un gemito di dolore e, ancora più inaspettatamente, di paura. Non riusciva a respirare.

Sentì qualcuno che lo afferrava per un braccio, trascinandolo a terra, e un piede che gli schiacciava le costole. Crash. Doveva essere così che si sentivano le bottiglie, quando venivano schiacciate prima di essere riciclate... stupidaggini... stupidaggini, le bottiglie non avevano un milione di terminazioni nervose che urlavano, e organi interni che potevano essere spappolati, e vasi sanguigni che potevano essere spaccati. Stupidaggini, stupidattini... a cui Lysandre pensava per rimanere cosciente.

Il suo campo visivo si stava restringendo, i bordi del mondo che diventavano neri. L'albero e il pezzo di selciato che prima riusciva a vedere con chiarezza, adesso semplicemente non esistevano più. C'era stato un kakuna, su quell'albero, o era stato uno scherzo della sua immaginazione?

Gli presero la giacca, ridendo. «Degna di un principe, eh! Specie le toppe!». Qualcuno gli schiacciò l'inguine con il tacco della scarpa.
«Questo è per Wassim!» Urlò una voce rabbiosa nel suo orecchio, poi Lysandre si ritrovò con la faccia sul selciato, ad ansimare pesantemente, con il sangue che gli usciva a fiotti dalla narice destra.

«Youssef, non ammazzarlo davvero, oppure in prigione ci finiamo noi»

«Deve pagare! Deve pagare! Questo non è un uomo, questo è un pezzo di sterco di trubbish!»

«Youssef, non vale la pena di finire in prigione per lui!».

Lysandre alzò appena lo sguardo, abbastanza per incotrare quello di Youssef, che arricciò le labbra in una smorfia di disgusto, inspirò con forza e poi lo sputò.

«Non vale neanche la pena di ammazzarti, verme»

«Lo so, lo so» Lysandre si sollevò su un gomito «Non sei l'unico che la pensa così».

Si sorprese nell'udire la voce che usciva dalla sua bocca: non sembrava neanche lontanamente la sua. Era gutturale, spezzata, grottesca. Gorgogliò una piccola bolla di sangue, poi si asciugò lentamente la bocca, ogni micro-movimento una cucchiata di dolore presa volontariamente e ingoiata.

«Sei più robusto di quello che credevo» Commentò con disprezzo Antoine «Parli ancora»

«Fammi tacere».

Lysandre era riuscito a rialzarsi abbastanza da mettersi in ginocchio. Gli faceva male tutto, ma in particolar modo quel primo colpo, quello fra la spalla e il collo: sentiva il braccio da quel lato del corpo infiammato e rigido, anche il minimo movimento delle dita gli mandava fitte di dolore fino alla schiena, e quando i muscoli del suo collo si muovevano, il dolore era tale che quasi avrebbe voluto gridare. Ma non gridò.

C'era qualcosa di sacro nel perdersi in un dolore del genere, qualcosa di euforico. L'interno della sua bocca, tagliato dall'impatto contro i suoi denti, riusciva a non farlo pensare. Il dolore sordo, pulsante, delle suo costole riusciva a non farlo pensare. Tutta la sua concentrazione era devota al non urlare, al non scappare, al non ritrarsi, una forma di meditazione che lo estraneava dal pensiero che ci fosse qualcuno che era morto per colpa sua.

Antoine lo afferrò per i capelli, bruscamente, chiudendo il pugno sui ciuffetti che crescevano sopra la sua fronte. Lysandre, di riflesso, aprì quell'occhio che teneva sempre chiuso, e attraverso il fitto velo bianco vide Antoine, finalmente con entrambi gli occhi, come un angelo vendicatore circonfuso di luce, pronto ad abbattersi su di lui.



«Che cazzo è quello?» Domandò il primo degli uomini, quello in tuta da lavoro. C'era quasi paura nel suo tono, ma la rabbia era comunque più forte, più alta.

«Dev'essere una protesi» Spiegò tranquillamente Antoine «Probabilmente ha perso l'occhio nel crollo di cinque anni fa. E siccome i ricchi non hanno gusto, se l'è fatto sostituire con una lampadina».

Lysandre batté le palpebre lentamente, cercando di respirare. Quasi voleva che lo picchiassero fino all'incoscienza, così quel dolore sarebbe scomparso per un po', così come i pensieri, ma sapeva che non poteva farla franca così facilmente.

«Mi spiace davvero per l'infermiera che dovrà ricucirti» Disse Antoine «Ma non vedo alternative»

«Lo capisco» rispose Lysandre, in un sibilo affaticato.

I secondi successivi furono brutali. Lysandre dovette serrare la mascella per non gridare, ma una serie di gemiti penosi gli sfuggirono comunque, anche se da dietro labbra chiuse. Uggiolando, sentì la propria bocca riempirsi di sangue. Non riusciva più a distinguere quali fossero stivali e quali pugni, quale fosse il manico del martello e quale il tubo di metallo. Sapeva di avere le costole rotte. Sapeva che una delle sue braccia era inservibile, che le dita della sua mano sinistra erano appena state spezzate.

Sputò una boccata rossa di saliva e sangue.

«ZEH!».

Lysandre, raggomitolato per terra su un fianco, tremante, piangente, incapace di alzarsi, mosse appena la testa per incontrare con lo sguardo le zampe di Zygarde.

«Che pokémon é?» Chiese uno degli uomini «Mai visto prima»

«Un furfrou pelato, probabilmente» interloquì Youssef, quasi ridendo, in quel modo selvatico e acido di chi è nervoso.

Ancora dei passi, ma stavolta umani, che si avvicinavano rapidamente.

«HEY! Che cosa gli state facendo?! Lasciatelo stare! Lasciatelo stare immediatamente!» Tuonò la voce di Paxton.

Lysandre si chiese se sarebbe riuscito a morire di imbarazzo, se l'avesse voluto. Farsi salvare da Paxton? Dopo tutto il lavoro che gli aveva già dato da fare? Provò a dire qualcosa, ma stavolta non gli uscì niente dalla bocca, neanche un gorgoglio: era come se le sue corde vocali si fossero inceppate.

«State picchiando un senzatetto, ragazzi? Dovreste vergognarvi!» Esclamò un'altra voce, quella di una giovane donna. Lysandre non la riconobbe, ma al tempo stesso gli parve stranamente familiare.

Lysandre sentì le forze che lo abbandonavano. Forse non era il momento giusto di svenire, ma che scelta aveva? Si stava dissanguando sul cemento, e l'incoscienza sembrava tanto meglio della veglia... vide due cellule di Zygarde, o due cose con una forma un po' troppo simile a delle cellule di Zygarde, che strisciavano a meno di un metro da lui. Forse era una visione. Non c'era motivo per cui quelle cellule se ne stessero andando in giro senza... senza...

Lysandre appoggiò la testa a terra e perse i sensi.

«Andiamocene» Disse Antoine, gesticolando «Abbiamo fatto quello che dovevamo»

«Non c'è mai la polizia quando serve!» si lamentò Paxton, correndo a soccorrere il ferito «Oh no! No no no, è L»

«L?» domandò la voce femminile «Chi è?»

«Oh, Taunie, è un mio amico. Un mio caro amico, senza di lui non avrei Zygarde... senza di lui... chissà cosa sarebbe successo a questa città. E quegli idioti lo hanno conciato per le feste! Respira ancora, per fortuna, ma devi chiamare un'ambulanza, deve essere soccorso al più presto».

Taunie tirò fuori il rotomphone. Guardò a terra, verso il corpo di quell'uomo abbandonato sul cemento, e spalancò gli occhi.

«Papà?».

Paxton alzò lo sguardo e vide la sua amica che si strofindava un occhio, come se ci fosse entrato dentro qualcosa, la testa piegata da un lato.

«Scusa, cosa hai detto Taunie?»

«Niente» rispose lei, smettendo di tormentarsi la palpebra, ma tenendo l'occhio sinistro chiuso «Sto chiamando l'ambulanza».


 

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venerdì 21 novembre 2025

Lysandre che piange 9. Perdono

Lysandre guardava la finestra dell'appartamento da lontano, deglutendo.

Diantha era tornata a Luminopoli dopo una lunga assenza, questo dicevano i giornali esposti fuori dalle piccole edicole, questo dicevano le voci dei fan che avevano letto la notizia sui loro rotomphone, e questo gli aveva detto anche Lida, che aveva "fangirlato" con lui per giorni dopo aver guardato Petali di Sofferenza.

Lui sapeva dove Diantha abitava. Quello che invece non sapeva era perché quel ricordo in particolare fosse emerso, però lo aveva fatto, chiarissimo: un indirizzo, la visione fotografica dell'edificio rosa antico, del balcone di ferro nero con i riccioli e piccole rose stilizzate, la finestra sempre mezza aperta e mezza chiusa, per non permettere ai curiosi di guardare dentro, con la tenda bianca che si muoveva leggermente per colpa della brezza.

E così c'era andato, trascinando i piedi. Le doveva una spiegazione per la sua sparizione, giusto? E delle scuse, oh, quante scuse, una profusione di scuse. Doveva mettersi in ginocchio? Doveva raccogliere dei fiori, mentre si dirigeva verso casa sua, e offrirli a lei per dimostrarle quanto fosse pentito?

Ma ora che vedeva l'appartamento da fuori, Lysandre si disse che non sarebbe dovuto andarci affatto. Come poteva pensare che Diantha lo volesse vedere ancora, dopo quello che aveva fatto? Aveva tradito la sua fiducia, la sua amicizia, comportandosi come un... come un mostro. E Diantha era un angelo, non si mescolava alla feccia come lui.

Chiuse gli occhi. C'era un vago profumo nell'aria, come di talco e fiori, così sottile, così etereo che poteva essere anche solo nella sua immaginazione.

No, doveva andarci, suonare il campanello, farsi condurre dal portiere fino alla porta di Diantha, e affrontarla. Anche se avesse finito per farsi male. Lei lo avrebbe sputato in faccia, lo avrebbe chiamato assassino, avrebbe chiuso la porta sul suo brutto muso chiedendogli di non cercarla mai più. Che razza di uomo sarebbe stato lui, se avesse avuto paura di prendersi le sue responsabilità?

Eppure tremava, come un bimbo che sta per confessare a sua madre che ha spinto il proprio fratellino giù dalle scale, e ora quel fratellino è svenuto e perde sangue dal naso. Alzò il dito fino al campanello, un bottone dorato, leggermente ossidato, nel mezzo di una placca dello stesso colore.

Ma non lo suonò.

Era suo dovere chiedere scusa... ma se Diantha avesse preferito non vederlo affatto? Se la sua sola vista lo avesse disgustato? Se incontrarlo le avesse rovinato l'intera giornata?

Lysandre non voleva rovinarle la giornata. Ma voleva scusarsi. Ma non sapeva se quelle scuse avrebbero sortito un qualche effetto. Il silenzio sarebbe stato peggiore, no? O migliore? Perché lui finiva per avvelenare quello che toccava? Perché persino il più perfetto fiore di cristallo, fra i suoi artigli, diventava morte?

Diantha era un angelo. Talentuosa, bellissima, virtuosa, custode dei bambini, idolo delle folle, campionessa di Kalos, non una sola minuscola macchia sulla sua reputazione immacolata.

Lysandre guardò il proprio riflesso distorto nella placca dorata. Aveva un'aria stanca, spaventata, i capelli tagliati asimmetrici e bianchi come la barba. Non meritava neanche di stare nella stanza stanza di qualcuno come Diantha.

Riabbassò il dito. Non poteva suonare, era meglio che lei lo credesse morto, e poco importava se era la cosa più vigliacca... era inseguendo la morale che aveva finito per fare cose orribili, dicendosi che doveva agire a tutti i costi. Forse non doveva agire, questa volta, doveva fare la cosa sbagliata per fare la cosa giusta. Forse era meglio non riaprire vecchie ferite, lasciare che il proprio ricordo riposasse nella mente di Diantha, fino al giorno in cui sarebbe diventato un fantasma, finché lei non avrebbe raccontato ai propri nipoti «Sapete, una volta conoscevo un tipo, uno veramente matto. Si chiamava Lysandre, l'avrete sentito nominare... ah, lo avete studiato a scuola? Che facce sorprese! Sì, lo conoscevo davvero. Incredibile chi si può incontrare, quando sei famosa! Ora però non me lo ricordo quasi più... ».

Lysandre sospirò, si stropicciò l'occhio con la palpebre chiusa, e girò sui tacchi. Aveva fatto un paio di passi quando sentì il portoncino dell'edificio che si apriva alle sue spalle.

Incassò la testa fra le spalle, sapendo di non essere riconoscibile visto da dietro.

«Salve!» Disse la voce allegra di Diantha «Le serve qualcosa?».

Lysandre sentì il cuore scendergli dal petto allo stomaco, così forte che dovette tossire. Che misera figura! Che inutile relitto! 
«Sta bene?» Domandò la donna, preoccupata, affiancandosi a lui e mettendogli una mano sull'avambraccio, delicata, toccandolo appena. 


Lysandre la guardò con l'unico occhio aperto spalancato. Diantha, Diantha, Diantha. Reale, in carne e ossa, che lo guardava ancora senza disgusto, che gli rivolgeva quel piccolo cipiglio corrucciato, bellissimo, espressivo.

«Sto bene» Mentì.

Non stava bene. Non voleva vederla, e provava un disgusto così forte che non sapeva se stava per vomitare o per svenire. Non voleva vomitarle in faccia.

Aveva freddo. Gli facevano male i gomiti. Gli faceva male la pancia. Gli faceva male la faccia, come se fosse stato costretto a sorridere per ore, e ora ogni singolo muscolo pesava mille chili e provare a sorridere sarebbe stato come scalare la montagna più alta di Kalos senza preparazione e senza cibo.

Diantha lo guardò come si guardano gli incidenti stradali.

«Ci conosciamo, signore?».

Lysandre sentì ancora una volta la nausea aggrapparglisi alla gola e alla pancia, e le gambe diventare tremule, deboli, come radichette neonate di una pianticella di grano.

«Non... non lo so...» Mentì ancora, la voce flebile «Tu sei Diantha, l'attrice»

«E tu sei?»

«L»

«Elle? Davvero?» lo sguardo di Diantha si assottigliò, la forma mutata in quello di un talonflame «Lysandre?».

Ecco, stava per vomitare. Lysandre fu costretto a mettersi una mano davanti alla bocca, mentre indietreggiava, sottraendosi dal tocco gentile di Diantha (rude, si disse, rude e scostumato e maleducato), guardandosi attorno alla ricerca di un cestino della spazzatura. Ormai neanche lo sapeva più, perché il suo corpo si stesse comportando così: tutta la paura e l'angoscia, tutti i complicatissimi sentimenti che provava, erano stati passati dal suo cervello al resto del suo corpo, e ora toccava a quest'ultimo occuparsene. Il male era fisico, adesso.

«Lysandre, sei tu? LYSANDRE?!» Gridò Diantha, allungando una mano verso di lui, come se volesse riacciuffarlo.

Lysandre riuscì a non vomitare deglutendo convulsamente, ma aveva ancora le gambe deboli e non riusciva a scappare. Quasi piegato in due, si costrinse a girare un poco la testa, quel che bastava per guardare Diantha.

«Mi chiamo L» Disse «Lysandre era... prima».

Diantha ritirò la mano lentamente, rinunciando a toccarlo.

«Sei vivo?»

«Sì» e vivrò così allungo da vederti morire, e non so neanche perché lo sto pensando, perché quasi non ti conosco, perché so che mi odierai, perché non mi dovrebbe importare niente di te «Zygarde mi ha salvato la vita»

«Zygarde?»

«Un pokémon leggendario»

«Stai male, Lys... L. Vuoi entrare dentro? Ti faccio un té caldo, ne parliamo un attimo...».

Il tono di Diantha era pratico, rapido, come quello di un'infermiera che parla del suo paziente.

«Non c'è bisogno» Lysandre scosse la testa, raddrizzando la schiena per quanto gli riuscì «Sono solo venuto a...»

«Lysandre, sei pallidissimo» stavolta il tono della donna si ammorbidì, le ultimi sillabe impregnate di preoccupazione «Che hai fatto all'occhio? È irritato? Ho del collirio dentro, vieni».

Fu in quel momento che Lysandre scoppiò a piangere: l'anticipazione del rigetto, della violenza che avrebbe subito quando Diantha lo avesse visto avevano tirato in una direzione per tutta il tempo, ma la gentilezza inaspettata aveva agito come un paio di forbici su quell'elastico...

«Lysandre, che succede?» Diantha questa volta gli afferrò le maniche del giubbotto «Dimmi qualcosa, ti prego!»

«Perdono!» singhiozzò lui, cadendo in ginocchio a testa bassa «Perdonami, perdonami...».

Diantha lo abbracciò, una mano dietro la testa, una alla base del collo. Profumava come un intero prato in fiore, come la primavera, come un pavimento piastrellato di papaveri e rose. Lui la abbracciò di rimando, senza neppure pensarci, con il suo corpo che ancora una volta bypassava il controllo del cervello. Continuò a borbottare «Perdono, perdono» finché la sua voce non divenne un gorgoglio senza significato e poi non si spense quasi del tutto, lasciandolo ad aspirare rumorosamente fra i denti, ogni respiro trasformato in delle scuse.

Diantha gli posò le labbra sulla fronte.

«Mi stai facendo morire di paura» Gli disse «E non chiedere perdono di nuovo, per favore».

Lysandre si zittì, rimanendo in contemplazione della bontà di chi, pur sapendolo un mostro, non lo odiava. Era strano, pensare che tutti erano meglio di lui. Più puri, più santi.

Fra le lacrime, la strinse un po' di più.

«Forse» Mormorò, la voce bassa e roca «Non dovresti perdonarmi, allora».




 

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martedì 18 novembre 2025

Lysande che piange 8. Da solo

Nota: e si torna ancora una volta indietro nel tempo, a prima di Z-A, e ancora prima degli avvenimenti di XY. Attenzioncina, se siete sensibili a queste cose: ci sono delle ideazioni suicide in questa ficlet. 
 
La rabbia gli ribolliva nel petto, mescolandosi alla tristezza. Due veleni: uno pungente, caldo, acuto e fluido, l'altro viscoso, freddo, che si aggrappava ai suoi organi interni con tentacoli pastosi, che sembrava volergli strappare il cuore dalle vene.

Provò a respirare profondamente e lentamente. Inspirare, mentre contava: uno... due... tre... quattro... oh no, i suoi polmoni si erano bloccati, faceva male provare a continuare ad inspirare... quindi, espirare, uno... due... tre... quattro...

Non funzionava.

«Smettila» Ringhiò Lysandre, guardando il riflesso fosco, annebbiato della sua faccia sul pannello di metallo di fronte a lui.

Era nel cuore dei Laboratori Lysandre, da solo. Ed erano le cinque del mattino: era sceso nei laboratori perché non era riuscito a dormire, neanche per un solo secondo, e aveva pensato di andare a lavorare prima degli altri per schiarirsi le idee.

Non funzionava.

La stessa cosa che lo rendeva incapace di dormire, adesso lo rendeva incapace di lavorare.

C'erano un sacco di cose da testare, un sacco di cose da rivedere, un sacco di e-mail da scrivere, e lui non riusciva a fare nessuna di queste cose, perché gli tremavano le mani, perché non riusciva a concentrarsi.

Tutto quello che riusciva a fare, era essere furioso e triste. Se riusciva a sgusciare fuori da uno dei suoi pensieri oscuri, cadeva immediatamente dentro ad un altro, ancora peggiore, ancora più cattivo; correva in un campo minato, saltava in aria e moriva un po' di più per ogni paio di metri percorsi.

 Non importa quello che farai, sai già che la gente odia il Team Flare, ed è colpa TUA, stupido egoista, tu hai messo in piedi questo intero teatrino per compiacere il tuo ego, ma tutto quello che state facendo non sta portando nessun bene, sono atti vuoti, un po' di teatrini di fronte alla popolazione di Kalos, e la gente lo sa, lo SA chi sei tu; oh, chi credi di essere, hm? Nato nel privilegio, nella bambagia, il bambinone! Eccolo lì! Pensi che qualcuno ti guarda e pensa "oh, è davvero il nostro salvatore"? Ti guardano e pensano "guarda quel miltank, fatto solo per essere munto per estrarne i soldi, i soldi che non si sa guardagnare da solo, perché è un ricco ereditiero spocchioso, perché la sua famiglia governa Kalos da duemila anni, e ogni singolo centesimo che ha accumulato è grazie alla schiavitù, grazie al dominio feroce di quei nobili che soggiogavano la proprie gente, a tasse che li schiacciavano, e tu sei nato in QUEL privilegio, non te ne puoi distaccare. Non importa quanto ridarai indietro, non cambierà mai niente. Hai visto cambiare niente, Lysandre? Hai visto la regione diventare più ricca, grazie a te? O solo tu ti sei arricchito grazie alle tue ricerche? L'Holocaster, eh? Davvero pensi che la gente si berrà quella stupidaggine della "tecnologia fatta per il bene di tutti?".

«Basta. Basta cervello, basta, basta» Pigolò Lysandre, premendo i pugni contro la parete. Si sentiva la testa andare a fuoco, le fiamme che se lo divoravano, che corrodevano ogni piega del suo encefalo, sibilando come lingue di arbok.

Hai trascinato con te tutti quei ragazzini. Che fai, pensi che non ti sospetteranno, eh? Tutti questi bambini bellissimi, ben vestiti, con le loro divisette fiammanti.

«Non sono bambini... non... lo vedranno...»

Tu sai che non sono bambini. La gente? La gente penserà cose. Penserà che c'è un motivo per cui ti piace così tanto fare la carità ai bimbi che vivono per le strade di Luminopoli. Tutte le relazioni sono transazionali, giusto? E cosa pensi che credano che vuoi, da quei bambini che non hanno una famiglia da cui tornare? Che non hanno un papà o una mamma a cui denunciare gli abusi subiti, hm? Pensi davvero che non ti cataloghino tutti già come un pederasta impunito e irriducibile? Il marciume della terra, Lysandre, è così che ti vedono. Non importa quello che fai, non puoi cambiare il mondo, puoi farti solo odiare di più.

Lysandre alzò la testa per guardare più da vicino il proprio riflesso. Il colore della sua faccia e quello dei suoi capelli, su una superficie così smerigliata, apparivano mescolati morbidamente, tanto da sembrare parte di un'unico oggetto: una specie di esplosione, che aveva come epicentro il suo naso, e come parte più esterna le punte dei suoi capelli rossissimi.

E poi sei anche rosso. Lo sai che cosa si dice, no? L'hai letto, Rosso Malpelo.

«I tempi sono cambiati...»

La gente non cambia mai. Altrimenti perché fai quello che fai, testa di shedinja?

Le sue scuse diventarono flebili. Poi si accartocciarono su se stesse e scomparvero: era difficile litigare con sé stessi.

Stai facendo del male a tutti. Stai facendo del male a te stesso. Non fai abbastanza per gli altri. Fai troppo per gli altri. Sei stupido? Potresti fare altre cose per gli altri.

Oppure potresti ucciderti.

Quel pensiero lasciò Lysandre interdetto, come se una delle reclute fosse appena saltata fuori da una delle porte e lo avesse colpito alle costole con un pungolo elettrico. Da dove saltava fuori, quell'idea? E perché, sotto sotto, gli sembrava così allettante?

Gli sembrava che il cuore stesse per staccarglisi dalle vene, per quanto rapido era diventato il rimescolio della rabbia e del dolore nel suo petto.

Si guardò le mani: erano calde, arrossate, per quello che riusciva a vedere delle dita che spuntavano dai guanti. 

«Pensa a chi non ha niente» Disse ad alta voce «Cosa penserebbero di te? Loro hanno un motivo per uccidersi. Tu vuoi farlo perché sei... perché sei un codardo? Un vigliacco?».

Ammazzati e lascia tutto a loro, a quelli che non hanno niente. È l'unico modo che hai per ripagarli.

Lysandre chiuse i pugni e ringhiò, così forte che sentì le corde vocali che gli si stiravano dolorosamente. Lacrime calde gli affiorarono sulle palpebre, scesero lungo le sue guance. Che diavolo stava facendo? Che cosa gli succedeva? Davvero l'unica soluzione era...

Sentì un rumore: era una porta che si apriva. Immediatamente, raddrizzò la schiena e fece un passo indietro, allontanandosi dalla parete.

Guardò l'orologio: erano le otto. Stava arrivando qualcuno.

Più rapidamente che poté, si asciugò le lacrime e deglutì diverse volte, provando a rimettersi a posto la voce e a lenire il bruciore nella sua gola. Sentiva dei passi che si avvicinavano. Toc toc toc. Hmm, dal tipo di calzatura sembrava una delle scienziate... probabilmente Martynia.

«Buongiorno, capo» Disse Martynia, entrando nella stanza «Mattiniero, eh?»

«Sì. Non riuscivo a dormire. C'è sempre... così tanto da fare»

«Allora mettiamoci al lavoro»

«Certamente».

Lysandre fissò la schiena della donna, mentre lei si infilava il camice da lavoro. Aveva dato di matto, a quanto pareva, per tre ore filate, dalle cinque alle otto... ma era bastato che qualcuno lo stesse guardando per farlo smettere. A dir poco peculiare.

A pensarci bene, non era mai riuscito a piangere di fronte a qualcuno.

Non ancora.

 


 


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venerdì 14 novembre 2025

Lysandre che piange 7. Cinema

Lysandre si era seduto nel salottino dell'Hotel Z, contemplando gli innumerevoli dipinti appesi alle pareti. Erano lavori un po' grezzi, macchie di colore i cui contorni tondeggianti non ricalcavano perfettamente la forma degli oggetti o delle creature che volevano ritrarre... Lysandre si chiese se lui stesso fosse capace di dipingere o meno. Non lo ricordava, ma sapeva di averne un po' voglia. Forse faceva parte del nuovo sé stesso: qualcuno che invece di distruggere voleva creare.

Sentì i passi di qualcuno che si avvicinava, rapidi e quasi musicali, e si voltò a guardare.

Era Lida, che si stava dirigendo verso il portone.

«Ciao, L! Tutto bene?» Lo salutò lei, alzando una mano

«Sì, va tutto bene» lui sorrise «Vai a fare un giretto?»

«Sto andando a guardare il nuovo film di Diantha, Petali di Sofferenza, vuoi venire con me?».

Lysandre batté le palpebre. Quel nome, Diantha, gli era terribilmente familiare... ma poteva anche darsi che l'avesse letto su qualche giornale, visto ch a quanto pareva era una regista o un'attrice.

«Diantha?» Domandò

«Sì! Ti piacciono i suoi film?»

«Temo di non ricordarlo, insieme a tante altre cose» Lysandre scosse la testa lentamente «Scusa»

«Non ti devi scusare, nonnino! Ti va di vederlo con me?»

«Temo anche di non avere... di non avere i soldi per il biglietto»

«Ah, non preoccuparti! Da quando sono co-proprietaria di un albergo, finalmente mi posso permettere di mangiare fuori ogni tanto, o di andare al cinema. Te lo pago io, il biglietto!»

«È troppo!» Lysandre arrossì «Non posso chiederti questo!».

Lida rise nel vedere l'espressione quasi scandalizzata dell'uomo, il modo in cui il suo naso, le punte delle orecchie e degli zigomi si erano imporporati: non aveva mai visto qualcuno pensare che un biglietto del cinema fosse "troppo".

«Non ti sto mica regalando una macchina! Mi fai un favore se vieni a vederlo con me! Virgil ha detto che non ci viene perché il film è "melenso" e perché ha un livestream di quella streamer là»

«Quella... streamer... là?»

«Quella che piace a lui, come si chiamava? Vabbé, quella gialla e azzurra. Comunque lo dovevo già pagare a Virgil il biglietto, era una spesa di cui tenevo conto, per cui non devi sentirti in debito o in imbarazzo, se vuoi venire con me».

Lysandre si coprì l'occhio malandato con una mano, mentre pensava. Aveva scoperto che fare entrare meno luce attraverso di esso lo aiutava a schiarirsi le idee.

«Dài, scommetto che tu hai la maturità emotiva per capire un film di Diantha» scherzò Lida «Al contrario di qualcun altro, eh!»

«In realtà non puoi saperlo»

«Forza, alzati e vieni con me!».

Lysandre annuì. Era stata una richiesta diretta, non un vago "se vuoi venire puoi...", perciò sentiva che declinare l'invito sarebbe stato scortese. L'ultima cosa che voleva essere, nella sua condizione, era scortese.

Si chiese perché, in generale, Lida fosse così generosa con lui. Poi si diede del cretino: probabilmente era perché quella ragazzina era buona e le piaceva stare in compagnia, al contrario di lui, che doveva essere stato una spina nel fianco per chiunque avesse voluto passare del tempo insieme alla sua spocchiosa, ricchissima persona. Che cringe, pensò di sé, poi si alzò e seguì Lida.

Nel cinema c'erano pochissime persone, ma era probabilmente colpa della spopolazione della città, più che della qualità del film.

«Se la sala è piena il film fa schifo» Sentenziò Lida «Allora, dove ci mettiamo?».

Lysandre si sfregò le mani, guardandosi intorno, i gomiti stretti ai lati del corpo.

«Sono alto, non vorrei... impedire la visuale degli altri...»

«Ma se non c'è nessuno» gli fece notare Lida, indicando la sala con un gesto frettoloso «Andiamo, mettiamoci in terza fila. Basta che non ci sia nessuno dietro di noi, no?».

Lysandre si mosse a passettini nella semi-oscurità, stando attento a non inciampare nelle poltrone (che gli sembravano davvero troppo basse), poi prese la mano che Lida gli offriva per farsi guidare fino al suo posto.

«Ti vanno dei popcorn? Aspetta, li vado a prendere un attimo» Disse lei, dandogli un colpetto sul ginocchio, per poi notare che passare scavalcando le lunghe gambe ritratte dell'uomo sarebbe stato troppo scomodo, e trottare in direzione opposta, attraversando l'intero filare di poltrone.

Lysandre, un po' imbarazzato, cercò di distrarsi. La stanza era grande e buia e lui aveva l'impressione di poter sentire l'eco del suo respiro. Guardò in alto. Le piccole luci accese sulle pareti proiettavano le sagome delle persone fin lassù... non tutte le sagome, solo una parte, vaghi veli, che si muovevano sul tetto come fantasmi.

Lysandre strinse le mani sui braccioli, pregando di non avere un attacco di panico adesso. Corpo non mi tradire, pensà, Non iniziare a tremare.

Doveva convincersi che il soffitto non stesse per cadergli addosso, che non gli avrebbe rotto le ossa, che non lo avrebbe seppellito vivo. Era un cinema. Non era... non era la sala sotto Cromleburgo, e lo schermo enorme di fronte a lui non stava per accendersi con l'immagine proiettata dell'arma finale. Era buio perché... perché...

«Ecco dei popcorn» Disse Lida, sedendosi accanto a lui «Te ne ho portato un secchiellino»

«Grazie»

«Hai caldo? Perché non ti togli la giacca?»

«Sto bene»

«Non sembra».

Lysandre si toccò il lato della faccia. Era bagnato. Sentiva i brividi all'altezza delle scapole: non era sicuro se fosse un attacco di panico, un calo di zuccheri, o tutte e due le cose contemporaneamente. Prese un profondo respiro, ascoltando l'aria che gli passava attraverso il naso. Aveva le dita fredde, soprattutto le punte, ed era sgradevole anche quando cercava di riscaldarsele annidandola una dentro l'altra. Se si fosse tolto il cappotto, avrebbe avuto ancora più freddo... ma non riusciva a smettere di sudare, come se il panico fosse qualcosa di velenoso sotto la sua pelle, che doveva essere espulso in modo o nell'altro dal suo corpo.

Prese il secchiello di pop-corn e se lo portò vicino al naso, provando a concentrarsi su qualcos altro, qualunque cosa, e sapeva che gli odori potevano essere un ottimo modo per rimanere ancorati alla realtà.

«Hai fame?» Gli domandò Lida, a bassa voce

«Un po'»

«Guarda che sono tuoi, puoi mangiarli»

«Aspetto che inizi il film»

«Ottima idea» disse la ragazza, smettendo di scavare con le dita dentro al proprio secchiello.

Finalmente il proiettore si accese. Prima del film scorsero diverse pubblicità: un paio per le boutique più alla moda di Luminpoli (uno dei completi parve così bello ed elegante a Lysandre, che non riuscì a trattenersi dal dire «Wow» ad alta voce), una per un ristorante che offriva lotte pokémon, e l'ultima per un videogioco dove si poteva costruire un mondo perfetto insieme ai pokémon.

«A mio fratello quello piacerebbe» Disse Lida

«Credo che piacerebbe anche a me» commentò Lysandre, fissando uno dei personaggi, un tangrowth buffo con un CD sulla testa e un paio di occhiali fratturati al collo, e chiedendosi perché mai gli fosse in qualche modo familiare (in particolar modo le curve delle liane che fungevano da capelli).

Poi, finalmente, iniziò il film. Lysandre ne approfittò per infilarsi in bocca un pop corn: era salato, leggero, leggermente croccante, e faceva un rumore buffo sotto ai denti. Li aveva mai mangiati, prima d'ora? Il loro odore non gli richiamava niente in particolare alla memoria, quindi forse no...

C'era molto oro, sullo schermo: oro sulle pareti, nei vestiti delle ragazze, negli orecchini, negli anelli, nel colore biondo delle chiome perfettamente arrangiate. Lysandre batté le palpebre lentamente: consciamente sapeva di dover trovare bello quello sfoggio di ricchezza, ma in qualche modo non ci riusciva. E ogni volta che la telecamera si poggiava su uno dei ricchi che diceva le sue cose da ricco, che parlava delle sue conquiste, dei suoi terreni, dei suoi investimenti, Lysandre sentiva l'acidità di stomaco montare, come se avesse uno skrelp dentro la pancia.

"Ero così?" Pensò "Un insopportabile, borioso cretino che crede che la bellezza sia nell'accumulare quanto più materiale costoso di un solo colore possibile?".

Poi, però, qualcuno scivolò nell'inquadratura. Le spalle nude di una donna, in un lungo vestito nero, con guanti lunghi fino ai gomiti riempirono per un attimo lo schermo, la telecamera si mosse lentamente fino ad arrivare al suo profilo, e Lysandre sentì qualcosa muoversi dentro i suoi muscoli... no... dentro alle sue vene.

Com'era possibile che conoscesse quelle spalle? Che l'esatto angolo dell'osso risvegliasse in lui qualcosa (una canzone?) di impossibile da mettere a tacere, tanto da fargli dimenticare completamente di trovarsi in un posto chiuso.

E poi il volto di lei fu nel mezzo dello schermo, insieme ad un crescendo di violini, e i suoi occhi erano così azzurri, e la sua pelle luminosa, e il modo in cui la luce si rifletteva sui sui capelli era...

 

«Stai piangendo?» Domandò Lida all'improvviso, stringendo la mano di Lysandre

«Uhm... no»

«Ti sei fermato a guardare lo schermo senza mangiare il popcorn che hai in mano» sussurrò Lida, divertita «È bella, vero?»

«Chi... chi è?»

«Diantha. È la star del film»

«Sembra... molto familiare»

«Oh, sicuramente l'hai vista da qualche parte, è famosissima!».

Lysandre annuì: sapeva che lei era famosa. Non disse che all'improvviso si ricordava il suo profumo, e che gli mancava essere stretto dalle sue braccia.

Nel film, Diantha era un personaggio dignitoso: una madre che cerca di proteggere i suoi figli dalle insidie dell'alta società, nascondendo al mondo che il marito che l'ha abbandonata si è anche portato via tutti i loro soldi. Cose sempre più complicate le succedevano durante la trama, ma lei reagiva con compostezza, con intelligenza, nonostante dentro di sé soffrisse, come veniva mostrato in alcune scene piene di pathos.

E poi, trovava l'amore.

«A volte il mondo ci crolla addosso, Jean-Claude» Aveva detto, con la testa del suo nuovo amante sulle ginocchia «Ma possiamo ancora rialzarci. Solo... non possiamo farlo da soli. Sono felice di aver trovato te».

Lida guardò lo schermo, poi guardò Lysandre, e sorrise.

«Stai piangendo questa volta, ammettilo!»

«Sì» lui annuì, gli occhi pieni di lacrime

«Ti piacciono i filmozzi romantici?».

Lui non rispose, rimettendo a posto un pop corn, di nuovo nel secchiello, e tirando su con il naso. Lida tornò a guardare lo schermo, divertita.

«Una volta ha tenuto me fra le braccia» Disse Lysandre, a voce bassissima.

Lida ci mise un attimo per capire cosa avesse detto, ma quando riuscì ad elaborare lo guardò a bocca aperta.

«Che hai detto, nonnino?»

«Niente» rispose Lysandre, con il tono di qualcuno che è scioccato da quello che ha appena detto

«Me lo racconti dopo. Però me lo racconti!».

Lysandre non era sicuro che quello che aveva ricordato non fosse un'allucinazione completamente fuori di testa. Perché una donna come quella avrebbe dovuto associarsi ad uno... uno... come lui? Anche se, insomma, una volta era stato ricco e potente. Ma una cosa è essere gentili con qualcuno perché è una figura influente, e un'altra cosa è... essere intimi.

E da quello che lui ricordava, Diantha gli aveva permesso di metterle la testa in grembo, mentre stavano su un divano, e aveva riso, ed erano stati così vicini che lui ne poteva rievocare il profumo, che quasi si sentiva toccare dalle sue mani.

Immagini di memorie insensate si sovrapponevano alle immagini del film, lei che camminava, con due abiti diversi (uno nella memoria, uno nella fiction), lei che sorrideva, con due sorrisi diversi (uno era dignitoso, contenuto, l'altro aperto e sincero e buffo), lei che si avvicinava a lui, che lo prendeva dal braccio, che gli chiedeva di guardare qualcosa, ma Lysandre non ricordava cosa, e perciò si ritrovava a fissare la splendida sala da ballo nel film e si chiedeva se anche nella realtà fossero andati lì, se il film non stesse prendendo il posto della sua memoria, se, se...

«E se io un giorno dovessi dimenticarti?» Disse Lysandre, nel ricordo.

Diantha rideva, lui vedeva la sua faccia da sotto, appoggiato alle sue gambe: la linea asciutta, morbida, liscia del mento, la parte inferiore delle piccole orecchie perfette, la frangia di capelli scuri che sporgeva un poco. La stanza era leggermente fredda, uno spiffero d'aria faceva danzare il pulviscolo nel sole bianco del mattino; il salotto di Diantha aveva vetrine e sedie e un tavolino di vetro, o forse di cristallo, trasparenti e irreali, con dettagli d'oro.

«Ogni tanto la dovresti smettere di pensare a "cosa succederebbe se"» Gli rispose Diantha (e la sua voce era come musica), passandogli una mano sulla fronte «Non puoi controllare mica tutte le cose che succederanno in ogni futuro possibile, no?»

«Non parlo di qualunque futuro possibile, parlo... del mio»

«Allora, che senso ha? Perché pensi di potermi dimenticare, sentiamo? Sono forse dimenticabile? Ho una faccia che si scorda facilmente?» scherzò lei, ben consapevole di essere un'attrice, e una famosa per giunta

«Non sei tu, sono io...»

«Che cliché!» rise lei

«Non in quel senso» Lysandre si sentì arrossire «Intendo... la mia famiglia ha sempre sofferto di problemi mentali, da generazioni. Ovviamente non sarebbero disposti ad ammetterlo»

«No, certo che no»

«E con problemi mentali intendo anche le malattie degenerative. Soprattutto i maschi, nella mia famiglia, tendono a dimenticare le cose in fretta. A... perdere la propria identità, dopo una certa età, perciò io, io...»

«Non ti succederà, Lysandre» adesso era seria «Non mi dimenticherai»

«E se invece dovesse succedere? Se mi dimenticassi di te. Di noi... della nostra amicizia... se dimenticassi tutto questo?».

Diantha ci riflettè per un attimo, le dita che si muovevano leggere fra i suoi capelli.

«Se mi dovessi dimenticare» Disse dopo un attimo «Dovrai solo imparare a conoscemi di nuovo, no? Io ti prometto che non ti dimenticherò. Se verrai da me, ti farò ricordare»

«Davvero?»

«Certo! Se io mi ricordo e tu no, allora toccherà a me farti ricordare!»

«Sei troppo buona con me»

«Hai paura?»

«Sì»

«Ti sei fatto fare degli esami, a proposito di questa cosa?»

«Mi faccio tenere sotto controllo. Sono ancora giovane per mostrare i sintomi, apparentemente, e in generale sembra che il mio cervello non stia troppo male. Solo un po' di stress, ma quello, lo sai, quello me lo infliggo io»

«Mi dispiace che tu abbia paura. Teniamo questa cosa sotto controllo, va bene?»

«Va bene»

«E per lo stress... che ne pensi di lamentarti un po' con me? Anzi, guarda, dovremmo lamentarci insieme. Oggi ho visto il sindaco di Luminopoli»

«Argh, il sindaco!» esclamò Lysandre, calandosi immediatamente nella parte

«Vero? Gli ho detto un milione di volte che...».

Lysandre batté le palpebre. Nel presente, Lida gli stava toccando il braccio, come per svegliarlo da quel torpore. Lo schermo di fronte a loro era spento.

«C'è la pausa, è finito il primo tempo. Che stavi guardando?» Gli chiese la ragazza

«Solo il mio passato, credo»

«Quindi conoscevi Diantha?»

«Sì. Sì, la conoscevo»

«Wow. E che facevate insieme?».

Lysandre sorrise, socchiudendo gli occhi.

«Ci lamentavamo della politica».




Nota: Sappiamo che la possibilitò che Lysandre pensi (o dica) che qualcosa è "Cringe" sono bassissime. Il bro è assolutamente un oratore articolato (ed è una cosa che rispettiamo tantissimo) MA adoriamo la possibilità che abbia imparato dello slang nuovo dai giovani della città, ma che non sappia che si tratta di slang e pensi che siano parole del tutto normali da utilizzare. La magia della perdita di memoria, eh! Questo strumentopolo misterioso potrebbe servirci anche più tardi ;)

 

- Altre mini-scene di Lysandrino che piange qui -

(Ci piace scrivere gli omoni fieri che piangono. C'è una catarsi in questo. Andate a leggerne altre.)  

lunedì 10 novembre 2025

Lysandre che piange 6. Preghiera

 "Occhio di luce che bruci nel vuoto
Acceca quest'uomo perché possa vedere
Sciogli la sua mente nel tuo fuoco
Salvalo dal morso del potere


Oh sole che mi bruci sulla pelle
Regina delle stelle, ti prego di curare la sua sete
Sradica i circuiti del bisogno, insegnaci la lingua delle pietre
 

Oh sole che ci illumini la notte, fatti buco nero
E inghiottiti quest'ovulo di sangue dentro al tuo mistero
Tienilo al calore del tuo ventre, brucia questo gelo
Schiudi le semente nell'incendio del tuo cielo
 

Questa terra fredda spetta la tua manna
Come l'imputato aspetta la condanna
Spegnerà le luci una pioggia di raggi gamma
E alla fine del blackout sorgerà la nuova alba"

 


Questa volta il testo che accompagna l'illustrazione non è una nostra mini-fic, ma la preghiera alla fine della canzone di Anastasio "Le Macchine non possono pregare", che oltre ad essere bellissima, ci è parsa anche molto, molto adeguata per il personaggio. 

(Quanto alla canzone, ve la consigliamo! Come pure l'intero resto del disco. Fatevi un bel viaggio in questa avventura un po' sci-fi, un po' filosofica, un po' storica, ma senza dubbio molto badass e con sonorità bellissime).

 


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