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venerdì 14 novembre 2025

Lysandre che piange 7. Cinema

Lysandre si era seduto nel salottino dell'Hotel Z, contemplando gli innumerevoli dipinti appesi alle pareti. Erano lavori un po' grezzi, macchie di colore i cui contorni tondeggianti non ricalcavano perfettamente la forma degli oggetti o delle creature che volevano ritrarre... Lysandre si chiese se lui stesso fosse capace di dipingere o meno. Non lo ricordava, ma sapeva di averne un po' voglia. Forse faceva parte del nuovo sé stesso: qualcuno che invece di distruggere voleva creare.

Sentì i passi di qualcuno che si avvicinava, rapidi e quasi musicali, e si voltò a guardare.

Era Lida, che si stava dirigendo verso il portone.

«Ciao, L! Tutto bene?» Lo salutò lei, alzando una mano

«Sì, va tutto bene» lui sorrise «Vai a fare un giretto?»

«Sto andando a guardare il nuovo film di Diantha, Petali di Sofferenza, vuoi venire con me?».

Lysandre batté le palpebre. Quel nome, Diantha, gli era terribilmente familiare... ma poteva anche darsi che l'avesse letto su qualche giornale, visto ch a quanto pareva era una regista o un'attrice.

«Diantha?» Domandò

«Sì! Ti piacciono i suoi film?»

«Temo di non ricordarlo, insieme a tante altre cose» Lysandre scosse la testa lentamente «Scusa»

«Non ti devi scusare, nonnino! Ti va di vederlo con me?»

«Temo anche di non avere... di non avere i soldi per il biglietto»

«Ah, non preoccuparti! Da quando sono co-proprietaria di un albergo, finalmente mi posso permettere di mangiare fuori ogni tanto, o di andare al cinema. Te lo pago io, il biglietto!»

«È troppo!» Lysandre arrossì «Non posso chiederti questo!».

Lida rise nel vedere l'espressione quasi scandalizzata dell'uomo, il modo in cui il suo naso, le punte delle orecchie e degli zigomi si erano imporporati: non aveva mai visto qualcuno pensare che un biglietto del cinema fosse "troppo".

«Non ti sto mica regalando una macchina! Mi fai un favore se vieni a vederlo con me! Virgil ha detto che non ci viene perché il film è "melenso" e perché ha un livestream di quella streamer là»

«Quella... streamer... là?»

«Quella che piace a lui, come si chiamava? Vabbé, quella gialla e azzurra. Comunque lo dovevo già pagare a Virgil il biglietto, era una spesa di cui tenevo conto, per cui non devi sentirti in debito o in imbarazzo, se vuoi venire con me».

Lysandre si coprì l'occhio malandato con una mano, mentre pensava. Aveva scoperto che fare entrare meno luce attraverso di esso lo aiutava a schiarirsi le idee.

«Dài, scommetto che tu hai la maturità emotiva per capire un film di Diantha» scherzò Lida «Al contrario di qualcun altro, eh!»

«In realtà non puoi saperlo»

«Forza, alzati e vieni con me!».

Lysandre annuì. Era stata una richiesta diretta, non un vago "se vuoi venire puoi...", perciò sentiva che declinare l'invito sarebbe stato scortese. L'ultima cosa che voleva essere, nella sua condizione, era scortese.

Si chiese perché, in generale, Lida fosse così generosa con lui. Poi si diede del cretino: probabilmente era perché quella ragazzina era buona e le piaceva stare in compagnia, al contrario di lui, che doveva essere stato una spina nel fianco per chiunque avesse voluto passare del tempo insieme alla sua spocchiosa, ricchissima persona. Che cringe, pensò di sé, poi si alzò e seguì Lida.

Nel cinema c'erano pochissime persone, ma era probabilmente colpa della spopolazione della città, più che della qualità del film.

«Se la sala è piena il film fa schifo» Sentenziò Lida «Allora, dove ci mettiamo?».

Lysandre si sfregò le mani, guardandosi intorno, i gomiti stretti ai lati del corpo.

«Sono alto, non vorrei... impedire la visuale degli altri...»

«Ma se non c'è nessuno» gli fece notare Lida, indicando la sala con un gesto frettoloso «Andiamo, mettiamoci in terza fila. Basta che non ci sia nessuno dietro di noi, no?».

Lysandre si mosse a passettini nella semi-oscurità, stando attento a non inciampare nelle poltrone (che gli sembravano davvero troppo basse), poi prese la mano che Lida gli offriva per farsi guidare fino al suo posto.

«Ti vanno dei popcorn? Aspetta, li vado a prendere un attimo» Disse lei, dandogli un colpetto sul ginocchio, per poi notare che passare scavalcando le lunghe gambe ritratte dell'uomo sarebbe stato troppo scomodo, e trottare in direzione opposta, attraversando l'intero filare di poltrone.

Lysandre, un po' imbarazzato, cercò di distrarsi. La stanza era grande e buia e lui aveva l'impressione di poter sentire l'eco del suo respiro. Guardò in alto. Le piccole luci accese sulle pareti proiettavano le sagome delle persone fin lassù... non tutte le sagome, solo una parte, vaghi veli, che si muovevano sul tetto come fantasmi.

Lysandre strinse le mani sui braccioli, pregando di non avere un attacco di panico adesso. Corpo non mi tradire, pensà, Non iniziare a tremare.

Doveva convincersi che il soffitto non stesse per cadergli addosso, che non gli avrebbe rotto le ossa, che non lo avrebbe seppellito vivo. Era un cinema. Non era... non era la sala sotto Cromleburgo, e lo schermo enorme di fronte a lui non stava per accendersi con l'immagine proiettata dell'arma finale. Era buio perché... perché...

«Ecco dei popcorn» Disse Lida, sedendosi accanto a lui «Te ne ho portato un secchiellino»

«Grazie»

«Hai caldo? Perché non ti togli la giacca?»

«Sto bene»

«Non sembra».

Lysandre si toccò il lato della faccia. Era bagnato. Sentiva i brividi all'altezza delle scapole: non era sicuro se fosse un attacco di panico, un calo di zuccheri, o tutte e due le cose contemporaneamente. Prese un profondo respiro, ascoltando l'aria che gli passava attraverso il naso. Aveva le dita fredde, soprattutto le punte, ed era sgradevole anche quando cercava di riscaldarsele annidandola una dentro l'altra. Se si fosse tolto il cappotto, avrebbe avuto ancora più freddo... ma non riusciva a smettere di sudare, come se il panico fosse qualcosa di velenoso sotto la sua pelle, che doveva essere espulso in modo o nell'altro dal suo corpo.

Prese il secchiello di pop-corn e se lo portò vicino al naso, provando a concentrarsi su qualcos altro, qualunque cosa, e sapeva che gli odori potevano essere un ottimo modo per rimanere ancorati alla realtà.

«Hai fame?» Gli domandò Lida, a bassa voce

«Un po'»

«Guarda che sono tuoi, puoi mangiarli»

«Aspetto che inizi il film»

«Ottima idea» disse la ragazza, smettendo di scavare con le dita dentro al proprio secchiello.

Finalmente il proiettore si accese. Prima del film scorsero diverse pubblicità: un paio per le boutique più alla moda di Luminpoli (uno dei completi parve così bello ed elegante a Lysandre, che non riuscì a trattenersi dal dire «Wow» ad alta voce), una per un ristorante che offriva lotte pokémon, e l'ultima per un videogioco dove si poteva costruire un mondo perfetto insieme ai pokémon.

«A mio fratello quello piacerebbe» Disse Lida

«Credo che piacerebbe anche a me» commentò Lysandre, fissando uno dei personaggi, un tangrowth buffo con un CD sulla testa e un paio di occhiali fratturati al collo, e chiedendosi perché mai gli fosse in qualche modo familiare (in particolar modo le curve delle liane che fungevano da capelli).

Poi, finalmente, iniziò il film. Lysandre ne approfittò per infilarsi in bocca un pop corn: era salato, leggero, leggermente croccante, e faceva un rumore buffo sotto ai denti. Li aveva mai mangiati, prima d'ora? Il loro odore non gli richiamava niente in particolare alla memoria, quindi forse no...

C'era molto oro, sullo schermo: oro sulle pareti, nei vestiti delle ragazze, negli orecchini, negli anelli, nel colore biondo delle chiome perfettamente arrangiate. Lysandre batté le palpebre lentamente: consciamente sapeva di dover trovare bello quello sfoggio di ricchezza, ma in qualche modo non ci riusciva. E ogni volta che la telecamera si poggiava su uno dei ricchi che diceva le sue cose da ricco, che parlava delle sue conquiste, dei suoi terreni, dei suoi investimenti, Lysandre sentiva l'acidità di stomaco montare, come se avesse uno skrelp dentro la pancia.

"Ero così?" Pensò "Un insopportabile, borioso cretino che crede che la bellezza sia nell'accumulare quanto più materiale costoso di un solo colore possibile?".

Poi, però, qualcuno scivolò nell'inquadratura. Le spalle nude di una donna, in un lungo vestito nero, con guanti lunghi fino ai gomiti riempirono per un attimo lo schermo, la telecamera si mosse lentamente fino ad arrivare al suo profilo, e Lysandre sentì qualcosa muoversi dentro i suoi muscoli... no... dentro alle sue vene.

Com'era possibile che conoscesse quelle spalle? Che l'esatto angolo dell'osso risvegliasse in lui qualcosa (una canzone?) di impossibile da mettere a tacere, tanto da fargli dimenticare completamente di trovarsi in un posto chiuso.

E poi il volto di lei fu nel mezzo dello schermo, insieme ad un crescendo di violini, e i suoi occhi erano così azzurri, e la sua pelle luminosa, e il modo in cui la luce si rifletteva sui sui capelli era...

 

«Stai piangendo?» Domandò Lida all'improvviso, stringendo la mano di Lysandre

«Uhm... no»

«Ti sei fermato a guardare lo schermo senza mangiare il popcorn che hai in mano» sussurrò Lida, divertita «È bella, vero?»

«Chi... chi è?»

«Diantha. È la star del film»

«Sembra... molto familiare»

«Oh, sicuramente l'hai vista da qualche parte, è famosissima!».

Lysandre annuì: sapeva che lei era famosa. Non disse che all'improvviso si ricordava il suo profumo, e che gli mancava essere stretto dalle sue braccia.

Nel film, Diantha era un personaggio dignitoso: una madre che cerca di proteggere i suoi figli dalle insidie dell'alta società, nascondendo al mondo che il marito che l'ha abbandonata si è anche portato via tutti i loro soldi. Cose sempre più complicate le succedevano durante la trama, ma lei reagiva con compostezza, con intelligenza, nonostante dentro di sé soffrisse, come veniva mostrato in alcune scene piene di pathos.

E poi, trovava l'amore.

«A volte il mondo ci crolla addosso, Jean-Claude» Aveva detto, con la testa del suo nuovo amante sulle ginocchia «Ma possiamo ancora rialzarci. Solo... non possiamo farlo da soli. Sono felice di aver trovato te».

Lida guardò lo schermo, poi guardò Lysandre, e sorrise.

«Stai piangendo questa volta, ammettilo!»

«Sì» lui annuì, gli occhi pieni di lacrime

«Ti piacciono i filmozzi romantici?».

Lui non rispose, rimettendo a posto un pop corn, di nuovo nel secchiello, e tirando su con il naso. Lida tornò a guardare lo schermo, divertita.

«Una volta ha tenuto me fra le braccia» Disse Lysandre, a voce bassissima.

Lida ci mise un attimo per capire cosa avesse detto, ma quando riuscì ad elaborare lo guardò a bocca aperta.

«Che hai detto, nonnino?»

«Niente» rispose Lysandre, con il tono di qualcuno che è scioccato da quello che ha appena detto

«Me lo racconti dopo. Però me lo racconti!».

Lysandre non era sicuro che quello che aveva ricordato non fosse un'allucinazione completamente fuori di testa. Perché una donna come quella avrebbe dovuto associarsi ad uno... uno... come lui? Anche se, insomma, una volta era stato ricco e potente. Ma una cosa è essere gentili con qualcuno perché è una figura influente, e un'altra cosa è... essere intimi.

E da quello che lui ricordava, Diantha gli aveva permesso di metterle la testa in grembo, mentre stavano su un divano, e aveva riso, ed erano stati così vicini che lui ne poteva rievocare il profumo, che quasi si sentiva toccare dalle sue mani.

Immagini di memorie insensate si sovrapponevano alle immagini del film, lei che camminava, con due abiti diversi (uno nella memoria, uno nella fiction), lei che sorrideva, con due sorrisi diversi (uno era dignitoso, contenuto, l'altro aperto e sincero e buffo), lei che si avvicinava a lui, che lo prendeva dal braccio, che gli chiedeva di guardare qualcosa, ma Lysandre non ricordava cosa, e perciò si ritrovava a fissare la splendida sala da ballo nel film e si chiedeva se anche nella realtà fossero andati lì, se il film non stesse prendendo il posto della sua memoria, se, se...

«E se io un giorno dovessi dimenticarti?» Disse Lysandre, nel ricordo.

Diantha rideva, lui vedeva la sua faccia da sotto, appoggiato alle sue gambe: la linea asciutta, morbida, liscia del mento, la parte inferiore delle piccole orecchie perfette, la frangia di capelli scuri che sporgeva un poco. La stanza era leggermente fredda, uno spiffero d'aria faceva danzare il pulviscolo nel sole bianco del mattino; il salotto di Diantha aveva vetrine e sedie e un tavolino di vetro, o forse di cristallo, trasparenti e irreali, con dettagli d'oro.

«Ogni tanto la dovresti smettere di pensare a "cosa succederebbe se"» Gli rispose Diantha (e la sua voce era come musica), passandogli una mano sulla fronte «Non puoi controllare mica tutte le cose che succederanno in ogni futuro possibile, no?»

«Non parlo di qualunque futuro possibile, parlo... del mio»

«Allora, che senso ha? Perché pensi di potermi dimenticare, sentiamo? Sono forse dimenticabile? Ho una faccia che si scorda facilmente?» scherzò lei, ben consapevole di essere un'attrice, e una famosa per giunta

«Non sei tu, sono io...»

«Che cliché!» rise lei

«Non in quel senso» Lysandre si sentì arrossire «Intendo... la mia famiglia ha sempre sofferto di problemi mentali, da generazioni. Ovviamente non sarebbero disposti ad ammetterlo»

«No, certo che no»

«E con problemi mentali intendo anche le malattie degenerative. Soprattutto i maschi, nella mia famiglia, tendono a dimenticare le cose in fretta. A... perdere la propria identità, dopo una certa età, perciò io, io...»

«Non ti succederà, Lysandre» adesso era seria «Non mi dimenticherai»

«E se invece dovesse succedere? Se mi dimenticassi di te. Di noi... della nostra amicizia... se dimenticassi tutto questo?».

Diantha ci riflettè per un attimo, le dita che si muovevano leggere fra i suoi capelli.

«Se mi dovessi dimenticare» Disse dopo un attimo «Dovrai solo imparare a conoscemi di nuovo, no? Io ti prometto che non ti dimenticherò. Se verrai da me, ti farò ricordare»

«Davvero?»

«Certo! Se io mi ricordo e tu no, allora toccherà a me farti ricordare!»

«Sei troppo buona con me»

«Hai paura?»

«Sì»

«Ti sei fatto fare degli esami, a proposito di questa cosa?»

«Mi faccio tenere sotto controllo. Sono ancora giovane per mostrare i sintomi, apparentemente, e in generale sembra che il mio cervello non stia troppo male. Solo un po' di stress, ma quello, lo sai, quello me lo infliggo io»

«Mi dispiace che tu abbia paura. Teniamo questa cosa sotto controllo, va bene?»

«Va bene»

«E per lo stress... che ne pensi di lamentarti un po' con me? Anzi, guarda, dovremmo lamentarci insieme. Oggi ho visto il sindaco di Luminopoli»

«Argh, il sindaco!» esclamò Lysandre, calandosi immediatamente nella parte

«Vero? Gli ho detto un milione di volte che...».

Lysandre batté le palpebre. Nel presente, Lida gli stava toccando il braccio, come per svegliarlo da quel torpore. Lo schermo di fronte a loro era spento.

«C'è la pausa, è finito il primo tempo. Che stavi guardando?» Gli chiese la ragazza

«Solo il mio passato, credo»

«Quindi conoscevi Diantha?»

«Sì. Sì, la conoscevo»

«Wow. E che facevate insieme?».

Lysandre sorrise, socchiudendo gli occhi.

«Ci lamentavamo della politica».




Nota: Sappiamo che la possibilitò che Lysandre pensi (o dica) che qualcosa è "Cringe" sono bassissime. Il bro è assolutamente un oratore articolato (ed è una cosa che rispettiamo tantissimo) MA adoriamo la possibilità che abbia imparato dello slang nuovo dai giovani della città, ma che non sappia che si tratta di slang e pensi che siano parole del tutto normali da utilizzare. La magia della perdita di memoria, eh! Questo strumentopolo misterioso potrebbe servirci anche più tardi ;)

 

- Altre mini-scene di Lysandrino che piange qui -

(Ci piace scrivere gli omoni fieri che piangono. C'è una catarsi in questo. Andate a leggerne altre.)  

lunedì 10 novembre 2025

Lysandre che piange 6. Preghiera

 "Occhio di luce che bruci nel vuoto
Acceca quest'uomo perché possa vedere
Sciogli la sua mente nel tuo fuoco
Salvalo dal morso del potere


Oh sole che mi bruci sulla pelle
Regina delle stelle, ti prego di curare la sua sete
Sradica i circuiti del bisogno, insegnaci la lingua delle pietre
 

Oh sole che ci illumini la notte, fatti buco nero
E inghiottiti quest'ovulo di sangue dentro al tuo mistero
Tienilo al calore del tuo ventre, brucia questo gelo
Schiudi le semente nell'incendio del tuo cielo
 

Questa terra fredda spetta la tua manna
Come l'imputato aspetta la condanna
Spegnerà le luci una pioggia di raggi gamma
E alla fine del blackout sorgerà la nuova alba"

 


Questa volta il testo che accompagna l'illustrazione non è una nostra mini-fic, ma la preghiera alla fine della canzone di Anastasio "Le Macchine non possono pregare", che oltre ad essere bellissima, ci è parsa anche molto, molto adeguata per il personaggio. 

(Quanto alla canzone, ve la consigliamo! Come pure l'intero resto del disco. Fatevi un bel viaggio in questa avventura un po' sci-fi, un po' filosofica, un po' storica, ma senza dubbio molto badass e con sonorità bellissime).

 


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(Ci piace scrivere gli omoni fieri che piangono. C'è una catarsi in questo. Andate a leggerne altre.)  

Lysandre che piange 5. Allo specchio

Lysandre girò la testa e incontrò lo sguardo di qualcuno: due occhi pallidi, spalancati. Barcollò all'indietro, una mano che scattava in basso per coprirsi i genitali, l'altra che chiudeva le dita in un pugno, pronto a difendersi.

Fuori dalla doccia c'era uno specchio. La persona che lo stava guardando era soltanto il suo riflesso.

Non si era accorto che ci fosse uno specchio, ma appena si rese conto che la figura dell'estraneo era tagliata poco sotto il petto tirò un sospiro di sollievo.

«Sono solo io» Sussurrò goffamente, guardandosi.

Da quanto tempo non vedeva la propria faccia? O almeno... da quanto non vedeva la faccia che aveva adesso? Aveva visto immagini di com'era stato un tempo, ma era riuscito a cogliere abbastanza del proprio stesso riflesso, nelle vetrine o nelle pozzanghere, da sapere che non aveva più i capelli fiammeggianti di cinque anni prima... per il resto, non aveva mai potuto guardarsi davvero.

Aveva iridi così chiara da sembrargli spaventose: una argentea, l'altra, quella dell'occhio che normalmente non mostrava alle persone, ancora più chiara e con tre cerchi di colori diversi che circondavano una pupilla coperta da un velo bianco. Sembrava cieco, ma al contempo c'era un'intenzione nel suo sguardo, ed era come se un cadavere animato lo stesse guardando dritto in faccia.

Un cadavere animato... non era forse questo?

Tonnellate di macerie gli erano cadute addosso, questo lo ricordava. 

La vibrazione che si era propagata dal tetto alle pareti, fino a sotto i suoi piedi, che gli aveva fatto battere i denti, che gli era entrata nelle ossa, mentre il tempo sembrava dilatarsi e contrarsi al tempo stesso... il senso di instabilità, il colpo che lo aveva fatto cadere a terra, che lo aveva fatto strisciare a terra, spalle a muro, mentre il cielo stesso sembrava spaccarsi.


Era un ricordo troppo potente per essere cancellato, un terrore così cieco che ogni tanto lo sognava ancora la notte, che lo faceva svegliare con il fiato corto, lo faceva guardare in alto, il cuore stretto ad ogni segno di movimento nel soffitto, ad ogni ombra proiettata. Per questo preferiva dormire all'aperto. Per questo i luoghi più caldi e comodi, ma chiusi, lo terrorizzavano.

Sarebbe riuscito a dormire nella stanza d'albergo, se glielo avessero chiesto? O si sarebbe svegliato urlando, calciando la cornice del letto, le dita che affondavano nel materasso così forte da lacerarlo?

Un cadavere animato. Non si offrono letti, ai cadaveri: gli si offrono tombe.

Zygarde lo aveva salvato, aveva prolungato il suo tormento aldilà dell'umanamente immaginabile, e ora lui camminava fra i vivi senza averne il diritto.

Si toccò la barba umida, sfiorandola leggermente con le dita. Un tempo era stata arancione come un charmander, adesso era bianca, con solo minuscole porzioni, strisce come tagli, che mantenevano il colore originale. Era stato bello, vero? Si era visto, in una fotografia, sulla copertina di un magazine: un pyroar fiero, impettito nella sua suit perfetta, le spalle larghe, il petto gonfio, lo sguardo rapace di un talonflame.

Adesso vedeva solo un morto, in quel riflesso... o, più propriamente, qualcuno che avrebbe dovuto esserlo, ma che caparbiamente si rifiutava di recitare la parte del cadavere, andandosene in giro a passettini perché Zygarde glielo aveva ordinato.

Non ricordava come era stato, ma lo poteva indovinare dai segni che aveva lasciato nel mondo: era uno di quelli che usavano gli altri. Troppo bello, troppo ricco. Nessuno diventa tanto ricco, senza sfruttare gli altri. Nessuno mostra quel tipo di bellezza, senza essere troppo sicuro di sé.

Meno male, pensò, meno male che quel bastardo era morto.


 

 

 

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mercoledì 5 novembre 2025

Lysandre che piange 4. Nella doccia

L'acqua era calda, e al momento questa era la cosa più importante del mondo.

Lysandre, con gli occhi chiusi, la testa bassa, lasciò che quel calore gli avvolgesse il cranio, inzuppandogli i capelli. Rivoletti d'acqua bollente gli scendevano lungo le guance, riscaldandole, giù per la schiena, e si raccoglievano momentaneamente sul piatto della doccia, intorno ai suoi piedi.

Lui non si ricordava neanche più se i suoi piedi erano mai stati caldi, prima di quel momento. Beh, era certo che fosse successo, che in qualche momento della sua vita lui avesse effettivamente fatto una bella doccia rilassante, ma purtroppo quell'esperienza non faceva parte del suo catalogo di ricordi.

Una doccia calda.

Era stata quella ragazzina... com'è che si chiamava? Cerril? La ragazzina che ballava sempre, quella con lo Starmie... lo aveva visto sonnecchiare su una delle panchine (perché le panchine, si chiedeva lui, avevano quei cosi di ferro che non permettevano di assumere alcuna posizione se non quella composta, con la schiena dritta? A chi dava fastidio se qualcuno si metteva un po' più comodo?) e gli aveva chiesto se gli andava di venire all'hotel, magari di dormire su uno dei divani.

«Non preoccuparti» Aveva risposto lui «Non vorrei dare fastidio, comunque sto bene così».

E non voleva dare fastidio davvero: i ragazzi del Team MZ avevano fin troppo da fare anche senza avere lui fra i piedi, ci mancava solo che iniziasse a ciondolare nei loro spazi e a dormire sui loro divani...

«Ma non ci daresti fastidio!» Insisté Cerril, avvicinandosi un poco «Fa freddo qui fuori, no? L'hotel è grande... e non abbiamo mai ospiti...»

«Come mai?»

«Credo che sia perché è un po' nascosto. E perché Villy non è tanto brava a fare la pubblicità».

Quel nome, Villy, fece trasalire Lysandre. Doveva lo aveva già sentito? Perché era importante? Perché il suo suono lo riempiva al tempo stesso di speranza e di una paura sottile, come quella di essersi dimenticati il gas aperto e rischiare di tornare a casa e trovare la propria cucina che brucia?

«Come hai detto, scusa?»

«Ehm... Villy non è tanto brava a fare la pubblicità?»

«Chi è Villy?»

«Non... non la conosci? È una di noi. Una del Team MZ. Ce l'hai presente? Ha i capelli tipo rosa e biondi e se ne va sempre in giro a fare cose altruistiche... davvero, è il membro più in vista del gruppo» Cerril alzò gli occhi al cielo «E anche quella che ci mette più spesso nei guai»

«Non la conosco»

«Che strano. Beh, se vuoi incontrarla ti conviene venire all'Hotel, no? Non è strano che non conosci una di noi, dopo tutta quella storia in cui hai aiutato Paxton a fare comunella con Zygarde e salvare Luminopoli?»

«Sì... è... un po' strano. Non così strano, però»

«Boh. Sia io che Virgil ti conosciamo, solo lei non ti ha mai parlato, giusto?»

«Sì»

«E allora viene all'Hotel! Cioè...» Cerril abbassò gli occhi «Non è sicuro al cento percento che lei sarà lì, perché ora ha tutta la sua cosa speciale con la Quasartico, però forse viene a trovarci. Ogni tanto però lo fa!»

«Elusiva, questa Villy».

Cerril rise, poi gli tese una mano. Lysandre la guardò, senza sapere bene cosa fare: da una parte era maleducato non accettare una mano tesa, dall'altro non voleva che i suoi guanti sudici toccassero quella manina pulita. Sorrise debolmente, arrossendo.

«Forse è meglio di no».

Per fortuna, Cerril aveva capito. E così Lysandre si era ritrovato nell'hotel, che era stranamente vuoto: non c'era nessuno, a parte lui e la ragazza ballerina. Il silenzio di quel luogo quasi lo stordiva, ricordandogli ogni istante che il vecchio immortale, AZ, alla fine invece era morto.

«Se ti va di farti una doccia, o qualcosa del genere, abbiamo un sacco di stanze libere» Gli aveva detto lei, lanciandogli una chiave che aveva preso dal quadro dietro la scrivania (chiave che lui non era riuscito a prendere al volo, e ora doveva chinarsi per raccogliere da terra) «Perciò... non fare complimenti! Tanto te l'ho detto che non abbiamo mai clienti».

Lysandre si sentì avvampare mentre realizzava che quello che Cerril stava cercando di fare era una buona azione: aiutare quello che, dal suo punto di vista, era un nonnino senza casa. Lei gli stava facendo la carità.

E il peggio è che sarebbe stato stupido rifiutare l'offerta, perché era ovvio sia che lui avesse bisogno di una doccia, sia che Cerril non era minimaente infastidita dall'offrirgli quelle cose.

Così Lysandre si era ritrovato da solo in una delle camere e si era tolto i vestiti. All'improvviso, la possibilità di farsi una doccia lo aveva reso euforico.

Perché si ricordava così bene come funzionava una doccia, ma non si ricordava niente della sua famiglia? Cosa c'era che non andava, nel suo cervello?

L'acqua calda, a dire il vero, sembrava più importante di qualsiasi legame: un qualcosa di primordiale, una gioia selvatica nel provare una sensazione di tale rilassamento. Basta con il freddo e con lo sporco! Basta con gli strati di vestiti su vestiti, lo stringersi tremando, imbacuccato, imbozzolato! Era vivo, e l'acqua lo colpiva direttamente sulla pelle, e il profumo del sapone era così buono, e oh, l'aria era leggermente nebbiosa per via del calore e...

«Sempre il solito, sotto la doccia per due ore ogni volta» Disse una voce nei suoi ricordi, carica di divertimento, ma anche di una sottile nota di rimprovero «Vedi che Diantha ci aspetta, Lys! Vieni fuori da lì dentro!».

Ci fu una pausa, e il profumo del sapone nel ricordo (era alla lavanda, un odore che in qualche modo permeava spesso queste scene di una vita passata) si sovrappose a quello del sapone dell'Hotel Z. Il getto d'acqua era diverso: molto più potente, molto meno sparso, quasi aggressivo. E quando guardava in basso, Lysandre non vedeva il bianco-zucchero dei suoi peli sul petto, ma muscoli possenti e una rasatura liscia, impeccabile, quasi totale.

«Chiamo il taxi e vado da solo!» Minacciò la voce del ricordo. 

Il Lysandre del presente si girò a guardare la porta, come se davvero ci fosse qualcuno a chiamarlo da dietro di essa. Ma non c'era nessuno. E il ricordo era già andato, perduto.

Rimanevano solo le lacrime, che forse non c'erano davvero, forse era solo acqua calda.


 

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domenica 2 novembre 2025

Lysandre che piange 3. Spazzatura

Quel mattino era gelido e nebbioso a Luminopoli, l'odore della pioggia che durante la notte aveva lavato i mattoni impregnava ancora le strade.

Lysandre aveva dormito in un sottopassaggio, il cappuccio della felpa tirato sopra la testa e quello del giubbotto sopra quello della felpa, le ginocchia strette al petto. Il freddo lo aveva svegliato diverse volte, finché Zygarde non si era accorto del modo in cui batteva i denti e gli si era sdraiato vicino, usando la sua energia per emettere un calore costante e permettendo all'umano di riposare.

Ora che era mattina, però, Zygarde era andato da qualche parte a fare qualcosa di eroico, e Lysandre era rimasto da solo. Sentiva le gambe rigide, le articolazioni delle caviglie pesanti, bloccate, e sapeva che muoversi gli avrebbe infilzato la carne con stilettate di dolore. Dormire fuori dai laboratori non era stata una grande idea... ma al momento, Lysandre non riusciva a sopportare i ricordi che quel posto gli portava, perciò aveva deciso di trovare un posto coperto e dormire lì... a sorpresa, quella notte aveva piovuto, e per giunta la temperatura era scesa all'improvviso. Colpa dell'Autunno che stava arrivando, probabilmente.

Lysandre tirò giù entrambi i cappucci: anche se il freddo gli aveva bloccato le gambe, si sentiva le orecchie un po' troppo calde. L'aria del mattino gli morse le guance sudate e gli punse gli occhi, facendoglieli lacrimare.

Abbassò le palpebre, e per un attimo ricordò la propria stanza da letto, le lenzuola rosse, il piumone trapuntato, i cuscini voluminosi e puliti che odoravano di lavanda... e la neve fuori dalla finestra. Si sorprese, di quel ricordo... il freddo era così lontano, dietro il vetro, che non sembrava reale. Come poteva esserlo, quando il suo pyroar era sdraiato sulle sue gambe emanando il più delizioso calore che si potesse immaginare? La criniera immensa, soffice come cotone, la gola che vibrava in un suono basso, avvolgente, vagamente metallico, le fusa di un grande predatore.

La stufa era spenta, non necessaria nella stessa stanza di un pokémon di tipo fuoco. Vicine alla finestra, vasi di begone e giacinti in fiore.

«Lysandre! Lysandre, avevi detto che mi avresti accompagnato a osservare gli snover!» Aveva gridato una voce dal piano di sotto «Stai ancora dormendo?».

Lysandre aprì gli occhi di scatto, il ricordo che si spezzava e colava via all'improvviso, come lo champagne da una bottiglia schiantata sull'asfalto. Un nome gli risalì alle labbra.

«Au... Au...».

Niente, se n'era già andato, insieme al calore e alle coperte calde e alle fusa di pyroar.

Al loro posto c'erano i mattoni grigi del sottopassaggio, la condensa che formava una patina sottile e lucente, e il freddo che gli azzannava le caviglie e le ginocchia.

Lysandre si prese un momento per rimettere insieme le forze prima di alzarsi, reclinando indietro la testa. Gli si formò un groppo in gola. Cosa aveva perso? Cosa aveva lasciato nel passato, insieme alle cose orribili che aveva fatto? Valeva la pena, di dimenticare ogni cosa, se anche le cose belle erano perse per sempre?

«Il mio mondo... perduto...».

Sentì gli angoli degli occhi che si riscaldavano. Bene, almeno le lacrime gli avrebbero protetto le palpebre dal congelamento: l'ultima volta se le era sentite prudere per sei giorni.

Qualcosa gli toccò una gamba, gentilmente. Lysandre riaprì gli occhi e guardò in basso, dove quello che sembrava un sacchettino di spazzatura con gli occhi lo stava guardando con l'aria più preoccupata che un sacco di spazzatura potesse assumere.

«Ciao, piccolo trubbish».

Quel pokémon, come lui, non aveva una tana. E mentre lui poteva contare sempre sugli avanzi che gli venivano portati (per qualche strano motivo che lui non era stato ancora in grado di comprendere) dai membri del Clan Ruggine, o da quelli del Team Flare Nouveau, quel piccoletto doveva trovare da mangiare nella spazzatura e Lysandre aveva visto con i suoi occhi quanto male erano trattati i trubbish dalla popolazione di Luminopoli... eppure, eccolo lì, a preoccuparsi per uno grande e grosso come lui.

«Sembra che ci sia ancora qualcosa di bello, in questo mondo» Sorrise, sfiorando le orecchie del trubbish con un indice, così simili ad uno sbrigativo fiocchetto «Hey, ti va di venire con me nella Piazza Centrale? Magari ci dividiamo un croissant. Sono sicuro che quelli del Nouveau ci hanno messo qualcosa da parte, eh?».

 

 


 


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sabato 1 novembre 2025

Lysandre che piange 2. Zygarde pupazzone

«Zygarde»

«Zeh?»
«Stai cercando di consolarmi?»
«Garh garh»
«Temo che la mia tristezza, oggi, sia un po' più grande di così. Non basta qualche coccola per farmi dimenticare il peso di questo mondo».

Zygarde sedette per un attimo sul selciato, pensieroso. Gli umani erano strani, perciò non sempre lui sapeva come prendersi cura di quello che si era scelto, ma c'erano delle parole che potevano aiutarlo... cosa aveva detto Lysandre? "Temo che la mia tristezza sia un po' più grande di così". Ma certo!

Il pokémon si alzò in piedi, scrollando la testa, e fece un breve ululato, richiamando a sé alcune delle sue cellule. Erano in pochi a saperlo, ma Zygarde aveva molte più forme delle tre che solitamente mostrava in battaglia, infinite possibilità di adattarsi al mondo che lo circondava, per risolvere i problemi più disparati... e adesso il problema era la tristezza di un essere umano, perciò Zygarde doveva cambiare.

Le cellule si slanciarono su Zygarde, ammorbidendo i propri contorni e preparandosi alla fusione, emettendo una luce verde e pulsante.

«Zygarde... cosa... cosa stai facendo?» Domandò Lysandre, alzando la mano per proteggersi l'unico occhio che teneva aperto

«Zeeeeh!».

Quando la luce si dissipò, Zygarde era cambiato in una cosa sola: la sua taglia. Adesso non sembrava più grande come un furfrou magro, ma era più massiccio, più alto, quasi un arcanine.

«Zeh!» Disse tutto fiero, girandosi in direzione dell'umano per mostrargli il petto poderoso

«Sei... diventato più grande?»

«Zeh!»

«Per... consolarmi?»

«Groh Zeh!»

«Non credo che... non credo che...»

«Zeh?».

Lysandre serrò le labbra. Non disse quello che voleva dire, ovvero che non credeva che avrebbe funzionato, perché, in effetti, un po' stava funzionando.

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«Allora, hai trovato quella persona?» Domandò Villy a Matiere, la detective più brava di Lumiose City

«Beh, era con Zygarde»

«E...?»

«Ed era un Zygarde strano, troppo grande rispetto a quello che conosciamo. Lui lo teneva in braccio come se fosse un enorme peluche. Sai, come quei peluche che i genitori dei bambini vincono per loro alle bancarelle? Quelli troppo grandi per loro?»

«Eh?»

«E piangeva»

«P-piangeva? Uhm... ma lo hai preso, quindi?»

«Quando si accorto che mi stavo avvicinando ha gridato "non mi prenderai mai vivo" e ha iniziato a correre con quel pokémon gigantesco in braccio. Non me la sono sentita di inseguirlo»

«Vabbé, lo capisco. Facciamo che lo fermi un'altra volta, và»

 


 



(Note: il fatto che Zygarde abbia multiple forme, infinite persino, e che sia capace di adattarsi a qualunque situazione cambiando forma in accordo con quello che gli serve è praticamente canonico, è un concetto che è stato scoperto fra i conept per pokémon X/Y trovati nel Teraleak! Cydonia, un content creator italiano che parla principalmente di Pokémon, ha coperto nel dettaglio la natura di Zygarde, ed è lì che lo abbiamo imparato).

 

 

 

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Lysandre che piange 1. Di fronte allo schermo

Quando aveva visto l'immagine sullo schermo Lysandre aveva dovuto sedersi.

Ora la stanza oscura, abbandonata, odorava di polvere e umidità, con quel sottile effluvio che permeava i luoghi sotterranei in cui i pokémon avevano fatto la loro tana, ma c'era stato un tempo in cui quel luogo era asciutto, pulito, asettico.

L'uomo non ricordava quel passato con precisione, la sua mente si era spezzata, ma flash di qualcosa, che sembrava essere stata la realtà anni prima, gli bombardavano il cervello, come schegge entrate attraverso i suoi occhi.

La realtà del presente era lo schermo. Uno schermo azzurro, enorme, unica luce accesa nel buio, accecante contro l'oscurità, che mostrava l'immagine di un progetto: un fiore meccanico, sbocciato verso il cielo. Perché un'immagine così bella gli provocava una sensazione tanto viscerale di orrore? Lysandre sentiva gli artigli di qualcosa che gli si aggrappavano allo stomaco, una voce che gli sussurrava nell'orecchio: "guarda".

E lui aveva guardato. E quando aveva anche ricordato, le lacrime avevano iniziato a rigargli la faccia.

«Sono stato io» Aveva sussurrato «Quella cosa... quella cosa orribile...».

L'arma finale. Ecco cos'era, quel fiore maledetto. Posta sottoterra dal mostro, il Re di Kalos di tremila anni prima, e riportato alla luce da lui, Lysandre, che aveva cercato di fare sbocciare ancora una volta la sua luce di distruzione.

Lysandre abbassò la testa, i palmi premuti contro gli occhi, le lacrime calde e viscide che gli si accumulavano sotto le palpebre, che scendevano sulle mani, che si accumulavano come pozze salate e bollenti. Come aveva potuto fare una cosa simile? Come aveva potuto essere così cieco?

Voleva morire. Doveva morire. E ora non avrebbe potuto farlo, condannato, come il Re di Kalos prima di lui, a vivere per un tempo inumanamente lungo. 

Non c'era nessuno ad udirlo, perciò lasciò andare un singhiozzo, e quel gemito rotto riecheggiò fra le pareti, mescolandosi al ronzio basso dello schermo. Pianse, stringendosi i pugni contro la fronte, i muscoli della schiena tesi, la testa incassata fra le spalle, piegato, senza riuscire ad alzare lo sguardo ancora una volta sul progetto dell'arma.

«Zeh!».

Una creatura elegante gli si avvicinò, muovendosi rapida sulle quattro zampe. Il suo corpo nero e verde emetteva un vago brillio nell'oscurità, specie gli occhi, bianchi e stranamente geometrici.

«Zygarde» Sussurrò Lysandre «Perché non mi hai fatto morire?».

Zygarde guardò il grande progetto, il fiore antico che Lysandre aveva estratto dalla terra in cui aveva dormito per tremila anni, e poi spostò di nuovo la testa verso l'uomo. Avevano trovato un modo di comunicare, loro due, così efficiente che sembrava condividessero i pensieri. A volte, Lysandre pensava, era come se Zygarde fosse nella sua testa... e forse, forse aveva ragione.

«Zeh gah» Disse il pokémon, con un tono lievo, come a dire "Guarda che non è morto nessuno"

«Però avrebbero potuto. Il piano... il piano era quello... ucciderli tutti»

«Zeh zeh?» "Ah sì? Tu sei l'unico che si è fatto male"

«La mia incompetenza non scusa la mia crudeltà»

«Gruff zeh» "Ma se hai fatto di tutto per farti fermare! Ti bastava non annunciarlo a tutta Kalos e nessuno ti avrebbe fermato"

«Non merito la tua compassione, Zygarde».

Il pokémon gli spinse la testa contro una gamba, socchiudendo gli strani occhi luminosi, e Lysandre sentì una sensazione calda, ma in qualche modo impalpabile, incorporea, propagarsi al suo corpo, fino al cuore.

«Gahr gahr zeh» "Il bene che hai fatto, amico mio... quello è più grande. E sono sicuro che farai ancora di più, molto di più".

Lysandre pianse più forte.

«Zah Garh» "Davvero non li capisco, gli esseri umani".


 

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