lunedì 29 aprile 2024
Il Cavalier Sotuttoio Nonècosì
mercoledì 6 dicembre 2023
La Principessa Starnutina
C'era una volta una giovane principessa che aveva un nome bello ed
elegante, ma era da tutti conosciuta come la Principessa Starnutina a
causa di un suo certo problema: era sempre afflitta da una pioggia di
starnuti, tanti che la gente poteva trovarla anche solo sentendo il
suono dei suoi etcí etcí.
«Starnutina,
sei nella tua stanza?»
Chiedeva il Re.
E da dentro Etcí.
«Ah, allora sei
lì».
Etcí nei corridoi, Etcí nella sala da pranzo, Etcí
pure in bagno e durante le passeggiate nella meraviglia del suo
giardino.
Il Re, che la amava moltissimo, si dispiaceva nel
vederla ridotta sempre in questo stato, con la povera Principessa che
dal grande starnutire aveva sempre mal di testa, gli occhi che
piangevano e non riusciva a finire una frase che subito uno
starnutone la interrompeva.
«Papà» Disse un giorno Starnutina
«Vorrei provare ad allontanarmi dal castello, che» e qui la
poverina fu interrotta da un sonoro etcí! «Sniff,
sniff, che ogni volta che sono nei giardini mi pare, etcí!,
di soffrire un po' meno del mio male. Forse, se cambiassi aria un
pochetto... etcí!».
La Principessa fece segno al Re di
continuare lui, che lei si era stancata di fare un lungo discorso e
interrompersi sempre; per fortuna il Re aveva capito e dispose di
mandare la figliola in campagna per tre giorni, nella speranza che
l'intuizione di lei fosse felice. La Regina si oppose, obiettando che
non era il caso di fare allontanare una ragazza così cagionevole, ma
il viaggio infine si organizzò, e il Re mandò con la ragazza una
servitrice fidata, che era come una zia per la principessa e le
avrebbe fatto compagnia.
Ci voleva mezza giornata di viaggio per arrivare in campagna, e la
servitrice notò che la Principessa non era poi così Starnutina
durante il cammino: piuttosto che un'allergia pesante, di quelle che
fanno piangere gli occhi e starnutire a profusione, sembrava avere
solo un raffreddorino, ed anche la principessa se ne rallegrò.
I
giorni in campagna furono meravigliosi per la nostra Principessa: si
alzava col canto del gallo e faceva colazione con la servitrice (che
lei chiamava sempre "Zia"), poi esplorava i campi e il
boschetto vicino e bastava la vista di un grillo, dell'erba
illuminata dal sole, di un paio di cornacchie in volo, per renderla
felice come una bimba. Per pranzo mangiava fuori sull'erba e
preparava dei piatti semplici (ma squisiti, perché la nostra
Starnutina sempre principessa era), e stava fuori finché non
arrivava la sera e tornava a fare compagnia alla cara Zia.
Era
sempre rispettosa del bosco, e mai si era divertita tanto! Pareva che
fosse cresciuta sotto un pino invece che dentro una culla
sfarzosa.
Il secondo giorno vide un grosso serpente nero che
prendeva il sole su un sasso, tutto srotolato e rilassato come chi
non ha un pensiero al mondo, che pareva un gioiello per come brillava
alla luce del giorno.
Alla Principessa parve così bello e placido che avrebbe avuto
dispiacere a disturbarlo, perciò augurò:
«Tante belle cose,
compare milordo», e in punta di piedi lo aggirò e continuò la sua
passeggiata.
«E belle altrettante te ne vengano, principessa»
Le parve di udire, ma era una voce così sottile e gentile, e poi lei
era tutta sola, che si persuase di averla solo immaginata. Piuttosto,
l'essere riuscita a non disturbare il serpente le fece realizzare che
era stata silenziosa: da quando era arrivata, i suoi brutti starnuti
erano spariti del tutto!
Tutta eccitata della scoperta (se n'era
accorta anche prima, ma il primo giorno non aveva sperato osare che
gli starnuti che l'avevano perseguitata sin dalla sua prima
adolescenza fossero davvero spariti per sempre), tornò a casa per
festeggiare con la sua accompagnatrice.
«Zia!» Esclamò «Mi
sento quasi che quel caro serpente debba festeggiare con noi. Cosa
posso lasciargli?»
«Ho sentito dire» Disse la servitrice «Che
i serpenti vanno matti per il latte»
«Non mangiano animaletti?
Davvero gli piace il latte?» Ripeté la principessa dubbiosa
«Così
ho sempre sentito dire. Dicono che ne siano così ghiotti che entrino
anche nelle stalle per bere il latte direttamente dalle bestie che lo
producono».
La principessa non era convintissima, ma si fidò della cara zia e
si procurò una scodellina del miglior latte di capra che trovò, lo
scaldò un poco (che ai serpenti piacciono le prede calde) e andò a
portarlo alla roccia a cui aveva visto il serpente. Quello non c'era
per il momento, ma la principessa lo lasciò comunque lì.
«Buon
pro vi faccia» Disse, e se ne tornò a casa sua.
I serpenti di
latte non ne bevono in realtà, ma, nonostante l'errore della
servitrice, la generosità della principessa non andò comunque
sprecata perché il serpente nero non era un animale comune, ma un
membro di quel popolo magico che noi umani a volte chiamiamo fate.
S'era fatto rettile perché, a parer suo, non c'era nessuna forma in
cui fosse più bello farsi riscaldare la pelle dal sole che da
serpente; se aveva apprezzato che la principessa non lo avesse
disturbato durante il suo bagno di sole, in quanto fata e non
serpente gradì ancora di più quell'offerta di latte, che condivise
con le altre fate sue sorelle che vivevano nel bosco con lui.
Mentre
sorseggiavano ognuna un po' di latte dentro certi graziosi
bicchierini decorati, chiacchieravano tra loro, e le fate decisero
infine di fare a loro volta qualcosa per la principessa gentile.
Nel
frattempo erano finiti i tre giorni di viaggio e la Principessa
non-tanto-Starnutina se n'era tornata al castello insieme alla
servitrice.
Lei riabbracciò prima il padre e poi la madre,
tutta felice di essere guarita, ma non appena ebbe finito di
abbracciare la Regina ebbe solo il tempo di dire:
«Papà
Maestà, finalmente ho smesso di...!» e subito uno starnuto troncò
la sua frase a metà.
La principessa era sbalordita e frustrata,
ma ancora più era disperata la corte: un giorno la principessa
avrebbe ereditato il regno, ma come si può avere una regina che è
allergica al castello?
«Maestà» Disse uno dei consiglieri del re, aggiustandosi gli
occhiali «Il Nano Muto forse potrà dirci la ragione del male della
principessa».
Infatti proprio in quei giorni stava arrivando in
città un artista molto particolare, un nano che era in grado di
raccontare storie bellissime senza dire mai una parola grazie
all'ausilio di un teatrino che aveva costruito tutto lui, solo con la
carta, e di un misero lume. Si diceva anche che fosse un grande
saggio, e che le storie narrate dai suoi pupazzi di carta fossero in
grado di rivelare grandi verità a chi assistesse a questi
spettacoli.
Il nano fu mandato a chiamare per esibirsi a corte,
sotto la promessa di una lauta ricompensa, e in soli due giorni (in
cui la povera Principessa Starnutina era stata tormentata peggio di
prima dal suo solito problema) era pronto ad imbastire il suo
spettacolo per i reali.
Anche stavolta il nano non disse una
parola, ma aprì il suo teatrino di carta pieghevole, che da chiuso
pareva proprio un libro, ed iniziò a muovere i cavalieri e le
amazzoni di carta, gli animaletti e i draghi bianchi, ognuno così
bello che sarebbero stati un piacere da guardare anche senza storia
alcuna, e il lume proiettava le loro figure grandi sulla parete per
permettere di vedere la storia anche alle persone distanti.
Il Re e la Principessa guardavano con uguale entusiasmo la storia,
sorridendo felici, bisbigliando ogni tanto e inspirando rumorosamente
ai colpi di scena, ma la Regina ad ogni secondo si rabbuiava di
più.
Alla fine si alzò dal trono e sbottò:
«Tutte
falsità, non è vero! Come osi accusarmi di fronte alla mia Corte?
Continua così e vedrai se non ti farò impiccare!».
Il nano
non rispose nulla, fermando le sue umili marionette di carta.
Lui
raccontava solo attraverso le proiezioni, e in assenza di parola, era
facile che ognuno vedesse dunque una storia diversa: così come i
pupazzi proiettavano le ombre sul muro, gli spettatori proiettavano
una storia sui pupazzi e ci vedevano dei dettagli diversi.
Il Re e la Principessa Starnutina, che erano buoni e gentili,
vedevano una storia che li interessava e sapeva anche farli ridere,
mentre la Regina si era tradita nel vedere le proprie malefatte in
quella carta e le sue ombre e si era così sentita accusata dal
nano.
«Come ti permetti! Io non farei mai niente del genere
alla principessa! E poi com'è che lo sapresti tu, dove sono le tue
prove?».
Conoscendo la madre ed insospettita da queste parole,
la Principessa Starnutina chiese subito alla servitù di controllare
le stanze della regina, e la sua fedele Zia le portò una strana
boccetta rinvenuta tra i profumi: una polverina inodore fine fine
fine, giallo pallido, apparentemente innocua, ma bastava aprire la
boccetta in cui stava e... Subito anche la povera servitrice iniziò
a starnutire!
A quel punto era chiaro che qualcosa di losco era
avvenuto, e dopo molte pressioni, la Regina confessò: erano anni che
somministrava quella polvere, che veniva creata macinando i semi
essiccati del Fior Pizzicore, alla principessa, mettendola sul suo
pettine, sulle sue posate, sul suo cuscino, sui suoi abiti, persino
spargendola sulle proprie mani per farla stare male quando la
abbracciava, come aveva fatto al suo ritorno qualche giorno prima.
La
Regina e il Re ne erano immuni, perché la Regina, che nella vita non
aveva niente da fare, aveva cosparso dell'olio essenziale del Fior
Pizzicore il pettine che Sua Maestà usava per i baffi e lo aveva
impastato nel proprio rossetto, così che quell'aroma, l'unico capace
di farlo, neutralizzasse gli effetti della polvere ricavata dai
semi.
La Regina sperava che così solo la figlia sembrasse
fragile e che, vedendo la Principessa cagionevole, il Re non avrebbe
abdicato in suo favore e lei avrebbe potuto tenere il suo potere di
regina un po' più a lungo, e ancora insisteva che la principessa
fosse comunque troppo debole per quel ruolo.
Ecco da dove veniva il male della Principessa!
Il mistero era
finalmente svelato.
Nonostante il Re fosse triste di questo,
perché le aveva voluto molto bene, la Regina fu punita aspramente:
tutti i suoi gioielli e i suoi beni preziosi furono dati in
ricompensa al Nano Muto, compresa la corona reale, e da quel momento
ella non fu più Regina.
Una volta che la Principessa era
guarita e poteva benissimo dedicarsi ai doveri a cui si preparava da
tutta la vita, il Re abdicò quel giorno stesso in favore della
figlia, e poté godersi il resto dei suoi giorni in pace, senza
regine cattive che mettevano cose strane sul suo pettinino per baffi
e senza più la responsabilità della corona.
Quanto alla
Principessa Starnutina, lei prese volentieri il posto del padre e
negli anni a venire starnutí solo qualche volta, e regnò con grande
intelligenza e bontà; in più, ora che non era più né Principessa
né Starnutina la gente prese a chiamarla col suo vero nome: Regina
Aureliana.
Ma c'è da rivelarvi un'altra cosa: il giorno in cui
Aureliana aveva scoperto la verità, prima che il Nano se ne andasse
carico e contento dei gioielli della madre, questi era andato a
parlare alla principessa, e a gesti le aveva fatto capire che gli era
stato proprio chiesto di venire qui da qualcuno.
«Di chi si
tratta, caro mio? Chiunque sia stato è ora un grande amico per me,
poiché ha fatto la mia fortuna».
Il Nano a questo punto
sorrise sotto la barbona e con un gesto sinuoso del braccio imitò un
serpente.
Poi rise senza voce, prese il suo teatrino e se ne
andò, e dicono che ancora oggi non si sia fermato e si possa avere
la fortuna di incontrarlo... Ogni volta che immaginiamo una grande
storia guardando della semplice carta.
Larga la
foglia,
Stretta la via,
Dite la vostra che ho detto la mia!
mercoledì 24 dicembre 2014
Storia di Natale 2014 - La gallina dorata
Gioia e meraviglia a voi e profumo di biscotti e case invase dalla luce e dalla musica!
Recuperare lo spirito del Natale, con tanto di sincera commozione, per qualche sconosciuto motivo sembra essere collegato alla prima episassi (perdita di sangue dal naso) di tutta la mia vita. Yuhu! Per la serie "cose strane". Ma sono felice lo stesso, pure sanguinando dal naso.
Yay!
Oggi si aprono i regali di Natale (che ho comprato, TUTTI, per TUTTA la mia famiglia, io, ragazza ventenne, con il mio denaro guadagnato disegnando, e sono felice, felice, felice di averlo potuto fare anche se significa che non avrò nessuna sorpresa quest'anno!).
È stato emozionante, alle 00:35 di notte, alzarsi in silenzio mentre tutta la famiglia dorme, scendere, scovare i regali che ho nascosto in tutti i punti della casa, incartarli, scrivere biglietti "fantasiosi" e infilarli a casaccio in mezzo al prese (ci ho messo pure una Wii, in mezzo al presepe, figuratevi un pò quanto è enorme la nostra rappresentazione della natività... e sono pure atea!).
E voglio fare un regalo pure a voi. Una favoletta (senza pretese nè niente, venuta di getto)!
Come una comune gallina dorata salvò una famiglia
C'era una volta una gallina dorata che viveva in un pollaio con altri tre suoi simili, poichè la persona che possedeva il pollaio era molto, molto povera e a stento aveva potuto permettersi di comprare gli animali, il materiale per costruire quell'unico piccolo pollaio e il cibo per mantenere gli uccelli. La gallina, di contro, era enorme e ben pasciuta, perchè i lombrichi non si comprano e la genetica non è un'opinione, e aveva le piume pulite, lucenti e profumate come citronella (vi accorgerete in molti, annusando una gallina pulita, che essa sa di citronella).
Quando fu la vigilia di Natale, il povero proprietario, che non poteva permettersi di uccidere un tacchino (che non possedeva), volle preparare uno splendido pranzo con una delle sue galline, e scelse proprio quella dorata perchè era la più bella e ben pasciuta, così preparò gli utensili per macellarla e, dopo essersi calcato in testa il suo cappello blu tutto macchiettato, si avviò poi al pollaio.
La gallina dorata, però, si avvide subito del cambiamento nel comportamento dell'uomo che si avvicinava a lei: lesse la minaccia nel passo cauto e nelle mani che si allungavano per prenderla, così prese a correre per non farsi acchiappare e corse per tutto il cortile, finchè l'uomo non fu stanco di correrle dietro.
L'uomo non capiva proprio perchè mai la gallina, che era sempre stata così mansueta, ora si comportasse in quel modo, poichè il povero contadino era abituato a pensare che tutte le galline fossero molto stupide.
Infatti, rispetto agli umani, le galline non hanno una grande intelligenza, ma sono di certo più dotate di quanto non gli si riconosca.
La gallina dorata, spaventata, non appena il povero contadino si fu allontanato, inquieta prese a cercare un modo per fuggire da quel luogo.
Gira avanti e gira indietro, alla fine salì su un mucchio di legna e mattoni e, battendo le ali più forte che potè, scavalcò la recinzione e fuggì.
Il mondo fuori era vasto e inesplorato, ma alla gallina non interessavano cose del genere: lei vide che era tutto calmo, che l'erba cresceva verde ai bordi delle strade e che gli uccelli continuavano a cantare sulla sua testa.
Dorata, chiameremo così la nostra amica pennuta, prese a camminare lungo una strada sterrata di campagna.
Bisognava dire che non faceva tanto freddo per essere il periodo di Natale, anzi che molti umani non portavano nè cappotti, nè sciarpe o cappelli, ma si vestivano come in primavera. La gallina, con il suo piumaggio caldo, stava più che bene.
Dei bambini inseguirono Dorata, ma si stancarono dopo pochi metri e la lasciarono in pace.
Ah, quanto cibo in questo grande mondo! Solo, le mancavano un pò le sue altre amiche galline. Ma d'un tratto Dorata sentì il verso di almeno una dozzina di sue consimili e poco dopo le trovò: stavano razzolando libere, scortate da una vecchia signora, e sembravano non avere alcuna recinzione.
Dorata subito si mise fra esse e prese a fare conoscenza, salutandole e stabilendo i ranghi gerarchici come dovrebbe fare ogni brava gallina per bene. Qui c'era persino un gallo! Pensate, un gallo, come quello che non gli aveva mai voluto portare il suo vecchio padrone, perchè non voleva che nascessero pulcini, nè tantomeno sentire il canto di prima mattina.
Ed era, questo della vecchietta, un gallo bianco ed enorme, con due bargiglioni rossi e una voce tonante, ma tanto gentile che le altre galline potevano beccargli letteralmente addosso.
Ah, che vita per la nostra Dorata! Le splendevano gli occhietti nel vedere tutta questa meraviglia, anche perchè riuscì a fare amicizia praticamente subito con le altre sue simili. D'altronde le cose non sono troppo complicate fra di loro, quando tutte non hanno voglia di litigare e c'è in giro cibo per tutti.
La vecchia, che si chiamava Allegra, dapprima non si avvide che c'era una nuova gallina, ma quando tornarono al pollaio, la notò subito: era più grossa delle altre e di una bellezza fulgida.
Venne il giorno di Natale.
A casa di Allegra vennero i figli ed i nipoti e vi fu un grande scambio di doni. Si videro Playstation e X-Box, si videro serie TV in DVD e maglioni pelosi, ogni sorta di gioco, gioielli e vestiti. Ad Allegra fu donato un televisore a schermo piatto e lei ne fu felice perchè così avrebbe potuto regalarlo ai suoi vicini, in quanto lei non se ne faceva molto di un televisore e aveva sentito dire che guardarlo troppo faceva anche male agli occhi.
L'albero di Natale, tutto decorato di luci multicolori, di addobbi dorati, di un puntale argenteo, era come la bandiera che indicava a tutti "ecco, questo è un territorio felice, non state alla larga, anzi entrate".
Le galline, in cortile, razzolavano tranquille perchè a loro importava ben poco della mattina di Natale, almeno finchè Allegra non veniva a spargere il becchime per loro, un pò più del solito, ed allora era festa grande.
Dorata non aveva mai mangiato così tanto e poi alle galline furono lasciati anche gli avanzi del pranzo di Natale: pasta e vongole, il grasso di alcune fettine di carne, rimasugli di verdure.
Fra tutti i nipoti di Allegra, solo uno non era contento: si chiamava Piero e gli era stato regalato un macchinone radiocomandato e un album delle figurine dei calciatori, ma a lui non piacevano le macchine e il calcio lo annoiava soltanto, anche se suo padre gli parlava quasi solo di quello. Piero, però, sapeva che i suoi fratelli e i suoi amici e tutti i maschi degni di quel nome non dovevano mai lamentarsi di un regalo che avesse qualche cosa a che fare con il calcio, perciò, semplicemente, se ne stava seduto su un gradino dell'entrata del cortiletto, guardando le galline che razzolavano, con l'album in una mano e il giocattolo buttato sull'erba come una vecchia cosa rotta e non come una nuova cosa di Natale.
Piero aveva paura di dire ciò che gli piaceva davvero, non avrebbe mai rivelato a suo padre che lui di sera, prima di andare a dormire, faceva a cambio con i giocattoli della sua sorellina, o che quando andava dalle sue cuginette amava i loro videogames in cui si da da mangiare ai cagnolini o le splendide case bianche con tutti quei delicati, bellissimi mobili... oh si, le case delle bambole le chiamavano, ed era un nome così fru fru per oggetti così raffinati e ogni volta che Piero ci pensava gli veniva la rabbia, da digrignare i denti e da spaccare in due tutte le sue armi giocattolo e le macchinine, perchè lui, lo sapeva, non avrebbe mai avuto una di quelle case finchè non fosse stato grande e ne avrebbe potuto costruire una e dire che era il modellino di una villa.
Dorata, vedendo un rimasuglio di dolce sulla manica del ragazzino, si avvicinò a lui.
Un'altra cosa che Piero amava molto erano gli animali, ma suo padre non voleva tenerne, e così loro non ne avevano; amando molto queste creature, il ragazzo conosceva tutte le galline della nonna, una per una, e aveva dato un nome a ciascuna, ma di Dorata non si ricordava proprio.
La guardò con la bocca spalancata, come se quello fosse un miracolo natalizio, poi la prese delicatamente in braccio (e da lui la gallina si lasciò prendere, perchè lo stupore e la delicatezza non allarmano gli animali, in genere).
Che razza di cosa era questa! Tutta d'oro come se l'avessero tuffata nel metallo fuso e con delle belle zampe che sembravano gli speroni d'un gallo, paffuta e graziosa.
Piero la desiderò con intensità quasi dolorosa, poichè tutti avevano ricevuto un regalo vero, tranne lui, e a lui quella creatura piaceva.
Sua nonna comparve dalla cucina e interpretò subito lo sguardo del ragazzo. Oh, lei era una brava nonna: disse a Piero che aveva dimenticato di incartargliela e mettergliela sotto l'albero, anche perchè sarebbe soffocata in un incarto, ma che la gallinella dorata era il suo regalo di Natale.
Felice come una pasqua, Piero corse da suo padre e gli disse che quello era un regalo della nonna.
Dovete sapere che il padre di Piero, a causa di una situazione matrimoniale piuttosto instabile, non poteva più offendere sua suocera in alcun modo, così era costretto ad accettare da lei qualunque dono, ed Allegra lo sapeva, per questo aveva dato la gallina al suo amato nipote.
Così il padre dovette fingersi contento, entusiasta, e fare mille moine a quel volatile che lo disgustava come tutto quello che gli ricordava le umili origini della famiglia di sua moglie. Lui era un uomo serio, ok, forse non troppo serio vista la sua passione per le battute da cabarettista, ma era senza dubbio un uomo d'affari, di quelli importanti, e percepiva come una grossa umiliazione che suo figlio, il figlio di un uomo ricco e importante, avesse ricevuto come regalo una gallina viva. Di tutti i volatili, ecco, il meno nobile di tutti! Il più stupido! La gallina.
Se Dorata avesse saputo cosa quell'uomo pensava di lei, si sarebbe indignata e di certo avrebbe provato a cavargli un occhio, probabilmente riuscendoci.
Ma l'uomo ci teneva ancora alla sua famiglia, se non altro perchè i suoi colleghi lo avrebbero guardato come un poveraccio se lui l'avesse persa, durante il periodo di Natale per giunta, così egli promise di comprare una casetta per la gallina e metterla in giardino, pur con una fitta di disgusto al pensiero che quello stupido volatile-non-volante avrebbe potuto fare alle sue violette ed ai gerani e a come avrebbe spiegato al suo giardiniere che avrebbe dovuto fronteggiare una minaccia ambulante su zampe raspanti come quella.
La gallina fu chiamata proprio Dorata e per il tempo in cui furono a casa della nonna rimase fra le altre galline, accompagnata piuttosto spesso dal suo nuovo padroncino, che era fuori di sé dalla gioia di avere un animale tutto per sé e pensava già a quali trucchetti avrebbe potuto insegnarle (sempre che si potessero insegnare dei trucchetti ad una gallina) e a come fotografarla non appena fossero tornati a casa, per poi condividere le foto su Instagram, ma soprattutto dove portare a razzolare, un pò come si portano le pecore al pascolo, la sua amica pennuta.
La gallina, dal canto suo, si era già abituata a quel piccolo umano che le veniva dietro e che ogni tanto le accarezzava la schiena con le punte delle dita, come se avesse paura di spaventarla.
Quand'ecco che qualcuno si avvicinò al cortile, un uomo vestito con laceri abiti da lavoro e un cappellino da baseball blu tutto punteggiato di macchiette di cemento: era il contadino povero che aveva perso la gallina e che stava salendo in paese per cercare qualche offerta in un supermercato e vedere se poteva permettersi una buona cena.
La gallina, non appena vide l'uomo, battè le piccole ali e prese a correre, ma così facendo attirò l'attenzione del contadino, che subito la vide e la riconobbe, anche perchè lei era tanto diversa dalle altre gallinelle, più sottili e bianche e nere, che razzolavano nel cortiletto.
Così il povero si avvicinò e spiegò che quella era la sua gallina e che era fuggita.
Il bambino negò, dicendo che era un regalo della sua nonna.
Il contadino volle sapere chi mai fosse la sua nonna e gira che ti rigira alla fine pure la nonna spuntò, quando udì la discussione fra il giovane e il vecchio farsi più accanita.
Allegra e il povero contadino si guardarono negli occhi e ammutolirono.
Persino le galline rimasero in un catatonico silenzio finchè la nonna non prese a ridere ed andò ad aprire al contadino, lo abbraccio ed entrambi quasi piansero, in preda ad una crisi isterica di felicità,
Saltò fuori la storia che il povero non era altri che il nonno, il marito di Allegra, Rinaldo, che anni prima si era perso di vista con lei durante un gran guazzabuglio dovuto al programma di protezione testimoni, e alla fine aveva deciso di ritirarsi a vivere in Calabria, la regione più povera d'Italia, dove era sicuro che non l'avrebbero mai trovato, ma che, ahimè, neppure la donna che amava di più al mondo sarebbe mai riuscita a rintracciarlo.
Senza più un soldo, l'uomo aveva iniziato a lavorare come raccoglitore di arance e in molti anni aveva racimolato abbastanza denaro da comprarsi un minuscolo appezzamento di terreno e una minuscola casetta di legno e poter vivere coltivando un altrettanto minuscolo orticello e lavorando saltuarialmente ancora come raccoglitore di agrumi.
Sua moglie lo credeva morto.
Ma ora erano di nuovo insieme e sarebbe stato fino alla fine dei loro giorni.
Fu così che il padre e la madre di Piero non si separarono, la famiglia di Allegra fu ricomposta, Dorata si salvò e Piero ebbe il regalo che aveva sempre voluto e che lo spinse a diventare, da grande, il più ricco allevatore di pollame del Sud Italia.
Quanto al gallo, lui e Dorata ebbero molti e molti pulcini e furono quelli ad essere selezionati per diventare una nuova razza altamente produttiva, nonchè bella e pluripremiata.
Perciò, ricordatevi, niente è insignificante: neppure la gallina fuggita di un pover'uomo.
