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lunedì 3 agosto 2026

La fanart del giorno 31. Asking for directions (by Jajna)

Benvenute e benvenuti in questa rubrica in cui vi mostriamo le fanart (e a volte persino le commission!) dei nostri personaggi, disegnati da artiste e artisti talentuosi da tutto il mondo, e le commentiamo! Perché, insomma, un po' di fierezza ci vuole, no? Siamo fieri che le persone scelgano di disegnarli, e per dimostrarlo mettiamo i loro lavori sotto lo spotlight!

L'incredibile illustrazione di oggi è stata creata per noi da Jajna!

Adoriamo i crossover, quando i nostri personaggi compaiono in illustrazioni insieme ai personaggi degli altri... e vedere Sangreal apparire in una scena del genere, con una fata a chiedergli informazioni, è assolutamente fantastico! 

È interessante... nonostante il mondo di Fish don't Cry sia molto, molto più sci-fi che fantasy, in realtà i fae esistono lì, perciò che incontri qualcuno come Titioh  è perfettamente plausibile.

Per fortuna Sanny ha una buona capacità di orientarsi, mappando ciò che lo circonda grazie al suo campo elettrico, e alla sua buona memoria: dopotutto riesce a muoversi in uno spazio quasi completamente oscuro, nelle profondità dell'oceano, con pochissimi (e a volte nessuno) punti di riferimento, quindi saprà certamente dare indicazioni a Titioh, se quello che lei sta cercando è la terraferma!

E poi questa scena è "formattata" come se si trattasse del panel di un fumetto, ancora più iconica quindi se pensate che Sangreal è protagonista di un suo fumetto. E fun fact! Anche noi abbiamo disegnato Titioh (beh, è solo uno sketch...) in una pagina del fumetto ufficiale di Fish don't Cry. 

 
Il feeling della scena è deliziosamente organico, e ci piace il modo in cui Sangreal sembra ascoltare attentamente la richiesta di questa strana creature terrestre (o dell'aria?). Continuiamo a guardare e ri-guardare questa illustrazione.

Grazie Jajna per averla realizzata per noi!

Sangreal è uno dei personaggi di Fish Don't Cry! Dategli un'occhiata, se cercate un'avventura misteriosa, magica e piena di... biologia marina! 

lunedì 29 aprile 2024

Il Cavalier Sotuttoio Nonècosì

C'era una volta un cavaliere, non proprio prode e non esattamente onesto, che scorrazzava per le terre di Sicilia andandosene in giro a risolvere, a suo dire, i guai della povera gente.
Egli era convinto di saperne una più del diavolo, ed i primi tempi la gente in difficoltà era felicissima di avere aiuto da un uomo tanto sicuro di sé: il cavaliere si dava tante arie che la gente gli credeva, e con fiducia chiedevano di essere soccorsi da questo cavaliere saggio e valoroso. 

«Cavaliere, i briganti assediano la mia casa!» Chiamava disperato un povero diavolo, e subito quello accorreva.
«Cavaliere, sono ammalata e non posso occuparmi del mio orto! Morirò di fame se le mie piante si seccano!» Gridava una contadina sfortunata, e subito quello accorreva.
«Cavaliere, vogliamo pagare meno tasse» Diceva una famiglia di furbetti (che c'erano anche quelli), ed anche a questa richiesta il cavaliere accorreva subito.
 
Aveva una soluzione pronta per tutti!
Al povero diavolo disse di comprarsi un gallo, che lo avvertisse quando arrivavano i malviventi, e di scrivere un bel cartello su cui si leggesse "Qui non si ruba, o Dio vi castigherà": il timore di Cristo li avrebbe fermati.
Alla famiglia di furbetti consigliò di diventare briganti, così avrebbero potuto fare molte nefandezze senza pagare le tasse, li invitò ad unirsi ai briganti già esperti che assediavano la casa del povero diavolo ed infine li mandò tutti ad occuparsi dell'orto della donna sfortunata.
 
Tutti seguirono i consigli del cavaliere.
I briganti non sapevano leggere e anche se l'avessero saputo fare il cartello non gli avrebbe messo paura, perciò rubarono il gallo, diedero un sacco di calci al povero diavolo e poi andarono all'orto della contadina sfortunata, dove sradicarono tutti gli agli e le carote, li nascosero in borse e calzari e se ne andarono.
Una dama onesta, amica della donna sfortunata e venuta per accudirla nel periodo della sua malattia, vide l'accaduto e denunciò alle autorità i banditi analfabeti, che vennero catturati e messi in prigione.
 
«Qui finisce il mio lavoro» Disse il cavaliere soddisfatto, e cavalcò verso l'orizzonte.

Il cavaliere se ne andava notte e giorno a fare di queste prodezze che lasciavano sempre più tristi e spiantati quelli che lui "aiutava", con meno denaro, talvolta meno denti, meno oggetti in loro possesso; forse ottenevano solo più lividi e lacrime.
Nessuno a questo punto chiedeva più il suo aiuto, e visto che il cavaliere non accettava consigli e pretendeva sempre di avere ragione, il popolo gli affibbiò un nomignolo.
«Non è vero!» Diceva sempre, scattando, se solo sentiva una persona fare una qualunque spiegazione in sua presenza «Non è così! So io come stanno le cose!» e diceva la sua, sbagliata e non richiesta, e così faceva danno. Per questo ormai il popolo lo chiamava Cavalier Sotuttoio Nonècosì, e lo disprezzava.

Un giorno accadde che il Re facesse un bando: la figlia che amava più dei propri occhi e del cuore, erede al trono ed ancora molto giovane, soffriva di una strana condizione che la faceva starnutire in continuazione. C'era forse qualcuno nel regno in grado di guarirla?

Già il primo giorno dopo che il bando era stato proclamato il Cavalier Sotuttoio era lì, attirato dalla promessa che il Re avrebbe esaudito un desiderio di chi avesse guarito la sua Principessa Starnutina, ma soprattutto dal poter fare sfoggio della sua saggezza.
Insieme a lui si era presentata solo una vecchietta vestita umilmente, ma con un modo di parlare e muoversi tale da incutere rispetto in chiunque; in chiunque, tranne che nel nostro Cavalier Sotuttoio, che già aveva fabbricato un piano per aiutare la principessa.
 
«Il male della Principessa non è nulla, Vostra Maestà»
«Stai per dire una cosa molto stupida» disse l'anziana donna, che l'aveva riconosciuto e voleva risparmiargli l'umiliazione davanti ai reali
«Non è vero!» sbottò immediatamente il cavaliere «Non è così! E ti di dico io perché, io lo so! Per guarire la principessa, basta metterle i diti nel naso».
E a passo baldanzoso andò dalla Principessa Starnutina e le mise i mignoli nelle narici.
 
La principessina lo guardò con gli occhi grandi per lo stupore, poi le si contrasse tutta la faccia e starnutì comunque, con le dita del cavaliere nel naso.
«La principessa non funziona tanto bene» Commentò il cavaliere, al che la principessa gli diede un calcione e un altro glielo diede il re suo padre.

La punizione per l'insolenza del Cavalier Sotuttoio Nonècosì sarebbe potuta essere molto peggiore se non fosse intervenuta la vecchia, ridendo.
«Vostre Maestà» Disse «Mai vidi uomo più sciocco dal vivo, e vorrei condurre un esperimento. Se dovesse fallire ve lo riporterò e potrete castigarlo a piacimento, ma se dovesse riuscire lo riporterò comunque a voi come vero prode cavaliere, e avreste un suddito valoroso in più».
 
Il Re aveva rispetto per l'anziana, e ci rifletté. Nel frattempo, la vecchia si rivolse così al Cavalier Sotuttoio:
«Tu sei un idiota, ma forse ti puoi ancora salvare. E se anche non funzionasse, mi sarei fatta una risata»
 «Come osate, signora, insultarmi così apertamente?» esclamò il cavaliere, fumando di rabbia
«Se preferisci, posso lasciare che ti puniscano ora, mentre l'arrabbiatura è ancora fresca»
«Hmm, no no».
I reali accordarono all'anziana di tentare di correggere quel terribile Cavalier Sotuttoio, e così la vecchia lo portò con sé.
 
«Tu sei così scemo, perché le conseguenze delle cose che dici non le hai mai provate sulla tua pelle, quindi ora cambiamo musica. Tu dici di essere saggio, non è così?»
«È così! So tutto io!»
«Allora facciamo una scommessa. Ti porrò tre quesiti e tu dovrai rispondere e dimostrarmi che è vero sulla tua pelle: se sei così saggio sarà un nonnulla per te, io dichiarerò già oggi che sei un prode cavaliere e il Re e la Principessa non ti puniranno»
«Sono certo di sapere le tre risposte meglio di te, vecchia signora»
«Staremo a vedere».
 
I due strani compagni di viaggio, la vecchia a dorso di asina e Sotuttoio sul suo destriero grigio, cavalcarono fino ad un mercato del pesce in riva al mare. Lì l'anziana salutò una pescivendola robusta, con una benda sull'occhio e la testa protetta dal sole da un fazzoletto azzurro, e le bisbigliò qualcosa, poi pose la sua prima domanda al Cavalier Sotuttoio.
 
«La mia amica Polena ha portato oggi una rarità al mercato, un magnifico pesce speranza. I pesci speranza sono animali speciali benedetti dal mare, che possono essere di qualunque specie, ma solo un pesce su diecimila riceve quella benedizione. Hai capito?»
 
«Lo conoscevo già» disse il cavaliere per darsi delle arie «Anzi, ti faccio sapere che in realtà c'è un pesce speranza ogni diecimila e tre a voler essere precisi. Un mio cugino fraterno pescatore, che sa tirare su di certi pesci giganti, una volta ha preso diecimilatré pesci sul suo barchino e uno era proprio un pesce speranza, perciò io le so benissimo queste cose»
«Allora» disse la vecchia sogghignando «Saprai anche come mai si chiamano pesci speranza e di quali favolosi poteri sono dotati, giusto?»
«Queste saranno cose sconosciute a te, vecchia signora, ma non certo a me! Io, di pesci speranza, ne ho già mangiati due, ed è così che ho ottenuto la mia saggezza sul mare: proprio mangiando questi pesci benedetti».
 
A questo punto, Polena la pescivendola prese la parola.
«Messer cavaliere» Disse «Sono molto impressionata dalla vostra conoscenza, vi prego di accettare il pesce speranza che ho tra la mia merce in segno di stima ed ammirazione!»
«Questo vi fa onore, signora dei pesci» gongolò il cavaliere tutto compiaciuto «Le cose belle vanno sempre a chi le sa apprezzare! Tipo me».
 
Polena sollevò una piccola giara ricolma d'acqua e la diede al cavaliere. Lì dentro c'era il pesce speranza, vivo e vegeto, che guizzava nell'acqua di mare; prima di essere stato benedetto era stata una piccola lampuga, ma ora la sua nuova condizione era subito visibile, poiché la livrea dei pesci che ricevevano la benedizione del mare mutava, creando bellissime macchie iridescenti su tutto il loro corpo che ricordavano i giochi di luce e ombre proiettati sulla superficie del mare.
I due salutarono e se ne andarono, senza che il cavaliere ringraziasse.

«Ora che hai dato la risposta alla mia prima domanda, devi anche provarmi che è vera, come da accordi» Disse la vecchia sorridendo.
Il cavaliere la guardò con sdegno. Si era legato la giara alla schiena come se fosse uno zaino, e ad ogni passo si sentiva lo slosh slosh dell'acqua che ondeggiava nel contenitore.
«Sei proprio una vecchia sciocca a chiedermi di dimostrare l'ovvio» Disse il cavaliere, col naso all'insù «Visto che sei meschina e vuoi burlarti di me, avrò grande piacere a mangiare questo pesce da solo e non dartene neanche un pezzetto»
«Come preferisci».
Il Cavaliere Sotuttoio Nonècosì già pregustava il pesce speranza arrosto (anche se in realtà non ne aveva mai mangiato uno e non sapeva se il sapore gli piacesse davvero, e non riusciva neanche a capire di che specie fosse), ma quando i due si fermarono e il cavaliere si apprestò ad estrarre il suo pranzo dalla giara e staccargli la testa con la spada, avvenne qualcosa d'incredibile: la testa rimase attaccata, e la mano dell'assalitore, all'improvviso, si gonfiò.
Il Cavalier Sotuttoio cacciò un urlo e la spada gli cadde di mano, mentre la vecchia rise di gusto, prese il pesce speranza e lo rimise nella giara, dove quello riprese a nuotare come se nulla fosse.
 
«La mia mano! La mia mano!» Urlava e piagnucolava il cavaliere, perché quella mano gonfia gli bruciava e doleva terribilmente.
«Bravo lo scemo: i pesci speranza non si mangiano» Disse chiaro e tondo la vecchia «Quando una creatura è benedetta dal mare, fintantoché ha addosso anche una singola stilla d'acqua non può essere uccisa, ed attaccarla ha conseguenze gravissime. Ora hai ricevuto la Maredizione»
«Maredizione?»
«La maledizione del mare. Si propagherà dal punto in cui hai toccato con cattiveria il pesce benedetto fino alla tua testa di palloncino, gonfiandola più di quanto già non sia gonfia»
«E allora morirò?»
«Perché lo chiedi a me? Non sapevi tutto, tu?».
Il cavaliere pareva così spaventato, però, che l'anziana si mosse a compassione e decise di rassicurarlo.
«C'è un rimedio alla maredizione, e stiamo per andare da una giovine che ha tutti gli strumenti per salvarti»
«Andiamo, andiamo allora!».
 
Ancora una volta la vecchia ed il cavaliere si incamminarono, lei sul suo asino e lui sul suo cavallo, finché non raggiunsero una deliziosa casetta di pietra in mezzo al bosco, tutta festonata di edera.
La vecchia chiamò; una ragazza con capelli lucidi e scuri come inchiostro aprì la porta e li invitò ad entrare.
Era vestita tutta di verde e nero, e parlava con garbo ed intelligenza, anche se non poteva avere più di quindici anni.
«Mora ha tutte le conoscenze e i materiali che ti servono per sciogliere la maredizione» Spiegò l'anziana
«A me sembra una ragazzina» obiettò Sotuttoio
«Sarò anche giovane» rispose Mora affabile, con gli occhi neri che ridevano «Ma è da quando ho iniziato a parlare che m'interesso di erbe e magia, quindi, se ci pensi, sono più di dieci anni di esperienza»
«T'intendi di magia da quando eri piccola?» Sotuttoio storse il naso «Fossi scemo a farmi curare da una strega! No e poi no, una strega no! Le streghe, si sa, fanno rimedi e medicine solo per controllarci e ferirci, mai per guarire! Me ne occupo io, piuttosto!»
«Si vede che col pesce ancora non ti è bastata» la vecchia scosse la testa «Allora questa è la mia seconda domanda: come si scioglie una maredizione?»
«Lo so! So tutto io! Non ho bisogno di streghe!».
 
Così il cavalier Sotuttoio Nonècosì iniziò a pestare foglie secche e mischiare ingredienti a sentimento, convinto che se poteva faro quella ragazzina ci sarebbe sicuramente riuscito anche lui, finché non ebbe davanti qualcosa che gli pareva fosse un plausibile rimedio anti-maledizioni: una broda viola che odorava di calzini panati.
Nel frattempo la maredizione era avanzata, ed oltre alla mano gli si erano gonfiati pure il polso e l'avambraccio.
«Sono pronto» Disse il cavaliere. Bevve la propria pozione con aria di superiorità e immediatamente si sentì diventare debole come un foglio di carta.
«Mi congratulo, ti sei avvelenato» Annunciò la vecchia
«Per guarirti dall'avvelenamento mi manca solo un ingrediente: del carbone» disse Mora «Dovete portarmelo in fretta, perché tra il veleno e la maredizione, questo signore non è messo molto bene».
 
E così lo strano duo si incamminò di nuovo, la vecchia sull'asino, con la giara sulle spalle, e il cavaliere gonfio sul suo cavallo grigio, finché non giunsero sul bordo di un crepaccio.
Il cuore di qualunque persona coraggiosa avrebbe comunque sussultato nel vedere le profondità del crepaccio e le sporgenze aguzze che ne costellavano le pareti, senza parlare dei grossi sassi sul fondo. Solo alcune agavi appuntite e arbusti pungenti avevano osato crescere sulle pareti scoscese di quel dirupo, affondando le radici nella terra rossiccia.

Era necessario attraversare il crepaccio per arrivare alla vecchia miniera dove prendere il carbone, ma il cavaliere, a dirla tutta, non ne aveva poi troppa voglia. Non vedeva neanche un ponte completo: ce n'era uno, ma non si potevano poggiare i piedi da nessuna parte.
«Ecco l'ultima domanda: come si fa a passare dall'altro lato?» Chiese lentamente la vecchia.
Il cavaliere, che ormai aveva anche il braccio e la spalla gonfi e il resto del corpo debole come quello di un gattino, stava per rispondere al solito suo quando si fermò.
Non aveva forse subito abbastanza danni? Valeva davvero la pena di cadere in un burrone pieno di cose appuntita per fingere di sapere di cosa stessero parlando?
Così, per la prima volta da anni, il cavaliere esitò... e dopo un po' chiese:
«Tu sai già come si passa in maniera sicura?».
La vecchia sorrise: «Sì».
 
Il primo istinto del cavaliere era quello di urlare che comunque lui lo sapeva meglio di lei, ma non era vero ed era una cosa terribilmente sciocca da fare, così invece disse:
«Non so come si passa, sono debole, stanco, e non ce la faccio da solo. Puoi accompagnarmi?».
 
La vecchia prese le briglie del cavallo su cui si reggeva ormai a malapena il Cavalier Sotuttoio e in un attimo si ritrovarono a camminare sull'aria sopra il crepaccio, sospesi nel vuoto!
In realtà il cavaliere scoprì che il ponte che aveva visto prima non era incompleto, ma solo parzialmente fatto di un cristallo di rocca tanto puro e trasparente da lasciare vedere attraverso di esso tutto il crepaccio, ma era perfettamente sicuro da attraversare.
 
I due recuperarono il carbone e tornarono da Mora, che così poté guarire il cavaliere.
«Appena in tempo, eri in fin di vita» Rivelò la giovane strega
«Ma non sono ancora fuori pericolo: ancora non so come sciogliere la maredizione» osservò il cavaliere, preoccupato
«Io sì»
«Puoi dirmelo?»
«Anche se sono solo una strega e una ragazzina?»
«Tu sei la persona che mi ha salvato la vita. Io di te mi fido, e mi spiace di aver dubitato prima. Cosa posso fare?».
Mora era soddisfatta, e rispose:
«Dovrai toccare di nuovo il pesce benedetto, ma stavolta con l'intenzione di accarezzarlo e scusarti, non di aggredirlo. Ho con me un unguento che potrà consentirti di toccarlo, perché, da sole, le creature maredette non possono più toccare l'acqua salata»
«Aiutami, te ne prego».
Il cavaliere seguì le indicazioni che gli vennero impartite e con suo stupore il petto e le spalle si sgonfiarono, poi il braccio ed infine anche la mano.
Era ancora troppo orgoglioso per chiedere scusa ad alta voce, ci sarebbe voluto ancora del tempo perché lasciasse del tutto le brutte abitudini alle proprie spalle, però nella propria mente pensò:
 
"Scusa, pesciolino. Senza neppure avere fame stavo per ucciderti per fare bella figura, ma d'ora in poi non voglio più farmi dominare dal mio orgoglio, parola del cavalier Rodomonte!".
 
Questo era infatti il vero nome del nostro Cavalier Sotuttoio Nonècosì, il nome che gli era stato negato e sostituito con un nomignolo dal popolo a causa del suo comportamento odioso.
L'anziana ed il cavaliere si fermarono ancora qualche ora in casa della giovane, per dare tempo al cavalier Rodomonte di riprendere le forze prima di incamminarsi, poi ringraziarono dell'ospitalità, la vecchia si caricò la giara col pesce benedetto sulle spalle ed i due salirono sulle rispettive cavalcature per fare ritorno al palazzo reale.
Quando il Re e la Principessa acconsentirono a riceverli, la vecchia si raccomandò:
«Rimani un po' in disparte finché non te lo chiedo, e quando ti chiamerò puoi raggiungermi».
Il cavaliere disse che aveva capito, così l'anziana avanzò al cospetto delle loro maestà, parlando con voce ferma.
«Maestà, ho messo alla prova questo cavaliere»
«Di che, e-e-etcì, prova si è trattata?» Chiese la Principessa Starnutina, incuriosita
«Gli ho fatto tre domande, così che lui potesse darmi la risposta che riteneva giusta e darmi prova delle sue parole»
«Ed ha risposto correttamente?» volle sapere il Re, passandosi le mani sui baffi con aria pensierosa
«Niente affatto, Vostra Maestà. Le prime due domande le ha sbagliate, all'ultima non ha risposto proprio».
Il cavalier Rodomonte sentì allo stesso tempo lo stomaco che gli sprofondava e la faccia che si riscaldava come un caminetto acceso, tante erano la rabbia e l'imbarazzo che provava. Il suo primo impulso fu quello vecchio e collaudato di adirarsi e urlare, insultare la sua compagna di viaggio e dire che non era così, che sapeva tutto lui e non sapeva niente lei.
Eppure si trattenne.
Era stato onesto quando aveva promesso a se stesso che avrebbe provato a non farsi più dominare dal proprio orgoglio, perciò con grande sforzo ricacciò indietro le brutte vecchie abitudini.
 
Ci fu un attimo di silenzio mentre il Re meditava sulle parole che gli erano appena state dette, ma la vecchia non aveva finito di parlare.
«E quella risposta mancante lo ha salvato, Maestà, perché ha dimostrato di avere finalmente mosso un primo passo sul sentiero giusto» Proseguì, ed il cavaliere si sentì rinascere «Vi prego di non punirlo, anche perché, in fede, vi dico che non sareste in grado di fargli tanto male quanto se è fatto da solo oggi senza ucciderlo. Piuttosto, se vi garba, pigliatelo al vostro servizio»
«E perché me lo dovrei pigliare?»
«Perché all'inizio della strada che lui sta percorrendo c'è il Cavalier Sotuttoio, e con quel primo passo, che poi è quella prima risposta che non ha dato, sta finalmente iniziando ad allontanarsi da quel cattivo cavaliere. Se farà altri passi se lo lascerà alle spalle, ma tutti, quando dobbiamo scappare dai nostri cattivi cavalieri, possiamo avere all'inizio gambe deboli che ci rendono difficile proseguire il cammino».
La vecchia tese una mano verso Rodomonte, invitandolo a chiudere la distanza tra loro ed affiancarsi a lui, e lui obbedì.
«Questo stupido deve rimediare a tutto il male che ha fatto, non causando più guai e facendo, per una volta, quello che si suppone faccia un buon cavaliere: usare le proprie capacità per aiutare gli altri. Voi, Maestà, potete dargli questa possibilità. Per ogni volta che riuscirà a non comportarsi da Cavalier Sotuttoio Nonècosì, le sue gambe saranno un po' più robuste e lo porteranno sempre più lontano dall'essere quel furfante. Se lo volete, pigliatevelo, Maestà, ma in una posizione che gli si confaccia, non tra le guardie scelte: ci sono persone che si sono comportate bene tutta la vita e meritano quei posti molto più di lui»
«Tu parli bene, nonna» disse la Principessa tra uno starnuto e l'altro, chiamandola con un nomignolo affettuoso «Ma vorrei sentire anche cosa ne dice il nostro cavaliere. Saresti felice di essere preso al servizio del regno e di aiutare la brava gente, anche se dovessi fare da scudiero ad altri cavalieri?».
Il cavalier Rodomonte avrebbe preferito essere già capo delle guardie, ma con sua sorpresa sentì anche qualcosa di diverso nel proprio cuore, un calore diverso da quello della rabbia. Il fatto stesso che qualcuno avesse teso la mano per aiutarlo, che gli avesse dato una seconda possibilità anche se aveva visto bene tutti i suoi difetti, lo riempì di speranza e con grande risoluzione disse:
«Di più non posso chiedere, Principessa. Io sono Rodomonte, addestrato a cavalcare e tirare di spada e queste capacità io le metterò al servizio della brava gente, e se il mio impegno può portare qualcosa di buono ed un giorno rendermi degno di perdono e considerazione, così sia. Mi rimetto nella bontà delle vostre mani e nel lavoro delle mie».
 
I reali ascoltarono ed iniziarono a parlare tra di loro.
«Buona fortuna, Rodomonte» Disse la vecchia «Io riparto»
«Oh. Di già?»
«Guarda che siamo stati assieme tutto il giorno»
«E questo è anche vero, ma... non c'è altro che devi dirmi?»
«Cosa vuoi che ti dica? Addio?»
«Pensavo... ti sembrerà sciocco, ma mi ero fatto quest'idea che siccome sei una vecchina che mi ha salvato, tu fossi segretamente una fata buona e che me lo avresti rivelato prima di andartene».
La vecchia scoppiò a ridere.
«La fantasia ce l'hai» Disse, prendendolo in giro bonariamente «No, no, non sono una fata. Sono una vecchina vera»
«Ah»
«Non c'era bisogno che io fossi una fata» la vecchia sorrise «La gente è capacissima di cambiare il proprio destino senza avere le orecchie a punta, sai? Anche tu puoi farai la differenza. Ne hai fatta pure troppa finora»
«Hmm»
«Ci salutiamo qui allora. Sei stato bravo, alla fine, anche se ti ci è voluto quasi di morire. Tanti altri sarebbero andati incontro alla fine per orgoglio oggi, o non avrebbero ammesso di non avere le risposte e fatto finta di nulla, così sarebbero rimasti persone terribili: chi lo sceglie può cambiare, così come hai fatto tu e così come ho fatto io»
«Come hai fatto tu? Che intendi?»
«Ci sono ogni sorta di cattivi cavalieri là fuori, che tendono la spada e ci fanno loro prigionieri. Ognuno di noi potrebbe avere il suo e ce ne sono di tutti i tipi: brutte abitudini che ci controllano. Tu sei diventato Cavalier Sotuttoio, ma se hai paura di non riuscire a fare niente diventi com'ero io, quando ero ragazzina, che ero Cavalier NonCeLaFaccio, convinta che tutto il mondo lo dovessero vivere gli altri e di non essere abbastanza forte o brava per fare una cosa qualunque.
Ma un giorno mi sono stufata di essere quella persona e un passo alla volta, partendo con le gambe deboli, sono diventata una vecchina che può cambiare il destino di un cavaliere, un re ed una principessa, che ci si aspetta diventi fata da un momento all'altro. E tutto solo per passare un pomeriggio divertente».
La vecchia rise di nuovo e i due si salutarono per l'ultima volta; Rodomonte la guardò allontanarsi.
 
Dopo poco i reali comunicarono al Cavaliere che, a patto che si comportasse bene, se lo sarebbero preso al loro servizio.
Da lì Rodomonte si impegnò davvero, e sbagliò tante volte, ed a volte si sentiva tornare Sotuttoio e doveva rammentarsi che si era ripromesso di non lasciarsi più dominare dall'orgoglio, ma tutto il bene che fece superò di gran lunga i piccoli errori in cui inciampò lungo il suo cammino.
Tanto si impegnò che, quando la Principessa salì al trono, lui la accompagnò come guardia reale, con la divisa ed il pennacchio, ed il nome di "Cavalier Sotuttoio Nonècosì" nessuno lo aveva più sentito pronunciare da anni.

Larga la foglia
Stretta la via
Dite la vostra che ho detto la mia!

mercoledì 6 dicembre 2023

La Principessa Starnutina

C'era una volta una giovane principessa che aveva un nome bello ed elegante, ma era da tutti conosciuta come la Principessa Starnutina a causa di un suo certo problema: era sempre afflitta da una pioggia di starnuti, tanti che la gente poteva trovarla anche solo sentendo il suono dei suoi etcí etcí.
«Starnutina, sei nella tua stanza?» Chiedeva il Re.
E da dentro Etcí.
«Ah, allora sei lì».

Etcí nei corridoi, Etcí nella sala da pranzo, Etcí pure in bagno e durante le passeggiate nella meraviglia del suo giardino.
Il Re, che la amava moltissimo, si dispiaceva nel vederla ridotta sempre in questo stato, con la povera Principessa che dal grande starnutire aveva sempre mal di testa, gli occhi che piangevano e non riusciva a finire una frase che subito uno starnutone la interrompeva.
«Papà» Disse un giorno Starnutina «Vorrei provare ad allontanarmi dal castello, che» e qui la poverina fu interrotta da un sonoro etcí! «Sniff, sniff, che ogni volta che sono nei giardini mi pare, etcí!, di soffrire un po' meno del mio male. Forse, se cambiassi aria un pochetto... etcí!».
La Principessa fece segno al Re di continuare lui, che lei si era stancata di fare un lungo discorso e interrompersi sempre; per fortuna il Re aveva capito e dispose di mandare la figliola in campagna per tre giorni, nella speranza che l'intuizione di lei fosse felice. La Regina si oppose, obiettando che non era il caso di fare allontanare una ragazza così cagionevole, ma il viaggio infine si organizzò, e il Re mandò con la ragazza una servitrice fidata, che era come una zia per la principessa e le avrebbe fatto compagnia.

Ci voleva mezza giornata di viaggio per arrivare in campagna, e la servitrice notò che la Principessa non era poi così Starnutina durante il cammino: piuttosto che un'allergia pesante, di quelle che fanno piangere gli occhi e starnutire a profusione, sembrava avere solo un raffreddorino, ed anche la principessa se ne rallegrò.
I giorni in campagna furono meravigliosi per la nostra Principessa: si alzava col canto del gallo e faceva colazione con la servitrice (che lei chiamava sempre "Zia"), poi esplorava i campi e il boschetto vicino e bastava la vista di un grillo, dell'erba illuminata dal sole, di un paio di cornacchie in volo, per renderla felice come una bimba. Per pranzo mangiava fuori sull'erba e preparava dei piatti semplici (ma squisiti, perché la nostra Starnutina sempre principessa era), e stava fuori finché non arrivava la sera e tornava a fare compagnia alla cara Zia.
Era sempre rispettosa del bosco, e mai si era divertita tanto! Pareva che fosse cresciuta sotto un pino invece che dentro una culla sfarzosa.
Il secondo giorno vide un grosso serpente nero che prendeva il sole su un sasso, tutto srotolato e rilassato come chi non ha un pensiero al mondo, che pareva un gioiello per come brillava alla luce del giorno.

Alla Principessa parve così bello e placido che avrebbe avuto dispiacere a disturbarlo, perciò augurò:
«Tante belle cose, compare milordo», e in punta di piedi lo aggirò e continuò la sua passeggiata.
«E belle altrettante te ne vengano, principessa» Le parve di udire, ma era una voce così sottile e gentile, e poi lei era tutta sola, che si persuase di averla solo immaginata. Piuttosto, l'essere riuscita a non disturbare il serpente le fece realizzare che era stata silenziosa: da quando era arrivata, i suoi brutti starnuti erano spariti del tutto!
Tutta eccitata della scoperta (se n'era accorta anche prima, ma il primo giorno non aveva sperato osare che gli starnuti che l'avevano perseguitata sin dalla sua prima adolescenza fossero davvero spariti per sempre), tornò a casa per festeggiare con la sua accompagnatrice.
«Zia!» Esclamò «Mi sento quasi che quel caro serpente debba festeggiare con noi. Cosa posso lasciargli?»
«Ho sentito dire» Disse la servitrice «Che i serpenti vanno matti per il latte»
«Non mangiano animaletti? Davvero gli piace il latte?» Ripeté la principessa dubbiosa
«Così ho sempre sentito dire. Dicono che ne siano così ghiotti che entrino anche nelle stalle per bere il latte direttamente dalle bestie che lo producono».

La principessa non era convintissima, ma si fidò della cara zia e si procurò una scodellina del miglior latte di capra che trovò, lo scaldò un poco (che ai serpenti piacciono le prede calde) e andò a portarlo alla roccia a cui aveva visto il serpente. Quello non c'era per il momento, ma la principessa lo lasciò comunque lì.
«Buon pro vi faccia» Disse, e se ne tornò a casa sua.
I serpenti di latte non ne bevono in realtà, ma, nonostante l'errore della servitrice, la generosità della principessa non andò comunque sprecata perché il serpente nero non era un animale comune, ma un membro di quel popolo magico che noi umani a volte chiamiamo fate. S'era fatto rettile perché, a parer suo, non c'era nessuna forma in cui fosse più bello farsi riscaldare la pelle dal sole che da serpente; se aveva apprezzato che la principessa non lo avesse disturbato durante il suo bagno di sole, in quanto fata e non serpente gradì ancora di più quell'offerta di latte, che condivise con le altre fate sue sorelle che vivevano nel bosco con lui.
Mentre sorseggiavano ognuna un po' di latte dentro certi graziosi bicchierini decorati, chiacchieravano tra loro, e le fate decisero infine di fare a loro volta qualcosa per la principessa gentile.
Nel frattempo erano finiti i tre giorni di viaggio e la Principessa non-tanto-Starnutina se n'era tornata al castello insieme alla servitrice.
Lei riabbracciò prima il padre e poi la madre, tutta felice di essere guarita, ma non appena ebbe finito di abbracciare la Regina ebbe solo il tempo di dire:
«Papà Maestà, finalmente ho smesso di...!» e subito uno starnuto troncò la sua frase a metà.
La principessa era sbalordita e frustrata, ma ancora più era disperata la corte: un giorno la principessa avrebbe ereditato il regno, ma come si può avere una regina che è allergica al castello?

«Maestà» Disse uno dei consiglieri del re, aggiustandosi gli occhiali «Il Nano Muto forse potrà dirci la ragione del male della principessa».
Infatti proprio in quei giorni stava arrivando in città un artista molto particolare, un nano che era in grado di raccontare storie bellissime senza dire mai una parola grazie all'ausilio di un teatrino che aveva costruito tutto lui, solo con la carta, e di un misero lume. Si diceva anche che fosse un grande saggio, e che le storie narrate dai suoi pupazzi di carta fossero in grado di rivelare grandi verità a chi assistesse a questi spettacoli.
Il nano fu mandato a chiamare per esibirsi a corte, sotto la promessa di una lauta ricompensa, e in soli due giorni (in cui la povera Principessa Starnutina era stata tormentata peggio di prima dal suo solito problema) era pronto ad imbastire il suo spettacolo per i reali.
Anche stavolta il nano non disse una parola, ma aprì il suo teatrino di carta pieghevole, che da chiuso pareva proprio un libro, ed iniziò a muovere i cavalieri e le amazzoni di carta, gli animaletti e i draghi bianchi, ognuno così bello che sarebbero stati un piacere da guardare anche senza storia alcuna, e il lume proiettava le loro figure grandi sulla parete per permettere di vedere la storia anche alle persone distanti.

Il Re e la Principessa guardavano con uguale entusiasmo la storia, sorridendo felici, bisbigliando ogni tanto e inspirando rumorosamente ai colpi di scena, ma la Regina ad ogni secondo si rabbuiava di più.
Alla fine si alzò dal trono e sbottò:
«Tutte falsità, non è vero! Come osi accusarmi di fronte alla mia Corte? Continua così e vedrai se non ti farò impiccare!».
Il nano non rispose nulla, fermando le sue umili marionette di carta.
Lui raccontava solo attraverso le proiezioni, e in assenza di parola, era facile che ognuno vedesse dunque una storia diversa: così come i pupazzi proiettavano le ombre sul muro, gli spettatori proiettavano una storia sui pupazzi e ci vedevano dei dettagli diversi.

Il Re e la Principessa Starnutina, che erano buoni e gentili, vedevano una storia che li interessava e sapeva anche farli ridere, mentre la Regina si era tradita nel vedere le proprie malefatte in quella carta e le sue ombre e si era così sentita accusata dal nano.
«Come ti permetti! Io non farei mai niente del genere alla principessa! E poi com'è che lo sapresti tu, dove sono le tue prove?».
Conoscendo la madre ed insospettita da queste parole, la Principessa Starnutina chiese subito alla servitù di controllare le stanze della regina, e la sua fedele Zia le portò una strana boccetta rinvenuta tra i profumi: una polverina inodore fine fine fine, giallo pallido, apparentemente innocua, ma bastava aprire la boccetta in cui stava e... Subito anche la povera servitrice iniziò a starnutire!
A quel punto era chiaro che qualcosa di losco era avvenuto, e dopo molte pressioni, la Regina confessò: erano anni che somministrava quella polvere, che veniva creata macinando i semi essiccati del Fior Pizzicore, alla principessa, mettendola sul suo pettine, sulle sue posate, sul suo cuscino, sui suoi abiti, persino spargendola sulle proprie mani per farla stare male quando la abbracciava, come aveva fatto al suo ritorno qualche giorno prima.
La Regina e il Re ne erano immuni, perché la Regina, che nella vita non aveva niente da fare, aveva cosparso dell'olio essenziale del Fior Pizzicore il pettine che Sua Maestà usava per i baffi e lo aveva impastato nel proprio rossetto, così che quell'aroma, l'unico capace di farlo, neutralizzasse gli effetti della polvere ricavata dai semi.
La Regina sperava che così solo la figlia sembrasse fragile e che, vedendo la Principessa cagionevole, il Re non avrebbe abdicato in suo favore e lei avrebbe potuto tenere il suo potere di regina un po' più a lungo, e ancora insisteva che la principessa fosse comunque troppo debole per quel ruolo.

Ecco da dove veniva il male della Principessa!
Il mistero era finalmente svelato.
Nonostante il Re fosse triste di questo, perché le aveva voluto molto bene, la Regina fu punita aspramente: tutti i suoi gioielli e i suoi beni preziosi furono dati in ricompensa al Nano Muto, compresa la corona reale, e da quel momento ella non fu più Regina.
Una volta che la Principessa era guarita e poteva benissimo dedicarsi ai doveri a cui si preparava da tutta la vita, il Re abdicò quel giorno stesso in favore della figlia, e poté godersi il resto dei suoi giorni in pace, senza regine cattive che mettevano cose strane sul suo pettinino per baffi e senza più la responsabilità della corona.
Quanto alla Principessa Starnutina, lei prese volentieri il posto del padre e negli anni a venire starnutí solo qualche volta, e regnò con grande intelligenza e bontà; in più, ora che non era più né Principessa né Starnutina la gente prese a chiamarla col suo vero nome: Regina Aureliana.
Ma c'è da rivelarvi un'altra cosa: il giorno in cui Aureliana aveva scoperto la verità, prima che il Nano se ne andasse carico e contento dei gioielli della madre, questi era andato a parlare alla principessa, e a gesti le aveva fatto capire che gli era stato proprio chiesto di venire qui da qualcuno.
«Di chi si tratta, caro mio? Chiunque sia stato è ora un grande amico per me, poiché ha fatto la mia fortuna».
Il Nano a questo punto sorrise sotto la barbona e con un gesto sinuoso del braccio imitò un serpente.
Poi rise senza voce, prese il suo teatrino e se ne andò, e dicono che ancora oggi non si sia fermato e si possa avere la fortuna di incontrarlo... Ogni volta che immaginiamo una grande storia guardando della semplice carta.

Larga la foglia,
Stretta la via,
Dite la vostra che ho detto la mia!

mercoledì 12 luglio 2023

Canalis digestorium [ITA]

(Did you get lost, wanderer? You can find this page in English HERE, once it's completed!)

 

CANALIS DIGESTORIUM

Quello che è volgarmente definito "tubo magico" è una struttura anatomica presente all'interno del corpo di alcune scide che ha il compito di introdurre e assorbire i principi nutritivi contenuti negli alimenti.
Talvolta viene modificato al di là della sua struttura fondamentale, generalmente per il piacere sessuale.
Il nome anatomico più corretto al momento è quello di canalis digestorium, ma nel tempo sono nati diversi nomi più diffusi nel parlato.
Svolge principalmente le funzioni di un apparato digerente, fondamentali quando non si trovano in una delle loro dimensioni habitat per supplire energia extra che consenta loro di mantenere il controllo sulla propria forma fisica quando sono soggetti alle leggi fisiche del piano materiale terrestre.
Vista la sua incredibile efficienza nel metabolizzare il cibo, a seguito della digestione non c'è alcune produzione di feci, dato il corpo riesce ad assimilare praticamente tutto per il proprio sostentamento, non lasciando alcun residuo.

Cosa si mangia oggi?

Per una scide, praticamente qualunque cibo di origine organica può costituire un valido nutrimento, persino quelli che risultano indigesti ad altri animali come corteccia d'albero, cioccolato e caffè, oppure ossa.
Si definisce "organico" un composto in cui uno o più atomi di carbonio sono uniti tramite legame covalente ad atomi di altri elementi; tra questi si annovera ciò che è prodotto da o parte di corpi viventi.
Straordinariamente, questo comprende anche gli idrocarburi, rendendo perfettamente commestibile per le scide la benzina senza piombo.

Nonostante le scide siano onnivore (nonché dotate di una gamma di alimenti da cui scegliere veramente ampia!) vi sono comunque categorie di prodotti organici che trovano assolutamente repellenti e di cui non si nutrirebbero mai, come tutte le escrezioni di scarto prodotte dai corpi animali.
Va da sé che molte scide trovano qualche difficoltà più o meno grave, e soprattutto tra le più giovani, ad assumere ingredienti di origine inorganica.
Durante la convivenza tra scide e umani, questo ha creato un piccolo dilemma in cucina, quello che riguarda... il sale!
 
Ricercato da molti animali, il sale è prezioso per gli umani, usato per insapore e preservare le loro pietanze, ma per le giovani fate può risultare da indigesto a tossico; somministrare una certa quantità di sale ad un neonato folletto appena uscito dalla sua zucca potrebbe gravemente danneggiare la sua salute, o, se il consumo è reiterato o la dose eccessiva, addirittura ucciderlo.
Al contrario, una scide adulta non ne risente, ma non ne ricava alcun beneficio, dato che non trova neppure particolarmente appetitoso il sapore salato.

È probabilmente questa la radice della credenza popolare per cui il sale può scacciare le fate o gli sia persino letale come il ferro. Nel mondo rurale in cui gli umani dovevano condividere la campagna con le scide, questi avevano imparato presto che salare il cibo non solo lo preservava dall'andare a male, ma rendeva anche più improbabile un suo furto da parte dei Cari Vicini. Tuttora in varie parti del mondo, come l'Isola di Man, sopravvive la credenza che salare il latte durante i trasporti lo protegga dalle attenzioni dei fae.
Col tempo però sono nate delle variazioni della credenza che, facendo un po' di confusione, sovrapponevano la figura dello spirito fatato allo spirito malevolo (malombra) e l'usanza di salare le pietanze si è ingrandita e confluita negli esorcismi praticati sin dall'Antica Roma che vedevano il sale, in quanto potente ingrediente magico, capace di fermare gli spiriti alla porta se messo sulla soglia o proteggere i neonati a cui ne veniva posto un pizzico sulle labbra.
In realtà nella stragrande maggioranza dei casi una scide adulta troverà il sale tutt'al più un po' indigesto. È semplicemente come cercare di uccidere un umano leggermente intollerante al lattosio versando del latte a terra.
Un'interessante eccezione è costituita dai domovoj, scide domestiche che abitano le zone russo-ucraine e adorano i cibi salati, che gli vengono offerti dagli abitanti delle casa che tutelano.
Non è chiaro se i domovoj abbiano avuto qualche evoluzione speciale che gli consente di mangiare così tanto sale o, semplicemente, ne gradiscono tanto il sapore da ignorare qualunque controindicazione.

Presenza del Canalis digestorium

Il tubo magico sembra avere una struttura leggermente variabile da scide a scide, dato che queste lo creano e modellano a seconda dei loro bisogni e abitudini.
 
Anzitutto, non è chiaro se sia un organo che manifestano solo sul piano materiale, dove gli è necessario, o lo modellino a piacere anche nei propri luoghi d'origine. 
Ci sono però moltissime testimonianze di banchetti fatati che fanno supporre che il tubo magico sia una struttura più consistente di quanto si pensi; banchetti ricchi di cibo e bevande (di cui chi visita il loro mondo deve guardarsi bene dal consumare), che vengono descritti dagli umani che vi hanno preso parte o come straordinariamente deliziosi, capaci di fare impazzire e non riuscire più ad apprezzare il cibo umano chiunque ne mangi anche solo una volta, o come disgustosi ed immangiabili.
Quest'ultima descrizione è in parte dovuta ai limiti decisamente meno restrittivi che i fae hanno nel definire cosa costituisce un cibo valido, ed in piccolissima parte anche alla loro cucina che fa volentieri a meno del sale.
 
Il punto d'incontro tra i due mondi è sicuramente quello dei dolci e i prodotti caseari.

 

Parti del Canalis digestorium

Il Canalis digestorium è un tubo cavo, dritto, elastico ed estremamente resistente, che percorreverticalmente il corpo di una scide a partire dalla bocca fino all'altezza della vita.
Praticamente tutti i fae mangiano e bevono per proprio diletto e sostentamento, dunque la parte fondamentale del tubo magico è quella costituita da bocca, faringe, e pandissolvio o tubo magico (da cui viene il nome comune e più giocoso del canale per sineddoche).
La parte accessoria è costituita invece da una tratto del tubo extra, modificato, detta pseudoretto (corredata quasi sempre da un punto edonedico) che termina con l'ano. Questa parte è presente in alcune scide, in altre creata solo all'occorrenza, ed in altre sempre assente. La parte accessoria prolunga il linea retta il Canale digestorium oltre l'altezza della vita, concludendosi con una seconda apertura verso l'esterno, ma non ha funzione digestiva e non è necessaria alla sopravvivenza della scide.
Il suo unico scopo è quello di ottenere piacere fisico, consentendo una stimolazione piacevole di organi appositi dentro il corpo della scide da parte di un eventuale partner, emulando i comportamenti sessuali di alcuni animali complessi a scopo puramente ricreativo.
Una curiosità è che la parte accessoria del Canalis digestorium è creata principalmente dalle scide la cui riproduzione è normalmente dissimile da quella animale, ad esempio quelle che creano semi o spore, per intrattenere attività carnali con creature che invece hanno una copula classica (o quantomeno la imitano per l'occasione, se sono scide di un tipo simile). L'accoppiamento con questa modalità non porta praticamente mai alla riproduzione.

 

Parte fondamentale

Bocca

È attraverso la bocca che il cibo entra nel corpo, e qui inizia la digestione meccanica per mezzo dei denti e chimica grazie ai secreti delle ghiandole salivari, i quali contengono una serie importante di enzimi che rendono il cibo più ricettivo alla disgregazione biomagica. La masticazione e la prima digestione enzimatica non sono necessarie al fine della digestione, ma rendono il processo più rapido, tanto da essere praticamente immediato appena il cibo raggiunge il tubo digerente; inoltre, le scide tengono a questo passaggio per indulgere nel sapore del cibo e bevande che ingeriscono.

Faringe

La faringe è la seconda porzione del canale alimentare. Riceve il bolo proveniente dalla cavità orale e lo convoglia, con la deglutizione, nel segmento seguente alla faringe a cui essa è fusa, cioè il tubo magico.

Finisce all'altezza di circa due terzi della gola (nella parte inferiore), e ad occhio sarebbe indistinguibile dal resto del tubo, ma gli oggetti posti al suo interno non rischiano di essere dissolti immediatamente.

Pandissolvio (o tubo magico)

È un organo di efficienza incredibile, che svolge contemporaneamente tutte le funzioni che in un animale complesso richiedono un intero apparato dotato di organi specializzati; è costituito da un tubo cavo ed elastico, resistentissimo.
Il suo nome viene dai termini pan e dissolvere, "che dissolve tutto", derivato ovviamente dal fatto che qualunque sostanza organica vi entri viene immediatamente disgregata e digerita. I nutrienti e l'energia derivata sono disponibili all'organismo praticamente sin da subito.
Il pandissolvio è costituito da due strati, o tonache, concentrici. Visivamente e istologicamente non sembrano esserci differenze, ma viene comunque operata una distinzione per la funzione leggermente differente.
  • Tonaca interiore

La tonaca interiore è la parte deputata alla distruzione e assorbimento del cibo che entra nel pandissolvio. La considerevole attività biomagica che si svolge al suo interno fa sì che brilli leggermente quando in attività, brillìo che comunque non è visibile dall'esterno della scide.

  • Tonaca esteriore

Irrorata di sangue, mette in circolo l'energia e i nutrienti appena processati a contatto con la tonaca interiore.

Parte accessoria

Pseudoretto

Lo pseudoretto è un prolungamento accessorio del tubo magico che non ha abilità digestive. È usato per facilitare l'espulsione non emetica di oggetti indigesti (plastica o metalli pesanti ad esempio, che lasciano il corpo nell'esatto stato in cui ci erano entrati) o come punto di accesso all'edonide.

Termina con l'ano (o apertura anale), cioè lo sbocco secondario verso l'esterno dell'apparato digerente, opposto alla bocca.

Edonide o punto edonedico

Il punto edonedico è interno al tratto non digestivo del tubo magico di una scide. È caratterizzato da un'innervatura fitta e sensibile agli stimoli tattili, il che lo rende una zona spiccatamente erogena. Il punto edonedico si colloca a circa cinque centimetri dalla fine dello pseudoretto.

Acqua e vino

Mantenere un livello d'idratazione adeguato è necessario alle scide per il buon funzionamento del loro organismo, ed è fondamentale per la produzione di fluidi come la saliva e il sangue.

Si idratano bevendo sostanze liquide come acqua, latte, sangue, succo di frutta o alcolici, nonché attingendo direttamente ad una parte dell'acqua contenuta nel loro cibo.

Alcuni processi biologici delle scide sono influenzate dalla quantità di alcool che hanno in circolo, processo possibili anche grazie alla rapidità di assimilazione del Canalis digestorium.

Trivia

  • I processi di disgregazione biomagici sono così aggressivi che in genere non consentono lo sviluppo di una flora batterica che sia d'aiuto per la digestione, come avviene per i mammiferi, perché praticamente qualunque microrganismo non riuscirebbe a sopravvivere a contatto con quell'ambiente.
  • L'alcool in eccesso ed altre sostanze tossiche vengono eliminate dall'organismo tramite il vomito. A causa di un certo olio che viene creato nella gola delle scie per proteggerle dalle sostanze tossiche durante il rigetto, pare che il prodotto della loro emesi sia tinto di spiccate sfumature iridescenti.

🌵🎨 Tutti i disegni in questa pagina (e molto probabilmente anche in tutte le altre pagine, se non diversamente specificato) sono stati realizzati dalle nostre artiste, Furiarossa e Mimma. Potete vedere altri loro lavori e/o supportarle (e supportare così anche tutti i Cactus di Fuoco ;)) sulla loro pagina Patreon. Diventate patroni delle arti !🌵🎨

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