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mercoledì 26 ottobre 2022

Iris Letalis 9. Il finale giusto

 


Cattelan si grattava una guancia guardando lo schermo del portatile. Il finale per il suo nuovo libro, “Timmy e l’orsetto bordeaux”, non ne voleva sapere di venir fuori.
Lo scrittore aveva provato a rimescolare gli eventi della narrazione, a riscrivere Timmy come un alieno, a far diventare l’orsetto una femmina, ma niente, nessun finale funzionava. Si spettinò i capelli, sbuffò, chiuse il documento, lo riaprì. Poi ebbe una folgorante idea che, avesse voluto il dio della scrittura, forse era proprio quella giusta. Le sue dita iniziarono a digitare freneticamente:

“Timmy e l’orsetto bordeaux erano finalmente insieme nel giardino, dopo tante peripezie. Il peluche era un po’ sporco, un piede era un pochino strappato, ma si poteva riparare! E anche pulire, certo.
«Imparerò a cucire per te» Disse Timmy «Anche se ho sempre pensato che fosse una cosa da femmina, ora ho capito che è solo una delle tante cose che si fanno per gli amici! E io imparerò perché ti voglio tanto bene!».
L’orsetto bordeaux abbassò lo sguardo. Non era proprio triste triste, ma qualche cosa non andava.
«Quanto dovrò aspettare per essere cucito?» Disse
«Solo un po’, amico mio! E poi sarai come nuovo!».
In quel momento arrivò un altro bambino, più vecchio di Timmy. Era proprio lui, il bullo Tommy, che Timmy non aveva mai sopportato!
«Lascia stare quel Timmy!» Disse Tommy «Io so cucire già adesso, me lo ha insegnato mio papà che è un sarto famoso che fa i completi per i motociclisti tosti e per i lottatori di wrestling! E poi ti darò anche un nome, perché quello scemo di Timmy non te ne ha dato uno anche se vi conoscete da due mesi!».
L’orsetto bordeaux guardò Tommy, poi Timmy, e gli si leggeva sul musetto che lui avrebbe voluto essere riparato adesso, non aspettare che qualcuno imparasse come farlo, e che voleva anche un nome.
Però disse: «Timmy, tu sei il mio padroncino e io non ti tradirò per il bullo Tommy!».
Timmy però era un bambino buono e intelligente, che voleva davvero bene all’orsetto bordeaux, perciò capì una cosa molto importante: che l’orsetto sarebbe stato meglio insieme a Tommy, che era ricco, aveva un papà sarto e sapeva cucire. Fu per questo che Timmy disse:
«Caro il mio orsetto bordeaux, io ti voglio un mondo di bene! E sono contento che sei fedele a me, ma devo dirti una cosa molto importante: devi andare insieme a Tommy. Tommy è cattivo con me, è vero, ma non con te! Lui voleva che tu fossi il suo orsetto fin da quando ti sei animato alla Piazza delle Magie! Se ti romperai, lui ti ricucirà, se ti sporcherai lui ti laverà, se ti perderai lui manderà le sue guardie a cercarti e poi sono sicuro che ti darà un nome bellissimo, perché è molto creativo a dare soprannomi buffi a tutti quanti a scuola. Starai bene con lui, meglio che con me».
L’orsetto bordeaux abbracciò Timmy forte forte, stringendolo fra le morbide zampette, e gli disse all’orecchio:
«Il più buono di tutti sei sempre tu, però».
Tommy non credeva alle sue orecchie! Finalmente il bellissimo orsetto bordeaux, l’unico giocattolo parlante della città di Arcobalenia, era suo! Non disse grazie, perché era pur sempre un bullo, ma diede la mano a Timmy.
«Ora non siamo più nemici» Dichiarò «Perché io e te vogliamo bene allo stesso orsetto»
«Sì, non siamo più nemici» disse Timmy.
Tommy prese per mano l’orsetto bordeaux e se ne andò. Timmy era un po’ triste, ma più ancora che triste era felice, perché sapeva che l’orsetto sarebbe stato davvero bene. Aveva imparato una lezione molto importante, il bravo bambino: che a volte, quando ami qualcuno, devi lasciarlo andare via.

FINE.”

Soddisfattissimo, Cattelan ricontrollò velocemente il documento, poi lo allegò ad un’e-mail e lo inviò al suo editore. Attese qualche istante, fissando ancora lo schermo come in trance, poi si alzò e fece un balletto di vittoria, canticchiando a mezza bocca una melodia che credeva di aver inventato in quel momento, ma che in realtà aveva sentito una notte nel lontano 1999.
Decise che avrebbe stampato e rilegato una copia da sé e l’avrebbe regalata a Mika quando sarebbe andato a vederlo al torneo.
«E vedremo se anche questo non ti piacerà!» Esclamò, parlando al vuoto «Vedremo se anche qui manca il pathos, come dici tu!».
Sentì che gli occhi gli si inumidivano un poco. Si disse che era per colpa delle ore passate davanti al computer, ma stava mentendo a sé stesso.
Dall’angolo un peluche a forma di orsetto, bordeaux, lo guardava senza vederlo con i suoi occhietti di plastica neri. Aveva uno strappo su una zampa, da cui si intravedeva l’imbottitura ormai ingiallita.
Cattelan non aveva mai imparato a cucire.

 
 

martedì 11 gennaio 2022

Storia breve - Un concerto pericoluchoso

🌵 Premessa!

Questo raccontino brevissimo non è raffinato, e non è canonico né collegato, al momento, a nessuno degli eventi canonici che abbiamo mai scritto.

È, piuttosto, quel che succede quando i Cactus di Fuoco vanno tutti insieme al primo concerto a cui riescono a partecipare dopo la quarantena e decidono di scrivere a turni su un telefono una versione molto, molto romanzata di quello che stanno vedendo tra una pausa e l'altra degli artisti sul palco.

A voi l'arduo compito di cercare di capire cosa è successo davvero e cosa no (e la risposta potrebbe sorprendervi). Detto questo, ricordiamo con molto affetto quella sera, quindi abbiamo deciso anche di condividere con voi germoglietti questo capolavoro.

Divertitevi! Buona lettura!🌵


21:45. Inizia il concerto.


C’era una volta Tupper, che era pelato. Poverino, direte voi, ma lui era pelato… per scelta!
La sua amica Jumbi aveva lunghi capelli scuri raccolti in rasta ordinati, e tutti la amavano perché ricordava i compleanni di tutti i suoi fans (infatti, sia Tupper che Jumbi erano cantanti moderni e vivaci che davano fastidio a Manuel Agnelli). In realtà lei diceva “Io lo so che qualcuno nel pubblico oggi fa il compleanno, auguri a te!” e per forza di cose poi ci azzeccava. L’amore che provavano per lei, però, era poca cosa se confrontata con la venerazione che tributavano a Tupper! Lui era considerato una specie di profeta della musica moderna, praticamente lui faceva questa cosa che quando le luci si spegnevano, lui saltava fuori da dietro un divano grigio e iniziava a gridare “ciao Alcamoooooo” con l’autotune e tutti rispondevano urlando e ululando come lupi. Un giorno però Tupper fece il suo solito balzo con grido e per tutta risposta, dalle ultime file, gli arrivò un peluche di Manuel Agnelli che lo colpì in mezzo agli occhi facendo questo suono: “tupperz”. Tupper urlò con l’autotune e cadde a terra con la fronte sanguinante: il peluche a forma di Manuel era infatti ripieno di sfere d’acciaio.
Era appena iniziata una terribile guerra. Con sgomento dei fan, il colpo sferrato col Manuel Agnelli il pericoluche era stato tanto forte che all’impatto, mentre Tupper si accasciava al suolo, altri uno, due, quattro Tupper del tutto identici a parte per i pantaloni (che ognuno aveva di un colore diverso) cicciarono fuori dal primo Tupper, saltellando come giovani orsi per il palco e mugolando con l’autotune.
Ma cos’era accaduto in realtà? Nessun mistero, Tupper non era mai stato da solo in primo luogo!
Infatti si trattava di cinque gemelli che si erano allenati sin da bimbi ad essere stonati esattamente uguale, con grande scorno dei Tiratori di Peluche.
«Volete sentire il nostro ineditOoOoOo?» Mugolarono i quattro Tupper (il quinto era ancora a terra)
«No» disse almeno metà pubblico
«Eccolo, uscirà nel futuristico prossimo».
Era meglio se non usciva. Parlava di lavarsi le mani in un lavando e saltare su un trampolo, mentre la loro ragazza piangeva per aver mangiato troppe caramelle.
Si sperava ancora in una buona performance da un tale Ariete, che si vociferava essere un caprone vero dal carattere cattivo.
I misteriosi Tiratori erano imbronciati, si sussurravano tra loro che non si poteva lasciare che la lingua italiana venisse in tal modo violata, così decisero di creare una mitragliatrice da caricare a peluche per cercare di abbattere tutti e cinque i gemelli (non potevano semplicemente lanciargli bottiglie e pietre perché gli erano state sequestrate all’entrata, al contrario degli apparentemente innocui peluche) e, usando quello che avevano, costruirono una catapulta a raffica con mirino e bam bam bam! Lanciarono venti pericoluche, che però non stesero i gemelli, i quali saltellavano velocissimo, ma gli fecero volare tutti i cappellini.
Il pubblico esultò, accompagnando ogni cappellino che si librava per il palco con un sonoro “Alè!”.
A favore dei Tiratori, va detto anche che venivano regolarmente accecati dalle luci aggressive, inconsapevoli guardie del corpo dei cinque cantanti, che erano di due colori: birra scarsa e violablù accecante.
Quando riuscirono ad aprire gli occhi, ricevendo un momento di tregua da quell’assalto sensoriale, i cinque Tupper avevano detto: «È stato un finale credibile! Ambiguo!» ed erano spariti in una nuvola di fumo al catrame e vaniglia, sfuggendo agli assalitori.
Le luci si spensero. Dalle casse un suono di statico, poi di rana che cade, poi silenzio.
Era arrivato il suo momento, e il pubblico lo chiamava.
«Ariete! Ariete! Ariete!».
Uscirono un batterista, un chitarrista e un tastierista muscolosi che si posizionarono sul palco secondo precisa disposizione. Dietro di loro campeggiava il logo “ARIETE”, scritto con caratteri che ricordavano vertebre e costole scheggiati.
Poi uscì una diciottenne che si mise a fare cabaret. Era lei, era Ariete! Fu un successo, perché lei aveva questa capacità di alternare numeri di sit down comedy (perché di stand up non si poteva parlare, visto che stava spetasciata per terra appena poteva), piccoli sprazzi flash di gay pride improvvisi (e dovevi capire quando iniziavano e quando finivano, eh, sennò rischiavi di essere nel mezzo di un balletto di YMCA mentre lei iniziava una canzone sua, che imbarazzo), e canzoni grintose in cui i ggggiovani si potevano riconoscere.
Alla fine del concerto, quasi tutti si ritennero soddisfatti, persino quelli che erano rimasti un po' delusi perché avevano visto una cantante invece di un vero caprone dal carattere cattivo. Ma mentre le stelle brillavano sulle loro teste, gli attivisti all'entrata del bancone ricevevano firme e gli addetti alla sicurezza bevevano le birre sequestrate abbracciati, persino i Tiratori di Pericoluche, per un secondo, si sentirono in pace.
Poi iniziarono subito a fare un piano di attacco per il prossimo concerto a cui sarebbero andati, cercando di capire come migliorare la mira della loro mitragliatrice a pericoluche. Ma questa è un'altra storia. FINE 🌈

giovedì 15 settembre 2016

L'uomo dei cimiteri - Prologo

 Prologo
I tuoni suonavano i loro tamburi rombanti per sottolineare il canto della pioggia, la quale sibilava nei canali e attraverso i rami, risuonava fra le foglie, accarezzandone le nervature e traendone melodie sottili, come attraverso delicati strumenti di vetro modellati da mani liquide.
I cardini delle porte, le assi di legno, scricchiolavano leggermente, come cuoio, sotto la sferza ululante del vento.
Poi il lampo squarciò il cielo, rendendolo bianco per un solo, terrificante istante, e le nubi aprirono le loro pance scure e vorticanti. Ogni canto divenne grido mentre tonnellate di acqua densa e fredda si sfracellavano al suolo, trasformando l'orchestra in un coro selvaggio di furia battente.  
La notte in cui il bambino nacque fu una notte di tempesta.
I muri della casa, fragili, tremavano sotto la potenza dell'acqua.
La luce delle candele di sego lanciava ombre tremolanti sulle pareti, disegnando le forme danzanti degli utensili appesi. Al centro dell'unica cameretta da letto c'era una branda sulla quale giaceva distesa una donna. Inginocchiato fra le sue gambe c'era un uomo il quale stava estraendo da lei una creaturina che si contorceva debolmente.
Il bambino era paonazzo in volto, deliziosamente paffuto, bagnato e rosso. Piangeva a pieni polmoni, alla ricerca di aria. Quando suo padre lo prese in braccio e si alzò, avvolgendolo in un panno bruno, socchiuse gli occhi e cercò di trattenere un grido di gioia. Un maschio, il suo primo figlio era un maschio!
«Roisin, tesoro … tesoro! Nostro figlio … è un maschio, tesoro!».
La madre alzò la testa dal cuscino, ansimando, e una ciocca di capelli gli sfuggì dall'acconciatura e le finì sul volto madido di sudore. Era una donna robusta, con belle mani grandi e rosee, gli occhi verdi come due smeraldi, felini.
«Un maschio, Kieran?» Chiese, con la voce arrochita
«Si, un maschio» l'uomo si sedette accanto a lei, sul bordo del letto, e le porse il bambino «Un bellissimo, piccolo maschietto»
«Oh … » Roisin strinse fra le braccia il bambino, come se fosse un piccolo tesoro «Non ho mai visto qualcosa di più bello in tutta la mia vita».
Il bambino chiuse la bocca dopo aver ripreso fiato e mosse i piccoli pugni arrossati nell'aria. Il padre si lasciò sfuggire un ampio sorriso da sotto la barba bruna
«Guardalo! Un piccolo guerriero!»
«Un dolce, piccolo guerriero».
La madre si strinse al petto il bambino: in quel momento non c'era niente di più importante di quella minuscola e fragile creatura, niente in tutto il mondo che valesse quella vita. Poco importava che fosse nato in una casupola cadente, che la sua famiglia fosse povera e che il suo destino sarebbe stato quello di coltivare la terra fino alla morte o badare alle pecore e ai buoi, spaccarsi la schiena e farsi venire i calli alle mani. I suoi genitori sapevano che non sarebbe stato un re, che non sarebbe stato un guerriero o un grande maestro, ma avevano deciso per lui che sarebbe vissuto e che un giorno sarebbe diventato come suo padre, un uomo grande, onesto e forte, un uomo dignitoso e buono.
«Come si chiamerà?» Chiese Roisin
«Guarda, ha i tuoi occhi» mormorò Kieran, con voce bassa e tremante «E i tuoi bellissimi capelli. Ti somiglia molto»
«Che ne pensi di Rory?»
«Rory?»
«Il re rosso. Rory».
Kieran rimase in silenzio per qualche istante, contemplando il neonato. Si, sembrava proprio un piccolo Rory, con quel ciuffetto rosso e la faccina tonda e arrabbiata, anche se non sarebbe mai stato un re.
«Allora?» Volle sapere Roisin
«Rory» Kieran annuì «Rory Tad. Suona bene».
Qualcuno bussò alla porta, producendo un tonfo sordo. Roisin sbuffò e fissò per un istante il soffitto, sorridendo
«Hai chiuso bene?»
«Si. Ho assicurato la porta con il catenaccio»
«E allora come diavolo succede che il vento la sbatte in quel modo?».
Kieran prese una candela, si alzò e andò a controllare. Il rumore si fece udire di nuovo. Possibile che a quell'ora della notte, con un simile tempo, qualcuno stesse bussando alla loro porta?
Sospettoso, Kieran sganciò il catenaccio e tirò forte per disincagliare la porta che era stata opportunamente incastrata per non cigolare durante la tempesta.
Sull'uscio si stagliò la figura di un ometto piccolo e tondo, accompagnato da una donna che lo sovrastava di quasi tre piedi, entrambi incappucciati. Kieran socchiuse gli occhi e indietreggiò di mezzo passo
«Buona sera. Desiderate qualcosa?»
«Si» disse l'ometto, con voce acuta, quasi infantile «Veramente qualcosa ci sarebbe ...»
«Paul?» Kieran fece per chiudere la porta «Riconoscerei la tua dannata voce infernale persino in punto di morte, maledetto stregone!».
La donna distese una mano per fermare la porta e Kieran puntò i piedi per terra e spinse più forte con la spalla
«Andate via!» gridò «Via da qui!»
«Dobbiamo parlare» mormorò l'ometto grasso
«Andate via!» ripeté Kieran «Non ho niente per voi, becchini! Stasera non è morto nessuno!»
«Noi non vogliamo qualcuno che è morto» mormorò Paul.
Kieran smise per un attimo di spingere e boccheggiò come se fosse stato colpito allo stomaco. La donna enorme avanzò, continuando a spingere la porta con il braccio teso.
«Chi è, Kieran?» Domandò Roisin, ad alta voce
«Paul! Lo stregone!» ringhiò Kieran «Vuole entrare in casa!»
«Fallo entrare».
Paul entrò nella casupola, lasciando dietro di se due strisce di impronte fangose che Kieran guardò con disgusto. La donna incappucciata lo seguì senza dire nulla dopo aver chiuso la porta dietro di se. 
Kieran li precedette fino alla camera dove riposava Roisin
«Cara, ci sono i becchini ...»
«Cosa volete?» chiese lei, rivolgendosi direttamente all'ometto grasso che stava entrando nella stanza
«Congratularci» rispose Paul, in tono gioioso
«E avete fatto tutta questa strada per congratularvi?»
«Fuori di qui!» ringhiò Kieran, ancora una volta «State portando la sventura in casa mia!»
«Oh, le superstizioni ...» sbuffò l'ometto, quasi noncurante «Sono quelle la maledizione di voi villici»
«Non fare il testa piena con me, becchino! E non stare a testa coperta di fronte a me in casa mia!»
«Basta chiedere».
L'ometto grasso si tolse il cappuccio con un movimento rapido, mostrando i capelli neri e ben pettinati che risplendevano alla luce delle candele come se fossero stati ricoperti di una qualche sostanza unticcia. Aveva il doppio mento e sopracciglia spesse, ben disegnate, nere come il carbone.
«Contento, Kieran?»
«Perché sei qui, Paul?» domandò Roisin «Non potevi sapere che nostro figlio sarebbe nato questa notte … non sei qui per congratularti. Sei qui per conto di McIntyre, giusto? Beh, sappi che non avrà più niente da noi. Abbiamo pagato le tasse»
«Oh no, McIntyre non vuole niente da voi» Paul rise, un suono che somigliava vagamente ad uno scampanellio «Diciamo pure che l'ho convinto a lasciarvi in pace in cambio di una modica somma ...».
Kieran sbarrò gli occhi: perché il becchino avrebbe dovuto fare loro quel favore? Non c'era nessun motivo al mondo per cui dovesse voler del bene a loro, che si erano sempre tenuti a distanza da lui e che lo chiamavano “lo stregone”. Ma forse era solo pazzo…
«Perché?» Chiese Roisin, i pugni stretti
«Per vostro figlio» rispose Paul, serio
«Nostro figlio?»
«Oh si. Il piccolo Mark»
«Non si chiama Mark» sbuffò Roisin, risentita «Lui è Rory»
«R-Rory?» il becchino parve sorpreso, contrariato, e si strinse nelle spalle come per pararsi da un colpo «Perché Rory?»
«Perché ha i capelli rossi»
«Oh. Posso vederlo?» una strana bramosia trapelava dalla sua voce
«Non toccherai mio figlio!» ruggì Kieran, frapponendosi con la sua mole tesa di rabbia e possente fra l'ometto e la moglie «Non lo sfiorerai neanche con un dito, stregone!»
«Sono qui per darvi una cosa» disse il becchino, senza scomporsi, poi si infilò una mano sotto la mantella nera e ne estrasse una scatoletta d'oro «Prendetela. Vi servirà».
Kieran guardò l'oggetto come se fosse fatto di fuoco, poi allungò le dita e lo toccò. Non accadde nulla.
«Ti aspettavi di morire fulminato, eh?» Ridacchiò Paul «Non temere. Non lo faccio per voi»
«E allora per chi?» chiese il neo-padre, afferrando saldamente la scatoletta d'oro «Questa è una vera e propria fortuna...»
«Per vostro figlio. Sono qui per lui. I debiti saldati sono per lui. La scatola è per lui. E anche questa è per lui».
La donna incappucciata si fece avanti. Kieran strinse i denti, ma non reagì, quando lei estrasse dalla manica del giubbotto un pugnale strano, dalla lama serpeggiante.
«Cosa diavolo è?» Chiese Roisin, cercando di distinguere qualcosa nella semioscurità
«Un'arma, tesoro» spiegò Kieran «Non so perché ce la danno»
«Per il bambino» ripeté ancora una volta il becchino, con calma
«Cosa volete?»
«Niente»
«Ve lo ripeto per l'ultima volta. Che cosa volete?»
«Che lui non abbia paura di noi. Sarete ricchi, se lascerete che giochi da noi, giù in paese, al negozio. Non chiediamo nient'altro, ma avrete in cambio molte più ricchezze di quante ne potete immaginare»
«Perché?»
«Eh… ormai non sono più molto giovane. E adoro i bambini. Ho due figli, ma sono grandi e sono lontani da me. Quello che vorrei… che vorremmo… è un bambino. Voglio essere suo zio. Crescerlo, viziarlo. Non penso che dobbiate avere nulla in contrario»
«Dicono che sei uno stregone» ribatté Roisin «E che le tenebre ti obbediscono»
«Ma vi paio uno stregone? Oh!» Paul scoppiò di nuovo a ridere «Sono solo un vecchio uomo grasso. Non saprei uccidere neppure un uccellino, figuriamoci un uomo!»
«E lei?» Kieran indicò la donna «Non mi fido di chi non parla»
«Sheridan. Parlagli» ordinò il becchino, in tono autoritario.
La donna incappucciata si avvicinò a Kieran e gli sussurrò qualcosa in un orecchio. L'uomo rimase come paralizzato mentre lei continuava a parlare piano, sottovoce. Quando lei si ritrasse, Kieran era scosso da brividi, come se fosse stato immerso in una tinozza piena di ghiaccio.
«Andiamo» Disse Paul, rivolto a Sheridan, ed entrambi uscirono da quella casa.
Kieran cadde in ginocchio sulle nude assi del pavimento, spaventato, guardandosi intorno. Ciò che vedeva e sentiva era per lui e per lui soltanto. Si mise le mani sulla testa, proteggendosi da un’invisibile nemico
«Le ombre!» ansimò
«Che cosa c'è?» gli domandò Roisin, impaurita quasi quanto lui
«Non le vedi? Le ombre!».



domenica 26 ottobre 2014

Il Ciclo dei Marini - L'inizio

Scrivere fa bene. Anche fisicamente.
Io sto scrivendo per riscaldarmi le dita prima di tornare a disegnare (si, fra le tante cose disegno. Ho pure un account su Deviantart, non so se conoscete il sito...).
E piano piano, tac tac, le dita mi si stanno scongelando...
Sono or ora di ritorno dalla montagna. Abbiamo trovato delle russule di diverse specie, fra cui un paio di colombine auree, e un bel porcinotto nero giovane e pesante. Spero che mangiarli in risotto non sia troppo pesante per le mie attuali condizioni di salute... ma no, sicuramente no. Non esagererò con la quantità, questo è ovvio, ma non devo precludermi le prelibatezze, giusto? Altrimenti lo stomaco mi si disabitua e questo non va bene. Lavorate succhi gastrici! Lavorate! 
Ah, è comunque una bella soddisfazione averli trovati, questi funghi! Almeno per le fotografie. In cui (e giudicate pure anche voi) almeno il porcino è venuto glorioso:


Purtroppo il mio cervello non è ancora del tutto, completamente, radicalmente libero dall'influenza delle tossine prodotte dal mio intestino disbiotico, quindi non ero al cento percento, ma di sicuro è stato molto, molto meglio dell'ultima volta in cui vagavo da un albero all'altro come uno zombie cercando di capire come mai il mio cervello facesse pensieri tanto profondi e non fosse invece invaso dalla solita euforia pseudo-romantica che mi coglie ogni volta che cammino in mezzo ai boschi.
Non bisognerebbe pensare troppo, in mezzo ai boschi, perchè in quelle situazioni, a mio parere, il cervello è in grado di apprezzare la complessità della bellezza della natura senza bisogno che ci rimuginiate... bisogna solo guardare la luce e respirare, respirare a fondo, e sentire l'odore della resina che solletica le narici.
Comunque la situazione sta migliorando.
Mentre scrivo, sto bevendo una bella tazzona di tè verde, cannella e limone (pare che il tè verde, oltre che buono, sia anche purificante... sarà vero? Nel dubbio continuo, come ho sempre fatto, a consumarne quantità industriali, tanto la teina non mi ha mai tenuto sveglia...).
E vabbè.
Comunque, finalmente iniziamo a parlare di letteratura, dopo questo probabilmente tediosissimo pezzo sulla mia tediosissima salute e sul mio senso estetico e sui funghi...
Da domani ricomincio a scrivere (a penna, signore e signori, esistono ancora scrittori che lavorano con la penna e poi trascrivono tutto al computer, anche se è un tedio) il Ciclo dei Marini, che avevo interrotto perchè pensavo che scriverlo mi mettesse ansia (quando invece era una condizione patologica).
Ovviamente nessuno di voi sa che diavolo sia il Ciclo dei Marini, non penso di averlo raccontato a nessuno (a parte mia sorella, con cui lo sto scrivendo in collaborazione, e LadyDarknessObscure su Deviantart, una cara amica virtuale, che fra un altro pò saprà le cose prima ancora che le sappia io).
Si tratta di una raccolta di storie basate sulla gente del mare, i merfolk (tritoni e sirene), apparentemente scollegati fra loro, ma in realtà tessere di un grande, enorme puzzle che sarà visibile nel suo insieme solo ad opera completata.
 
Il popolo del mare (merfolks) rappresenta una delle civiltà più varie e vaste del pianeta insieme a quella umana. Le popolazioni hanno usi e costumi molto diversi a seconda della zona in cui si sono stabilite e creano città sottomarine generalmente piuttosto ampie, ma i cui edifici sono capaci di mimetizzarsi con il fondale marino.
Una cosa che accomuna tutti i merfolk è la volontà e capacità di non essere scoperti dagli umani: sono estremamente riservati e sanno che il popolo sulla terraferma ha la brutta abitudine di uccidere e inquinare.
Quasi nessun individuo del popolo dei merfolk mangia pesce: essi considerano infatti i pesci come loro fratelli e mangiarli sarebbe come un atto di cannibalismo.
Le sirene e i tritoni possono avere dimensioni estremamente variabili, proprio come gli esseri umani, e sono presenti sia fenomeni di nanismo che di gigantismo. La lunghezza massima registrata di un tritone è di tre metri e settantacinque centimetri, ma non ci si stupirebbe di trovare esemplari più grandi in qualche città ubicata nelle profondità abissali.
Il colore delle code è generalmente tendente al blu o al verde, colori “mimetici” nell'acqua, ma in alcuni luoghi virano anche al bruno o persino al rosso.
Generalmente essi si nutrono di alghe, crostacei e molluschi, ma non hanno una cucina particolarmente elaborata (infatti, essendo sott'acqua, non è possibile usare il fuoco per cuocere).
Invece hanno un senso dell'olfatto incredibilmente sviluppato (come pure ce l'hanno molti pesci).
Non depongono uova, ma partoriscono uno o due piccoli vivi (come fanno molte specie di squali) che possono essere indifferentemente chiamati “bambini” o “avannotti”.
Appena nati, i piccoli hanno l'aspetto di neonati umani, ma con una corta codina da pesce che si allunga man mano che crescono, esattamente con le gambette dei bambini.
Tritoni e sirene sono famosi per le loro voci estremamente armoniose, che riescono quasi a stregare gli esseri umani e che hanno dato origine a molte curiose leggende: in molte zone è infatti fondamentale per loro saper cantare bene, in quanto questo è il criterio della scelta del partner. Non è tuttavia così per tutte le culture, in Brasile, ad esempio, si preferisce un compagno/compagna particolarmente atletico (e si, che sappia giocare bene al gioco del calcio, hehe).

Il principale antagonista (almeno nelle prime storie) sarà lo stregone del mare Hannibal (nome che ha preso in prestito dal molto più celebre cannibale letterario di Thomas Harris, Hannibal Lecter), una misteriosa, possente creatura metà uomo e metà piovra che sembra completamente priva di sensi di colpa e assolutamente inarrestabile.
Non esiste un vero protagonista, inteso come "eroe positivo", che cambierà in ogni storia (e in molti casi morirà alla fine del racconto), ma fra i personaggi ricorrenti troveremo il dottor Ken Perfect e il folle Teo, entrambi umani, e il giovanissimo principe Will, un tritone che è stato rinnegato dalla sua stessa gente per essersi innamorato di un'umana.
A farla da padrone c'è il "mistero della riproduzione" degli stregoni del mare, i quali hanno tutti trecento anni, sono tutti fratelli e sorelle e nessuno di loro ha la benchè minima idea di come si faccia a riprodursi e tutta la magia oscura di questo mondo non riesce comunque ad aiutarli perchè gli stregoni del mare, come tutte le creature magiche, non sono replicabili con la magia perchè essi stessi ne sono impregnati...
Il cattivo principale, il nostro Hannibal, è anche un ricercatore: e mentre tutti i suoi simili, che lo odiano, se ne fregano altamente del problema riproduttivo, lui cercherà di creare un esercito di suoi simili, di figli, invincibili per conquistare tutte le acque e persino le terre emerse.  Peccato per lui che ci sarà qualcosa di ancora più grosso nascosto dietro questo mistero e che lui, il più forte degli stregoni, sia solo come un piccolo pesce fra tanti pesci minuscoli, in un mare in cui nuotano degli squali...
E per ora è questo un piccolo "teaser" (inutile visto che ancora nessuno legge ancora  questo neonato blog, ma va bene comunque, mi faccio i teaser da sola...) e concludo, salutandovi tutti e augurandovi tanta salute e tanta ispirazione.

Ta Ta
-E

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