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Serena è un'artista che ha perduto l'ispirazione; per ritrovarla decide di visitare la prestigiosa Galleria Borghese nella quale sono custodite alcune delle più grandi opere del passato. Lì incontra uno strano vecchietto che nasconde più di un segreto...
Serena aspettava un'ispirazione. Era sicura che quando fosse
riuscita a richiamarla dalla tana distante in cui si era nascosta, come
una volpe tremebonda in periodo di caccia, sarebbe riuscita a creare
qualcosa di assolutamente esplosivo.
Era difficile definire
l'ispirazione per un artista. Serena pensava che fosse diversa per
ognuno, e che la sua fosse in grado di attivare le sue capacità
artistiche che, ne era sicura, non avevano bisogno di spinte. Quello di
cui aveva bisogno era della decisione per creare quello che aveva in
mente, o farsi venire in mente qualcosa. Oh, non aveva idea di come
parlare dell'ispirazione facendola sembrare una cosa profonda, ma
poetare non avrebbe fatto altro che farle saltare i nervi senza aiutarla
neanche un pochino.
Il suo sketchbook giaceva aperto sulle sue
gambe da ormai un quarto d'ora, e la sua matita – rosa a stelline, ed
era indecisa se questo particolare la rendesse più eccentrica o meno
credibile – si rifiutava di tracciare linee che avessero un senso. In
realtà non tracciava linee, punto. Veniva sollevata a pochi centimetri
dal foglio immacolato e la mano di Serena ne faceva spostare la punta di
grafite avanti e indietro senza risultati, come un cantastorie senza
fiato.
Per quello, per le linee sensate, aveva bisogno dell'ispirazione.
Posò il suo sketchbook di fianco a sé, sul muretto di mattoni che stava
proprio attaccato alla parete di casa sua che dava sul giardino,
riparata da occhi indiscreti. Era un libricino dall'aria rispettabile,
con la copertina nera e seria come la cravatta di un becchino, che
sembrava rimproverare l'esistenza della matita con la sua sola presenza.
Serena si raddrizzò e si ricompose, intrecciando le dita di fronte a
sé. Si schiarì la gola con un piccolo versetto roco, le spalle dritte,
come se avesse cercato di impressionare il disastro che era il giardino.
L'unica cosa che sembrava riuscire a salvarsi dall'essere
divorata dalle erbacce – fine misera toccata ai narcisi e alle violette –
era un albero di melograno che si stiracchiava soddisfatto e sornione
contro il cielo. Serena era stata contenta di vedere che di melagrane se
ne stavano gonfiando parecchie tra i suoi rami; qualcuna stava
cominciando ad arrossire compiaciuta. Almeno la metà era caduta a terra,
il resto sembrava essere stato mangiucchiato direttamente sui rami, da
uccelli o addirittura da ratti intraprendenti.
No, il melograno non era un buon punto di partenza per l'ispirazione, non oggi.
Serena lasciò correre lo sguardo sulle piante, schiarendosi la gola di
nuovo, indispettita. Quello che vedeva non aveva nulla del bello
classico: era sicura che nessuno avrebbe mai comprato un quadro con quel
rampicante abbracciato ad un'erbaccia vigorosa, tanto da sembrare una
pianta sola, e cespugli di erbacce dall'aria anonima, ed erba spessa e
irregolare che faceva capolino tra i grovigli vegetali. Il suo muretto
riscaldato dal sole sembrava una scialuppa di salvataggio in un mare
agitato.
La natura non aveva la minima intenzione di aiutarla nella sua crociata artistica.
Non era neanche una paesaggista, Serena, ed era convinta che nessun
paesaggista rispettabile avrebbe potuto prendere ispirazione da quello
sfacelo. Quello di cui aveva bisogno per ritrovare la bussola era
qualcosa che fosse inconfondibilmente bello di per sé, bellezza
raffinata già estratta dalle fallaci cose terrene da qualche buon'anima
che le risparmiasse la fatica.
In poche parole, aveva bisogno di vedere arte umana.
Il Cristo di Mantegna, Amore e Psiche di Canova, la Madonna Sistina di Raffaello...
Aveva disegnato i due puttini sul fondo di quel quadro in un lampo di
entusiasmo sul suo libricino austero, ed era stata felicissima di come
erano usciti: le proporzioni dei loro piccoli corpicini, i bordi
smussati delle alucce. Li cercò con un sorriso sulle labbra, sfogliando
le pagine.
Non erano come li ricordava. Il puttino sulla destra
aveva la faccia di un bambino di cera messo sopra una candela, il cui
ultimo pensiero in punto di scioglimento era stato di profondo
disappunto. Al puttino sulla sinistra qualcuno doveva aver calciato
entrambi i calcagni mentre lei non guardava, perché era sicura che non
fosse quella l'espressione che gli aveva disegnato lei. Il suo
angioletto era stato un bimbo pensieroso ma adorabile, con minuscole
alette da colomba spalancate dietro le spalle. Questo invece era uscito
sconfitto da un combattimento da strada.
Serena si strinse lo
sketchbook con la matita infilata tra le pagine al petto, molto ben
chiuso, e schizzò in piedi, gettando un'ultima occhiata di rimprovero
alla giungla dietro casa sua prima di allontanarsi a grandi passi.
La Galleria Borghese di Roma, aperta nel millenovecentodue, da fuori ha
un aspetto squadrato e pulito, imponente e bianco, con una facciata che
è un impeccabile esempio di simmetria e pulizia, con abbellimenti
graziosi ma non barocchi, lasciando il bianco puro a predominare sul
colpo d'occhio. Essa si trova all'interno della villa borghese Pinciana
ed è impossibile trovare un'altra galleria che ha il vanto di esporre
allo stesso tempo tante e tali opere da nomi come Bernini, Caravaggio,
Carracci, Raffaello, Canova, Rubens e molti altri fra quelli che hanno
costellato i libri di storia per generazioni.
Lo zampino e
l'ingegno umano erano così indiscutibilmente presenti che Serena si
sentì tranquillizzata al solo vedere la facciata bianca dell'edificio.
Aveva dovuto guidare non poco per riuscire ad arrivare, e si, aveva
dovuto pagare, ma l'arte richiedeva qualche sacrificio. Il fido
sketchbook, la matita e il suo lupetto color lavanda portafortuna,
portato a dispetto del clima estivo, accompagnarono Serena mentre
attraversava la strada che spartiva le due ali verdi e curate del
giardino, che circondavano la struttura.
Ecco, così era come doveva presentarsi l'erba per essere bella, per lei.
C'erano dei passi costanti alle spalle della ragazza da un po', ma la
giovane non si allarmò. Non mancavano i visitatori, non c'era motivo di
credere che qualcuno stesse tallonando proprio lei.
Ad ogni modo,
Serena non poté fare a meno di notare che i passi dietro di lei erano
irregolari; forse l'altro visitatore aveva qualche problema con una
gamba, perché non riusciva a gestirla bene.
Serena inspirò, espirò, sentendo un sorriso sbocciarle sul volto.
Si sentiva quasi ribelle per avere seguito una decisione fatta così su
due piedi. Sarebbe stato ancora più divertente se non fosse stata tipo
da fare questo genere di cose, però seguire i colpi di testa era una
droga che aveva assaggiato da quando portava ancora le trecce stile
Pollyanna, ovvero molti anni prima. Non si poteva dire che fosse un
comportamento insolito per lei, ma questo non la frenò dal sentirsi
molto fiera di sé.
Era quasi arrivata quando sentì una voce gracidante alle sue spalle «Signorina? Signorina bionda?».
Serena voltò solo il capo verso la voce che la chiamava. Il fato doveva
avere un disegno piuttosto contorto in programma per lei, perché non
appena girò il mento inciampò su qualcosa, incespicò e non cadde solo
dopo una piccola acrobazia, ma toccò comunque per terra con un
ginocchio.
Il suo interlocutore ne approfittò per superarla a
passetti zoppicanti veloci e con un sorrisetto come se avesse vinto alla
lotteria, lasciando Serena a guardarlo perplessa.
L'aspirante
maratoneta era un uomo anziano, dal viso largo e i capelli lunghi e
bianchi, anche se aveva iniziato a stempiare abbondantemente.
«Signorina bionda, alla ricerca di ispirazione?».
Serena storse la bocca e drizzò la schiena. Non ci voleva un genio per
capirlo: era entrata con uno sketchbook in un museo. E poi perché il
vecchio non si era neanche offerto di aiutarla, ma continuava a
guardarla soddisfatto?
«Si» Borbottò lei «Perché?»
«Oh,
tutti vengono qui alla ricerca di ispirazione» il sorriso del vecchietto
si trasformò appena, virando ad un ghigno «E non ne hanno idea. Vero,
signorina, che neanche lei ne ha idea?»
«Idea di cosa?» Serena controllò che il suo sketchbook non avesse accusato strappi.
«Idea di quello che c'è dietro...» il vecchio fece un gesto con
l'indice, un circoletto discendente simile ad una molla «La gente entra a
guardare questi quadri con la bocca aperta, ma mica le sa le cose!»
«Veramente molti di loro sono appassionati. E lo sono anch'io»
«Ah, davvero?»
«Si da il caso che io sia un'artista» Serena si vide costretta ad
alzare il mento e a cercare di ingrandirsi, come se davanti avesse un
orso e non un vecchietto.
Sapeva che i vecchietti, specie se
erano professori, non prendevano sul serio le ragazze che volevano fare
gli artisti: per loro solo Tiziano, Caravaggio, Raffaello erano degni di
quel titolo, divinità che si ergevano sopra i mortali. Ma Serena era
disposta a difendere il suo titolo a colpi di parole o di matita.
A sorpresa, il vecchietto non rise né la contraddisse, ma annuì docilmente
«Eh si. Lei è sicuramente un'artista, ma non è detto che lei sappia
cosa c'è dietro... guardi...» le fece segno di camminare, di seguirlo, e
con passetti corti e rapidi la portò di fronte al busto marmoreo di un
cardinale con pizzetto e baffi «Guardi!»
«Il Cardinale Scipione Borghese» Disse Serena, immediatamente.
Il vecchietto le fece un sorrisetto, invitandola a continuare.
«Era il cardinal legato, il ministro degli esteri e degli interni. Uno
degli uomini più potenti d'Italia» Spiegò Serena «So benissimo chi è. So
cosa c'è dietro questo busto»
«No che non lo sa, signorina» il
vecchietto scosse la testa «Lei sa chi è quest'uomo per come te lo hanno
raccontato. Ma quale fosse il suo tipo di caramelle preferite, dove
posò per questo busto, della sua amicizia con un cacciatore di vampiri,
queste cose tu non le sai. Ogni opera d'arte porta con sé una storia
precisa e ormai son quasi tutte perse» l'uomo fece un altro gesto vago
«Ma perdo tempo anche io, non è vero? Perché dovrebbe volermi ascoltare,
signorina?»
«Perché dovrei?» ripeté Serena, confusa. Quell'uomo
continuava a passare dal lei al tu, cosa che Serena trovava fastidiosa,
perché non capiva se volesse prendere le distanze oppure entrare in
confidenza.
«Infatti, perché dico io?» L'anziano si grattò una guancia con la mano cosparsa di minuscole macchioline brune
«Già».
Il vecchietto si voltò, dando le spalle a Serena, e prese ad
allontanarsi. Il retro della sua giacca era trapuntato da sottili
disegni di fiori argentati, splendidi ed eterei, che da lontano erano
quasi indistinguibili dal tessuto circostante e che parevano scomparire
sempre di più ad ogni passo. Quell'ometto dai capelli lucenti, che a
tratti parevano di ceramica e a tratti di platino, si fondeva con la
galleria Borghese come se fosse egli stesso un quadro o meglio ancora
una statua.
Serena batté le palpebre. Era venuta lì dentro alla
ricerca dell'ispirazione e d'improvviso si sentì stupida a sprecare la
compagnia di quell'eccentrico vecchietto... certo, magari era solo un
pazzo vestito molto bene, di pazzi ce n'erano tanti nelle gallerie
d'arte, ma la ragazza intuiva che sarebbe stato interessante ascoltare
le sue panzane.
Gli corse dietro e stavolta toccò a lei superarlo
«Aspetti! Aspetti signore! Come si chiama?»
«Ambrogio Ginulfo Asterio, signorina. E lei?»
«Serena»
«Che bel nome, Serena» Ambrogio riprese a camminare svelto, le mani
dietro la schiena «Sai, c'era una Serena che affiancò una dea, una
volta. Il nome stesso Serena ispira divinità, è lunare e antico e molto,
molto bello. Se fossi una donna, mi chiamerei Serena».
Attraversarono le stanze e si fermarono in un locale con le pareti
dipinte di un arancio poco carico sulle quali risaltavano le cornici
dorate. Il vecchio le indicò un quadro in cui vi erano molte giovani:
alcune facevano il bagno, ignude, altre avevano archi e frecce, e una
ragazzetta con braccia muscolose teneva per il collare un cane da caccia
che voleva avventarsi su qualcosa o qualcuno.
«Tu che sei una
studentessa d'arte così brava, sa che cos'è questo? Eh! Non leggere il
cartellino!» Fece il vecchietto, divertito
«È... la Caccia di
Diana, giusto?» rispose Serena, titubante. Non ne conosceva l'autore, ma
aveva una vaga idea di cosa rappresentasse.
«È stato il
Domenichino a dipingerlo» Spiegò il vecchio, gesticolando «Ah, quel buon
uomo! La realizzò per sé, perché era un appassionato di divinità
pagane, e perché in questo modo era certo che il cardinale Scipione
Borghese, che aveva il brutto vizio di volergli comprare tutte le opere
comprese quelle che proprio non erano in vendita, lo avrebbe lasciato in
pace. Ah! Domenico ci mise tanto amore e tanta passione in questo
quadro: voleva appenderselo sopra al caminetto, così da guardarlo
d'inverno, quando fuori tirava tempesta, mentre mangiava il cibo caldo e
immaginarsi che fosse stata Diana in persona, la dea, a procurargli
quel cibo. Ma Scipione Borghese era davvero un uomo terribile! Grande
estetica, terribile etica» scosse la testa «L'avido Borghese vide il
quadro e lo volle per sé. Che gliene importava a lui se non erano
madonne e santini, ma giovinette mezze svestite che si divertivano? Era
un quadro troppo bello. Tanto meglio per lui se c'erano femmine carine.
Quindi sai cosa fece?»
«No» disse di slancio Serena
«Buondio, che diavolo vi insegnano a scuola, a farvi gli autoscatti e metterli nello snapciaps?».
Serena rise e il vecchietto le rispose con un sorrisetto tenue e colpevole, forse avendo capito la sua gaffe.
«Comunque» Continuò Ambrogio «Borghese iniziò a chiedere
insistentemente il quadro. Il pittore, Domenichino, poveretto si vide
costretto a dirgli che l'opera era già prenotata, che la voleva il
cardinale Aldobrandini, e pure Aldobrandini, che Dio l'abbia in gloria,
ci si mise in mezzo e disse di averla prenotata. Sembrava che, almeno
per questa volta, avessero strappato il quadro dalle grinfie di
quell'avido di Borghese, ma quello lì ne sapeva una più del diavolo e
fece mettere l'artista in prigione per convincerlo a cedergli il quadro!
E come puoi vedere» il vecchietto indicò con il mignolo la grande tela
dipinta «Ci riuscì, visto che ora è appeso proprio qui»
«Non sapevo di questa storia...»
«Te l'ho detto: voi giovani d'oggi non sapete niente delle cose che
contano davvero. Prima mi ha detto che sapeva chi è il cardinale
Borghese, ma adesso mi fa capire che non sa che faceva mettere la gente
in prigione per rubargli i quadri»
«Beh» Serena si strinse nelle spalle «Borghese ha creato questa galleria. È famoso. Io so quel che mi hanno insegnato»
«E non le hanno insegnato abbastanza, signorina. Altrimenti
saprebbe...» l'indice teso di Ambrogio vagò fino a posarsi sulla figura
della giovinetta dalle forti braccia, vestita di rosa e che tratteneva
il cane, dipinta sulla tela «... Che questa signorina qui ha il suo
stesso nome. Serena. È per questo che ti ho portata qui. La galleria
Borghese ha una storia diversa da raccontare ad ognuno di noi, ma è bene
che si cominci sempre dal proprio nome»
«Come sa che quella si chiamava come me?» domandò la ragazza, scettica
«Scommetto che appena arriverà a casa, signorina, cercherà su internet
quello che le dico per sapere se è vero oppure no» ghignò Ambrogio
«Bene, non le dico bugie. Alcune delle cose che le dirò le troverà
facilmente, altre non ci sono proprio, ma nessuna è una menzogna. Come
lo so? Io c'ero» il vecchietto spalancò gli occhi «E se credi che io sia
folle, fa' pure»
«Beh, deve ammettere, signor Ambrogio, che è un po' folle come cosa, pretendere di viaggiare nel tempo»
«Viaggiare nel tempo?» il vecchietto rise, emettendo un verso da
paperotto «Anche lei viaggia nel tempo! E viaggiamo esattamente nello
stesso modo, io e lei signorina: sempre in avanti»
«Quindi...» Serena giocherellò con la matita «Mi sta dicendo che...»
«Sono vecchio»
«Ma così vecchio? Non li dimostra»
«Adulatrice! I giovani di oggi sanno lisciare gli anziani come nessun
altro. È pure vero che sanno insultarli come nessun altro. Sanno fare
tutto meglio, compreso disegnare»
«Non direi. Voglio dire, tutti i dipinti che ci sono nelle gallerie d'arte sono vecchi»
«Sono vecchi perché la gente è affascinata dalle cose vecchie» tagliò
corto Ambrogio «Ai miei tempi non erano così preziose come sono oggi. Le
cose vecchie valgono di più, per qualche motivo. Eppure conosco
ragazzine che potrebbero fare cose migliori di Caravaggio in metà del
tempo, ma mica le pagano per farlo»
«Ah».
Serena rimase
in silenzio. Non aveva mai conosciuto personalmente nessuno che fosse
più bravo di un maestro rinascimentale, ma li aveva visti su internet,
certi lavori... certe composizioni con colori che sembravano veri e
creature fantastiche che avrebbero potuto esistere davvero su altri
pianeti, palazzi baciati da un sole virtuale e baci così pieni di
passione e morbidezza da dar la pelle d'oca e far sentire un formicolio
in fondo al cuore. Non ci aveva pensato mai davvero, ma i grandi maestri
del passato probabilmente non sarebbero stati considerati così grandi
nel presente, dove una ragazzina con una penna biro avrebbe potuto
sfidarli e batterli sul loro stesso campo. Forse. O forse avrebbero
trovato il modo, si sarebbero fatti raccomandare, sarebbero diventati
famosi con altri meriti. Magari non tutti loro, magari solo qualcuno...
ma il mondo era cambiato. Non sarebbe stato facile. Perché qualcuno
avrebbe dovuto desiderare un ritratto, quando gli bastava farsi un
selfie?
«Serena... » Disse il vecchietto «Era una ragazza
incredibile, lo sai? Un'addestratrice di cani di prim'ordine. Lo sai,
no? I levrieri si dice che non ti ascoltano mai, sono difficilissimi da
addestrare. Lei avrebbe potuto farli ballare come quei cani moderni che
usano per fare le pubblicità, quelli bianchi e neri da pecora»
«I border collie?»
«Quelli. Credo. Comunque era qualcosa di notevole. Ci sono tanti cani con tante storie interessanti dentro queste opere».
Serena alzò la testa per interromperlo, perché aveva l'impressione che,
se gliene avesse dato l'occasione, il vecchietto si sarebbe immerso in
una nuova serie di racconti con la naturalezza con cui respirava. Non
che non le interessassero, se doveva essere sincera, però...
«Io sono venuta per guardare tutte le
opere del museo» fece la ragazza, nel tono più cortese ma fermo che le
riuscì «E lei sta continuando a farmi saltare da un quadro all'altro. Mi
ha fatto correre qui dall'entrata, io avrei voluto vedere i quadri»
«Tu stai vedendo i quadri» disse lentamente il signor Ambrogio, con altrettanta cortesia. Serena si sentì un po' stupida.
«Si, ma non in ordine» rispose Serena, usando un tono che la faceva
sembrare giusto un filo seccata. Ambrogio ammiccò, ma non smise di
sorridere.
«Tu vuoi vedere i quadri in ordine, mia cara?»
«Oh, si. Mi piacerebbe molto»
«Hai ragione. Dovremmo vederli in ordine, ragazza mia» l'anziano la
indicò con il dito sorridendo, come se avesse visto qualcosa di
prezioso, poi lo abbassò e allacciò fluidamente le mani dietro la
schiena. «Nella mia vita ho visto tante cose nell'ordine che mi hanno
indicato che ho finito per guardare le cose alla rinfusa solo per
ingannarmi nel credere di vedere cose nuove».
La giovane fece per
incamminarsi verso l'entrata, già pregustando di vedere tutti i quadri
in modo ordinato e conciso, facendosi anche raccontare qualche aneddoto
da questo vecchietto matto. Tutto sommato sembrava innocuo, e c'era
qualcosa nel suo modo di parlare che le piaceva istintivamente, come se
tutto ciò che il vecchio Ambrogio Ginulfo avesse pronunciato fosse stato
parte di un copione teatrale.
«Signorina, dove va? Vuole già uscire?».
Serena si voltò confusa. Il suo strano accompagnatore si era spostato
in tutt'altra direzione, e adesso attendeva paziente che lei lo
raggiungesse accanto ad un quadro appena venato dal tempo, con un uomo
dalla morbida barba grigia che da seduto si protendeva verso una bella
donna quasi del tutto scoperta, con i capelli color grano raccolti.
Giove e Giunione, di Annibale Carracci.
«Ha detto che li avremmo visti in ordine» Protestò Serena «E per
vederli in ordine dobbiamo vederli dal primo all'ultimo. Lei mi ha
trascinato in una delle ultime stanze»
«Perdona un povero vecchio
per averti confusa, Serena. Mi creda se le dico che la maggior parte
delle volte ne sono consapevole e lo faccio appositamente, ma questa
volta no» l'anziano le si avvicinò calmo, sempre con le mani allacciate
dietro la schiena «Non ho detto che volevo vederli in ordine. Adesso ha
tre possibilità, mia cara ragazza, che cambieranno il corso di questa
sua giornata e che potrebbero o meno portarla a riavere la sua
ispirazione. La prima opzione è che lei ignori questo mio discorso e
prosegua verso la strada che aveva deciso di intraprendere da sola,
continuando il percorso esattamente come lo aveva programmato, vedendo
le opere esattamente come questa galleria gliele sta proponendo, e
tornare a casa esattamente come aveva previsto. Non ci sarebbe nulla di
male a scegliere questa opzione».
Serena lo guardò con gli occhi socchiusi, soppesando le parole del vecchio Ambrogio.
«La sua seconda possibilità è fidarsi di questa persona che ha appena
conosciuto, e che le promette solennemente di farle passare una giornata
estremamente piacevole che le farà conoscere tutte le cose che lei ha
bisogno di conoscere, anziché ricordare le cose che tutti si aspettano
che lei ricordi o imparare le cose che non sono importanti. Le prometto
anche che non sarà per nulla come lo aveva pianificato e che non farò
altro che sorprenderti, Serena. Una volta deciso di fidarti di questa
persona che non conosci, potresti anche seguirla. Anche questa sarebbe
un'opzione del tutto possibile».
Serena annuì, quasi inconsciamente.
«La terza possibilità è seguirmi comunque, ma senza fidarti di me. In
quel caso tutte le belle parole che ti ho detto sarebbero sprecate, ma
anche questa è una possibilità che potresti senz'altro seguire. Mi
dispiacerebbe, ma potresti».
«Insomma, tre possibilità...»
«In realtà ne hai molte, molte di più. Solo che ne ho omessa qualcuna
perché non mi garbava, e spero così di dissuaderla dall'intraprendere
questi corsi d'azione»
«Non è corretto da parte sua, cercare di influenzarmi così. Quale potrebbe essere, per esempio, la quarta opzione?»
«Non per darle idee, ma potrebbe fuggire via da questo luogo. O per
darle anche una quinta opzione omaggio, aggredirmi. Cose che spero non
siano nel suo carattere, giovane artista, come lo erano in altri che
sono venuti qui in cerca di ispirazione» allargò un braccio verso i
quadri appesi a parete «O nel carattere di alcuni di quelli di cui
abbiamo prova tangibile della loro ispirazione. Ne rimarrei deluso».
Serena rimase a pensarci, a capo chino. Guardò le proprie mani, curate e
chiare, ancora apparentemente intoccate dal sole estivo. Le sarebbe
piaciuto che si fossero abbronzate. Guardò come tenevano stretto il
bordo dello sketchbook nero, che avrebbe tanto potuto riempire di tutte
le idee che aveva in testa. Se solo le avesse avute, tutte queste idee
da riversare.
Guardò il quadro di Carracci. Era bellissimo, indubbiamente. Però...
«Non dovrebbe farla tanto lunga, signor Ambrogio, la stavo già
seguendo» disse Serena, affiancandoglisi come se fosse stata la cosa più
naturale del mondo.
Il sorriso sul viso rugoso di Ambrogio era largo e genuino.
«Vieni, Serena. C'è così tanto da vedere!»