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mercoledì 26 ottobre 2022

Iris Letalis 9. Il finale giusto

 


Cattelan si grattava una guancia guardando lo schermo del portatile. Il finale per il suo nuovo libro, “Timmy e l’orsetto bordeaux”, non ne voleva sapere di venir fuori.
Lo scrittore aveva provato a rimescolare gli eventi della narrazione, a riscrivere Timmy come un alieno, a far diventare l’orsetto una femmina, ma niente, nessun finale funzionava. Si spettinò i capelli, sbuffò, chiuse il documento, lo riaprì. Poi ebbe una folgorante idea che, avesse voluto il dio della scrittura, forse era proprio quella giusta. Le sue dita iniziarono a digitare freneticamente:

“Timmy e l’orsetto bordeaux erano finalmente insieme nel giardino, dopo tante peripezie. Il peluche era un po’ sporco, un piede era un pochino strappato, ma si poteva riparare! E anche pulire, certo.
«Imparerò a cucire per te» Disse Timmy «Anche se ho sempre pensato che fosse una cosa da femmina, ora ho capito che è solo una delle tante cose che si fanno per gli amici! E io imparerò perché ti voglio tanto bene!».
L’orsetto bordeaux abbassò lo sguardo. Non era proprio triste triste, ma qualche cosa non andava.
«Quanto dovrò aspettare per essere cucito?» Disse
«Solo un po’, amico mio! E poi sarai come nuovo!».
In quel momento arrivò un altro bambino, più vecchio di Timmy. Era proprio lui, il bullo Tommy, che Timmy non aveva mai sopportato!
«Lascia stare quel Timmy!» Disse Tommy «Io so cucire già adesso, me lo ha insegnato mio papà che è un sarto famoso che fa i completi per i motociclisti tosti e per i lottatori di wrestling! E poi ti darò anche un nome, perché quello scemo di Timmy non te ne ha dato uno anche se vi conoscete da due mesi!».
L’orsetto bordeaux guardò Tommy, poi Timmy, e gli si leggeva sul musetto che lui avrebbe voluto essere riparato adesso, non aspettare che qualcuno imparasse come farlo, e che voleva anche un nome.
Però disse: «Timmy, tu sei il mio padroncino e io non ti tradirò per il bullo Tommy!».
Timmy però era un bambino buono e intelligente, che voleva davvero bene all’orsetto bordeaux, perciò capì una cosa molto importante: che l’orsetto sarebbe stato meglio insieme a Tommy, che era ricco, aveva un papà sarto e sapeva cucire. Fu per questo che Timmy disse:
«Caro il mio orsetto bordeaux, io ti voglio un mondo di bene! E sono contento che sei fedele a me, ma devo dirti una cosa molto importante: devi andare insieme a Tommy. Tommy è cattivo con me, è vero, ma non con te! Lui voleva che tu fossi il suo orsetto fin da quando ti sei animato alla Piazza delle Magie! Se ti romperai, lui ti ricucirà, se ti sporcherai lui ti laverà, se ti perderai lui manderà le sue guardie a cercarti e poi sono sicuro che ti darà un nome bellissimo, perché è molto creativo a dare soprannomi buffi a tutti quanti a scuola. Starai bene con lui, meglio che con me».
L’orsetto bordeaux abbracciò Timmy forte forte, stringendolo fra le morbide zampette, e gli disse all’orecchio:
«Il più buono di tutti sei sempre tu, però».
Tommy non credeva alle sue orecchie! Finalmente il bellissimo orsetto bordeaux, l’unico giocattolo parlante della città di Arcobalenia, era suo! Non disse grazie, perché era pur sempre un bullo, ma diede la mano a Timmy.
«Ora non siamo più nemici» Dichiarò «Perché io e te vogliamo bene allo stesso orsetto»
«Sì, non siamo più nemici» disse Timmy.
Tommy prese per mano l’orsetto bordeaux e se ne andò. Timmy era un po’ triste, ma più ancora che triste era felice, perché sapeva che l’orsetto sarebbe stato davvero bene. Aveva imparato una lezione molto importante, il bravo bambino: che a volte, quando ami qualcuno, devi lasciarlo andare via.

FINE.”

Soddisfattissimo, Cattelan ricontrollò velocemente il documento, poi lo allegò ad un’e-mail e lo inviò al suo editore. Attese qualche istante, fissando ancora lo schermo come in trance, poi si alzò e fece un balletto di vittoria, canticchiando a mezza bocca una melodia che credeva di aver inventato in quel momento, ma che in realtà aveva sentito una notte nel lontano 1999.
Decise che avrebbe stampato e rilegato una copia da sé e l’avrebbe regalata a Mika quando sarebbe andato a vederlo al torneo.
«E vedremo se anche questo non ti piacerà!» Esclamò, parlando al vuoto «Vedremo se anche qui manca il pathos, come dici tu!».
Sentì che gli occhi gli si inumidivano un poco. Si disse che era per colpa delle ore passate davanti al computer, ma stava mentendo a sé stesso.
Dall’angolo un peluche a forma di orsetto, bordeaux, lo guardava senza vederlo con i suoi occhietti di plastica neri. Aveva uno strappo su una zampa, da cui si intravedeva l’imbottitura ormai ingiallita.
Cattelan non aveva mai imparato a cucire.

 
 

venerdì 21 ottobre 2022

Iris Letalis 8. Celle e gabbie

 
  +INDICE+


Erano le nove di mattina. Mika fu ricondotto nella sala d’aspetto dopo aver passato la notte in cella.
«Sei fortunato che il tuo ragazzo non ha voluto sporgere denuncia» Gli disse la poliziotta che lo stava scortando «È pure venuto a pregare di liberarti, che era colpa sua, che non c’è reato»
«Achille non è il mio ragazzo» grugnì Mika, cupo
«Già, immagino che non lo sia più, dopo quello che è successo. Ma senti a me: devi imparare a contenere la rabbia e a gestirla. Non va bene questa cosa che picchi la gente. Ti inguai soltanto. E poi se grande e grosso, fai male a qualcuno»
«Pure Achille è grande e grosso»
«È vero. E infatti hai visto che lividi che ti son venuti fuori?».
Passarono di lato ad un agente che stava conducendo un criminale in manette nella direzione opposta, giù nelle carceri. Il pregiudicato, un uomo di mezz’età con la mascella quadrata e gli occhi iniettati di sangue, si girò a guardare il retro dei pantaloni lucenti di Mika, fischiò e fece un commentaccio. Il pugile diventò rosso e strinse i denti.
«Non vuoi picchiarlo» Gli ricordò la poliziotta, severa
«Voglio ucciderlo» sibilò Mika
«Benvenuto nel mondo di noi donne. Noi non ce ne andiamo in giro ad uccidere tutti i maschi che fanno qualcosa del genere, altrimenti il mondo sarebbe spopolato»
«Forse dovete. Così smettono»
«Facile parlare per te: sei grosso e forte. E sei un maschio»
«Una volta non ero grosso e forte» commentò Mika con amarezza.
Il corridoio terminò. Ad aspettare Mika c’erano Cattelan, Emma, Marracash e persino Achille Lauro, con indosso un’elaborata e costosa camicia di Versace su attillati pantaloni a zampa d’elefante di colore fucsia.
«Non ucciderlo» Raccomandò la poliziotta «Sei libero. Ma vedi di non farti più segnalare a disturbare la quiete pubblica. Vai».
Mika si avvicinò al gruppetto, senza togliere gli occhi di dosso ad Achille. Il pugile biondo si stava guardando le unghie perfettamente curate, ignorandolo in maniera deliberata, ghignante.
«Perché hai fatto vincere me?» Domandò duramente Mika
«Amico, tu hai vinto» rispose Achille, finalmente guardandolo
«No. Tu potevi, ancora, combattere»
«Secondo te sono scemo che mi faccio massacrare da te» Achille gli diede due schiaffetti leggerissimi «Te sei matto, amico mio. Hai vinto, sei stato bravo, ma col cavolo che ci metto tutto l’impegno a prende’ cazzotti ‘n faccia, senza manco il paradenti, senza manco una posta in palio, in un incontro clandestino. Sali su un ring vero e poi ne riparliamo».
Mika si girò verso Cattelan.
«Ciao» Gli disse, con un entusiasmo quasi aggressivo
«Oh, ciao» replicò Cattelan, mettendo avanti le manicomio«Ciao a tutti. Ciao Emma!»
«Ciao tesoro» rispose la donna, alzando un pugno chiuso «Qui per supportarti»
«Grazie, Emma!» il sorriso effimero che era comparso sul volto di Mika scomparve quando lui si rivolse di nuovo a Cattelan «Fammi arrivare su un vero ring»
«Sì, vabbè, senza neanche passare dal via» rise Alessandro «Non è facile, lo sai?»
«È facilissimo» lo interruppe Marracash «Partecipa al mio torneo, il Luna Loca, e io ti iscriverò ad una palestra di pugilato, poi all’albo dei professionisti, e ti seguo fino a farti decollare la carriera. Ti rendo un pugile vero… ovviamente devi firmarmi un contratto, ma non sarebbe neanche il primo grande pro che scopro. Guarda Achille: lui era un dilettantino che ho seguito fino alla grandezza. Non è vero, eh?»
«Vero sì» confermò il biondo, appoggiandosi con il gomito alla spalla di Marracash «Questo qui m’ha tirato fuori da un giro brutto brutto, m’ha aiutato a darmi una ripulita e m’ha fatto pugile. Ti ci puoi fidare Mika, te c’hai il potenziale, ti fa campione mondiale».
Mika guardò Cattelan, che faceva “no no” con la testa, lo sguardo spiritato, poi guardò Achille e Marracash, con le loro facce piene di promesse, e infine Emma.
«Che faccio?» Le chiese «Mi fido?»
«Ah, beh…» disse la donna «… Marra è il disonesto più onesto che conosco. Io sono forse dieci anni che lavoro con lui e mi sono sempre trovata bene. Mollalo a quel Cattelan, che ti tratta pure male, e fatti una bella carriera come Cristo comanda, amore».
In quel momento, Alessandro Cattelan si rese conto che quelli lì avevano ragione: che carriera poteva garantire a Mika lui, in quell’esatto momento? Solo una traballante, effimera, e anche se lo avesse effettivamente iscritto all’albo dei professionisti, non sarebbe stato in grado di procurargli match prestigiosi come quelli che gli avrebbe dato Marracash. E poi quello lì aveva scoperto Achille Lauro! Ecco perché un professionista di quel livello aveva accettato di partecipare ad un incontro a sorpresa organizzato in maniera un po’ approssimativa: c’era conoscenza fra i due, forse affetto, e probabilmente un contratto legalmente vincolante. D’altronde però, perché si preoccupava così? Lui voleva liberarsi di Mika, no? Era un piantagrane istintivo ed infantile che faceva a botte con chiunque, difficile da gestire, e che fin dall’inizio Alessandro aveva pensato di mollare a Marracash per fare qualche soldo facile e poi dimenticarsene…
«Giusto» Disse Cattelan, congiungendo le mani a pugno «Era pure nel contratto. Mika, da adesso in poi il mio lavoro con te è finito: il tuo nuovo manager è Marracash. Buona fortuna»
«Grazie» rispose il pugile bruno, sorpreso «Ehi, aspetta, dove… dove vai?»
«A casa. Ho tantissime cose da fare, davvero. Ti verrò a vedere al Luna Loca, te lo prometto! Ma ora devo finire un libro, altrimenti il mio editore mi ammazza… ciao Mika! E arrivederci a tutti quanti!».
Alessandro Cattelan non attese la risposta di nessuno, fece dietro-front e se ne andò a passo di marcia.
«Secondo me mo’ va a casa e piagne» Tirò ad indovinare Achille Lauro
«Non curatevi di lui» disse Marracash «Ad Alessandro non importa che dei soldi. Il dio denaro! Ma ora, Mika, sei dei nostri. Fai parte della nostra famiglia. E noi ti renderemo famoso» mise una mano sulla spalla del pugile dai capelli bruni, stringendo gentilmente le dita «Come hai passato la notte in carcere, amico mio? Stai bene?»
«Eh, infatti» rincarò Emma, stringendosi a loro.
Mika alzò gli occhi al soffitto per radunare ricordi ed idee, seguendo per un po’ il profilo fluttuante di una vecchia ragnatela disabitata che pendeva fra due crepe. Poi aprì la bocca ed iniziò a raccontare.
«Era quasi buio quando sono venuto qui. Mi hanno chiuso in una, una…»
«Cella?» suggerì Emma
«Sì, cella, da solo. Sembrava che avevano paura. Io ero arrabbiato, ma non avevo paura… mi succede spesso, passo la notte in cella. Per le botte, è sempre per le botte. È venuto il buio poi, e si è accesa, fwum! Si è accesa questa lampada gialla e poi ha iniziato a fare un po’ di freddo, perché avevo solo i pantaloni» si strattonò l’elastico dei calzoncini «E avevo anche fame e sete ma ero solo, non c’era nessuno. Dopo un poco, forse tre o quattro ore, che fuori era molto buio, è arrivato un altro nella mia… nella mia cella. Ho chiesto all’agente se potevo avere dell’acqua e poi che avevo freddo e lui mi ha dato una botta con il mazzo delle chiavi sulle dita e se n’è andato»
«Chi è questo?!» domandò Emma, arrabbiatissima «Se lo acchiappo gli faccio sputare pure la parmigiana che ha mangiato nel novantaquattro»
«Uno con l’anello» lo descrisse Mika, mostrando l’anulare della sinistra «Anello da marito, d’oro»
«Vuoi dire la fede, tesoro?»
«La fede, sì. E poi una faccia bella, gli occhi blu, i baffi»
«Bella, sì, come no. Gliela spacco appena lo vedo»
«Non metterti nei guai per me» la pregò Mika «Ci sono già io che finisco in prigione, tu non va bene»
«Amore, non ti preoccupare per me. E poi cosa è successo?»
«Quello nuovo, dentro la cella con me, mi ha parlato. Mi ha detto che lui era innocente, che dovevo aiutarlo… forse era un poco drunk… ehm…»
«Ubriaco?»
«Ubriacco, sì»
«Ubriaco. Una c sola, amore. E che ha fatto questo ubriaco?»
«Niente, cioè, ha pianto. Sua figlia non voleva che lui andasse in prigione di nuovo e se lo scopriva, mi ha detto lui, non gli voleva più bene. Gli ho detto io che sua figlia non smette di volergli bene solo per quello, che se lo ha detto è per spaventarlo, per tenerlo lontano dai guai. Quando si è ripreso un poco, che stava meglio, lui mi ha dato il cappotto perché era piena notte e io stavo tremando» Mika si poggiò i palmi aperti sulle spalle, incrociando le braccia sul petto, e finse un brivido «Ed era caldo, perché c’era stato lui dentro, e sono stato un po’ meglio. Poi ci siamo messi vicini e abbiamo dormito e poi è venuto il giorno e mi hanno detto che era venuto Achille e non c’era denuncia, che ero libero perché non c’era reato. Me l’hanno detto tre volte» alzò tre dita della mano sinistra «E mi hanno portato da voi»
«Oh, amore… quindi hai ancora sete?» indagò Emma
«Sì, molta. Ho la bocca asciutta come il deserto».
Achille Lauro frugò in una borsa di pelle (costosa, come il resto del suo vestiario) che stava appoggiata su una delle sedie di plastica e ne estrasse una lattina verde di Monster, una bevanda energetica ipercaiffeinizzata.
«Tiè, bevi fratello» Disse, lanciandola a Mika che la afferrò al volo «Questa qua te rimette ar monno, tipo che ti svegli dopo otto ore di sonno continuate».
Il pugile bruno si rigirò la lattina fra le mani, poi tirò la linguetta metallica per aprirla.
«Grazie, Achille» Disse, poi iniziò a tracannare la bevanda
«St’attento che è frizzante» lo mise in guardia il biondo «No tutta a ‘na vorta, che te la senti pure dentro ar naso!».
Mika staccò la bocca dalla lattina e fece un verso acuto, prolungato.
«It’s sparkly! Damn, it’s sparkly!» Si lamentò, ma dopo un attimo stava già bevendo il resto.
Marracash e i suoi lo portarono a fare colazione al Suave, dove gli servirono un cornetto caldo al cioccolato, un cappuccino, un bicchierone di spremuta di succo d’arancia e alcune paste fresche.
Mentre Mika mangiava di gusto, Nicky il cameriere arrivò portando i suoi vestiti ben piegati.
«Signore» Disse «Li ha lasciati nell’arena. Fra ieri sera e stamattina il suo cellulare, nella tasca dei suoi pantaloni, ha squillato innumerevoli volte».
Mika si strozzò con il succo d’arancia, tossì dieci volte (con Emma che gli batteva la schiena) e poi, con gli occhi spalancati e ancora lacrimanti, guardò Nicky.
«Il mio telefono?» Domandò, con una voce rasposa da fumatore
«Sì signore» il cameriere gli tese tutti i vestiti.
Mika afferrò il malloppo, se lo mise sulle gambe ed iniziò a rovistare nelle tasche dei pantaloni finché non ne estrasse lo smartphone.
«Mamma!» Esclamò, componendo il numero più in fretta che poteva.
Emma rise. «Oh, hai perso le chiamate di tua madre? Sono guai adesso, bello mio».
Mika si portò il telefono all’orecchio, osando timidamente dire: «Mamàn?».
Dall’altoparlante dell’apparecchietto venne fuori una sequela di parole in francese, vomitate fuori a volume altissimo.
«Meno male che sono orfano» Commentò Nicky, sollevato
«Naaah, la cosa migliore è avere genitori chill come i miei» gli disse Emma «Loro sono super rilassati qualsiasi cosa faccio perché si fidano di me»
«I miei mi tenevano chiuso in gabbia, quand’ero piccolo»
«Per davvero?» Emma aggrottò le sopracciglia, scostando la sedia alla sua sinistra per invitare Nicky a sedersi, così avrebbe potuto ascoltarlo bene anche se a destra Mika stava animatamente parlando con sua madre «Vieni qua, non lo sapevo…».
Il piccolo cameriere dai capelli verdi prese posto accanto alla pugilessa.
«I miei erano iperprotettivi» Spiegò «Mi tenevano sempre chiuso. Non sono andato all’asilo e non ho mai incontrato i miei cugini. Una volta ho cercato di raggiungere dei bambini che giocavano in strada, perché li avevo sentiti ridere dalla finestra, e sono uscito sulle scale del condominio. I miei se ne sono accorti prima che potessi scendere le scale… mi hanno fatto fare su misura una grande gabbia, sei metri per tre, e mi ci hanno chiuso dentro. Per la mia sicurezza. Avevo sei anni circa, mi facevano uscire solo per andare in bagno»
«Erano veramente matti i tuoi genitori» commentò Emma, allibita «Mi dispiace un sacco, Nick»
«Oh, non preoccuparti. Un giorno sono usciti per andare a fare la spesa e sono morti, quando avevo otto anni. Io sono rimasto due giorni chiuso in gabbia, ma avevo da bere e qualcosina da mangiare, poi i miei zii sono entrati nell’appartamento e mi hanno trovato, quindi tutto okay. Sto bene adesso, è da quando avevo otto anni che nessuno mi chiude più in gabbia… il mio psichiatra dice che l’ho superata bene»
«Oh tesoro» Emma gli prese la mano e la tenne stretta «I tuoi genitori non erano iperprotettivi, erano dei bastardi!»
«Non è che mi picchiavano o niente, avevano solo paura che mi facessi male»
«E quindi t’hanno fatto male loro, chiudendoti dentro una gabbia? Ma mandali a quel paese, no?»
«Non me la sento di giudicarli. Tutti facciamo i nostri errori»
«Tipo chiudere un bambino in una schifo di gabbia?»
«Al gruppo di supporto, quando ero piccolo, ho incontrato bambini che avevano genitori molto peggiori dei miei. Tu sei fortunata Emma, te lo devi ricordare… cioè… cioè, signora Marrone, lei è fortunata, lei» le guance di Nicky avvamparono di vergogna.
«Che te ne frega? Dammi del tu» Emma gli sorrise «E non è che perché c’è qualcuno che sta peggio non ti devi indignare. C’è sempre qualcuno che sta peggio di noi, Nicky, sempre! E allora che facciamo, ci facciamo mettere i piedi in testa da chiunque?»
«Ormai è passato»
«Hai ragione, è passato. Ma non significa che devi pensare mai di essertelo meritato, Nicky, o che fosse qualcosa di normale e gli altri sono stati solo fortunati. Tu ti meritavi quello che si meritavano tutti gli altri bambini».
Gli occhi del piccolo cameriere si fecero lucidi. «Devo… d-devo andare» Balbettò «Una cosa d-di là, in cucina».
«Sì, sì, vai. Vai nelle cucine» Emma gli lasciò la mano, lo guardò allontanarsi e aggiunse «Le cucine che non esistono, lo sai tu e lo so io».
Mika poggiò lo smartphone sul tavolo e prese a rivestirsi, cominciando dalla maglia.
«Che dice tua mamma?» Gli domandò Emma, appoggiandosi il mento sulle mani
«Che se non vado subito da lei, mi fa chiudere in una voliera per i pappagalli» rispose Mika
«E… pensi che lo farebbe?» indagò lei preoccupata.
Mika si bloccò, i pantaloni in mano, lo sguardo perplesso. «Certo che no!» Rispose.
Emma tirò un sospiro di sollievo.
 
 
 

venerdì 30 settembre 2022

Iris Letalis 7. Il pugile tradito

  +INDICE+

Elodie e Marracash sedevano in attesa, su un divanetto del Suave.
«Secondo te Cattelan verrà?» Domandò la donna, accavallando le lunghe gambe
«Verrà. Credo» rispose l'uomo «Ho parlato con Mika al telefono e sembrava lui. Aveva l'accento»
«Bene».
L'uomo diede un bacio leggerissimo sulle labbra della donna, poi raccolse le gambe sul divanetto e appoggiò la testa sul grembo di lei, che prese ad accarezzargli i capelli.
«Quest'anno il Luna Loca sarà un successo» Disse Elodie
«Aspettiamo, amore, prima di cantare vitoria. Se quelli dell'X-Factor dovessero venire a saperlo troppo in anticipo potrebbero avere il tempo di organizzarsi e metterci i bastoni fra le ruote»
«Ormai manca troppo poco. Ce la faremo»
«Io ho un po' di timore...»
«Non devi averne. Mai. Stiamo diventando più forti amore mio, siamo il futuro che avanza»
«A proposito del futuro che avanza, se mettessimo un juke-box nell'angolo vuoto? Uno con un mix di canzone nuove e canzoni vecchie, sai...»
Elodie rise e arruffò i capelli dell'uomo.
«Siamo nell'era di internet» Rispose «Se vogliono sentirsi una canzone basta solo che si connettano ad internet, per questo i juke-box sono diventati obsoleti»
«Lo so. Ma è solo che mi piacciono i juke-box».
In quel momento si udì bussare alla porta.
«Ecco Cattelan» Commentò Marracash «Vado io».
Elodie lo guardò alzarsi, prendere un cipiglio serio ed andare ad aprire alla porta.
«Cucù!» Disse Cattelan «Ehi, ciao gran bastardo capo! Posso entrare?»
«Vieni avanti» sbuffò Marracash, facendosi da parte
«E guarda chi ti ho portato! Eh!» Alessandro fece il gesto delle pistole con entrambe le mani, poi lasciò che Mika entrasse.
Il pugile si guardava intorno, quasi annusando l'aria, esplorando il nuovo ambiente.
«È un onore averti qui» Disse Marracash, con le mani dietro la schiena ed un tono vagamente formale.
Mika spostò la testa come un serpente, le pupille fisse e ferme sul proprietario del locale. Sembrava che avesse visto un fantasma.
«Sei alto» Disse Marracash, accennando un sorriso
«Lo so. Tu sei quello con cui ho parlato col telefono?» domandò Mika
«Sì. Io sono il proprietario del locale in cui ci troviamo. Puoi chiamarmi Marracash. O Marra, se preferisci»
«That's okay»
«Entra, tranquillo. Fai come se fossi a casa tua, feel at home, please».
Mika lo superò e si accasciò di lato ad un tavolino per esaminarlo.
«Ehi!» Esclamò Cattelan, schioccando le dita «Fai il bravo!»
«He said that I can» sibilò Mika «Posso»
«Siamo ospiti qui. Fai il bravo» Alessandro scosse la testa e si rivolse a Marracash «Non so se sono le botte che ha preso in testa o se è un po' matto così, naturale... è selvatico, il ragazzo»
«Me lo aspettavo più basso» commentò il proprietario del locale «Ma effettivamente sembra lui».
Mika andò a sedersi sul divanetto, accanto ad Elodie.
«Ciao!» La salutò, agitando una mano
«Ehi! Non disturbare la signora!» gli gridò Cattelan
«Va tutto bene» assicurò la donna, lanciando un'occhiataccia al manager «Io mi chiamo Elodie. Tu sei...?»
«Mika. Michael Holbrook Penniman Junior» si presentò il pugile
«Vuoi qualcosa da bere, Michael?»
«Mika. Mika va bene»
«Vuoi qualcosa da bere, Mika?»
«Una birra, per favore».
Elodie schioccò le dita. «Nicky!» Chiamò.
Il giovane cameriere comparve servizievole. «Sì, signora?»
«Una birra per il nostro ospite» ordinò lei «Hai qualche preferenza, Mika? Una bock? Un'IPA? Doppio malto?».
Il pugile si grattò il collo, un po' a disagio.
«Una... una birra» Disse «Gialla. Normale»
«Sì signore, arriva subito» garantì Nicky, facendo un piccolo inchino e poi allontanandosi a passo svelto.
«È un bel ragazzo, vero Marra?» Commentò Elodie ad alta voce
«Non l'ho guardato bene» rispose l'uomo, in tono un po' assente
«Guarda che occhi: grandi, scuri. Ciglia da cervi. Elegante, giovane».
Mika divenne di una delicata sfumatura a metà fra il gamberetto e la buccia di pesca, le orecchie in fiamme e un sorrisetto imbarazzato che metteva in mostra gli incisivi. Marracash gli si avvicinò.
«Guarda me, per favore» Gli disse, sollevandogli il mento con due dita, lentamente «Di dove sei, eh Mika?»
«B-Beirut» rispose il pugile, ancora più rosso «Papà però è americano e... e...»
«Sì» Marracash annuì, le labbra pressate in una sottile linea «Ha gli occhi da mediorientale».
Cattelan si avvicinò al divanetto sbracciandosi per farsi notare, facendo su e giù sulle punte dei piedi
«Potete cercare di mettere un po' di pepe alla vostra vita di coppia più tardi?» domandò ironico «Quando non ci sarò potete farci quello che volete, ma ora possiamo, per favore, parlare di affari?».
Elodie si alzò in piedi e quasi istintivamente Alessandro fece un passo indietro. Avanzò verso di lui.
Alle sue spalle arrivò il cameriere, che servì una corposa birra bionda alla spina a Mika e poi sgattaiolò via.
«Cattelan» Disse la donna «Tu vuoi sempre affrettare le cose quando non ce n'è bisogno e per contro vai lento quando c'è bisogno di andare veloce»
«Ma, non so, ma ho come l'impressione che volete portarvi a letto il mio pugile» scherzò Alessandro
«Il tuo pugile» ripeté lei, minacciosa
«No, aspetta, insomma, sono il suo manager, eh...»
«Il tuo pugile?»
«Sono il suo manager, è il mio pugile, aspetta, non capisco cosa c'è di sbagliato, ne possiamo parlare...»
«Non era questo l'accordo, Cattelan. Forse tu non ti ricordi le cose, ma io sì»
«Ero in ospedale, avevo preso un pugno in faccia, certo che non mi ricordo le cose»
«Il patto era chiaro: tu ci portavi Mika, ti prendevi il sette percento del ricavato e ti scordavi di lui. Te lo ricordi questo? Sei stato tu a proporlo. "Porterò Mika al Suave, ma da lì in poi dovrete essere poi a vedervela con lui", hai detto così, testualmente»
«Caspita, ti ricordi tutto tu, eh! E ora che me lo citi sì, potrei iniziare a ricordare qualcosa...»
«Visto che hai fretta, ora portiamo Mika giù, fino al ring, dove lo metteremo alla prova. Da lì te ne potrai andare a casa. Quando ci sarà l'incontro di Mika ti faremo avere il sette percento degli introiti, stanne certo, ma tu a lui te lo devi scordare: è il nostro pugile, non il tuo».
Cattelan deglutì, sfregandosi le mani come se avesse avuto freddo.
«Va... va bene» Disse «Vi piace proprio questo Mika. Tenetevelo. Tanto è un piantagrane che vi farà diventare matti».
Fece per girare sui tacchi e andarsene quando Marracash lo afferrò per un braccio.
«Vieni ad assistere all'incontro dimostrativo» Sussurrò il proprietario del locale «Poi, se vuoi, te ne vai al diavolo».
Cattelan rabbrividì, ma non aveva altra scelta che accettare: scese con loro nel sotterraneo.
Lo stanzone in cui si sarebbe svolto il torneo era praticamente una piccola arena, con spalti di cemento, due file di sedie di plastica blu attorno al ring, il quale campeggiava al centro del locale, ed enormi luci alogene che in quel momento erano spente, lasciando ad illuminare la stanza solo alcuni tubi al neon a parete.
Cattelan vide che c'era qualcuno sul ring, ma c'era troppo buio per capire chi fosse: doveva trattarsi del pugile che avrebbe messo alla prova Mika... da quanto tempo li stava aspettando laggiù, nell'oscurità?
Qualcuno strinse la mano di Alessandro.
«Sant'Iddio!» Sobbalzò l'uomo «Oh, sei tu Mika!»
«Vuoi lasciarmi da solo perché sono stato cattivo?» chiese il pugile in un sussurro, senza lasciargli le dita «Ti ho fatto diventare matto?».
Cattelan sospirò. Si sentiva come un cattivo di serie z, scritto male, interpretato male e comunque malvagio.
«No» Rispose a voce altrettanto bassa «È che se non ti lascio a loro mi fanno sparire dalla circolazione. Non preoccuparti: tu sei stato bravo e loro avranno cura di te»
«Ma tu sei il mio manager!»
«Shh! Sh, per favore Mika, per favore, loro sono pericolosi più di quello che sembrano, loro sono...»
«Che cosa confabulate lì dietro?» li interruppe Elodie
«Niente» rispose prontamente Mika, con un sorriso smagliante «Catellan ha dimenticato i miei guanti e gli stivaletti nella macchina. Io gli dicevo "vai a prenderli"»
«Sì, infatti» si affrettò a confermare Cattelan «Corro a prenderli e arrivo!».
Mentre il manager si precipitava su per la sale, Mika fu accompagnato in un piccolo tour dell'arena
«Aspetta, ora accendiamo la luce» Disse Marracash, camminando adagio verso un grande pannello di controllo
«Questo è tutto vostro?» volle sapere Mika
«Sì, certo. Noi siamo appassionati della nobile arte, il pugilato, e abbiamo voluto creare un nostro... tempio, possiamo chiamarlo tempio, dove mettere in scena scontri che altrimenti non potrebbero esistere»
«Bello»
«Ovviamente c'è un prezzo da pagare per tutte le cose belle, che nel nostro caso è la segretezza» Marracash fece un gesto con la mano aperta, mostrando l'intera stanza «Quello che facciamo qui dentro non lo raccontiamo fuori, e saremmo felici che anche tu non lo facessi».
Mika non disse niente, guardando verso la persona che stava sul ring, gli occhi stretti nel tentativo di mettere a fuoco qualche dettaglio.
«La temperatura è di tuo gradimento?» Chiese Elodie
«Eh?» fece Mika, battendo le palpebre
«Hai caldo oppure freddo? Stai bene?»
«Sì. Io non ho freddo»
«Puoi toglierti la maglia, per favore?»
«Io... sì. Devo?»
«Vuoi combattere vestito?»
«Ah, è per la boxe!» Mika sorrise, cominciando a sbottonarsi i pantaloni, sotto cui aveva indossato i suoi nuovi calzoncini arcobalenati «Mi preparo subito!».
Mise i pantaloni da parte, su una sedia, poi si sfilò anche la maglia. Le luci bianche dei neon sembrano tagliare, scolpire brutalmente il suo torso asciutto, gli addominali lunghi e stretti, i muscoli dorsali guizzanti, le belle spalle rotonde. Aveva una spolverata appena di peli neri sul petto.
«Poca massa» Commentò Marracash «Asciutto e funzionale: hai l'aspetto di un vero pugile».
Mika, contento, mostrò i bicipiti flessi. In quel momento, alcune persone iniziarono ad entrare nel sotteraneo; erano un gruppetto e alcuni di loro avevano in mano pacchetti di pop-corn.
Facendosi spazio fra di loro arrivò anche Cattelan, con una busta di carta grande che recava stampato il logo di una profumeria.
«Permesso... scusate, scusate... Marra!» Alessandro si avvicinò trotterellando «Ma che, ci sono anche spettatori?»
«Sì» ghignò Marracash «Ci sarà qualche spettatore»
«Tu non me la stai contando giusta per niente, perché me lo dici con quella faccia lì?».
Un altro gruppo di persone, questa volta ragazze ridacchianti con al seguito un paio di preadolescenti truci, era appena entrato.
«C'è il pubblico? Marra?! Elodie?! Perché c'è il pubblico?» Domandò allarmato Cattelan
«Abbiamo venduto i biglietti per l'evento di oggi pomeriggio» spiegò serafica Elodie «Prezzo ridotto speciale, solo un euro. Tanto ci rifacciamo con le consumazioni»
«Quindi alla fine credevate in me! Eravate sicuri che avrei portato Mika!»
«Per niente, Cattelan»
«Allora cos'è che la gente è venuta a vedere? Cioè, con solo un euro di biglietto lo capisco che chiunque sia anche solo un minimo assetato di sangue si precipiti qui, ma se il match è scarso voi non vi fate buona pubblicità, no? E questa cosa del biglietto a un euro mi sa di trovata pubblicitaria, tipo che volete convincere qualcuno a tornare anche per il Luna Loca, esatto?»
«Esatto. Dovresti lavorare in un'agenzia pubblicitaria»
«Ci ho provato, non è che non ci ho provato, eh»
«Il pubblico è venuto a vedere lui» Elodie indicò il ring, dove il misterioso pugile riposava all'angolo, appoggiato sulle corde mollemente «Di Mika non ne sanno niente. Si aspettano un incontro in cui il loro beniamino schiaccerà qualunque avversario gli si metta contro, perciò anche se ci avessi portato un Mika finto andrebbe bene».
«E se non vi avessi portato nessuno?»
«Avremmo fatto combattere direttamente te, cocchino»
«B-beh, l'ho scampata direi... questa settimana ne ho presi pure troppi di pugni in faccia. E comunque, chi è il tizio sul ring?»
«Non lo hai ancora riconosciuto?»
«Dovrei mangiare più carote e mirtilli, perché ho una visione notturna davvero terribile. No, chi è?».
Altra gente continuava ad arrivare in un flusso continuo, vociando e prendendo posto sugli spalti.
«Fai preparare Mika» Ordinò Marracash «Guanti e stivaletti, su, su Cattelan!»
«Non si è neanche riscaldato!» si lamentò Alessandro
«E allora riscaldalo. Un paio di jumping jacks, un bel massaggio, ma lo voglio pronto in cinque minuti»
«Okay, tiranno!».
Cattelan posò a terra la busta, fece sedere Mika e iniziò tirando fuori gli stivaletti.
«Ascoltami» Disse, inginocchiandosi per sfilare le converse al pugile «In questo ring ho visto succedere di tutto. E non intendo cose belle, non cose brutte, terribili. Non tutte le persone che partecipano a queste cose sono brave persone, anzi, la maggior parte non lo sono, mi capisci?»
«Sì» sussurrò Mika, spingendo un piede in uno degli stivaletti che il manager gli teneva fermo
«Ora, fra meno di cinque minuti salirai su quel ring. Non è importante che tu questo incontro lo vinci o lo perdi, conta solo che ne esci vivo e tutto intero, mi capisci?»
«Sì»
«È molto importante che, quando sei lassù, tu mi ascolti. Io posso vedere dall'esterno che cosa sta succedendo e posso aiutarti. Ma tu mi devi ascoltare, perché questa situazione è pericolosa, capisci?»
«Sì»
«Anche il tuo avversario riceverà dei consigli» Cattelan iniziò a bendare con cura la mano sinistra di Mika «Tu pero li devi ignorare. Devi sentire solo quello che ti dico io, non quello che ti dice l'avversario, non quello che ti dice il manager dell'avversario e neanche il pubblico. Non devi ascoltare nessuno, solo me. Capisci?»
«Sì»
«Hai fatto pipì? Prima che ti metta i guantoni devi averla fatta»
«L'ho fatta»
«Altre cose di cui hai bisogno? Caffè?»
«No. Voglio solo... solo salire sul ring» gli occhi del giovane pugile brillavano
«Okay, tigre. Sono contento che almeno tu sia pronto a questa cosa. Sai cosa?»
«Cosa, cosa?»
«Sei davvero una persona... un pugile...»
«Prima guardami combattere» lo interruppe Mika, determinato.
Cattelan annuì, i denti stretti, finendo di preparare quello che lui ancora considerava il suo pugile. Sì, lo sapeva che era ridicolo essersi affezionato in quel modo ad un piantagrane che conosceva da così poco tempo, che per giunta lo aveva insultato e picchiato, ma non poteva farci proprio niente: si sentiva come Filottete con il suo Ercole.
«Vai e stendilo, tigre!» Esclamò, poi ci ripensò «No, aspetta, prima sciogliti un po' il collo e saltella, non vogliamo che ti fai male così, okay?».
Mika si alzò e sciolse i muscoli, fece scrocchiare il collo (e rabbrividire Cattelan), alcuni piegamenti sulle gambe e cinque flessioni, poi saltellò sul posto facendo cozzare un guantone contro l'altro.
«Sono pronto, ready as I'll ever be!» Disse con energia.
Il suo avversario continuava a non fare niente, come un gatto morto all'angolo.
«Mika!» Esclamò una donna, alle spalle del pugile e del suo manager (facendo sobbalzare quest'ultimo)
«Emma!» gridò Mika, girandosi di scatto
«Lo sapevo che questo incontro a sorpresa puzzava di te!» commentò lei
«E sei qui per vedermi!»
«E come no. Per vedere come ti farà il culo a strisce, tesoro».
Emma indossava un giubbotto di pelle nera quella sera, e intorno agli occhi esibiva un trucco nero, sfumato, come due vecchi ematomi.
«Senti» Si intromise Cattelan «Se sei qua per distrarmelo e fargli ridurre la faccia come quella che hai tu, meglio che te ne vai subito»
«Neanche un "ciao" tu, eh» Emma si sistemò una ciocca di capelli dietro l'orecchio «Comunque ciao, Alessandro»
«Ciao e arrivederci, allora»
«Ma fa sempre lo scemo così, anche con te, Mika?».
Il pugile, saltellando, si strinse nelle spalle. «Sì» Disse.
Cattelan alzò un indice ammonitore «Ma come sì? Ma da che parte stai tu?» Ringhiò
«Dalla nostra» rispose Mika «Di me e di te»
«Sì, di me e di te... guarda in "nostra" dovrei esserci anch'io!»
«Vabbé» Sussurrò Emma, afferrando Mika per un polso «Sta arrivando un sacco de gente e non mi lasciano il posto, che voglio vederti dalla prima fila. Io vado»
«Okay» il pugile si chinò verso di lei, gli occhi quasi allo stesso livello «Dopo ci vediamo, sì?»
«Certo» lei gli diede un bacio sulla guancia, poi si defilò per occupare uno dei pochissimi posti in prima fila che non erano ancora occupati.
Cattelan sbuffò. «Vi baciate anche adesso, Michael?» Chiese ironico.
Per tutta risposta, Mika raddrizzò la schiena e si massaggiò la guancia.
Un faretto a occhio di bue si accese ed illuminò la figura di Elodie che stava in piedi al centro del ring, con in mano quello che sembrava un microfono da annunciatore vecchio stile, di metallo argentato e con il filo.
«Signore, signori e ogni declinazione della razza umana» Disse con voce alta e chiara, che si diffondeva in ogni angolo amplificata dalle casse «Benvenuti tutti all'incontro di pugilato di stasera, una gemma del combattimento che potete ammirare solo qui, al Suave!».
Il pubblico, gasato, rumoreggiò. Qualcuno, nelle ultime file, gridò: «Sei bellissima! Voglio i tuoi figli!».
Dopo qualche istante si sentì un suono di pugni, un grido soffocato e un rumore di trascinamento nel buio. Elodie continuò ad annunciare:
«Un metro e novantatré centimetri di altezza per ottantasei chilogrammi di peso, all'angolo rosso del ring abbiamo un vero campione, il beniamino del popolo, il multiforme, il sorprendente. Direttamente da Roma, fra Glam e provocazione, torna ACHILLE LAURO!».
Cattelan boccheggiò. «Oh no» Riuscì solo a gorgogliare.
Tutte le luci dell'arena sotterranea si accesero contemporaneamente. Il pugile all'angolo del ring si drizzò in tutta la sua altezza, abbandonando le corde su cui era stato appoggiato fino ad ora, e si esibì in un inchino elaborato a favore del pubblico, che urlava il suo nome ad intervalli regolari.
Aveva capelli lisci, spettinati, rasati corti ai lati e tinti biondi, le braccia coperte di tatuaggi, tatuaggi in faccia e l'enorme disegno di un drago e di una tigre che si sfidavano sul suo petto. Quando si rialzò dal suo inchino, Cattelan poté notare il trucco rosso sangue intorno ai suoi occhi.
«E ora lo sfidante!» Annunciò Elodie, facendo con la mano un cenno in direzione di Mika
«Vai, sali, sali sul ring!» si affettò a dire Cattelan, spingendo il suo protetto
«Un metro e novantadue centimetri di altezza per ottanta chili di peso...»
«Ma quand'è che ti hanno misurato? Tirando ad indovinare così, a occhio?»
«... All'angolo blu del ring abbiamo una leggenda vivente, o forse dovremmo dire una leggenda metropolitana! Il Rivoluzionario Parigino!».
Il pubblico scoppiò in un urlo collettivo di sorpresa e gioa.
«Il Pazzo Londinese!» Rincarò Elodie.
Un altro urlo, più forte, più accorato ora che altra gente stava intuendo.
«Il Fulmine di Beirut!».
Qualcuno strillò come se gli avessero sparato, fra il pubblico si levarono canti confusi e ansiti animaleschi.
«Per la prima volta sul ring del Suave, Mika!».
Cattelan afferrò una caviglia del suo pugile per non farlo avanzare subito.
«Stai attento» Disse rapidamente, persino più del solito «È un professionista vero, fa pugilato vero, non dovrebbe essere qui, è il prossimo sfidante per una cintura. Ora vai, forza!».
Mika avanzò fino a fronteggiare Achille, al centro del ring. Fra di loro, a separarli, Elodie.
«Non c'è un arbitro sul ring» Spiegò la donna «Ma voglio un match pulito. Sono solo tre round da dieci minuti. Il pubblico decreterà a votazione chi ha vinto. Siete pronti?»
«So' nato pronto» rispose Achille, strascicando le parole con accento romano
«Sì» fece Mika, annuendo
«Bene. Toccate sportivamente i guantoni per salutare. Oppure no, imbruttitevi, fate un po' quello che volete, basta che aspettate il suono della campanella prima di darvele».
Elodie scese dal ring, portandosi via il microfono.
«Io so' Achille, piacere» Disse il biondo, rilassato
«Io Mika» risposte il brunetto
«T'ho visto in un filmato raro amatoriale che gonfiavi tutti in una rissa in Francia, cioè, fighissimo»
«Grazie. Io ti ho visto in televisione, versus Hell Raton»
«Aò, so' onorato».
La campanella suonò tre volte. Achille istantaneamente alzò la guardia e indietreggiò. Al contrario di Mika non saltellava vigorosamente, ma molleggiava quasi pigramente sulle gambe, stando sollevato sugli avampiedi. I guantoni, viola e tempestati di glitter, luccicavano lasciando piccole scie di luce nell'aria.
Mika partì all'attacco, furioso, inaspettato, costringendo Achille a parare e indietreggiare ad ogni colpo, rendendo le schivate troppo pericolose.
«Smettila di martellarlo così!» Gli gridò Cattelan «Ti stanchi Mika, poi quando reagirà non avrai fiato!».
Il pugile bruno indietreggiò, la guardia ben alzata.
«'Tacci» Ansimò Achille «M'hai già sfracagnato le bracci, oh!»
«Vuoi arrenderti?» ghignò Mika, tirando un paio di jab all'aria
«Neanche per sogno, teso': io so' una vecchia pazza e tutti sanno che le vecchie pazze so' irriducibili!»
«I-rri-du-ci» non fece neanche in tempo a provare a ripetere quella parola che Achille gli girò intorno con un passo repentino, muovendosi come una donnola, e lo colpì alla parte bassa del fianco con un colpo micidiale.
Mika approfittò dello spiraglio nella guardia dell'avversario per assestargli un gancio alla testa così violento da scaraventarlo a terra. Tutto il pubblico trattenne il fiato.
Mika zoppicò indietro, piegato: il fianco colpito pulsava dolorosamente, le ramificazioni di quella sensazione che gli si infilavano fra muscoli e ossa fino alla schiena.
«Bravo Mika! Bravo Mika!» Gridava Cattelan, aggrappato al bordo del ring.
Il pugile bruno notò che anche all'angolo del suo avversario c'era un uomo, un ragazzo magro, dai lineamenti scavati, con le occhiaie e i capelli corti tinti di blu elettrico, che batteva i pugni al tappeto.
«Achille! Achille, eddai Achille!» Gridava costui, a ritmo con le percussioni delle sue mani.
Il biondo, sfidando il conto di dieci (che Marracash stava facendo ad alta voce) si alzò con flemma. Aveva la bocca sporca di sangue, il labbro inferiore arrossato come se fosse stato truccato. Alzò la guardia.
«Viecce» Disse, cupo.
E Mika, urlando, prese a martellarlo, un colpo dopo l'altro, guantoni contro guantoni, e poi sui fianchi, sulle braccia, un animale deciso ad abbattere la preda. Achille si difese per qualche istante, poi iniziò a colpire anche lui. Mika schivò, ma aveva un problema, un vizio di forma: quando evitava un pugno abbassava le braccia, quasi esse fossero d'ostacolo al movimento. Dopo tre prove, Achille se ne accorse e, uno-due, lo colpì con il sinistro per farlo schivare e con il destro al petto, quando Mika aveva le braccia basse. E poi ancora un pugno al volto, uno alla spalla, finché Mika non riuscì a riprendere il controllo spezzando la catena di colpi, così ben protetto da sembrare raggomitolato.
«Te so' piaciuti, bello de zia?» Lo punzecchiò Achille
«Sì» Mika annuì, nascosto dietro i guantoni
«Allora dài bello, che n'arrivano artri».
Iniziò in realtà una fase di studio, in egual modo difensiva da parte di entrambi. Achille sapeva, per quel colpo che aveva preso all'inizio e che ancora gli faceva fischiare le orecchie, che Mika era assolutamente in grado di reagire anche se era in svantaggio, anche se il nemico era oltre la sua guardia, e perciò gli usava cautela, mentre Mika stava cercando di recuperare dopo l'ultima serie di pugni.
La campanella suonò. «Fine primo round!» Annunciò Elodie.
Achille lasciò ricadere le braccia, la faccia sudata, arrossata e sorridente, poi trottò a parlare con l'uomo dai capelli blu al suo angolo.
«Mika!» Gridò Cattelan «Vieni qua!».
Il pugile bruno si inginocchiò al tappeto per guardare in faccia il suo manager.
«Che c'è, Alessandro?»
«Ascolta, hai fatto un primo round ottimo. Buono, davvero buono, specie contro uno come Lauro. Però quando schivi non devi tenere le braccia basse, lo capisci? No, le braccia basse no!»
«Non lo faccio apposta» il pugile si accigliò
«Lo so. Senti lo so, lo capisco, sei abituato così. Avrai tempo per levarti questo vizio, ma questo tempo ti serve e ora tempo non ne abbiamo. Quindi sai cosa devi fare?»
«No. Cosa?»
«Non schivare. Non schivare più, para soltanto per ora, va bene?»
«Sei...»
«Sì, sono sicuro. Basta schivare, così gli levi l'unico vantaggio che ha».
Mika guardò in direzione dell'altro angolo. Achille si era seduto per terra, a gambe larghe con la schiena appoggiata al paletto, e il suo manager gli parlava fitto fitto, tutto proteso verso di lui.
«Quello lì è uno forte» Commentò Cattelan «Non ti fare ingannare dai glitter. Non ho idea del perché sia qui, di quanto l'abbiano pagato per essere qui... non dovrebbe. Vuoi bere?»
«No» disse il pugile
«E ora bevi lo stesso» il manager estrasse una borraccia dalla busta di carta e si arrampicò a bordo ring per tenderla alla testa del suo protetto «Bevi!».
Mika fece una piccola smorfia di disappunto, ma obbedì, prendendo un paio di sorsi d'acqua.
«Secondo round tra dieci secondi! Pugili al centro!» Esclamò Elodie nel microfono.
Achille ritirò le lunghe gambe e si alzò in un balzo, scuotendo la testa come un cane bagnato. Mika avanzò, raggiungendolo al centro del tappeto.
«L'ho già visto da qualche parte il tuo manager» Disse Achille
«Io no. Solo da poco lo conosco» rispose Mika.
La campanella suonò. Il biondo alzò la guardia, facendosi repentinamente indietro per schivare un gancio di Mika. Iniziò una danza di affondi, schivate, parate, aprendo un secondo round molto più equilibrato del primo.
«AOUH!» Strillò all'improvviso Achille, in tono minaccioso.
Mika si coprì istintivamente la faccia, lasciando scoperti i fianchi. Pum pum! Si beccò due pugni, uno a destra ed uno a sinistra sulle reni. Indietreggiò barcollando fino alle corde, sibilando fra i denti serrati.
«Te piacciono?» Lo provocò Achille, molleggiando.
Mika si scagliò in avanti, ma il suo avversario schivò, si abbassò, con un pugno lo centrò sugli addominali, si fece di nuovo indietro.
«Che fai, Mika? Che diavolo fai?» Gridò Cattelan «Prima non ti saresti fatto beccare da colpi del genere! Ripigliati!».
Mika gli lanciò un'occhiata velenosa, ma bastò quella minuscola distrazione perché Achille mettesse a segno altri due colpi.
«Te sei rincretinito?» Domandò, una risata nascosta fra le parole «Che c'hai? Tutto questo era il grande Mika? Come te chiamano? Er Pallone Gonfiato dell'Iraq?»
«Fulmine di Beirut» ansimò Mika, strascicando i piedi all'indietro «Non posso schivare»
«Non ti mettere a parlare con lui!» ordinò Cattelan, secco
«Non puoi schiva'? Perché, sei un robot e ti s'è rotta la schivata automatica?» scherzò Achille.
Mika gli sferrò un colpo diretto al volto, ma il biondo lo parò senza troppa difficoltà.
«Gioco di gambe! Gioco di gambe, Mika!» Urlava Cattelan «Ora che ti serve non lo fai? Ti sei stancato prima? Forza, gioco di gambe, tu sei veloce, prendilo in contropiede!»
«Ecco, prendime 'n contropiede» ghignò Achille.
Mika sbuffò e torse il corpo intero in un gancio micidiale. Anche se Achille aveva parato, la forza del colpo fu tale da spingere il suo stesso guantone contro la sua faccia. Il biondo indietreggiò stordito, la bocca spalancata da cui non usciva alcun suono e Mika non perse neppure un millesimo di secondo, ma colpì ancora e ancora, mentre Achille teneva le braccia alte, così da alte da avere gli avambracci davanti alla testa.
Mika caricava e rilasciava, una molla d'acciaio con due pugni micidiali, poi abbassò la testa, in tensione come una lancia, e nel momento in cui entrambe le mani dell'avversario ricaddero ai lati del corpo, scagliò un affondo alla bocca del suo stomaco. Il rumore, un sordo "thomp!", riempì l'arena sotterranea nel silenzio del pubblico. Achille si piegò in due, poi come un albero tagliato, cadde rigido a terra.
«Uno!... Due!...» Iniziò a contare ad alta voce Marracash.
Mika, in piedi, continuava a tenere i guantoni alzati ed ansimava. Gli tremavano un po' le spalle per via dello sforzo così concentrato in poco tempo. Guardò a terra, cercando di capire se il suo avversario ci sarebbe rimasto oppure no. Achille mosse la testa, strusciando la guancia al tappeto, rivolse lo sguardo a lui e... gli fece l'occhiolino.
«Quattro!... Cinque!....».
Mika si guardò intorno, frenetico. Sembrava che nessuno avesse notato il gesto anomalo.
«Bravo Mika! Bravo! Vedi che se mi ascolti funziona? Dai che ci portiamo la vittoria a casa, dài, sì!» Esultava Cattelan.
Mika abbassò le braccia. «Alzati!» Gridò, rivolto ad Achille «Alzati, get up!».
Il biondo gli sorrise e si lasciò andare completamente al tappeto, chiudendo gli occhi.
«Otto!... Nove!... Dieci!».
La campanella suonò. Incredulo, Mika si guardò intorno, poi cercò di aprirsi un guantone con i denti.
«Il vincitore dell'incontro di stasera, per knock out, è Mika!» Annunciò Elodie.
Cattelan passò fra le corde, correndo ad abbracciare il suo pugile.
«Abbiamo vinto! Mika, hai vinto!» Esclamava, dando pacche sulla schiena sudata del giovane.
Mika riuscì a buttare a terra un guantone, poi a sfilarsi l'altro con la mano libera.
«Alzati! Get up, Achille!» Gridò, precipitandosi a strattonare l'uomo a terra «It's not over! It's not over, Achille! Not over!»
«Lascialo stare Mika, non ce la fa più» lo pregò Cattelan
«It's not over! NOT OVER!» ruggì il giovane pugile, girandosi solo un istante verso di lui, le pupille dilatate, prima di tirare in piedi Achille a viva forza.
Cattelan si morse un labbro. Non gli piaceva quello che aveva visto negli occhi del giovane, tanto quanto non gli piaceva la piega che stava prendendo la situazione.
Marracash era salito sul ring. «Lascialo, è finita!» Ordinò.
Mika sferrò un pugno a mano nuda al volto di Achille Lauro.
«Ma che sei matto?!» Strillò Cattelan, afferrando un braccio del pugile per tirarlo indietro, imitato da Marracash che agì sull'altro lato.
Achille ricadde a terra rotolando, con la testa buttata all'indietro, la gola esposta.
«It's not over!» Ruggì Mika, strattonando per liberarsi dai due uomini che lo tenevano fermo e riuscendoci dopo neanche due secondi.
Gli uomini della sicurezza salirono sul ring, tutti a cercare di fermare il pugile impazzito, poi arrivò un collaboratore del Suave, un cameraman e un fan, e alla fine c'era una piccola folla a spingere e trattenere Mika, il quale svettava su di loro schiumante, sempre più arrabbiato per ogni secondo che passava.
«It's not over, Achille! Achille, ACHILLE!»,
Il pugile bruno fu sollevato di peso da otto persone, mentre Cattelan cercava di tenergli a bada le mani e lo rassicurava.
«È finita Mika, hai vinto, è finita, tranquillo, è finita» Gli ripeteva, evitando ceffoni.
Poi un monito, un grido, lacerò l'aria: «GLI SBIRRI! GLI SBIRRI!».
La gente iniziò a riversarsi fuori alla rinfusa, a nascondersi nei bagni, a infilarsi dietro gli spalti.
Qualcuno fece sparire la campanella, qualcun altro smontò le corde, e in tutto quel trambusto Achille Lauro si alzò come se niente fosse e si allontanò con il suo compare dai capelli blu.
Sembrava che nella confusione nessuno se ne fosse accorto... tranne Mika, che non gli levava gli occhi di dosso.
«Achilleeee!» Strillò come un'aquila, scalciando abbastanza da rovesciare a terra due di quelli che lo tenevano sollevato, sgomitando con furia, liberandosi.
«Mika! MIKA!» Allarmatissimo, Cattelan provò ad afferrargli un polso, che però gli scivolò dalle dita «Non possiamo permettercelo! MIKA, pazzo di manicomio, torna qui!».
Ma il pugile aveva attraversato la sala in poche rapide e lunghe falcate, lanciandosi su per le scale, appresso al suo avversario... ma invece di raggiungerlo, si trovò di fronte a tre agenti di polizia, due maschi e una femmina, che parlavano con un Marracash serafico.
«Ah» Disse l'agente donna, indicando Mika «E che ci fa a questo DJ set questo qui, tutto sudato e in pantaloncini?»
«Pantaloncini arcobaleno» precisò Marracash, con un sorriso affabile «Ballerino, ovviamente. Cubista. Non sei un cubista, Mika caro?»
«Dov'è Achille?» domandò il pugile, guardandosi in giro
«Il tuo ragazzo? L'ho visto uscire con un altro, a dire il vero... uno con i capelli blu» Marracash si rivolse di nuovo alla poliziotta «Abbiamo fatto una serata gay. E come al solito ci sono quelli che vengono a rimorchiare e si dimenticano, ops, accidentalmente di avere un ragazzo. Achille era quell'altro che avete visto passare prima»
«Quello con i lividi in faccia e il labbro spaccato?» volle chiarire uno degli agenti maschi
«Già. Sono volate un po' di botte... c'è stata una piccola colluttazione, fra Mika e Achille. Achille si era anche truccato per farsi carino» Marracash scosse la testa come a dire "oh, agenti, con che gente devo vedermela..." «E il suo ragazzo non lo ha retto. Nessuno dei due sapeva che l'altro fosse qui. Credo che siano questi i "disordini" che vi hanno denunciato, ma abbiamo sedato la rissa sul nascere. Se però Mika vuole sporgere denuncia... Mika, vuoi sporgere denuncia? I nostri amici agenti possono aiutarti».
Mika scosse la testa, le narici dilatate.
«Voglio prendere Achille» Disse, a denti stretti «Lo voglio...»
«Ah, la passione!» scherzò Marracash, ridendo nervosamente
«... Ammazzare. Mi ha preso in giro. Anche tu, ti ha preso in giro. E io lo spacco».
Marracash fece un sorrisetto agli agenti, come per dire loro "siate indulgenti, è solo un ragazzo tradito".
Gli agenti non furono indulgenti.

domenica 8 maggio 2022

Iris Letalis 6. Ciaspolelli

  +INDICE+

 

 Seduto nella sua cucina, Alessando Cattelan rimuginava. Anche solo portare via Mika dalla palestra era stata una faticaccia, visto che lui non voleva saperne di separarsi da Emma. Cosa gli aveva fatto quella rissaiola da strapazzo? Come aveva fatto ad incantarlo così? E la cosa peggiore era che anche se ora erano fisicamente separati, lei e Mika stavano comunque messaggiando. Lei gli mandava un sacco di vocali, per non complicargli troppo la vita visto che era dislessico, e Alessandro era costretto a sentire tutti i suoi “Amore, conosco un locale dove fanno un pesce da favola…” e “Tesoro, pure a me piace Raffaella Carrà!”.
Mika rispondeva scrivendo, sfidando eroicamente il pericolo del mare degli errori grammaticali, e si aggirava per tutta la casa di Cattelan inciampando di quando in quando nei tappeti con quegli enormi piedoni, con un sorrisone stampato sulla faccia.
Alessandro decise di chiamare immediatamente Marracash e di consegnargli Mika, così quell’ingombrante bambinone letale non sarebbe stato più sua responsabilità. Compose il numero e…
«Ho sete!» Disse Mika.
Cattelan si alzò in piedi di scatto. Voleva essere assertivo, rimettere in riga il suo nuovo cliente, ma pensandoci meglio si accorse che questa volta il pugile non aveva fatto niente di male, aveva solo detto di avere sete, e non era proprio il massimo della bontà sgridarlo per questo.
«I bicchieri sono nel terzo cassetto da sinistra» Disse «E l’acqua è in frigo»
«Grazie. Oh, Alessandro!»
«Sì, Mika?»
«Quando posso tornare da mamma?».
Giusto, la mamma! Chissà dove era adesso… e chissà, si chiese Cattelan, come mai quando aveva incontrato Mika lui era tutto solo, visto che non gli pareva un tipo molto indipendente.
«Dov’è la tua mamma adesso?» Gli chiese
«Sta in albergo, deve incontrare un produttore discografico» la voce del pugile si fece più sottile, piena di vergogna «Mamma ha pagato da sola il viaggio per Milano, per incontrare un producer, per me».
Cattelan sentì il cuore farsi un po’ più pesante: quella povera donna arrivava da chissà dove per dare una chance a suo figlio di diventare un cantante e lui cosa faceva? Lo iscriveva ad un torneo illegale di pugilato.
Però non poteva, non poteva, mollare proprio adesso! Mika avrebbe avuto altro tempo per inseguire il suo sogno, mentre quello di Cattelan (vincere il Luna Loca e, già che c’era, pagare tutti i debiti) si sarebbe potuto realizzare fra soli sei giorni. Sei. Solo sei giorni e poi Mika sarebbe stato libero di cantare quanto gli pareva e di trovarsi l’agente che voleva.
«Non puoi ancora tornare da tua madre» Disse Cattelan «Mi dispiace, davvero. Puoi mandarle un messaggio, dirle che hai trovato un lavoro, che andrà tutto bene, ma per ora non puoi ancora tornare da lei».
Mika stava bevendo dell’acqua e lo guardò da sopra il bordo del bicchiere come un bambino a cui avevano appena detto che i compleanni sono stati cancellati. Non disse niente per un po’, poi andò a sedersi al tavolo, poco lontano da Cattelan.
«Mia mamma… she worries…» Pigolò
«Si preoccupa, lo capisco» concesse Alessandro «E mi dispiace, ma ti devi preparare per il torneo. Se vinci le porterai un sacco di soldi e lei sarà contenta, vedrai!»
«Posso farle sapere dove sono?»
«Ma sì, certo! Anzi, aspetta, intendi il mio appartamento?».
Mika annuì, con un sorrisetto a denti stretti, il telefono stretto al petto.
«No, certo che no!» Si corresse Cattelan «Non voglio certo ritrovarmi con tua mamma in casa!»
«No? Perché no?» domandò Mika, inclinando la testa
«Perché ci metterebbe i bastoni fra le ruote, capisci? Lei non può comprendere cosa stiamo facendo qui…»
«Cosa stiamo facendo qui?»
«… Perciò è meglio se poi le facciamo una bella sorpresa, no? Quando avrai vinto il torneo e soprattutto i soldi del torneo, allora potrai darle i soldi e dirle tutto e lei sarà fiera e contenta di te. Ma adesso no, eh! E poi questa è casa mia. Casa mia regole mie, perciò qui dentro non ce la voglio, tua mamma»
«Io invece la voglio!»
«Beh, sei un adulto grande e grosso, non è che puoi metterti a piagnucolare che vuoi la mamma, suvvia!».
Mika si zittì e si versò un altro bicchiere d’acqua, che bevve molto lentamente. Non c’era però alcuna rassegnazione nel suo sguardo e ciò era preoccupante per Cattelan, che giustamente non voleva vedersela con il pugile se avesse deciso di diventare vendicativo.
«Non preoccuparti, Mika» Aggiunse Alessandro «Potrai incontrare tua madre, okay? Te lo concedo. Ma solo fuori di qui, non in casa mia. E da solo: io non la devo incontrare. Ti va bene così?».
Il pugile si versò un terzo bicchiere d’acqua, mentre il telefono pigolava per via dei messaggi che arrivavano e Cattelan sudava freddo.
«Va bene» Disse infine «Stasera vado da mamma»
«Ti ci accompagno con la macchina» gli garantì Alessandro «Tu stai quanto ti serve e poi ti riporto qui. Ricordati di non dirle niente di quello che stiamo facendo e di dove sto io, okay?»
«Sì»
«È una promessa?»
«Sì»
«Bravo! Vedi che ogni tanto sai pure essere ragionevole?».
Mika annuì e accavallò le lunghe gambe, rimanendo a guardare l’altro uomo con l’interesse che un biologo marino riserverebbe ad un narvalo; Cattelan provò ad ignorarlo e finalmente chiamò al cellulare Marracash.
«Ehi! Ciao, ciao, ciao Marra… ho una notizia fantastica per te!» Quasi gridò contro lo smartphone
«Voglio sperare che la notizia sia Mika» bofonchiò il gestore del Suave
«Esattamente! Non solo l’ho trovato e l’ho portato a casa mia, ma l’ho pure convinto!»
«Bene. Una grande sorpresa, eh?»
«Ma come una grande sorpresa, Marra?»
«Che devo dirti, non credevo in te neanche un po’. Quindi lui è lì con te?»
«Sì. Seduto qui, al tavolo con me, che mi guarda fisso. Non mi toglie gli occhi di dosso»
«Fammi parlare con lui»
«Oh, okay! Tu pensi che io ti dica no perché racconto fandonie e invece ti dico sì, certo, subito! Eccolo qui!».
Cattelan passò lo smartphone a Mika. «Vuole parlare con te, campione. Fammi fare bella figura» Gli raccomandò.
Il pugile prese il telefono e se lo portò immediatamente all’orecchio.
«Hello, who is talking?» Domandò, con accento vagamente oxfordiano
«Hello» rispose Marracash, che per contro era più spiccatamente siciliano quando parlava inglese che quando parlava italiano «I’m the owner of Suave, the place in which you will fight next. You are Mika, right?»
«Yes»
«Do you know Italian?»
«Sì, parlo un poco italiano. Anche francese!»
«Très bien. Siamo onorati di averti con noi, vedrai, il torneo ti piacerà»
«What’s your name?»
«Marracash. Mi chiamano tutti così. Quando potrò vederti?»
«Non lo so» i suoi occhi saettarono verso Cattelan «You can ask my manager»
«Hai detto che devo chiedere al tuo manager? E chi è il tuo manager, Alessandro?»
«Catellan, sì. Alessandro, Alessandro Catellan»
«Cattelan. Con due t e una sola l. Un cognome fighetto, milanese» rise Marracash. Il volume della chiamata era abbastanza alto perché anche il diretto interessato, che aguzzava le orecchie con grande attenzione per seguire la conversazione, cogliesse la frecciatina.
«Non è milanese» Obiettò Alessandro, ad alta voce e facendo strani ghirigori nell’aria con l’indice, come un direttore d’orchestra «È un cognome molto diffuso in tutta l’area veneziana, padovana, vicentina e trevisana»
«Dice che è veneziano padovano trevisano» riportò Mika
«Visto, che ti dicevo? Fighetto» disse l’uomo dall’altro lato della linea «Se ti va me lo puoi passare, così gli chiedo quando posso vederti»
«Pa… passare?»
«Give the phone to him, please. I want to talk with him. Oh, it was a pleasure hearing your voice»
«Thank you. Bye!» Mika ripassò il telefono a Cattelan «È simpatico, questo Marracash!»«È simpatico con te perché gli farai fare un sacco di soldi» borbottò Alessandro, per poi portarsi lo smartphone all’orecchio. Lui e Marracash si misero d’accordo per vedersi alle sei di quel pomeriggio, al Suave.
«Non ti pentirai di esserti fidato di me» Concluse Cattelan
«Fai portare i guantoni al tuo pugile. Voglio metterlo alla prova per sapere se è quello vero» ordinò Marracash prima di chiudere la chiamata. Di sottofondo, durante le sue ultime parole, si era sentito il miagolio disperato di un gatto.
Cattelan posò il telefono sul tavolo, poi guardò Mika, che gli sorrideva.
«Ora andiamo e ti compriamo un paio di guantoni belli» Gli disse
«Ma io ho fame» si lamentò il pugile «Ed è ora di… di…»
«Pranzo. No, qui mangiamo alle due, non alle» Cattelan si controllò l’orologio «Undici e cinquantanove»
«Ma mamma…»
«Senti, qui facciamo così. E poi prima ci sbrighiamo e prima mangerai, okay? Ti porto fuori, ti piace il kebab?»
«Uhm… sì?»
«Non sai neanche se ti piace il kebab! Forza, alza il culetto dalla sedia e seguimi, che ti divertirai!».
Cattelan fece salire Mika sulla sua vecchia Fiat Punto gialla, un regalo del suo caro nonno.
Nonostante l’automobile fosse vetusta e sprecasse un mucchio di benzina, Alessandro non aveva alcuna intenzione di cambiarla e preferiva usarla poco per risparmiare piuttosto che acquistare una macchina performante e capace di più chilometri con un pieno. I sedili della Punto erano puliti e profumati come il negozio di un barbiere all’antica, anche se quello posteriore era occupato da due cassette di plastica piene di riviste, libri per bambini, fotocopie e bozze. Dallo specchietto penzolavano: un broccoletto di plastica, una X rossa di metallo, un Arbre Magique alla menta e un pupazzetto mezzo rossonero e mezzo nerazzurro che avrebbe fatto venire una sincope sia ai milanisti che agli interisti e non si capiva bene che animale fosse (ma aveva un naso enorme).
Mika si allacciò la cintura, poi fece oscillare il pupazzetto colpendolo con un dito.
«Cosa è questo?» Domandò, curioso
«Si chiama Leopoldino» rispose Cattelan, mentre faceva manovra per uscire dal parcheggio
«Ma cosa è, Leopallino?»
«Leopoldino, non Leopallino. Leopoldino è un simbolo di tolleranza e fratellanza fra i popoli e fra tutte le curve degli stadi. A te piace il calcio?»
«No»
«E vabbé, ti perdono perché non sei italiano. Però a Leopoldino piacerebbe che tu guardassi il calcio! Leopoldino è molto sensibile, infatti è per metà un cane molto sensibile e per l’altra metà un ciaspolello molto sensibile»
«Cosa è un ciaspolello?»
«È una creatura che vive sul pianeta Ciaspolino. Io sono anche uno scrittore, lo sapevi? Scrivo libri per i più piccini, per i bimbi. I ciaspolelli li ho inventati io».
Mika si illuminò, le mani che si aggrappavano alla cintura di sicurezza.
«Posso leggere un libro che te hai scritto?» Domandò
«Certo. Ma non eri dislessico?» indagò Cattelan «Ti piace lo stesso, leggere?»
«Sì, ma… i libri per i bimbi sono scritti con scritte grandi e facili. Sono facili anche per me»
«Se riesci, qua dietro dovrebbe esserci almeno uno dei miei libri. Ha la copertina blu, prendilo pure!».
A Mika bastò allungare un braccio per acchiappare il volumetto, che si intitolava “La città dei ciaspolelli” e aveva in copertina una mediocre, tremolante illustrazione di una creatura completamente diversa dal pupazzetto che pendeva dallo specchietto, con uno sfondo che era palesemente ritagliato da una fotografia e modificato al computer.
«Ma è moolto brutto» Commentò Mika, con aria saggia e navigata
«Ma no, è carino!» Cattelan difese il suo lavoro
«No! Vedi, è tutto storto, ma non storto bello, storto brutto»
«Hmm, come argomenti bene le tue critiche, signor Penniman»
«Io lo avrei fatto meglio di questo qui»
«Ah, ora sei anche disegnatore oltre che cantante?»
«Sì»
«Un uomo dai mille talenti, vedo. Comunque i disegni non li ho fatti io, io ho solo scritto la storia»
«Tu devi licenziare quello che ha fatto il disegno» scandì Mika.
Cattelan rise. «Non posso licenziare proprio nessuno, Mika! Non sono il suo capo, il disegnatore mi è stato assegnato dalla casa editrice. Non me lo posso scegliere io».
Il pugile non rispose, aprì il libro e si immerse nella lettura.
«Siamo arrivati» Disse dopo qualche istante Cattelan «Su, scendi che non abbiamo tanto tempo, se vuoi mangiare».
Mika aveva la fronte aggrottata, solcata da piccole rughe di concentrazione, mentre continuava a leggere la storia. Solo dopo un paio di minuti chiuse il libro e con la voce piena di disappunto disse: «È brutta».
Cattelan spalancò gli occhi.
«Brutta? Cosa è brutta?» Abbaiò
«Questa storia. È brutta, non c’è pathos» Mika pronunciò “pathos” con la th all’inglese, mentre con la mano destra faceva un gesto italianissimo, le dita raccolte a grappolo che andavano su e giù
«È per bambini, certo che non c’è pathos!»
«I bambini non sono stupidi. Vogliono belle storie. Questa è brutta»
«Ah, quindi oltre ad essere cantante e disegnatore sei pure scrittore, eh? E se hai tutti questi talenti fantastici perché sei qui, eh? Perché sei senza soldi, con la mammina che ti cerca un lavoro e io che ti devo fare da manager? Eh? Eh?».
Mika abbassò lo sguardo, accarezzando la copertina del libro con i pollici, le spalle tese.
«Esatto» Rincarò Cattelan «Lascia fare a chi queste cose le sa fare. E vedi di crescere una volta tanto! Ora scendi, che non abbiamo tempo da perdere».
Mika obbedì, rabbuiato. Si portò dietro il libro, stringendolo come una reliquia anche se stava camminando fra file di articoli sportivi.
Lo Sport Today era uno dei negozi preferiti di Alessandro Cattelan, se non altro perché la proprietaria, la vecchia signora Comanetti, aveva un debole per lui e gli faceva sempre gli sconti. Non era un posto molto frequentato e in tanti lo trovavano caotico e claustrofobico a causa dei mucchi di articoli, alcuni dei quali palesemente anteguerra, che affollava gli scaffali, gli scatoloni e le ceste metalliche, ma in qualche modo era stato comunque in grado di sopravvivere negli anni.
Mucchi di calzini di spugna in offerta si mescolavano a scatole di supporti per i polpacci, cavigliere, palle mediche, palloni da pilates sgonfi e racchette da tennis; solo nel settore dedicato alle varie arti marziali, vera passione della signora Comanetti, sembrava esserci una parvenza di ordine: guantoni da una parte, bende multicolore per le mani tutte appese ad un apposito raccoglitore, sacchi da allenamento da un’altra parte e poco più in là la rastrelliera di scarpe e stivaletti ed un’esposizione di pantaloncini con un cartello scritto a mano che campeggiava attaccato al muro: “CALZONCINI PERSONALIZZABILI!!!”.
«Allora» Disse Cattelan «Vieni qui Mika, ti servono dei bei guanti, da sedici once possono andare. Scegli quelli che ti piacciono! Le bende le prendiamo quelle in offerta».
Il pugile toccò con le punte delle dita le superfici dei guantoni, saggiandole. Provò ad infilarsene un paio grigi e neri, ma aveva appena infilato le dita che subito aveva deciso di sfilarseli, neanche dentro ci fosse un serpente che l’aveva morso.
«Quelli erano carini però…» Aveva commentato Cattelan, in un tentativo di fare conversazione, ma sembrava ormai che Mika volesse punirlo con il silenzio. «Okay, grande campione. Hai il tuo diritto di non parlare, lo capisco. Voglio solo farti sapere che però non è una buona idea litigare e smettere di dirsi le cose: fra atleta e manager deve vigere la comunicazione, il rispetto, forse persino l’amicizia. Io posso sembrare un amico un po’ brusco, però sono sempre un tuo amico… ehi, mi stai ascoltando?» Cattelan allungò una mano verso la spalla di Mika per toccarlo e avere la sua attenzione, ma lui si girò a guardarlo prima di poter essere raggiunto, fissandolo dritto negli occhi con intensità.
Cattelan deglutì e allargò le braccia.
«E quando sarai pronto» Disse «Potrai dirmi tutto quello che vuoi».
Mika annuì quasi impercettibilmente, poi si concentrò di nuovo sulla ricerca dei guantoni perfetti. Ne trovò un paio rosa con le scritte in oro e se ne infilò uno, sferrando poi un aggraziato e potente pugno per saggiarlo.
«Ti piace quello?» Indagò Cattelan, che trovava una buona idea quella di munirlo di guanti rosa: erano minacciosi e avrebbero dato al nemico un senso di falsa sicurezza, soprattutto se portati da un ragazzo così carino.
Mika si sfilò il guanto e lo rimise a posto, poi i suoi occhi si posarono, con uno sguardo di sorpresa e scoperta, su un paio tutto rosso. Non ebbe neppure il bisogno di provarli prima di esclamare «These ones!» con gioia.
Cattelan si strinse nelle spalle.
«Eeeeeh, se ti piacciono questi… va bene, okay. Li vuoi anche un paio di pantaloncini? Te li regalo io. Prima però provali i guanti, che se non ti stanno bene dobbiamo tornare a cambiarli».
Mika allungò le braccia verso di lui, come a dire “mettimeli”. Aveva le mani vuote.
«Dove hai lasciato il mio libro?» Indagò Cattelan.
Mika lo indicò col mento: lo aveva poggiato su uno scaffale, fra le cinture da karate. Alessandro infilò i guanti al suo protetto e li richiuse ben bene, stringendoli.
Felice come una pasqua, il pugile si esibì in una breve sessione di shadowboxing, un incontro con un avversario immaginario, saltellando sulle punte come un ballerino e fendendo l’aria a suon di cazzotti, preciso e letale.
«È bravo questo tuo ragazzo qui» Disse una voce un po’ gracchiante
«Signora Comanetti!» salutò Cattelan
«È un talento. Uno vero, non come quei pugili fecchia che m’hai sempre portato».
La vecchia proprietaria del negozio era una cosina alta forse un metro e quaranta, con corti capelli bianchi, un faccino da prugna, un accenno di artrite alle mani e un vestitino a stampa floreale di quelli che si comprano a cinque euro al mercato, ma i suoi occhietti azzurri brillavano di curiosità e gioia quando si posavano sugli affondi del giovane pugile.
«Si chiama Mika» Disse Alessandro, fiero
«Ma che, il Pazzo Parigino?» fece l’anziana, con tanto d’occhi «Lo facevo più piccolino dai video che m’ha mandato mio nipote, il Gigio sai? Però hai ragione che sembra lui, sembra proprio lui, oh Signore dell’Altissimo…» con dita tremolanti, la signora estrasse da una tasca del vestitino uno di quegli smartphone per anziani con i tasti enormi «… Lo devo di’ alla Mara!»
«La Mara è la Maionchi?» volle sapere Cattelan, preoccupato
«E certo che è la Maionchi, sennò chi?»
«No, no, no per favore signora Comanetti, per favore non lo faccia! Lei lo sa che Mara è un avvoltoio, che se lo scopre me lo prende e che se me lo prende per me è finita, non potrò mai più lavorare con un pugile del suo livello… la prego, signora Comanetti, la prego!».
Nel frattempo Mika si era avvicinato, tenendo le braccia ciondoloni.
«Mi piacciono questi guanti, Catellan!» Esclamò «Me li togli però?».
Fu la signora Comanetti a muoversi per prima per avvicinarsi a lui, aprendogli e sfilandogli dolcemente i guantoni.
«Sono proprio belli» Commentò, con aria nostalgica «Vecchio stile, quelli dei grandi pugili di una volta. Il rosso è un colore energetico… oggi ci stanno tutti quei ragazzi che si mettono le robe viola, i tribali, i disegnini colorati, le scritte oro, e non pare più che c’hanno pugni, c’hanno cartelloni pubblicitari al posto delle mani. Tu sei un ragazzo tanto bello quanto intelligente».
Mika arrossì un poco, sugli zigomi e sulle orecchie, sorridendo timidamente.
«Mi piace il rosso perché sopra il sangue non si vede» Spiegò «E quando dai il pugno, il sangue esce dalla bocca di quello e sembra che è il guanto, come se… come se il guanto lascia il suo colore nell’aria».
La signora Comanetti gli diede un buffetto affettuoso su una mano.
«Porto questi in cassa» Disse «Vi aspetto là».
Cattelan la guardò allontanarsi, poi si rivolse a Mika.
«Poeta delle botte, eh?» Gli disse, ammiccando
«Smetti di… don’t be kidding on me and condescending like that!»
«Amico mio, non ti stavo prendendo in giro questa volta» Alessandro alzò le mani «Sono contento di quello che hai scelto e sono contento di te. Davvero! Su, ora trovati un paio di pantaloncini che ti piacciono e andiamo»
«E le scarpe?»
«Tu non ce le hai delle scarpette da boxe?»
«No»
«E come hai fatto fino ad ora negli incontri?»
«Le Converse. Non avevo neanche i pantaloni corti, solo quelli lunghi»
«Wow. Completamente privo di equipaggiamento. Va bene» Cattelan sospirò, pensando alle sue magre finanze «Pantaloncini e scarpe, amico mio. Investo su di te, rendimi fiero».
Senza neppure esitare, Mika scelse e provò un paio di vistosi stivaletti corti gialli, che poi si tolse ed andò a posare ai piedi del suo manager.
«This» Disse, con l’aria di chi non avrebbe accettato un rifiuto
«Wow. La cosa buona…» commentò Cattelan «… È che sono talmente brutti che me li ricordo in saldo fin dalla prima volta che sono entrato qua dentro».
Mika non raccolse la provocazione e si buttò a cercare anche i pantaloncini, su cui però sembrava molto più indeciso: non sembrava piacergliene nessuno.
«Che ne pensi di questi oro, così fanno un poco di pendant con i tuoi stivali gialli?» propose Cattelan «Che poi, oddio, pendant… più una specie di “assonanza” di colore. Giallo, oro e rosso ci stai bene, sembri una candela»
«No. Quelli lì sono da muay thai, non da boxe» gli spiegò il pugile, che stava palpando il tessuto traspirante di un pantaloncino blu
«Quelli lì che hai in mano sono carini. Sono anche in saldo, vedi?»
«Sono brutti»
«Ah, okay, allora se sono brutti…».
Persero così tanto tempo nella ricerca che arrivò persino la signora Comanetti ad aiutarli.
«Cosa cerchi, caro?» Domandò, toccando dolcemente una mano di Mika.
Il ragazzone si chinò su di lei e glielo disse all’orecchio. La signora annuì.
«Aspetta un attimo caro, ho quello che fa per te» Disse, poi caracollò lentamente nel retro, fino al magazzino.
«Che le hai chiesto?» Volle sapere Cattelan.
Per tutta risposta, Mika gli sorrise come un cospiratore, infilandosi le mani in tasca.
La signora Comanetti riemerse dai recessi del magazzino reggendo una scatola di cartone piatta e grigia, con stampigliato sopra un logo quasi illeggibile.
«Sono i pantaloncini più richiesti che ho» Rivelò
«Davvero?» fece Cattelan, che già si figurava le proprie banconote volare via con un paio di alucce e librarsi felici molto oltre la sua portata «E allora perché li tieni nel retro?»
«Perché me li chiedono solo durante il periodo del gay pride. In quei giorni là ne espongo pure fuori un paio e qua mi arrivano un sacco che li vogliono. Ho fatto un ordine sbagliato una volta, mille di questi nel duemilauno, ma li ho venduti tutti e ora li compro tutti gli anni. Di solito però li tengo nel retro»
«Perché il gay pride?» domandò preoccupato Cattelan, con lo sguardo che saettava dalla signora Comanetti a Mika e viceversa.
La proprietaria del negozio aprì la scatola grigia, Mika afferrò i pantaloncini che vi erano ripiegati dentro e li ammirò con gusto.
«Ah, ecco perché» Commentò Cattelan.
Il tessuto dell’indumento che luccicava ad ogni piega, satinato e setoso, era di un iridescente color arcobaleno, tranne che per due sottili strisce laterali opache e rosa.
«Sono ridicoli» Sussurrò Alessandro in direzione dell’anziana
«Son davvero brutti per un pugile» rispose a mezza bocca la signora Comanetti
«These. I want these!» esclamò Mika con entusiasmo
«Non è proprio il periodo del pride, ecco…» provò a dire Alessandro
«Ma Leopoldino il ciaspolello è di colori diversi perché lui è per tutti»
«Sì, Leopoldino è per tutti, ma lui predica la pace e l’amore, tu invece stai andando a prendere altre persone a pugni in faccia, non hai bisogno di essere inclusivo».
Mika abbassò le braccia quel tanto che bastava perché la sua testa spuntasse da sopra il bordo dei pantaloncini.
«Io sono inclusivo» Disse «Picchio tutti. Non ne lascerò in piedi uno».
Cattelan boccheggiò, senza sapere che dire… era tutto sbagliato! L’uso della simbologia, la lezione che Mika aveva imparato dai ciaspolelli, l’atteggiamento, tutto. Però caspita se aveva grinta il ragazzo!
«Te li regalo» Disse all’improvviso la signora Comanetti «Però mi devi dare un bacio, bel giovanotto».

Lei non fece neppure in tempo a battersi la guancia con l’indice, chiedendo che lui vi apponesse le labbra, che Mika si chinò e la baciò dritta in bocca.
«Scuuusalooo!» Ululò Cattelan, preoccupato
«E di che?» gracchiò la signora Comanetti «Gliel’ho chiesto io e lui mi ha messo l’omaggio».
Il prezzo che lei gli fece pagare per tutta quella roba (scarpe, bende, pantaloncini e guantoni) fu scandalosamente basso.
«La prossima volta» Disse Cattelan, rientrando in macchina «Ti faccio baciare la mia padrona di casa, Renata, così magari non mi fa pagare l’affitto»
«Non mi frega del tuo affitto, io volevo i pantaloncini» replicò Mika, allegro
«E va bene. Andiamo a mangiare adesso»
«Sì, kebab!»
«Finalmente hai capito se ti piace»
«No, lo sapevo anche da prima»
«Andiamo, ciaspolello del mio cuore, devi metterti in forze!».
La Fiat Punto gialla sfrecciò per le strade di Milano e, vedendo un pezzo di fiancata riflesso in uno degli specchietti, Cattelan si trovò a pensare che la sua macchina e i brutti stivaletti di Mika erano della stessa sfumatura di giallo… significava forse che anche la sua amata Punto era brutta, oppure per le macchine era diverso? 

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