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venerdì 30 settembre 2022

Iris Letalis 7. Il pugile tradito

  +INDICE+

Elodie e Marracash sedevano in attesa, su un divanetto del Suave.
«Secondo te Cattelan verrà?» Domandò la donna, accavallando le lunghe gambe
«Verrà. Credo» rispose l'uomo «Ho parlato con Mika al telefono e sembrava lui. Aveva l'accento»
«Bene».
L'uomo diede un bacio leggerissimo sulle labbra della donna, poi raccolse le gambe sul divanetto e appoggiò la testa sul grembo di lei, che prese ad accarezzargli i capelli.
«Quest'anno il Luna Loca sarà un successo» Disse Elodie
«Aspettiamo, amore, prima di cantare vitoria. Se quelli dell'X-Factor dovessero venire a saperlo troppo in anticipo potrebbero avere il tempo di organizzarsi e metterci i bastoni fra le ruote»
«Ormai manca troppo poco. Ce la faremo»
«Io ho un po' di timore...»
«Non devi averne. Mai. Stiamo diventando più forti amore mio, siamo il futuro che avanza»
«A proposito del futuro che avanza, se mettessimo un juke-box nell'angolo vuoto? Uno con un mix di canzone nuove e canzoni vecchie, sai...»
Elodie rise e arruffò i capelli dell'uomo.
«Siamo nell'era di internet» Rispose «Se vogliono sentirsi una canzone basta solo che si connettano ad internet, per questo i juke-box sono diventati obsoleti»
«Lo so. Ma è solo che mi piacciono i juke-box».
In quel momento si udì bussare alla porta.
«Ecco Cattelan» Commentò Marracash «Vado io».
Elodie lo guardò alzarsi, prendere un cipiglio serio ed andare ad aprire alla porta.
«Cucù!» Disse Cattelan «Ehi, ciao gran bastardo capo! Posso entrare?»
«Vieni avanti» sbuffò Marracash, facendosi da parte
«E guarda chi ti ho portato! Eh!» Alessandro fece il gesto delle pistole con entrambe le mani, poi lasciò che Mika entrasse.
Il pugile si guardava intorno, quasi annusando l'aria, esplorando il nuovo ambiente.
«È un onore averti qui» Disse Marracash, con le mani dietro la schiena ed un tono vagamente formale.
Mika spostò la testa come un serpente, le pupille fisse e ferme sul proprietario del locale. Sembrava che avesse visto un fantasma.
«Sei alto» Disse Marracash, accennando un sorriso
«Lo so. Tu sei quello con cui ho parlato col telefono?» domandò Mika
«Sì. Io sono il proprietario del locale in cui ci troviamo. Puoi chiamarmi Marracash. O Marra, se preferisci»
«That's okay»
«Entra, tranquillo. Fai come se fossi a casa tua, feel at home, please».
Mika lo superò e si accasciò di lato ad un tavolino per esaminarlo.
«Ehi!» Esclamò Cattelan, schioccando le dita «Fai il bravo!»
«He said that I can» sibilò Mika «Posso»
«Siamo ospiti qui. Fai il bravo» Alessandro scosse la testa e si rivolse a Marracash «Non so se sono le botte che ha preso in testa o se è un po' matto così, naturale... è selvatico, il ragazzo»
«Me lo aspettavo più basso» commentò il proprietario del locale «Ma effettivamente sembra lui».
Mika andò a sedersi sul divanetto, accanto ad Elodie.
«Ciao!» La salutò, agitando una mano
«Ehi! Non disturbare la signora!» gli gridò Cattelan
«Va tutto bene» assicurò la donna, lanciando un'occhiataccia al manager «Io mi chiamo Elodie. Tu sei...?»
«Mika. Michael Holbrook Penniman Junior» si presentò il pugile
«Vuoi qualcosa da bere, Michael?»
«Mika. Mika va bene»
«Vuoi qualcosa da bere, Mika?»
«Una birra, per favore».
Elodie schioccò le dita. «Nicky!» Chiamò.
Il giovane cameriere comparve servizievole. «Sì, signora?»
«Una birra per il nostro ospite» ordinò lei «Hai qualche preferenza, Mika? Una bock? Un'IPA? Doppio malto?».
Il pugile si grattò il collo, un po' a disagio.
«Una... una birra» Disse «Gialla. Normale»
«Sì signore, arriva subito» garantì Nicky, facendo un piccolo inchino e poi allontanandosi a passo svelto.
«È un bel ragazzo, vero Marra?» Commentò Elodie ad alta voce
«Non l'ho guardato bene» rispose l'uomo, in tono un po' assente
«Guarda che occhi: grandi, scuri. Ciglia da cervi. Elegante, giovane».
Mika divenne di una delicata sfumatura a metà fra il gamberetto e la buccia di pesca, le orecchie in fiamme e un sorrisetto imbarazzato che metteva in mostra gli incisivi. Marracash gli si avvicinò.
«Guarda me, per favore» Gli disse, sollevandogli il mento con due dita, lentamente «Di dove sei, eh Mika?»
«B-Beirut» rispose il pugile, ancora più rosso «Papà però è americano e... e...»
«Sì» Marracash annuì, le labbra pressate in una sottile linea «Ha gli occhi da mediorientale».
Cattelan si avvicinò al divanetto sbracciandosi per farsi notare, facendo su e giù sulle punte dei piedi
«Potete cercare di mettere un po' di pepe alla vostra vita di coppia più tardi?» domandò ironico «Quando non ci sarò potete farci quello che volete, ma ora possiamo, per favore, parlare di affari?».
Elodie si alzò in piedi e quasi istintivamente Alessandro fece un passo indietro. Avanzò verso di lui.
Alle sue spalle arrivò il cameriere, che servì una corposa birra bionda alla spina a Mika e poi sgattaiolò via.
«Cattelan» Disse la donna «Tu vuoi sempre affrettare le cose quando non ce n'è bisogno e per contro vai lento quando c'è bisogno di andare veloce»
«Ma, non so, ma ho come l'impressione che volete portarvi a letto il mio pugile» scherzò Alessandro
«Il tuo pugile» ripeté lei, minacciosa
«No, aspetta, insomma, sono il suo manager, eh...»
«Il tuo pugile?»
«Sono il suo manager, è il mio pugile, aspetta, non capisco cosa c'è di sbagliato, ne possiamo parlare...»
«Non era questo l'accordo, Cattelan. Forse tu non ti ricordi le cose, ma io sì»
«Ero in ospedale, avevo preso un pugno in faccia, certo che non mi ricordo le cose»
«Il patto era chiaro: tu ci portavi Mika, ti prendevi il sette percento del ricavato e ti scordavi di lui. Te lo ricordi questo? Sei stato tu a proporlo. "Porterò Mika al Suave, ma da lì in poi dovrete essere poi a vedervela con lui", hai detto così, testualmente»
«Caspita, ti ricordi tutto tu, eh! E ora che me lo citi sì, potrei iniziare a ricordare qualcosa...»
«Visto che hai fretta, ora portiamo Mika giù, fino al ring, dove lo metteremo alla prova. Da lì te ne potrai andare a casa. Quando ci sarà l'incontro di Mika ti faremo avere il sette percento degli introiti, stanne certo, ma tu a lui te lo devi scordare: è il nostro pugile, non il tuo».
Cattelan deglutì, sfregandosi le mani come se avesse avuto freddo.
«Va... va bene» Disse «Vi piace proprio questo Mika. Tenetevelo. Tanto è un piantagrane che vi farà diventare matti».
Fece per girare sui tacchi e andarsene quando Marracash lo afferrò per un braccio.
«Vieni ad assistere all'incontro dimostrativo» Sussurrò il proprietario del locale «Poi, se vuoi, te ne vai al diavolo».
Cattelan rabbrividì, ma non aveva altra scelta che accettare: scese con loro nel sotterraneo.
Lo stanzone in cui si sarebbe svolto il torneo era praticamente una piccola arena, con spalti di cemento, due file di sedie di plastica blu attorno al ring, il quale campeggiava al centro del locale, ed enormi luci alogene che in quel momento erano spente, lasciando ad illuminare la stanza solo alcuni tubi al neon a parete.
Cattelan vide che c'era qualcuno sul ring, ma c'era troppo buio per capire chi fosse: doveva trattarsi del pugile che avrebbe messo alla prova Mika... da quanto tempo li stava aspettando laggiù, nell'oscurità?
Qualcuno strinse la mano di Alessandro.
«Sant'Iddio!» Sobbalzò l'uomo «Oh, sei tu Mika!»
«Vuoi lasciarmi da solo perché sono stato cattivo?» chiese il pugile in un sussurro, senza lasciargli le dita «Ti ho fatto diventare matto?».
Cattelan sospirò. Si sentiva come un cattivo di serie z, scritto male, interpretato male e comunque malvagio.
«No» Rispose a voce altrettanto bassa «È che se non ti lascio a loro mi fanno sparire dalla circolazione. Non preoccuparti: tu sei stato bravo e loro avranno cura di te»
«Ma tu sei il mio manager!»
«Shh! Sh, per favore Mika, per favore, loro sono pericolosi più di quello che sembrano, loro sono...»
«Che cosa confabulate lì dietro?» li interruppe Elodie
«Niente» rispose prontamente Mika, con un sorriso smagliante «Catellan ha dimenticato i miei guanti e gli stivaletti nella macchina. Io gli dicevo "vai a prenderli"»
«Sì, infatti» si affrettò a confermare Cattelan «Corro a prenderli e arrivo!».
Mentre il manager si precipitava su per la sale, Mika fu accompagnato in un piccolo tour dell'arena
«Aspetta, ora accendiamo la luce» Disse Marracash, camminando adagio verso un grande pannello di controllo
«Questo è tutto vostro?» volle sapere Mika
«Sì, certo. Noi siamo appassionati della nobile arte, il pugilato, e abbiamo voluto creare un nostro... tempio, possiamo chiamarlo tempio, dove mettere in scena scontri che altrimenti non potrebbero esistere»
«Bello»
«Ovviamente c'è un prezzo da pagare per tutte le cose belle, che nel nostro caso è la segretezza» Marracash fece un gesto con la mano aperta, mostrando l'intera stanza «Quello che facciamo qui dentro non lo raccontiamo fuori, e saremmo felici che anche tu non lo facessi».
Mika non disse niente, guardando verso la persona che stava sul ring, gli occhi stretti nel tentativo di mettere a fuoco qualche dettaglio.
«La temperatura è di tuo gradimento?» Chiese Elodie
«Eh?» fece Mika, battendo le palpebre
«Hai caldo oppure freddo? Stai bene?»
«Sì. Io non ho freddo»
«Puoi toglierti la maglia, per favore?»
«Io... sì. Devo?»
«Vuoi combattere vestito?»
«Ah, è per la boxe!» Mika sorrise, cominciando a sbottonarsi i pantaloni, sotto cui aveva indossato i suoi nuovi calzoncini arcobalenati «Mi preparo subito!».
Mise i pantaloni da parte, su una sedia, poi si sfilò anche la maglia. Le luci bianche dei neon sembrano tagliare, scolpire brutalmente il suo torso asciutto, gli addominali lunghi e stretti, i muscoli dorsali guizzanti, le belle spalle rotonde. Aveva una spolverata appena di peli neri sul petto.
«Poca massa» Commentò Marracash «Asciutto e funzionale: hai l'aspetto di un vero pugile».
Mika, contento, mostrò i bicipiti flessi. In quel momento, alcune persone iniziarono ad entrare nel sotteraneo; erano un gruppetto e alcuni di loro avevano in mano pacchetti di pop-corn.
Facendosi spazio fra di loro arrivò anche Cattelan, con una busta di carta grande che recava stampato il logo di una profumeria.
«Permesso... scusate, scusate... Marra!» Alessandro si avvicinò trotterellando «Ma che, ci sono anche spettatori?»
«Sì» ghignò Marracash «Ci sarà qualche spettatore»
«Tu non me la stai contando giusta per niente, perché me lo dici con quella faccia lì?».
Un altro gruppo di persone, questa volta ragazze ridacchianti con al seguito un paio di preadolescenti truci, era appena entrato.
«C'è il pubblico? Marra?! Elodie?! Perché c'è il pubblico?» Domandò allarmato Cattelan
«Abbiamo venduto i biglietti per l'evento di oggi pomeriggio» spiegò serafica Elodie «Prezzo ridotto speciale, solo un euro. Tanto ci rifacciamo con le consumazioni»
«Quindi alla fine credevate in me! Eravate sicuri che avrei portato Mika!»
«Per niente, Cattelan»
«Allora cos'è che la gente è venuta a vedere? Cioè, con solo un euro di biglietto lo capisco che chiunque sia anche solo un minimo assetato di sangue si precipiti qui, ma se il match è scarso voi non vi fate buona pubblicità, no? E questa cosa del biglietto a un euro mi sa di trovata pubblicitaria, tipo che volete convincere qualcuno a tornare anche per il Luna Loca, esatto?»
«Esatto. Dovresti lavorare in un'agenzia pubblicitaria»
«Ci ho provato, non è che non ci ho provato, eh»
«Il pubblico è venuto a vedere lui» Elodie indicò il ring, dove il misterioso pugile riposava all'angolo, appoggiato sulle corde mollemente «Di Mika non ne sanno niente. Si aspettano un incontro in cui il loro beniamino schiaccerà qualunque avversario gli si metta contro, perciò anche se ci avessi portato un Mika finto andrebbe bene».
«E se non vi avessi portato nessuno?»
«Avremmo fatto combattere direttamente te, cocchino»
«B-beh, l'ho scampata direi... questa settimana ne ho presi pure troppi di pugni in faccia. E comunque, chi è il tizio sul ring?»
«Non lo hai ancora riconosciuto?»
«Dovrei mangiare più carote e mirtilli, perché ho una visione notturna davvero terribile. No, chi è?».
Altra gente continuava ad arrivare in un flusso continuo, vociando e prendendo posto sugli spalti.
«Fai preparare Mika» Ordinò Marracash «Guanti e stivaletti, su, su Cattelan!»
«Non si è neanche riscaldato!» si lamentò Alessandro
«E allora riscaldalo. Un paio di jumping jacks, un bel massaggio, ma lo voglio pronto in cinque minuti»
«Okay, tiranno!».
Cattelan posò a terra la busta, fece sedere Mika e iniziò tirando fuori gli stivaletti.
«Ascoltami» Disse, inginocchiandosi per sfilare le converse al pugile «In questo ring ho visto succedere di tutto. E non intendo cose belle, non cose brutte, terribili. Non tutte le persone che partecipano a queste cose sono brave persone, anzi, la maggior parte non lo sono, mi capisci?»
«Sì» sussurrò Mika, spingendo un piede in uno degli stivaletti che il manager gli teneva fermo
«Ora, fra meno di cinque minuti salirai su quel ring. Non è importante che tu questo incontro lo vinci o lo perdi, conta solo che ne esci vivo e tutto intero, mi capisci?»
«Sì»
«È molto importante che, quando sei lassù, tu mi ascolti. Io posso vedere dall'esterno che cosa sta succedendo e posso aiutarti. Ma tu mi devi ascoltare, perché questa situazione è pericolosa, capisci?»
«Sì»
«Anche il tuo avversario riceverà dei consigli» Cattelan iniziò a bendare con cura la mano sinistra di Mika «Tu pero li devi ignorare. Devi sentire solo quello che ti dico io, non quello che ti dice l'avversario, non quello che ti dice il manager dell'avversario e neanche il pubblico. Non devi ascoltare nessuno, solo me. Capisci?»
«Sì»
«Hai fatto pipì? Prima che ti metta i guantoni devi averla fatta»
«L'ho fatta»
«Altre cose di cui hai bisogno? Caffè?»
«No. Voglio solo... solo salire sul ring» gli occhi del giovane pugile brillavano
«Okay, tigre. Sono contento che almeno tu sia pronto a questa cosa. Sai cosa?»
«Cosa, cosa?»
«Sei davvero una persona... un pugile...»
«Prima guardami combattere» lo interruppe Mika, determinato.
Cattelan annuì, i denti stretti, finendo di preparare quello che lui ancora considerava il suo pugile. Sì, lo sapeva che era ridicolo essersi affezionato in quel modo ad un piantagrane che conosceva da così poco tempo, che per giunta lo aveva insultato e picchiato, ma non poteva farci proprio niente: si sentiva come Filottete con il suo Ercole.
«Vai e stendilo, tigre!» Esclamò, poi ci ripensò «No, aspetta, prima sciogliti un po' il collo e saltella, non vogliamo che ti fai male così, okay?».
Mika si alzò e sciolse i muscoli, fece scrocchiare il collo (e rabbrividire Cattelan), alcuni piegamenti sulle gambe e cinque flessioni, poi saltellò sul posto facendo cozzare un guantone contro l'altro.
«Sono pronto, ready as I'll ever be!» Disse con energia.
Il suo avversario continuava a non fare niente, come un gatto morto all'angolo.
«Mika!» Esclamò una donna, alle spalle del pugile e del suo manager (facendo sobbalzare quest'ultimo)
«Emma!» gridò Mika, girandosi di scatto
«Lo sapevo che questo incontro a sorpresa puzzava di te!» commentò lei
«E sei qui per vedermi!»
«E come no. Per vedere come ti farà il culo a strisce, tesoro».
Emma indossava un giubbotto di pelle nera quella sera, e intorno agli occhi esibiva un trucco nero, sfumato, come due vecchi ematomi.
«Senti» Si intromise Cattelan «Se sei qua per distrarmelo e fargli ridurre la faccia come quella che hai tu, meglio che te ne vai subito»
«Neanche un "ciao" tu, eh» Emma si sistemò una ciocca di capelli dietro l'orecchio «Comunque ciao, Alessandro»
«Ciao e arrivederci, allora»
«Ma fa sempre lo scemo così, anche con te, Mika?».
Il pugile, saltellando, si strinse nelle spalle. «Sì» Disse.
Cattelan alzò un indice ammonitore «Ma come sì? Ma da che parte stai tu?» Ringhiò
«Dalla nostra» rispose Mika «Di me e di te»
«Sì, di me e di te... guarda in "nostra" dovrei esserci anch'io!»
«Vabbé» Sussurrò Emma, afferrando Mika per un polso «Sta arrivando un sacco de gente e non mi lasciano il posto, che voglio vederti dalla prima fila. Io vado»
«Okay» il pugile si chinò verso di lei, gli occhi quasi allo stesso livello «Dopo ci vediamo, sì?»
«Certo» lei gli diede un bacio sulla guancia, poi si defilò per occupare uno dei pochissimi posti in prima fila che non erano ancora occupati.
Cattelan sbuffò. «Vi baciate anche adesso, Michael?» Chiese ironico.
Per tutta risposta, Mika raddrizzò la schiena e si massaggiò la guancia.
Un faretto a occhio di bue si accese ed illuminò la figura di Elodie che stava in piedi al centro del ring, con in mano quello che sembrava un microfono da annunciatore vecchio stile, di metallo argentato e con il filo.
«Signore, signori e ogni declinazione della razza umana» Disse con voce alta e chiara, che si diffondeva in ogni angolo amplificata dalle casse «Benvenuti tutti all'incontro di pugilato di stasera, una gemma del combattimento che potete ammirare solo qui, al Suave!».
Il pubblico, gasato, rumoreggiò. Qualcuno, nelle ultime file, gridò: «Sei bellissima! Voglio i tuoi figli!».
Dopo qualche istante si sentì un suono di pugni, un grido soffocato e un rumore di trascinamento nel buio. Elodie continuò ad annunciare:
«Un metro e novantatré centimetri di altezza per ottantasei chilogrammi di peso, all'angolo rosso del ring abbiamo un vero campione, il beniamino del popolo, il multiforme, il sorprendente. Direttamente da Roma, fra Glam e provocazione, torna ACHILLE LAURO!».
Cattelan boccheggiò. «Oh no» Riuscì solo a gorgogliare.
Tutte le luci dell'arena sotterranea si accesero contemporaneamente. Il pugile all'angolo del ring si drizzò in tutta la sua altezza, abbandonando le corde su cui era stato appoggiato fino ad ora, e si esibì in un inchino elaborato a favore del pubblico, che urlava il suo nome ad intervalli regolari.
Aveva capelli lisci, spettinati, rasati corti ai lati e tinti biondi, le braccia coperte di tatuaggi, tatuaggi in faccia e l'enorme disegno di un drago e di una tigre che si sfidavano sul suo petto. Quando si rialzò dal suo inchino, Cattelan poté notare il trucco rosso sangue intorno ai suoi occhi.
«E ora lo sfidante!» Annunciò Elodie, facendo con la mano un cenno in direzione di Mika
«Vai, sali, sali sul ring!» si affettò a dire Cattelan, spingendo il suo protetto
«Un metro e novantadue centimetri di altezza per ottanta chili di peso...»
«Ma quand'è che ti hanno misurato? Tirando ad indovinare così, a occhio?»
«... All'angolo blu del ring abbiamo una leggenda vivente, o forse dovremmo dire una leggenda metropolitana! Il Rivoluzionario Parigino!».
Il pubblico scoppiò in un urlo collettivo di sorpresa e gioa.
«Il Pazzo Londinese!» Rincarò Elodie.
Un altro urlo, più forte, più accorato ora che altra gente stava intuendo.
«Il Fulmine di Beirut!».
Qualcuno strillò come se gli avessero sparato, fra il pubblico si levarono canti confusi e ansiti animaleschi.
«Per la prima volta sul ring del Suave, Mika!».
Cattelan afferrò una caviglia del suo pugile per non farlo avanzare subito.
«Stai attento» Disse rapidamente, persino più del solito «È un professionista vero, fa pugilato vero, non dovrebbe essere qui, è il prossimo sfidante per una cintura. Ora vai, forza!».
Mika avanzò fino a fronteggiare Achille, al centro del ring. Fra di loro, a separarli, Elodie.
«Non c'è un arbitro sul ring» Spiegò la donna «Ma voglio un match pulito. Sono solo tre round da dieci minuti. Il pubblico decreterà a votazione chi ha vinto. Siete pronti?»
«So' nato pronto» rispose Achille, strascicando le parole con accento romano
«Sì» fece Mika, annuendo
«Bene. Toccate sportivamente i guantoni per salutare. Oppure no, imbruttitevi, fate un po' quello che volete, basta che aspettate il suono della campanella prima di darvele».
Elodie scese dal ring, portandosi via il microfono.
«Io so' Achille, piacere» Disse il biondo, rilassato
«Io Mika» risposte il brunetto
«T'ho visto in un filmato raro amatoriale che gonfiavi tutti in una rissa in Francia, cioè, fighissimo»
«Grazie. Io ti ho visto in televisione, versus Hell Raton»
«Aò, so' onorato».
La campanella suonò tre volte. Achille istantaneamente alzò la guardia e indietreggiò. Al contrario di Mika non saltellava vigorosamente, ma molleggiava quasi pigramente sulle gambe, stando sollevato sugli avampiedi. I guantoni, viola e tempestati di glitter, luccicavano lasciando piccole scie di luce nell'aria.
Mika partì all'attacco, furioso, inaspettato, costringendo Achille a parare e indietreggiare ad ogni colpo, rendendo le schivate troppo pericolose.
«Smettila di martellarlo così!» Gli gridò Cattelan «Ti stanchi Mika, poi quando reagirà non avrai fiato!».
Il pugile bruno indietreggiò, la guardia ben alzata.
«'Tacci» Ansimò Achille «M'hai già sfracagnato le bracci, oh!»
«Vuoi arrenderti?» ghignò Mika, tirando un paio di jab all'aria
«Neanche per sogno, teso': io so' una vecchia pazza e tutti sanno che le vecchie pazze so' irriducibili!»
«I-rri-du-ci» non fece neanche in tempo a provare a ripetere quella parola che Achille gli girò intorno con un passo repentino, muovendosi come una donnola, e lo colpì alla parte bassa del fianco con un colpo micidiale.
Mika approfittò dello spiraglio nella guardia dell'avversario per assestargli un gancio alla testa così violento da scaraventarlo a terra. Tutto il pubblico trattenne il fiato.
Mika zoppicò indietro, piegato: il fianco colpito pulsava dolorosamente, le ramificazioni di quella sensazione che gli si infilavano fra muscoli e ossa fino alla schiena.
«Bravo Mika! Bravo Mika!» Gridava Cattelan, aggrappato al bordo del ring.
Il pugile bruno notò che anche all'angolo del suo avversario c'era un uomo, un ragazzo magro, dai lineamenti scavati, con le occhiaie e i capelli corti tinti di blu elettrico, che batteva i pugni al tappeto.
«Achille! Achille, eddai Achille!» Gridava costui, a ritmo con le percussioni delle sue mani.
Il biondo, sfidando il conto di dieci (che Marracash stava facendo ad alta voce) si alzò con flemma. Aveva la bocca sporca di sangue, il labbro inferiore arrossato come se fosse stato truccato. Alzò la guardia.
«Viecce» Disse, cupo.
E Mika, urlando, prese a martellarlo, un colpo dopo l'altro, guantoni contro guantoni, e poi sui fianchi, sulle braccia, un animale deciso ad abbattere la preda. Achille si difese per qualche istante, poi iniziò a colpire anche lui. Mika schivò, ma aveva un problema, un vizio di forma: quando evitava un pugno abbassava le braccia, quasi esse fossero d'ostacolo al movimento. Dopo tre prove, Achille se ne accorse e, uno-due, lo colpì con il sinistro per farlo schivare e con il destro al petto, quando Mika aveva le braccia basse. E poi ancora un pugno al volto, uno alla spalla, finché Mika non riuscì a riprendere il controllo spezzando la catena di colpi, così ben protetto da sembrare raggomitolato.
«Te so' piaciuti, bello de zia?» Lo punzecchiò Achille
«Sì» Mika annuì, nascosto dietro i guantoni
«Allora dài bello, che n'arrivano artri».
Iniziò in realtà una fase di studio, in egual modo difensiva da parte di entrambi. Achille sapeva, per quel colpo che aveva preso all'inizio e che ancora gli faceva fischiare le orecchie, che Mika era assolutamente in grado di reagire anche se era in svantaggio, anche se il nemico era oltre la sua guardia, e perciò gli usava cautela, mentre Mika stava cercando di recuperare dopo l'ultima serie di pugni.
La campanella suonò. «Fine primo round!» Annunciò Elodie.
Achille lasciò ricadere le braccia, la faccia sudata, arrossata e sorridente, poi trottò a parlare con l'uomo dai capelli blu al suo angolo.
«Mika!» Gridò Cattelan «Vieni qua!».
Il pugile bruno si inginocchiò al tappeto per guardare in faccia il suo manager.
«Che c'è, Alessandro?»
«Ascolta, hai fatto un primo round ottimo. Buono, davvero buono, specie contro uno come Lauro. Però quando schivi non devi tenere le braccia basse, lo capisci? No, le braccia basse no!»
«Non lo faccio apposta» il pugile si accigliò
«Lo so. Senti lo so, lo capisco, sei abituato così. Avrai tempo per levarti questo vizio, ma questo tempo ti serve e ora tempo non ne abbiamo. Quindi sai cosa devi fare?»
«No. Cosa?»
«Non schivare. Non schivare più, para soltanto per ora, va bene?»
«Sei...»
«Sì, sono sicuro. Basta schivare, così gli levi l'unico vantaggio che ha».
Mika guardò in direzione dell'altro angolo. Achille si era seduto per terra, a gambe larghe con la schiena appoggiata al paletto, e il suo manager gli parlava fitto fitto, tutto proteso verso di lui.
«Quello lì è uno forte» Commentò Cattelan «Non ti fare ingannare dai glitter. Non ho idea del perché sia qui, di quanto l'abbiano pagato per essere qui... non dovrebbe. Vuoi bere?»
«No» disse il pugile
«E ora bevi lo stesso» il manager estrasse una borraccia dalla busta di carta e si arrampicò a bordo ring per tenderla alla testa del suo protetto «Bevi!».
Mika fece una piccola smorfia di disappunto, ma obbedì, prendendo un paio di sorsi d'acqua.
«Secondo round tra dieci secondi! Pugili al centro!» Esclamò Elodie nel microfono.
Achille ritirò le lunghe gambe e si alzò in un balzo, scuotendo la testa come un cane bagnato. Mika avanzò, raggiungendolo al centro del tappeto.
«L'ho già visto da qualche parte il tuo manager» Disse Achille
«Io no. Solo da poco lo conosco» rispose Mika.
La campanella suonò. Il biondo alzò la guardia, facendosi repentinamente indietro per schivare un gancio di Mika. Iniziò una danza di affondi, schivate, parate, aprendo un secondo round molto più equilibrato del primo.
«AOUH!» Strillò all'improvviso Achille, in tono minaccioso.
Mika si coprì istintivamente la faccia, lasciando scoperti i fianchi. Pum pum! Si beccò due pugni, uno a destra ed uno a sinistra sulle reni. Indietreggiò barcollando fino alle corde, sibilando fra i denti serrati.
«Te piacciono?» Lo provocò Achille, molleggiando.
Mika si scagliò in avanti, ma il suo avversario schivò, si abbassò, con un pugno lo centrò sugli addominali, si fece di nuovo indietro.
«Che fai, Mika? Che diavolo fai?» Gridò Cattelan «Prima non ti saresti fatto beccare da colpi del genere! Ripigliati!».
Mika gli lanciò un'occhiata velenosa, ma bastò quella minuscola distrazione perché Achille mettesse a segno altri due colpi.
«Te sei rincretinito?» Domandò, una risata nascosta fra le parole «Che c'hai? Tutto questo era il grande Mika? Come te chiamano? Er Pallone Gonfiato dell'Iraq?»
«Fulmine di Beirut» ansimò Mika, strascicando i piedi all'indietro «Non posso schivare»
«Non ti mettere a parlare con lui!» ordinò Cattelan, secco
«Non puoi schiva'? Perché, sei un robot e ti s'è rotta la schivata automatica?» scherzò Achille.
Mika gli sferrò un colpo diretto al volto, ma il biondo lo parò senza troppa difficoltà.
«Gioco di gambe! Gioco di gambe, Mika!» Urlava Cattelan «Ora che ti serve non lo fai? Ti sei stancato prima? Forza, gioco di gambe, tu sei veloce, prendilo in contropiede!»
«Ecco, prendime 'n contropiede» ghignò Achille.
Mika sbuffò e torse il corpo intero in un gancio micidiale. Anche se Achille aveva parato, la forza del colpo fu tale da spingere il suo stesso guantone contro la sua faccia. Il biondo indietreggiò stordito, la bocca spalancata da cui non usciva alcun suono e Mika non perse neppure un millesimo di secondo, ma colpì ancora e ancora, mentre Achille teneva le braccia alte, così da alte da avere gli avambracci davanti alla testa.
Mika caricava e rilasciava, una molla d'acciaio con due pugni micidiali, poi abbassò la testa, in tensione come una lancia, e nel momento in cui entrambe le mani dell'avversario ricaddero ai lati del corpo, scagliò un affondo alla bocca del suo stomaco. Il rumore, un sordo "thomp!", riempì l'arena sotterranea nel silenzio del pubblico. Achille si piegò in due, poi come un albero tagliato, cadde rigido a terra.
«Uno!... Due!...» Iniziò a contare ad alta voce Marracash.
Mika, in piedi, continuava a tenere i guantoni alzati ed ansimava. Gli tremavano un po' le spalle per via dello sforzo così concentrato in poco tempo. Guardò a terra, cercando di capire se il suo avversario ci sarebbe rimasto oppure no. Achille mosse la testa, strusciando la guancia al tappeto, rivolse lo sguardo a lui e... gli fece l'occhiolino.
«Quattro!... Cinque!....».
Mika si guardò intorno, frenetico. Sembrava che nessuno avesse notato il gesto anomalo.
«Bravo Mika! Bravo! Vedi che se mi ascolti funziona? Dai che ci portiamo la vittoria a casa, dài, sì!» Esultava Cattelan.
Mika abbassò le braccia. «Alzati!» Gridò, rivolto ad Achille «Alzati, get up!».
Il biondo gli sorrise e si lasciò andare completamente al tappeto, chiudendo gli occhi.
«Otto!... Nove!... Dieci!».
La campanella suonò. Incredulo, Mika si guardò intorno, poi cercò di aprirsi un guantone con i denti.
«Il vincitore dell'incontro di stasera, per knock out, è Mika!» Annunciò Elodie.
Cattelan passò fra le corde, correndo ad abbracciare il suo pugile.
«Abbiamo vinto! Mika, hai vinto!» Esclamava, dando pacche sulla schiena sudata del giovane.
Mika riuscì a buttare a terra un guantone, poi a sfilarsi l'altro con la mano libera.
«Alzati! Get up, Achille!» Gridò, precipitandosi a strattonare l'uomo a terra «It's not over! It's not over, Achille! Not over!»
«Lascialo stare Mika, non ce la fa più» lo pregò Cattelan
«It's not over! NOT OVER!» ruggì il giovane pugile, girandosi solo un istante verso di lui, le pupille dilatate, prima di tirare in piedi Achille a viva forza.
Cattelan si morse un labbro. Non gli piaceva quello che aveva visto negli occhi del giovane, tanto quanto non gli piaceva la piega che stava prendendo la situazione.
Marracash era salito sul ring. «Lascialo, è finita!» Ordinò.
Mika sferrò un pugno a mano nuda al volto di Achille Lauro.
«Ma che sei matto?!» Strillò Cattelan, afferrando un braccio del pugile per tirarlo indietro, imitato da Marracash che agì sull'altro lato.
Achille ricadde a terra rotolando, con la testa buttata all'indietro, la gola esposta.
«It's not over!» Ruggì Mika, strattonando per liberarsi dai due uomini che lo tenevano fermo e riuscendoci dopo neanche due secondi.
Gli uomini della sicurezza salirono sul ring, tutti a cercare di fermare il pugile impazzito, poi arrivò un collaboratore del Suave, un cameraman e un fan, e alla fine c'era una piccola folla a spingere e trattenere Mika, il quale svettava su di loro schiumante, sempre più arrabbiato per ogni secondo che passava.
«It's not over, Achille! Achille, ACHILLE!»,
Il pugile bruno fu sollevato di peso da otto persone, mentre Cattelan cercava di tenergli a bada le mani e lo rassicurava.
«È finita Mika, hai vinto, è finita, tranquillo, è finita» Gli ripeteva, evitando ceffoni.
Poi un monito, un grido, lacerò l'aria: «GLI SBIRRI! GLI SBIRRI!».
La gente iniziò a riversarsi fuori alla rinfusa, a nascondersi nei bagni, a infilarsi dietro gli spalti.
Qualcuno fece sparire la campanella, qualcun altro smontò le corde, e in tutto quel trambusto Achille Lauro si alzò come se niente fosse e si allontanò con il suo compare dai capelli blu.
Sembrava che nella confusione nessuno se ne fosse accorto... tranne Mika, che non gli levava gli occhi di dosso.
«Achilleeee!» Strillò come un'aquila, scalciando abbastanza da rovesciare a terra due di quelli che lo tenevano sollevato, sgomitando con furia, liberandosi.
«Mika! MIKA!» Allarmatissimo, Cattelan provò ad afferrargli un polso, che però gli scivolò dalle dita «Non possiamo permettercelo! MIKA, pazzo di manicomio, torna qui!».
Ma il pugile aveva attraversato la sala in poche rapide e lunghe falcate, lanciandosi su per le scale, appresso al suo avversario... ma invece di raggiungerlo, si trovò di fronte a tre agenti di polizia, due maschi e una femmina, che parlavano con un Marracash serafico.
«Ah» Disse l'agente donna, indicando Mika «E che ci fa a questo DJ set questo qui, tutto sudato e in pantaloncini?»
«Pantaloncini arcobaleno» precisò Marracash, con un sorriso affabile «Ballerino, ovviamente. Cubista. Non sei un cubista, Mika caro?»
«Dov'è Achille?» domandò il pugile, guardandosi in giro
«Il tuo ragazzo? L'ho visto uscire con un altro, a dire il vero... uno con i capelli blu» Marracash si rivolse di nuovo alla poliziotta «Abbiamo fatto una serata gay. E come al solito ci sono quelli che vengono a rimorchiare e si dimenticano, ops, accidentalmente di avere un ragazzo. Achille era quell'altro che avete visto passare prima»
«Quello con i lividi in faccia e il labbro spaccato?» volle chiarire uno degli agenti maschi
«Già. Sono volate un po' di botte... c'è stata una piccola colluttazione, fra Mika e Achille. Achille si era anche truccato per farsi carino» Marracash scosse la testa come a dire "oh, agenti, con che gente devo vedermela..." «E il suo ragazzo non lo ha retto. Nessuno dei due sapeva che l'altro fosse qui. Credo che siano questi i "disordini" che vi hanno denunciato, ma abbiamo sedato la rissa sul nascere. Se però Mika vuole sporgere denuncia... Mika, vuoi sporgere denuncia? I nostri amici agenti possono aiutarti».
Mika scosse la testa, le narici dilatate.
«Voglio prendere Achille» Disse, a denti stretti «Lo voglio...»
«Ah, la passione!» scherzò Marracash, ridendo nervosamente
«... Ammazzare. Mi ha preso in giro. Anche tu, ti ha preso in giro. E io lo spacco».
Marracash fece un sorrisetto agli agenti, come per dire loro "siate indulgenti, è solo un ragazzo tradito".
Gli agenti non furono indulgenti.

domenica 8 maggio 2022

Iris Letalis 6. Ciaspolelli

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 Seduto nella sua cucina, Alessando Cattelan rimuginava. Anche solo portare via Mika dalla palestra era stata una faticaccia, visto che lui non voleva saperne di separarsi da Emma. Cosa gli aveva fatto quella rissaiola da strapazzo? Come aveva fatto ad incantarlo così? E la cosa peggiore era che anche se ora erano fisicamente separati, lei e Mika stavano comunque messaggiando. Lei gli mandava un sacco di vocali, per non complicargli troppo la vita visto che era dislessico, e Alessandro era costretto a sentire tutti i suoi “Amore, conosco un locale dove fanno un pesce da favola…” e “Tesoro, pure a me piace Raffaella Carrà!”.
Mika rispondeva scrivendo, sfidando eroicamente il pericolo del mare degli errori grammaticali, e si aggirava per tutta la casa di Cattelan inciampando di quando in quando nei tappeti con quegli enormi piedoni, con un sorrisone stampato sulla faccia.
Alessandro decise di chiamare immediatamente Marracash e di consegnargli Mika, così quell’ingombrante bambinone letale non sarebbe stato più sua responsabilità. Compose il numero e…
«Ho sete!» Disse Mika.
Cattelan si alzò in piedi di scatto. Voleva essere assertivo, rimettere in riga il suo nuovo cliente, ma pensandoci meglio si accorse che questa volta il pugile non aveva fatto niente di male, aveva solo detto di avere sete, e non era proprio il massimo della bontà sgridarlo per questo.
«I bicchieri sono nel terzo cassetto da sinistra» Disse «E l’acqua è in frigo»
«Grazie. Oh, Alessandro!»
«Sì, Mika?»
«Quando posso tornare da mamma?».
Giusto, la mamma! Chissà dove era adesso… e chissà, si chiese Cattelan, come mai quando aveva incontrato Mika lui era tutto solo, visto che non gli pareva un tipo molto indipendente.
«Dov’è la tua mamma adesso?» Gli chiese
«Sta in albergo, deve incontrare un produttore discografico» la voce del pugile si fece più sottile, piena di vergogna «Mamma ha pagato da sola il viaggio per Milano, per incontrare un producer, per me».
Cattelan sentì il cuore farsi un po’ più pesante: quella povera donna arrivava da chissà dove per dare una chance a suo figlio di diventare un cantante e lui cosa faceva? Lo iscriveva ad un torneo illegale di pugilato.
Però non poteva, non poteva, mollare proprio adesso! Mika avrebbe avuto altro tempo per inseguire il suo sogno, mentre quello di Cattelan (vincere il Luna Loca e, già che c’era, pagare tutti i debiti) si sarebbe potuto realizzare fra soli sei giorni. Sei. Solo sei giorni e poi Mika sarebbe stato libero di cantare quanto gli pareva e di trovarsi l’agente che voleva.
«Non puoi ancora tornare da tua madre» Disse Cattelan «Mi dispiace, davvero. Puoi mandarle un messaggio, dirle che hai trovato un lavoro, che andrà tutto bene, ma per ora non puoi ancora tornare da lei».
Mika stava bevendo dell’acqua e lo guardò da sopra il bordo del bicchiere come un bambino a cui avevano appena detto che i compleanni sono stati cancellati. Non disse niente per un po’, poi andò a sedersi al tavolo, poco lontano da Cattelan.
«Mia mamma… she worries…» Pigolò
«Si preoccupa, lo capisco» concesse Alessandro «E mi dispiace, ma ti devi preparare per il torneo. Se vinci le porterai un sacco di soldi e lei sarà contenta, vedrai!»
«Posso farle sapere dove sono?»
«Ma sì, certo! Anzi, aspetta, intendi il mio appartamento?».
Mika annuì, con un sorrisetto a denti stretti, il telefono stretto al petto.
«No, certo che no!» Si corresse Cattelan «Non voglio certo ritrovarmi con tua mamma in casa!»
«No? Perché no?» domandò Mika, inclinando la testa
«Perché ci metterebbe i bastoni fra le ruote, capisci? Lei non può comprendere cosa stiamo facendo qui…»
«Cosa stiamo facendo qui?»
«… Perciò è meglio se poi le facciamo una bella sorpresa, no? Quando avrai vinto il torneo e soprattutto i soldi del torneo, allora potrai darle i soldi e dirle tutto e lei sarà fiera e contenta di te. Ma adesso no, eh! E poi questa è casa mia. Casa mia regole mie, perciò qui dentro non ce la voglio, tua mamma»
«Io invece la voglio!»
«Beh, sei un adulto grande e grosso, non è che puoi metterti a piagnucolare che vuoi la mamma, suvvia!».
Mika si zittì e si versò un altro bicchiere d’acqua, che bevve molto lentamente. Non c’era però alcuna rassegnazione nel suo sguardo e ciò era preoccupante per Cattelan, che giustamente non voleva vedersela con il pugile se avesse deciso di diventare vendicativo.
«Non preoccuparti, Mika» Aggiunse Alessandro «Potrai incontrare tua madre, okay? Te lo concedo. Ma solo fuori di qui, non in casa mia. E da solo: io non la devo incontrare. Ti va bene così?».
Il pugile si versò un terzo bicchiere d’acqua, mentre il telefono pigolava per via dei messaggi che arrivavano e Cattelan sudava freddo.
«Va bene» Disse infine «Stasera vado da mamma»
«Ti ci accompagno con la macchina» gli garantì Alessandro «Tu stai quanto ti serve e poi ti riporto qui. Ricordati di non dirle niente di quello che stiamo facendo e di dove sto io, okay?»
«Sì»
«È una promessa?»
«Sì»
«Bravo! Vedi che ogni tanto sai pure essere ragionevole?».
Mika annuì e accavallò le lunghe gambe, rimanendo a guardare l’altro uomo con l’interesse che un biologo marino riserverebbe ad un narvalo; Cattelan provò ad ignorarlo e finalmente chiamò al cellulare Marracash.
«Ehi! Ciao, ciao, ciao Marra… ho una notizia fantastica per te!» Quasi gridò contro lo smartphone
«Voglio sperare che la notizia sia Mika» bofonchiò il gestore del Suave
«Esattamente! Non solo l’ho trovato e l’ho portato a casa mia, ma l’ho pure convinto!»
«Bene. Una grande sorpresa, eh?»
«Ma come una grande sorpresa, Marra?»
«Che devo dirti, non credevo in te neanche un po’. Quindi lui è lì con te?»
«Sì. Seduto qui, al tavolo con me, che mi guarda fisso. Non mi toglie gli occhi di dosso»
«Fammi parlare con lui»
«Oh, okay! Tu pensi che io ti dica no perché racconto fandonie e invece ti dico sì, certo, subito! Eccolo qui!».
Cattelan passò lo smartphone a Mika. «Vuole parlare con te, campione. Fammi fare bella figura» Gli raccomandò.
Il pugile prese il telefono e se lo portò immediatamente all’orecchio.
«Hello, who is talking?» Domandò, con accento vagamente oxfordiano
«Hello» rispose Marracash, che per contro era più spiccatamente siciliano quando parlava inglese che quando parlava italiano «I’m the owner of Suave, the place in which you will fight next. You are Mika, right?»
«Yes»
«Do you know Italian?»
«Sì, parlo un poco italiano. Anche francese!»
«Très bien. Siamo onorati di averti con noi, vedrai, il torneo ti piacerà»
«What’s your name?»
«Marracash. Mi chiamano tutti così. Quando potrò vederti?»
«Non lo so» i suoi occhi saettarono verso Cattelan «You can ask my manager»
«Hai detto che devo chiedere al tuo manager? E chi è il tuo manager, Alessandro?»
«Catellan, sì. Alessandro, Alessandro Catellan»
«Cattelan. Con due t e una sola l. Un cognome fighetto, milanese» rise Marracash. Il volume della chiamata era abbastanza alto perché anche il diretto interessato, che aguzzava le orecchie con grande attenzione per seguire la conversazione, cogliesse la frecciatina.
«Non è milanese» Obiettò Alessandro, ad alta voce e facendo strani ghirigori nell’aria con l’indice, come un direttore d’orchestra «È un cognome molto diffuso in tutta l’area veneziana, padovana, vicentina e trevisana»
«Dice che è veneziano padovano trevisano» riportò Mika
«Visto, che ti dicevo? Fighetto» disse l’uomo dall’altro lato della linea «Se ti va me lo puoi passare, così gli chiedo quando posso vederti»
«Pa… passare?»
«Give the phone to him, please. I want to talk with him. Oh, it was a pleasure hearing your voice»
«Thank you. Bye!» Mika ripassò il telefono a Cattelan «È simpatico, questo Marracash!»«È simpatico con te perché gli farai fare un sacco di soldi» borbottò Alessandro, per poi portarsi lo smartphone all’orecchio. Lui e Marracash si misero d’accordo per vedersi alle sei di quel pomeriggio, al Suave.
«Non ti pentirai di esserti fidato di me» Concluse Cattelan
«Fai portare i guantoni al tuo pugile. Voglio metterlo alla prova per sapere se è quello vero» ordinò Marracash prima di chiudere la chiamata. Di sottofondo, durante le sue ultime parole, si era sentito il miagolio disperato di un gatto.
Cattelan posò il telefono sul tavolo, poi guardò Mika, che gli sorrideva.
«Ora andiamo e ti compriamo un paio di guantoni belli» Gli disse
«Ma io ho fame» si lamentò il pugile «Ed è ora di… di…»
«Pranzo. No, qui mangiamo alle due, non alle» Cattelan si controllò l’orologio «Undici e cinquantanove»
«Ma mamma…»
«Senti, qui facciamo così. E poi prima ci sbrighiamo e prima mangerai, okay? Ti porto fuori, ti piace il kebab?»
«Uhm… sì?»
«Non sai neanche se ti piace il kebab! Forza, alza il culetto dalla sedia e seguimi, che ti divertirai!».
Cattelan fece salire Mika sulla sua vecchia Fiat Punto gialla, un regalo del suo caro nonno.
Nonostante l’automobile fosse vetusta e sprecasse un mucchio di benzina, Alessandro non aveva alcuna intenzione di cambiarla e preferiva usarla poco per risparmiare piuttosto che acquistare una macchina performante e capace di più chilometri con un pieno. I sedili della Punto erano puliti e profumati come il negozio di un barbiere all’antica, anche se quello posteriore era occupato da due cassette di plastica piene di riviste, libri per bambini, fotocopie e bozze. Dallo specchietto penzolavano: un broccoletto di plastica, una X rossa di metallo, un Arbre Magique alla menta e un pupazzetto mezzo rossonero e mezzo nerazzurro che avrebbe fatto venire una sincope sia ai milanisti che agli interisti e non si capiva bene che animale fosse (ma aveva un naso enorme).
Mika si allacciò la cintura, poi fece oscillare il pupazzetto colpendolo con un dito.
«Cosa è questo?» Domandò, curioso
«Si chiama Leopoldino» rispose Cattelan, mentre faceva manovra per uscire dal parcheggio
«Ma cosa è, Leopallino?»
«Leopoldino, non Leopallino. Leopoldino è un simbolo di tolleranza e fratellanza fra i popoli e fra tutte le curve degli stadi. A te piace il calcio?»
«No»
«E vabbé, ti perdono perché non sei italiano. Però a Leopoldino piacerebbe che tu guardassi il calcio! Leopoldino è molto sensibile, infatti è per metà un cane molto sensibile e per l’altra metà un ciaspolello molto sensibile»
«Cosa è un ciaspolello?»
«È una creatura che vive sul pianeta Ciaspolino. Io sono anche uno scrittore, lo sapevi? Scrivo libri per i più piccini, per i bimbi. I ciaspolelli li ho inventati io».
Mika si illuminò, le mani che si aggrappavano alla cintura di sicurezza.
«Posso leggere un libro che te hai scritto?» Domandò
«Certo. Ma non eri dislessico?» indagò Cattelan «Ti piace lo stesso, leggere?»
«Sì, ma… i libri per i bimbi sono scritti con scritte grandi e facili. Sono facili anche per me»
«Se riesci, qua dietro dovrebbe esserci almeno uno dei miei libri. Ha la copertina blu, prendilo pure!».
A Mika bastò allungare un braccio per acchiappare il volumetto, che si intitolava “La città dei ciaspolelli” e aveva in copertina una mediocre, tremolante illustrazione di una creatura completamente diversa dal pupazzetto che pendeva dallo specchietto, con uno sfondo che era palesemente ritagliato da una fotografia e modificato al computer.
«Ma è moolto brutto» Commentò Mika, con aria saggia e navigata
«Ma no, è carino!» Cattelan difese il suo lavoro
«No! Vedi, è tutto storto, ma non storto bello, storto brutto»
«Hmm, come argomenti bene le tue critiche, signor Penniman»
«Io lo avrei fatto meglio di questo qui»
«Ah, ora sei anche disegnatore oltre che cantante?»
«Sì»
«Un uomo dai mille talenti, vedo. Comunque i disegni non li ho fatti io, io ho solo scritto la storia»
«Tu devi licenziare quello che ha fatto il disegno» scandì Mika.
Cattelan rise. «Non posso licenziare proprio nessuno, Mika! Non sono il suo capo, il disegnatore mi è stato assegnato dalla casa editrice. Non me lo posso scegliere io».
Il pugile non rispose, aprì il libro e si immerse nella lettura.
«Siamo arrivati» Disse dopo qualche istante Cattelan «Su, scendi che non abbiamo tanto tempo, se vuoi mangiare».
Mika aveva la fronte aggrottata, solcata da piccole rughe di concentrazione, mentre continuava a leggere la storia. Solo dopo un paio di minuti chiuse il libro e con la voce piena di disappunto disse: «È brutta».
Cattelan spalancò gli occhi.
«Brutta? Cosa è brutta?» Abbaiò
«Questa storia. È brutta, non c’è pathos» Mika pronunciò “pathos” con la th all’inglese, mentre con la mano destra faceva un gesto italianissimo, le dita raccolte a grappolo che andavano su e giù
«È per bambini, certo che non c’è pathos!»
«I bambini non sono stupidi. Vogliono belle storie. Questa è brutta»
«Ah, quindi oltre ad essere cantante e disegnatore sei pure scrittore, eh? E se hai tutti questi talenti fantastici perché sei qui, eh? Perché sei senza soldi, con la mammina che ti cerca un lavoro e io che ti devo fare da manager? Eh? Eh?».
Mika abbassò lo sguardo, accarezzando la copertina del libro con i pollici, le spalle tese.
«Esatto» Rincarò Cattelan «Lascia fare a chi queste cose le sa fare. E vedi di crescere una volta tanto! Ora scendi, che non abbiamo tempo da perdere».
Mika obbedì, rabbuiato. Si portò dietro il libro, stringendolo come una reliquia anche se stava camminando fra file di articoli sportivi.
Lo Sport Today era uno dei negozi preferiti di Alessandro Cattelan, se non altro perché la proprietaria, la vecchia signora Comanetti, aveva un debole per lui e gli faceva sempre gli sconti. Non era un posto molto frequentato e in tanti lo trovavano caotico e claustrofobico a causa dei mucchi di articoli, alcuni dei quali palesemente anteguerra, che affollava gli scaffali, gli scatoloni e le ceste metalliche, ma in qualche modo era stato comunque in grado di sopravvivere negli anni.
Mucchi di calzini di spugna in offerta si mescolavano a scatole di supporti per i polpacci, cavigliere, palle mediche, palloni da pilates sgonfi e racchette da tennis; solo nel settore dedicato alle varie arti marziali, vera passione della signora Comanetti, sembrava esserci una parvenza di ordine: guantoni da una parte, bende multicolore per le mani tutte appese ad un apposito raccoglitore, sacchi da allenamento da un’altra parte e poco più in là la rastrelliera di scarpe e stivaletti ed un’esposizione di pantaloncini con un cartello scritto a mano che campeggiava attaccato al muro: “CALZONCINI PERSONALIZZABILI!!!”.
«Allora» Disse Cattelan «Vieni qui Mika, ti servono dei bei guanti, da sedici once possono andare. Scegli quelli che ti piacciono! Le bende le prendiamo quelle in offerta».
Il pugile toccò con le punte delle dita le superfici dei guantoni, saggiandole. Provò ad infilarsene un paio grigi e neri, ma aveva appena infilato le dita che subito aveva deciso di sfilarseli, neanche dentro ci fosse un serpente che l’aveva morso.
«Quelli erano carini però…» Aveva commentato Cattelan, in un tentativo di fare conversazione, ma sembrava ormai che Mika volesse punirlo con il silenzio. «Okay, grande campione. Hai il tuo diritto di non parlare, lo capisco. Voglio solo farti sapere che però non è una buona idea litigare e smettere di dirsi le cose: fra atleta e manager deve vigere la comunicazione, il rispetto, forse persino l’amicizia. Io posso sembrare un amico un po’ brusco, però sono sempre un tuo amico… ehi, mi stai ascoltando?» Cattelan allungò una mano verso la spalla di Mika per toccarlo e avere la sua attenzione, ma lui si girò a guardarlo prima di poter essere raggiunto, fissandolo dritto negli occhi con intensità.
Cattelan deglutì e allargò le braccia.
«E quando sarai pronto» Disse «Potrai dirmi tutto quello che vuoi».
Mika annuì quasi impercettibilmente, poi si concentrò di nuovo sulla ricerca dei guantoni perfetti. Ne trovò un paio rosa con le scritte in oro e se ne infilò uno, sferrando poi un aggraziato e potente pugno per saggiarlo.
«Ti piace quello?» Indagò Cattelan, che trovava una buona idea quella di munirlo di guanti rosa: erano minacciosi e avrebbero dato al nemico un senso di falsa sicurezza, soprattutto se portati da un ragazzo così carino.
Mika si sfilò il guanto e lo rimise a posto, poi i suoi occhi si posarono, con uno sguardo di sorpresa e scoperta, su un paio tutto rosso. Non ebbe neppure il bisogno di provarli prima di esclamare «These ones!» con gioia.
Cattelan si strinse nelle spalle.
«Eeeeeh, se ti piacciono questi… va bene, okay. Li vuoi anche un paio di pantaloncini? Te li regalo io. Prima però provali i guanti, che se non ti stanno bene dobbiamo tornare a cambiarli».
Mika allungò le braccia verso di lui, come a dire “mettimeli”. Aveva le mani vuote.
«Dove hai lasciato il mio libro?» Indagò Cattelan.
Mika lo indicò col mento: lo aveva poggiato su uno scaffale, fra le cinture da karate. Alessandro infilò i guanti al suo protetto e li richiuse ben bene, stringendoli.
Felice come una pasqua, il pugile si esibì in una breve sessione di shadowboxing, un incontro con un avversario immaginario, saltellando sulle punte come un ballerino e fendendo l’aria a suon di cazzotti, preciso e letale.
«È bravo questo tuo ragazzo qui» Disse una voce un po’ gracchiante
«Signora Comanetti!» salutò Cattelan
«È un talento. Uno vero, non come quei pugili fecchia che m’hai sempre portato».
La vecchia proprietaria del negozio era una cosina alta forse un metro e quaranta, con corti capelli bianchi, un faccino da prugna, un accenno di artrite alle mani e un vestitino a stampa floreale di quelli che si comprano a cinque euro al mercato, ma i suoi occhietti azzurri brillavano di curiosità e gioia quando si posavano sugli affondi del giovane pugile.
«Si chiama Mika» Disse Alessandro, fiero
«Ma che, il Pazzo Parigino?» fece l’anziana, con tanto d’occhi «Lo facevo più piccolino dai video che m’ha mandato mio nipote, il Gigio sai? Però hai ragione che sembra lui, sembra proprio lui, oh Signore dell’Altissimo…» con dita tremolanti, la signora estrasse da una tasca del vestitino uno di quegli smartphone per anziani con i tasti enormi «… Lo devo di’ alla Mara!»
«La Mara è la Maionchi?» volle sapere Cattelan, preoccupato
«E certo che è la Maionchi, sennò chi?»
«No, no, no per favore signora Comanetti, per favore non lo faccia! Lei lo sa che Mara è un avvoltoio, che se lo scopre me lo prende e che se me lo prende per me è finita, non potrò mai più lavorare con un pugile del suo livello… la prego, signora Comanetti, la prego!».
Nel frattempo Mika si era avvicinato, tenendo le braccia ciondoloni.
«Mi piacciono questi guanti, Catellan!» Esclamò «Me li togli però?».
Fu la signora Comanetti a muoversi per prima per avvicinarsi a lui, aprendogli e sfilandogli dolcemente i guantoni.
«Sono proprio belli» Commentò, con aria nostalgica «Vecchio stile, quelli dei grandi pugili di una volta. Il rosso è un colore energetico… oggi ci stanno tutti quei ragazzi che si mettono le robe viola, i tribali, i disegnini colorati, le scritte oro, e non pare più che c’hanno pugni, c’hanno cartelloni pubblicitari al posto delle mani. Tu sei un ragazzo tanto bello quanto intelligente».
Mika arrossì un poco, sugli zigomi e sulle orecchie, sorridendo timidamente.
«Mi piace il rosso perché sopra il sangue non si vede» Spiegò «E quando dai il pugno, il sangue esce dalla bocca di quello e sembra che è il guanto, come se… come se il guanto lascia il suo colore nell’aria».
La signora Comanetti gli diede un buffetto affettuoso su una mano.
«Porto questi in cassa» Disse «Vi aspetto là».
Cattelan la guardò allontanarsi, poi si rivolse a Mika.
«Poeta delle botte, eh?» Gli disse, ammiccando
«Smetti di… don’t be kidding on me and condescending like that!»
«Amico mio, non ti stavo prendendo in giro questa volta» Alessandro alzò le mani «Sono contento di quello che hai scelto e sono contento di te. Davvero! Su, ora trovati un paio di pantaloncini che ti piacciono e andiamo»
«E le scarpe?»
«Tu non ce le hai delle scarpette da boxe?»
«No»
«E come hai fatto fino ad ora negli incontri?»
«Le Converse. Non avevo neanche i pantaloni corti, solo quelli lunghi»
«Wow. Completamente privo di equipaggiamento. Va bene» Cattelan sospirò, pensando alle sue magre finanze «Pantaloncini e scarpe, amico mio. Investo su di te, rendimi fiero».
Senza neppure esitare, Mika scelse e provò un paio di vistosi stivaletti corti gialli, che poi si tolse ed andò a posare ai piedi del suo manager.
«This» Disse, con l’aria di chi non avrebbe accettato un rifiuto
«Wow. La cosa buona…» commentò Cattelan «… È che sono talmente brutti che me li ricordo in saldo fin dalla prima volta che sono entrato qua dentro».
Mika non raccolse la provocazione e si buttò a cercare anche i pantaloncini, su cui però sembrava molto più indeciso: non sembrava piacergliene nessuno.
«Che ne pensi di questi oro, così fanno un poco di pendant con i tuoi stivali gialli?» propose Cattelan «Che poi, oddio, pendant… più una specie di “assonanza” di colore. Giallo, oro e rosso ci stai bene, sembri una candela»
«No. Quelli lì sono da muay thai, non da boxe» gli spiegò il pugile, che stava palpando il tessuto traspirante di un pantaloncino blu
«Quelli lì che hai in mano sono carini. Sono anche in saldo, vedi?»
«Sono brutti»
«Ah, okay, allora se sono brutti…».
Persero così tanto tempo nella ricerca che arrivò persino la signora Comanetti ad aiutarli.
«Cosa cerchi, caro?» Domandò, toccando dolcemente una mano di Mika.
Il ragazzone si chinò su di lei e glielo disse all’orecchio. La signora annuì.
«Aspetta un attimo caro, ho quello che fa per te» Disse, poi caracollò lentamente nel retro, fino al magazzino.
«Che le hai chiesto?» Volle sapere Cattelan.
Per tutta risposta, Mika gli sorrise come un cospiratore, infilandosi le mani in tasca.
La signora Comanetti riemerse dai recessi del magazzino reggendo una scatola di cartone piatta e grigia, con stampigliato sopra un logo quasi illeggibile.
«Sono i pantaloncini più richiesti che ho» Rivelò
«Davvero?» fece Cattelan, che già si figurava le proprie banconote volare via con un paio di alucce e librarsi felici molto oltre la sua portata «E allora perché li tieni nel retro?»
«Perché me li chiedono solo durante il periodo del gay pride. In quei giorni là ne espongo pure fuori un paio e qua mi arrivano un sacco che li vogliono. Ho fatto un ordine sbagliato una volta, mille di questi nel duemilauno, ma li ho venduti tutti e ora li compro tutti gli anni. Di solito però li tengo nel retro»
«Perché il gay pride?» domandò preoccupato Cattelan, con lo sguardo che saettava dalla signora Comanetti a Mika e viceversa.
La proprietaria del negozio aprì la scatola grigia, Mika afferrò i pantaloncini che vi erano ripiegati dentro e li ammirò con gusto.
«Ah, ecco perché» Commentò Cattelan.
Il tessuto dell’indumento che luccicava ad ogni piega, satinato e setoso, era di un iridescente color arcobaleno, tranne che per due sottili strisce laterali opache e rosa.
«Sono ridicoli» Sussurrò Alessandro in direzione dell’anziana
«Son davvero brutti per un pugile» rispose a mezza bocca la signora Comanetti
«These. I want these!» esclamò Mika con entusiasmo
«Non è proprio il periodo del pride, ecco…» provò a dire Alessandro
«Ma Leopoldino il ciaspolello è di colori diversi perché lui è per tutti»
«Sì, Leopoldino è per tutti, ma lui predica la pace e l’amore, tu invece stai andando a prendere altre persone a pugni in faccia, non hai bisogno di essere inclusivo».
Mika abbassò le braccia quel tanto che bastava perché la sua testa spuntasse da sopra il bordo dei pantaloncini.
«Io sono inclusivo» Disse «Picchio tutti. Non ne lascerò in piedi uno».
Cattelan boccheggiò, senza sapere che dire… era tutto sbagliato! L’uso della simbologia, la lezione che Mika aveva imparato dai ciaspolelli, l’atteggiamento, tutto. Però caspita se aveva grinta il ragazzo!
«Te li regalo» Disse all’improvviso la signora Comanetti «Però mi devi dare un bacio, bel giovanotto».

Lei non fece neppure in tempo a battersi la guancia con l’indice, chiedendo che lui vi apponesse le labbra, che Mika si chinò e la baciò dritta in bocca.
«Scuuusalooo!» Ululò Cattelan, preoccupato
«E di che?» gracchiò la signora Comanetti «Gliel’ho chiesto io e lui mi ha messo l’omaggio».
Il prezzo che lei gli fece pagare per tutta quella roba (scarpe, bende, pantaloncini e guantoni) fu scandalosamente basso.
«La prossima volta» Disse Cattelan, rientrando in macchina «Ti faccio baciare la mia padrona di casa, Renata, così magari non mi fa pagare l’affitto»
«Non mi frega del tuo affitto, io volevo i pantaloncini» replicò Mika, allegro
«E va bene. Andiamo a mangiare adesso»
«Sì, kebab!»
«Finalmente hai capito se ti piace»
«No, lo sapevo anche da prima»
«Andiamo, ciaspolello del mio cuore, devi metterti in forze!».
La Fiat Punto gialla sfrecciò per le strade di Milano e, vedendo un pezzo di fiancata riflesso in uno degli specchietti, Cattelan si trovò a pensare che la sua macchina e i brutti stivaletti di Mika erano della stessa sfumatura di giallo… significava forse che anche la sua amata Punto era brutta, oppure per le macchine era diverso? 

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martedì 19 aprile 2022

Iris Letalis 4. La Donna

  +INDICE+

I pettirossi sono animali estremamente territoriali e litigiosi. Non si direbbe a guardarli così carini come sono: pallette di piume con due occhietti neri un delicato beccuccio grigio, l’allegro pettuccio colorato d’arancio.
E invece sono guerrieri.
Emma Marrone era un pettirosso, metaforicamente parlando: una donna abbastanza bassa, bella, con dolci occhi scuri. In pochi, guardandola, avrebbero capito con chi avevano davvero a che fare.
Il primo arresto era arrivato mentre era ancora studentessa. Niente di violento: la polizia era intervenuta per mitigare la situazione durante un picchetto, un’occupazione di protesta che Emma ed altri studenti si rifiutavano di sgombrare. Era stata rilasciata poco dopo, anche grazie all’intervento della preside, arrivata in centrale per intercedere per i suoi studenti, ma Emma aveva capito una cosa molto importante su di sé: non aveva paura di fare quello in cui credeva, anche quando questo sollevava un bel polverone.
I suoi voti non scesero lei continuò ad amare ed ascoltare i suoi genitori, ma presto il nome di Emma Marrone iniziò ad essere associato alle rivolte e non solo quelle studentesche… se c’era da aiutare operai sottopagati, da rovesciare camion, da occupare fabbriche di compagnie crudeli, Emma era sempre lì in prima fila, con il pugno alzato e la voce spiegata, a gridare più forte dei megafoni e delle sirene della polizia. Ovviamente c’erano state anche delle risse e Emma non si era certamente tirata indietro, anche se le prime volte le aveva prese di brutto.
Tornava a casa con i lividi sugli zigomi, il naso sanguinante, le mani graffiate dal selciato su cui era caduta, e cercava di nascondere come poteva le ferite dagli occhi dei suoi genitori e di suo fratello.
«Emma» Le disse un giorno suo padre «Devi imparare a combattere. Non ti dico di smettere di fare a botte, ma almeno smetti di prenderle». E l’aveva iscritta in palestra, ad un corso di boxe.
Dopo qualche mese, la donna aveva smesso di perdere le risse: era un talento naturale e si applicava alla disciplina anima e corpo. Per questo Marracash l’aveva notata e le aveva chiesto di iscriversi al suo torneo underground, il Luna Loca.
«Le pugilesse, in eventi come questo, sono una cosa rara, esotica» Le aveva spiegato, appoggiandosi alle corde del ring della palestra «E tu sei già famosa. Ti sei battuta alla fabbrica, giù all’azienda Grillo, hai fatto a botte con gli uomini, queste cose attirano la gente, ti verranno a vedere»
«Non sono un fenomeno da baraccone» rispose Emma, asciugandosi la fronte «E fra poco Francesca risale sul ring, perciò è meglio che te ne vai. Dobbiamo fare sparring»
«Non sei un fenomeno da baraccone» ripeté Marracash, con lentezza
«Sì, te l’ho detto io. Smamma!»
«Però puoi essere un esempio. Un’apripista per le altre ragazze che vogliono partecipare al torneo. Saresti la prima donna a salire sul ring del mio locale, fino ad ora nessuna ne ha avuto il coraggio».
Emma si concentrò sull’uomo, aggrottando le sopracciglia
«Nessuna donna?» Domandò
«Nessuna» confermò Marracash, scuotendo flemmaticamente la testa
«E allora contro chi combatterei?»
«Contro Massimo Biella. Lo conosci?».
Gli occhi di Emma si illuminarono: certo che lo conosceva! Massimo Biella, detto il Fascio Pariolino, metà fighetto e metà fascista, conosciuto per essere quello che tirava mattoni contro i ragazzini alle manifestazioni studentesche, famoso anche come sempiterno toccaculi e imbucato a qualunque festa, contrario alla legalizzazione della marijuana (per far contento il papà, si capisce) ma con il naso spesso imbiancato (e non di zucchero).
«Accetto!» Aveva esclamato Emma, togliendosi con i denti un guantone per dare la mano a Marracash.
Così era iniziata la sua collaborazione con il Suave e la sfila di partecipazioni al Luna Loca. Lei non faceva mai parte del torneo principale, ma disputava dei match che avevano lo scopo di attrarre pubblico. Comunque, non le interessava vincere trofei, ma solo picchiare i fascisti, come da contratto: Marracash le doveva trovare ogni volta un fascista diverso e sul ring salivano sempre questi tizi con i capelli rasati, tutti tatuati con svastiche, croci celtiche e facce di Mussolini, attirati dall’idea di poter picchiare una donna selvaggiamente senza conseguenze legali. Di solito Emma ci metteva meno di dieci minuti per mandarli all’ospedale e se loro giocavano sporco, lei faceva anche di peggio.
Questi match erano chiamati “la Mattanza del Fascio”. Le cose erano andate avanti così per dieci anni, ma le cose stavano per cambiare…
Quella mattina, Emma si era recata al Suave per due motivi: il primo era fare colazione e il secondo per scoprire chi sarebbe stato il suo avversario al prossimo torneo Luna Loca. Mancavano solo sei giorni alla fatidica data e le sarebbe piaciuto sapere come prepararsi.
Dentro il Suave, quasi tutte le luci erano spente e gli avventori non c’erano; al loro posto, loschi scommettitori parlavano con Marracash, seduti ad un tavolo di metallo mentre mangiavano uova e bevevano vari tipi di alcolici. Il locale era ufficialmente chiuso (l’orario di apertura erano le 19:00), ma gli amici e colleghi dei proprietari si ritrovavano spesso a fare colazione lì.
«Oh, Emma!» Salutò Marracash «Buongiorno! Elodie sta arrivando, ti deve dire una cosa sul Luna Loca!»
«Non mi fai neanche sedere» scherzò Emma, in piedi «E già deleghi a qualcun’altra! Ah, voi maschi!».
Marracash sorrise alla battuta, ma subito dopo distolse lo sguardo, come se volesse evitare di continuare quella conversazione. Emma si sedette ad un tavolo vuoto e accavallò le gambe. Un cameriere grazioso, con i capelli verdi pettinati all’indietro e un orecchio adornato da sette anellini argentati, le si avvicinò celere.
«Cosa prende per colazione, signora?» Le domandò servizievole
«Una birra, un calzone al prosciutto, qualcosa di dolce per favore» rispose Emma «Ah, Nicky, ma la birra alla spina. E non quella dell’altra volta, che sapeva di alito del mattino, grazie»
«Arrivano subito!».
Nicky il cameriere sparì come una donnola nelle misteriose cucine. Emma sapeva che in realtà lì dietro non si cucinava proprio niente, ma ci si limitava a scongelare i prodotti, dolci o salati che fossero, che venivano forniti al Suave da altre ditte, di solito ristoranti.
«Emma, sempre che guardi la cucina!» Esclamò una voce familiare, femminile
«Elo! Ma te lo sai che io ho sempre fame. I muscoli mica possono stare a digiuno, eh!» rise Emma.
Elodie avanzò verso di lei con eleganza, a testa alta. I lunghissimi capelli lisci, raccolti in una cosa bassa, le accarezzavano la schiena come la pigra coda di un gatto. Nonostante quella mattina indossasse vestiti molto semplici, la felpa di una tuta di acetato rosa e un paio di jeans neri aderenti, la sua bellezza e naturale precisione del suo passo attirarono l’attenzione degli scommettitori, che smisero di parlare e si misero a fissarla finché non si schiarì rumorosamente la gola.
Elodie si sedette al tavolo di Emma.
«Dobbiamo parlare del Luna Loca» Le disse, senza giri di parole
«Sì, certo, sono qui per questo» rispose l’altra «Oh, ma che faccia scura che c’hai. E Marra non mi vuole manco dire niente, che succede?»
«Succede che quest’anno tu non combatti. Non avrai un match»
«Cosa? Stai scherzando? E me lo dici solo ora che mancano sei giorni? Se me lo dicevi prima mi risparmiavo di allenarmi come una deficiente e fare tutti i conteggini di calorie per mettermi così tanto in forma per il torneo, me ne andavo al mare e mangiavo la parmigiana di mamma invece di...»
«Non è colpa nostra, cause di forza maggiore: l’avversario che si era fatto avanti si è ritirato. Abbiamo provato a rintracciarlo, ma sembra che abbia avuto guai seri con la legge e se ne sia andato in Sud America. È scappato, con la coda fra le gambe»
«Vabbè, quindi… niente. Non posso fare niente, no? Aspetta! Non mi avevi detto l’altro ieri che il torneo principale aveva ancora un posto vacante?»
«Sì. Ma tu non hai voluto fare il torneo, Emma»
«E quest’anno lo voglio fare. Che faccio, spreco l’allenamento? Neanche per idea!»
«Mi dispiace, Emma…»
«Che c’è? Anzi, chi c’è?»
«Nessuno ancora»
«E allora? Segnami a me e ci provo. Dài, magari non lo vinco, ma mi diverto un poco! Mi stavo pure iniziando a seccare di pigliarmela sempre con gli scarsi…»
«Il fatto è che potremmo avere un’occasione unica, Emma. Non possiamo lasciarcela sfuggire».
Emma appoggiò i gomiti al tavolo, senza dire nulla, pensierosa. Arrivò il cameriere Nicky, le servì la colazione e se ne andò come se avesse avuto fretta.
«È Mika» Spiegò Elodie «Potrebbe unirsi al torneo. Non ne siamo ancora certi, ma dobbiamo sperare che lui accetti»
«E se non accetta posso combattere io al posto suo?»
«Certo, Emma, ma ti avverto: quest’anno siamo davvero riusciti a contattare i migliori. Non hai molte chance di farcela»
«E sono contenta così» rise Emma, rilassandosi di nuovo contro lo schienale della sedia «Ammazza, oh! Mika! Il Fulmine di Beirut, intendi?»
«Proprio lui»
«Dovete avere pugili proprio bravissimi quest’anno, se pensate di avere qualcuno alla sua altezza»
«Oh, sì» il sorrisetto enigmatico di Elodie aleggiò solo per un istante prima di sfumare, come se non fosse mai esistito
«E chi è?»
«È un segreto, Emma. E tanto non possiamo neanche scriverlo sul cartellone, finché non sapremo se anche Mika è dei nostri. La grafica del poster è pronta, ma sapremo se Mika è dei nostri solo fra tre giorni»
«Si fa attendere il ragazzo, eh? Molto primadonna»
«No, è che abbiamo mandato un uomo a convincerlo. E prima di convincerlo deve trovarlo, ma lui è sicurissimo di poterlo fare».
Emma bevve un piccolo sorso di birra, poi addentò il calzone caldo, il cui profumato interno ripieno di prosciutto e formaggio filante era rovente.
«Va bene» Disse, quando ebbe finito di masticare «Me ne faccio una ragione. E poi sono veramente curiosa di conoscerlo, questo Mika»
«Io ora devo andare» Elodie si alzò in piedi «Goditi la tua colazione, Emma. Offre la casa»
«Grazie, Elo»
Emma mangiò con calma il calzone e il dolce, una corposa fetta di cheesecake spolverata di granella di mandorla, poi si disse che doveva smaltire le calore extra e si diresse verso la palestra, correndo a passo leggero (spingere troppo non era una buona idea dopo mangiato) per i tre chilometri che speravano il Suave dal suo posto preferito per allenarsi, la Shark Gym.
Sul tetto della palestra c’era uno squalo di vetroresina dall’aria scossa, più un pesce fuor d’acqua che un grande predatore, che gli abituali clienti chiamavano affettuosamente “Pescetto”. Emma si accorse che qualcuno aveva vandalizzato Pescetto: sul suo fianco grigio campeggiava la scritta “KLAN!” in bianco.
«Si sa chi è stato?» Domandò alla receptionist «La scritta su Pescetto, intendo»
«Mah, dei tizi con i passamontagna neri e le mutande bianche e basta» rispose la donna, che si stava smaltando le unghie
«Li avete beccati con le telecamere?»
«No, l’hanno fatto in pieno giorno: si sono arrampicati sulla facciata del palazzo a mani e piedi nudi. Pazzi esibizionisti»
«Ah. Ok. Ci vediamo dopo, Alba!»
«Buon allenamento, Emma».
Emma scese le scale per andare in sala pesi. Aveva voglia di sudare un po’ spostando roba pesante. Mentre si avvicinava alla macchina della leg press, vide Alessandro Cattelan (tutti i pugili underground lo conoscevano, e lei non faceva eccezione) che urlava contro un ragazzo altissimo e ricciolino dall'aria timida. Il suo istinto di protezione venne fuori come un’orsa dalla tana.
«Cattelan!» Gridò con voce imperiosa, avvicinandosi a grandi passi «La finiamo di bullizzare i novellini, eh?!».
Alessandro sobbalzò, abbracciandosi il torso.
«Emma! Oh, sei tu…» Disse, calmandosi «Questo qua non è mica un novellino, poi non è che io lo bullizzo, è che non vuole fare le cose, tira, molla… sono il suo manager, eh»
«È perché sei il suo manager che lo devi trattare bene, Cattelan. E poi, a me pare un novellino»
«Ma che novellino! Questo qua è Mika!».
 

Iris Letalis 3. Usignolo

 +INDICE+

Alessandro Cattelan uscì dall’ambulatorio del dentista, sentendosi le gengive un po’ indolenzite e un po’ anestetizzate, con la sensazione generale di avere dei grossi pezzi di gomma infilati in bocca. Si estrasse dalla tasca un bigliettino rosa ripiegato e lo aprì. Dentro c’era scritta una lista:

- COSA DA FARE ENTRO TRE GIORNI-
□ Comprare il disco dei Maneskin
□ Comprare la cartaigienica, quella con il lupetto coccolo che è morbida
□ Chiedere alla signora Renata di prestarti le chiavi del terrazzo
□ Farsi rimettere il dente che Mika ti ha buttato con un pugno (nota: vai dalla dottoressa Caruso e digli che ti ha mandato Elodie x sconto)
□ Inventare un finale per “Timmy e l’orsetto bordeaux” (nota: l’orsetto non deve morire, sennò l’editore non ti pubblica)
□ Trovare Mika (e convincerlo).

L’uomo mise una spunta davanti a “farsi rimettere il dente che Mika ti ha buttato con un pugno”, poi chiuse di nuovo il biglietto e se lo infilò in tasca. Sospirò: anche con lo sconto, la dottoressa Caruso era cara e quasi quasi sarebbe stato meglio evitare di rimettersi il dente. I soldi ormai scarseggiavano: quelli guadagnati dal suo ultimo libro per bambini, “Mimma e la rana gialla”, erano a malapena bastati a chiudere il mutuo per il minuscolo appartamento in cui Alessandro abitava; quanto invece al denaro degli incontri clandestini, lui lo aveva investito tutto su un talent show con quattro giudici che cercavano cantanti strepitosi, ma il format era fallito miseramente dopo la prima stagione ed era stato sostituito da un reality in cui le donne dovevano scambiare i loro mariti con dei veri maiali per un mese.
Cattelan aveva ammesso, sconfitto, che l’idea dei maiali era proprio divertente e si diede dell’idiota per non averci pensato lui. Stava ripensando a quella puntata dove in un monolocale al centro di Perugia andava ad abitare un porco di duecentosedici chili, quando vide una familiare testa riccia spuntare oltre la gente che passeggiava. Cattelan si riscosse subito e trottò in direzione di quella testa, determinato, pregando che fosse davvero Mika. Lo era.
«Ehi! Ehi! Mika, Mika, fermati!».
Il pugile si bloccò e girò la testa in direzione della voce che lo chiamava. Indossava un paio di occhiali da sole arcobaleno con la montatura di plastica gialla, terribilmente vistosi.
«Mika!» Esclamò Alessandro Cattelan, afferrandogli un braccio «Ti ricordi di me?»
«Sei lo sporcaccione» rispose Mika, senza esitare e senza neppure sottrarsi alla presa
«Co-come sarebbe a dire lo sporcaccione, scusa?»
«Sei quello a cui piace essere picchiato...»
«No, no, hai capito male!»
«… Che voleva pagarmi per fare quelle cose lì con me. Mamma mi ha detto di non farlo»
«No! No, ascolta Mika, c’è stato un malinteso, un malinteso enorme! Io mi chiamo Alessandro Cattelan e non sono un pervertito, io organizzo incontri di pugilato». Omise bellamente di dire che erano incontri illegali.
Mika ci pensò su per un attimo, spostando molto lentamente il peso da un piede all’altro. Poi incrociò le braccia.
«Io non faccio più gli incontri» Disse infine.
Alessandro si sentì il cuore sprofondare nel petto. «Co-come? Non fai più incontri?» Domandò, allibito
«Già. Ho smesso»
«Ma perché? Non ha senso, sei famoso, è quello che sai fare meglio! Sei un campione, Mika, e io posso farti arrivare ancora più in alto»
«Mamma non vuole che io faccia a botte, dice che è una cosa da criminali. Ora faccio il cantante».
Cattelan era allibito. Batté le palpebre più volte, alla ricerca di una via d’uscita da quella situazione.
«Il cantante?»
«Sì. Mi piace… un poco, anche, cantare» Rispose Mika, modesto, abbassando la testa per guardarsi i piedi
«Lo sai che è molto difficile fare il… aspetta, dove vai, aspettami!».
L’alto pugile aveva ripreso a camminare a passo lungo, un elegante levriero che spiccava sui passanti, e Alessandro gli trottava dietro dietro con passi irregolari, cercando di tenere un’andatura simile, come un bouledogue francese che insegue una carrozza.
«Mika! Non è facile diventare un cantante» Continuò Cattelan, senza rinunciare e continuando ad inseguire l’altro «Sfondare è quasi impossibile con la concorrenza che c’è oggi. Fidati di me: io avevo un talent show musicale, lo so perfettamente come funziona. Ti conviene fare quello che sai fare meglio, no?»
«Mamma dice che la cosa che so fare meglio è cantare» rispose il pugile, senza neanche guardare il suo interlocutore
«Meglio di fare a botte? Io non credo proprio!»
«E invece sono bravo!»
«Senti, ma hai già un agente? Se vuoi sfondare nel mondo della musica ti serve qualcuno con gli agganci, qualcuno che parli con le case discografiche, con le radio, che ti organizzi gli eventi, i concerti, i firmacopie, tutto tutto tutto! Allora, ce l’hai un agente?»
«Io… la mia mamma è il mio agente, mi ha detto che mi aiuterà»
«Ma tua mamma ha tutti gli agganci che servono? Pensaci bene, Mika, perché stai praticamente andando verso il fallimento se non è così. Io invece posso aiutarti»
«Ho detto che ho smesso. Non li faccio più, gli incontri»
«Sì, sì, questo l’ho capito, anche se credo che sia un gran peccato, ma ora ascoltami bene: io sono un manager richiestissimo anche dai musicisti» mentì Alessandro «Posso farti diventare un cantante molto famoso, posso farti passare dalle radio tutti i giorni. Ho un cugino che lavora per la radio più ascoltata d’Italia, pensa un po’ te!»

«Daveri?» domandò Mika, rallentando un poco
«Daveri daveri, giurò… davvero, caro amico mio. Davvero: ho prodotto alcuni dei migliori artisti italiani»
«Prodotto? Non eri un manager?»
«Sì, sì, certo, non c’è poi così tanta diversità fra management e produzione, vedi che non ne sai proprio nulla, povero caro?»
«E quindi potresti… si, potresti farmi diventare un cantante?»
«Sì, certo!» il sorriso sul volto di Cattelan sembrava così genuino che neanche un profiler dell’FBI avrebbe potuto scorgere la bugia che nascondeva «Ti posso fare diventare famoso»
«Io… ho bisogno di soldi. Per… per la mia famiglia, io...» borbottò Mika, arrossendo un po’
«Ma certo! Ma certo, diventerai famoso e avrai un sacco di soldi se sei davvero bravi come dici. Però se manchi di talento posso farci davvero poco, questa cosa l’hai capita, vero? Quindi posso aiutarti, ma devi saper cantare»
«Lo so fare!»
«Facciamo così: tu hai bisogno di soldi, giusto? Per la tua famiglia, Mika, pensa alla tua famiglia»

«Sì. Sì io ho… bisogno...»
«Ecco. E per la tua famiglia potresti fare una piccola scommessa? Tu ci puoi solo guadagnare. Sei un uomo d’onore e vuoi aiutare la tua famiglia, giusto? Sai mantenere la parola?»
«Sì? Io… sì. Sì» balbettò Mika, confuso
«Bene. Molto bene, facciamo così, visto che mi sto esponendo per te e mi devi anche chiedere scusa per avermi mandato in ospedale: io ti ascolterò cantare, se sei bravo ti metterò sotto contratto come cantante, altrimenti, se non mi piaci come canti, ti metterò sotto contratto come pugile. Ti va?»
«Non lo so...»
«Quindi non sei sicuro di essere così bravo» lo stuzzicò Cattelan «E se non sai di essere bravi, come puoi anche solo pensare di diventare un cantante?»
«No! No, io sono bravi, mamma mi dice che sono bravo, mi dice sempre...»
«E allora dimostramelo. Sii coraggioso, fai l’uomo: accetta la sfida. Se tua madre ha ragione, la renderai fiera di te tornando a casa con un bel contratto. Su, vediamo se mamma ha ragione!»
«Va bene».
Mika si fermò. Si tolse gli occhiali da sole e prese a giocherellarci nervosamente. Alessandro lo guardò con aria di sfida, sicuro di averlo in pugno: che razza di cantante avrebbe mai potuto essere il Fulmine di Beirut? E anche se avesse davvero avuto una stilla di talento, sarebbe stato facile dissimulare, mentire, dirgli che non era bravo abbastanza, che la musica moderna richiedeva standard molto più elevanti.
Poi Mika aprì la bocca. Poi cantò, a voce abbastanza alta perché qualcuno si voltasse a guardarlo.

«Do I attract you?
Do I repulse you with my queasy smile?
Am I too dirty?
Am I too flirty?
Do I like what you like?».

Le sue mani si erano fermate, non tormentavano più gli occhiali. Non aveva quasi neppure iniziato a cantare che i passanti si erano fermati ad ascoltarlo. La sua voce era chiara, pulita, dolce e affilata al tempo stesso, perfettamente intonata, e colpiva le note alte come un martelletto d’argento. 
 
«I could be wholesome

I could be loathsome
I guess I'm a little bit shy
Why don't you like me?
Why don't you like me without making me try?

I tried to be like Grace Kelly
But all her looks were too sad
So I try a little Freddie
I've gone identity mad!»
.

“Un dannato usignolo” Pensò Alessandro, deglutendo.

«I could be brown
I could be blue
I could be violet sky
I could be hurtful
I could be purple
I could be anything you like
Gotta be green
Gotta be mean
Gotta be everything more
Why don't you like me?
Why don't you like me?
Why don't you walk out the door!».

Alessandro Cattelan, colto di sorpresa, non riusciva a frenarsi dal battere il piede a terra in sincrono con il ritmo della canzone. La mimica facciale del pugile era assorbita nel mondo canoro che egli stava creando, più struggente e in una certa misura più sensuale ad ogni strofa. Mika prese anche a schioccare le dita per sottolineare il ritmo della canzone e in un istante anche la gente intorno fece la stessa cosa, come ipnotizzata; c’era una bimba in un passeggino, di appena due anni, che batteva le manine paffute e lo guardava con occhi rotondi come padelle. Alessandro si guardò intorno, stringendo i denti mentre constatava che quel dannato usignolo era effettivamente un trascinatore e che non aveva mai visto così tanti passanti casuali finire coinvolti nell’esibizione di un perfetto sconosciuto. E se quando Mika avesse finito di cantare, quella gente l’avesse cominciato ad applaudire? Sarebbe diventato estremamente difficile ingannarlo per fargli credere di non possedere alcun talento.
Ma quando Mika finì di cantare e riaprì gli occhi (li aveva tenuti chiusi per tutta la durata della performance), la gente semplicemente continuò per la sua strada, senza un solo applauso, senza un solo complimento. Alessandro Cattelan tirò un gran sospiro di sollievo.
«Amico mio» Disse «Se tua mamma crede che tu sia bravo a cantare è solo perché tua madre, credimi quando ti dico che se non lo fossi si comprerebbe un bel paio di robusti tappi per le orecchie».
Mika, che era stato speranzoso, fece una faccia una terribilmente triste, le sopracciglia scure aggrottate, gli occhioni bruni da cerbiatto adombrati, tanto che per poco Cattelan non si convinse a dirgli la verità.
«Davero… Davero io non sono bravo?» Chiese con la vocina, stringendosi nelle spalle e ingobbendosi, quasi volesse rimpicciolirsi, minimizzare il bersaglio che la vergogna poteva colpire
«Proprio così, amico mio. Davvero. Davvero. Vecchio stile stile come una campana e stonato come una campana… tu non ti offendi per un giudizio sincero, vero amico mio?»
«Mi sembra molto… cattivo. Stonato come una campana?»
«Sì, forse non sei così stonato, su col morale! Ma da lì ad essere davvero bravo ce ne passa, eh!»
«Dav… daveri?»
«Ehm, sì… sì, e si dice davvero comunque. Non daveri, non davero. Credimi quando ti dico che mi dispiace tantissimo, ma meglio infrangere il tuo sogno adesso che sei giovane, piuttosto che farti andare avanti facendoti credere che tu possa farcela, no?» Cattelan sorrise in modo incoraggiante, allargando le braccia «Tu sei una persona eccezionale, Mika, hai un posto nel mondo, capisci? Un posto che...»
«Per me non c’è posto neanche in paradiso» lo interruppe il pugile, veemente, riprendendo a camminare con passi lunghi e sciolti.
Cattelan lo inseguì di nuovo.
«Mika! Mika, hey, fermati, avevamo un patto!».
Il pugile si infilò in una stradina laterale fra due case arancioni, scartando agilmente una vecchietta contro cui Cattelan invece su scontrò. Il trolley che l’anziana trascinava, pieno di verdure, bastoncini di pesce e nocciole, si rovesciò al suolo.
«Oh, che disastro!» Esclamò la nonnina, portandosi le mani al volto
«Mi dispiace signora, mi fermerei ad aiutarla, ma sto inseguendo un campione di boxe da mettere sotto contratto!» rispose Cattelan, contrito, ma non abbastanza da fermarsi: rallentò solo un poco per dare un’occhiata alle nocciole che rotolavano dappertutto.
Inaspettatamente, gli occhietti neri della vecchietta si animarono di una luce di gioia e speranza.
«Vai giovanotto! Non fermarti! Prendi il tuo campione!» Esclamò lei, con voce tremula ma vivace
«Grazie! Lo prenderò!».
Alessandro Cattelan accelerò, con il cuore invaso dai sensi di colpa: se aveva rovesciato la spesa di una nonnina indifesa e per giunta supportiva, allora doveva valerne la pena! Doveva prenderlo, questo capriccioso pugile che voleva fare il cantante, costasse anche…
«Sandrino!» Disse una voce conosciuta «Dove vai di corsa? Guarda che ti sloghi le caviglie e cadi e muori!».
Oh no, Nonno Gianfranco! Alessandro rallentò, non perché volesse salutare l’anziano, ma perché temeva che qualche disastro sarebbe potuto avvenire: Nonno Gianfranco era infatti considerato quasi universalmente il vecchio più porta-iella di Milano, da cent’anni a questa parte e anche da giovane non aveva certo mancato di creare disagi a tutti, tanto che veniva pagato da alcuni negozi come iettatore ufficiale, mandato a sedersi di fronte agli esercizi commerciali rivale e fargli perdere tutti i clienti.
«Nonno» Disse Cattelan «Ti prego, non mi posso fermare, c’è uno che mi deve dei soldi che sta scappando!»
«Ma chi?» fece Nonno Gianfranco, con un sorriso tutto gengive e con qualche minuscolo dente giallo «Quello lì lungo lungo che camminava col passo di cammello? Ma che te preoccupi, Sandrino? Camminando così quello lì impincia nel primo tombino aperto e spezza una caviglia, taac!».
Rumore di caduta rovinoso, cose che si rompevano e imprecazioni in francese coronarono il tutto: quando si trattava di sventure, Nonno Gianfranco non contemplava errore.
«Oh, grazie nonno, sei sempre il migliore!» Disse Cattelan, giungendo le mani
«Basta non mi chiudete in una casa di riposo e siete i migliori pure voi» replicò il vecchio, mettendosi le mani sui fianchi «E ora ti lascio, devo andare a pisciare sulle panche della chiesa, che la Mariella mi ha fatto sfida e vinco sei euro e cinquanta».
Cattelan salutò con un amichevole gesto della mano e non disse nulla, ben sapendo quanto pericoloso fosse contrariare il vecchio più porta-iella di Milano. Una volta Nonno Gianfranco era stato beccato dalla polizia a sputare sulle cipolle di un fruttivendolo, ma prima che potessero arrestarlo la volante della squadra di turno aveva misteriosamente preso fuoco, ad uno degli agenti era venuta la diarrea e l’altro aveva avuto un attacco di panico. No, meglio non contrariare il signor Gianfranco, se si teneva alla propria vita… e girato l’angolo Cattelan ebbe ancora una conferma di quel potere, vedendo Mika seduto e con l’aria imbronciata fra due bidoncini del metallo che erano caduti inondando il vicolo di lattine vuote di birra, zuppe varie e tappi di barattolo.
«Ti sei fatto male?» Gli chiese Cattelan, premuroso
«No» rispose Mika, petulante
«Che cosa fai lì per terra, allora?»
«Sono inciampato nel tondino»
«Il tombino vuoi dire?»
«Sì» Mika si imbronciò ancora di più «Sono caduttto». Pronunciava una quantità di t spropositata.
Cattelan gli tese una mano, amichevole. Il pugile non la prese e rimase cocciutamente seduto in mezzo alla spazzatura, guardando verso il muro della casa di fronte. Aveva la faccia rossa di imbarazzo e rabbia.
«Stai bene? Non è che ti sei rotto qualcosa?» Insisté Cattelan, memore del potere di Gianfranco
«Stto bene. L’ho già deto».
Cattela si morse la lingua per non commentare l’uso apparentemente casuale delle doppie da parte di Mika, perché non gli sembrava davvero un buon momento.
«Abbiamo fatto un patto» Disse invece «Ricordi? Posso metterti sotto contratto come pugile!».
Questa volta Mika lo guardò, poi lentamente si alzò. Raccolse da terra gli occhiali da sole e li indossò di nuovo, nascondendo dietro le lenti colorate gli occhioni scuri.
«Non ho firmato nessun contrato» Disse, la voce carica di minaccia
«Ma mi hai dato la tua parola...»
«No!» 
«Hai detto che andava bene! Andiamo amico, l’hai detto!»
«La mia parola non vale nulla. Niente. Non sono un uomo di onore»
«Ma potresti diventarlo! E potresti rendere fiera la tua famiglia, la tua mamma, fare tanti soldi per loro e...»
«No! Gli uomini di onore non mi vogliono. Io non ho onore. Io non sono un pugile, capisci?» sollevò le mani per mostrargliele, le dita ben aperte. Erano mani affusolate, non particolarmente grandi per la taglia del pugile, quasi da pianista e con unghie corte, sottili, madreperlacee; a stonare con l’insieme solo le cicatrici sulle nocche, come se fossero state spaccate più volte. Cattelan immaginò il sangue che colava lentamente lungo le dita, che gocciolava a terra dai polpastrelli.
«Mamma aveva un progetto per me» Continuò Mika, in tono amaro «Ha investito su di me tempo, denaro… amore. Voleva che io cantavo. E io, come uno stuppido, ho rovinato tutto»
«Tua madre ti ha fatto studiare canto?» domandò Cattelan, fingendo indifferenza
«Ho studiato canto, sì»
«Beh, ehm… si vede che dovevi fare il pugile, no?»
«Non capisci» ringhiò Mika, chinandosi di scatto verso Cattelan come uno di quei grossi licantropi dei film di serie b, un lungo mostro in costume «Io ho iniziato a fare a botte nei locali, io l’ho deluso, non mi sono concentrato sul canto e ora lo so, lo so cosa mi resta: i pugni e basta. Dov’è il sogno di mia madre? Dov’è il nostro» si batté il petto «Sogno? Potevamo stare bene e invece faccio solo quattro soldi con gli ingaggi clandestini» si tolse gli occhiali e si sfregò gli occhi con il pugno chiuso, come se avesse prurito, prima di nascondersi di nuovo sotto le lenti «Va bene. Firmo il tuo contratto. Lo so cosa sono, tu hai… vinto».
Cattelan lo guardò incredulo per un istante. Adesso gli si stringeva il cuore a continuare a mentire, a portare quel giovane uomo ancora più lontano del sogno, ad ingannarlo in modo tanto bieco, ma ripensò alle proprie liste della spesa sempre più corte, al conto che aveva appena pagato per farsi rimettere il dente (che era stato proprio Mika a buttargli giù!) al patto che aveva fatto con Marracash ed Elodie.
«Benvenuto a bordo allora! Io sono Alessandro Cattelan, il tuo nuovo manager e allenatore, e se la cosa può tranquillizzarti ti farò di certo fare molti soldi! E poi perché abbandonare il tuo sogno? Quando avrai vinto i primi incontri potrai permetterti di pagare nuove lezioni di canto, magari ricominci da dove hai lasciato, no? E se devo essere sincero non eri così male… certo non eri per niente al livello pro, però un pochino-ino di tecnica si sentiva, bisognava solo concentrarsi… forza e coraggio che ce la fai! Imparerai a cantare di sicuro, Mika!».
Alessando Cattelan dovette chiudere il cuore e mordersi la lingua per non aggiungere che in realtà le sue erano tutte menzogne e che lui cantava come un usignolo, non dissimilmente dal quale avrebbe meritato di volare libero, invece di essere intrappolato in quella gabbia di contratto illegale. Sorrise, mentre si premeva i denti sulla lingua, stringendo la ricevuta della dentista nel pugno sinistro.
“Sto mettendo un usignolo in gabbia” Pensò “Per farlo combattere contro veri pettirossi, per giunta”.

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