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sabato 8 dicembre 2018

Sunset 80 - Apri il tuo terzo occhio, Belarda!





Quando arrivammo al campo di allenamento, in un posto all'interno della riserva che non avevo mai visitato fino ad ora, capii che i lupi stavano facendo più sul serio di quanto avessi immaginato... e avevo immaginato che facessero molto sul serio! Considerato che non riprendevano mai fiato, che avevano pochissime vacanze e che arrivavano alla sera davvero stanchi, avevo idee molto precise sul tipo di allenamento che facevano, ma in realtà loro erano andati... oltre.
Avevano costruito palizzate, ostacoli, attrezzature, tutte rigorosamente in legno grezzo. Le avevano costruite con le loro mani, avevano trasportato tronchi pesantissimi e li avevano lavorati per incastrarsi fra loro, li avevano inchiodati, legati, si erano dati da fare davvero tanto.
Per terra c'erano i segni degli artigli dei lupi a formare due lunghe “strade” come se avessero corso quel tragitto, avanti e indietro, centinaia e centinaia di volte. C'erano due buche enormi, larghe cinque metri e chissà quanto profonde con degli spuntoni di legno che uscivano dal fondo e mi chiesi a che servissero in realtà, perché l'unica idea che mi veniva in mente, quella di fare da “motivatore” per fare saltare i lupi senza caderci dentro, sembrava un poco estrema.
Fra due tozzi pali di legno bianco, distanti l'uno dall'altro appena due metri, era teso del filo spinato, una matassa imponente, così in basso che per passarci sotto anch'io avrei dovuto piegare la testa.
«Taker ci fa passare lì sotto a grande velocità» Mi spiegò Seth, allegro «Mentre gareggiamo in forma di lupi. Se non ci abbassiamo abbastanza in fretta ci scortichiamo la schiena, ma visto che abbiamo la super rigenerazione non importa...»
«Ma è inumano» commentai
«Noi siamo inumani, Belarda» Seth mi fece l'occhiolino «E comunque ci riusciamo bene. È successo solo a due di noi per più di una volta».
Ci avvicinammo a un gruppo di persone. Erano alcune ragazze-lupo e un solo maschietto, Quil Ateara, che facevano flessioni vigorose. Alcuni di loro erano così sudati che il sudore gli gocciolava dal naso.
«Belarda!» Mi salutò Omaha, alzandosi con un movimento affannato «Ciao!»
«Ciao! Vi state allenando davvero duro, eh?» feci un cenno con la testa in direzione del filo spinato «Quello non me l'aspettavo»
«Oh, quello» lei sorrise «Non è niente. Io non mi ci sono ferita neanche una volta» mi si avvicinò e mi sussurrò all'orecchio «Praticamente solo i maschietti ci hanno lasciato il sangue sopra. Non sono abbastanza elastici, pare...»
«Oppure sono troppo giovani» rettificò Seth, che evidentemente aveva sentito
«Anche quello» Omaha fece un gesto vago con la mano, poi mi prese per un polso «Belarda, vuoi vedere gli Alfa? Stanno facendo un allenamento speciale con Undertaker, ma mi è stato detto di portarti lì non appena fossi arrivata al campo»
«Sul serio?» ero scettica «Io? Dai capi?»
«Si, certo. Allora, vuoi? Devi volerlo, sennò non ho il permesso di portarti»
«Certo che voglio!».
Omaha mi trascinò lontano dagli altri lupacchiotti in allenamento. Seth provò a seguirci, ma Omaha scosse il capo
«Tu no, Seth»
«Ma io ho accompagnato Belarda!»
«Tu no».
Il ragazzo-lupo sbuffò, ma rimase obbedientemente indietro. In lontananza qualcuno ululò e mi parve stranamente... frustrato.
Pensavo che saremmo andate verso la foresta, invece a sorpresa ci dirigemmo alla spiaggia. Dopo una ventina di minuti di cammino, in cui Omaha mi informò di cosa avevano imparato a fare (potevano fare un attacco coordinato per distrarre i vampiri e staccare le loro teste con un attacco a salto incrociato, tanto per dirne una), sbucammo vicino al mare. Le onde si infrangevano lentamente sulla sabbia, ma non potevo sentire il loro sciabordio ritmico perché una sinfonia di tonfi e di ringhi (tonfi pesanti e ringhi rabbiosi, da far accapponare la pelle) coprivano il rumore.
C'era Jacob Black, seduto su un tronco caduto, che guardava intento qualcosa che, se fossi stata in lui (o se fossi stato in qualunque altro) avrei guardato pure io. Ayita e Sam, l'alfa femmina e l'alfa maschio, erano trasformati in lupi e stavano attaccando a turno qualcuno, cercando di ferirlo, ma sembravano non riuscirci perché di volta in volta si ritiravano uggiolando.
Erano mostruosi, enormi e così rapidi che quasi non riuscivo a seguire le loro mosse con gli occhi, ma un semplice umano li stava tenendo a bada entrambi: Undertaker, con una sbarra d'acciaio in mano, era in piedi, in posizione di combattimento, e riusciva a colpirli sul muso sempre un istante prima che loro riuscissero a mordere lui, con movimenti corti, mirati, veloci.
Non avevo mai visto niente del genere e non credevo che niente del genere sarebbe potuto accadere.
Mi avvicinai a Jacob in silenzio, gli occhi puntati su quello scontro rapidissimo.
«Fanno sul serio?» Domandai
«Belarda!» esclamò lui «Ciao! Non ti avevo... ehm... si, fanno sul serio»
«Impressionante»
«Io ho paura»
«Perché tu puoi guardare lo scontro e non sei ad allenarti con gli altri?».
Jacob mi guardò negli occhi e vidi le sue pupille dilatarsi
«Perché sono il prossimo» mi spiegò, cercando vanamente di sembrare calmo «Per via della mia discendenza. In teoria... in teoria sono io il vero alfa del branco, ma non voglio esserlo, quindi... ecco...»
«Lo lasci fare a Sam, che ha le competenze. Ho capito»
«Si, ecco, e quindi devo allenarmi come gli alfa anch'io perché, sai, ho tipo un potenziale speciale».
Sam e Ayita ringhiarono in modo assordante, poi parve che quella coreografia si rompesse per un istante, che qualcosa andasse storto, perché i due lupi riuscirono ad attaccare contemporaneamente e in modo quasi simmetrico. Taker non avrebbe potuto colpire entrambi e non era abbastanza rapido per schivare: uno dei due lupi lo avrebbe morso e forse ucciso. Cristo santissimo, i denti dei licantropi erano più lunghi delle mie dita!
Ma lui, semplicemente, scomparve come se il terreno lo avesse risucchiato e Sam e Ayita si scontrarono rumorosamente l'uno contro l'altra con guaiti di sorpresa e frustrazione.
Jacob balzò in piedi
«Ma che cavolo è successo?!».
Taker ricomparve da dietro un albero. Era sudato, aveva il colletto della maglietta e parte del tessuto sul petto zuppi, ma a parte quello non sembrava particolarmente stanco: non ansimava, i suoi movimenti rimanevano sciolti, seppure flemmatici.
«Ottimo lavoro» Disse «Così lo potete prendere di sicuro. Ricordatevi questo tipo di coordinazione».
Sam e Ayita, scossi, si avvicinarono con le code basse anche se gli erano stati appena fatti dei complimenti. Ero quasi certa che nessuno di noi sapesse esattamente cosa aveva visto.
Omaha se n'era andata: probabilmente lei non aveva neanche il permesso per assistere a questo cose spaventose e sovrannaturali. Mi aveva lasciata lì con gli alfa dei branchi e con Undertaker. L'elite di questa guerra.
Jacob tossicchiò
«Ehm, c'è Belarda!».
Undertaker mi guardò. I suoi occhi verdi, chiarissimi, per la prima volta mi fecero paura: erano freddi come un ghiacciaio.
«Belarda» Disse, avvicinandosi. Aveva quella voce roca che usava per i suoi promo televisivi, nel wrestling, e per un attimo temetti che mi avrebbe acchiappata per la gola e mi avrebbe fatto una chokeslam contro il tronco su cui fino ad un attimo prima era stato seduto Jacob. Ma lui non lo fece: mi salutò con un cenno della testa e poi parlò pacatamente
«Mi hanno riferito che hai uno scudo mentale»
«S-si» risposi «Lo sto allenando in vista dell'arrivo dei Volturi»
«Lo stai allenando?» parve leggermente sorpreso, ma in modo positivo «Cosa puoi fare?»
«Posso bloccare fuori dalla mente di altra gente i poteri dei vampiri, come la lettura del pensiero di Edward Cullen»
«Puoi farmi vedere, se non ti è di troppo disturbo?»
«No, ehm, certo che non è di disturbo»
«Proteggi Jacob».
Cercai l'elastico della mia mente e lo tesi con forza verso Jacob. Fu relativamente facile: avevo paura di quello che Taker avrebbe potuto fare alla sua mente.
«Hai ragione, funziona» Disse lui dopo un attimo. Non ci disse in che modo aveva usato i suoi poteri, non fece domande a Jacob, niente. In quel momento sembrava più forte lui da solo che tutti i vampiri disorganizzati a casa Cullen, anche se razionalmente sapevo che avrebbero potuto farlo a pezzi.
«Comunque il tuo è un talento latente» Aggiunse «È davvero impressionante che tu riesca ad usarlo anche così, da umana. E così bene, senza aver studiato la magia»
«Grazie» resistetti all'impulso di inchinarmi «Grazie davvero».
Non gli chiesi come facesse a saperlo. Sembrava magicamente sapere tutto senza chiedere e forse era proprio così, forse usava la magia. “Forse gliel'hanno detto i morti” Pensai e rabbrividii.
«Quanto è stato difficile?» Mi chiese
«Oh, molto» ridacchiai nervosa «Mi sono allenata con i vampiri. Ci sono volute un mucchio di sessioni per riuscire anche solo a coprire qualcun altro oltre che me stessa e ci riesco solo per pochi minuti»
«Questo perché, come ti ho detto, è un potere latente. Ma sono impressionato» mi si avvicinò di un altro passo, ma non troppo evitandomi di doverlo guardare con il collo all'indietro visto quanto era alto «Davvero molto. Ci vuole intelligenza per visualizzare il proprio talento latente e renderlo un'arma»
«Grazie. Se solo potessi...» mi guardai le mani «... Imparare più velocemente. Di questo passo non servirà proprio a niente, durante la battaglia!»
«Non puoi imparare più velocemente» mi disse lui, bruscamente «Questo è il massimo che il tuo talento latente può fare, così come sei»
«Oh».
Ero stata un'illusa e una sciocca. Avevo un potere magico, si, ed era anche piuttosto fico avere una mente inviolabile, ma non avrei potuto cambiare il corso di una guerra fra immortali pluricentenari. Mi si inumidirono gli occhi, ma abbassai la testa di scatto perché non volevo che il mio wrestler preferito mi vedesse piangere. Che stupida. Che stupida a pensare che avrei potuto salvare i miei amici dal dolore agonizzante o dall'oblio nero dei gemelli, Alec e Jane. Ero solo un'umana e i miei poteri magici, poteri da umana, erano deboli.
«Però» Continuò Taker «Ti ho fatta chiamare perché così posso sbloccare il tuo potenziale, così non hai bisogno di imparare e allenare il tuo scudo, ma lo potrai vedere e quindi manovrare»
«Sul serio?!» esclamai, alzando la testa di scatto.
Lui mi guardò stranito per un attimo, ma fu così gentile da non farmi notare che stavo piangendo e continuò come se niente fosse
«Si. Ho pensato che è uno splendido dono e che è un peccato farlo rimanere latente, no? Anche se ora mi hai detto che sei riuscita persino ad usarlo da sola. Quindi... vuoi che lo faccia o...»
«No, lo voglio, lo voglio!».
E questa, signore e signori, fu quella volta che, con le lacrime agli occhi e il cuore colmo di gioia, dissi “lo voglio” al mio eroe di infanzia. Continuiamo pure la narrazione.
«D'accordo» annuì «Allora siediti sulla sabbia. Prova a incrociare le gambe, tieni il busto ben eretto».
Obbedii, cercando di sembrare una praticante di yoga nonostante avessi la grazia e la flessibilità di un'otaria artritica sulla terraferma. Vidi Undertaker tirare fuori qualcosa da una tasca dei pantaloni, un astuccio, e da quell'astuccio un ago lungo e sottile.
«È un ago?» Domandai. Che domanda stupida.
«Si» Mi rispose, ovviamente «Devo bucare il tuo terzo occhio, così potrai vedere il tuo stesso scudo»
«Bucare il mio terzo occhio?» sorrisi, nervosa «Non intendi fisicamente, vero?»
«Tu non hai davvero un terzo occhio» spiegò lui «Quindi non posso bucarlo fisicamente. Si tratta di un centro di potere importante che permette ai tuoi occhi, sai, quelli veri, di vedere i flussi magici quando ti concentri»
«Ah, quindi non mi bucherai davvero» dissi, sollevata
«No, no, ti bucherò davvero» mi assicurò lui
«Ehm, ma sarà doloroso?»
«Si» rispose in tono neutro, chinandosi un po' verso di me «Intensamente».
Deglutii. Opporcavacca. L'ago che aveva in mano, da vicino, non sembrava tanto sottile. E poi dov'è, esattamente, che voleva infilarmelo?
«Dov'è questo terzo occhio?» Chiesi, controllando la paura meglio che potevo «Al centro della fronte?»
«È più o meno fra le sopracciglia. Poco sopra le sopracciglia. Il tuo è davvero grande, ma è chiuso» lo indicò da una distanza discreta e tutti guardarono verso di me, ma ero certa che nessuno potesse vederlo a parte lui «Ci metto un secondo ad aprirtelo»
«Quindi è tipo, ehm, lo shock che lo apre? Il dolore?»
«No. Altrimenti basterebbe che la gente si ferisse alla fronte per avere la magia, sai? È la magia che chiama magia, piuttosto» lui strinse fra le dita l'ago e quando riaprì la mano e il piccolo oggetto giacque visibile sul suo palmo enorme, il metallo era diventato nero «Basta toccarlo e lo aprirai».
Ecco. Stavo per essere bucata con un ago in mezzo agli occhi e avevo la netta sensazione che, se l'operazione non fosse stata fatta a dovere, ne avrei potuto morire... o magari beccarmi danni neurologici permanenti.
Chiusi gli occhi, inspirando a fondo. Stavo per riaprirli, per dargli il permesso di eseguire l'operazione, quando sentii un pizzico poco sopra le sopracciglia. Zing!
«Fatto» Disse la voce profonda di Undertaker.
Riaprii gli occhi, felice.
«Non mi ha fatto male!» Esclamai, poi fui immediatamente contraddetta da un bruciore intenso, divampante, che parve divorarmi il cranio dall'interno.
Fra le pareti delle mie ossa, tutto intorno al mio cervello, imperversava una tempesta di plasma rovente. Strizzai gli occhi, poi li chiusi, prendendomi la testa fra le mani e serrando i denti con forza. Dietro le palpebre vidi onde colorate e lunghi fili sottili che collegavano figure geometriche il cui senso mi sfuggiva, nelle orecchie mi sciabordò il suono di un mare arrabbiato. E poi tutto finì.
Il dolore se ne andò completamente, come se non fosse mai esistito, ma sentii una goccia di sangue che mi colava sul naso lentamente e me l'asciugai con il pollice.
«Ora è aperto» Disse Undertaker, con una punta di rammarico nella voce «Scusa. Ma è meglio così, no?».
Il mondo non era molto diverso, con questo terzo occhio aperto... mi immaginavo che avrei visto le aure delle persone, tipo in Dragonball, o le presenza spirituali o qualcosa del genere. Invece era tutto assolutamente identico.
«Ora sto bene, almeno, ma non sento niente di diverso» Dissi, rialzandomi con cautela
«Perché non l'hai ancora provato, sai? Proteggi Jacob».
Cercai l'elastico del mio scudo e trovarlo fu facile come trovarsi le dita. Lo allargai verso il mio amico e... lo vidi. Era il mio scudo! Potevo vederlo, con i miei occhi, chiaramente come vedevo le persone intorno a me! Era una specie di copertura di plastica trasparente, come il cellophane che si compra a rotoli al supermercato, solo che era una cupola che si muoveva e tremolava in silenzio, simile ad una strana bolla di sapone. Mi accorsi che potevo spingerla, deformarla, muoverla in ogni direzione senza sforzo.
«Adesso» Mi disse Undertaker, tranquillo «Puoi tranquillamente coprire tutti gli amici vicini dagli attacchi mentali. All'inizio non funzionerà solo per i primi tre o quattro metri intorno a te, ma con l'allenamento, sai, puoi migliorare. Non all'infinito, ma se ti ci metti d'impegno potrai farlo per, diciamo, un centinaio di metri al massimo»
«Mi allenerò fino a farmi venire i crampi al terzo occhio» promisi.
Lui annuì. Dalla sua faccia sembrava che non fossero così gravi i crampi al terzo occhio, perciò avrei mantenuto la promessa. Avrei salvato i miei amici.
Che stupida che ero stata a non credere in me stessa! Il fatto è che, per quanto una persona possa essere forte o per quanto possa allenarsi con dedizione, a volte sono le persone intorno a noi che fanno la differenza: i nostri amici, la nostra famiglia, persino le persone che ammiriamo o i nostri conoscenti.
I vampiri mi avevano detto del mio scudo e mi avevano spinta ad allenarlo, Undertaker mi aveva aperto il terzo occhio, e io non contavo di deluderli.
La forza di un lupo è nel branco. E io avrei combattuto con il branco.

giovedì 6 dicembre 2018

Sunset 79 - La vita sessuale dei vampiri brillarelli





Io, Seth ed Edward uscimmo sul portico.
«Queste sanguisughe» Borbottò fra sé quando uscimmo il giovane licantropo, a voce abbastanza alta perché Edward lo potesse udire agevolmente, anche fosse stato umano. Aggiunse uno sbuffo melodrammatico: «Si credono tanto superiori».
Rimasi stranita dal suo comportamento: non era da Seth dileggiare i vampiri, e qualcosa nella sua mimica non mi convinceva. Sembrava che stesse imitando qualcuno, ma qualcuno di familiare.
«Ci rimarranno di sasso quando gli infanti salveranno le loro esistenze di esseri superiori, no?» Disse Edward.
Seth sorrise e gli diede un pugnetto sulla spalla. «Ci puoi scommettere!».
Oh. Stavano scherzando insieme.
Era strano come vedere un labrador ammazzagatti giocare con un morbido persiano dal mio punto di vista, ma loro sembravano perfettamente a loro agio.
«Che ore sono?» Chiesi, passandomi le mani sulle braccia più volte per riscaldarle. La temperatura si stava abbassando un po', non mi piaceva rimanere ferma con quel clima «Abbiamo tempo per un giretto a La Push? Mi sembra un'infinità da che non vedo tutti voi ragazzoni-lupo. E poi adesso dobbiamo raccontare ai capibranco gli sviluppi, giusto?»
«Giusto
«Non è una buona idea» Disse all'improvviso Edward «Tua madre non sarà felice»
«Ah, sta' zitto» brontolò Seth in risposta. Capii che Capelli-pazzi non si riferiva alla nostra conversazione attuale, ma a qualcosa che aveva letto nella mente del mio amico.
«Dico davvero. Lo dico per te»
«Si, per te. Non sei tanto male, per essere un cane. Volevo essere d'aiuto»
«Certo, certo. Divertente. Tu invece sei pessimo come tutti i succhiasangue» Ringhiò con un sorrisetto sarcastico Seth.
In quel momento capii chi mi ricordava il mio amico: aveva lo stesso atteggiamento acido e sarcastico di Jacob quando parlava con i vampiri, tranne per un filo di giocosità in più. Con tanto di “certo certo”, una cosa che spuntava sempre in tutte le conversazioni con Jake.
Mi chiesi se fosse una sorta di imitazione inconscia perché lo ammirava o perché era, coscientemente o meno, il suo punto di riferimento quando doveva impersonare un licantropo che odiava i vampiri.
«Allora... La Push?» Incalzai, quasi timidamente
«Ah si» Seth sorrise «Mi accompagni in macchina o corro di nuovo?»
«Sei corso fin qui? No, prendiamo il mio pick-up, se per te va bene»
«È okay. Saluta tutti i succhiasangue da parte mia, Edward»
«Lo farò, Seth» assicurò il vampiro dai capelli bronzei, con il suo solito sorrisetto sghembo «Arrivederci Belarda. Fai buon viaggio».
La mia mente vagò alla ricerca di una risposta impertinente, ma stavolta non mi aveva dato spunti. Cercando di non vederla come una sconfitta, salutai a mia volta ed io e Seth partimmo.
«Sai, ho già visto questo pick-up, da qualche parte» Disse Seth, quando si fu accomodato sul sedile passeggero «Ma non ricordo dove. Intendo, prima di conoscerti...»
«Era di Jacob» spiegai «Probabilmente lo hai visto a La Push»
«Ah. Ecco. Jacob ti ha venduto il suo vecchio pick-up scassato?» rise «Non hai fatto un buon affare!»
«Non è vero» replicai, facendo ruggire il motore «Sono molto, molto felice del mio Chevy. E poi l'ha venduto a mio padre, non a me. E mio padre poi me l'ha regalato»
«Ingannare così il capo della polizia...»
«Non l'ha ingannato. E la macchina funziona benissimo».
Per un po', Seth guardò fuori dal finestrino gli alberi che scorrevano. Sorrideva e di quando in quando batteva le palpebre molto lentamente.
«Vado più veloce quando corro da lupo» Disse dopo un po'
«La smetti di insultare la mia macchina?» sbuffai
«No, non volevo insultare la tua macchina» aggiunse in fretta «Intendo, vado più veloce di tutti i pick up, specie sullo sterrato. E posso saltare. E i terreni accidentati sono i migliori per me. Essere un lupo ti fa davvero considerare le macchine ridicole. Probabilmente anche i vampiri lo pensano»
«Bah, e allora perché comprano auto di lusso?»
«Per sembrare fighi» lui si strinse nelle spalle «Anch'io lo farei, se avessi i soldi».
Rimanemmo in silenzio per altri minuti, ma fu un silenzio tranquillo.
«Senti» Mormorai «E se usassimo le auto nella battaglia finale?»
«Cosa?»
«Non hai capito perché te l'ho detto piano o...»
«No, no, ho capito. Voglio solo sapere... come?»
«Eh. Non lo so. Proviamo a investire i Volturi?»
«Sono troppo veloci per le auto e sono troppo resistenti. Distruggeresti pure la macchina»
«Lo so. Era tanto per dire».
Dio, quanto avrei voluto mettere sotto le ruote quei maledetti succhiasangue. Ma sapevo anche che era impossibile.
«Che vi sta insegnando Undertaker?» Domandai
«Oh, roba tosta!» lui si illuminò «Roba tostissima! Lo sapevi che i vampiri che conosciamo noi non sono gli unici tipi di vampiri?»
«COME?!» quasi sbandai con la macchina, ma riuscii a controllare il brivido improvviso che mi aveva percorso le braccia «In che senso non sono gli unici tipi?»
«Già! Ci sono tantissimi tipi di vampiri e anche di licantropi! Ci sono persino vampiri che possono trasformarsi e vampiri in grado di volare! Ma la maggior parte di loro muoiono, alla luce del giorno»
«E proprio a noi dovevano capitare quelli che non si squagliano?»
«I vampiri non si squagliano, alla luce» spiegò lui, con aria molto soddisfatta «Generalmente prendono fuoco e si bruciano o comunque si ustionano gravemente o addirittura cadono al suolo, bam, come morti»
«E perché i Cullen no?»
«Perché... tieniti forte per la rivelazione... ti stai tenendo forte?»
«Si»
«Non sono veri vampiri»
«In... in che senso?»
«Non sono veri vampiri! Sono derivati da una specie di dhampir tropicale e fanno parte di un... ehm... ciclo riproduttivo molto particolare. Sono tipo delle formiche operaie, anche se non lo sanno, e i maschi sono in grado di concepire dhampir»
«Aspetta, mi stai dicendo che sono un modo per fare riprodurre un'altra specie?»
«Esatto! L'hai colto subito! A me l'hanno dovuto spiegare tre volte. Allora, funziona così: i dhampir maschi, che sono viventi e hanno il cuore che batte, possono riprodursi sia nel modo “tradizionale”, con le femmine della loro specie, sia con il morso. Se mordono una persona normale, un umano, allora quello si trasforma in un vampiro come i Cullen. Li chiamano “brillarelli”, perché brillano alla luce».
Ridacchiai e lui allargò le braccia come a dire “assurdo, vero?”, poi continuò
«I brillarelli, a loro volta, sono fatti per riuscire a raffreddare continuamente il loro corpo e per questo sono più freddi rispetto alla temperatura ambiente e non semplicemente incapaci di produrre calore come i veri vampiri. E lo sai perché?»
«Perchè?»
«Perché i maschi devono essere capaci di, ehm, congelare i propri spermatozoi. O conservarli. O qualcosa del genere. Quando il loro corredo genetico originale viene cambiato dal morso di un dhampir, anche gli spermatozoi che producono poco prima di diventare non-morti cambiano corredo genetico, ma diventano uguali a quelli di un dhampir! E quindi i maschi di brillarello diventano capaci di produrre figli dhampir! In questo modo i dhampir, che sono creature intelligenti e non vogliono esporsi, inviano per il mondo tanti vampiri brillarelli, che a loro volta producono con il morso vampiri brillarelli, che a loro volta producono altri vampiri, e tutti i maschi sono capaci di riprodursi con gli esseri umani e quindi di generare altri dhampir molto lontani dal territorio originale e in questo modo evitano la sovrappopolazione e si spargono per il mondo»
«Oh» scossi la testa «E quindi, le femmine di vampiro brillarello a che servono? Tipo, Rosalie, a che serve a parte che a fare danni?»
«Si, l'abbiamo domandato pure noi! Allora, i brillarelli hanno un comportamento particolare: le femmine sono sterili, ovviamente, anche se anche loro possono creare altri brillarelli col morso, ma tendono a fare sempre coppia con un maschio e a proteggerlo a costo della propria stessa vita. Sono come formiche soldato! Ecco perché sembra che i vampiri si mettano tutti in coppia e vivono insieme per sempre. Le femmine proteggono il potenziale riproduttivo dei maschi e comunque in due è più facile sopravvivere»
«Pazzesco» scossi la testa «Assolutamente pazzesco»
«Vero?»
«E ho un'altra domanda... ma i maschi non hanno circolazione sanguigna, come fanno a... ehm... a...» a bassa voce completai «Accoppiarsi?»
«Ehm» lui ridacchiò, imbarazzato «Abbiamo visto delle tavole anatomiche dei brillarelli. Sul serio, una schifezza assurda, sono tutti pieni di acidi e altra robaccia per evitare che i batteri se li divorino, visto che sono morti, ehm. Non avevamo il coraggio di fare, sai, questa domanda... o almeno io non ce l'avevo... ma nelle tavole anatomiche c'erano tutte le risposte! Devi vederle pure tu!»
«Insomma, come fanno?»
«Fanno che hanno... dei muscoli speciali per fare questa cosa. Dei muscoli che gli umani non hanno»
«Quindi è volontario?»
«Si. Credo di si».
Entrambi sospirammo e guardammo avanti. Non avrei mai pensato che un giorno io e Seth Clearwater ci saremmo ritrovati a discutere della vita sessuale dei vampiri (che, adesso lo sapevo, non erano veri vampiri).
«Comunque» Disse all'improvviso Seth «Lo schifo più schifo viene dopo! Sai cosa succede alla donna umana che si è accoppiata con un vampiro?»
«No, non lo so» dissi, vagamente inquietata
«Succede che diventa incinta di un dhampir»
«Ehm, questo lo avevo capito»
«Aspetta! I dhampir, quando sono piccoli piccoli dentro la pancia...»
«Quando sono feti?»
«Si, quello. Allora, vengono avvolti da una placenta durissima e difficile da bucare e la gravidanza è velocissima, mooolto più veloce di quella umana, tipo che in un mese e mezzo il bambino è pronto per nascere, e quindi succhia via tutti i nutrienti dalla madre e la fa dimagrire tipo tantissimo, peggio di una sanguisuga»
«Occheschifo»
«Aspetta, aspetta! E poi, quando devono uscire, non possono nascere come i bambini normali»
«In che senso?»
«Che non si possono partorire, proprio perché sono avvolti da questa placenta che è tutta piena di calcio, come una specie di grosso pallone rotondo e duro. E allora il bambino, per nascere, usa i denti. Si fa strada tagliando la placenta e la pancia della madre ed esce fuori uccidendola. A volte le spezza la spina dorsale nell'operazione, perché è molto forte oppure anche perché non sa da che lato uscire»
«È disgustoso! Come le larve delle vespe che parassitizzano i bruchi!»
«Le larve delle vespe fanno queste cose?» parve sorpreso
«Solo alcune» lo rassicurai «La maggior parte sono accudite dalla loro famiglia»
«Ugh. A volte la natura è proprio schifosa» si abbracciò da solo, come se avesse freddo «Ma secondo me i dhampir sono i peggiori di tutti, a mettere in giro minacce come i vampiri»
«Nauseante» replicai «Ci pensi che Edward ha una cotta per me? Brrr, brividi»
«Già. Ma stiamo tutti più tranquilli, a La Push, sapendo che non lo ricambi. Meno possibilità di fare nascere una dhampir vicino alla riserva, eh?» scherzò lui, facendomi l'occhiolino.
Io sorrisi, ma dentro ero un po' spaventata. I miei stessi pensieri mi mettevano ansia. Che razza di ragazza potrebbe accettare il corteggiamento di un vampiro? Magari qualcuna che si sente molto sola o che non conosce l'amore o che pensa che essere guardati dormire di notte e stalkerati da un tizio freddo che sembra molto malato sia romantico.
Per il resto del viaggio pensai ad un'altra possibile me che corrispondesse a questa descrizione.
Un'altra ragazza che dalla soleggiata Phoenix, in Arizona, si trasferisce con suo padre in una cittadina piovosa, Forks. Immaginai che questa ragazza avesse un nome simile al mio... Isabella Swan, come il nome finto che avevo dato durante la mia “latitanza”. Probabilmente a lei, al contrario che a me, sarebbe piaciuto essere chiamata “Bella”.
Immaginai che Isabella Swan si innamorasse di Edward e poi che scoprisse il suo segreto (era facile scoprire il segreto di Edward, troppo palese per rimanere nascosto agli occhi di un attento osservatore) e che desiderasse persino di diventare un vampiro.
Ma Edward non le avrebbe concesso questo desiderio... dopotutto il suo ruolo, lo scopo stesso della sua esistenza, è quello di un frigorifero per lo sperma che cammina, inconsciamente spinto ad inseminare esseri umani, e se Isabella Swan fosse diventata un vampiro lui non avrebbe potuto riprodursi.
E poi si sarebbero sposati, il vampiro e l'umana, e sarebbero andati in viaggio di nozze. Lei non avrebbe neppure finito gli studi, appena maggiorenne si sarebbe lasciata sedurre dal fascino pallido dello stalker e dai suoi soldi. I Cullen sono (immeritatamente) ricchi da far schifo, quindi i piccioncini interspecie sarebbero andati in qualche posto lontano, esotico e costoso, magari su un isola. La mia mente mi suggerì “Isola Esme”. E poi Bella Swan sarebbe rimasta incinta di Edward, avrebbe portato nel suo grembo un cucciolo di dhampir.
Nei giorni successivi il suo corpo avrebbe iniziato a cambiare. Improvvise nausee mattutine. Perdita di peso rapidissima. L'avrebbero ricoverata d'urgenza, ma visto che sono vampiri e che hanno un medico in casa, col cavolo che l'avrebbero portata in ospedale, dove le avrebbero fatto invece una radiografia, avrebbero notato che ha una pietra di calcio al posto dell'utero e glielo avrebbero rimosso, salvandole la vita. No! L'avrebbero portata a casa Cullen, nella loro grande villa bianca, e lì sarebbe morta in un'agonia orrida finché il cucciolo di dhampir non l'avesse uccisa in un mare di sangue spaccandole la schiena e tagliandole la pancia.
Repressi un conato di vomito ed ebbi pietà per questa ragazza che neanche esisteva, che avevo inventato solo per qualche istante nella mia mente. La cosa peggiore era che, nel mondo, dovevano essere esistite in passato e magari ancora esistevano ragazze la cui storia era simile a questa, che si innamoravano di un vampiro brillarello e morivano orribilmente dando alla luce piccoli maledetti succhiasangue.
«A che pensi?» Mi chiese Seth
«A quanto schifo fanno i vampiri» risposi
«Mi dispiace di avertelo raccontato»
«No, hai fatto bene» mi assicurai a spiegare, seria «Adesso sarò più concentrata nel compito di distruggerli tutti ed epurare il mondo da una tale disgustosa specie»
«Ma... veramente...» lui parve insicuro «I Cullen non hanno mai fatto niente del genere! Non uccidono neanche gli esseri umani! Sono buoni!».
Non lo avrei ascoltato. Fuoco ai brillarelli, pian piano li avrei sterminati tutti.


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Nota degli autori: Chi di voi ha letto l'intera saga di Twilight, fino a Breaking Dawn, oppure ha visto tutti i film, sa che Stephenie Meyer ha fatto riprodurre Edward con Bella (facendo nascere "Renesmee", una specie di Mary Sue fin dalla nascita) senza spiegare assolutamente come questo fosse possibile. Insomma, i vampiri hanno il cuore immobile e sono morti, non possono neanche produrre spermatozoi e se li producessero non avrebbe il benché minimo senso! Ma per fortuna arrivano in vostro soccorso i Cactus di Fuoco: abbiamo raccolto tutte le informazioni che la Meyer ha lasciato qui e lì per la storia, le abbiamo cucite fra loro e con poche strategiche aggiunte abbiamo reso possibile la riproduzione di Isabella Swan con un cadavere (ugh, necrofila). Tanto per dimostrarvi che la nostra fanfiction rispetta il mondo canon (quasi) al 100%
*Inchino*




martedì 4 dicembre 2018

Sunset 78 - Alistair è sparito





Mi accorsi della musica prima di uscire dall'auto. Edward non toccava il pianoforte dalla sera della partenza di Alice. Mentre chiudevo la portiera, sentii la canzone passare a un inciso e trasformarsi in una ninna nanna. Edward mi stava dando il bentornato, perché per qualche motivo era convinto che mi piacessero le ninne nanne... o forse stava solo cercando di farmi addormentare, perché da bravo maniaco gli piaceva guardarmi mentre dormivo.
Mentre avanzavo piano verso casa Cullen, capii che la speranza e l'incoraggiamento morale formavano un'aura quasi tangibile intorno alla grande villa bianca quella mattina: c'era Tia che faceva discorsi di incoraggiamento in piedi su una sedia, potevo vederla attraverso le grandi vetrate, e gruppi di vampiri che annuivano sparsi per la casa come quei cani con la testa mobile che si mettono sui cruscotti. Mi venne quasi voglia di piangere ascoltando Edward che suonava per me. Non era, però, un pianto del tutto cattivo. Ero commossa, ma da me stessa.
La Belarda Cigna di solo un anno prima non sarebbe mai rimasta per combattere, non sarebbe mai ritornata ad una casa piena di vampiri.
Il mio coraggio era una cosa epica.
Riuscii tuttavia a non piangere. Quando entrai Edward si girò e sorrise, senza smettere di suonare.
«Bentornata a casa» Disse, come se si trattasse di una giornata qualsiasi, come se fossimo parenti amichevoli (spoiler: non lo eravamo) e nella stanza non si trovasse un'altra decina di vampiri impegnati in varie attività, oltre ad un'altra decina sparpagliata in giro «Ti sei divertita oggi con Carlo?»
«Certo. Mi diverto sempre con papà» replicai «Ma perché questa domanda?»
«Niente, così».
Mi strinsi nelle spalle. Edward curvò le labbra verso il basso, smise di suonare e si girò sullo sgabello, in modo che si trovasse con tutto il corpo di fronte a me. Dovetti ricordare a me stessa che se l'avessi bruciato lì e adesso avremmo avuto un combattente in meno a fronteggiare i Volturi.
«So che avresti voluto festeggiare il Natale in grande stile...»
«Che?» sbottai «Il Natale è ancora lontano, che c'entra ora?»
«Sarà più o meno a Natale, no? Arriveranno loro. Dovremo essere pronti»
«Ah».
In quel momento capii. In effetti a me il Natale piaceva, anche se non ero una persona che lo festeggiava “in grande stile”: quello che volevo era fare l'albero, accoccolarmi con il gatto davanti al camino, pensare ai regali di Natale e bere cioccolata calda. Ma questa volta, quest'anno, non avrei avuto il mio Natale, avrei avuto una carneficina.
«Perciò, se non dovessi sopravvivere» Continuò Edward «Voglio farti un regalo»
«Che cosa?»
«Ascoltami. Solo per un attimo, Belarda»
«Ma io ti ascolto tutto il giorno. Tutti i giorni. E tu dici un sacco di roba, quindi non dire “solo per un attimo”»
«Ma è importante. Ok?»
«D'accordo. Fammi un regalo» incrociai le braccia.
Non aveva molto senso che mi facesse un regalo adesso (la scuola non era neanche ricominciata, il Natale sembrava lontanissimo e faceva caldo), ma lui era fatto così, insensato. Però ora se ne stava fermo e mi guardava invece di darmi il regalo che mi aveva preso.
«Posso vederlo?» Domandai, gentilmente
«Se vuoi. È una sciocchezza»
«Ma se hai insistito tu per... ok. D'accordo» presi un profondo respiro «Per favore, posso vederlo?».
Edward si pescò dalla tasca dei pantaloni un sacchettino di velluto blu scuro, molto elegante.
«L'ho visto nella vetrina di un antiquario passandoci davanti in macchina» Mi disse, poi mi scrollò in mano il contenuto del sacchetto.
Nella vetrina di un antiquario! Ero leggermente eccitata dall'idea che potesse essere un coltello antico placcato di madreperla o d'oro (magari magico) o un piccolissimo libro con le miniature (magari magico) o un giocattolo di fattezze delicate. Amavo la roba d'antiquariato, persino le vecchie credenze, e mi chiesi se per una volta Edward non fosse riuscito davvero a farmi un piacere.
Quello che mi finì in mano, rotolando fuori dall'elegante sacchetto, fu però... un piccolo medaglione d'oro. Edward aprì quel meccanismo minuscolo sul mio palmo e io vi guardai dentro: c'era lo spazio per una piccola foto e, dalla parte opposta, un'iscrizione in francese.
«Sai cosa vuol dire?» Mi chiese con un tono diverso, più pacato di prima.
Io lo lessi. Non ero un asso in francese e non sapevo pronunciare più dell'ottanta percento dei vocaboli, ma tradurre “Plus que ma propre vie” sembrava facile.
«Qualcosa del tipo “più della mia stessa vita”, non è così?» Indagai
«Si, è vero».
Alzò verso di me uno sguardo indagatore con gli occhi color topazio.
C'erano tante, tante, tantissime cose che mi piacevano nel mondo... i gatti di tutte le forme e i colori, con particolare predilezione per quelli neri, i libri, il wrestling, i cucchiaini d'argento, le maglie con disegni elaborati, le cassapanche piene di oggetti dimenticati, le spade orientali, tutti gli oggetti a forma di lupo o di testuggine, i prodotti per capelli alla fragola... ma in questa lista mentale, che avrei potuto continuare per giorni, non figuravano da nessuna parte i medaglioni melensi regalati come pegno d'amore da un vampiro psicopatico.
Avrei voluto fargli notare che non indossavo gioielli di nessun tipo e che lo odiavo, perché mi aveva preso un regalo del genere? Ma non ero stupida: quello era oro. O almeno lo sembrava, ecco, quindi potevo rivenderlo e farci qualche soldino extra.
Sorrisi e mi infilai il medaglione in tasca
«Graazie» Dissi «E ora credo che mi andrò ad allenare un po'... chi vuole fare un turno di allenamento con me?» domandai, rivolta ai vampiri nella stanza.
Benjamin, il ragazzo egiziano con i superpoteri, alzò la mano esibendo un sorriso schietto. Mi sarebbe piaciuto davvero vedere da vicino quelle incredibili capacità, per saggiare se erano davvero così grandiose come si diceva, e poi Benjamin era uno dei vampiri più simpatici e misteriosi del gruppo, perciò risposi con un cenno della testa. Mi faceva paura, è vero, ma mi eccitava anche, come l'idea di lanciarmi con un parapendio da una scogliera.
Edward lanciò un'occhiataccia prima a lui, poi a me
«Avete tutto il tempo di farlo domani» disse
«Non essere ridicolo» mi lamentai «Sono appena arrivata! La giornata di allenamento inizia tipo, adesso! E lo sai benissimo che non esiste più il concetto di “tutto il tempo”. Non esiste più. Ho molte cose da imparare, specie sui poteri fisici dei vampiri, e...».
M'interruppe
«Domani».
Aveva un'espressione tale che persino Benjamin non osò discutere e si allontanò con un'espressione di scuse sul volto. Ma perché diavolo Edward riusciva a fare paura pure al ragazzo che controllava gli elementi? Non mi era dato di saperlo.
D'improvviso, Jacob comparve dalla porta dietro di me, senza maglietta e con i capelli scompigliati. Non lo avevo sentito arrivare, stava diventando sempre più bravo.
«Hey, Belarda, ciao!» Mi disse, nascondendo il nervosismo dietro l'allegria «Ho solo un attimo, perché Taker ci sta insegnando a fare una cosa fichissima con la coordinazione mentale e non mi posso perdere l'allenamento, ma...»
«Taker?!» quasi urlai «Undertaker? È da voi?»
«Ahem, si» Jacob sorrise, confuso «Pensavo che lo sapessi. Sono giorni che ci sta aiutando, alla riserva»
«Sono giorni che io non lo vedo!»
«Beh, è perché passi un sacco di tempo con i vampiri» sghignazzò lui «E lui non è con noi proprio sempre sempre. Quindi non vi incrociate mai. Comunque volevo dirti che...»
«Bella non si avvicinerà assolutamente alla riserva quando c'è anche quel mostro» si intromise Edward, con i pugni serrati «Non è vero, Bella?»
«No, non è vero, ci andrò eccome» lo liquidai «Che volevi dirmi, Jake?»
«Undertaker ti manda questo» Jacob mi tese un sacchettino spelacchiato «Mi ha detto che te lo dovevo portare di corsa. Appena gli abbiamo spiegato che stavi tutto il tempo dai vampiri... è scappato e poi è tornato con questo. Vuole che ce l'abbia tu»
«Cos'è?» domandai, come incantata
«Non lo so» ammise Jacob «Devi aprirlo tu»
«Non prenderlo!» ringhiò Edward e tanto mi basto perché lo afferrassi più velocemente che potevo.
Al contrario del sacchettino in cui Edward aveva conservato il medaglione, che era blu notte e tutto vellutato, questo sembrava essere stato fatto con la pelle di un ratto nero morto da qualche settimana, perché aveva innumerevoli chiazze pelate e piccoli buchi.
Jacob batté i piedi
«Andiamo, aprilo, sbrigati! Dai che devo tornare a La Push!».
Allentai i cordini, fatti anche quelli di pelle, e frugai dentro il sacchetto con le dita: ne estrassi un anello spesso che sembrava d'argento, con sopra intagliate una serie di piccole rune indecifrabili.
«Mettilo!» Esclamò Jacob, illuminandosi «Dai!»
«Non farlo» disse Edward, minaccioso «Non sai cosa potrebbe succedere».
Ovviamente mi infilai l'anello, all'indice sinistro. Non accadde assolutamente nulla.
«Meglio che vai, Jacob» Sorrisi «Potrebbe volerci un po' perché questo coso faccia una qualunque cosa»
«Comunque è magico di sicuro! Taker ha dato delle cose magiche anche a noi!» il mio amico fece un gran sorriso «Seth sta per arrivare, ti terrà compagnia insieme ai succhiasangue. Vengo anch'io appena finisco l'allenamento. Fammi sapere cosa fa l'anello!»
«Senz'altro».
Jacob saltellò sul posto un paio di volte, mi sollevò alzando una mano e imboccò di nuovo la porta, acquistando velocità man a mano che si allontanava.
Mi guardai incuriosita la mano, guardando quell'anello estraneo scintillare al mio dito. Era bello, decisi, e il fatto che me lo avesse regalato The Undertaker lo rendeva ancora più bello di quanto non fosse prima. Oddio, Undertaker mi aveva regalato un anello.
«Ti senti repulso da me come se non volessi toccarmi mai più?» Chiesi ad Edward, allungando la mano verso di lui
«No, certo che no» mi disse lui, tutto zucchero e miele, con tanto di mosche appiccicate dentro «Ma sono davvero dispiaciuto del tuo comportamento, Belarda»
«Abbastanza dispiaciuto da non volermi toccare mai più?»
«No»
«Una ragazza può sempre sperare».
Pareva che il potere dell'anello non fosse tenermi a distanza Edward come il mio ordine restrittivo avrebbe voluto, ma confidavo che avrei scoperto presto la sua utilità.
Avevo una voglia matta di lasciarmi alle spalle casa Cullen e precipitarmi a La Push, ma non sarebbe stato carino piantare in asso Seth. Mi accomodai su una poltrona nell'attesa, mettendomi a scambiarmi messaggi con Mike e Jessica contemporaneamente.
Lui si stava lamentando del fatto che non esisteva un quarto film di Ip Man, e io lo rassicurai dicendogli che, se davvero era una serie così straordinaria, un giorno avrebbero potuto ripensarci e girarlo. Era solo una risposta di cortesia dato che non avevo neanche visto la suddetta serie, ma speravo davvero che un giorno sarebbe successo se lui ci teneva così tanto.
Jessica mi stava mandando delle foto di colori di smalti diversi, alternando messaggi di aggiornamento su cosa stava combinando sua cugina piccola venuta a farle visita al chiedermi pareri ed accostamenti per lo smalto. Sebbene fossi una che non usava personalmente i trucchi, mi impegnai nel darle i miei pareri sinceri.
Edward rimase immobile a fissare la parete senza neanche darsi la pena di respirare, perciò mi fu facilissimo bloccarlo fuori e farmi gli affari miei fino a quando non arrivò Seth, baldanzoso ed allegro come al solito, passando attraverso la porta aperta di casa Cullen completamente a suo agio.
Non arricciò neanche il naso quando fu investito dall'odore dei vampiri, che non era proprio menta e rose per i licantropi.
Accennò un saluto verso Edward, che fece un cenno di rimando con aria del tutto assente, ma venne dritto verso di me e si accucciò sui talloni con una mossa fluida, molleggiando una volta.
«Ciao, Belarda! Guarda guarda guarda!». Non perse tempo e ancor prima che potessi restituirgli il saluto, mi mostrò allegramente un pezzo di metallo legato ad una lunga catenella. Mi ci volle un momento e due battiti di palpebre per capire che c'era una piccola bussola di metallo bronzeo alla fine della catenella che Seth aveva stretta nel pugno.
Invece dei punti cardinali, tre piccole rune diverse erano al posto di Sud, Est ed Ovest. Ad indicare il Nord, vi era il complicato disegno di due stelle a quattro punte sovrapposte, una dritta ed una obliqua, simile ad una rosa dei venti.
«Che cos'è?» Chiesi, affascinata
«Una bussola» mi disse Seth con un sorriso. Lo guardai negli occhi e battei lentamente le mani.
Lui rise. «Undertaker ci ha...».
Qualcuno sbottò rabbiosamente qualcosa in una lingua sconosciuta, e si alzarono all'improvviso delle voci e dei mormorii irritati, forti e sibilanti come un covo di vipere.
«Alistair è sparito» Mormorò Edward riscuotendosi dalla sua trance, mentre io e Seth ci precipitavamo nell'altra stanza.
Doveva stare ascoltando i pensieri degli altri finora: ecco perché si era imbambolato. Oltre alla sua incredibile passione per i muri, ovviamente.
Dentro il salone, i segni del dissidio in corso erano evidenti. Addossata alle pareti stava una folla di spettatori: tutti i vampiri che si erano uniti a noi, tranne Alistair e i tre coinvolti nel litigio. Esme, Kebi e Tia si mantenevano vicine ai tre vampiri al centro della stanza: Amun sibilava rivolto a Carlisle e Benjamin.
Sibilava davvero, un gesto del tutto inumano, e c'era un che di impressionante nel vedere la contrazione della sua mascella forte e nello snudare dei denti bianchi contro gli altri due. Il suo sibilo non era quello di un serpente: era più il suono di un piccolo alveare prolungato, con piccole interruzioni simili al sibilare di un gatto molto grande, che erano i momenti in cui doveva riprendere fiato. I vampiri non devono respirare, ma anche loro hanno bisogno di aria per produrre suoni e non hanno capacità polmonare infinita.
Benjamin aveva un'espressione a metà tra il preoccupato e il divertito, Carlisle era dolcemente calmo.
Edward ci superò in un lampo bianco di pelle candida e vestiti candeggiati e si precipitò al fianco di Esme.
«Amun, se vuoi andartene nessuno ti costringe a restare» Disse calmo Carlisle
«Mi stai rubando metà del mio clan, Carlisle!» gridò Amun, tormentando Benjamin con un dito «Mi avete chiamato qui per questo? Per derubarmi?».
Carlisle sospirò e Benjamin alzò gli occhi al cielo.
«Si. Carlisle ha litigato con i Volturi e messo in pericolo tutta la sua famiglia solo per attirarmi fin qui ed uccidermi» Disse sarcastico Benjamin «Cerca di essere ragionevole, Amun. Mi sto solo impegnando a fare la cosa giusta, non sto entrando in un altro clan. Ma tu puoi fare quello che vuoi, naturalmente, come ti ha appena detto Carlisle»
«Non andrà a finire bene» ruggì Amun «Alistair era l'unico che avesse un minimo di buonsenso qui. Dovremmo fuggire tutti quanti».
Che il non-morto mistantropo che si chiudeva in soffitta a parlare da solo come un pipistrello matto fosse ritenuto il più ragionevole poteva dare qualche indizio sulla mentalità di Amun.
Facendo eco ai miei pensieri, Tia commentò mormorando fra sé: «Guarda un po' a chi attribuisci del buonsenso...»
«Ci massacreranno tutti!»
«Non ci sarà nessuno scontro» disse Carlisle con voce ferma
«Questo lo dici tu!»
«Ma, anche in quel caso, puoi sempre cambiare parte, Amun. Sono sicuro che i Volturi gradiranno moltissimo il tuo aiuto»
«Forse questa è la risposta giusta» lo schernì Amun.
La risposta di Carlisle fu sommessa, dolce, e le sue parole risuonarono sincere nel silenzio generale «Non te ne farei una colpa, Amun. Siamo amici da tanto tempo, ma non ti chiederei mai di morire per me».
Ora anche Amun aveva una voce più controllata. «Però porti il mio Benjamin a morire con te».
Carlisle posò la mano sulla spalla di Amun, che la scrollò via con un gesto secco.
«Resterò, Carlisle, ma la cosa potrebbe volgersi a tuo sfavore. Se si tratterà di sopravvivere, non esiterò ad unirmi a loro. Siete pazzi a credere di potere sfidare i Volturi» Disse, duro e accigliato.
«Così non va bene» Disse Tia, fulminandolo con lo sguardo. Si guardò attorno e, muovendosi alla velocità del lampo si mise in piedi su di un tavolo: «Noi siamo giunti fin qui. Noi, creature normalmente solitarie, che dovrebbe rifuggire gli uni dagli altri. E per cosa abbiamo fatto questa cosa tanto fuori dall'ordinario? Perché abbiamo sovvertito le leggi della natura, infranto una delle norme a cui non siamo ancora andati incontro con la nostra innaturale forza ed immortalità?» strinse uno dei pugni forti e lasciò scorrere lo sguardo dagli occhi rossi su tutti i presenti, lasciando che il silenzio iniziasse a pesare.
«Per... l'amicizia?» Azzardò Seth
«Per l'amicizia» Tia lo indicò ed annuì lentamente, come assaporando l'aria riempitasi di quella dolce parola «Per qualcosa di cui nessuno ci crede capaci, di formare legami duraturi. Noi siamo accorsi qui da tutte le parti del mondo» ed allargò le braccia «Da tutte le parti del mondo, si. Abbiamo risposto alla chiamata di Carlisle. Ma non per gravare ancora di più su di lui, oh no» e scosse la testa con enfasi, poi più lentamente «Siamo accorsi qui per togliere un po' di peso dalla schiena del nostro povero amico. E anche se noi ne saremo un po' rallentati, togliere a lui questo fardello lo libererà, e potremo camminare tutti allo stesso passo da fratelli, da compagni. Come potremmo chiamarci amici altrimenti? Come potremmo chiamarci ancora persone, accanendoci su un nostro amico che ha affrontato lutti, sciagure, litigi non voluti?». Ci guardò come se fossimo persone orribili, incrociò le braccia ad X davanti al petto e poi le riaprì spazzando l'aria come in una mossa di ballo, con tanta foga che avrei giurato che mi fosse arrivata una folata d'aria «Noi non ci metteremo conto Carlisle. Noi non lo tradiremo». Allargò le braccia verso di noi, ed improvvisamente i suoi occhi si ammorbidirono, come se non fossimo più stati persone orribili.
Randall annuì, con gli occhi lucidi. Non avrei saputo dire se erano più lucidi del solito, perché mi ero appena ricordata che esisteva e non avrei saputo fare il confronto con il solito.
«Perché tutti voi, tutti voi, siete persone straordinarie, buone, generose, degne dell'amicizia di questa famiglia di vampiri buoni. E ognuno di voi farà quello che sente giusto nel suo cuore, che sia partecipare alla battaglia che potrebbe venire poi oppure non farlo, perché siete tutti forti, speciali ed importanti e la vostra decisione conta, quindi lo farete solo se sarà per vostra volontà. Nessuno può costringervi a fare il male. Ma nessuno, finora, vi ha costretti a fare il bene, eppure è in voi la natura di farlo. Sarò fiera di voi se continuerete a farlo, amici».
Noi ci guardammo in silenzio, commossi. Alcuni vampiri si abbracciarono.
Amun si arrese e sospirò. «Testimonierò che avete fatto ammenda uccidendo l'orso-vampiro e che non state creando un esercito di animali vampiro. Chiunque può confermarlo. Ma non mi esporrò più di così, Carlisle»
«Non abbiamo mai chiesto altro».
Amun storse la bocca «Però rischiate di ottenere anche altro». Si girò verso Benjamin e gli parlò accusatorio ma non troppo per non attirare un nuovo discorso motivazionale, mentre Tia scendeva con calma dal tavolo «Io ti ho dato la vita e tu la stai sprecando».
Il viso di Benjamin era più freddo che mai, un'espressione in forte contrasto con i suoi tratti di adolescente. «Peccato che tu non sia riuscito a sostituire la mia volontà con la tua nel farlo: forse in quel caso saresti stato contento di me» Rispose. Ouch, bruciava.
Amun socchiuse gli occhi. Fece un gesto brusco a Kebi, poi ci superò a grandi passi e uscì dalla porta principale.
«Non se ne va» Mi disse piano Edward «Però ora terrà ancor più le distanze. Non stava bluffando quando ha parlato di passare dalla parte dei Volturi»
«Perché Alistair se n'è andato?» Domandai in un sussurro, anche se immaginavo la risposta. Chissà, magari mi sarebbe mancato un pochino, quel vampiro matto.
«Nessuno lo sa con certezza: non ha lasciato messaggi. A giudicare da quello che borbottava di solito, è chiaro che secondo lui lo scontro è inevitabile. Nonostante il suo comportamento, in realtà tiene troppo a Carlisle per schierarsi con i Volturi. Immagino abbia deciso che il pericolo è troppo grande» disse Edward stringendosi nelle spalle.
Forse Alistair era davvero il tizio con più sale in zucca in casa.
Anche se la nostra conversazione, chiaramente, si teneva solo fra noi due, era ovvio che tutti la potevano sentire. Eleazar rispose all'osservazione di Edward come fosse destinata a tutti i presenti.
«Dal suono dei suoi mugugni, c'era qualcosa di più». Credo di averlo fissato a bocca aperta per qualche secondo per aver detto davvero una frase del genere. «Non abbiamo parlato molto delle intenzioni dei Volturi, ma Alistair temeva che, per quanto possiate dimostrare in modo decisivo la vostra innocenza, non vi ascolteranno. È convinto che cercheranno una scusa per realizzare qui i loro progetti».
I vampiri si scambiarono occhiate inquiete. L'idea che i Volturi manipolassero la loro legge sacrosanta per motivi di opportunismo non era molto amata. Solo i rumeni restavano composti, con i loro sorrisini ironici. Sembravano divertiti del fatto che gli altri insistessero nel pensare tutto il meglio possibile dei loro vecchi nemici.
Cominciarono molte discussioni a bassa voce quasi contemporaneamente, ma io mi concentrai soltanto su quella dei rumeni. Forse perché il biondo Vladimir continuava a lanciare occhiate nella mia direzione.
«Spero tantissimo che Alistair abbia ragione» Mormorò Stefan a Vladimir «Comunque vada a finire, si spargerà la voce. È ora che il nostro mondo veda i Volturi per ciò che sono diventati. Non cadranno mai se tutti credono a quell'assurdità secondo cui proteggono il nostro stile di vita»
«Almeno, quando comandavamo noi, siamo stati onesti su quello che eravamo» rispose Vladimir.
Stefan annuì «Non ci siamo mai dati una patina di correttezza e non ci siamo mai definiti dei santi»
«Credo sia giunta l'ora di combattere» disse il biondo «Non pensi che non troveremo mai una forza migliore con cui allearci? Un'altra occasione così buona?»
«Niente è impossibile. Forse un giorno...»
«Sono ben millecinquecento anni che aspettiamo, Stefan. E in tutto questo tempo loro non hanno fatto altro che rafforzarsi» Vladimir fece una pausa e mi guardò di nuovo. Non mostrò alcuna sorpresa nel vedere che anch'io lo stavo osservando. «Se i Volturi vincono questa contesa, ne usciranno ancora più potenti di prima. Ogni conquista aumenta la loro forza. Pensa a cosa potrebbero semplicemente ricavare da quell'umana, diventasse una vampira» fece un cenno verso di me con il mento «E sta scoprendo i suoi talenti solo adesso».
Non l'avevo mai vista sotto questa prospettiva. Era davvero possibile che, se avessimo perso, avrebbero potuto decidermi di trasformarmi per tenermi nella loro Guardia? Non avevo mai sentito di un essere umano che riuscisse a fare quello che facevo io. Se avevo capito un po' di questo strano tipetto di Aro, sembrava una cosa che avrebbe potuto fare.
La sola idea mi dava i brividi.
«E poi c'è quello che sposta la terra» Proseguì Vladimir, facendo un cenno in direzione di Benjamin, che s'irrigidì. Ormai quasi tutti, come me, stavano “origliando” i discorsi dei rumeni. «Ma con i loro gemelli stregati, non hanno nessun bisogno dell'illusionista o del tocco infuocato». Il suo sguardo sfrecciò da Zafrina a Kate.
Ma come parlavano? Usando espressioni tipo “visi pallidi” e “cavalli di ferro”? Ma non erano una cosa tipo dei nobili rumeni?
Stefan guardò Edward «E non gli serve nemmeno quello che legge nel pensiero. Ma ho capito cosa vuoi dire. In effetti, se vincono guadagneranno davvero molto»
«Più di quanto possiamo concedere loro, non trovi?».
Stefan sospirò «Temo di dover concordare con te. E ciò significa che...»
«Che dobbiamo schierarci contro di loro finché c'è ancora speranza»
«Se potessimo anche solo neutralizzarli, o smascherarli...»
«Così, un giorno, saranno altri a completare l'opera»
«E l'affronto che abbiamo subito per tutti questi secoli finalmente sarà vendicato».
Si guardarono negli occhi per un attimo e poi mormorarono all'unisono: «Sembra l'unico modo».
«Quindi ci batteremo» Disse Stefan.
Malgrado si leggessero in loro il dubbio e il conflitto interiore fra istinto di conservazione e brama di vendetta, il sorriso che si scambiarono fu pieno di attesa.
«Ci batteremo» Concordò Vladimir.
Immaginai che fosse un bene: nel caso l'assennato Alistair avesse avuto ragione e lo scontro fosse stato inevitabile altri due combattenti, anche se sembrava che un alito di vento avrebbe potuto farli turbinare via come polverina brillante, erano sempre incredibilmente preziosi nella nostra situazione precaria.
«Ci batteremo anche noi» Disse Tia, con la voce grave ancora più solenne del solito «Secondo noi, i Volturi eccederanno nell'uso della loro autorità. Non abbiamo alcuna intenzione di appartenergli». E con gli occhi indugiò sul suo compagno.
Benjamin sorrise e lanciò uno sguardo ammiccante ai rumeni. Vladimir parve impassibile, mentre Stefan incassò appena la testa tra le spalle, quasi impercettibilmente. «A quanto pare sono una merce molto ricercata. Sembra proprio che mi debba guadagnare il diritto di essere libero»
«Non sarà certo la prima volta che combatto per difendermi dal dominio di un re» disse Garrett in tono canzonatorio. Ce lo vedevo bene, era uno che se le andava a cercare nel vero senso della parola. Chissà quanto era vecchio?
Si avvicinò e diede una pacca sulla schiena a Benjamin ed esclamò: «Evviva la libertà dagli oppressori!».
«Noi stiamo con Carlisle» Disse Tanya «E ci battiamo insieme a lui».
La dichiarazione dei rumeni, a quanto pareva, aveva creato negli altri il bisogno di schierarsi a loro volta. Io non avevo ben capito se aveva senso che anche io dicessi la mia, e nel dubbio avrei lasciato che tutti parlassero prima di me.
«Noi non abbiamo ancora deciso» Disse Peter, il nomade. Abbassò lo sguardo verso la sua minuscola compagna: Charlotte aveva un'espressione insoddisfatta sulle labbra. A quanto pareva, una decisione l'aveva già presa. Immaginai che, dopo queste dichiarazioni di amicizia e d'intenti ed il discorso di Tia, se non voleva farsi avanti molto probabilmente non vedeva l'ora di dare la sua testimonianza e svignarsela.
«Vale anche per me» Disse Randall
«E per me» aggiunse Mary, tornando nel campo dell'esistenza. Erano due gatti di Schrödinger.
«E questa chi cavolo è?» Domandò Seth sbalordito, cercando di tenere la voce abbastanza bassa da non essere scortese. Tra che i Quileute non sanno sussurrare, tra che i vampiri hanno un udito naturalmente sviluppato, la manovra non gli riuscì benissimo a giudicare dall'occhiataccia che la vampira – che sul momento ancora non avevo ricordato chi fosse – gli lanciò.
Seth si schiarì la voce e dichiarò, repentino: «I nostri branchi si batteranno insieme ai Cullen, e a tutti coloro che saranno loro alleati» e aggiunse, con un sorrisino «Non abbiamo paura dei vampiri».
Mi offrì il pugno chiuso e io ci feci cozzare contro il mio ridendo. Sarebbe stato più d'effetto se anche io fossi stata un licantropo, ma era carino da parte sua includermi nel novero dei senza paura.
«Bambini» Borbottò Peter
«Infanti» lo corresse Randall. Seth sorrise sarcastico.
«Anch'io ci sto» Disse Maggie, scrollandosi di dosso la mano di Siobhan che la tratteneva «So che la verità è dalla parte di Carlisle. E non posso ignorarlo».
Siobhan fissò il membro più giovane del suo clan con sguardo preoccupato. «Carlisle» Disse, come se fossero da soli, negando che l'atmosfera di quella riunione fosse stata resa improvvisamente formale da una serie di dichiarazioni inattese «Non voglio che si arrivi ad uno scontro»
«Neanch'io Siobhan. Sai che è l'ultima cosa che vorrei». Abbozzò un sorriso «Forse dovresti concentrarti sul mantenere la pace»
«Sai che non servirà a niente» disse lei.
Davano l'impressione di sottintendere qualcosa, ma era difficile cosa per me, da persona estranea.
«Male non farà» Disse Carlisle con un sorrisetto.
Siobhan alzò gli occhi al cielo. «Devo immaginare il risultato che desidero?» Chiese sarcastica.
Ora Dottor Canino rideva apertamente «Se non ti dispiace»
«Allora, visto che non ci sarà alcuno scontro, non c'è nessun bisogno che il mio clan si schieri apertamente, no?» ribatté l'irlandese. Appoggiò di nuovo la mano sulla spalla di Maggie, attirandola più vicino a sé. Liam, il compagno di Siobhan, restò in silenzio, impassibile.
Quasi tutti nella sala sembravano spiazzati dallo scambio di battute chiaramente giocoso fra Carlisle e Siobhan, ma i due non si persero in spiegazioni.
E fu così che si conclusero i discorsi impegnativi tra vampiri per quella sera. Il gruppo si sparpagliò gradualmente, alcuni uscendo a caccia, altri per ammazzare il tempo con i libri di Carlisle, la televisione o i computer.



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