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venerdì 7 gennaio 2022

La Cattedra del Giocatore - 6. La punizione


«Non avresti potuto uccidere Trevor, Achille» Disse Fyodor, indicando con il mignolo la faccia contratta e immobile del morto «Sono le regole del gioco. Non si possono uccidere gli altri giocatori» .
Il ragazzo imberbe si accarezzò il polso sinistro come se fosse addormentato, poi guardò il tetto.
«Forse» Mormorò «Avresti dovuto fermarmi. Questo è il tuo gioco» .
Fyodor iniziò a ridere. Era un suono rotto e stridente, con note pastose in basso e tintinnanti in alto, una cacofonia terribile nel bagliore dei canini ricurvi dentro la sua bocca aperta.
«Avrei dovuto fermarti? Fermare te dall’uccidere quell’uomo?»
«Non hai fatto nulla» Lo accusò Achille, serio anche se la sua voce sembrava rarefatta, lontana.
Fyodor gli si avvicinò con passi rigidi, sicuri. Il rumore dei tacchi durissimi delle sue scarpe, contro il pavimento tirato a lucido, era come quello degli spari lontani di vecchie pistole Colt.
«Non mi conveniva fermarti» Rivelò «Ma vedi, mio piccolo amico, tu hai firmato un contratto. Un contratto estremamente chiaro: non puoi uccidere altri giocatori. Se uccidi gli altri, hai perso il gioco» .
Achille contrasse la mascella e fu la prima volta che Manuel vide spezzarsi quell’aura di sonnolenza, indifferenza quasi eterea, che circondava il ragazzo; era bastato il movimento di un muscolo a trasformare il volto leggero e semi-divino di Achille in quello di qualunque altro giovane della sua età, scarabocchiato di disappunto e dubbio.
«Ho perso, quindi» Disse il ragazzo, spingendo sul tavolo tutte le fiche «Me ne devo andare?»
«Oh, no. Non te ne vai, no» rispose Fyodor, che lo aveva raggiunto, e che gli mise una mano sulla spalla
«E allora cosa… cosa faccio? Rimango fino alla fine del gioco?» .
Una nota di panico si era formata nella voce di Achille. La sua mano sinistra tremava e di quando in quando scattava appena, come se volesse raggiungere la pistola per sparare ancora.
«Il contratto parlava chiaro, non ti sei fermato a leggerlo?» Gli domandò Fyodor, teatrale.
Manuel sentì un brividino ai polsi e dentro lo stomaco: neanche lui aveva letto il contratto, aveva solo lasciato che la segretaria lo firmasse con il suo sangue.
«Se perdi il gioco. L’intero gioco, intendo...» Continuò Fyodor, stringendo le dita sulla spalla di Achille, increspando la stoffa «… Io mi prendo la tua anima. E tu hai perso il gioco» .
Il ragazzo imberbe afferrò di nuovo la pistola, la estrasse, provò a puntarla, ma Fyodor fermò la sua mano, stringendogli il polso.
«No no no, amico mio, no» L’uomo nero scosse la testa, la voce melliflua che si insinuava come acqua nelle orecchie degli ascoltatori «Hai firmato un contratto. E poiché lo hai firmato, anche se ti uccido nessun mago luminoso potrà venire quaggiù a dirmi che ho rubato una delle loro preziose vite...» .
Di che diavolo sta parlando?” Pensò Manuel Karas
«… E questo significa che, legalmente, tu sei mio adesso. Mio. La tua anima posso mangiarla, il tuo corpo lo posso rivendere ai carnalis...»
I carnalis?”
«… I tuoi vestiti usarli per pulirci le finestre...»
“Quaggiù non ci sono finestre. Io non vedo finestre. Perché non ci sono finestre dannazione? Perché diavolo non ci sono finestre?”
«… E tu non puoi farmi proprio niente. E la polizia non può farmi proprio niente. E chiunque, dal più alto nelle gerarchie angeliche al più vile vigilante luminoso, si deve fare i cazzi suoi mentre ti mangio» .
Achille provò a combattere. Tirò una ginocchiata all’uomo che lo tratteneva, un pugno dritto su una guancia, una testata. Un filo di sangue iniziò a sgorgare dalla fronte pallida del ragazzo, mentre Fyodor, imperturbato, lo guardava con i denti scoperti e gli occhi famelici. Non si era fatto niente.
«Neanche un graffio» Sussurrò Santa, turbata.
Fyodor la guardò, continuando a tenere Achille per un polso mentre il ragazzo lo tempestava di colpi al petto senza riuscire neanche a smuoverlo, quasi stesse colpendo una colonna di cemento rivestita di carne invece che una persona.
«Nessuno di voi può farmi niente» Disse «Io qui rappresento la giustizia. Garantisco che il gioco si svolga in maniera corretta» .
Crack. Achille gridò, i tendini del collo in rilievo sul collo come cordini bianchi tirati di colpo, portandosi la mano libera al braccio. Usando solo le dita, Fyodor gli aveva spezzato il polso.
«Perché? Perché? Perché?» Pianse il giovane, tremando
«Perché perché perché, perché tu hai ammazzato un altro giocatore, no?» rispose di rimando l’uomo nero, afferrando la mascella di Achille con l’altra mano e strizzandogli la faccia.
Il ragazzo gridò di dolore e Fyodor gli piantò la bocca aperta contro la sua, spalancata. Avrebbe potuto sembrare un bacio forzato e molesto, ma l’impressione era di qualcosa di ancora più profondo, intimo e doloroso. Achille sembrava incapace di chiudere la bocca, gemeva di dolore e di paura, provando debolmente a liberarsi, mentre Fyodor lo attirava a sé e lo strangolava, le dita che scavavano nella carne tenera come artigli rapaci.
Eleonora si passò una mano fra i capelli azzurri, si alzò e si girò dall’altra parte, senza dire niente. Sembrava sapere cosa sarebbe successo dopo.
Achille annaspò e scalciò, inspirò dal naso e gridò contro la bocca aperta del suo assalitore, le labbra inesorabilmente premute contro le sue. Poi Fyodor succhiò forte, come quando si mangiano le lumache da dentro il guscio, oppure le ostriche. Gli occhi di Achille si rovesciarono all’indietro mostrando il bianco, le gambe si rilassarono di colpo, la mano libera ricadde di schianto contro il fianco.
Fyodor staccò lentamente le labbra dalla bocca del ragazzo, continuando però a trattenerlo per la mascella; era questa presa che evitava che il corpo di Achille si accasciasse penosamente a terra, come un sacco floscio.
«Cosa gli hai fatto?» Domandò Luna, con il fiato un po’ affannato perché si era dimenticata di respirare
«Gli ho mangiato l’anima» rispose con naturalezza Fyodor, che adesso stava sistemando il corpo vuoto di Achille sulla sedia, mettendolo in posa come se fosse solo addormentato
«È morto?»
«Il suo cervello è morto, sì. Ha ancora energia per qualche battito cardiaco: non sono di quelli che sanno ripulirli bene, fino a dentro. E poi era un’anima bella grossa, per la sua età» .
Che cosa sta dicendo? Che cosa sta dicendo?” Pensò Manuel, confuso di una confusione come non gli era mai capitata. Era come se il suo cervello gli stesse spiegando pedissequamente quello che era successo, ma al contempo lo negasse. Anime mangiate? ANIME MANGIATE? Anime mangiate.
«Quindi poi morirà?» Chiese ancora Luna
«Certo che morirà» si intromise Eleonora, in tono piatto, tornando a sedersi
«Ancora un paio di battiti» assicurò Fyodor «Uno… e… due. Ecco, ora è morto davvero» .
Luna posò la testa sul tavolo, strizzando gli occhi.
«Era uno scemo» Commentò «Non l’ha letto il contratto?»
«Io l’ho letto» Disse Santa, con voce impastata «Ma non mi immaginavo che… che...» .
Le tre donne guardarono in direzione di Manuel, con lo sguardo di chi si aspetta qualcosa, magari un commento intelligente. Manuel, però, stava fissando il corpo morto di Achille, quello ancora caldo, con gli occhi aperti e rovesciati all’indietro.
C’erano due cadaveri nella stanza. Iniziavano a sembrargli un po’ troppi, ecco quello che Manuel avrebbe voluto dire, ma preferì comunque rimanere in silenzio.
Non sapeva se poteva dirlo: non aveva letto il dannato contratto che aveva firmato con il sangue.
«Spero che adesso vi sentiate tutti più al sicuro, sapendo che nessuno di voi può essere ucciso da un altro giocatore e rimanere impunito. Nessuna testa calda vi sparerà» Disse Fyodor, sedendosi di nuovo al suo posto e sorridendo.
La verità, però, era che nessuno si sentiva più al sicuro.

venerdì 10 dicembre 2021

La Cattedra del Giocatore - 5. Le biglie

 
Manuel si sentiva scosso, dalla testa ai piedi. Si era detto che si sarebbe imposto un controllo ferreo, che sarebbe sembrato intoccabile... e ci aveva creduto. Ci aveva creduto perché non aveva niente da perdere, perché si sentiva morto dentro.
E che cosa aveva fatto Fyodor? Gli aveva dato la speranza, qualcosa da perdere. Il demone stava cercando di strappargli via tutto, anche la dignità da sotto i piedi.
«Si sceglie in ordine di età, vi ricordo. Perciò questo gioco tocca ad Achille».
Manuel si sentiva scosso, dalla testa ai piedi. Si era detto che si sarebbe imposto un controllo ferreo, che sarebbe sembrato intoccabile... e ci aveva creduto. Ci aveva creduto perché non aveva niente da perdere, perché si sentiva morto dentro.
E che cosa aveva fatto Fyodor? Gli aveva dato la speranza, qualcosa da perdere. Il demone stava cercando di strappargli via tutto, anche la dignità da sotto i piedi.
«Si sceglie in ordine di età, vi ricordo. Perciò questo gioco tocca ad Achille».
Gli sguardi di tutti si posarono sul ragazzo con la camicia da notte, che con occhi vacui fissava le proprie mani. Achille aveva un volto imberbe di delicatezza sorprendente, con un naso sottile e dalla punta arrotondata, le labbra disegnate, gli occhi grandi e leggermente umidi. Sembrava un quadro.
Manuel, con le dita aggrappate al bordo del tavolo, si chiese perché qualcuno come lui fosse capitato in mezzo a quella brodaglia di persone senza speranza, di stupidi e di bruti, di bastardi e di sfigati. Cosa aveva in comune, lui, con il ragazzo?
Achille raccolse qualcosa sul tavolo, con un rumore vetroso, poi aprì il pugno e lo mostrò: biglie.
«Giocheremo a biglie» Spiegò «Nella variante classica del gioco»
«Illustraci le regole, prego» concesse Fyodor.
Il giovane Achille prese un gessetto e disegnò un grande cerchio sul tavolo, poi iniziò a disporre all'interno del cerchio tante biglie per formare una piccola croce.
«Che schifo è?» Domandò Luna «Achi? Achi, che stai facendo?»
«Preparo il campo» rispose il ragazzo «La partita si svolgerà all'interno di questo cerchio»
«Fai sempre questi giochi scemi»
«No, è interessante» Achille non guardò la ragazzina, rimanendo con le sopracciglia aggrottate mentre finiva di sistemare le piccole sfere «E questo è un gioco che si faceva già nell'Antico Egitto. Funziona così: ognuno di noi sceglierà una biglia. Non di quelle che ci sono nel cerchio, è chiaro, no? Una biglia da tiro. Uno alla volta tireremo la biglia all'interno del cerchio, cercando di buttare fuori le biglie che ci sono all'interno. Ogni biglia che riusciremo a fare uscire risulterà “catturata” e alla fine del gioco varrà un tredicesimo della posta in gioco totale che avremo giocato. Se il giocatore riesce a fare uscire una biglia dal cerchio potrà recuperare la propria e tirare di nuovo, ma se non ci riuscirà dovrà passare il turno al prossimo giocatore. Potenzialmente, se è davvero bravo, il primo giocatore potrebbe vincere l'intera posta in gioco» il ragazzo sorrise, tornando a sedersi al suo posto «Ognuno tirerà da seduto e, ovviamente, la partita terminerà quando tutte le biglie saranno finite fuori dal cerchio».
Capire il gioco era facile: bisogna spingere fuori le biglie tirandone una. La parte difficile era vincere quel maledetto gioco.
«Quanto puntiamo, signori?» Domandò Fyodor, facendosi girare fra le dita una fiche «Io ci metterò tanto quanto il giocatore che punta la somma più alta e darò anche un premio speciale al più bravo, quello che catturerà più biglie, proporzionale alla cifra scommessa dal vincitore stesso. Allora?».
Manuel aveva una buona mira, ma anche l'impressione che il ragazzino, Achille, dovesse essere formidabile a quel gioco. Valeva la pena di mettere in gioco una posta alta, per poi perderla tutta?
Che domanda stupida. Forse non valeva neanche la pena vivere, a chi importava di perdere qualche spiccio?
«Io punto centoquarantamila e cento euro» Disse Manuel, spingendo avanti tutte le fiche che aveva.
C'era una sorta di esaltazione, adesso, che stava montando dentro di lui, come una rivalsa del suo organismo sulla delusione e la depressione che lo avevano colto poco prima. Quando giocava, quando metteva a rischio tutto quello che aveva, si sentiva vivo. Non vivo come quando era stato giovane e innamorato, no, ma in una maniera completamente diversa, una sorta di surrogato artificiale di vita che si nutriva del rischio di perdere tutto, che succhiava dal midollo del dolore e dell'incertezza. Esisto quindi posso perdere. E vincere.
Fyodor sorrise, contando le proprie fiche in fretta, per proporre un mucchietto identico a quello giocato da Manuel.
«Centoquarantamila e cento euro anche io» Disse «Ma se qualcuno propone di più...».
Nessuno propose di più: il gioco era troppo difficile. E Achille, anche se aveva puntato tutto ciò che possedeva, aveva comunque una cifra ridicola fra le mani: cinquecento euro.
La posta totale ammontava a duecentonovanteseimila e cinquecento euro.
«Ogni biglia sul tavolo» Calcolò Fyodor, con tranquillità «Vale ventiduemila e ottocentosette euro. Circa. Non stiamo a fare i puntigliosi... e giochiamo. Ovviamente per primo tira Achille».
I colli di molti si tesero, i busti si stirarono sul tavolo, gli occhi cercarono le mani sottili e pallide del ragazzo in camicia da notte. Solo Eleonora non sembrava minimamente interessata.
Achille prese una biglia e se la mise fra pollice e indice. Era una sfera argentata, decorata con piccole stelle azzurre e traslucide, e Manuel la trovò brutta, più brutta di qualunque biglia lui avesse mai avuto per le mani.
E ne aveva avute, di biglie per le mani. Ne aveva avute così tante che gli bastava pensare alla parola “biglia” per sentire sotto polpastrelli la superficie liscia di quei giocattolini, a volte fredda e altre volte arroventata dal calore delle sue dita di bambino.
Biglie. Le biglie Monster Race, con infilati dentro quei dischetti che recavano stampe di facciacce brutte, creature disegnate male (ma per cui i bambini litigavano e si facevano anche male), le biglie di marmo bianco colorate con strisce di improbabili colori fluo, quelle di vetro trasparente con dentro frange di qualcosa che sembrava dentifricio, quelle mezze trasparenti e mezze opache con dentro foto dei ciclisti, quelle di gomma dura dei calciatori (che finivano sempre malissimo, a volte perse nei fiumiciattoli, a volte sequestrate dalle suore a cui venivano lanciate in testa), quelle che sembravano sassi, grigie, e quelle con sopra spolverate di polvere luccicante (nessuno, a quei tempi, le chiamava “glitterate”, tutt'al più “brillanti”).
E in quel momento, Manuel si accorse che lui era sempre stato molto bravo a biglie, almeno quanto lo era stato a carta sasso forbice. Era bravo a giocare a questi giochi scemi, che non gli erano mai valsi a nulla nella vita... tranne adesso. Adesso davvero ci si giocava tutto.
Achille lanciò la sua biglia, con precisione da cecchino. Due delle biglie della croce rotolarono fuori, spedite come missili dal colpo, e il ragazzo le raccolse e se le infilò in tasca, con tranquillità.
Fyodor rise.
Luna incrociò le braccia sul petto. «Sbaglia il prossimo colpo» Disse «Altrimenti finisce subito, il gioco».
Achille recuperò la propria biglia da lancio, con aria sognante, e tirò di nuovo. Altre due sferette di vetro furono sbalzate fuori dal cerchio. Ancora un altro tiro, ancora un'altra biglia.
«Non vale!» Ruggì Trevor, battendo i pugni sul tavolo «Non vale! Nessuno di noi può giocare!»
«Siediti» gli intimò Fyodor
«NO!» l'uomo vestito da prete scattò in piedi, la faccia arrossata «Non starò a guardare questa... questa...». Non trovava neppure le parole, la sua lingua si annodava, la saliva schiumava agli angoli della sua bocca.
«Siediti!» Ripetè Fyodor, con rabbia «Altrimenti non ti permetterò di giocare».
Clac. Ancora un tiro di Achille, ancora una biglia fuori dal cerchio, accompagnata dagli sguardi preoccupati dei giocatori. Luna sbuffò attraverso il naso, nascondendo la rabbia dietro l'ironia, le sopracciglia sollevate e le mani nascoste sotto le ascelle.
«LO AMMAZZO!» Ringhiò Trevor, la voce da basso che tremava e le mani che si chiudevano a pugno. Era sicuramente squilibrato, questo Trevor, pericoloso e insensato. Irritante.
Manuel spinse un po' indietro la propria sedia, giusto per sicurezza, chiedendosi se avrebbe visto l'uomo vestito da prete che spappolava le labbra al ragazzino delicato con le proprie nocche, se con un pugno gli avrebbe spaccato il naso. Forse, forse sì...
Trevor mise un piede sul tavolo, pronto a saltare su, a disfare il cerchio e atterrare come un falcone sul povero ragazzo.
«Smettila!» Fyodor allungò una mano verso Trevor, ma fu troppo lento.
Bam.
Achille aveva estratto una pistola da sotto la camicia da notte e aveva fatto fuoco dritto in mezzo alla fronte di Trevor. L’uomo in abito talare era crollato all'indietro rovesciando la propria sedia, il corpo che ora giaceva scomposto sul pavimento con l'immancabile pozza rossa scura che si allargava dietro la sua testa. Manuel arricciò il naso: vedeva pezzettini rosa, polposi, in mezzo alla pozzangherina.
Nessuno aveva urlato, nessuno era sembrato terrorizzato o scandalizzato.
Siamo ancora persone?” Si era chiesto Manuel “Perché nessuno ha paura? Perché non abbiamo i brividi, perché non c'è niente nei nostri occhi? Dovremmo gridare, gridare fino a sentire male ai polmoni, e scomporci e scappare”.
«Beh, il nostro prossimo gioco potrebbe essere il tresette col morto» Scherzò Luna, sogghignando.
Era una ragazza così giovane. Quasi una bambina. Però se ne stava lì, il sorrisetto leggerissimo e ironico che aleggiava sul volto, anche se non lontano dai suoi piedi, riverso al suolo, c'era un uomo morto.
«Il tresette col morto si gioca in quattro. Noi siamo di più» Spiegò Eleonora, cupa
«Ma va? Stavo facendo una battuta, nonna» rispose Luna, sollevando la punta del nasino con fare quasi snob.
Fyodor sospirò, mettendo a posto il suo mucchio di fiche, in una formazione diversa, mentre le ragazze iniziavano ad insultarsi e litigare riguardo alle regole del tresette. Achille, dopo aver riposto la pistola di nuovo sotto la camicia da notte, stava finendo di buttare fuori le biglie dal cerchio, con lanci precisi, veloci, come una macchinetta. Clac, clac, clac.
Manuel spostò i piedi per non sporcarsi le scarpe con il sangue che si stava allargando sul pavimento. Si sentiva parte di un quadro surreale e gli piaceva. Gli piaceva di non star dimostrando alcuna umanità, di riuscire a rimanere gelido, disgustato solo dalla parte fisica del delitto (quel sangue, con i pezzettini di materia cerebrale, che inondava il pavimento) e non per le sue implicazioni morali mostruose (la morte di un uomo, che nessuno dei presenti, nemmeno lui, aveva cercato di impedire).
Achille raccolse l’ultima biglia che aveva fatto uscire dal cerchio e si risedette al suo posto. Non c’era gioia sul suo volto imberbe.
«Ho vinto» Disse.
E fu allora che gli altri gridarono: non quando quel ragazzo aveva ucciso un uomo, ma quando aveva preso i loro soldi. Manuel sentiva quelle urla come se avesse le orecchie foderate d’ovatta, confuse e sovrapposte e soffocate. Lontane, come se fosse solo un fantasma e i suoi veri timpani fossero altrove, insieme al suo corpo fisico.
C’era un uomo morto a terra e tutti stavano strillando contro il suo assassino perché aveva vinto un gioco di biglie.
Deglutendo, Manuel si rese conto di aver perso tutti i soldi, fino all’ultimo centesimo. Sapeva di essere bravo a lanciare biglie, ma a cosa gli era servito? A volte, nella vita, non basta essere il migliore se non ti permettono di giocare.
Gli sguardi di tutti si posarono sul ragazzo con la camicia da notte, che con occhi vacui fissava le proprie mani. Achille aveva un volto imberbe di delicatezza sorprendente, con un naso sottile e dalla punta arrotondata, le labbra disegnate, gli occhi grandi e leggermente umidi. Sembrava un quadro.
Manuel, con le dita aggrappate al bordo del tavolo, si chiese perché qualcuno come lui fosse capitato in mezzo a quella brodaglia di persone senza speranza, di stupidi e di bruti, di bastardi e di sfigati. Cosa aveva in comune, lui, con il ragazzo?
Achille raccolse qualcosa sul tavolo, con un rumore vetroso, poi aprì il pugno e lo mostrò: biglie.
«Giocheremo a biglie» Spiegò «Nella variante classica del gioco»
«Illustraci le regole, prego» concesse Fyodor.
Il giovane Achille prese un gessetto e disegnò un grande cerchio sul tavolo, poi iniziò a disporre all'interno del cerchio tante biglie per formare una piccola croce.
«Che schifo è?» Domandò Luna «Achi? Achi, che stai facendo?»
«Preparo il campo» rispose il ragazzo «La partita si svolgerà all'interno di questo cerchio»
«Fai sempre questi giochi scemi»
«No, è interessante» Achille non guardò la ragazzina, rimanendo con le sopracciglia aggrottate mentre finiva di sistemare le piccole sfere «E questo è un gioco che si faceva già nell'Antico Egitto. Funziona così: ognuno di noi sceglierà una biglia. Non di quelle che ci sono nel cerchio, è chiaro, no? Una biglia da tiro. Uno alla volta tireremo la biglia all'interno del cerchio, cercando di buttare fuori le biglie che ci sono all'interno. Ogni biglia che riusciremo a fare uscire risulterà “catturata” e alla fine del gioco varrà un tredicesimo della posta in gioco totale che avremo giocato. Se il giocatore riesce a fare uscire una biglia dal cerchio potrà recuperare la propria e tirare di nuovo, ma se non ci riuscirà dovrà passare il turno al prossimo giocatore. Potenzialmente, se è davvero bravo, il primo giocatore potrebbe vincere l'intera posta in gioco» il ragazzo sorrise, tornando a sedersi al suo posto «Ognuno tirerà da seduto e, ovviamente, la partita terminerà quando tutte le biglie saranno finite fuori dal cerchio».
Capire il gioco era facile: bisogna spingere fuori le biglie tirandone una. La parte difficile era vincere quel maledetto gioco.
«Quanto puntiamo, signori?» Domandò Fyodor, facendosi girare fra le dita una fiche «Io ci metterò tanto quanto il giocatore che punta la somma più alta e darò anche un premio speciale al più bravo, quello che catturerà più biglie, proporzionale alla cifra scommessa dal vincitore stesso. Allora?».
Manuel aveva una buona mira, ma anche l'impressione che il ragazzino, Achille, dovesse essere formidabile a quel gioco. Valeva la pena di mettere in gioco una posta alta, per poi perderla tutta?
Che domanda stupida. Forse non valeva neanche la pena vivere, a chi importava di perdere qualche spiccio?
«Io punto centoquarantamila e cento euro» Disse Manuel, spingendo avanti tutte le fiche che aveva.
C'era una sorta di esaltazione, adesso, che stava montando dentro di lui, come una rivalsa del suo organismo sulla delusione e la depressione che lo avevano colto poco prima. Quando giocava, quando metteva a rischio tutto quello che aveva, si sentiva vivo. Non vivo come quando era stato giovane e innamorato, no, ma in una maniera completamente diversa, una sorta di surrogato artificiale di vita che si nutriva del rischio di perdere tutto, che succhiava dal midollo del dolore e dell'incertezza. Esisto quindi posso perdere. E vincere.
Fyodor sorrise, contando le proprie fiche in fretta, per proporre un mucchietto identico a quello giocato da Manuel.
«Centoquarantamila e cento euro anche io» Disse «Ma se qualcuno propone di più...».
Nessuno propose di più: il gioco era troppo difficile. E Achille, anche se aveva puntato tutto ciò che possedeva, aveva comunque una cifra ridicola fra le mani: cinquecento euro.
La posta totale ammontava a duecentonovanteseimila e cinquecento euro.
«Ogni biglia sul tavolo» Calcolò Fyodor, con tranquillità «Vale ventiduemila e ottocentosette euro. Circa. Non stiamo a fare i puntigliosi... e giochiamo. Ovviamente per primo tira Achille».
I colli di molti si tesero, i busti si stirarono sul tavolo, gli occhi cercarono le mani sottili e pallide del ragazzo in camicia da notte. Solo Eleonora non sembrava minimamente interessata.
Achille prese una biglia e se la mise fra pollice e indice. Era una sfera argentata, decorata con piccole stelle azzurre e traslucide, e Manuel la trovò brutta, più brutta di qualunque biglia lui avesse mai avuto per le mani.
E ne aveva avute, di biglie per le mani. Ne aveva avute così tante che gli bastava pensare alla parola “biglia” per sentire sotto polpastrelli la superficie liscia di quei giocattolini, a volte fredda e altre volte arroventata dal calore delle sue dita di bambino.
Biglie. Le biglie Monster Race, con infilati dentro quei dischetti che recavano stampe di facciacce brutte, creature disegnate male (ma per cui i bambini litigavano e si facevano anche male), le biglie di marmo bianco colorate con strisce di improbabili colori fluo, quelle di vetro trasparente con dentro frange di qualcosa che sembrava dentifricio, quelle mezze trasparenti e mezze opache con dentro foto dei ciclisti, quelle di gomma dura dei calciatori (che finivano sempre malissimo, a volte perse nei fiumiciattoli, a volte sequestrate dalle suore a cui venivano lanciate in testa), quelle che sembravano sassi, grigie, e quelle con sopra spolverate di polvere luccicante (nessuno, a quei tempi, le chiamava “glitterate”, tutt'al più “brillanti”).
E in quel momento, Manuel si accorse che lui era sempre stato molto bravo a biglie, almeno quanto lo era stato a carta sasso forbice. Era bravo a giocare a questi giochi scemi, che non gli erano mai valsi a nulla nella vita... tranne adesso. Adesso davvero ci si giocava tutto.
Achille lanciò la sua biglia, con precisione da cecchino. Due delle biglie della croce rotolarono fuori, spedite come missili dal colpo, e il ragazzo le raccolse e se le infilò in tasca, con tranquillità.
Fyodor rise.
Luna incrociò le braccia sul petto. «Sbaglia il prossimo colpo» Disse «Altrimenti finisce subito, il gioco».
Achille recuperò la propria biglia da lancio, con aria sognante, e tirò di nuovo. Altre due sferette di vetro furono sbalzate fuori dal cerchio. Ancora un altro tiro, ancora un'altra biglia.
«Non vale!» Ruggì Trevor, battendo i pugni sul tavolo «Non vale! Nessuno di noi può giocare!»
«Siediti» gli intimò Fyodor
«NO!» l'uomo vestito da prete scattò in piedi, la faccia arrossata «Non starò a guardare questa... questa...». Non trovava neppure le parole, la sua lingua si annodava, la saliva schiumava agli angoli della sua bocca.
«Siediti!» Ripetè Fyodor, con rabbia «Altrimenti non ti permetterò di giocare».
Clac. Ancora un tiro di Achille, ancora una biglia fuori dal cerchio, accompagnata dagli sguardi preoccupati dei giocatori. Luna sbuffò attraverso il naso, nascondendo la rabbia dietro l'ironia, le sopracciglia sollevate e le mani nascoste sotto le ascelle.
«LO AMMAZZO!» Ringhiò Trevor, la voce da basso che tremava e le mani che si chiudevano a pugno. Era sicuramente squilibrato, questo Trevor, pericoloso e insensato. Irritante.
Manuel spinse un po' indietro la propria sedia, giusto per sicurezza, chiedendosi se avrebbe visto l'uomo vestito da prete che spappolava le labbra al ragazzino delicato con le proprie nocche, se con un pugno gli avrebbe spaccato il naso. Forse, forse sì...
Trevor mise un piede sul tavolo, pronto a saltare su, a disfare il cerchio e atterrare come un falcone sul povero ragazzo.
«Smettila!» Fyodor allungò una mano verso Trevor, ma fu troppo lento.
Bam.
Achille aveva estratto una pistola da sotto la camicia da notte e aveva fatto fuoco dritto in mezzo alla fronte di Trevor. L’uomo in abito talare era crollato all'indietro rovesciando la propria sedia, il corpo che ora giaceva scomposto sul pavimento con l'immancabile pozza rossa scura che si allargava dietro la sua testa. Manuel arricciò il naso: vedeva pezzettini rosa, polposi, in mezzo alla pozzangherina.
Nessuno aveva urlato, nessuno era sembrato terrorizzato o scandalizzato.
Siamo ancora persone?” Si era chiesto Manuel “Perché nessuno ha paura? Perché non abbiamo i brividi, perché non c'è niente nei nostri occhi? Dovremmo gridare, gridare fino a sentire male ai polmoni, e scomporci e scappare”.
«Beh, il nostro prossimo gioco potrebbe essere il tresette col morto» Scherzò Luna, sogghignando.
Era una ragazza così giovane. Quasi una bambina. Però se ne stava lì, il sorrisetto leggerissimo e ironico che aleggiava sul volto, anche se non lontano dai suoi piedi, riverso al suolo, c'era un uomo morto.
«Il tresette col morto si gioca in quattro. Noi siamo di più» Spiegò Eleonora, cupa
«Ma va? Stavo facendo una battuta, nonna» rispose Luna, sollevando la punta del nasino con fare quasi snob.
Fyodor sospirò, mettendo a posto il suo mucchio di fiche, in una formazione diversa, mentre le ragazze iniziavano ad insultarsi e litigare riguardo alle regole del tresette. Achille, dopo aver riposto la pistola di nuovo sotto la camicia da notte, stava finendo di buttare fuori le biglie dal cerchio, con lanci precisi, veloci, come una macchinetta. Clac, clac, clac.
Manuel spostò i piedi per non sporcarsi le scarpe con il sangue che si stava allargando sul pavimento. Si sentiva parte di un quadro surreale e gli piaceva. Gli piaceva di non star dimostrando alcuna umanità, di riuscire a rimanere gelido, disgustato solo dalla parte fisica del delitto (quel sangue, con i pezzettini di materia cerebrale, che inondava il pavimento) e non per le sue implicazioni morali mostruose (la morte di un uomo, che nessuno dei presenti, nemmeno lui, aveva cercato di impedire).
Achille raccolse l’ultima biglia che aveva fatto uscire dal cerchio e si risedette al suo posto. Non c’era gioia sul suo volto imberbe.
«Ho vinto» Disse.
E fu allora che gli altri gridarono: non quando quel ragazzo aveva ucciso un uomo, ma quando aveva preso i loro soldi. Manuel sentiva quelle urla come se avesse le orecchie foderate d’ovatta, confuse e sovrapposte e soffocate. Lontane, come se fosse solo un fantasma e i suoi veri timpani fossero altrove, insieme al suo corpo fisico.
C’era un uomo morto a terra e tutti stavano strillando contro il suo assassino perché aveva vinto un gioco di biglie.
Deglutendo, Manuel si rese conto di aver perso tutti i soldi, fino all’ultimo centesimo. Sapeva di essere bravo a lanciare biglie, ma a cosa gli era servito? A volte, nella vita, non basta essere il migliore se non ti permettono di giocare.
 

mercoledì 24 novembre 2021

La Cattedra del Giocatore - 4. La moglie

<PRECEDENTE (3. Carta sasso forbice)


Fyodor e Manuel. Manuel e Fyodor. Seduti allo spigolo di un tavolo, con il gomito poggiato fra pile di gettoni di plastica, a guardarsi in faccia come se fossero i protagonisti di chissà che cosa.
Erano pittoreschi, Manuel e Fyodor, un rocker con i capelli lunghi che inizia a diventare anziano e un giovane truffatore dalla faccia nera come il carbone e il sorriso di chi ha fatto uno spot per il dentifricio da mandare in televisione all'Inferno.
«Allora, giochi con me?» Domandò Fyodor. 


 

Manuel guardò con la coda dell'occhio Eleonora, che non si muoveva, come una statua di sale dagli occhi vuoti, e si chiese come mai non ci fosse arrivata lei, a giocare con Fyodor. Non poteva essere lei, la protagonista di questa cosa? Perché non c'era lei, a guardare negli occhi il truffatore?
Un pensiero stupido, ramingo, senza senso ora che c'era da giocare contro il capo per ottenere qualcuno di quegli scintillanti pezzettini di plastica dal valore inestimabile.
«Cosa puntiamo?» Domandò Fyodor, tranquillo «Hai una proposta?»
«Quelle viola» disse Manuel, indicano le fiche in cima alla pila «Quanto valgono?»
«Oh, ne vuoi una?»
«Quanto valgono?»
«Se vuoi te la regalo».
Fyodor sollevò uno dei dischetti dal mucchio e lo posò, con un gesto teatrale, di fronte a Manuel, che abbassò lo sguardo e lesse la scritta impressa in sottilissimi caratteri argentati prima di sbiancare come un fantasma.
«Davvero?» Domandò il rocker
«Davvero» Fyodor serrò le labbra «Che ne pensi? Potresti prendere quella fiche e andare via. Penso ci sia tutto, no?».
Manuel prese il dischetto fra le dita tremanti e lo sollevò, guardandolo da più angolature per capire se aveva letto bene. 1000000000. Un miliardo di euro. Come ce lo si portava a casa, un miliardo di euro? Non ci entrava mica in una macchina o in una carriola o... come? Come ce lo si portava a casa? Erano più soldi di quanti Manuel riuscisse ad immaginare. Mille milioni di euro e Manuel si sarebbe sorpreso anche se fosse stato un milione solo.
«Vai a casa, Manuel» Sorrise Fyodor «Prendi il regalo che ti ho fatto e vattene».
Manuel, con la gola secca, si irrigidì. C'era qualcosa che non andava in tutto questo... l'obiettivo. Manuel non era lì per vincere denaro. Forse era lì per perderlo, certo, ed era per questo che aveva venduto tutto, ma aveva accettato di unirsi a quel gruppo di giocatori per vincere qualcosa di molto più prezioso del denaro.
Certo, un miliardo di euro erano comunque tanti... e forse con quelle ci si poteva comprare qualsiasi cosa. Ma Manuel era intorpidito adesso, titubante, e voleva quello che era suo.
«Gioco duecento euro» Disse
«Punti così poco?» Domandò Fyodor, con gli occhi fintamente tristi
«Mi hai già regalato abbastanza denaro»
«E tu sei qui per questo? Per il denaro?».
L'uomo nero alzò una fiche, prendendola dalla base del disordinato mucchio. Il dischetto era color carne, più piccolo degli altri, e stampato su di esso c'era una fotografia in bianco e nero del volto di una donna. Manuel non batté neppure le palpebre, ma il suo cuore spezzato sobbalzò per un istante, dolorosamente, impietosamente, come nell'ultimo spasmo di una creatura ormai morta.
«Mia moglie» Disse
«La tua ex-moglie» lo corresse Fyodor, facendosi girare la fiche fra le dita «Ora è sposata con Franco, quel gran bell'uomo di Franco, con la sua villa, la sua Lamborghini e i suoi cani dalmata e il suo abbonamento a Sky e il suo lavoro per una di quelle aziende che non si capisce mai bene cosa fanno, ma che spostano tanti, tantissimi soldi... la rivuoi, Manuel?» «Mia moglie. Certo, certo che la rivoglio»
«Perché non te la sei mai ripresa?»
«Cosa avrei dovuto fare?» la voce di Manuel scese ad un sussurro «Lei ha scelto liberamente. Non posso certo...»
«Sei sicuro che lei abbia scelto liberamente?» insinuò Fyodor «Oppure è che lui le ha dato un'opportunità in più, un'opportunità che tu, fallito, non potevi darle? Franco poteva farle vivere il suo sogno. E poteva far studiare vostro figlio in un'università prestigiosa, pagargli i corsi extra, comprargli la macchina. Alla fine, lei ha scelto i suoi soldi, non lui. Ma hai ragione, è stata una libera scelta».
Le parole di Fyodor strisciarono come serpenti moribondi sulla pelle di Manuel, che rabbrividì.
«Ma io posso ridartela» Continuò l'uomo nero «Posso convincerla a tornare con te. E visti tutti i soldi che ti ho dato, lei con te ci rimarrebbe pure, no? Devi solo vincerla» batté la fiche color carne sul tavolo «Ma questa la giocherò una volta sola. Se perdi la distruggerò e tu non potrai mai più riavere tua moglie. Per te va bene?»
«Va bene» disse Manuel.
Ecco, ecco perché era lì. Non per i soldi, ma per rimettere insieme la sua famiglia, la sua vita. I soldi gli sarebbero stati utili, questo era certo, ma non sarebbero mai bastati, da soli, a fermarlo quella volta in cui... in cui...
«Se io punto tua moglie» Continuò Fyodor «Tu devi puntare il miliardo che ti ho dato. Va bene? Una persona vale tanto, no?»
«Certo».
A Manuel la fiche viola sembrò leggerissima, come l'ala strappata di una farfalla, mentre la spingeva di nuovo verso Fyodor. Un miliardo di euro, una cifra per cui c'era gente che aveva mentito, mutilato, ingannato, ucciso, la stessa cifra che per lui, senza la sua famiglia, non significava niente.
«Ca-rta sa-sso fo-rbi-ce».
Fyodor buttò sasso, Manuel carta.
«Un punto per te» Disse il nero, sempre con un sorriso smagliante.
Manuel si asciugò la mano sudata sui pantaloni. L'emozione stava per sopraffarlo, il nervosismo, la paura di perdere, l'euforia della vittoria si mescolavano in un cocktail alla droga che lo inebriava e lo deprimeva. Doveva vincere anche il secondo punto, gli serviva solo quello e se avesse vinto...
«Ca-rta sa-sso fo-rbi-ce».
Fyodor buttò sasso, Manuel forbice.
«Un punto per me» Disse il nero, soffiandosi sul pugno chiuso.
Manuel si sentì stringere alle gambe, il respiro improvvisamente mozzo, la testa che gli girava, le dita formicolanti. Non aveva vinto, ma non aveva ancora neanche perso, e se ne stava lì, a galleggiare in un limbo di sofferenza e a immaginare tutto quello che avrebbe potuto essere o non essere. È
Come avrebbe fatto Fyodor a riconquistare sua moglie per lui? Una cosa del genere davvero era possibile? E alla fine, gliene importava poi molto, di come quel bastardo avrebbe potuto riportargli la donna che lui amava, che aveva amato, che non aveva mai smesso di amare?
«Il tuo problema» Disse Fyodor, stendendo il pugno chiuso davanti a sé «È che ti attacchi alla speranza. Se c'è una cosa importante che puoi vincere, tu ti spaventi all'idea di perderla. Guardati! Guardati Manuel, patetico omuncolo che non sei altro!».
Non c'era disprezzo nella voce di Fyodor, era sempre la stessa, allegra, insinuante. Le sue parole, però, tagliavano come rasoi.
«Guarda come ti sudano le mani, che te le devi asciugare addosso e poi sei tutto bagnato, appiccicoso schifoso. E i tuoi occhi, che erano così... oscuri... ora c'è dentro, ping! Una fiammellina, che si è accesa quando ti ho detto che la cosa che potevi vincere non erano solo i soldi. Guardati! Tutto tremante dalla testa ai piedi...»
«Non sto tremando!» esclamò Manuel, indignato, e la sua voce tremò palesemente.
L'uomo si guardò, le sue scarpe oscillavano appena, le sue gambe non riuscivano a stare perfettamente immobili. Fremeva, era vero, di eccitazione e rabbia, sperando in quell'ultimo punto che gli avrebbe permesso di rivedere sua moglie.
«Giochiamo, Manuel» Concluse Fyodor «Perché tanto, comunque, messo così non puoi vincere».
Una rabbia oscura, pulsante, si fece spazio fra le altre emozioni, piantandosi nel miasma nero della paura che riempiva il petto di Manuel.
«Ca-rta sa-sso fo-rbi-ce».
Ma Fyodor aveva avuto ragione: Manuel, per variare, aveva fatto il segno del sasso, mentre Fyodor, in qualche modo previdente, aveva aperto la mano per simboleggiare la carta.
«Molto bene, ho vinto» Disse l'uomo nero, rimettendo la fiche viola da un miliardo nel suo mucchio «E ora perdi per sempre e definitivamente la tua ex-moglie. Farò in modo che tu non possa vederla in faccia mai più».
Si lanciò il dischetto color carne in bocca e lo masticò, come una caramella, prima di deglutirlo platealmente. Il rumore dei suoi denti che frantumavano l'oggetto si impiantò nel cervello di Manuel, scavando nella polpa della sua rabbia e della sua paura.
«Co-cosa vuol dire che farai in modo che, che io non possa...» Iniziò a sussurrare Manuel, concitato
«Esattamente quello che ho detto. Su, Manuel, si passa al prossimo gioco. In questo, io non ti devo nulla».


sabato 13 novembre 2021

La Cattedra del Giocatore - 3. Carta sasso forbice

 
 «Per chi di voi non conoscesse le regole, esse sono semplicissime» Spiegò Fyodor, allungando le mani davanti a sé dopo aver sollevato un po' le maniche della camicia viola.
Aveva le unghie bianche, quasi madreperlacee, che contrastavano con le dita color liquirizia.
«Bisognerà dire “carta sasso forbice”, cantilenandolo con questo ritmo. Ricordatevelo, “ca-rta sa-sso fo-rbi-ce”. D'accordo? Alla fine della cantilena, la vostra mano dovrà aprirsi e mostrare una delle tre posizioni possibili nel gioco, ovvero carta» e mostrò la mano aperta, con le dita ben distese e vicine tra loro «Sasso» un pugno «Forbice» indice e medio alzati ad imitare le due lame della forbice «Il sasso sconfigge la forbice, piegandola, ma perde contro la carta, da cui è avvolto. La carta quindi sconfigge il sasso, ma perde contro la forbice, da cui è tagliata. La forbice vince contro la carta, tagliandola, ma perde contro il sasso, che la spezza. Tutto chiaro?».
La maggior parte dei presenti annuirono, Luna rise. Ovviamente tutti conoscevano le regole di quel semplicissimo gioco da bambini.
«Bene. Ogni giocatore punterà una posta uguale o equivalente rispetto al proprio compagno di coppia. Mettetevi d'accordo fra voi. Tre sole partite, chi vince due su tre prende l'intera somma. Poi i vincitori si sfideranno fra loro. Alla fine, uno solo di voi vincerà l'intero malloppo. Tutto chiaro?»
«No» borbottò Trevor
«Facciamo finta che ci sfidiamo io e te» suppose Fyodor, smettendo di sorridere «Prova, su. Ca-rta sa-sso fo-rbi-ce. Ecco!».
Trevor aveva buttato forbice, Fyodor carta.
«Ho vinto, in teoria?» Domandò l'uomo vestito da prete
«Sì, hai vinto la partita. Ma per prendere quello che io e te abbiamo scommesso devi vincere altre due volte. Adesso è chiaro?»
«Un poco... e se perdo?»
«Perdi i soldi e sei fuori dal primo gioco. Niente di che, puoi ri-giocare al secondo, tranquillo. Ora è tutto chiaro?»
«Sì»
«Bene. Allora estraggo le coppie».
L'uomo nero infilò una mano nel portapenne a forma di teschio, mescolò con furia i bigliettini e ne estrasse due, tenendone uno fra pollice e indice e l'altro fra medio e anulare. Li aprì sul tavolo e li lesse.
«Trevor e Luna, prima coppia!».
Ancora un'estrazione, due bigliettini alla volta. Manuel si masticò un po' l'interno della guancia, nervoso: tutte le persone così abili con le dita erano sempre riuscite a fregarlo, sembrava che ci fosse una correlazione genetica fra la prestidigitazione e l'essere dei disgustosi truffatori senza scrupoli.
«Manuel e Eleonora, seconda coppia!».
La donna dai capelli azzurri posò gli occhi su Manuel. Aveva l'aria di qualcuno che è seccato anche solo dal proprio respiro.
«Achille e Santa, terza coppia!».
Il ragazzo con la camicia da notte trasalì e i suoi occhi guizzarono verso la ragazza dai capelli rosa. Sembrava spaventato.
«Rimane fuori solo... io. Solo io rimango fuori» Fyodor si strinse nelle spalle «E vabbé, il migliore di voi sfiderà me».
Manuel serrò la mascella: era fin troppo palese che quel tizio aveva segnato il proprio bigliettino per evitare di estrarlo, assicurandosi così di partecipare solo alla “finale” di quella manche, in modo da minimizzare le possibilità di perdere. Però non disse niente, limitandosi a voltarsi verso la sua compagna.
«Cosa ci giochiamo, Eleonora?» Le chiese
«Tutto» rispose lei, rovesciando sul tavolo tutte le fiche che possedeva
«A quanto ammonta il tuo...»
«Novantamila e cento euro»
«Io non ce li ho tutti questi soldi»
«Non me ne importa. Punta tutto quello che hai».
Manuel mise tutte le fiche sul tavolo. Gli si strinse lo stomaco: quella donna era pazza, come le era venuto in mente di puntare tutto sul primo gioco? E perché, perché lui la stava assecondando?
Puntare tutto subito, perdere tutto subito... non aveva senso. Non stava neanche giocando contro Fyodor, ed era solo per confrontarsi con lui che era arrivato fin lì, che aveva venduto tutto ciò che possedeva.
Chiuse gli occhi per un istante e la sagoma polverosa del suo vecchio giradischi, stagliata contro il muro giallo della veranda, riempì la sua visuale. Riaprì gli occhi.
«Perché vuoi perdere tutto?» Domandò lui, sistemando ordinatamente i propri gettoni di plastica in pile dello stesso colore
«Io voglio vincere tutto» rispose Eleonora, a denti stretti
«Ma se perdi...»
«Sono fortunata»
«E allora perché sei qui, se sei così fortunata?».
Eleonora batté le palpebre, leggermente sorpresa, ma non disse niente. Sollevò il pugno chiuso, cercando di invogliare Manuel ad iniziare la partita.
«Perché sei qui?» Ripeté lui, serio
«Perché tu sei qui?» gli domandò indietro Eleonora, seccata
«Perché al contrario di te sono sfortunato. Sono sfortunato da tutta la vita. E ho perso tutto»
«Gioca»
«Ma perderò...»
«Gioca o ti spacco la testa».
Manuel sorrise da sotto i baffi. «Che caratterino!» Commentò, alzando il pugno chiuso «Giochiamo, se hai così tanta fretta. Io non ne ho affatto»
«Forza. Uno, due...»
«Ca-rta sa-sso fo-rbi-ce» Dissero i due sfidanti, contemporaneamente.
Eleonora aprì il pugno: carta. Manuel aprì il pugno: sasso.
«Te l'ho detto» Borbottò Eleonora «Sono fortunata»
«Non sembri contenta» commentò l'uomo, deglutendo e sfregandosi il palmo della mano «Io sarei contento di vincere»
«Forza. Ca-rta sa-sso...»
«No. Aspetta, no. Dimmi perché, prima. Stai per eliminarmi dal gioco, prendendo tutto quello che ho, prima di essere rovinato mi piacerebbe sapere perché lo stai facendo»
«Non ti eliminerò dal gioco. Dopo che avrai finito tutti i soldi potrai comunque giocarti altre cose»
«Cosa vuoi dire?»
«Ci sono gettoni supplementari. Puoi giocarti un rene, per esempio. Oppure gli occhi. Oppure favori sessuali, cose così... anche se perdi tutto il denaro in una sola manche, puoi comunque giocare alla prossima. Sei fuori solo da questa, ma alla prossima torni in gioco, solo senza soldi».
Eleonora parlava con amarezza, ma anche con la sicurezza consumata di chi aveva percorso questo sentiero decine e decine di volte. Quanto spesso metteva in gioco parti di sé stessa? Manuel percorse il poco corpo visibile di lei con gli occhi, alla ricerca di cicatrici... di certo i bulbi oculari di lei sembravano normali. Cos'è che aveva perso? Un rene? O magari l'onore, la dignità? Aveva la faccia di qualcuno che sì, forse aveva perso persino la voglia di vivere. L'anima. O magari non aveva perso mai: stava puntando più di novantamila euro e se aveva tutti quei soldi da scommettere su carta sasso forbice, forse non aveva mai avuto bisogno di dar via i propri organi.
«Sei fortunata» Mormorò Manuel, alzando il pugno «Ca-rta sa-sso for-bi-ce».
Manuel buttò carta, Eleonora sasso. L'uomo si aggrappò al bordo del tavolo, un'espressione di trionfo sul viso.
«Stiamo uno ad uno» Disse «Forse anche io ho un briciolo di fortuna, non credi?».
Eleonora alzò il pugno chiuso, determinata. Manuel aveva già visto quella determinazione, in una situazione che da un lato somigliava incredibilmente a questa, e dall'altra sembrava lontana migliaia di anni luce. Era stato un bambino, a quel tempo. Manuel non ricordava con nostalgia la sua infanzia, non gli richiamava alla mente innocenza e spensieratezza, leggerezza e amore. Manuel non vedeva i propri ricordi ammantati di luce, non sentiva odore di latte, non vedeva i capelli di sua madre aureolati di luce, non sentiva la voce rassicurante di suo padre... la sua infanzia, lui la ricordava come una battaglia.
Si ricordava gli stivaletti di gomma solidamente piantati nel fango, mentre cercava di non farsi strappare un giocattolo dalle mani di un altro bambino, piatti di zuppa o di patate mangiati di fretta, cassettine musicali registrate di nascosto e tenute altrettanto nascostamente in scatole di cartone sotto il letto o dietro i libri, corse lunghissime nei prati fradici d'acqua all'inseguimento di nemici reali o immaginari, il cielo grigio come un sudario che prometteva di inzupparlo di pioggia al più presto.
E ricordava, con la chiarezza di un'immagine vista appena in uno specchio, una partita a carta sasso forbice. Il suo avversario era un ragazzo più grosso di lui, con una testa taurina e i capelli biondi pettinati all'indietro. Gianfranco Maritozzi, detto il Bue d'Oro, e no, non era mai stato un complimento.
«Ca-rta sa-sso fo-rbi-ce» Avevano cantilenato i due bambini, rannicchiati sotto una tettoia di lamiera, in attesa che la pioggia passasse.
Manuel aveva buttato carta, Gianfranco sasso. Quando aveva perso, il Bue d'Oro si era arrabbiato, ma aveva anche insistito per giocare di nuovo. Sul suo muso da ruminante era dipinta una determinazione cieca, quella di chi pensa di essere fortunatissimo e che basterà buttare di nuovo lo stesso simbolo, di nuovo sasso, per vincere contro un avversario che invece avrebbe cambiato simbolo.
La stessa determinazione, su un volto completamente diverso, era quella di Eleonora. Manuel sapeva esattamente cosa stava per succedere: lei avrebbe di nuovo calato il pugno e lo avrebbe fatto rimanere chiuso. “Sasso”. Ci si giocava tutto su un'intuizione, sulla fugace idea che una donna con i capelli azzurri si sarebbe comportata come un ragazzino stupido incontrato quella che sembrava una vita prima.
Manuel prese un profondo respiro.
«Ca-rta sa-sso fo-rbi-ce».
Lui distese le dita, mimando la carta. Lei le tenne chiuse, un pugno duro, impietoso: sasso. Manuel sorrise, le punte arricciate dei baffi grigio-bianchi che curvavano in alto, anche se gli occhi rimasero freddi.
«Sembra che io sia più fortunato di te» Disse.
Eleonora non disse nulla, si limitò a spingere il mucchio disordinato di fiche verso Manuel e poi incrociare le braccia con l'aria di chi aveva dovuto subire l'ennesima ingiustizia ma non aveva alcuna intenzione di porvi rimedio. Manuel iniziò a mettere a posto i dischetti, separandoli per colore, impilandoli sopra ai propri. Soldi, soldi. Quei dannati pezzetti di plastica glitterata rappresentavano una quantità di denaro eccezionale, superiore a tutto quello che era riuscito a raggranellare vendendo ogni oggetto in suo possesso. Bastavano per ritirarsi adesso? Gli altri lo avrebbero lasciato andare via dopo aver vinto tutti quei soldi? Manuel si guardò intorno: la maggior parte dei giocatori avevano già finito la loro partita e i perdenti stavano cedendo, imbronciati, le fiche che avevano scommesso.
Fyodor sogghignava, sfregandosi piano le unghie pallide. Sotto alla capannuccia formata dai suoi avambracci, fra i gomiti poggiati sul tavolo, si ammucchiavano centinaia di fiche giallo brillante, ognuna delle quali valeva simbolicamente diecimila euro. Alcune decine di dischetti violacei, di cui non era stato palesato il valore ma che sembravano particolarmente preziosi, stavano in cima al mucchio, mandando bagliori rosati. “Voglio sfidarlo” Pensò Manuel, con un brivido “Oh, voglio sfidarlo, quel maledetto...”.
Non era solo perché desiderava avere più denaro, no: era perché gli sembrava ingiusto che qualcuno potesse tenere sul tavolo una tale somma e sogghignare, guardando tutta la povera gente disgraziata che si sfidava in un gioco per bambini pur di ottenere una piccola parte di quella ricchezza. Fyodor lo guardò, sorridendogli con quei denti che sembravano capaci di masticargli l'anima.
«Bravo, Manuel» Gli disse, notando il gruzzoletto di fiche che si era accumulato di fronte a lui e la sparizione di tutte quelle di Eleonora «Cominci davvero bene».
Ad essere usciti trionfanti da quella prima manche erano stati Trevor e Santa, oltre ovviamente a Manuel. Trevor aveva guadagnato solo duecento euro (tanto era quello che si era deciso a puntare su un gioco che, a sua detta, non si poteva affrontare con l'intelligenza), mentre Santa aveva arricchito il suo gruzzolo di oltre quarantamila euro. Manuel, sorpreso, scoprì di essere quello che aveva guadagnato di più.
«Estraiamo un po' le coppie finali...» Disse Fyodor, rimettendo nel portapenne solo i nomi di chi aveva vinto.
Manuel deglutì, si disse che non aveva niente da perdere e parlò.
«Posso lasciare il gioco?» Domandò, alzandosi in piedi.
Tutti lo guardarono, la maggior parte con sguardi seccati, come se avessero visto uno scolaretto stupido che manca di rispetto ad un professore ben voluto. Fyodor, però, continuava a sorridere.
«Potete lasciare il gioco in qualsiasi momento fra una manche e l'altra» Rispose, scandendo bene le parole «Quindi se vuoi puoi prendere i tuoi soldi e andartene. Ti basterà portare le fiche al banco di registrazione per fartele cambiare in banconote o lingotti d'oro e andar via, non hai bisogno di dare spiegazioni».
Manuel si sedette di nuovo, circospetto. Non si aspettava minimamente quella risposta: l'aspetto diabolico di Fyodor, le sue parole, quel posto strano gli avevano dato l'impressione di una trappola mortale, non di un gioco che potesse realmente essere divertente. Non aveva alcun senso! Perché organizzare qualcosa del genere, qualcosa in cui chiunque potrebbe andarsene tranquillamente dopo aver vinto tutti quei soldi?
«Come ci si porta via le fiche?» Domandò ancora, indicando il mucchio di gettoni di plastica «Non mi entrano in tasca»
«Lì» Fyodor indicò distrattamente una serie di borse di tela attaccate ad un grosso gancio nero «Prendi una di quella, la riempi ed esci. Ciao ciao!».
Manuel abbassò lo sguardo sulle fiche e deglutì: erano una bella quantità di denaro quei centoquarantamila e cento euro, abbastanza per comprarsi una casetta in una località rurale, per provare a ricominciare lavorando onestamente. Si alzò per andare a prendere una delle borse di tela.
«Le coppie!» Esclamò Fyodor, teatrale e usando un buffo accento britannico «Trevor e Santa! E se Manuel fosse rimasto a giocare... contro di me! Ma sta per andarsene, il nostro cowboy, quindi...».
Manuel si fermò, la sua mano, che aveva appena sfiorato la borsa, si ritrasse come se avesse toccato una fiamma viva. Perché era venuto fin lì? Di certo non per portarsi a casa centoquarantamila miserissimi e sporchi euro: Fyodor gli aveva promesso qualcosa di completamente diverso. Non era lì per i soldi eppure stava per andarsene solo con quelli, che razza di stupidaggine! Girò sui tacchi degli stivaletti e tornò a sedersi al suo posto.
«Io gioco» Disse, secco. Voleva intensamente tenere in mano una di quelle fiche di colore diverso, anche solo per capirne il valore... un milione di euro? Un miliardo? O magari era la valuta che simboleggiava il prezzo di un'anima?
 

martedì 2 novembre 2021

La Cattedra del Giocatore - 2. Il tavolo da gioco


L'interno della sala era nero e oro, elegante come la carta di un cioccolatino costoso, e sarebbe parso realmente raffinato se non fosse stato illuminato da un guazzabuglio di luci al neon, metà verdi e metà fucsia.
L'aria puzzava di fumo e di un deodorante al pino così penetrante da far pensare che fosse stato usato per coprire l'odore di qualcosa di disgustoso. Alcune statue a forma di sfinge, dorate, fissavano i giocatori con occhi rossi e traslucidi, sfaccettati, che sembravano fatti di rubini.
Manuel Karas avanzò verso il tavolo più grande, al centro della sala, che era tutto ingombro di ogni sorta di oggetti colorati. Foglietti, penne, dadi di strana foggia, carte da gioco, tessere, palline e monete che sembravano uscite dal tesoro di un pirata fittizio scintillavano sotto i neon in un modo irreale, quasi fossero parte della grafica di un videogioco e non cose vere, tangibili. Intorno al tavolo sedevano sei persone: due donne dai capelli vivacemente colorati, rispettivamente rosa e blu, un uomo vestito da prete, una ragazzina che non poteva avere più di sedici anni e che stava masticando del tabacco, un ragazzo dall'aria delicata che indossava una camicia da notte e infine lui, l'organizzatore del gioco, quello che aveva parlato... era lui, lui, il motivo per cui Manuel si trovava lì.
Aveva la pelle scurissima, di un marrone grigiastro che era quasi nero, e i capelli raccolti in una coda cespugliosa. Nonostante il colore della sua pelle, lui non aveva lineamenti da africano, ma un naso sottile, adunco, gli occhi piccoli, due perle lucenti e stranamente pallide, che splendevano sempre come se fossero fiocamente retroilluminate. Il suo sorriso, poi, era tutto denti e con due canini leggermente ricurvi, da animale.
Manuel si sedette accanto a lui, senza dire niente.
«Quanti soldi hai portato?» Domandò lui
«Cinquantamila euro» rispose Manuel, lapidario
«Avevi detto di non possedere più nulla... che spreco, giocarti l'anima quando puoi ancora rialzarti...»
«Ho venduto tutto e lo sai benissimo. Non ho più una casa, né un'automobile. Non ho niente, tranne questi soldi»
«Hai venduto anche i dischi di Nick Cave?».
Manuel trasalì: non aveva mai rivelato a quell'uomo di possederli.
«Sì» Rispose però.
La donna con i capelli rosa diede una corta risata roca. Indossava una maglietta dei System of a Down, strappata sul petto, che lasciava intravedere un reggiseno rosso fuoco.
«E i dischi dei Verdena?» Chiese ancora lui
«Sì» Manuel annuì, sentendo qualcosa che gli si stringeva intorno al cuore
«E i CCCP?»
«Sì» un altro colpo, una fitta al petto
«Anche quello di Rancore, quello che ti aveva regalato tuo figlio?»
«Sì. Sì, anche quello».
Un dolore terribile, che gli fece serrare i pugni nascosti sotto al tavolo. Ecco cos'era quella sofferenza: la realizzazione, sempre più acuta, di tutto quello che aveva perso. Per sempre. Senza un passato e forse senza un futuro, pronto a giocarsi l'anima e quel tavolo.
«Ora ci siamo tutti» Disse l'uomo nero, con il suo sorriso tutto denti, bianco fra le labbra nere «Possiamo presentarci, no?».
La donna con i capelli rosa fece un'altra risatina. Quasi tutti mossero gli occhi verso di lei, discretamente, quasi con paura: lei era l'unica a sembrare felice, mentre gli altri erano tetri, distrutti.
«In senso antiorario, forza! A partire dalla mia sinistra» L'uomo nero aprì il palmo e indicò Manuel.
L'uomo prese un profondo respiro e mise le mani sul tavolo. Non erano più serrate, non stavano tremando: tutto a posto.
«Mi chiamo Manuel» Disse, con voce chiara «Sono un archeologo»
«Ciao sexy!» esclamò la ragazza con i capelli rosa.
Manuel deglutì: non se la sentiva di rispondere, di dire niente di più. Non aveva detto “un ex-archeologo”, non voleva essere compatito, voleva solo morire.
«Io sono Achille» Disse il ragazzo con la camicia da notte «Studente di architettura. Sono qui per aiutare la mia famiglia: non abbiamo più nulla»
«Mi chiamo Luna» si presentò la ragazza che masticava tabacco, con una vocina da bimba piccolissima «E non faccio niente nella vita. Non sono una sfigata: sono qui perché voglio esserci»
«Io sono Trevor» disse l'uomo vestito da prete, il vocione da basso che stonava con il volto scarno e pulito
«Eleonora» si presentò la donna con i capelli azzurri, laconica
«Santa!» quasi urlò quella con i capelli rosa, agitando le dita
«E infine io!» Esclamò l'uomo nero, allargando le braccia «Fyodor! E avrei anche un cognome, ma visto che nessuno di voi ha deciso di condividerlo, non vedo perché dovrei farlo io. Anche se vi conosco tutti, eh».
Il suo sguardo passò su tutti i presenti, lo stesso brillare morto nello smalto bianco dei denti e nelle pallide iridi, e i giocatori si fecero piccoli.
«Siete qui per vincere: denaro, amore, sesso, gloria. Siete qui per giocare: il denaro o l'anima. Ognuno di voi sceglierà un gioco e noi lo faremo. Sei manche: ognuna un gioco diverso. Ci sono domande? Sì, Santa?»
«Si può giocare alla roulette russa?»
«No, perché non possiamo uccidere gli altri giocatori, Santa»
«Ah. Il mercante in fiera?»
«Sì, il mercante in fiera sì. Va bene tutto, purché non si uccidano gli altri giocatori prima della fine del gioco»
«Lo scopone scientifico?»
«Sì»
«Lo strip poker?»
«Adoro lo strip poker. Spero in sei manche di strip poker, a dire il vero» un sorriso malandrino, ma che non contagiava gli occhi: finta malizia, un'eccitazione che non ha niente di sessuale.
Manuel ebbe l'impressione vivida che quei denti potessero mangiargliela, l'anima, masticarla come un pezzo di sedano e farne uscire il succo come acqua dal fusto della verdura. Chomp chomp.
«Si inizia in ordine di età» Spiegò Fyodor «Quindi tocca a te, Luna. Scegli il gioco, sono sicuro che per te non sia un problema... ti conosco, piccola monella!».
La ragazzina si grattò una guancia con le unghie smaltate color oro. Le sue labbra rosee si curvarono più volte, prima in un broncio, poi in un mezzo sorriso, una serie di piccole smorfie concentrate mentre cercava il gioco perfetto.
«Giocheremo a carta sasso o forbice» Disse lei alla fine
«Le regole?» domandò Fyodor, bramoso
«Ci si scontrerà uno contro uno, immagino... di volta in volta chi perde esce dal gioco. I vincitori si sfidano con i vincitori. Alla fine, il vincitore prende tutto. Semplice, no?»
«Semplicissimo. Ma siamo sette, non potremo formare tre coppie, uno di noi entrerà solo in finale e... non sembra giusto»
«Sarà la sorte a scegliere le coppie e quindi anche chi rimane fuori per sfidare il vincitore. Scrivete i vostri nomi su dei pezzetti di carta e metteteli in quel portapenne».
Manuel allungò la mano per prendere un post-it rosa e una penna. La penna aveva l'inchiostro glitterato: sembrava che non ci fossero normali biro nere o blu.
“Manuel” Scrisse sul foglietto, poi lo ripiegò a metà e lo infilò nel portapenne a forma di teschio verde acido. Anche gli altri stavano ripiegando i foglietti e li stavano riponendo nello stesso contenitore.
Stava davvero per giocarsi parte di ciò che gli rimaneva a carta sasso forbice? E poi, le aveva capite bene le regole? Non era sicuro di niente...
 
 

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