venerdì 12 giugno 2015

Il Tomahawk del Windigo - Parte 3


Scritto da Sarah Darkness e Elisabetta Palmeri
  Il tomahawk del Wendigo - Parte 3
<Parte 2

Invito ad una cena italiana
I due italiani si fermarono e si limitarono a guardarli da lontano. Jackie sapeva di essere spesso e volentieri considerato affascinante, però incuteva anche timore. Soprattutto quando non lo conoscevano.
«La nennella si è fatta male?» domandò in dialetto Manlio.
La donna e l’uomo si guardarono muovendo solo gli occhi.
«Ehm...» Iniziò la ragazza, ma il suo compagno intervenne
«Non siamo artisti di strada. Siamo solo esibizionisti» disse in italiano, esibendo un largo sorriso bianco e splendente.
Erano esibizionisti. L'uomo parlava con un accento lievissimo, ma che poteva essere del Sud Italia. Terroni esibizionisti in una cittadina americana.
«Voi di dove siete?» Domandò invece la ragazza, in inglese «Parlate un ottimo italiano, davvero»
«Pugliesi?» cercò di indovinare l'uomo
«Anche» ridacchiò Jackie, infilandosi le mani nelle tasche «I miei nonni erano della Campania. Avellino. »
«Oh!» fece «Come i Soprano!».
Ci fu un attimo di perplessità, poi i quattro uomini cominciarono a ridere forte e i due li accompagnarono, capendo che non si erano affatto offesi.
«Sì, ma solo io! » precisò Jackie.
«Io vengo da Napoli» rispose Manlio.
«Io da Palermo» disse Alfredo un po’ più tenebroso del normale.
«Insomma l’unico pugliese è Dolfo!» rise di nuovo Manlio, circondando le spalle dell’amico con un’energia tale da farlo barcollare.
«Io sono l’unico nato in America» spiegò cortesemente il più giovane «E voi invece? Da dove venite di bello? E soprattutto…» continuò, spalancando le braccia ed indicando la cittadina «… Che cavolo ci fate qui?!»
«Noi viaggiamo un sacco» Rispose l'uomo, smettendo di sorridere, ma comunque di buonumore «Piacere, mi chiamo Giacomo, detto Jack, Harker» si presentò, tendendo una mano senza puntare nessuno di preciso, come a sperare che qualcuno, chiunque, gliela stringesse
«E io sono Francesca Harker» dichiarò la ragazza, senza però tendere la mano, scrutando tutti con fare sospettoso.
Manlio fu il primo a stringere la mano di Jack Harker, mentre Francesca avanzava di mezzo passo e domandava a voce alta
«E voi invece cosa siete venuti a fare qui? Noi siamo eccentrici e tutto il resto... bla bla... e voi».
«Ah… » fece Manlio « …viaggio di lavoro. Un lavoro palloso. Manlio Tuccini»
Alle sue spalle, come sempre, Dolfo ridacchiò e si guadagnò una gomitata in pieno petto.
«E questo coglione è Rodolfo Salerni!»
«Alfredo Neri» mormorò l’uomo coi baffoni a cui piaceva considerarsi il capo del gruppo.
L’uomo che diceva di chiamarsi Jack Harker gli sorrise, poi si rivolse al più giovane e gli tese la mano. Per un attimo l’altro non sembrò accettarla, poi fece un passo avanti e gliela strinse. Una stretta salda.
«Jack Guerrieri» si presentò e Francesca fece scorrere gli occhi da uno all’altro, assaporando la tensione.
«Oh, che cazzata!» spezzò l’atmosfera Dolfo «Lui è il nostro piccolo Jackie! Nessuno lo chiama Jack da… beh, pensò da quando è diventato un ometto!».
Piccolo. Francesca guardò Jack Guerrieri dal basso verso l’altro: era tutto fuorché piccolo, era decisamente alto. Molto più dei suoi amici di sicuro. Però sembrò che quel nomignolo lo ferisse profondamente nell’orgoglio.
«Siete giunti qui da tanto?» domandò Alfredo a Francesca «Siete alla ricerca del sogno americano?»
«Il sogno americano?» Francesco rise brevemente «No. Siamo qui solo momentaneamente. L'America, comunque, è fantastica».
Mentre parlava, la ragazza guardava fisso Jackie, piuttosto che Alfredo, come se lui non fosse importante, tenendo le palpebre socchiuse. Jack Harker si mise a parlare a ruota della libertà americana e di come, si, in fondo stessero davvero inseguendo il sogno americano.
Ma Francesca rimase irritantemente in silenzio, lasciando che fosse il suo compagno a rispondere alle domande che le facevano.
All’improvviso Jackie incrociò il suo sguardo e le fece l’occhiolino, tornando poi completamente inespressivo, come se nulla fosse accaduto. Anzi, non la degnò più di attenzione e cominciò a scrivere qualcosa sul suo costosissimo cellulare.
Francesca inarcò un sopracciglio e non disse niente, chiedendosi se suo zio l’avesse notato e, sicuramente pensò, l’aveva fatto.
«Quindi anche voi per affari!» Esclamò Manlio infine «Ma alloggiate qui vicino?» domandò a Jack Harker
«Non proprio, no» disse lui in tono gioviale.
«Oh, beh…» fece l’altro «Siamo contenti di aver incontrato dei connazionali! Quando eravamo giovani era più facile! Più bello!» gli raccontò, senza entrare nei dettagli «Ci odiavano tutti e ci trattavano come topi di fogna! Era sempre una festa quando incontravamo altri italiani!»
«Eh lo so, lo so! » gli disse Jack accondiscendente
«Uè…» intervenne Alfredo «Mettete via quei cosi. Ci sono i piedipiatti».
In fretta, i due Harker celarono i coltelli mentre una voltante passava lì vicino e, per loro fortuna, nessuno degli spettatori di prima ebbe voglia di metterli nei guai.
«Qui passano spesso» disse loro «Non hanno niente da fare e girano girano girano… »
Dolfo si accorse di Jackie e gli diede uno scappellotto «Basta con quella diavoleria! » lo rimproverò, facendogli alzare gli occhi al cielo «Hai fatto il tuo lavoro! »
«Sì, sì » fece Jackie, tanto per tenerlo buono «Sto sempre al cellulare! »
«Certo!».
Manlio li ignorò «Ma avete da fare?»
«Ehm… » fece il signor Harker, colto alla sprovvista.
«Stiamo cercando un ristorante italiano! Perché non venite con noi? Ci divertiremo!» cercò di attirarli col suo bambinesco entusiasmo «Sarete nostri ospiti! Un benvenuto in questo paese!»
«Eh…» fece Dolfo «… Se trovi un ristorante buono! Altrimenti altro che benvenuto, li fai scappare!».
Francesca si avvicinò a Jack e gli sussurrò qualcosa in un dialetto che gli altri non compresero. L'uomo ridacchiò, poi fece una sorta di gesto teatrale, aprendo le braccia
«Vi invitiamo noi al ristorante! Ne conosciamo uno splendido»
«Ma è italiano?» domandò Dolfo, con un pizzico di circospezione
«Si, si certo che è italiano!»
«Proprio italiano italiano» aggiunse Francesca, ma c'era qualcosa di strano nella sua voce «Italiano come noi. Mio zio, poi, si chiama Giacomo, neanche Jack»
«Non svelare l'arcano» disse a bassa voce, in un mormorio divertito e vibrante, l'uomo
«Ah, è tuo zio» riprese parola Jackie, sollevando le sopracciglia «Bene» e riabbassò le pupille sul telefonino.
Francesca allargò appena il suo sorriso «Come sei concentrato!»
«Che dire…» fece lui «… Amo il mio lavoro»
Sorrise. Un sorriso un po’ assente. Mise via il telefono e batté le mani una sola volta.
«Alfredo, qui ci invitano! » esclamò con una certa gioia «Un ristorantino splendido! Italiano!» elencò, rimarcando ciò che Giacomo aveva precisato «Potremmo davvero passare una bella serata tutti insieme! Odio questa città dimenticata da Dio!»
«Ci fidiamo?» domandò Alfredo con un mezzo ghigno
«E certo!» fece Jackie, calcando con forza su ogni parola mentre gesticolava «Hanno detto che è buonissimo! E se non lo capisce un vero italiano se un ristorante è buono, chi altro può saperlo?»
Sorrise a Giacomo e sua nipote.
«Non è vero?!».
Il signor Harker annuì
«Stasera, passiamo a prendervi... il ristorante non è troppo lontano da qui, ci si può arrivare a piedi, ma se viva passiamo con il pick-up...»
«Meglio a piedi, c'è bel tempo, aria fresca» rettificò Francesca, che pareva seccata all'idea che quei tizi posassero le loro chiappe sui sedili della sua macchina
«Ma se loro vogliono...» provò lo zio
«Fanno anche esercizio all'aria aperta. E poi se ci ubriachiamo tutti non c'è nessuno che deve guidare»
«Hai intenzione di ubriacarti?»
«Chi lo sa?» lei si strinse nelle spalle, ma la sua espressione era così neutra che non sembrava proprio avesse intenzione di ubriacarsi
«Sono d’accordo con la signorina Harker» disse Jackie, inaspettatamente «Se è così vicino perché andare in macchina? E poi possiamo bere tutti noi».
Sia Francesca che Jackie si sorrisero: un sorriso, però, distante. Manlio intanto non sembrò molto contento della scelta, ma non fece il bastian contrario.
«Allora per che ore preferite?» domandarono ai due italiani «Qui in America si cena molto presto»
«A noi non piace» continuò Jack «Ma se ceniamo presto possiamo spostarci in qualche locale. Magari ne troviamo uno carino...»
«Oh, vuoi camminare tanto tu» gli disse Giacomo.
Jackie alzò entrambi le mani, invitandolo in un modo cortese a permettergli di parlare «Se camminando trovo un McDonald’s o un Burger King potrei anche rivalutare questo buco di città: evidentemente non è così dimenticata da Dio come pensavo»
«Se entrate in un McDonald, sappiate che lo farete senza di me» disse Francesca, ma senza tetraggine «Io ho da fare, se avete tempo da perdere nei negozi di panini pieni di additivi»
«Guarda che curano gli ingredienti» cercò di convincerla suo zio
«E allora perchè tu non li mangi mai?»
«Non è mai capitato» Giacomo si strinse nelle spalle «Per me è ok, se entriamo in un McDonald's»
«Per me no» Francesca parve rivolgersi direttamente a Jackie, come se fosse l'unica persona fra quelle presenti di cui potesse fidarsi «E spero che abbiate abbastanza cavalleria da non fare scappare l'unica donna della serata, hm?»
«Hey, hey, rilassati, principessa guerriera…» le disse con fare rassicurante, mentre i suoi amici ridevano sinceramente divertiti dal suo temperamento «… Se il McDonald’s raggiunge una città vuole dire che non è sperduta, non significa che dobbiamo andarci per forza»
«Ah, bene, ottima verifica!»
«Non so che tipo di gente hai conosciuto, ma non è lì che invito una donna. Sono più il tipo da pizza»
«Che tipo di pizza?» gli chiese.
«Una tonda e necessariamente servita da un cameriere. Magari in un bel localino tranquillo»
«Allora esistono ancora i cavalieri» disse lei.
«Siamo rari» sorrise lui «E poi non riuscireste a sopravvivere ai panini originali»
«In che senso?» domandò Giacomo.
«Sono più grossi, più dopati e più cattivi» gli spiegò Jackie gentilmente «Ma ci sono tanti locali dove dei cuochi degni di questo nome preparano dei panini altrettanto giganteschi e molto più deliziosi. Vero, Manlio?»
«Altroché!»
«E quindi tu sei il tipo di ragazzo che non frequenta i fast food?» domandò Francesca a Jackie e lui scoppiò a ridere.
«Siamo in America, questo è semplicemente impossibile!».
Questa volta, anche Francesca sorrise. Suo zio le si avvicinò come un granchio, di lato, le diede una leggera gomitata e poi ritornò al suo posto con lo stesso passo.
Lei lo ignorò completamente, costringendolo a ripetere la manovra.
«E la smetti!» Sbottò lei, facendo ridere piano i presenti
«Ora ho smesso» dichiarò serafico Giacomo, alzando le mani e mostrando i palmi «Allora» continuò, guardando Rodolfo «Ci vediamo stasera?»
«Va bene» replicò l'uomo, infilandosi le mani in tasca «A stasera»
«Abbiamo un sacco da fare» disse velocemente la ragazza, prendendo per il gomito suo zio «Vero zio?»
«Avete improvvisamente un sacco da fare?» Jackie sollevò un sopracciglio
«Esattamente» replicò Francesca «Ho improvvisamente necessità di fare qualcosa di urgente. Un sacco di cose urgenti».
E trascinò via Giacomo, che però mandò un bacio in punta di dita non si sa bene a chi.
I quattro italiani rimasero lì per la strada a guardarli andarsene fino a sparire dietro un angolo. Che coppia strana quei due…
«Oh, Jackie!» Gli sussurrò Rodolfo, deliziato «Aveva tante cose urgenti da fare per te!»
Il ragazzo aggrottò le sopracciglia «Ma che dici?»
«Deve farsi carina per stasera! Quanto t’invidio!»
«Ma smettila» disse lui «La ritroveremo esattamente così»
«E Lyana?» gli domandò Manlio.
«E Lyana?» ripeté Jackie, tirando fuori un pacco di sigarette ed accendendone una «Non stiamo ancora insieme lei ed io».
Rodolfo e Alfredo gliene scroccarono un paio «Secondo me… » disse Alfredo « … se fumi avrà da ridire»
«Per questo fumo ora»
«Facevi così anche con Lyana: diventavi una ciminiera prima di vederla!» rise Manlio
«Oh, ridendo e scherzando è lei che mi ha fatto smettere la prima volta»
«Eeeeh, l’amore!» cantò Dolfo sulle note di That’s Amore.
Jackie fece un sorrisetto sghembo, poi continuò a fumare, tirando una boccata ed espirandola poi con forza. Guardò il fumo risalire pigramente e disperdersi contro il cielo azzurro, sciogliendo i suoi ricci dapprima in onde e poi in fili, infine in un nulla luminoso. Non riusciva a smettere di pensare che forse quei due, lo zio e la sua nipotina con i coltelli, avevano qualcosa a che fare con l'affare del tomahawk e che probabilmente avevano ottima merce di scambio da offrire.
Ma non buona come la nostra” Si disse e qualcosa dentro di lui gioì.
Passarono il pomeriggio a girare pigramente per la minuscola cittadina e no, non c'era un Mc Donald's né un Burger King, in compenso c'erano almeno quattro di quegli strani negozietti dove vendevano souvenir locali, cose come scorpioni vivi, maschere tribali e statuette che rappresentavano i complessi rocciosi più famosi o cowboy e capi indiani, oltre che pacchi di caramelle dozzinali e persino panini.
«Scorpioni vivi a un dollaro!» Commentò, quasi lugubremente, Manlio «Io non spenderei neanche un dollaro per quella roba. Che diavolo ci fanno?»
«Li mangiano» disse serio Jackie, per vedere se quello ci cascava
«Oh, Giuseppe e Maria!» esclamò l'uomo «Li mangiano?»
«Si. Ma prima tagliano il pungiglione. Però li mangiano vivi»
«Maronna mia!».
Cercando di non ridere, Jack si allontanò di qualche passò per non farsi scoprire. Buttò la cenere nella scatoletta argentata che si portava sempre dietro (altro insegnamento della sua amica) e guardò la vetrina dei souvenir attraverso i suoi occhiali da sole.
Il viaggio in Italia gli sembrava sempre più probabile e credeva fosse una buona idea portare con sé qualche dono; tanto perché era estremamente importante che non facesse passi falsi e filasse tutto liscio come l’olio. Di certo i souvenir nativi americani, o comunque strani come quelli, a Roma non dovevano essere comuni. Anzi, non avrebbero dovuto proprio esserci…
Non aveva mai conosciuto il piccolo Dani, ma sapeva che sarebbe stato diffidente con lui dopo la brutta esperienza avuta con il suo quasi cognato… quindi perché non prendergli un giocattolo insolito per alleggerire la tensione che si sarebbe creata al momento delle presentazioni? Jackie non se la cavava con i giocattoli, anche se era bravo coi bambini e sopportava malamente i moderni idoli dei più piccoli: amava i fumetti americani coi supereroi o, meglio, con gli antieroi e temeva che il bambino apprezzasse di più i manga. Un giocattolo più singolare avrebbe potuto alimentare la sua curiosità, evitando un qualsiasi dilemma dovuto all’appartenenza di generazioni diverse.
Guardò i tamburi e s’immaginò un bambino di sei anni, molto simile a Lyana, suonarli nel cuore della notte.
Magari non un tamburo…
C'era anche uno di quei lunghi tubi di legno decorati e riempiti di pietruzze finissime che, rovesciato come una clessidra, emetteva un rumore simile all'infrangersi delle onde. Jackie lo fece per un paio di volte, ma si disse che non era roba per un bambino. Perchè non un antara, un flauto orizzontale a canne? Se il bambino imparava a suonarlo sarebbe stata una cosa buona.
Beh, però aveva sei anni e anche un flauto può emettere rumori, anche se non molesti come quelli di un tamburo, nel cuore della notte...
«Posso aiutarti?» Gli chiese improvvisamente una ragazza molto carina, spuntando da dietro il bancone.
Aveva lineamenti un pò da pellerossa, ma doveva essere una mezzosangue, e indossava una maglietta dei Guns 'n roses.
«Sì, per cortesia» le disse, sfoggiando un sorriso affasciante «Sto cercando un regalo per un bambino di sei anni»
«Bene!» esclamò, arrossendo appena ed avvicinandosi.
«Non conosco i suoi gusti»
«Aveva in mente qualcosa?»
«Solo un dettaglio» le disse Jackie «Qualcosa che non emetta suoni molesti!».
La proprietaria del negozio scoppiò in una bella risata e Jackie fece altrettanto.
«Ogni cosa in mano ad un bambino può diventare molesta!» Scherzò lei «Comunque scartiamo gli strumenti musicali e simili» sorrise.
Jack sorrise a sua volta «Sono molto ignorante su questa cultura» le rivelò assolutamente sincero «Non voglio essere offensivo… ma non c’è qualche gioco… tradizionale…» tentò a bassissima voce per far risultare la frase meno terribile «… Che potrebbe… affascinarlo? Puoi insultarmi»
La commessa scosse la testa e cercò di non scoppiargli a ridere in faccia «Quando ero piccola facevo impazzire la mia famiglia mettendomi una foglia in bocca e cacciando fischi acutissimi. Poi la nascondevo sotto la lingua e non mi scoprivano mai» raccontò.
«Ma questo include suoni molesti!»
«Vero!» trillò lei «Armi giocattolo potrebbero andare? No? Abbiamo delle piccole tende indiane per bambini. O costumi. Forse le bambole è meglio di no… » rifletté tra se e sé, cominciando a muoversi per il negozio «… Abbiamo degli animali intarsiati. Molto carini»
«Hmm» mormorò Jackie, osservando quello che lei gli mostrava, una fila di piccoli animali graziosi, seguita da un'altra serie di bestiole di legno un pò più grandi di una mano.
C'erano bisonti e sciacalli (ma gli sciacalli potevano essere benissimo dei lupi o dei cani), pochi cervi, un paio di aquile o forse falchi, e sembravano robusti abbastanza da poter essere regalati ad un bambino piccolo oltre che belli abbastanza da non essere esposti, anche se non erano così precisi da poter fare indovinare l'esatta specie a colpo d'occhio.
«Oh, sono molto belli» Disse Jackie
«Li facciamo io e mio fratello» ammise piena d'orgoglio la ragazza «Non sono di importazione, il legno è quello della nostra terra»
«Beh… » fece « Allora penso di aver trovato il regalo perfetto» affermò, cominciando a tirare fuori il portafoglio «Sarei alla ricerca anche di un dono per una ragazza. Pensavo ad una collana» .La commessa fece un gran sorriso, capendo al volo la situazione.
«Di cui ovviamente non capisco nulla»
«Mi dica solo il suo colore preferito» gli venne incontro.
Jackie ci pensò su qualche minuto «Di certo non avete il rosa argentato, per cui direi… bianco»
«Guardi…» disse lei, mostrandogli una rastrelliera sul bancone piena di pacchettini «… Questi sono dei set: collana, anello e orecchini. Questo… questo… e questo sono bianchi. Questi due sono bianco e rosa invece questo bianco e argento. Le incarto i giocattoli intanto, mentre decide?»
«Oh, sì, magari» le rispose Jack mentre rimuginava sul fatto che avrebbe potuto indicargliene uno e basta. I consigli dei suoi amici sarebbero stato inutili: dalla loro bocca sarebbero uscite soltanto cose come collane di perle, orecchini di perle, bracciali di perle, una macchina di perle. Jackie odiava le perle perché si rovinavano. O almeno così gli diceva sempre sua nonna.
E sempre perle gli dicevano invece gli uomini, come se una donna non potesse amare null'altro che delle sferette rotonde di colore pallido.
La commessa indicò i giocattoli, uno alla volta, come per chiedergli quali voleva.
«Non tutti, giusto?» Domandò, con un sorriso, ridacchiando subito dopo
«Non tutti» ripetè Jackie, scuotendo appena la testa «Il bisonte» disse e avrebbe voluto scegliere anche lo sciacallo o il lupo, ma aveva paura di sbagliare animale e così disse «Il cervo».
La ragazza li prese e glieli incartò con velocità e maestria; Jackie era sicuro che non avrebbe dato mostra di sé in quel modo con altri clienti, che non sarebbe stata altrettanto professionale.
«Ecco» Disse lei «I giocattoli sono pronti... e per i gioielli?».
L’uomo annuì e rimase a guardare le mani sapienti dell’altra impacchettare anche il dono per la sua amica.
«Sono per la mamma del bambino?» domandò la ragazza in un tono estremamente gentile.
«Più o meno» rispose «Sono fratello e sorella»
«Ah!»
«Ma anche mamma va bene, visto che l’ha tirato su lei».
Jackie le fece l’occhiolino e l’altra si morse le labbra, non trattenendo un altro sorriso.
«Fidanzata?» azzardò.
«No»
“Non ancora.” Si disse deciso.
«Tu lo sei?» domandò, senza lasciarle il tempo di rispondergli «Ti prego, si gentile: il mio cuore potrebbe non reggere la delusione».
La ragazza ebbe un attimo di vivido smarrimento, come quando si svolta un angolo e ci si trova di fronte un grosso tizio con una maschera di Halloween ingombrante e terrificante e per un millesimo di secondo non si sa ancora se quello che si ha di fronte è un essere umano e il cuore batte veloce, troppo veloce, per un solo attimo, come una morsa stretta nel petto e subito rilasciata che ti lascia schiacciato e intontito.
Non si aspettava quella domanda. Lei, poi, non era mai stata neppure invitata ad uscire da nessuno, figuriamoci fidanzarsi! In quel paese la conoscevano tutti e non la amava nessuno, anche se tutti dicevano che era bella.
«No, io... non sono fidanzata» Rispose, quasi tutto d'un fiato.
Jackie era soddisfatto della reazione e della risposta, ma a lei parve solo per la risposta.
«Beh, questa piccola città non ha ancora finito di stupirmi a quanto pare!» esclamò Jackie con un moderato fare teatrale «Cavalli bianchi che appaiono nel bel mezzo dell’autostrada, sciamani vecchissimi con fisici mozzafiato, due italiani pazzi che si combattono per strada con due coltellacci e ora pure bellissime ragazze senza fidanzato! Dimmi la verità…» la supplicò «… Su quale pianeta mi trovo?».
Allungò una mano verso di lei.
«Il mio nome è Jack. Perdonami se ti ho messo in imbarazzo»
L’altra gliela strinse lentamente: aveva una stretta delicatissima e due mani insolitamente morbide per essere un’artigiana.
«Mi chiamo Ivy» Si presentò lei «E non preoccuparti... non mi hai messa in imbarazzo, sono solo... molto sorpresa. Generalmente gli stranieri non mi fanno di queste domande, io sono solo... la ragazza del negozio di souvenir»
«La bella ragazza del negozio di souvenir» quasi bisbigliò lui, come se fosse rivolto ad uno suo amico immaginario, poi tornò al suo tono normale «Bene così allora, che io non ti abbia messa in imbarazzo»
«Da dove vieni?» domandò a bruciapelo lei, aggrottando un po' le sopracciglia, in un modo che la faceva sembrare pensierosa
«New York» le rispose altrettanto in fretta.
Non era vero, era di Washington, ma non gli importava. Non diceva mai da dove veniva.
«Accidenti» fece Ivy «Sei davvero lontano da casa!»
«Troppo» affermò Jackie «Ma posso vantarmi di essere stato in tanti posti. Tipo qui»
Le sorrise di nuovo.
«Sei mai stata a New York?»
Ivy scosse la testa con aria dolce «Mai»
«Bella» commentò «Particolare. Non come qui, ovviamente» fece, scherzando «Qui trovi sciamani pazzi»
«Dai… » rise lei «… Sei stato da lui? Sul serio?»
«Sì, perché? Lo conosci?»
«Si. Certo, tutti lo conoscono, qui. Tanto tempo fa... beh, quelli come lui erano importanti. Ma oggi è diverso, no? Gli sciamani non sono più come una volta, ma lui, beh, lui è come... come se volesse tornare a quei tempi. Parla strano» ridacchiò «Ma l'avrai visto da te. Comunque è buono»
«Non ne dubito» replicò lui, poi si guardò intorno «La città è così piccola» disse, come se potesse vedere tutte le case intorno a sé a colpo d'occhio e da dentro il negozietto «Sembra una di quella in cui tutti sono parenti»
«Alla lontana, ma è così» rispose lei, arrossendo un po' senza saperne il perchè
«Anche lo sciamano? Siete parenti?»
Lei non gli rispose, ma fece un gesto con la mano come per dire “così così”.
«Quando mio fratello ed io eravamo troppo piccoli per rimanere da soli… » prese a spiegargli «… Nostra madre ci portavano dai vecchi Ahanu e Saye. Eravamo lontani parenti e poi era consuetudine farlo. Letteralmente…» rise «… Ci parcheggiavano lì. Anche perché volevano che imparassimo la storia dei nostri antenati»
«Io non so proprio nulla dei nativi americani» ammise Jackie, per nulla imbarazzato «Ogni volta che apro bocca sento di aver detto qualcosa di offensivo»
«Ma no!» lo rassicurò lei
«Ma sì!» rincarò.
Lei sorrise, scuotendo un po' la testa
«Io credo proprio di no. La gente è... strana, con la nostra cultura. O con le culture degli altri in generale. C'è chi la prende deliberatamente in giro, pensando di non offenderci, e chi pensa che provare a capire la nostra cultura sia di per sé offensivo. Sono tutti... ehm... non capiscono»
«Non capisco neanche io» rise piano lui
«No, non capiscono che è semplice» spiegò lei «Noi non ci offendiamo se cercate di capirci. O se provate ad usare espressioni della nostra lingua e della nostra cultura, anzi, siamo contenti della vostra curiosità. Credo che funzioni così, beh, un po' per tutti i popoli...»
«Davvero?»
«Ma certo» disse Ivy in tono dolce «Sono sicura che Ahanu non si è offeso per ciò che hai detto»
«Lo spero proprio» mormorò l’uomo «Perché vado in giro con certi zoticoni»
Ivy annuì una volta sola «Quelli là?»
«Quelli là» ripeté Jackie automaticamente. Poi si girò e vide Manlio e Rodolfo toccare qualsiasi cosa esposta all’esterno del negozio facendo facce strane. Si voltò verso la ragazza e si liberò in un sospiro distrutto «Signore, dammi la forza…»
«Sono terribili come sembrano?»
«Anche peggio» le rivelò lugubre.
Lei sorrise, poi il suo sorriso scomparve quando Manlio guardò nella loro direzione e gridò
«Oh, senti, ma dobbiamo stare qui tutto il giorno?»
«Che altro hai da fare?» replicò, una punta spazientito, Jackie
«Chennesoio... vedere altri negozi?»
«E vacci, no, a vedere gli altri negozi!»
«E tu vuoi essere lasciato qui?» domandò Rodolfo, zampettando verso di lui con un ghigno da gatto del Chesire, pieno di sottintesi
«No, poi vi raggiungo» tagliò corto il più giovane, incrociando le braccia sul petto e facendo quasi immediatamente un gesto di impazieza con la destra.
I due uomini, sorridendo entrambi in modo sinistro, uscirono dal negozio dandosi di gomito.
«Come dicevo» Riprese Jackie, guardando Ivy «Anche peggio».
La ragazza però non sorrideva più.
L’atteggiamento dei suoi amici l’aveva fatta sentire a disagio. Jackie inclinò la testa di lato, assumendo un’espressione dolce e assieme addolorata.
«Mi spiace, sanno essere davvero pessimi» Le sussurrò «Ma sono meno terribili di quanto tu possa pensare»
Ivy inarcò le sopracciglia «Davvero?»
Gli angoli della bocca di Jackie tremolarono «… Ehm…».
Lei sorrise un mezzo secondo, come se un colpo l'avesse spaventata inducendola ad assumere quell'espressione, poi disse
«Va bene, non fa niente... l'hai detto. Sono... sono...»
«Mettono la gente a disagio» cercò di aiutarla Jackie
«Si. Lo fanno»
«Mettono a disagio anche me. Sono due zoticoni maleducati»
«Non preoccuparti. Non è vero che le persone si possono capire da chi frequentano... a volte non è colpa loro».
Jackie sostenne il suo sguardo con un’espressione morbida. Trovava le parole dell’altra vere e anche comode per lui. Non aveva mai avuto grandi aspirazioni e non era stato lui a cercare di frequentare persone simili: erano sempre state presenti nella sua vita. I suoi genitori erano morti in un incidente stradale quando lui era soltanto un bambino e loro, amici di suo padre, si erano occupati di lui come avevano potuto quando i suoi nonni non potevano farlo. La sua unica preoccupazione al giorno d’oggi era aiutare i suoi nonni, che stavano diventando sempre più vecchi e pericolosi per loro stessi e il signori Innocenti pagava bene: con quei soldi niente era un problema e non aveva mai pensato di fare qualche altra cosa se non il suo dipendente. Non aveva mai pensato di lasciare quel lavoro nemmeno per la donna per cui era ossessionato.
Ciò non toglieva, comunque, che i suoi compagni potevano essere davvero un handicap in molte situazioni… tipo quella.
«Ivy! Ivy!» Chiamò una voce virile, leggermente ruvida, da qualche parte nel fondo del negozio
«È mio cugino» si affrettò a chiarire lei «Ha bisogno di aiuto, per ora, si è fratturato una gamba poco tempo fa... ma, senti, se hai bisogno di aiuto o qualcosa...» lei prese un bigliettino dal bancone e ci scribacchiò sopra velocemente una serie di cifre «...Questo è il mio numero di telefono. Non chiamare a quello del negozio, che c'è sul biglietto da visita, sennò ti rispondono altre persone».
Lei sorrise nel dargli il pezzo di cartoncino, poi si allontanò salutando rapidamente con la mano.
Dopotutto i suoi compagni non avevano rovinato tutto...
Anche se non poteva più vederlo, né sentirlo, Jackie la salutò a sua volta e, presi i pacchetti, si diresse verso l’uscita. Si domandò se gli altri si fossero allontanati tanto ma, quando uscì di fretta dal negozio di souvenir, non fece in tempo a fare qualche passo che quasi vi si scontrò.
«Hey, bimbo, sta attento!» Protestò Alberto, lasciandolo di stucco
L’uomo inarcò un sopracciglio «Che diavolo state facendo qui?»
I tre sghignazzarono.
«Perché non siete in giro?»
«Siamo qui a ricordarti di trattare bene la tua amica fino a domani» lo canzonò Rodolfo, mentre riprendevano a camminare tutti assieme.
«La tratto sempre bene»
«Ah-ha…» fecero gli altri.
«Piuttosto, che ore sono?»
«Non è presto» rispose Rodolfo, guardandosi l'orologio «Ma manco tardi... sono le sei e trenta»
«Veramente?» Jackie aggrottò le sopracciglia «Fate sul serio?»
«Si»
«Non s'è accorto che il tempo passava, il bimbo» ghignò Manlio
«No, ma che... che dici? Abbiamo scambiato giusto quattro chiacchiere, non può essere passato così tanto tempo!»
«Vabbò, abbiamo pure girato un poco in città e tutto il resto»
«Quindi non è presto» insisté lui «Non ci siamo dati un orario preciso, forse dovremmo tornare»
«Che c’è?» fece Alfredo « Ora sei ansioso di andare a cena fuori? Non è bene che smani! Ti sei già lavorato la ragazzina del negozio, vuoi anche l’altra?»
«Hai già Lyana!» rise Manlio «Lasciaci qualcosa a noi!»
«Fottiti!» imprecò Jack, mentre sentiva il cellulare vibrare e si affrettava a prenderlo.
I suoi amici lo derisero «Guarda che se fai così ti va male con tutte e due!»
Rodolfo cercò di leggere il messaggio «Se ci provi con una non puoi dedicarti ad un’altra femmina! Davanti a lei poi!»
«Fatti i cazzi tuoi» ringhiò brevemente Jackie, sottraendo il telefonino dalla portata dello sguardo di Rodolfo.
Tutti risero.
Il cavallo bianco, probabilmente lo stesso che gli aveva sbarrato la strada prima, comparve da un angolo, al trotto leggero, e sparì subito dopo dietro un gruppetto di fabbricati.
«Questo posto è terribile» Commentò Manlio, chiedendosi immediatamente perchè avesse usato proprio il termine "terribile". Nessuno lo guardò o commentò.
Fecero dietrofront e cominciarono a camminare nella direzione del motel. Alle spalle di Manlio, Jackie rispondeva rapidamente ai messaggi della sua amica senza guardare dove metteva i piedi: aveva da tempo imparato a seguire l’ombra della mole di Manlio e, dopo qualche tempo, i suoi tre amici avevano passivamente accettato la sua tecnica.
«Ho deciso» disse all’improvviso e tutti lo degnarono di un lieve sguardo «Andrò un mese in Italia».
Immediatamente smisero di guardarlo e Rodolfo si liberò in un sospiro rassegnato.
«Pensa a tenere la pistola carica, bimbo» Replicò Alfredo con voce cupa «Se ci vuoi arrivare in Italia».
Rientrarono in silenzio e iniziarono a prepararsi, ognuno con i suoi piccoli riti, Manlio e Alfredo che si contendevano il bagno dapprima a bassa voce, minacciosamente, poi sempre più rumorosamente finchè Rodolfo non ci entrò per primo, sotto il loro naso, fregandoli. Jackie si sedette sul letto, un piede per terra e l'altra gamba sollevata, ancora con il telefono in mano.
Un corvo si posò sul davanzale della finestra aperta, guardò dentro come se si aspettasse che non ci fosse nessuno, giusto per un secondo, e poi volò via lanciando un piccolo grido rauco che riscosse Jackie dalla conversazione.
Quella città era troppo strana, pensò, e non gli stava piacendo affatto… a parte la dolce Ivy, ovvio. Lei era ok. E magari lo era anche la signora Sayen. Ma tutto il resto era terribile. Voleva tornare a Washington al più presto: non sapeva ancora con che razza di avversari si sarebbero scontrati l’indomani e quella sera, forse, ne avrebbero conosciuti due.
Poggiò il telefono sul comodino e caricò le pistole gemelle che portava sempre con sé, mise loro la sicura e le lasciò sul letto, accanto al resto delle munizioni che si sarebbe portato. Fece un rapido calcolo e si annotò il numero sull’avambraccio, in modo che nessuno avrebbe potuto leggerlo
poiché sarebbe stato coperto dalla camicia e poi, ai lati, vi scrisse altri due numeri a caso.
Guardò nuovamente la finestra, ma il corvo non era più tornato a spiarli.
Il telefono vibrò ancora e Jack si stese sul letto per raggiungerlo.
«Hey…» lo richiamò Alfredo al presente «… Hai controllato se sono in strada? »
«Perché devo farlo io? » domandò a sua volta in tono incolore « C’è Dolfo vicino alla finestra»
«Devi farlo tu perchè devi fare esperienza» borbottò Alfredo
«Tipo che non ne ho» mormorò ancora più piano Jackie, talmente piano che l'altro lo guardò con faccia stranita prima di lasciarlo in pace.
E poi fu l'ora. Jackie li guardò, quei suoi compagni, schierati quasi in fila nella piccolezza della stanza: sembravano dei manichini ricoperti di profumo.
Dolfo faceva dei sorrisetti.
«Andiamo, cammina, cammina!» Disse Alfredo «E chiudi quel cellulare, che se ti chiama la tua mentre sei con l'altra ti scordi pure di parlarle!».
Sospirando, Jackie lo seguì: se era così allegro, voleva dire che Dolfo aveva avvistato quella gente fuori dalla finestra e gli aveva fatto qualche segno.
Non aveva alcuna intenzione di spegnere il cellulare: voleva continuare a mantenere il contatto con la sua amica; non poteva cedere proprio adesso e a nessuno importava! Tuttavia Alfredo aveva ragione, perché nessuna ragazza avrebbe apprezzato un uomo che dedicava tutta la sua attenzione ad un’altra donna. E quando le scriveva era capace di dimenticarsi di tutto per ore intere.
Avrebbe dovuto essere felice, ma fu con una certa aria lugubre che scese le scale, alle spalle dei suoi amici, diretto verso quella serata che si prospettava assurda. Però loro gli parevano abbastanza contenti. Manlio spalancò addirittura le braccia come se si stesse rivolgendo a dei vecchi amici quando li raggiunsero: abbracciò il suo omonimo con calore ed il suo entusiasmo non risparmiò nemmeno Francesca. Sbarrò talmente tanto gli occhi che Jackie non riuscì a trattenere uno scrocio di risa assieme ai suoi compagni mentre la vedeva paralizzarsi tra le braccia dell’altro ed essere sollevata da terra.
«Hey!» esclamò, sorreggendola per le spalle quando fu lasciata andare con ben poca grazia « Tutto bene, miss? »
«Non mi chiamo “miss”!» precisò.
«Ok, Xena» si arrese Jackie, chinandosi su di lei per salutarla con una stretta di mano ed un bacio su entrambe le guance « Svolte le tue faccende urgenti? » le domandò, facendole l’occhiolino per farle capire che stava scherzando.
«Io sì» rispose prontamente « E tu? »
Jackie pensò ai regali comprati e alle armi cariche.
«Certamente» le sorrise.


Continua... 
Parte 4>

lunedì 8 giugno 2015

Testa di Cocco II, la vendetta - stavolta si scaglia su cani e gatti


Testa di Cocco (che per chi non avesse seguito il resto del diario è la mia genitrice femmina naturale, ma non considero affatto la mia mamma) è una persona odiosa, irresponsabile, infantile e senza cuore. Lo sapevo già, lo sapevate già, ma oggi mi è arrivata un'altra stoccata: poiché il gatto, gliel'ho detto chiaro e tondo, non è il suo, allora non si può tenere nella sua casa. Come se la casa fosse sua, certo. Ovviamente la ignoreremo, perchè è solo una stupidotta e abbiamo l'appoggio di papà, ma mi capite quando dico che ha pianto, sbraitato, rotto le scatole perchè un micino era stato buttato nell'immondizia e ora quello stesso micino è abbandonato da lei per un capriccio stupido e infantile che dovrebbe, teoricamente, portarmi a dire che il gatto e suo?
Ma col cavolo che mi arrendo alle strategie idiote da quattro soldi inventate da un scema da quattro soldi. Solo che poi mi ha detto che lei è “un leader, amata e temuta”. Io non la temo e non la amo, la disprezzo. È una bestiaccia rabbiosa da sopprimere, ma un animale con la rabbia di piccola taglia, diciamo una volpina, che puoi ammazzare con un colpo di spranga e quindi non fa paura.
E poi mi chiedono come posso non amare mia madre: vorrei vedere chiunque al posto mio.
Vabbè, ora devo uscire: mi si sono usurati e spaccati i sandali, ne comprerò un paio da montagna al Decathlon.
[Più tardi]
Sono tornata dal Decathlon, ho comprato sandali da montagna che non dovrebbero spaccarsi solo perchè passo su una pietra e sono serena. Ora dovrei disegnare un poco, ma sto aspettando che saltino fuori alcune foto promozionali per Primavera, la prossima puntata di Hannibal, dove finalmente si rivede quello che è stato l'eroe della prima stagione e il co-protagonista della seconda, Will Graham.
[Più tardi]
Sono dovuta rimanere fuori tutti il pomeriggio. E per la sciocchezza delle sciocchezze supreme. Ancora una volta un problema con Testa di Cocco, ancora una volta riguardante gli animali... in pratica, come sempre, abbiamo passeggiato insieme ad un cagnetto di nome Alvin, il cagnolino di una mia ex-compagna di classe, ed al suo amichetto riccioluto che noi chiamiamo “Violentino”. Niente di che, roba da tutti i giorni. Alvin aveva una ferita di qualche genere sul petto, un'abrasione che aveva prodotto una crosta, ma non ci abbiamo fatto troppo caso perchè, beh, per ora pare proprio che abbia trovato un cane con cui litigare spesso.
Arriviamo a casa e fino a casa lui ci accompagna, come sempre. Chiedo a mio padre un pezzetto di pane vecchio (ne avevamo, da buttare) per ringraziare Alvin e Violentino della compagnia quando Testa di Cocco inizia a strillare perchè a.) ho in mano un sacchetto con dentro alcuni moscerini per Kreacher, che lei ha chiamato “vermi” e mi ha detto che sono sporchi b.) perchè ha visto Alvin e ha detto che ha le zecche e la rogna. Che? Le zecche e la rogna? Ma dove? Ma se ha il pelo corto, biondo e pulitissimo? Comunque, ha gridato così tanto e così forte, ma non sto qui a raccontarvi per filo e per segno tutte le parolacce che mi ha detto, mi ha minacciata di chiudermi fuori, così sapete che abbiamo fatto, io mia sorella e i due cagnetti? Ce ne siamo andati.
Che poi si notava vividissimamente che Testa di Cocco aveva pure paura dei cagnolini, perchè non li voleva davanti casa ma non gli ha fatto nemmeno “sciò!”, insomma, dovevamo essere noi a spostarli, ma senza toccarli... per fortuna che sono buonissimi e obbedienti!
Così siamo rimasti fuori fino all'ora di mangiare, perchè nel frattempo mio padre stava cercando di fare ragionare mia madre, che ha fatto una scenata napoletana di paranoia urlante, e dunque stare in casa significava perdere i timpani.
Poi, dopo mangiato, prima ho finito di leggere Cujo di Stephen King (un libro che consiglio, consiglio consiglio, è intenso e parla pure di cani), poi la Mimma mi ha mostrato delle storie breve che ha scritto per un concorso. Una mi ha commossa, l'altra mi ha fatta ridere. Lei ha un dono assurdo, un talento che non riesco a concepire senza un filo di invidia, quello di scrivere storie inventate così, su due piedi, e usare proprio le parole giuste per toccarti il cuore (o meglio, lo stomaco, perchè è lì che i sentimenti albergano, non nel cuore)... e il secondo racconto era proprio ispirato a Testa di Cocco, per questo era un capolavoro che avevo bisogno di leggere e che pubblicherò nei prossimi giorni sul blog.
Vabbè, con un sana calma e una risata nel petto, mi congedo dalla pagina di diario di oggi.

Il Tomahawk del Windigo - Parte 2

Scritto da Sarah Darkness e Elisabetta Palmeri
  Il tomahawk del Wendigo - Parte 2
<Parte 1

Pomeriggio d'attesa
Il cellulare vibrò di nuovo.
«E ora comincia a chiederle scusa» gli consigliò Alfredo.
«Che ti ha dato la signora?» gli domandò Dolfo, guardandolo appena dallo specchietto.
Jackie aprì la mano: era un minuscolo acchiappasogni. Carino.
«Hai visto, Jackie? Hai trovato pure il regalo!» sorrise Manlio gioviale.
«Lavoratela» gli consigliò l’uomo seduto al suo fianco «Non abbiamo molto tempo».
Jackie iniziò rapidamente a scrivere un messaggio.
«Una telefonata no, eh?» Sogghignò Manlio. Jackie lo ignorò: scrivere era più facile, riusciva ad essere più delicato, a ragionare di più e, ovviamente, a non dire cose avventate. E poi lei avrebbe apprezzato.
Il motel si avvicinava all'orizzonte quando il ragazzo era riuscito finalmente a convincerla, non sapeva neanche lui come, a fare quell'affare.
"Solo per te" Aveva scritto lei "E per evitare che la cosa che state per prendere finisca nelle mani sbagliate".
Poco importava che, con un oggetto così terribile, persino le mani del signor Innocenti potessero essere sbagliate.
«A che punto sei?» Domandò quasi delicatamente Rodolfo, accostando.
Jackie alzò la testa, spostando lo sguardo dallo schermo del telefonino alla faccia dell'uomo
«Credo di avercela fatta. Credo che... sia così».
Sia Manlio che Dolfo sorrisero, due sorrisi da sciacalli.
Il motel era grigio fuori e grigio dentro, cemento grezzo all'esterno e muri grumosi all'interno, ma non era troppo brutto e c'era anche un piccol bar vicino che sembrava frequentato esclusivamente da belle ragazze.
«'Mericane, gniammi» Commentò Manlio, guardando fuori dalla finestra
«Tanto non ti vogliono, quindi non fare il pedofilo, che se sono bambino io, loro sono neonate» commentò Jackie.
La loro stanza era la numero quindici, minuscola, con tre lettini che sembrava impossibile stessero tutti nello stesso locale senza toccarsi fra loro. La finestra, almeno, era bella grande, ma il posto era comunque caldissimo.
La prima cosa che fece Jack una volta entrato, fu lasciarsi cadere nel letto più lontano, vicino alla porta del bagno; Manlio fece altrettanto, ma buttandosi sul piccolo letto matrimoniale posto al centro della stanza (non molto più grande di quelli singoli), mentre Alfredo si ritirava in bagno; Rodolfo invece si mise subito alla ricerca del telecomando.
«Che mangiamo stasera?» Domandò Manlio.
«Italiano, che domande!» rispose Dolfo, iniziando uno zapping feroce contro la tv.
«Cinese!» propose Jackie, alzando le mani in aria con entusiasmo
«Mai!» urlò la voce soffocata dell’occupante del bagno
«Sì!» esclamò il giovane «Voglio tutti quegli spaghettini di soia piccoli piccoli come un gomitolo di capelli!»
«Smettila di dire queste porcherie!» lo rimproverò Manlio, irritato «Non le devi mangiare quelle schifezze! Quei fetenti danno gatti e cani morti!»
Jackie scoppiò a ridere «L’unica cucina italiana che accetto è quella di Lyana» sorrise, chiudendo gli occhi «Altro che spaghetti coi polpettoni!»
«Che ti hanno fatto di male gli spaghetti coi polpettoni?» gli abbaiò contro Dolfo, la cui voce venne coperta dal “mmmmmm” avido del loro amico
«Niente! È che li facciamo solo noi!» rise il ragazzo.
«Aaah!» si lamentò l’altro, scocciato.
«“Aaah!” un corno! Tanto lo so che mancano pure a te le sue torte e i suoi sughi! » lo prese in giro «E non dirmi che non è così!»
«Oooh, le sue pastiere!» sospirò Manlio col tono di uno che stava più ricordando una bella donna, che un dolce.
Rodolfo diede un colpo di tosse, poi dichiarò a voce alta
«Tanto cinese non mangiamo»
«Sei noioso» borbottò Jackie
«Sono tradizionalista» lo corresse l'uomo, controllandosi noncurante l'orologio.
In quel momento, il telefono del ragazzo squillò; Jackie lo prese, guardando il nome che compariva sullo schermo. Era lei. Si affrettò a rispondere, premette il pulsante, ma la voce della ragazza lo sorprese prima che lui potesse dire "Ciao".
«Jackie, ascolta, stavo pensando a quello che mi hai detto. E ho pensato che dovevo sentire la tua voce»
Anche se era una frase semplice, il cuore del ragazzo fece tre capriole nell’udire quelle parole.
«Avevo deciso di chiamarti prima di andare a dormire, ma hai fatto prima tu!» Le disse felice, senza riuscire a trattenere un sorriso che gli altri non poterono fare a meno di notare e che li contagiò «Ciao».
La ragazza rimase in silenzio e Jackie se la immaginò a mordersi un labbro, trattenendo un sospiro «Ciao» Sorrise a bassa voce.
Rimasero in silenzio per qualche istante.
«Mi hai chiamato solo per questa storia?» gli domandò Jack, fingendosi offeso
«Oh, Jackie!» s’innervosì lei «Non cercare di scherzare! Non è la prima volta e nemmeno la seconda che mi tirate in mezzo ai vostri pagamenti!»
«Scusa…> cercò di farfugliare, dispiaciuto del suo improvviso scatto di rabbia, ma l’altra non l’ascoltò
«È la diciassettesima volta! E non sarà nemmeno l’ultima, vero?!» lo accusò «Non voglio conoscere nessuna di quelle persone! E se chiamassi il signor Innocenti e gli raccontassi tutto?»
Jackie sentì come un blocco di ghiaccio scendergli nello stomaco «Ti prego…» la supplicò « … Non dirglielo»
« … »
«Lui sa che ci aiuti di tua volontà…»
«Ah!» fece lei «E così che si dice quando non mi date scelta?»
«Sì!» disse Dolfo e il ragazzo gli fece cenno di tacere, mentre si alzava e correva fuori dalla stanza, verso le scale.
«Ti prego, baby, calmati…» La scongiurò sentendosi un verme come tutte le volte.
«Non chiamarmi baby» lo zittì lei, prima di sospirare per il casino che proveniva da casa sua «Jackie, davvero: non potete chiedermelo prima? Almeno per gentilezza?»
«Ehm…» l’uomo si sedette sulle scale, controllando che nessuno lo stesse ascoltando «… Amore mio, il signore Ahanu è stato un osso duro…»
«Mmm»
«Dico davvero!» esclamò l’altro «Avresti dovuto vederlo, era un matusalemme ma con un fisico da paura! Ed era tanto gentile! Avresti adorato lui e sua moglie, la signora Saye. Era una vecchina adorabile. Sareste andate d’accordo… mi ha fatto anche un regalo»
«Davvero?» domandò lei atona.
«Non ti dico bugie, me lo ha fatto per davvero. È un acchiappasogni…» le raccontò «… E vorrei che lo avessi tu».
Dall’altra parte della chiamata, la ragazza rimase in silenzio. Poi commentò «La vedo un po’ dura con te in America e me in Italia»
«Eh… » ridacchiò lui «… Magari il signor Innocenti mi permetterà di fare una bella vacanza, che ne sai…»
«Lo spero per te» fece lei mentre le sue parole venivano coperte da schiamazzi terribili «Ascolta una cosa… »
«Ti ascolto»
«Il signor Ahanu è davvero una brava persona? Non è come quel pazzo che ho dovuto lasciare per un mese nelle catacombe... »
« Oh, no, no!» si affrettò a rassicurarla «È gentilissimo e cortesissimo, un pezzo di pane. Gli sono brillati gli occhi quando ha sentito di te. Ti tratterà bene. Fallo anche tu»
«Lo faccio sempre» brontolò lei.
«Lo s » sorrise lui «Hai un cuore d’oro».
Lyana sbottò in un accenno di risata, poi gli parlò con una voce infinitamente malinconica « Jack, non ho voglia di discutere con te… non mi va di litigare»
«Eh, lo vedo» la prese in giro lui, ridendo «Perdonaci…»
«Vi perdono» mormorò la sua amica «Anche se non ve lo meritate. La prossima volta non vi aiuterò»
«Lo so, lo so» disse Jackie in una cantilena allegra
«Smettila, sei tremendo!»
«Lo so, lo so!» ripeté nello stesso modo e lei si aprì in una risata «Come va la pasticceria? »
« Va tutto bene, grazie» rispose lei in tono dolce «Abbiamo clienti di tutti i tipi: pazzi, maghi, professori, lupi mannari, avvocati… tutti».
Un tonfo sonoro provenne da casa sua e lei ringhiò infuriata.
«Fate piano!»
«Che è stato?!» domandò Jack
«Hanno fatto cadere una sedia!» si disperò Lyana
«Il tuo fratellino?»
«E mio cugino…» precisò «Oddio, che stanchezza… si è rotta…»
Jack si guardò intorno «Tuo cugino vive ancora con te?»
«Ah-ha… » gli rispose.
«E Ale?» le chiese « Come va con Ale?»
Steliana non gli rispose. Non subito.
«Lo sai tu?» gli domandò a sua volta con fare acido «È tornato in Alaska ad allevare quello schifo di bestie! Spero se lo mangino!».
Jack rimase in silenzio, lasciandola sfogare: odiava l’uomo a cui si era legata. Una volta ne era stato geloso, ma ora l’odiava e si sentiva legittimato nel farlo. Soprattutto da quella volta che aveva deciso di ripartire nonostante l’altra fosse finalmente riuscita a rimanere incinta una seconda volta, non ritornando nemmeno per aiutarla quando ebbe un aborto spontaneo. Era diventato un’altra persona dopo l’orribile fine della loro prima gravidanza.
«Gli ho detto che se non torna entro la fine del mese, porto tutto da sua madre e non lo voglio più sentire, né vedere»
«Davvero?» le domandò Jack apparendo un pò troppo emozionato.
«Davvero» grugnì l’altra a denti stretti «Mi sono rotta di essere seconda ai suoi animali»
«Quindi non hai accettato la sua proposta… insomma… il fidanzamento?»
«No» mormorò dopo alcuni secondi.
No. Jackie sperava di aver capito bene. "No, non ho accettato il suo fidanzamento" Piuttosto che un "No, invece ho accettato il suo fidanzamento". Il no è una cosa molto, molto vaga, specie se è mormorato.
E poi quello non la meritava, perciò perchè, perchè si ostinavano ancora a provarci?
«Non... non ho... cioè... ok» Disse il ragazzo, perchè gli sembrava poco educato dire "non ho capito bene" «Se non vuoi parlarmene va bene, ma... mi piacerebbe sapere».
« No, no, figurati… » lo rassicurò dolcemente « … non preoccuparti. E che…»
Un nuovo tonfo, seguito da una serie di colpi sonori e delle grida sguaiate, che Jack non capì, costrinsero la donna a gridare nella sua lingua. Non era un asso in italiano, ma riuscì ugualmente a capire cosa strillò ai suoi parenti.
«Smettete immediatamente questo gioco meschino!» tuonò e qualcuno le disse qualcosa «Non m’interessa! Non potete distruggermi casa!»
«Ma stiamo…» cominciò una voce «… Dai, è divertente!» piagnucolò presumibilmente la vocina di Dani, il suo fratellino.
«No che non lo è!» urlò Steliana «Il vicino di sotto lavora all’ambasciata turca!»
« Ma è uscito» si lamentò una voce più adulta; suo cugino, s’immaginò «L’abbiamo visto dalla finestra»
«Non m’interessa! » ringhiò « Smettila di insegnargli questi giochi idioti! »
«Ma è divertente!» protestò l’altro.
«Non è divertente!» si arrabbiò sempre di più la cugina «Ha fatto questo gioco anche a scuola!»
«E allora?»
«E allora ha un compagno che è nato ad Ankara, razza di imbecille!».
Jack scoppiò a ridere: aveva sentito il tonfo ovattato di un cuscino e poi gli scatti di una pistola giocattolo. Steliana doveva avergli sparato contro con la nerf rosa che le aveva regalato tanti anni prima. Lei adorava le nerf custome. E lui adorava regalargliele.
«Ma sei pazza!? Non li vedo! Smettila!» La supplicò suo cugino «Smettila!» gridò.
«Sta’ zitto e pentiti!»
«Mai»
«Insegnagli un gioco normale!»
«Ma noi giocavamo a questo da bambini!»
«Lascia i tuoi giochi razzisti fuori da casa mia o ti stacco la testa!»
«Hey, calmati, Xena!» cercò di distrarla Jack, alzando la voce per farsi sentire sopra le sue urla che lo stavano facendo diventare sordo «O spenderai una fortuna ed io avrò soltanto ascoltato la tua voce soave!»
«Smettila pure tu!» lo attaccò Steliana e lui scoppiò a ridere, subito seguito da lei. Glielo aveva detto in un tono infantile, quasi quanto quello del suo fratellino.
«Stai strillando come un’arpia!»
«Basta!» rise lei, cercando di suonare minacciosa «E non li salvare! Sto mantenendo la famiglia del falegname e di Yusuf con tutti i danni che devo pagare!»
« E che mai avranno fatto!» la canzonò lui.
«Lascia perdere…» cambiò discorso «… Non puoi capire»
«E va bene, ti credo!» annuì Jack, a cui non interessava affatto quel discorso: voleva capire la storia del fidanzamento «E quindi mi stavi dicendo?»
«Ah… » sospirò la sua amica, che non era molto ansiosa di ripetersi «… Quando mi ha detto che doveva ripartire per qualche mese mi sono arrabbiata come… come…»
«Un’arpia. » le suggerì lui e l’altra rise: amava la sua risata. Era così dolce.
«Come un’arpia, sì!» ridacchiò, per poi incupirsi «Allora gli ho gridato contro di tutto»
«Perché ti riesce bene…» mormorò Jackie
«Oh!» lo zittì «Se non la smetti ti picchio! » lo minacciò « Dai, sul serio… »
«Scusami» disse subito lui «Continua, ti prego, non volevo fare il coglione anche se… beh, l’ho fatto»
«Già» fece lei, ma non sembrava essersela presa «Non fa niente… Vabbè, comunque gli ho vomitato addosso tutta la mia rabbia e gli ho detto di andarsene dai suoi amati cani»
«E lui?»
«E lui doveva partire due giorni dopo» mormorò Steliana «Ha passato le giornate con sua madre e io non gli ho permesso di parlarmi. Allora l’ultima notte…»
Fece una breve pausa.
«… Ha insistito perché lo ascoltassi e…»
Jackie sentì di avere la gola secca.
«… Mi ha dato l’anello, promettendomi che sarebbe tornato presto e che mi avrebbe sposato. Diventando una vera famiglia».
L’italoamericano non trovò nemmeno la forza di deglutire: sentiva le gambe molli e l’addome di gelatina «… E tu?» le domandò in un soffio.
Lyana respirò più forte: aveva la voce rotta «Gli detto che doveva prima dimostrarmelo e sono andata a dormire. Ha cercato di mettermelo… ma non ho voluto…»
Jackie si morse l’indice, teso.
«Tanto non tornerà» mormorò la sua amica «E io mi sono stancata. Lo dovevo lasciare, ma sentivo di aver tanto bisogno di lui dopo… dopo… quello»
«E non vi siete più parlati?»
«Non gli voglio parlare» gli spiegò lei «Tanto mi parlerà di nuovo di quei cani strani. Non so nemmeno che sta descrivendo… Oh, Lyana…» imitò la voce di Ale «… Sono bellissimi! Sono nati ieri! Tutti col pelo a spuntoni e gli occhietti neri, con quei dentini aguzzi! Non so che razza di cuccioli di cane gli passino tra le mani: mostri di Chernobyl, credo… » ironizzò, tornando a parlare con la sua voce «Invece tu?» gli domandò, mentre lui le chiedeva «Quindi non vuoi sposarlo?»
Rimasero entrambi in silenzio.
«… No» Disse soltanto, in un primo momento «Jackie, lo sai tu, lo so io: non tornerà. Non alla fine di questo contratto come mi ha promesso».
Jackie inspirò a fondo, allontanando un pò il cellulare dall'orecchio per evitare che lei ne sentisse il rumore. Oh si, oh si, lui non tornava, si disse, lui non sarebbe tornato, lei non lo avrebbe sposato...
Cercando di nascondere la felicità, riavvicinò il telefonino ed esalò
«Buon per te. Davvero. Cioè, lo so che sarebbe stato meglio se lui fosse stato... diverso. Ma non è diverso. E allora è meglio se non torna, giusto?».
La ragazza esitò un istante, poi a Jackie parve quasi di poter sentire il suo sorriso, un sorriso flebile dall'altra parte del mondo
«Giusto» disse.
Ancora un colpo, come di un mobile trascinato contro il pavimento. Jackie ridacchiò
«Ti faranno impazzire!»
«Sono già impazzita» replicò lei
«Adesso chiudi, dai, sennò i soldi volano dalla finestra. Chiamate intercontinentali!»
«D'accordo. Ciao... ah, ripetimi quando dobbiamo fare quella cosa con lo sciamano?»
«Domani. Al tramonto»
«Ok. Ciao»
«Ciao».
La chiamata si interruppe.
Jackie strinse forte il telefono e trattenne il respiro, infilandosi la testa tra le ginocchia.
Era andato tutto bene: non ce l’aveva con lui. Si sarebbe tenuta libera per l’indomani e non li avrebbe fatti attendere. Ahanu avrebbe scelto loro, lo aveva detto chiaro e la sua amica avrebbe conquistato il suo cuore. Avrebbero avuto un altro contatto per il futuro. E poi non si sarebbe sposata!
Jack non poteva descrivere la moltitudine di emozioni che gli stavano facendo battere il cuore all’impazzata, mozzandogli il respiro.
Si alzò con uno slancio che lo fece saltellare sui gradini e, facendo una giravolta come se stesse ballando, ritornò verso la sua stanza. Ma quando fu nelle vicinanze vide i volti di tutti i suoi amici schiacciati contro il vetro della finestra.
«Che state facendo?!» abbaiò.
«Guardiamo» Risposero in coro i due
«Più vaghi di così no, eh?» li canzono Jack, poi si avvicinò e cercò di guardare anche lui, ma la mole di entrambi i colleghi copriva quasi completamente il vetro.
Spazientito, sbuffò
«Vi fate più in la'?».
Rodolfo si scansò un poco, ma proprio qualche centimetro, giusto perchè il più giovane potesse dare un'occhiatina fuori.
C'erano due persone giù in strada, una ragazza alta e castana, con i capelli corti, e un uomo che le somigliava molto, che avevano tutta l'aria di stare combattendo con dei coltelli da sopravvivenza. Le ragazze del bar davanti li stavano fissando e probabilmente si stavano anche scambiando commenti sull'aspetto dell'uomo che, bisognava dirlo, aveva l'aria spavalda e attraente.
«Ma che stanno facendo?» domandò Jackie, aggrottando le sopracciglia.
«Non lo so» fece Manlio «Ma lei è carina»
«Sì» acconsentì il ragazzo « Anche se da lontano tutto appare più bello. Potresti avere spiacevoli soprese. »
«Nah!È carina davvero! »
«E anche il fidanzato non è male…» commentò Dolfo.
Jack e Manlio si voltarono a guardarlo storto.
«… Voglio dire!» continuò l’altro, agitato «Quelle cosce lunghe al bar non gli staccano gli occhi di dosso!»
«Mh» fece Jackie, facendo un enorme sforzo per non prenderlo in giro «Sì, infatti è meglio guardare loro»
«Tu non puoi!» replicarono i suoi amici. 
 
«E perché, di grazia?»
«Perché devi pensare all’amica tua» rispose il più corpulento dei due «Le hai detto che deve farmi la pastiera?»
«No» alzò gli occhi al cielo Jackie «Glielo puoi chiedere tu di persona se convinci Alberto a mandarmi in vacanza e mi accompagni!»
Manlio rise «Vedremo» Poi aggiunse «Ma sono veri coltelli quelli che hanno?»
«Che voglia di tirargli i petardi…» sospirò il più giovane, sconsolato.
Ma di petardi in tasca, il giovane non ne aveva. D'improvviso, però, la ragazza fu ferita di striscio sopra il polso destro e lanciò un'imprecazione così italiana che non c'erano dubbi riguardo al suo paese d'origine.
«Sono compaesani» Si stupì Rodolfo, facendosi un pò indietro «Possiamo parlargli»
«E dirgli che? Che sono dei pazzi che si tagliano con i coltelli» scherzò Manlio, ridendo poi della propria battuta.
Jackie non disse nulla, ma era interessato: sentiva che in qualche modo non era un caso che quelle persone fossero lì, sotto il loro albergo, italiani... e forse interessati al loro stesso oggetto.
Certo non sarebbe stata una cattiva idea controllare. Magari scendere per andare a cena e parlare in dialetto nelle loro vicinanze, fingendo una casualità e invitandoli con loro con la scusa di aiutarli in quel paese straniero. Gli puzzava che fossero in una cittadina così triste e senza alcun tipo di attrattive. Non era mica Las Vegas!
Jackie ci era nato in quel continente, ma i suoi colleghi no, si erano trasferiti da bambini: sarebbe stata una cosa carina fingere di volerli aiutare e magari farli sentire più a loro agio parlandogli nella loro lingua. E scoprire che cosa cavolo ci facevano lì, con quei coltelli da battaglia. Magari sentirli dire che anche loro dovevano presentarsi da Ahanu. Carpire informazioni e giocare d’astuzia contro di loro. Oppure eliminarli, semplicemente.
Si voltò a guardare i suoi compagni: Alfredo e Dolfo indossavano completi italiani un po’ trasandati, con quelle orribili bretelle e le catenine d’oro, impeccabile il primo e canottiera in vista il secondo; Manlio invece indossava una tuta sportiva dai colori improbabili. Lui, Jackie, invece amava i completi scuri, con cravatte rosse, viola o bianche, come le sue camice. Tanto per essere diverso dai suoi colleghi, ma erano ugualmente lo stereotipo degli italoamericani mafiosi. E ne erano orgogliosi.
Però potevano andare, erano presentabili e non troppo minacciosi.
«Vado avanti io» Disse Jackie
«Cosa?»
«Andiamo a conoscerli. Potrebbero essere utili. Oppure anche no. Ma io voglio conoscerli»
«Sono dei matti» borbottò Dolfo «Ti tagliano a fettine. Pensavo che fossero australiani, però, non paiono italiani»
«Andiamo» disse il più giovane, come se non avesse sentito nulla
«Jackie, no!» cercarono di fermarlo mentre si avviava alla porta
«Non mi taglieranno a fettine» disse l’altro «Sarò più veloce io con la pistola! »
«Ma non dire cazzate!» Sbottò Dolfo «In uno scontro pistola-pugnale, è quello con il coltello in vantaggio se ti sta vicino!»
«Tranquillo» fece Jackie «Alfredo, vieni sì o no? Sto morendo di fame!».
La porta del bagno si aprì e finalmente ne uscì Alfredo con un’aria arcigna.
«Ah, ma sei vivo allora. Pensavo fossi caduto dentro la tazza… »
«Ma sta zitto!» lo aggredì lui «Chi sono quei due?»
«Andiamo a vedere».
Alfredo grugnì una serie di frasi che nessuno riuscì a comprendere. Afferrò la giacca e se la mise sulle spalle.
«Quindi sei d’accordo?» domandò Jack, indeciso se aprire la porta o no.
Alfredo lo guardò negli occhi come un cattivo vecchio stile, poi sbuffò
«Quelli sono nel nostro territorio. Non possono mettersi a fare i buffoni nel nostro territorio, siamo noi gli italiani veri, qui».
Jackie sorrise per non mettersi a ridere. Oh, le sciocchezze sul maschio alfa e il suo branco usate per nascondere una semplice curiosità.
«E sia» Disse il ragazzo, aprì la porta e prese a scendere le scale, sentendo i passi di Alfredo seguirlo da molto, molto vicino, abbastanza da aver paura che se avesse rallentato quello lì gli fosse finito addosso.
In strada la ragazza e l'uomo avevano ricominciato a combattere, lei si era fasciata il polso e ogni tanto emtteva brevi grida che somigliavano a ringhi, come per spaventare l'avversario.
Dolfo e Manlio uscirono dietro Jackie e Alfredo e rimasero lì, con l'effetto generale di essere quattro mafiosi italoamericani ammucchiati e capitati per caso in una città del Far West, chiaramente nel film sbagliato.
Più si avvicinarono e più cominciarono a credere che i due sconosciuti fossero parecchio bravi a maneggiare quei coltelli. Trovarono solo sciocco farlo così, in mezzo alla strada, alla portata di tutti. Se li avesse notati qualche sbirro avrebbero passato una bruttissima nottata.
Il che diede a tutti loro da pensare.
Avvicinandosi per primo, Jackie si annunciò scoppiando in una breve risata seguita da un caloroso applauso «Ma che bravi!» disse in italiano, per poi tornare a parlare in inglese «Siete artisti di strada?».


Continua...

Parte 3>

giovedì 4 giugno 2015

Tutto è bene quel che finisce bene: la gattina ha trovato una mamma


Ieri sera siamo andati a dormire tardi, stanotte mi sono alzata per mettere una bottiglia d'acqua calda alla gattina, che ora si chiama Sati, diminutivo di Satana perchè, si sa, i gatti sono animali del demonio. Ovviamente parliamo di un demonio che sa far le cose per bene e che ha sfornato animali capaci di incredibile tenerezza come di arguto ingegno, quindi è un complimento alla micia oltre che il nome che mio padre, il mio splendido padre, ha trovato per lei. A proposito! Il mio splendido padre quasi non ha dormito questa notte per darle da mangiare ogni due ore, ma stamattina la gattina stava bene, ha fatto pipì e popò e sta diventando sempre più forte, ora è capace di arrampicarsi su una mano fino all'avambraccio. Insomma, tutto procede per il meglio.

E sapete cosa è ancora ancora meglio? Che per Sati abbiamo trovato una mamma. Non una mamma nel senso di “persona che la adotta” (perchè abbiamo deciso che la terremo noi) ma una mamma nel senso una mamma gatta che ha avuto i micini cinque giorni fa e proveremo a portare la nostra micia da lei per vedere se può adottarla e svezzarla, dopodichè la riprenderemo.

La mamma gatta in questione si trova a casa di una signora a Gioia Tauro che ci ha gentilmente contattati dicendo che si poteva provare l'esperimento, quindi oggi pomeriggio, alle quattro e mezza, andremo ad incontrare questa donna e la sua gatta. Speriamo bene che funzioni e la mamma micia accetti la nostra piccola! Anche perchè così mio padre non dovrà svegliarsi ogni due ore la notte.

Comunque... stanotte sarà la notte di Hannibal. Esatto. Si. Il quattro giugno, la prima puntata della terza stagione di NBC Hannibal. Gran cosa. Non avrò il gatto a tenermi sveglia, ma su twitter mi piacerebbe andarci lo stesso per supportare il Nielsen Ranking (ovvero twittare con l'hastag “Hannibal” durante la trasmissione della puntata, per dare un'impressione di grande visione et condivisione). La mia pianta grassa, la mia echinopsis multiplex, ha nel frattempo sfoggiato una delle più belle fioriture degli ultimi anni e io sono tutta fiera.



[Più tardi]

Dobbiamo festeggiare! Solo festeggiare! Siamo andati da questa signora gentilissima che aveva una micetta bianca con gli occhi azzurri troppo bella la quale aveva con se tre suoi cuccioli di colore rossiccio. A parte la micetta, la signora in questione aveva anche due tartarughe acquatiche, una tartaruga di terra, degli uccellini canori (mi pare canarini) e un cocker maschio. Casa troppo bella, bambine troppo belle, micini troppo belli.

Ma ritorniamo all'operazione “salvataggio micina”.

Ci avviciniamo alla gattina Bianca (manto bianco, con strisce arancio chiarissimo e occhioni azzurri favolosi), che era dietro il televisore in una morbida cuccetta con i suoi piccoli paffuti e bellissimi (ho un debole per i mici rossi e quasi una punta d'invidia perchè la nostra è molto più bianca che rossa, ma vabbè). Mio padre ha proposto di mettere tutti insieme i gattini della gatta nella scatola dei corn flakes gigante che abbiamo usato per trasportare la nostra micina neonata per fargli condividere l'odore dei suoi nuovi fratellini adottivi, poi, dopo che si sono “mescolati” ben bene, tutti i micini sono stati messi insieme alla mamma e... miracolo della natura! La mamma ha iniziato subito a pulire e vezzeggiare il suo nuovo piccolo adottivo, che dopo un po' ha preso a succhiare il latte, sicuramente più sostanzioso di quello che noi potevamo offrirgli, donandogli anche la sua preziosa copertura di anticorpi. E niente più sveglia la notte ogni due ore per dare da mangiare al micino!

Quando la micetta sarà più grandicella si vedrà il da farsi... le opzioni prospettate, per ora, sono tre: la più probabile, e numero uno, è che la piccola ritornerà a vivere da noi, la seconda è che rimanga da loro (se la vogliono, ma mia madre ormai vuole un gatto a tutti i costi...) e la terza, la più improbabile (ma chissà, si può sempre sperare...) è uno scambio: che loro ci diano un gattino rosso in cambio della bianchetta, perchè ho un debole per i mici di colore rosso. Ma capisco benissimo che quelli sono figli dei loro gatti di casa (a proposito, sono una coppia bellissima!) e sarebbe davvero arrogante volere uno scambio, perciò non lo proporrò.

Ora sono quasi certa che, comunque, abbiamo salvato una vita, quella di un gattino che ho trovato assolutamente per caso, che, non voluto, rischiava di morire e che ora ha trovato sicurissima sistemazione e tanto amore a vita!






Come mi sveglio nell'orario giusto per guardarmi Ennibol?

Vabbè. Buona notte, caro diario. Buona notte.

mercoledì 3 giugno 2015

Cerchi un cane, trovi un gatto


Nella vita ho avuto quasi tutto il detenibile, per quanto riguarda gli animali: rondini, ragni, ogni sorta di pesce ornamentale dal guppy allo scalare, tartarughe, tritoni, cavallette, grilli, raganelle, rospi, rane, ricci, canarini, mantidi religiose, lucertole addomesticate (ma non detenute) avrò presto un cane e di certo le esperienze non mi mancano. Chi mi mancava? Giusto il gatto.
E sapete che è successo oggi?
Che abbiamo trovato stamattina un micetto in uno scatolone, praticamente abbandonato al sole, e già prestate le cure di primo soccorso... ma avere un gatto, specie se così piccino (ha ancora il cordone ombelicale attaccato, quindi ha pochi giorni), è davvero molto, mooolto impegnativo e noi non siamo le persone più adatte per questo (possediamo già un certo numero di animali e potendo vorremmo trovare casa a questa piccina... si, è una micetta).
Le abbiamo già dato da mangiare con la siringa un misto di latte e tuorlo d'uovo, che ha bevuto con grande voracità. Testa di Cocco ha fatto la scema, non ha voluto mangiare le fragole, ci ha rotto le scatole piagnucolando senza minimamente attivarsi per aiutare il micio e mi ha guardata male perchè l'ho salvato, ma mi ha guardata peggio quando le ho detto se volesse che io prendessi quel gatto fastidioso (fino a che non l'abbiamo fatto mangiare ha miagolato come un matto) e lo riportassi dove l'avevo preso.
Però no, non voglio fare del male al gatto (anche se per convenienza Testa di Cocco deve pensare di si, deve pensare che io voglia mangiarmelo).
A questo punto sorge lecita una domanda... nessuno vuole un gatto? Piccola, bella, sembra anche essere sana. Abbiamo chiamato il rifugio “Il Parco”, ma lì non trattano i gatti (anche se mi era proprio parso di vederla, una micina, eh).
Ma la piccola che abbiamo trovato si merita qualcuno che la ami più di quanto possiamo fare noi. Personalmente i gatti non sono i miei animali preferiti, ok se cresce con noi, se riusciamo a farla sopravvivere, ma la vedo un'impresa ardua, e preferirei la compagnia canina perchè si, sono una dog-person one-track che i cani son bellissimi e i gatti non li guardo. Ma una vita è vita e mi fa male quando un animale muore per niente (se muore per mangiarlo, ben venga, ma non mi lasceranno mai mangiare un gatto).
Comunque, la micetta si trova a Oppido Mamertina, in provincia di Reggio Calabria, e se la volete potete contattarmi via e-mail all'indirizzo cavolobroccolo@live.it.
Comunque... se riusciamo a farla sopravvivere, la terremo davvero davvero volentieri noi. Dopotutto è pur sempre un animale e io gli animali li amo tutti. E non ho mai avuto un gatto.
Solo che non voglio affezzionarmi: la mortalità infantile nei gatti, è altissima. Quando sarà adulta la sterilizzeremo (cucciolate indesiderate se avvengono già troppe).
Per fortuna ha già defecato e fatto la pipì (in tutte le guide dicono che andrebbe stimolato per farla, quando è molto piccolo, perchè la loro mamma lo fa...) lasciandomi sorpresa. Però dorme pochissimo, 'un sta mai zitto e non se capisce che vuole, perchè è pieno da scoppiare e ora come ora il cibo lo rifiuta? Che abbia bisogno di calore? Compagnia? Ma che vuole?
Vabbè. Sento già che mi sta succedendo la pericolosa cosa di avere delle aspettative per lei e non dovrei averne, dovrei considerarla una gatta morta, non nel senso che corteggia i maschietti e poi li lascia a bocca asciutta, ma nel senso di cadavere, perchè so che ci sono pochissime probabilità di farla vivere.
Quanto a Testa di Cocco, lei insiste nel volerla chiamare “Letteria Miciolla e Qualcos'altro che non ricordo”, dicendo che oggi la Madonna delle Grazie le salva la gatta. La sua che?! Ma se era per lei la micia moriva! E come si permette di dare alla Madonna delle Grazie il mio merito? IL MIO! Ora capisco i poveri chirurghi, quando le famiglie gridano al miracolo e ringraziano Dio per qualcosa che ha fatto un medico. Io, poi, che sono atea da far impallidire il demonio, non accetto questa presa in giro! La micia si chiama Purnell, non Letteria e non Miciolla e non Cosa-Correlata-Alla-Madonna-Delle-Grazie. È la volta buona che picchio Testa di Cocco. Ripeto: vabbè.
Domani sera c'è Hannibal e io ho un gatto. Cosa voglio di più dalla vita, un lucano?


martedì 2 giugno 2015

Una giornata di riposo


Caro Diario, non soffro d'insonnia (non più, per mia fortuna) ma stanotte ho dormito meno di quanto avrei dovuto. Perchè? Perchè a un certo punto mi sono svegliata (capita, se non a tutti almeno a quasi tutti, di svegliarsi brevemente durante la notte e poi magari di riaddormentarsi subito dopo) e il mio cervello ha iniziato una fittissima rete di associazioni di immagini e frasi legati al mondo dei cani, conversazioni immaginarie complessissime con i volontari e con allevatori, musi dei cani del canile, portare a spasso cani e via dicendo... il brainstorming canino è iniziato alle quattro di mattina, perciò ad un certo punto mi sono stufata e sono scesa a sentire musica fino alle sei, quando sono ritornata a letto per svegliare la Mimma.
Oggi non mi sento affatto pronta a disegnare, avrei dovuto, ma non ho prodotto assolutamente nulla: mi sento in vena di aspettare soltanto, una cosa che devo farmi passare o per si o per forza, perchè devo tornare a lavorare. Così sto qui a scrivere sul diario.
Mio padre ha appena avuto un'idea: adottare “a distanza” un cane (ma non vera e propria distanza, ora mi spiego meglio...) dal canile, che rimarrà dunque lì durante le nostre vacanze in Sicilia, ma che noi cominceremo a frequentare quasi tutti i giorni per portarlo a spasso, farlo uscire dal box, coccolarlo un po' per farci conoscere... solo più tardi, quando saremo tornati dalle vacanze e tutto sarà pronto, il cane che ormai ci vorrà bene verrà con noi. Dunque rimane solo il grande dubbio, il famoso imbarazzo della scelta: quale adottare?
C'è un incrocio pitbull-labrador amorissimo, ci sono i due rottweiler di cui ho parlato ieri, c'è qualche amstaff, una femmina nera meticcia che è un amore e altri cani che ancora devo vedere. Non lo so, c'è da portarli tutti a passeggio, uno alla volta, e vedere chi è il più... beh, quello che fa più per noi: non un pazzo scatenato, ma qualcuno a cui piaccia fare la lotta si.
Ho scoperto anche un siterello carino, dogshaming.com, che se avete un po' di conoscenza di inglese e amate i cani, vi farà scassare dalle risate.
Mentre scrivo, sento mio padre che parla al telefono con mio zio di come un cane non debba essere umanizzato e queste son soddisfazioni, perchè mio padre ha assimilato tutto quel che gli ho spiegato dopo uno studio attento e lo sta esponendo con calma e scioltezza. Che dire, siamo pronti per prendere un cane!
Mio zio, intanto, ha problemi con il suo movimentatissimo, furbissimo, monellissimo parson terrier di nome Jack, che a quanto pare è doppiogiochista: caccia i cani randagi quando arriva il nonno (che i cani non li vuole nell'orto) e li invita a fare baldoria appena il nonno si allontana.
La signora Maria Antonia Catania non ha ancora risposto alle mia domande... sarà occupata, boh... ma ho appena visto alcuni cani che fanno al caso mio. E poi volevo togliermi degli sfizi, delle blande curiosità. Aspetterò, casomai ribadirò.
Poi, siamo andati al vivaio piante Macrì oggi (si, faccio pubblicità, no, non mi pagano, ma amo quel posto) e abbiamo comprato una pianta abbastanza grande di peperoncino Jalapenho con alcuni frutti verdi già appesi, che abbiamo assaggiati sulla pasta con le fave di oggi: buonissimi, un sapore caratteristico, più “tropicale” della media dei peperoncini, cosigliato a chi ama i sapori verdi, piccanti ma non troppo, anzi poco piccanti, ma succulenti.
Coomunque... mancano solo due giorni (ma che dico? Di meno!) all'inizio della terza stagione di Hannibal e il disagio (in senso buono) si fa sentire come un rullo di tamburi pocahontaesco, ma che dico, come il rombo, strumento tanto caro a Brian Reitzell, compositore della colonna sonora di NBC Hannibal. Voi lo sapete che strumento è il rombo? Lo so, non è molto conosciuto, ma ha un suono davvero particolare. È detto anche “bullroarer” o xiloaerofono ed è antichissimo, utilizzato nelle cerimonie tribali come strumento musicale rituale, costituito da una parte rigida che può essere fatta di legno, osso o pietra, legato con una corda, generalmente di fibra vegetale, e fatto girare velocemente nell'aria produce un ronzio basso e grave che ha il potere di farci accapponare istintivamente la pelle. Generalmente, in NBC Hannibal viene usato per sottolineare i momenti in cui compare la figura scarna e scura del wendigo.
Spero di dormire bene stanotte (ma quasi sicuramente lo farò). Nel caso in cui io non dorma bene... niente paura se è solo perchè ho la testa affollata dai cani!
E ricordate: solo due giorni ad Hannibal.

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