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giovedì 2 aprile 2026

Fish don't cry - The masterpost!

In the depths of the abyss, dark forms move, creatures new and old, sentient  and mindless, mingling in a dark wonderland waiting to be discovered.  


This is the world of Fish Don't Cry, explored through the eyes of a family of marine biologists, the Panormes, and especially Seraphin.  
Are you ready to discover a new watery world?
 
Fish Don't Cry is a multimedia project. Choose where to start your, ahem, deep dive!  

 

⫘⫘⫘⫘⫘⫘⫘ 1. The comic  ⫘⫘⫘⫘⫘⫘⫘

Under the sea, under the sea... tears have no meaning.

There's a comic series that we're sketching in ballpoint pen, no previous pencil studies, it's just... a challenge. And this is the cover, yay! (The cover was sketched, and it's of a better quality than the pages, because, well, it's the cover).

But it can be interesting to read, for y'all! It's 100% experimental, and it will have some weird stuff in it. We hope you like deep sea fish!

or

[On tumblr] or [On Blueksy] (but they're updated slowly, compared to Tapas!) 

or

The Italian version right here [On our blog

 

⫘⫘⫘⫘⫘⫘ 2. The Novel ⫘⫘⫘⫘⫘⫘

(+ fanfiction) 

 

Hey, do you want to read the story? Do you like merfolk and sea animals and weird novels with marine biologists? 
You're lucky then! You can read the story... AND do it two versions (original and fanfiction, one happening in our original New Dark World, the other in the in Pokémon world!) and two languages (English or Italian!).

 
Fanfiction Version (Pokémon) [ITALIAN] [ENGLISH]
OC Version (New Dark World) [ITALIAN] [ENGLISH]

 

⫘⫘⫘⫘⫘⫘ 3. The Blog ⫘⫘⫘⫘⫘⫘

 

Beyond these things, Fish Don't Cry will also be a blog and... an experience. Have you ever heard of an ARG? Some of you, reading this, will probably be on the edge of your seat, leaning forward, and saying, "Oh yeah!". For others that don't know it, ARG stands for "alternate reality game."

We'll tell you exactly what we mean (though we hope this piques your curiosity enough to send you off on a quest to find out more about what an ARG actually is): the Fish Don't Cry blog, written from within the story, as if it were real, by its characters, will feature extra content, clues, and a story that only you, the readers, can uncover.

In addition to mysterious links, subtle narrative clues, and "meta" moments, the Fish Don't Cry blog will also feature tons of pixel art AND photography. What can I say, Fire Cacti must be doing all sorts of things, all sorts of things, all sorts of things.

So visit Fish Don't Cry now, watch it change over time, discover what lies in the darkness of the Mediterranean waves (and the hearts of those who live there). 
 
  

4. The Worldbuilding 

 
And much, much more... 
This masterpost will be updated with new links and content, it's always a work in progress, so stay tuned ;)

venerdì 21 ottobre 2022

Iris Letalis 8. Celle e gabbie

 
  +INDICE+


Erano le nove di mattina. Mika fu ricondotto nella sala d’aspetto dopo aver passato la notte in cella.
«Sei fortunato che il tuo ragazzo non ha voluto sporgere denuncia» Gli disse la poliziotta che lo stava scortando «È pure venuto a pregare di liberarti, che era colpa sua, che non c’è reato»
«Achille non è il mio ragazzo» grugnì Mika, cupo
«Già, immagino che non lo sia più, dopo quello che è successo. Ma senti a me: devi imparare a contenere la rabbia e a gestirla. Non va bene questa cosa che picchi la gente. Ti inguai soltanto. E poi se grande e grosso, fai male a qualcuno»
«Pure Achille è grande e grosso»
«È vero. E infatti hai visto che lividi che ti son venuti fuori?».
Passarono di lato ad un agente che stava conducendo un criminale in manette nella direzione opposta, giù nelle carceri. Il pregiudicato, un uomo di mezz’età con la mascella quadrata e gli occhi iniettati di sangue, si girò a guardare il retro dei pantaloni lucenti di Mika, fischiò e fece un commentaccio. Il pugile diventò rosso e strinse i denti.
«Non vuoi picchiarlo» Gli ricordò la poliziotta, severa
«Voglio ucciderlo» sibilò Mika
«Benvenuto nel mondo di noi donne. Noi non ce ne andiamo in giro ad uccidere tutti i maschi che fanno qualcosa del genere, altrimenti il mondo sarebbe spopolato»
«Forse dovete. Così smettono»
«Facile parlare per te: sei grosso e forte. E sei un maschio»
«Una volta non ero grosso e forte» commentò Mika con amarezza.
Il corridoio terminò. Ad aspettare Mika c’erano Cattelan, Emma, Marracash e persino Achille Lauro, con indosso un’elaborata e costosa camicia di Versace su attillati pantaloni a zampa d’elefante di colore fucsia.
«Non ucciderlo» Raccomandò la poliziotta «Sei libero. Ma vedi di non farti più segnalare a disturbare la quiete pubblica. Vai».
Mika si avvicinò al gruppetto, senza togliere gli occhi di dosso ad Achille. Il pugile biondo si stava guardando le unghie perfettamente curate, ignorandolo in maniera deliberata, ghignante.
«Perché hai fatto vincere me?» Domandò duramente Mika
«Amico, tu hai vinto» rispose Achille, finalmente guardandolo
«No. Tu potevi, ancora, combattere»
«Secondo te sono scemo che mi faccio massacrare da te» Achille gli diede due schiaffetti leggerissimi «Te sei matto, amico mio. Hai vinto, sei stato bravo, ma col cavolo che ci metto tutto l’impegno a prende’ cazzotti ‘n faccia, senza manco il paradenti, senza manco una posta in palio, in un incontro clandestino. Sali su un ring vero e poi ne riparliamo».
Mika si girò verso Cattelan.
«Ciao» Gli disse, con un entusiasmo quasi aggressivo
«Oh, ciao» replicò Cattelan, mettendo avanti le manicomio«Ciao a tutti. Ciao Emma!»
«Ciao tesoro» rispose la donna, alzando un pugno chiuso «Qui per supportarti»
«Grazie, Emma!» il sorriso effimero che era comparso sul volto di Mika scomparve quando lui si rivolse di nuovo a Cattelan «Fammi arrivare su un vero ring»
«Sì, vabbè, senza neanche passare dal via» rise Alessandro «Non è facile, lo sai?»
«È facilissimo» lo interruppe Marracash «Partecipa al mio torneo, il Luna Loca, e io ti iscriverò ad una palestra di pugilato, poi all’albo dei professionisti, e ti seguo fino a farti decollare la carriera. Ti rendo un pugile vero… ovviamente devi firmarmi un contratto, ma non sarebbe neanche il primo grande pro che scopro. Guarda Achille: lui era un dilettantino che ho seguito fino alla grandezza. Non è vero, eh?»
«Vero sì» confermò il biondo, appoggiandosi con il gomito alla spalla di Marracash «Questo qui m’ha tirato fuori da un giro brutto brutto, m’ha aiutato a darmi una ripulita e m’ha fatto pugile. Ti ci puoi fidare Mika, te c’hai il potenziale, ti fa campione mondiale».
Mika guardò Cattelan, che faceva “no no” con la testa, lo sguardo spiritato, poi guardò Achille e Marracash, con le loro facce piene di promesse, e infine Emma.
«Che faccio?» Le chiese «Mi fido?»
«Ah, beh…» disse la donna «… Marra è il disonesto più onesto che conosco. Io sono forse dieci anni che lavoro con lui e mi sono sempre trovata bene. Mollalo a quel Cattelan, che ti tratta pure male, e fatti una bella carriera come Cristo comanda, amore».
In quel momento, Alessandro Cattelan si rese conto che quelli lì avevano ragione: che carriera poteva garantire a Mika lui, in quell’esatto momento? Solo una traballante, effimera, e anche se lo avesse effettivamente iscritto all’albo dei professionisti, non sarebbe stato in grado di procurargli match prestigiosi come quelli che gli avrebbe dato Marracash. E poi quello lì aveva scoperto Achille Lauro! Ecco perché un professionista di quel livello aveva accettato di partecipare ad un incontro a sorpresa organizzato in maniera un po’ approssimativa: c’era conoscenza fra i due, forse affetto, e probabilmente un contratto legalmente vincolante. D’altronde però, perché si preoccupava così? Lui voleva liberarsi di Mika, no? Era un piantagrane istintivo ed infantile che faceva a botte con chiunque, difficile da gestire, e che fin dall’inizio Alessandro aveva pensato di mollare a Marracash per fare qualche soldo facile e poi dimenticarsene…
«Giusto» Disse Cattelan, congiungendo le mani a pugno «Era pure nel contratto. Mika, da adesso in poi il mio lavoro con te è finito: il tuo nuovo manager è Marracash. Buona fortuna»
«Grazie» rispose il pugile bruno, sorpreso «Ehi, aspetta, dove… dove vai?»
«A casa. Ho tantissime cose da fare, davvero. Ti verrò a vedere al Luna Loca, te lo prometto! Ma ora devo finire un libro, altrimenti il mio editore mi ammazza… ciao Mika! E arrivederci a tutti quanti!».
Alessandro Cattelan non attese la risposta di nessuno, fece dietro-front e se ne andò a passo di marcia.
«Secondo me mo’ va a casa e piagne» Tirò ad indovinare Achille Lauro
«Non curatevi di lui» disse Marracash «Ad Alessandro non importa che dei soldi. Il dio denaro! Ma ora, Mika, sei dei nostri. Fai parte della nostra famiglia. E noi ti renderemo famoso» mise una mano sulla spalla del pugile dai capelli bruni, stringendo gentilmente le dita «Come hai passato la notte in carcere, amico mio? Stai bene?»
«Eh, infatti» rincarò Emma, stringendosi a loro.
Mika alzò gli occhi al soffitto per radunare ricordi ed idee, seguendo per un po’ il profilo fluttuante di una vecchia ragnatela disabitata che pendeva fra due crepe. Poi aprì la bocca ed iniziò a raccontare.
«Era quasi buio quando sono venuto qui. Mi hanno chiuso in una, una…»
«Cella?» suggerì Emma
«Sì, cella, da solo. Sembrava che avevano paura. Io ero arrabbiato, ma non avevo paura… mi succede spesso, passo la notte in cella. Per le botte, è sempre per le botte. È venuto il buio poi, e si è accesa, fwum! Si è accesa questa lampada gialla e poi ha iniziato a fare un po’ di freddo, perché avevo solo i pantaloni» si strattonò l’elastico dei calzoncini «E avevo anche fame e sete ma ero solo, non c’era nessuno. Dopo un poco, forse tre o quattro ore, che fuori era molto buio, è arrivato un altro nella mia… nella mia cella. Ho chiesto all’agente se potevo avere dell’acqua e poi che avevo freddo e lui mi ha dato una botta con il mazzo delle chiavi sulle dita e se n’è andato»
«Chi è questo?!» domandò Emma, arrabbiatissima «Se lo acchiappo gli faccio sputare pure la parmigiana che ha mangiato nel novantaquattro»
«Uno con l’anello» lo descrisse Mika, mostrando l’anulare della sinistra «Anello da marito, d’oro»
«Vuoi dire la fede, tesoro?»
«La fede, sì. E poi una faccia bella, gli occhi blu, i baffi»
«Bella, sì, come no. Gliela spacco appena lo vedo»
«Non metterti nei guai per me» la pregò Mika «Ci sono già io che finisco in prigione, tu non va bene»
«Amore, non ti preoccupare per me. E poi cosa è successo?»
«Quello nuovo, dentro la cella con me, mi ha parlato. Mi ha detto che lui era innocente, che dovevo aiutarlo… forse era un poco drunk… ehm…»
«Ubriaco?»
«Ubriacco, sì»
«Ubriaco. Una c sola, amore. E che ha fatto questo ubriaco?»
«Niente, cioè, ha pianto. Sua figlia non voleva che lui andasse in prigione di nuovo e se lo scopriva, mi ha detto lui, non gli voleva più bene. Gli ho detto io che sua figlia non smette di volergli bene solo per quello, che se lo ha detto è per spaventarlo, per tenerlo lontano dai guai. Quando si è ripreso un poco, che stava meglio, lui mi ha dato il cappotto perché era piena notte e io stavo tremando» Mika si poggiò i palmi aperti sulle spalle, incrociando le braccia sul petto, e finse un brivido «Ed era caldo, perché c’era stato lui dentro, e sono stato un po’ meglio. Poi ci siamo messi vicini e abbiamo dormito e poi è venuto il giorno e mi hanno detto che era venuto Achille e non c’era denuncia, che ero libero perché non c’era reato. Me l’hanno detto tre volte» alzò tre dita della mano sinistra «E mi hanno portato da voi»
«Oh, amore… quindi hai ancora sete?» indagò Emma
«Sì, molta. Ho la bocca asciutta come il deserto».
Achille Lauro frugò in una borsa di pelle (costosa, come il resto del suo vestiario) che stava appoggiata su una delle sedie di plastica e ne estrasse una lattina verde di Monster, una bevanda energetica ipercaiffeinizzata.
«Tiè, bevi fratello» Disse, lanciandola a Mika che la afferrò al volo «Questa qua te rimette ar monno, tipo che ti svegli dopo otto ore di sonno continuate».
Il pugile bruno si rigirò la lattina fra le mani, poi tirò la linguetta metallica per aprirla.
«Grazie, Achille» Disse, poi iniziò a tracannare la bevanda
«St’attento che è frizzante» lo mise in guardia il biondo «No tutta a ‘na vorta, che te la senti pure dentro ar naso!».
Mika staccò la bocca dalla lattina e fece un verso acuto, prolungato.
«It’s sparkly! Damn, it’s sparkly!» Si lamentò, ma dopo un attimo stava già bevendo il resto.
Marracash e i suoi lo portarono a fare colazione al Suave, dove gli servirono un cornetto caldo al cioccolato, un cappuccino, un bicchierone di spremuta di succo d’arancia e alcune paste fresche.
Mentre Mika mangiava di gusto, Nicky il cameriere arrivò portando i suoi vestiti ben piegati.
«Signore» Disse «Li ha lasciati nell’arena. Fra ieri sera e stamattina il suo cellulare, nella tasca dei suoi pantaloni, ha squillato innumerevoli volte».
Mika si strozzò con il succo d’arancia, tossì dieci volte (con Emma che gli batteva la schiena) e poi, con gli occhi spalancati e ancora lacrimanti, guardò Nicky.
«Il mio telefono?» Domandò, con una voce rasposa da fumatore
«Sì signore» il cameriere gli tese tutti i vestiti.
Mika afferrò il malloppo, se lo mise sulle gambe ed iniziò a rovistare nelle tasche dei pantaloni finché non ne estrasse lo smartphone.
«Mamma!» Esclamò, componendo il numero più in fretta che poteva.
Emma rise. «Oh, hai perso le chiamate di tua madre? Sono guai adesso, bello mio».
Mika si portò il telefono all’orecchio, osando timidamente dire: «Mamàn?».
Dall’altoparlante dell’apparecchietto venne fuori una sequela di parole in francese, vomitate fuori a volume altissimo.
«Meno male che sono orfano» Commentò Nicky, sollevato
«Naaah, la cosa migliore è avere genitori chill come i miei» gli disse Emma «Loro sono super rilassati qualsiasi cosa faccio perché si fidano di me»
«I miei mi tenevano chiuso in gabbia, quand’ero piccolo»
«Per davvero?» Emma aggrottò le sopracciglia, scostando la sedia alla sua sinistra per invitare Nicky a sedersi, così avrebbe potuto ascoltarlo bene anche se a destra Mika stava animatamente parlando con sua madre «Vieni qua, non lo sapevo…».
Il piccolo cameriere dai capelli verdi prese posto accanto alla pugilessa.
«I miei erano iperprotettivi» Spiegò «Mi tenevano sempre chiuso. Non sono andato all’asilo e non ho mai incontrato i miei cugini. Una volta ho cercato di raggiungere dei bambini che giocavano in strada, perché li avevo sentiti ridere dalla finestra, e sono uscito sulle scale del condominio. I miei se ne sono accorti prima che potessi scendere le scale… mi hanno fatto fare su misura una grande gabbia, sei metri per tre, e mi ci hanno chiuso dentro. Per la mia sicurezza. Avevo sei anni circa, mi facevano uscire solo per andare in bagno»
«Erano veramente matti i tuoi genitori» commentò Emma, allibita «Mi dispiace un sacco, Nick»
«Oh, non preoccuparti. Un giorno sono usciti per andare a fare la spesa e sono morti, quando avevo otto anni. Io sono rimasto due giorni chiuso in gabbia, ma avevo da bere e qualcosina da mangiare, poi i miei zii sono entrati nell’appartamento e mi hanno trovato, quindi tutto okay. Sto bene adesso, è da quando avevo otto anni che nessuno mi chiude più in gabbia… il mio psichiatra dice che l’ho superata bene»
«Oh tesoro» Emma gli prese la mano e la tenne stretta «I tuoi genitori non erano iperprotettivi, erano dei bastardi!»
«Non è che mi picchiavano o niente, avevano solo paura che mi facessi male»
«E quindi t’hanno fatto male loro, chiudendoti dentro una gabbia? Ma mandali a quel paese, no?»
«Non me la sento di giudicarli. Tutti facciamo i nostri errori»
«Tipo chiudere un bambino in una schifo di gabbia?»
«Al gruppo di supporto, quando ero piccolo, ho incontrato bambini che avevano genitori molto peggiori dei miei. Tu sei fortunata Emma, te lo devi ricordare… cioè… cioè, signora Marrone, lei è fortunata, lei» le guance di Nicky avvamparono di vergogna.
«Che te ne frega? Dammi del tu» Emma gli sorrise «E non è che perché c’è qualcuno che sta peggio non ti devi indignare. C’è sempre qualcuno che sta peggio di noi, Nicky, sempre! E allora che facciamo, ci facciamo mettere i piedi in testa da chiunque?»
«Ormai è passato»
«Hai ragione, è passato. Ma non significa che devi pensare mai di essertelo meritato, Nicky, o che fosse qualcosa di normale e gli altri sono stati solo fortunati. Tu ti meritavi quello che si meritavano tutti gli altri bambini».
Gli occhi del piccolo cameriere si fecero lucidi. «Devo… d-devo andare» Balbettò «Una cosa d-di là, in cucina».
«Sì, sì, vai. Vai nelle cucine» Emma gli lasciò la mano, lo guardò allontanarsi e aggiunse «Le cucine che non esistono, lo sai tu e lo so io».
Mika poggiò lo smartphone sul tavolo e prese a rivestirsi, cominciando dalla maglia.
«Che dice tua mamma?» Gli domandò Emma, appoggiandosi il mento sulle mani
«Che se non vado subito da lei, mi fa chiudere in una voliera per i pappagalli» rispose Mika
«E… pensi che lo farebbe?» indagò lei preoccupata.
Mika si bloccò, i pantaloni in mano, lo sguardo perplesso. «Certo che no!» Rispose.
Emma tirò un sospiro di sollievo.
 
 
 

giovedì 21 aprile 2022

Iris Letalis 5. Sparring partner

 
  +INDICE+


Emma alzò lo sguardo sul cerbiattone riccio che secondo Cattelan era il famoso Mika, curiosa di guardare in faccia un campione leggendario. Il ragazzo era alto, ma non aveva un’aria minacciosa.
«Tu sei Mika, bello mio?» Gli domandò lei, gentile.
Lui sorrise, annuendo con vigore, i boccoli bruni che gli rimbalzavano sulla testa.
«Sono io» Rispose dopo un attimo «Te come ti chiami?»
«Io sono Emma, piacere».
Si strinsero la mano, entrambi rapidi e vigorosi.
«Quindi sei un pugile?» Continuò Emma, curiosa
«Sì» rispose lui, stringendosi nelle spalle
«Sei tipo una leggenda. È vero che non hai mai perso un incontro?».
Cattelan strattonò Mika per un braccio e si frappose fra lui ed Emma, con un sorriso quasi minaccioso.
«Scusa, Emma, ma lui è il mio cliente e siamo qua per allenarci, non ci servono le interviste» Disse
«Ah sì?» la donna alzò le sopracciglia «Devi allenare il più grande campione di boxe clandestina? E che gli insegni, il tip-tap?»
«Beh, devo vedere a che livello è, capire se è in forma… andiamo, Mika».
Alessandro spinse il suo pugile per tutto il tragitto fino alla saletta in cui si trovava un ring, seguito da Emma.
«Vuoi fare sparring con lui?» Domandò la donna
«Che ti frega?» la rimbrottò lui, cercando un caschetto imbottito della propria taglia «Guarda che ne ho allenati di pugili! Sicuramente più di te»
«Cattelan, guarda che lo sappiamo che fine fanno i tuoi pugili. Lo sai tu e lo so io»
«Ma che fine e fine? Mika!» strillò, in direzione del pugile più alto «Mettiti i guanti!»
«Se quel ragazzo è veloce la metà di quello che dicono, non sarai capace di fare niente per allenarlo, contrastarlo, guidarlo o quello che pare a te» insistette Emma
«Mika! MIKA, I GUANTI!».
Mika, imbarazzato e confuso, alzò le mani.
«Non so… non so dove sono le bende… non ho le mie qui… e i guanti me li mette sempre mamma…».
Alessandro Cattelan si ficcò il caschetto che aveva trovato sotto il braccio e si girò con tutto il corpo verso Mika.
«Dici davvero?!» Esclamò.
Emma lo superò, andando in direzione di Mika.
«Non ti preoccupare, amore» Gli disse «Ti aiuto io»
«Grazie, Ema!»
«Emma. Con due emme, tesoro»
«Emmmma»
«Eh, va già meglio. Dài, che io nella borsa c’ho un rotolo di bende extra. Anche se Ale vuole solo metterti alla prova, non c’è bisogno che ti metti tutta la roba per un incontro. I guanti non te li sigilliamo»
«No, neanche mamma me li sigilla, mi dice che poi… poi li apro con i denti e ingoio il… come si chiama?»
«Lo scotch? Il nastro adesivo?»
«Sì, quello lì»
«Oh, amore, non ti preoccupare. Su, dammi le manine».
Obbediente, il pugile stese le braccia verso di lei, che iniziò con perizia a bendargli le mani. Due ragazze che erano da poco scese dal ring, e ora stavano chiacchierando in un angolo, si misero a ridacchiare guardando la scena. Alessandro arrossì come se stessero ridendo di lui.
«Emma! EMMA! Lascia stare il mio pugile, non è un bambino!» Gridò, salendo sul ring
«Mi ha messo i boxing gloves» disse contento Mika, mostrando i consunti guantoni gialli in dotazione, con il logo della Shark Gym
«Ora tocca a te» ringhiò ironica Emma, facendosi da parte «Fammi vedere se lui è il vero Mika. E fammi vedere cosa sai fare tu».
Alessandro Cattelan si sciolse le spalle, saltellando sul posto.
«Ok, colpisci le mie mani, campione» Ordinò «Quando dico “destra”, tu colpisci a destra. “Sinistra” e tu fai a sinistra. Io cerco di non farteli prendere. Pronto?».
Mika, concentrato, fece cozzare i guantoni l’uno contro l’altro.
«Des-» Iniziò a dire Cattelan, mentre contemporaneamente tirava indietro il braccio. Mika lo colpì senza sforzo, subito, così veloce che Alessandro se ne accorse solo perché sentì il rumore. E, dopo, il dolore.
«Che scemo» Commentò Emma.
Saltellando e trattenendo gli improperi, Cattelan cercava di scrollarsi dal braccio il dolore.
«Basta, sei pronto!» Disse «Ora andiamo da Marra ed Elodie e gli diciamo che sei pronto per il torneo!».
Emma prese il posto di Cattelan di fronte a Mika. Si era messa i guantoni.
«Sparring, tesoro?» Domandò «Sono troppo curiosa…»
«NO!» urlò Cattelan, con lo stesso tono che si usa quando si vede il proprio cane che sta mangiando della spazzatura da terra
«Va bene, yeah» acconsentì Mika, allegro, prendendo a saltellare.
Si muoveva leggero, quasi senza sforzo, come se avesse delle molle d’acciaio nelle caviglie. Teneva i pugni bassi, lungo i fianchi, la guardia pressoché inesistente. Chiedendosi se davvero quello lì fosse un pugile, Emma alzò i pugni per proteggersi il volto e si avvicinò a lui, cauta. Fece scattare un pugno e lo colpì, anche se piano, al ventre. Lui fece uno squittio, incassando.

 
Lei abbassò la guardia, volgendo lo sguardo verso Cattelan.
«Ehi, il tuo pugile è…» Iniziò a dire, ma prima che potesse finire la frase era a terra, il fiato mozzo, un dolore sordo alle costole e l’ombra enorme di Mika che torreggiava su di lei saltellando.
«Ah, bastardo, giochi sporco» Rantolò, poi si rialzò sorridendo «Ora ti spezzo».
Attaccò. Questa volta Mika schivò indietreggiando con un saltello, poi si incurvò verso il basso e fece partire un affondo velocissimo, micidiale. Emma riuscì a pararlo a malapena, euforica. Eccolo! Era lui, proprio davanti a lei sul ring, il leggendario Fulmine di Beirut. Eccolo, ora lo riconosceva!
Mika sbuffò dal naso e torse il busto in un gancio terribile, il primo di una serie di attacchi velocissimi che costrinsero la donna all’angolo.
Le due ragazze spettatrici non ridacchiavano più, ma guardavano la scena con tanto d’occhi.
Emma sgusciò sotto un braccio di Mika e cercò di colpirlo alla mascella. Lui schivò inclinando la testa di lato come un gufo, poi rispose con un jab che centrò il mento di lei, lasciandola barcollante.
Emma sapeva che lui non ci stava mettendo tutta la forza (proprio come, in effetti, stava facendo anche lei), ma trovava la velocità di lui impressionante e pericolosa. Non si sentiva più la faccia.
Le leve di lui erano troppo dannatamente lunghe.
«Basta Emma, che ti ammazza!» Urlò Alessandro «Su, che non hai manco il caschetto o il paradenti!».
Emma contrattaccò e Mika schivò, parò, finché un singolo colpo al petto non andò a segno e, nel momento stesso in cui il guantone toccò la clavicola, la donna capì che era una trappola: il braccio lungo e solido dell’uomo approfittò di quell’istante senza guardia per insinuarsi come un serpente. Il pugno di Mika raggiunse la faccia di Emma, che questa volta finì al tappeto.
«L’hai uccisa!» Gridò Alessandro
«I-io…» balbettò Mika
«Sto bene» lo tranquillizzò Emma, puntellandosi su un gomito «Hai un bel sinistro. Pazzesco».
Le scendeva un filo di sangue dall’angolo della bocca, dove i denti avevano battuto contro l’interno della guancia, ferendola.
«Vuoi continuare?» Le domandò Mika, gentile ed entusiasta al tempo stesso
«Forse è meglio di no. Sei fuori taglia per me, bestione» Emma si rialzò «Però sei proprio bravo»
«Grazie» lui si illuminò «Anche tu sei molto brava. Solo hai le braccia corte» lui si portò i guantoni vicini al petto, fingendo di avere i braccini di un t-rex
«Certo, scemo, ti arrivo con la testa alla pancia, se avevo le braccia lunghe come le tue me le potevo trascinare dietro come due tubi di gomma».
Mika prese a ridere, con la bocca spalancata e gli occhi brillanti. Aveva una risata infantile, ma anche terribilmente rumorosa, e quando riprendeva fiato era vagamente asinina.
«Ti faccio ridere? Che sono, un giullare?» Scherzò Emma con le mani sui fianchi, causandogli un accesso di risa ancora più forti.
«Adesso basta» Disse assertivo Cattelan, afferrando Mika per un braccio «Non è che vi dovete innamorare adesso! Lui è il mio campione e tutti sanno che l’amore fa male alla carriera sportiva. Avete mai visto Mila e Shiro?»
«Che scemo, Cattelan» commentò Emma «Guarda che gli fa bene se lo fai ridere un poco, invece di strillargli sempre contro»
«Ma io faccio battute bellissime, solo che delle mie lui non ride»
«Vuol dire che non sei simpatico».
Mika rise e ricevette uno strattone.
«Non è che devi ridere come uno scemo a tutte le cose che lei dice, lo sai vero?» Lo redarguì Alessandro «Io sono il tuo manager e il tuo allenatore. Siamo colleghi. Siamo sulla stessa barca io e te»
«Ah Cattelan, no che non siete colleghi» sbuffò Emma
«Stai zitta tu che me lo stai traviando»
«Stai zitta te lo dici da solo quando ti guardi allo specchio»
«Senti… scusa Emma, lo so, non lo faccio più, non ti dico più di stare zitta, ma ci sono cose di cui gli uomini si accorgono subito e io non lo posso permettere. Per favore, per favore, lascia in pace me e il mio cliente»
«Che vi state preparando per il Luna Loca» sogghignò lei
«Sì, brava, esatto, ci stiamo preparando per il Luna Loca, che non so come lo sai, anzi ora che ci ripenso lo so perché»
«E se ti dicessi che ci guadagno a mettervi i bastoni fra le ruote?»
«Di grazia, cosa ci guadagneresti?»
«Se Mika decide di non partecipare, io prendo il suo posto nel torneo. Mi sembra un ottimo motivo per ostacolarvi, no?».
Mika rise.

 

martedì 19 aprile 2022

Iris Letalis 3. Usignolo

 +INDICE+

Alessandro Cattelan uscì dall’ambulatorio del dentista, sentendosi le gengive un po’ indolenzite e un po’ anestetizzate, con la sensazione generale di avere dei grossi pezzi di gomma infilati in bocca. Si estrasse dalla tasca un bigliettino rosa ripiegato e lo aprì. Dentro c’era scritta una lista:

- COSA DA FARE ENTRO TRE GIORNI-
□ Comprare il disco dei Maneskin
□ Comprare la cartaigienica, quella con il lupetto coccolo che è morbida
□ Chiedere alla signora Renata di prestarti le chiavi del terrazzo
□ Farsi rimettere il dente che Mika ti ha buttato con un pugno (nota: vai dalla dottoressa Caruso e digli che ti ha mandato Elodie x sconto)
□ Inventare un finale per “Timmy e l’orsetto bordeaux” (nota: l’orsetto non deve morire, sennò l’editore non ti pubblica)
□ Trovare Mika (e convincerlo).

L’uomo mise una spunta davanti a “farsi rimettere il dente che Mika ti ha buttato con un pugno”, poi chiuse di nuovo il biglietto e se lo infilò in tasca. Sospirò: anche con lo sconto, la dottoressa Caruso era cara e quasi quasi sarebbe stato meglio evitare di rimettersi il dente. I soldi ormai scarseggiavano: quelli guadagnati dal suo ultimo libro per bambini, “Mimma e la rana gialla”, erano a malapena bastati a chiudere il mutuo per il minuscolo appartamento in cui Alessandro abitava; quanto invece al denaro degli incontri clandestini, lui lo aveva investito tutto su un talent show con quattro giudici che cercavano cantanti strepitosi, ma il format era fallito miseramente dopo la prima stagione ed era stato sostituito da un reality in cui le donne dovevano scambiare i loro mariti con dei veri maiali per un mese.
Cattelan aveva ammesso, sconfitto, che l’idea dei maiali era proprio divertente e si diede dell’idiota per non averci pensato lui. Stava ripensando a quella puntata dove in un monolocale al centro di Perugia andava ad abitare un porco di duecentosedici chili, quando vide una familiare testa riccia spuntare oltre la gente che passeggiava. Cattelan si riscosse subito e trottò in direzione di quella testa, determinato, pregando che fosse davvero Mika. Lo era.
«Ehi! Ehi! Mika, Mika, fermati!».
Il pugile si bloccò e girò la testa in direzione della voce che lo chiamava. Indossava un paio di occhiali da sole arcobaleno con la montatura di plastica gialla, terribilmente vistosi.
«Mika!» Esclamò Alessandro Cattelan, afferrandogli un braccio «Ti ricordi di me?»
«Sei lo sporcaccione» rispose Mika, senza esitare e senza neppure sottrarsi alla presa
«Co-come sarebbe a dire lo sporcaccione, scusa?»
«Sei quello a cui piace essere picchiato...»
«No, no, hai capito male!»
«… Che voleva pagarmi per fare quelle cose lì con me. Mamma mi ha detto di non farlo»
«No! No, ascolta Mika, c’è stato un malinteso, un malinteso enorme! Io mi chiamo Alessandro Cattelan e non sono un pervertito, io organizzo incontri di pugilato». Omise bellamente di dire che erano incontri illegali.
Mika ci pensò su per un attimo, spostando molto lentamente il peso da un piede all’altro. Poi incrociò le braccia.
«Io non faccio più gli incontri» Disse infine.
Alessandro si sentì il cuore sprofondare nel petto. «Co-come? Non fai più incontri?» Domandò, allibito
«Già. Ho smesso»
«Ma perché? Non ha senso, sei famoso, è quello che sai fare meglio! Sei un campione, Mika, e io posso farti arrivare ancora più in alto»
«Mamma non vuole che io faccia a botte, dice che è una cosa da criminali. Ora faccio il cantante».
Cattelan era allibito. Batté le palpebre più volte, alla ricerca di una via d’uscita da quella situazione.
«Il cantante?»
«Sì. Mi piace… un poco, anche, cantare» Rispose Mika, modesto, abbassando la testa per guardarsi i piedi
«Lo sai che è molto difficile fare il… aspetta, dove vai, aspettami!».
L’alto pugile aveva ripreso a camminare a passo lungo, un elegante levriero che spiccava sui passanti, e Alessandro gli trottava dietro dietro con passi irregolari, cercando di tenere un’andatura simile, come un bouledogue francese che insegue una carrozza.
«Mika! Non è facile diventare un cantante» Continuò Cattelan, senza rinunciare e continuando ad inseguire l’altro «Sfondare è quasi impossibile con la concorrenza che c’è oggi. Fidati di me: io avevo un talent show musicale, lo so perfettamente come funziona. Ti conviene fare quello che sai fare meglio, no?»
«Mamma dice che la cosa che so fare meglio è cantare» rispose il pugile, senza neanche guardare il suo interlocutore
«Meglio di fare a botte? Io non credo proprio!»
«E invece sono bravo!»
«Senti, ma hai già un agente? Se vuoi sfondare nel mondo della musica ti serve qualcuno con gli agganci, qualcuno che parli con le case discografiche, con le radio, che ti organizzi gli eventi, i concerti, i firmacopie, tutto tutto tutto! Allora, ce l’hai un agente?»
«Io… la mia mamma è il mio agente, mi ha detto che mi aiuterà»
«Ma tua mamma ha tutti gli agganci che servono? Pensaci bene, Mika, perché stai praticamente andando verso il fallimento se non è così. Io invece posso aiutarti»
«Ho detto che ho smesso. Non li faccio più, gli incontri»
«Sì, sì, questo l’ho capito, anche se credo che sia un gran peccato, ma ora ascoltami bene: io sono un manager richiestissimo anche dai musicisti» mentì Alessandro «Posso farti diventare un cantante molto famoso, posso farti passare dalle radio tutti i giorni. Ho un cugino che lavora per la radio più ascoltata d’Italia, pensa un po’ te!»

«Daveri?» domandò Mika, rallentando un poco
«Daveri daveri, giurò… davvero, caro amico mio. Davvero: ho prodotto alcuni dei migliori artisti italiani»
«Prodotto? Non eri un manager?»
«Sì, sì, certo, non c’è poi così tanta diversità fra management e produzione, vedi che non ne sai proprio nulla, povero caro?»
«E quindi potresti… si, potresti farmi diventare un cantante?»
«Sì, certo!» il sorriso sul volto di Cattelan sembrava così genuino che neanche un profiler dell’FBI avrebbe potuto scorgere la bugia che nascondeva «Ti posso fare diventare famoso»
«Io… ho bisogno di soldi. Per… per la mia famiglia, io...» borbottò Mika, arrossendo un po’
«Ma certo! Ma certo, diventerai famoso e avrai un sacco di soldi se sei davvero bravi come dici. Però se manchi di talento posso farci davvero poco, questa cosa l’hai capita, vero? Quindi posso aiutarti, ma devi saper cantare»
«Lo so fare!»
«Facciamo così: tu hai bisogno di soldi, giusto? Per la tua famiglia, Mika, pensa alla tua famiglia»

«Sì. Sì io ho… bisogno...»
«Ecco. E per la tua famiglia potresti fare una piccola scommessa? Tu ci puoi solo guadagnare. Sei un uomo d’onore e vuoi aiutare la tua famiglia, giusto? Sai mantenere la parola?»
«Sì? Io… sì. Sì» balbettò Mika, confuso
«Bene. Molto bene, facciamo così, visto che mi sto esponendo per te e mi devi anche chiedere scusa per avermi mandato in ospedale: io ti ascolterò cantare, se sei bravo ti metterò sotto contratto come cantante, altrimenti, se non mi piaci come canti, ti metterò sotto contratto come pugile. Ti va?»
«Non lo so...»
«Quindi non sei sicuro di essere così bravo» lo stuzzicò Cattelan «E se non sai di essere bravi, come puoi anche solo pensare di diventare un cantante?»
«No! No, io sono bravi, mamma mi dice che sono bravo, mi dice sempre...»
«E allora dimostramelo. Sii coraggioso, fai l’uomo: accetta la sfida. Se tua madre ha ragione, la renderai fiera di te tornando a casa con un bel contratto. Su, vediamo se mamma ha ragione!»
«Va bene».
Mika si fermò. Si tolse gli occhiali da sole e prese a giocherellarci nervosamente. Alessandro lo guardò con aria di sfida, sicuro di averlo in pugno: che razza di cantante avrebbe mai potuto essere il Fulmine di Beirut? E anche se avesse davvero avuto una stilla di talento, sarebbe stato facile dissimulare, mentire, dirgli che non era bravo abbastanza, che la musica moderna richiedeva standard molto più elevanti.
Poi Mika aprì la bocca. Poi cantò, a voce abbastanza alta perché qualcuno si voltasse a guardarlo.

«Do I attract you?
Do I repulse you with my queasy smile?
Am I too dirty?
Am I too flirty?
Do I like what you like?».

Le sue mani si erano fermate, non tormentavano più gli occhiali. Non aveva quasi neppure iniziato a cantare che i passanti si erano fermati ad ascoltarlo. La sua voce era chiara, pulita, dolce e affilata al tempo stesso, perfettamente intonata, e colpiva le note alte come un martelletto d’argento. 
 
«I could be wholesome

I could be loathsome
I guess I'm a little bit shy
Why don't you like me?
Why don't you like me without making me try?

I tried to be like Grace Kelly
But all her looks were too sad
So I try a little Freddie
I've gone identity mad!»
.

“Un dannato usignolo” Pensò Alessandro, deglutendo.

«I could be brown
I could be blue
I could be violet sky
I could be hurtful
I could be purple
I could be anything you like
Gotta be green
Gotta be mean
Gotta be everything more
Why don't you like me?
Why don't you like me?
Why don't you walk out the door!».

Alessandro Cattelan, colto di sorpresa, non riusciva a frenarsi dal battere il piede a terra in sincrono con il ritmo della canzone. La mimica facciale del pugile era assorbita nel mondo canoro che egli stava creando, più struggente e in una certa misura più sensuale ad ogni strofa. Mika prese anche a schioccare le dita per sottolineare il ritmo della canzone e in un istante anche la gente intorno fece la stessa cosa, come ipnotizzata; c’era una bimba in un passeggino, di appena due anni, che batteva le manine paffute e lo guardava con occhi rotondi come padelle. Alessandro si guardò intorno, stringendo i denti mentre constatava che quel dannato usignolo era effettivamente un trascinatore e che non aveva mai visto così tanti passanti casuali finire coinvolti nell’esibizione di un perfetto sconosciuto. E se quando Mika avesse finito di cantare, quella gente l’avesse cominciato ad applaudire? Sarebbe diventato estremamente difficile ingannarlo per fargli credere di non possedere alcun talento.
Ma quando Mika finì di cantare e riaprì gli occhi (li aveva tenuti chiusi per tutta la durata della performance), la gente semplicemente continuò per la sua strada, senza un solo applauso, senza un solo complimento. Alessandro Cattelan tirò un gran sospiro di sollievo.
«Amico mio» Disse «Se tua mamma crede che tu sia bravo a cantare è solo perché tua madre, credimi quando ti dico che se non lo fossi si comprerebbe un bel paio di robusti tappi per le orecchie».
Mika, che era stato speranzoso, fece una faccia una terribilmente triste, le sopracciglia scure aggrottate, gli occhioni bruni da cerbiatto adombrati, tanto che per poco Cattelan non si convinse a dirgli la verità.
«Davero… Davero io non sono bravo?» Chiese con la vocina, stringendosi nelle spalle e ingobbendosi, quasi volesse rimpicciolirsi, minimizzare il bersaglio che la vergogna poteva colpire
«Proprio così, amico mio. Davvero. Davvero. Vecchio stile stile come una campana e stonato come una campana… tu non ti offendi per un giudizio sincero, vero amico mio?»
«Mi sembra molto… cattivo. Stonato come una campana?»
«Sì, forse non sei così stonato, su col morale! Ma da lì ad essere davvero bravo ce ne passa, eh!»
«Dav… daveri?»
«Ehm, sì… sì, e si dice davvero comunque. Non daveri, non davero. Credimi quando ti dico che mi dispiace tantissimo, ma meglio infrangere il tuo sogno adesso che sei giovane, piuttosto che farti andare avanti facendoti credere che tu possa farcela, no?» Cattelan sorrise in modo incoraggiante, allargando le braccia «Tu sei una persona eccezionale, Mika, hai un posto nel mondo, capisci? Un posto che...»
«Per me non c’è posto neanche in paradiso» lo interruppe il pugile, veemente, riprendendo a camminare con passi lunghi e sciolti.
Cattelan lo inseguì di nuovo.
«Mika! Mika, hey, fermati, avevamo un patto!».
Il pugile si infilò in una stradina laterale fra due case arancioni, scartando agilmente una vecchietta contro cui Cattelan invece su scontrò. Il trolley che l’anziana trascinava, pieno di verdure, bastoncini di pesce e nocciole, si rovesciò al suolo.
«Oh, che disastro!» Esclamò la nonnina, portandosi le mani al volto
«Mi dispiace signora, mi fermerei ad aiutarla, ma sto inseguendo un campione di boxe da mettere sotto contratto!» rispose Cattelan, contrito, ma non abbastanza da fermarsi: rallentò solo un poco per dare un’occhiata alle nocciole che rotolavano dappertutto.
Inaspettatamente, gli occhietti neri della vecchietta si animarono di una luce di gioia e speranza.
«Vai giovanotto! Non fermarti! Prendi il tuo campione!» Esclamò lei, con voce tremula ma vivace
«Grazie! Lo prenderò!».
Alessandro Cattelan accelerò, con il cuore invaso dai sensi di colpa: se aveva rovesciato la spesa di una nonnina indifesa e per giunta supportiva, allora doveva valerne la pena! Doveva prenderlo, questo capriccioso pugile che voleva fare il cantante, costasse anche…
«Sandrino!» Disse una voce conosciuta «Dove vai di corsa? Guarda che ti sloghi le caviglie e cadi e muori!».
Oh no, Nonno Gianfranco! Alessandro rallentò, non perché volesse salutare l’anziano, ma perché temeva che qualche disastro sarebbe potuto avvenire: Nonno Gianfranco era infatti considerato quasi universalmente il vecchio più porta-iella di Milano, da cent’anni a questa parte e anche da giovane non aveva certo mancato di creare disagi a tutti, tanto che veniva pagato da alcuni negozi come iettatore ufficiale, mandato a sedersi di fronte agli esercizi commerciali rivale e fargli perdere tutti i clienti.
«Nonno» Disse Cattelan «Ti prego, non mi posso fermare, c’è uno che mi deve dei soldi che sta scappando!»
«Ma chi?» fece Nonno Gianfranco, con un sorriso tutto gengive e con qualche minuscolo dente giallo «Quello lì lungo lungo che camminava col passo di cammello? Ma che te preoccupi, Sandrino? Camminando così quello lì impincia nel primo tombino aperto e spezza una caviglia, taac!».
Rumore di caduta rovinoso, cose che si rompevano e imprecazioni in francese coronarono il tutto: quando si trattava di sventure, Nonno Gianfranco non contemplava errore.
«Oh, grazie nonno, sei sempre il migliore!» Disse Cattelan, giungendo le mani
«Basta non mi chiudete in una casa di riposo e siete i migliori pure voi» replicò il vecchio, mettendosi le mani sui fianchi «E ora ti lascio, devo andare a pisciare sulle panche della chiesa, che la Mariella mi ha fatto sfida e vinco sei euro e cinquanta».
Cattelan salutò con un amichevole gesto della mano e non disse nulla, ben sapendo quanto pericoloso fosse contrariare il vecchio più porta-iella di Milano. Una volta Nonno Gianfranco era stato beccato dalla polizia a sputare sulle cipolle di un fruttivendolo, ma prima che potessero arrestarlo la volante della squadra di turno aveva misteriosamente preso fuoco, ad uno degli agenti era venuta la diarrea e l’altro aveva avuto un attacco di panico. No, meglio non contrariare il signor Gianfranco, se si teneva alla propria vita… e girato l’angolo Cattelan ebbe ancora una conferma di quel potere, vedendo Mika seduto e con l’aria imbronciata fra due bidoncini del metallo che erano caduti inondando il vicolo di lattine vuote di birra, zuppe varie e tappi di barattolo.
«Ti sei fatto male?» Gli chiese Cattelan, premuroso
«No» rispose Mika, petulante
«Che cosa fai lì per terra, allora?»
«Sono inciampato nel tondino»
«Il tombino vuoi dire?»
«Sì» Mika si imbronciò ancora di più «Sono caduttto». Pronunciava una quantità di t spropositata.
Cattelan gli tese una mano, amichevole. Il pugile non la prese e rimase cocciutamente seduto in mezzo alla spazzatura, guardando verso il muro della casa di fronte. Aveva la faccia rossa di imbarazzo e rabbia.
«Stai bene? Non è che ti sei rotto qualcosa?» Insisté Cattelan, memore del potere di Gianfranco
«Stto bene. L’ho già deto».
Cattela si morse la lingua per non commentare l’uso apparentemente casuale delle doppie da parte di Mika, perché non gli sembrava davvero un buon momento.
«Abbiamo fatto un patto» Disse invece «Ricordi? Posso metterti sotto contratto come pugile!».
Questa volta Mika lo guardò, poi lentamente si alzò. Raccolse da terra gli occhiali da sole e li indossò di nuovo, nascondendo dietro le lenti colorate gli occhioni scuri.
«Non ho firmato nessun contrato» Disse, la voce carica di minaccia
«Ma mi hai dato la tua parola...»
«No!» 
«Hai detto che andava bene! Andiamo amico, l’hai detto!»
«La mia parola non vale nulla. Niente. Non sono un uomo di onore»
«Ma potresti diventarlo! E potresti rendere fiera la tua famiglia, la tua mamma, fare tanti soldi per loro e...»
«No! Gli uomini di onore non mi vogliono. Io non ho onore. Io non sono un pugile, capisci?» sollevò le mani per mostrargliele, le dita ben aperte. Erano mani affusolate, non particolarmente grandi per la taglia del pugile, quasi da pianista e con unghie corte, sottili, madreperlacee; a stonare con l’insieme solo le cicatrici sulle nocche, come se fossero state spaccate più volte. Cattelan immaginò il sangue che colava lentamente lungo le dita, che gocciolava a terra dai polpastrelli.
«Mamma aveva un progetto per me» Continuò Mika, in tono amaro «Ha investito su di me tempo, denaro… amore. Voleva che io cantavo. E io, come uno stuppido, ho rovinato tutto»
«Tua madre ti ha fatto studiare canto?» domandò Cattelan, fingendo indifferenza
«Ho studiato canto, sì»
«Beh, ehm… si vede che dovevi fare il pugile, no?»
«Non capisci» ringhiò Mika, chinandosi di scatto verso Cattelan come uno di quei grossi licantropi dei film di serie b, un lungo mostro in costume «Io ho iniziato a fare a botte nei locali, io l’ho deluso, non mi sono concentrato sul canto e ora lo so, lo so cosa mi resta: i pugni e basta. Dov’è il sogno di mia madre? Dov’è il nostro» si batté il petto «Sogno? Potevamo stare bene e invece faccio solo quattro soldi con gli ingaggi clandestini» si tolse gli occhiali e si sfregò gli occhi con il pugno chiuso, come se avesse prurito, prima di nascondersi di nuovo sotto le lenti «Va bene. Firmo il tuo contratto. Lo so cosa sono, tu hai… vinto».
Cattelan lo guardò incredulo per un istante. Adesso gli si stringeva il cuore a continuare a mentire, a portare quel giovane uomo ancora più lontano del sogno, ad ingannarlo in modo tanto bieco, ma ripensò alle proprie liste della spesa sempre più corte, al conto che aveva appena pagato per farsi rimettere il dente (che era stato proprio Mika a buttargli giù!) al patto che aveva fatto con Marracash ed Elodie.
«Benvenuto a bordo allora! Io sono Alessandro Cattelan, il tuo nuovo manager e allenatore, e se la cosa può tranquillizzarti ti farò di certo fare molti soldi! E poi perché abbandonare il tuo sogno? Quando avrai vinto i primi incontri potrai permetterti di pagare nuove lezioni di canto, magari ricominci da dove hai lasciato, no? E se devo essere sincero non eri così male… certo non eri per niente al livello pro, però un pochino-ino di tecnica si sentiva, bisognava solo concentrarsi… forza e coraggio che ce la fai! Imparerai a cantare di sicuro, Mika!».
Alessando Cattelan dovette chiudere il cuore e mordersi la lingua per non aggiungere che in realtà le sue erano tutte menzogne e che lui cantava come un usignolo, non dissimilmente dal quale avrebbe meritato di volare libero, invece di essere intrappolato in quella gabbia di contratto illegale. Sorrise, mentre si premeva i denti sulla lingua, stringendo la ricevuta della dentista nel pugno sinistro.
“Sto mettendo un usignolo in gabbia” Pensò “Per farlo combattere contro veri pettirossi, per giunta”.

giovedì 14 aprile 2022

Iris Letalis 2. Suave

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Alessandro si svegliò in ospedale, dolorante. Non ricordava neanche di essere svenuto, ma ora si sentiva esattamente come immaginava che la vittima di un pestaggio dovesse sentirsi. Gli facevano male le labbra, la mascella, le costole e l’occhio destro. “Mika” Pensò “Quel gran bastardo mi ha conciato proprio per le feste. Non ha i freni inibitori, forse per questo è così pericoloso. Dannazione! Non sono riuscito a chiedergli quella cosa…”.
«Oh, vedo che ha ripreso conoscenza» Disse una voce femminile.
Alessandro alzò lo sguardo e fra le palpebre socchiuse dell’occhio tumefatto vide avvicinarsi una donna tutta vestita di bianco. “Un angelo?” Si disse “Ma no, è solo una dottoressa col camice… e se gli angeli avessero il camice? Potrei scriverlo in uno dei miei libri”.
La donna gli parlò con tono gentile.
«Lei» Disse «Ha subito una serie di traumi non indifferenti, signor Cattelan»
«Lo so» Alessandro provò a ridacchiare, ma gli facevano male le costole e lasciò perdere
«Io sono la dottoressa Comello, molto piacere»
«Ale… Alessandro. Mi chiamo Alessandro»
«Lo so, signor Cattelan. Ora mi dica: chi l’ha ridotta in questo modo?»
«Nessuno. Sono caduto dalle scale»
«Dovrebbe essere una battuta che fa ridere?»
«Sì. In teoria sì» Alessandro si sforzò di tirare un sorriso sulle labbra gonfie
«Signor Cattelan, c’è la polizia nella sala d’aspetto. Vuole sporgere denuncia?»
«No. Oh, certo che no» si affrettò a dire l’uomo.
La dottoressa Comello sgranò gli occhi ed estrasse una penna una penna a scatto dal taschino, iniziando a giocherellarci.
«Perché no, signor Cattelan?» Domandò incredula
«Eeeeh» fece l’uomo, con un lungo sospiro «Diciamo che me lo sono meritato. Diciamo che è stato un amico a farmi questo» “E diciamo pure che se la polizia scopre chi sono finisco al fresco per qualche annetto” aggiunse mentalmente l’uomo, sollevandosi su un gomito. Una fitta di dolore lo fece ricadere indietro sui cuscini.
«Lei ha una costola incrinata, ecchimosi varie ed estese e ha perso un molare. Il dente è stato ritrovato, comunque, e potrà rimetterlo a posto» Spiegò la dottoressa
«Grazie mille. Grazie mille davvero, perché vede, il mio sorriso è la mia principale arma di seduzione e poi io ci lavoro anche, perciò passino gli occhi gonfi (che tra parentesi passano davvero, non è che saranno gonfi per sempre), ma il dente in meno no, proprio no, quello me lo devo aggiustare appena esco di qui»
«Signor Cattelan?»
«Sì, dottoressa Comello?»
«Lei sta flirtando con me?»
«No, le giuro, sono naturalmente logorroico. Peggio della peste. Non mi consiglierei a nessuna donna».
La dottoressa si concesse un sorriso divertito, inclinando la testa verso il basso.
«Si rilassi, signor Cattelan. Ancora una visita di controllo e la potremo mandare a casa. Nel frattempo le prescrivo un antidolorifico e antinfiammatorio, va bene?»
«Va assolutamente benissimo, dottoressa Comello».
La donna sorrise, annuì e lasciò la stanza. Alessandro si passò la lingua sui denti e cercò di capire che odore avesse il suo alito. Sapeva di sangue secco. Mentre il signor Cattelan rimuginava su come rendere il profumo (e il sapore) del suo alito sopportabili, almeno a sé stesso visto che gli sembrava di aver masticato del letame, tre persone entrarono nella stanza. Una era una donna dai capelli nerissimi, gli occhi grandi sottolineati da un filo di trucco, l’altro era un uomo con la barba un po’ sfatta, corti capelli color carbone e un volto spiccatamente meridionale, l’ultima figura portava una maschera che le copriva interamente il volto e una sorta di cappa, stampata con minuscole x rosse, che ne nascondeva le forme, impedendo di indovinare se fossero virili o femminee.
Cattelan li riconobbe e gli venne un nodo alla gola (“Come se non bastasse l’alito puzzolente” pensò): erano Elodie e Marracash, i gestori del Suave, uno dei locali più in di Milano. Sempre se i giovani usavano ancora il termine “in” per definire la roba alla moda.
Alessandro Cattelan era stato al Suave decine e decine di volte, ma in particolare conosceva il suo piano inferiore segreto (o meglio, non era segreto, il comune lo sapeva che l’avevano costruito, solo che ufficialmente era uno scantinato per birre e altri alcolici) che nelle notti di plenilunio si trasformava in un’arena per combattimenti clandestini. Il torneo “Luna Loca”, ospitato nel piano sotterraneo del Suave, era il secondo più popolare evento di quel genere e Alessandro sognava di vincerlo ormai da due anni. Che c’è, mica tutti i sogni possiamo portarceli dietro da quando siamo bambini? Si vive meglio realizzandoli in fretta e passando al sogno successivo, ammesso e non concesso che si sia in grado di farlo.
E queste cose, Alessandro, era capacissimo di farle.
«Ciao, vecchio bastardo» Salutò Marracash, facendo un passo avanti «Guarda come sei ridotto…»
«Ciao Marra. Non ti dico bastardo però»
«Tranquillo, non mi offendo»
«Non ti dico bastardo perché è proprio il tuo nome che è un sinonimo per bastardo, Marra».
Se l’uomo si era risentito non lo diede a vedere, anzi sorrise. Poco, ma sorrise. La donna, Elodie, invece rimase impassibile.
«È vero quello che dicono?» Domandò Marracash
«Chi, i no-vax? Non credo che sia vero, no, personalmente anzi tendo a credere che questa visione oscura, contorta e complottista della realtà sia colpa di un progressivo decadimento del valore dell’istruzione, proprio inteso come se la gente non capisse più quanto è importante un sapere razionale, un po’ come quando una volta si…»
«Dicono che è stato Mika a ridurti così» lo interruppe Marracash
«Oh. Quello! Sì, quello è vero»
«Dove si trova adesso?»
«Non ne ho la più pallida idea, Marra»
«È una cosa seria, Alessandro, accidenti! Dov’è finito Mika?».
Alessandro provò a ridere, ma la faccia gli faceva troppo male, perciò tossì sommessamente.
«Mi ha steso come un titano pazzo. Non mi ricordavo più neanche di essere una persona, Marra! Come pretendi che io sappia dov’è andato! Non c’è più al MyMood? È lì che l’ho incontrato»
«Lo so. Lo sanno tutti. Ma non era più lì quando siamo andati… quindi non sai…»
«Non so. Senti, ma che vuoi da lui? Quello spezza te come ha spezzato me, ci si pulisce i denti con la tua spina dorsale, tipo spazzolino oversize. Non ne vale la pena»
«È che ho… ho trovato qualcuno per lui. Un avversario alla sua altezza, Alessandro, qualcuno capace di batterlo».
Cattelan batté le palpebre, stordito come se avesse ricevuto un altro pugno. Rimase così, confuso e zitto, per quasi venti secondi prima di rispondere.
«E quindi tu vorresti vendere i biglietti per questo incontro leggendario?»
«Proprio così» ghignò Marracash
«Se il tuo campione si dimostrerà in grado di battere Mika, allora potrebbe vincere anche l’X-Factor, ci avevi pensato?»
«Non mi interessa dell’X-Factor! Se il mio campione batterà Mika sai che cosa succederà? Tutti gli spettatoti e scommettitori abituali dell’X-Factor verranno ad assistere al torneo che io organizzerò!»
«Il Luna Loca? Vuoi rendere il tuo Luna Loca più popolare dell’X-Factor?»
«La credi una follia?»
«No no, mi sembra una splendida idea in realtà. Può funzionare! Se vuoi posso aiutarti»
«Ma se hai detto che non sai dov’è Mika! Come pensi di aiutarmi?»
«Senti, quello lì è matto, come un cavallo a cui abbiano infilato due pepi di cayenna nel naso, e non sarà facile ragionarci e convincerlo a partecipare all’incontro che hai organizzato per lui. È sfuggente, capisci?»
«Ah ah»
«Io posso aiutarti a trovarlo e posso convincerlo»
«Dopo tutte le botte che t’ha dato, non sembri particolarmente convincente» lo schernì Marracash, sollevando un sopracciglio
«Ma a te cosa costa darmi fiducia? Non dovrai pagarmi se non a lavoro finito»
«Ah sì? E quanto vuoi?»
«Voglio solo il dieci percento dei ricavi dal tuo incontro, quello fra il misterioso campione che hai scelto e Mika. Che ne pensi? Tutto qui, tutto il resto te lo puoi tenere, non voglio un centesimo degli incassi del Luna Loca. Allora, affare fatto?».
Marracash guardò verso la donna, come a chiederle conferma con lo sguardo. Lei batté lentamente le palpebre. Le sue labbra lucide, leggermente argentate, non si incurvarono né in un sorriso né in un broncio prima che lei parlasse.
«Avrai il sette percento, Cattelan» Disse
«Ma è troppo poco!» si lamentò Alessandro «Non posso mica mettere in pericolo la mia vita per duecento euro o giù di lì! No, no, scusa, non posso accettare un compenso così ridicolo, perché insomma, già il dieci percento fa schifo, tu mi vuoi dare ancora di meno e io farò tutto il lavoro, no, non ci sto!»
«Il sette percento» ripeté la donna, impassibile
«Il dodici» la sfidò Alessandro
«Ma prima sei stato tu a dire dieci»
«E ora voglio il dodici! Dieci è veramente poco e sette pure di meno, non mi pare il caso di…»
«Sette percento o non esci vivo da questo ospedale» tagliò corto la donna
«Sì. Hai ragione, sì, il sette percento è onestissimo, va bene, accetto. Ma perché devi sempre essere cattiva con me, Elo?»
«È perché mi chiami “Elo”» rispose la donna, con un forzato sorriso tutto denti che durò meno di due secondi.
Alessandro Cattelan sospirò e anche questo gli fece male. «Va bene» Sussurrò «Per il sette percento del ricavato del match, porterò Mika al Suave, ma da lì in poi dovrete essere voi a vedervela con lui, va bene?»
«Lo porterai al Suave? Dentro, fino al ring, prima dell’inizio del Luna Loca?» volle sapere Elodie
«Sì, lo porterò al Suave, promesso»
«Allora va bene. Considera l’affare concluso, Cattelan»
«E non mi dai neanche la mano? Aspetta, dove vai? Ehi, mi lasciate in camera da solo? Tornate qui!».


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venerdì 25 giugno 2021

Iris Letalis - una fanfiction (Indice)

Note: Come tutte le nostre fanfiction, questa storia è leggibilissima anche se non si conosce il materiale originale. Quindi tranqui! Se non conoscete/seguite X Factor o in generale la musica italiana moderna, saltate questa premessa e cominciate immediatamente a leggere la storia. Andate al capitolo uno e vi divertirete un mondo!
 
 
E vabbé, ammirate che capolavoro trash di copertina che vi abbiamo creato! Guardate che capolavoro di tostaggine. Non avete voglia di vedere il cantante di Grace Kelly che prende a cazzotti qualcuno, adesso? E che Alessandro Cattelan sia il suo allenatore?
E poi, dove lo vogliamo mettere Fedez, eh? DOVE?



A grande, grandissima richiesta, dopo l'acclamato Sunset (non più disponibile su Wattpad, ma ancora leggibilissimo sul nostro blog, se qualcuno se lo stesse domandando), i Cactus di Fuoco tornano con una nuova fanfiction! Questa volta non parliamo di letteratura americana, ma ci spostiamo nella nostra amatissima Italia per parlare di musica. E di talent show, ma senza davvero parlare di talent show.
Antefatto:
E poi per ora ci stiamo guardando la seconda mitica stagione di un capolavoro dell'animazione giapponese, Megalo Box, un anime su una boxe "fantascientifica" dove i lottattori vestono un aggeggio che fa loro da potenziamento meccanico dei colpi, risultando in lotte estremamente cruente.
E c'è questo protagonista, Junk Dog, che per fisico e volto ci ricordava un sacco Mika, il famoso cantante delle hits "Relax, Take it Easy" e "Grace Kelly", nonché giudice spietato (e adorabile, regà) di X Factor. 

Insomma, noi eravamo lì tutti a ridacchiare e dire cose tipo "eh, se Mika fosse un pugile...". Poi uno dei personaggi, il vecchietto che lavora come meccanico dice una cosa. La cosa in questione suona più o meno come (perdonateci, non ce la ricordiamo in maniera perfetta) "I veri pugili hanno tutti il tuo aspetto, Joe".
È stato allora che abbiamo deciso: scriviamo una fanfiction su Mika pugile, visto che ha l'aspetto di uno di loro. Negli ultimi anni, poi, è diventato sempre più simile ad un atleta... se avessimo scritto questa fanfiction nel 2012/2013 non saremmo stati credibili. Ora, invece, sarebbe credibilissimo:
A dire il vero è persino un po' più grosso di Joe.
 
Stiamo svarionando e volando. Probabilmente tutto questo non frega a nessuno di voi.
Quindi concludiamo dicendo quello che sicuramente vi interessa di più: ci sarà Mara Maionchi. Esatto. E anche Fedez, Emma Marrone, Mahmood, i Maneskin e una miriade di altre comparse. Sì, pure Hell Raton, che lo sappiamo che non vedete l'ora di leggere di lui, monelle (e monelli)!
 
La trama: 
Alessandro Cattelan è un po' un perdigiorno e un po' un allenatore di pugili (che sarebbe pure bravo, se ci si mettesse). Le associazioni ufficiali non vogliono avere niente a che fare con uno come lui, così ha ripiegato sul mondo dei combattimenti clandestini. Ora che l'X-Factor, il più grande, importante e pericoloso torneo undergound d'Italia, si sta avvicinando, Alessandro sta cercando un nuovo protetto da condurre alla vittoria e non si accontenterà di un atleta qualunque: lui vuole Mika, il "fulmine di Beirut", un misterioso giovanotto che sembra imbattibile, ma anche indomabile e selvaggio.
 
Ma anche riuscendo a ingaggiare il fulmine di Beirut, la strada è irta, pieni di pericoli e di avversari di insospettabile potenza, come il Klan di Mahmood, la brutale Emma Marrone o gli intelligentissimi protetti di Mara Maionchi. Riusciranno i nostri eroi a primeggiare?
 
Male che vada, ci saremo divertiti tutti a guardarli provare. E magari anche a vederli trovare l'amore?
 
Cominciamo subito! Buona lettura:

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