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martedì 19 aprile 2022

Iris Letalis 3. Usignolo

 +INDICE+

Alessandro Cattelan uscì dall’ambulatorio del dentista, sentendosi le gengive un po’ indolenzite e un po’ anestetizzate, con la sensazione generale di avere dei grossi pezzi di gomma infilati in bocca. Si estrasse dalla tasca un bigliettino rosa ripiegato e lo aprì. Dentro c’era scritta una lista:

- COSA DA FARE ENTRO TRE GIORNI-
□ Comprare il disco dei Maneskin
□ Comprare la cartaigienica, quella con il lupetto coccolo che è morbida
□ Chiedere alla signora Renata di prestarti le chiavi del terrazzo
□ Farsi rimettere il dente che Mika ti ha buttato con un pugno (nota: vai dalla dottoressa Caruso e digli che ti ha mandato Elodie x sconto)
□ Inventare un finale per “Timmy e l’orsetto bordeaux” (nota: l’orsetto non deve morire, sennò l’editore non ti pubblica)
□ Trovare Mika (e convincerlo).

L’uomo mise una spunta davanti a “farsi rimettere il dente che Mika ti ha buttato con un pugno”, poi chiuse di nuovo il biglietto e se lo infilò in tasca. Sospirò: anche con lo sconto, la dottoressa Caruso era cara e quasi quasi sarebbe stato meglio evitare di rimettersi il dente. I soldi ormai scarseggiavano: quelli guadagnati dal suo ultimo libro per bambini, “Mimma e la rana gialla”, erano a malapena bastati a chiudere il mutuo per il minuscolo appartamento in cui Alessandro abitava; quanto invece al denaro degli incontri clandestini, lui lo aveva investito tutto su un talent show con quattro giudici che cercavano cantanti strepitosi, ma il format era fallito miseramente dopo la prima stagione ed era stato sostituito da un reality in cui le donne dovevano scambiare i loro mariti con dei veri maiali per un mese.
Cattelan aveva ammesso, sconfitto, che l’idea dei maiali era proprio divertente e si diede dell’idiota per non averci pensato lui. Stava ripensando a quella puntata dove in un monolocale al centro di Perugia andava ad abitare un porco di duecentosedici chili, quando vide una familiare testa riccia spuntare oltre la gente che passeggiava. Cattelan si riscosse subito e trottò in direzione di quella testa, determinato, pregando che fosse davvero Mika. Lo era.
«Ehi! Ehi! Mika, Mika, fermati!».
Il pugile si bloccò e girò la testa in direzione della voce che lo chiamava. Indossava un paio di occhiali da sole arcobaleno con la montatura di plastica gialla, terribilmente vistosi.
«Mika!» Esclamò Alessandro Cattelan, afferrandogli un braccio «Ti ricordi di me?»
«Sei lo sporcaccione» rispose Mika, senza esitare e senza neppure sottrarsi alla presa
«Co-come sarebbe a dire lo sporcaccione, scusa?»
«Sei quello a cui piace essere picchiato...»
«No, no, hai capito male!»
«… Che voleva pagarmi per fare quelle cose lì con me. Mamma mi ha detto di non farlo»
«No! No, ascolta Mika, c’è stato un malinteso, un malinteso enorme! Io mi chiamo Alessandro Cattelan e non sono un pervertito, io organizzo incontri di pugilato». Omise bellamente di dire che erano incontri illegali.
Mika ci pensò su per un attimo, spostando molto lentamente il peso da un piede all’altro. Poi incrociò le braccia.
«Io non faccio più gli incontri» Disse infine.
Alessandro si sentì il cuore sprofondare nel petto. «Co-come? Non fai più incontri?» Domandò, allibito
«Già. Ho smesso»
«Ma perché? Non ha senso, sei famoso, è quello che sai fare meglio! Sei un campione, Mika, e io posso farti arrivare ancora più in alto»
«Mamma non vuole che io faccia a botte, dice che è una cosa da criminali. Ora faccio il cantante».
Cattelan era allibito. Batté le palpebre più volte, alla ricerca di una via d’uscita da quella situazione.
«Il cantante?»
«Sì. Mi piace… un poco, anche, cantare» Rispose Mika, modesto, abbassando la testa per guardarsi i piedi
«Lo sai che è molto difficile fare il… aspetta, dove vai, aspettami!».
L’alto pugile aveva ripreso a camminare a passo lungo, un elegante levriero che spiccava sui passanti, e Alessandro gli trottava dietro dietro con passi irregolari, cercando di tenere un’andatura simile, come un bouledogue francese che insegue una carrozza.
«Mika! Non è facile diventare un cantante» Continuò Cattelan, senza rinunciare e continuando ad inseguire l’altro «Sfondare è quasi impossibile con la concorrenza che c’è oggi. Fidati di me: io avevo un talent show musicale, lo so perfettamente come funziona. Ti conviene fare quello che sai fare meglio, no?»
«Mamma dice che la cosa che so fare meglio è cantare» rispose il pugile, senza neanche guardare il suo interlocutore
«Meglio di fare a botte? Io non credo proprio!»
«E invece sono bravo!»
«Senti, ma hai già un agente? Se vuoi sfondare nel mondo della musica ti serve qualcuno con gli agganci, qualcuno che parli con le case discografiche, con le radio, che ti organizzi gli eventi, i concerti, i firmacopie, tutto tutto tutto! Allora, ce l’hai un agente?»
«Io… la mia mamma è il mio agente, mi ha detto che mi aiuterà»
«Ma tua mamma ha tutti gli agganci che servono? Pensaci bene, Mika, perché stai praticamente andando verso il fallimento se non è così. Io invece posso aiutarti»
«Ho detto che ho smesso. Non li faccio più, gli incontri»
«Sì, sì, questo l’ho capito, anche se credo che sia un gran peccato, ma ora ascoltami bene: io sono un manager richiestissimo anche dai musicisti» mentì Alessandro «Posso farti diventare un cantante molto famoso, posso farti passare dalle radio tutti i giorni. Ho un cugino che lavora per la radio più ascoltata d’Italia, pensa un po’ te!»

«Daveri?» domandò Mika, rallentando un poco
«Daveri daveri, giurò… davvero, caro amico mio. Davvero: ho prodotto alcuni dei migliori artisti italiani»
«Prodotto? Non eri un manager?»
«Sì, sì, certo, non c’è poi così tanta diversità fra management e produzione, vedi che non ne sai proprio nulla, povero caro?»
«E quindi potresti… si, potresti farmi diventare un cantante?»
«Sì, certo!» il sorriso sul volto di Cattelan sembrava così genuino che neanche un profiler dell’FBI avrebbe potuto scorgere la bugia che nascondeva «Ti posso fare diventare famoso»
«Io… ho bisogno di soldi. Per… per la mia famiglia, io...» borbottò Mika, arrossendo un po’
«Ma certo! Ma certo, diventerai famoso e avrai un sacco di soldi se sei davvero bravi come dici. Però se manchi di talento posso farci davvero poco, questa cosa l’hai capita, vero? Quindi posso aiutarti, ma devi saper cantare»
«Lo so fare!»
«Facciamo così: tu hai bisogno di soldi, giusto? Per la tua famiglia, Mika, pensa alla tua famiglia»

«Sì. Sì io ho… bisogno...»
«Ecco. E per la tua famiglia potresti fare una piccola scommessa? Tu ci puoi solo guadagnare. Sei un uomo d’onore e vuoi aiutare la tua famiglia, giusto? Sai mantenere la parola?»
«Sì? Io… sì. Sì» balbettò Mika, confuso
«Bene. Molto bene, facciamo così, visto che mi sto esponendo per te e mi devi anche chiedere scusa per avermi mandato in ospedale: io ti ascolterò cantare, se sei bravo ti metterò sotto contratto come cantante, altrimenti, se non mi piaci come canti, ti metterò sotto contratto come pugile. Ti va?»
«Non lo so...»
«Quindi non sei sicuro di essere così bravo» lo stuzzicò Cattelan «E se non sai di essere bravi, come puoi anche solo pensare di diventare un cantante?»
«No! No, io sono bravi, mamma mi dice che sono bravo, mi dice sempre...»
«E allora dimostramelo. Sii coraggioso, fai l’uomo: accetta la sfida. Se tua madre ha ragione, la renderai fiera di te tornando a casa con un bel contratto. Su, vediamo se mamma ha ragione!»
«Va bene».
Mika si fermò. Si tolse gli occhiali da sole e prese a giocherellarci nervosamente. Alessandro lo guardò con aria di sfida, sicuro di averlo in pugno: che razza di cantante avrebbe mai potuto essere il Fulmine di Beirut? E anche se avesse davvero avuto una stilla di talento, sarebbe stato facile dissimulare, mentire, dirgli che non era bravo abbastanza, che la musica moderna richiedeva standard molto più elevanti.
Poi Mika aprì la bocca. Poi cantò, a voce abbastanza alta perché qualcuno si voltasse a guardarlo.

«Do I attract you?
Do I repulse you with my queasy smile?
Am I too dirty?
Am I too flirty?
Do I like what you like?».

Le sue mani si erano fermate, non tormentavano più gli occhiali. Non aveva quasi neppure iniziato a cantare che i passanti si erano fermati ad ascoltarlo. La sua voce era chiara, pulita, dolce e affilata al tempo stesso, perfettamente intonata, e colpiva le note alte come un martelletto d’argento. 
 
«I could be wholesome

I could be loathsome
I guess I'm a little bit shy
Why don't you like me?
Why don't you like me without making me try?

I tried to be like Grace Kelly
But all her looks were too sad
So I try a little Freddie
I've gone identity mad!»
.

“Un dannato usignolo” Pensò Alessandro, deglutendo.

«I could be brown
I could be blue
I could be violet sky
I could be hurtful
I could be purple
I could be anything you like
Gotta be green
Gotta be mean
Gotta be everything more
Why don't you like me?
Why don't you like me?
Why don't you walk out the door!».

Alessandro Cattelan, colto di sorpresa, non riusciva a frenarsi dal battere il piede a terra in sincrono con il ritmo della canzone. La mimica facciale del pugile era assorbita nel mondo canoro che egli stava creando, più struggente e in una certa misura più sensuale ad ogni strofa. Mika prese anche a schioccare le dita per sottolineare il ritmo della canzone e in un istante anche la gente intorno fece la stessa cosa, come ipnotizzata; c’era una bimba in un passeggino, di appena due anni, che batteva le manine paffute e lo guardava con occhi rotondi come padelle. Alessandro si guardò intorno, stringendo i denti mentre constatava che quel dannato usignolo era effettivamente un trascinatore e che non aveva mai visto così tanti passanti casuali finire coinvolti nell’esibizione di un perfetto sconosciuto. E se quando Mika avesse finito di cantare, quella gente l’avesse cominciato ad applaudire? Sarebbe diventato estremamente difficile ingannarlo per fargli credere di non possedere alcun talento.
Ma quando Mika finì di cantare e riaprì gli occhi (li aveva tenuti chiusi per tutta la durata della performance), la gente semplicemente continuò per la sua strada, senza un solo applauso, senza un solo complimento. Alessandro Cattelan tirò un gran sospiro di sollievo.
«Amico mio» Disse «Se tua mamma crede che tu sia bravo a cantare è solo perché tua madre, credimi quando ti dico che se non lo fossi si comprerebbe un bel paio di robusti tappi per le orecchie».
Mika, che era stato speranzoso, fece una faccia una terribilmente triste, le sopracciglia scure aggrottate, gli occhioni bruni da cerbiatto adombrati, tanto che per poco Cattelan non si convinse a dirgli la verità.
«Davero… Davero io non sono bravo?» Chiese con la vocina, stringendosi nelle spalle e ingobbendosi, quasi volesse rimpicciolirsi, minimizzare il bersaglio che la vergogna poteva colpire
«Proprio così, amico mio. Davvero. Davvero. Vecchio stile stile come una campana e stonato come una campana… tu non ti offendi per un giudizio sincero, vero amico mio?»
«Mi sembra molto… cattivo. Stonato come una campana?»
«Sì, forse non sei così stonato, su col morale! Ma da lì ad essere davvero bravo ce ne passa, eh!»
«Dav… daveri?»
«Ehm, sì… sì, e si dice davvero comunque. Non daveri, non davero. Credimi quando ti dico che mi dispiace tantissimo, ma meglio infrangere il tuo sogno adesso che sei giovane, piuttosto che farti andare avanti facendoti credere che tu possa farcela, no?» Cattelan sorrise in modo incoraggiante, allargando le braccia «Tu sei una persona eccezionale, Mika, hai un posto nel mondo, capisci? Un posto che...»
«Per me non c’è posto neanche in paradiso» lo interruppe il pugile, veemente, riprendendo a camminare con passi lunghi e sciolti.
Cattelan lo inseguì di nuovo.
«Mika! Mika, hey, fermati, avevamo un patto!».
Il pugile si infilò in una stradina laterale fra due case arancioni, scartando agilmente una vecchietta contro cui Cattelan invece su scontrò. Il trolley che l’anziana trascinava, pieno di verdure, bastoncini di pesce e nocciole, si rovesciò al suolo.
«Oh, che disastro!» Esclamò la nonnina, portandosi le mani al volto
«Mi dispiace signora, mi fermerei ad aiutarla, ma sto inseguendo un campione di boxe da mettere sotto contratto!» rispose Cattelan, contrito, ma non abbastanza da fermarsi: rallentò solo un poco per dare un’occhiata alle nocciole che rotolavano dappertutto.
Inaspettatamente, gli occhietti neri della vecchietta si animarono di una luce di gioia e speranza.
«Vai giovanotto! Non fermarti! Prendi il tuo campione!» Esclamò lei, con voce tremula ma vivace
«Grazie! Lo prenderò!».
Alessandro Cattelan accelerò, con il cuore invaso dai sensi di colpa: se aveva rovesciato la spesa di una nonnina indifesa e per giunta supportiva, allora doveva valerne la pena! Doveva prenderlo, questo capriccioso pugile che voleva fare il cantante, costasse anche…
«Sandrino!» Disse una voce conosciuta «Dove vai di corsa? Guarda che ti sloghi le caviglie e cadi e muori!».
Oh no, Nonno Gianfranco! Alessandro rallentò, non perché volesse salutare l’anziano, ma perché temeva che qualche disastro sarebbe potuto avvenire: Nonno Gianfranco era infatti considerato quasi universalmente il vecchio più porta-iella di Milano, da cent’anni a questa parte e anche da giovane non aveva certo mancato di creare disagi a tutti, tanto che veniva pagato da alcuni negozi come iettatore ufficiale, mandato a sedersi di fronte agli esercizi commerciali rivale e fargli perdere tutti i clienti.
«Nonno» Disse Cattelan «Ti prego, non mi posso fermare, c’è uno che mi deve dei soldi che sta scappando!»
«Ma chi?» fece Nonno Gianfranco, con un sorriso tutto gengive e con qualche minuscolo dente giallo «Quello lì lungo lungo che camminava col passo di cammello? Ma che te preoccupi, Sandrino? Camminando così quello lì impincia nel primo tombino aperto e spezza una caviglia, taac!».
Rumore di caduta rovinoso, cose che si rompevano e imprecazioni in francese coronarono il tutto: quando si trattava di sventure, Nonno Gianfranco non contemplava errore.
«Oh, grazie nonno, sei sempre il migliore!» Disse Cattelan, giungendo le mani
«Basta non mi chiudete in una casa di riposo e siete i migliori pure voi» replicò il vecchio, mettendosi le mani sui fianchi «E ora ti lascio, devo andare a pisciare sulle panche della chiesa, che la Mariella mi ha fatto sfida e vinco sei euro e cinquanta».
Cattelan salutò con un amichevole gesto della mano e non disse nulla, ben sapendo quanto pericoloso fosse contrariare il vecchio più porta-iella di Milano. Una volta Nonno Gianfranco era stato beccato dalla polizia a sputare sulle cipolle di un fruttivendolo, ma prima che potessero arrestarlo la volante della squadra di turno aveva misteriosamente preso fuoco, ad uno degli agenti era venuta la diarrea e l’altro aveva avuto un attacco di panico. No, meglio non contrariare il signor Gianfranco, se si teneva alla propria vita… e girato l’angolo Cattelan ebbe ancora una conferma di quel potere, vedendo Mika seduto e con l’aria imbronciata fra due bidoncini del metallo che erano caduti inondando il vicolo di lattine vuote di birra, zuppe varie e tappi di barattolo.
«Ti sei fatto male?» Gli chiese Cattelan, premuroso
«No» rispose Mika, petulante
«Che cosa fai lì per terra, allora?»
«Sono inciampato nel tondino»
«Il tombino vuoi dire?»
«Sì» Mika si imbronciò ancora di più «Sono caduttto». Pronunciava una quantità di t spropositata.
Cattelan gli tese una mano, amichevole. Il pugile non la prese e rimase cocciutamente seduto in mezzo alla spazzatura, guardando verso il muro della casa di fronte. Aveva la faccia rossa di imbarazzo e rabbia.
«Stai bene? Non è che ti sei rotto qualcosa?» Insisté Cattelan, memore del potere di Gianfranco
«Stto bene. L’ho già deto».
Cattela si morse la lingua per non commentare l’uso apparentemente casuale delle doppie da parte di Mika, perché non gli sembrava davvero un buon momento.
«Abbiamo fatto un patto» Disse invece «Ricordi? Posso metterti sotto contratto come pugile!».
Questa volta Mika lo guardò, poi lentamente si alzò. Raccolse da terra gli occhiali da sole e li indossò di nuovo, nascondendo dietro le lenti colorate gli occhioni scuri.
«Non ho firmato nessun contrato» Disse, la voce carica di minaccia
«Ma mi hai dato la tua parola...»
«No!» 
«Hai detto che andava bene! Andiamo amico, l’hai detto!»
«La mia parola non vale nulla. Niente. Non sono un uomo di onore»
«Ma potresti diventarlo! E potresti rendere fiera la tua famiglia, la tua mamma, fare tanti soldi per loro e...»
«No! Gli uomini di onore non mi vogliono. Io non ho onore. Io non sono un pugile, capisci?» sollevò le mani per mostrargliele, le dita ben aperte. Erano mani affusolate, non particolarmente grandi per la taglia del pugile, quasi da pianista e con unghie corte, sottili, madreperlacee; a stonare con l’insieme solo le cicatrici sulle nocche, come se fossero state spaccate più volte. Cattelan immaginò il sangue che colava lentamente lungo le dita, che gocciolava a terra dai polpastrelli.
«Mamma aveva un progetto per me» Continuò Mika, in tono amaro «Ha investito su di me tempo, denaro… amore. Voleva che io cantavo. E io, come uno stuppido, ho rovinato tutto»
«Tua madre ti ha fatto studiare canto?» domandò Cattelan, fingendo indifferenza
«Ho studiato canto, sì»
«Beh, ehm… si vede che dovevi fare il pugile, no?»
«Non capisci» ringhiò Mika, chinandosi di scatto verso Cattelan come uno di quei grossi licantropi dei film di serie b, un lungo mostro in costume «Io ho iniziato a fare a botte nei locali, io l’ho deluso, non mi sono concentrato sul canto e ora lo so, lo so cosa mi resta: i pugni e basta. Dov’è il sogno di mia madre? Dov’è il nostro» si batté il petto «Sogno? Potevamo stare bene e invece faccio solo quattro soldi con gli ingaggi clandestini» si tolse gli occhiali e si sfregò gli occhi con il pugno chiuso, come se avesse prurito, prima di nascondersi di nuovo sotto le lenti «Va bene. Firmo il tuo contratto. Lo so cosa sono, tu hai… vinto».
Cattelan lo guardò incredulo per un istante. Adesso gli si stringeva il cuore a continuare a mentire, a portare quel giovane uomo ancora più lontano del sogno, ad ingannarlo in modo tanto bieco, ma ripensò alle proprie liste della spesa sempre più corte, al conto che aveva appena pagato per farsi rimettere il dente (che era stato proprio Mika a buttargli giù!) al patto che aveva fatto con Marracash ed Elodie.
«Benvenuto a bordo allora! Io sono Alessandro Cattelan, il tuo nuovo manager e allenatore, e se la cosa può tranquillizzarti ti farò di certo fare molti soldi! E poi perché abbandonare il tuo sogno? Quando avrai vinto i primi incontri potrai permetterti di pagare nuove lezioni di canto, magari ricominci da dove hai lasciato, no? E se devo essere sincero non eri così male… certo non eri per niente al livello pro, però un pochino-ino di tecnica si sentiva, bisognava solo concentrarsi… forza e coraggio che ce la fai! Imparerai a cantare di sicuro, Mika!».
Alessando Cattelan dovette chiudere il cuore e mordersi la lingua per non aggiungere che in realtà le sue erano tutte menzogne e che lui cantava come un usignolo, non dissimilmente dal quale avrebbe meritato di volare libero, invece di essere intrappolato in quella gabbia di contratto illegale. Sorrise, mentre si premeva i denti sulla lingua, stringendo la ricevuta della dentista nel pugno sinistro.
“Sto mettendo un usignolo in gabbia” Pensò “Per farlo combattere contro veri pettirossi, per giunta”.

giovedì 14 aprile 2022

Iris Letalis 2. Suave

 +INDICE+
 



Alessandro si svegliò in ospedale, dolorante. Non ricordava neanche di essere svenuto, ma ora si sentiva esattamente come immaginava che la vittima di un pestaggio dovesse sentirsi. Gli facevano male le labbra, la mascella, le costole e l’occhio destro. “Mika” Pensò “Quel gran bastardo mi ha conciato proprio per le feste. Non ha i freni inibitori, forse per questo è così pericoloso. Dannazione! Non sono riuscito a chiedergli quella cosa…”.
«Oh, vedo che ha ripreso conoscenza» Disse una voce femminile.
Alessandro alzò lo sguardo e fra le palpebre socchiuse dell’occhio tumefatto vide avvicinarsi una donna tutta vestita di bianco. “Un angelo?” Si disse “Ma no, è solo una dottoressa col camice… e se gli angeli avessero il camice? Potrei scriverlo in uno dei miei libri”.
La donna gli parlò con tono gentile.
«Lei» Disse «Ha subito una serie di traumi non indifferenti, signor Cattelan»
«Lo so» Alessandro provò a ridacchiare, ma gli facevano male le costole e lasciò perdere
«Io sono la dottoressa Comello, molto piacere»
«Ale… Alessandro. Mi chiamo Alessandro»
«Lo so, signor Cattelan. Ora mi dica: chi l’ha ridotta in questo modo?»
«Nessuno. Sono caduto dalle scale»
«Dovrebbe essere una battuta che fa ridere?»
«Sì. In teoria sì» Alessandro si sforzò di tirare un sorriso sulle labbra gonfie
«Signor Cattelan, c’è la polizia nella sala d’aspetto. Vuole sporgere denuncia?»
«No. Oh, certo che no» si affrettò a dire l’uomo.
La dottoressa Comello sgranò gli occhi ed estrasse una penna una penna a scatto dal taschino, iniziando a giocherellarci.
«Perché no, signor Cattelan?» Domandò incredula
«Eeeeh» fece l’uomo, con un lungo sospiro «Diciamo che me lo sono meritato. Diciamo che è stato un amico a farmi questo» “E diciamo pure che se la polizia scopre chi sono finisco al fresco per qualche annetto” aggiunse mentalmente l’uomo, sollevandosi su un gomito. Una fitta di dolore lo fece ricadere indietro sui cuscini.
«Lei ha una costola incrinata, ecchimosi varie ed estese e ha perso un molare. Il dente è stato ritrovato, comunque, e potrà rimetterlo a posto» Spiegò la dottoressa
«Grazie mille. Grazie mille davvero, perché vede, il mio sorriso è la mia principale arma di seduzione e poi io ci lavoro anche, perciò passino gli occhi gonfi (che tra parentesi passano davvero, non è che saranno gonfi per sempre), ma il dente in meno no, proprio no, quello me lo devo aggiustare appena esco di qui»
«Signor Cattelan?»
«Sì, dottoressa Comello?»
«Lei sta flirtando con me?»
«No, le giuro, sono naturalmente logorroico. Peggio della peste. Non mi consiglierei a nessuna donna».
La dottoressa si concesse un sorriso divertito, inclinando la testa verso il basso.
«Si rilassi, signor Cattelan. Ancora una visita di controllo e la potremo mandare a casa. Nel frattempo le prescrivo un antidolorifico e antinfiammatorio, va bene?»
«Va assolutamente benissimo, dottoressa Comello».
La donna sorrise, annuì e lasciò la stanza. Alessandro si passò la lingua sui denti e cercò di capire che odore avesse il suo alito. Sapeva di sangue secco. Mentre il signor Cattelan rimuginava su come rendere il profumo (e il sapore) del suo alito sopportabili, almeno a sé stesso visto che gli sembrava di aver masticato del letame, tre persone entrarono nella stanza. Una era una donna dai capelli nerissimi, gli occhi grandi sottolineati da un filo di trucco, l’altro era un uomo con la barba un po’ sfatta, corti capelli color carbone e un volto spiccatamente meridionale, l’ultima figura portava una maschera che le copriva interamente il volto e una sorta di cappa, stampata con minuscole x rosse, che ne nascondeva le forme, impedendo di indovinare se fossero virili o femminee.
Cattelan li riconobbe e gli venne un nodo alla gola (“Come se non bastasse l’alito puzzolente” pensò): erano Elodie e Marracash, i gestori del Suave, uno dei locali più in di Milano. Sempre se i giovani usavano ancora il termine “in” per definire la roba alla moda.
Alessandro Cattelan era stato al Suave decine e decine di volte, ma in particolare conosceva il suo piano inferiore segreto (o meglio, non era segreto, il comune lo sapeva che l’avevano costruito, solo che ufficialmente era uno scantinato per birre e altri alcolici) che nelle notti di plenilunio si trasformava in un’arena per combattimenti clandestini. Il torneo “Luna Loca”, ospitato nel piano sotterraneo del Suave, era il secondo più popolare evento di quel genere e Alessandro sognava di vincerlo ormai da due anni. Che c’è, mica tutti i sogni possiamo portarceli dietro da quando siamo bambini? Si vive meglio realizzandoli in fretta e passando al sogno successivo, ammesso e non concesso che si sia in grado di farlo.
E queste cose, Alessandro, era capacissimo di farle.
«Ciao, vecchio bastardo» Salutò Marracash, facendo un passo avanti «Guarda come sei ridotto…»
«Ciao Marra. Non ti dico bastardo però»
«Tranquillo, non mi offendo»
«Non ti dico bastardo perché è proprio il tuo nome che è un sinonimo per bastardo, Marra».
Se l’uomo si era risentito non lo diede a vedere, anzi sorrise. Poco, ma sorrise. La donna, Elodie, invece rimase impassibile.
«È vero quello che dicono?» Domandò Marracash
«Chi, i no-vax? Non credo che sia vero, no, personalmente anzi tendo a credere che questa visione oscura, contorta e complottista della realtà sia colpa di un progressivo decadimento del valore dell’istruzione, proprio inteso come se la gente non capisse più quanto è importante un sapere razionale, un po’ come quando una volta si…»
«Dicono che è stato Mika a ridurti così» lo interruppe Marracash
«Oh. Quello! Sì, quello è vero»
«Dove si trova adesso?»
«Non ne ho la più pallida idea, Marra»
«È una cosa seria, Alessandro, accidenti! Dov’è finito Mika?».
Alessandro provò a ridere, ma la faccia gli faceva troppo male, perciò tossì sommessamente.
«Mi ha steso come un titano pazzo. Non mi ricordavo più neanche di essere una persona, Marra! Come pretendi che io sappia dov’è andato! Non c’è più al MyMood? È lì che l’ho incontrato»
«Lo so. Lo sanno tutti. Ma non era più lì quando siamo andati… quindi non sai…»
«Non so. Senti, ma che vuoi da lui? Quello spezza te come ha spezzato me, ci si pulisce i denti con la tua spina dorsale, tipo spazzolino oversize. Non ne vale la pena»
«È che ho… ho trovato qualcuno per lui. Un avversario alla sua altezza, Alessandro, qualcuno capace di batterlo».
Cattelan batté le palpebre, stordito come se avesse ricevuto un altro pugno. Rimase così, confuso e zitto, per quasi venti secondi prima di rispondere.
«E quindi tu vorresti vendere i biglietti per questo incontro leggendario?»
«Proprio così» ghignò Marracash
«Se il tuo campione si dimostrerà in grado di battere Mika, allora potrebbe vincere anche l’X-Factor, ci avevi pensato?»
«Non mi interessa dell’X-Factor! Se il mio campione batterà Mika sai che cosa succederà? Tutti gli spettatoti e scommettitori abituali dell’X-Factor verranno ad assistere al torneo che io organizzerò!»
«Il Luna Loca? Vuoi rendere il tuo Luna Loca più popolare dell’X-Factor?»
«La credi una follia?»
«No no, mi sembra una splendida idea in realtà. Può funzionare! Se vuoi posso aiutarti»
«Ma se hai detto che non sai dov’è Mika! Come pensi di aiutarmi?»
«Senti, quello lì è matto, come un cavallo a cui abbiano infilato due pepi di cayenna nel naso, e non sarà facile ragionarci e convincerlo a partecipare all’incontro che hai organizzato per lui. È sfuggente, capisci?»
«Ah ah»
«Io posso aiutarti a trovarlo e posso convincerlo»
«Dopo tutte le botte che t’ha dato, non sembri particolarmente convincente» lo schernì Marracash, sollevando un sopracciglio
«Ma a te cosa costa darmi fiducia? Non dovrai pagarmi se non a lavoro finito»
«Ah sì? E quanto vuoi?»
«Voglio solo il dieci percento dei ricavi dal tuo incontro, quello fra il misterioso campione che hai scelto e Mika. Che ne pensi? Tutto qui, tutto il resto te lo puoi tenere, non voglio un centesimo degli incassi del Luna Loca. Allora, affare fatto?».
Marracash guardò verso la donna, come a chiederle conferma con lo sguardo. Lei batté lentamente le palpebre. Le sue labbra lucide, leggermente argentate, non si incurvarono né in un sorriso né in un broncio prima che lei parlasse.
«Avrai il sette percento, Cattelan» Disse
«Ma è troppo poco!» si lamentò Alessandro «Non posso mica mettere in pericolo la mia vita per duecento euro o giù di lì! No, no, scusa, non posso accettare un compenso così ridicolo, perché insomma, già il dieci percento fa schifo, tu mi vuoi dare ancora di meno e io farò tutto il lavoro, no, non ci sto!»
«Il sette percento» ripeté la donna, impassibile
«Il dodici» la sfidò Alessandro
«Ma prima sei stato tu a dire dieci»
«E ora voglio il dodici! Dieci è veramente poco e sette pure di meno, non mi pare il caso di…»
«Sette percento o non esci vivo da questo ospedale» tagliò corto la donna
«Sì. Hai ragione, sì, il sette percento è onestissimo, va bene, accetto. Ma perché devi sempre essere cattiva con me, Elo?»
«È perché mi chiami “Elo”» rispose la donna, con un forzato sorriso tutto denti che durò meno di due secondi.
Alessandro Cattelan sospirò e anche questo gli fece male. «Va bene» Sussurrò «Per il sette percento del ricavato del match, porterò Mika al Suave, ma da lì in poi dovrete essere voi a vedervela con lui, va bene?»
«Lo porterai al Suave? Dentro, fino al ring, prima dell’inizio del Luna Loca?» volle sapere Elodie
«Sì, lo porterò al Suave, promesso»
«Allora va bene. Considera l’affare concluso, Cattelan»
«E non mi dai neanche la mano? Aspetta, dove vai? Ehi, mi lasciate in camera da solo? Tornate qui!».


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sabato 12 febbraio 2022

La Cattedra del Giocatore - 7. Quella volta del suicidio mancato

 
Achille era morto. Achille era morto. Era stato vivo, si era mosso, il suo corpo di carne era stata una sinfonia di tendini e pulsazioni, di carne e muscoli e pensieri, simulacro della sacralità della vita. E ora era morto e se ne stava abbandonato sulla sedia.
Manuel non riusciva a distogliere lo sguardo.
Achille era morto e, oh, come era strana, la morte. Com’era terribile. E Manuel, rabbrividendo, pensò a quella volta in cui si era ritrovato a giusto un soffio dal ridursi così da solo… sì, insomma… dall’ammazzarsi.

Si era raccolto i capelli in una crocchia e li aveva nascosti sotto un berretto blu, si era infilato una giacca di acetato che aveva trovato abbandonata durante una passeggiata in periferia (“EdilSasa” recitava la scritta bianca e scrostata sul petto) e aveva deciso di fingere di essere un operaio per entrare nel ventre della Torre Solaria, il mostruoso edificio residenziale alto centoquarantatre metri nella zona centrale di Milano.
Nessuno lo aveva fermato. L’ascensore lo aveva portato in alto, relativamente silenzioso, senza scossoni. E ad ogni piano che superava, Manuel deglutiva e sentiva che il suo cuore era rimasto a terra, molto più in basso, e che lui si allontanava.
Lui aveva paura, una paura matta, delle altezze.
E quando finalmente era uscito sul terrazzo dell’ultimo piano (aveva chiesto di poter controllare una cosa alla donna che aveva le chiavi e lei lo aveva accontentato) aveva visto le guglie del Duomo e le lontanissime Alpi. Non ricordava la voce della signora che gli aveva aperto la porta, né il suo volto.
La paura cancellava questi ricordi effimeri, inutili… o forse era la colpa a cancellarli: lei si era fidata e lui aveva intenzione di ingannarla, di coinvolgerla nelle indagini che di certo sarebbero avvenute quando lui fosse morto. Manuel si era vergognato. Si era chiuso la porta alle spalle, aveva messo a terra la borsa che aveva portato (dentro non c’erano strumenti del mestiere, come chiunque avrebbe pensato, ma vecchi giornali e una copia sgualcita di un libro intitolato “Urban Legends”), si era sporto a guardare giù.
Le vertigini gli strinsero lo stomaco. Il suo corpo si faceva indietro, freneticamente le sue mani cercavano un appiglio, ma la mente, sconnessa, voleva solo avanzare e buttarsi giù.
“Un momento. Un momento solo di caduta e poi non dovrai preoccuparti mai più. Che te ne importa, Manuel? Non sarai davvero così spaventato da pochi istanti di paura, se poi potrai goderti la pace per sempre?”.
Manuel prese un profondo respiro. Una brezza fresca gli accarezzava la faccia con dita invisibili.
L’uomo guardò in basso: c’era un’area pedonale vastissima e alcune persone passeggiavano. C’erano bambini? La vista gli si annebbiava, non riusciva a capire se certe persone molto basse fossero adulti o infanti, ma alla fine cosa importava? Era un problema loro. Un problema loro se si scioccavano, se dovevano guardare (anche se da lontano, sarebbero stati tutti ad almeno una ventina di metri dal punto in cui si sarebbe schiantato il suo corpo) la sua carne sbattere contro il cemento e il suo sangue spargersi. Era un problema loro. Un problema loro, così come fino a quel momento i suoi problemi erano stati solo suoi.
Quella gente era sempre stata del tutto indifferente al suo grido d’aiuto. Alla sua sofferenza. E non avevano forse ragione? Non esisteva nessuna fratellanza universale (che spreco di retorica!), quelle persone non avevano nessun obbligo di prendersi cura di lui, ed era questo uno dei motivi per cui aveva smesso di chiedere aiuto e aveva deciso di togliersi di mezzo. Perché aspettarsi un aiuto che non gli era minimamente dovuto? Meglio morire.
Meglio morire, si era detto, che finire per essere una di quelle persone penose, che si lagnano e si trascinano alla ricerca di un aiuto, che credono che il benessere gli sia dovuto… ma era il discorso della volpe e dell’uva: in fondo, una parte della sua anima sapeva che il motivo per cui non voleva pesare sugli altri era che nessuno se lo sarebbe caricato, quel peso.
Era solo al mondo, attraversava la vita quasi invisibile agli altri. Nemmeno il portiere del palazzo lo aveva fermato, come se non fosse importante, come se quel povero relitto umano che era lui non potesse neppure fare danni, non potesse essere un ladro.
Chiuse gli occhi e la nausea si calmò un poco. Allargò le braccia e alzò il mento. Forse quando si sarebbe schiantato non avrebbe scioccato proprio nessuno, ma sarebbe rimasto invisibile al mondo, lo avrebbero raccolto i netturbini e lo avrebbero buttato in una fossa comune, non avrebbero neppure cercato di identificarlo.
Un altro respiro profondo, lentissimo, attraverso le narici. I tacchi delle scarpe vicini, uno a contatto con l’altro, e il pavimento sotto i piedi che fra pochi istanti non sarebbe più stato a contatto con essi. Il peso spostato sulle punte dei piedi.
«Vuoi davvero morire?» Aveva domandato una voce.
Manuel aveva aperto gli occhi di scatto, sobbalzando, e si era guardato alle spalle.
C’era un uomo seduto per terra dietro di lui, con la pelle della faccia nerissima che spiccava sotto un ciuffone voluminoso di capelli bianchi. Indossava una giacca brillante, come quelle dei vecchi presentatori di programmi musicali, tempestata di minuscoli lustrini che sembravano cambiare posizione anche al semplice movimento del respiro.
Come era arrivato lì? Manuel non aveva sentito nessuna porta aprirsi.
«Mi chiamo Fyodor» Disse lo sconosciuto, facendo un cenno di saluto con la mano.
Manuel notò che il palmo dello sconosciuto era scuro tanto quanto il dorso della sua mano, una cosa che non aveva mai visto sulle persone nere… e a dire il vero anche la sfumatura di quella pelle, più blu che bruna, era strana.
«Io sono… non sono importante» Disse Manuel «Non preoccuparti. Me ne vado fra un attimo»
«Non farlo» ordinò Fyodor
«Non puoi dirmi cosa devo fare»
«No, aspetta, è nel tuo interesse» il misterioso uomo nero sorrise, scuotendo la testa per spostarsi un po’ il ciuffo da davanti agli occhi «Secondo me tu non vuoi morire, ma vuoi vivere. Questo è il problema: non riesci a vivere e allora hai deciso di morire. La volpe e l’uva, no?»
«Lo sai che l’uva è tossica per i canidi?» replicò Manuel «La volpe morirebbe se mangiasse quell’uva. È un bene che non possa raggiungerla».
Fyodor storse la bocca con disappunto e si alzò in piedi, battendosi le mani due volte sul sedere per far cadere la polvere dal fondo dei suoi costosi pantaloni di velluto.
«Beh, vuoi davvero finire là sotto?» Disse, avvicinandosi al bordo per indicare in basso, verso l’impietoso terreno sottostante «Vuoi davvero spaccarti la testa lì? Penosamente, sotto gli occhi di quei marmocchi?»
«Sì» aveva risposto Manuel, guardando Fyodor dritto negli occhi
«Bene» aveva replicato a sorpresa l’altro, afferrando un braccio di Manuel «Allora, se vuoi, ti spingo. Sarà più facile, no?»
«Sì»
«Vuoi che io ti spinga?»
«Sì».
Fyodor, sempre tenendo stretto per il braccio l’aspirante suicida, lo spinse oltre il bordo. Manuel chiuse gli occhi, lo stomaco sembrò ritrarglisi fin dentro l’esofago, le gambe si irrigidirono con forza. Ma il suo corpo non cadde: Fyodor lo stava già rapidamente strattonando indietro, irresistibile.
Manuel si ritrovò con la schiena contro il muro, lontano dal bordo, lontano dal vuoto.
«Hai avuto paura?» Ghignò Fyodor
«Perché mi hai fatto avere paura questa volta? Adesso sarà più difficile riprovare. Questa paura… un uomo la dovrebbe provare una volta sola»
«Parli come un libro. Un libro aperto. Un libro strappato» i denti di Fyodor erano vicini alla sua faccia, si muovevano con la sua bocca che si apriva e si chiudeva, ipnotici nel loro bianco che spiccava contro le labbra d’ebano «Ma ascoltami bene, Manuél: io sto per farti una proposta»
«Non ho niente da darti. Ho perso tutto»
«Hai ancora qualche soldo, no? Hai la casa. I tuoi cd»
«Li vuoi? Vai a prenderteli» Manuel estrasse le chiavi di casa dalla tasca «Ecco. Entra dentro casa mia e ti puoi prendere tutto: dischi, porte, quadri, pure il portauovo a forma di culo se vuoi»
«Intrigante, specie il portauovo… ma ho un’altra proposta» Fyodor spinse la mano di Manuel, quella che reggeva le chiavi, indietro, verso il suo petto «Vendi tutta quella robaccia inutile. A me interessano i soldi»
«Puoi venderla tu»
«Troppo lavoro. Troppo lavoro, Manuèl. No, devi vendere tutto, poi prendere i soldi e venire da me»
«Tu sei pazzo»
«Non più pazzo di te che vuoi fare un volo di centoquaranta metri. Ma ascolta, fammi finire: prendi quei soldi e vieni da me. Li potrai giocare»
«A cosa?»
«Giochi. Giochi d’azzardo svariati, con poste favolose. So che ami giocare d’azzardo»
«Il gioco mi ha succhiato la vita. Quella era la vera uva per la volpe che sono. Se m’ammazzo c’è un perché»
«Aspetta. Aspetta, io so quello che vuoi, Manuél»
«Io non ti ho mai detto come mi chiamo»
«Infatti ti sto chiamando con un nome a caso. O ti chiami Manuél davvero?».
Manuèl. Con l’accento sbagliato. Ma in molti chiamavano Manuel, appunto, Manuel… anche se non era il suo vero nome. Sembrava che Fyodor lo conoscesse, anche se da lontano: sapeva il suo nome (sbagliato) e gli aveva citato i dischi (l’unica cosa che fosse rimasta a dargli un briciolo di piacere).
«Comunque, ascolta: tu vieni a giocare da me e io ti do qualunque cosa desideri» Continuò il misterioso uomo nero, facendo mezzo passo indietro «Qualunque. Ovviamente c’è un prezzo da pagare e di questo ne possiamo parlare...»
«Prendi la mia casa e vattene affanculo» quasi lo pregò Manuel
«No, ascolta, ascolta: io ti ridò tua moglie indietro. Di più, ti ridò il suo amore. E ti ricopro di oro»
«E tu che ci guadagni?»
«Mi piace giocare. E potrei sempre vincere. Che ne pensi? In breve: vieni a giocare da me, se vinci esci a mani piene, con un lavoro redditizio, pieno di soldi e con tua moglie. Se perdi, invece, ti ammazzo personalmente, che è sicuramente meglio che provare a buttarsi di sotto da qui e spaventare tutti i mocciosini che vagano ignari per i praticelli»
«Non so se mi convinci»
«Non so se qualcuno possa prometterti più di quello che ti sto promettendo io. Comunque, prenditi il tempo che ti serve per pensarci».
Fyodor estrasse dalla tasca della sua giacca un rettangolino di cartoncino verde come il panno di un tavolo da biliardo, con sopra delle parole stampate con un inchiostro rosso e riflettente, metallizzato. Lo porse a Manuel. Era un biglietto da visita, con un nome, un indirizzo e un numero di telefono.
«Ci pensi con calma. Okay?»
«Non so. Sembra uno di quei film dove un impresario senza scrupoli cerca disperati e barboni su cui fare esperimenti medici lontani da qualunque parvenza di etica che li faranno poi morire fra atroci tormenti»
«E tu non vuoi morire?»
«Non fra atroci tormenti»
«Ti prometto che non farò nessun esperimento medico su di te»
«Quanto tempo ho per pensarci?»
«Quanto vuoi. Un giorno, un mese, un anno. Tu pensaci: secondo me non hai niente da perdere».
Il sogghigno di Fyodor era eloquente.
«E se invece mi buttassi di sotto adesso?» Lo sfidò Manuel.
Fyodor allora lo spinse con violenza, costringendolo ad aggrapparsi con tutta la forza alla ringhiera per non cadere di sotto.
«Io ti darò una nuova vita, un lavoro, un amore se vincerai» Aveva promesso il misterioso uomo nero «Ma se sarai tu a perdere, dovrai darmi la tua anima. Questo è il prezzo. Questa è la fregatura: ti prendo l’anima se perdi. Tutto qui. Adesso che conosci la fregatura, credo che ci penserai meglio».
Poi si era girato, aveva aperto la porta ed era entrato nel palazzo, lasciando l’altro da solo.
Manuel si era maledetto una, due, tre volte, perché era curioso e la sua curiosità, adesso, rischiava di metterlo più nei guai di quanto non fosse. Avrebbe perso la sua anima immortale, se lo sentiva. E poi aveva pensato alle notti in cui aveva avuto qualcuno da abbracciare, al tepore delle labbra di qualcuno sulla sua fronte, sulla sua guancia, all’idea di preparare la colazione al mattino per qualcuno che amava, e tanto forte fu il dolore nel suo petto, con così tanta potenza si fece sentire il buco nel suo cuore, che credette di non avercela comunque più, un’anima. Qualcosa gliel’aveva tirata via, escissa dai tessuti del corpo, e lo aveva lasciato vuoto vuoto vuoto.
Gli rimaneva solo la paura delle altezze e nient’altro: cosa aveva da perdere?
Si era maledetto, Manuel, sapendo già che avrebbe telefonato a quel numero, che sarebbe andato a quell’indirizzo, e si sarebbe giocato l’anima.
Si era maledetto sapendo che avrebbe costretto il proprio corpo, quella vecchia carcassa con la testa piena di oscurità e lame, a trascinarsi in giro per Milano e vivere ancora per qualche giorno, anche contro la sua volontà.
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venerdì 7 gennaio 2022

La Cattedra del Giocatore - 6. La punizione


«Non avresti potuto uccidere Trevor, Achille» Disse Fyodor, indicando con il mignolo la faccia contratta e immobile del morto «Sono le regole del gioco. Non si possono uccidere gli altri giocatori» .
Il ragazzo imberbe si accarezzò il polso sinistro come se fosse addormentato, poi guardò il tetto.
«Forse» Mormorò «Avresti dovuto fermarmi. Questo è il tuo gioco» .
Fyodor iniziò a ridere. Era un suono rotto e stridente, con note pastose in basso e tintinnanti in alto, una cacofonia terribile nel bagliore dei canini ricurvi dentro la sua bocca aperta.
«Avrei dovuto fermarti? Fermare te dall’uccidere quell’uomo?»
«Non hai fatto nulla» Lo accusò Achille, serio anche se la sua voce sembrava rarefatta, lontana.
Fyodor gli si avvicinò con passi rigidi, sicuri. Il rumore dei tacchi durissimi delle sue scarpe, contro il pavimento tirato a lucido, era come quello degli spari lontani di vecchie pistole Colt.
«Non mi conveniva fermarti» Rivelò «Ma vedi, mio piccolo amico, tu hai firmato un contratto. Un contratto estremamente chiaro: non puoi uccidere altri giocatori. Se uccidi gli altri, hai perso il gioco» .
Achille contrasse la mascella e fu la prima volta che Manuel vide spezzarsi quell’aura di sonnolenza, indifferenza quasi eterea, che circondava il ragazzo; era bastato il movimento di un muscolo a trasformare il volto leggero e semi-divino di Achille in quello di qualunque altro giovane della sua età, scarabocchiato di disappunto e dubbio.
«Ho perso, quindi» Disse il ragazzo, spingendo sul tavolo tutte le fiche «Me ne devo andare?»
«Oh, no. Non te ne vai, no» rispose Fyodor, che lo aveva raggiunto, e che gli mise una mano sulla spalla
«E allora cosa… cosa faccio? Rimango fino alla fine del gioco?» .
Una nota di panico si era formata nella voce di Achille. La sua mano sinistra tremava e di quando in quando scattava appena, come se volesse raggiungere la pistola per sparare ancora.
«Il contratto parlava chiaro, non ti sei fermato a leggerlo?» Gli domandò Fyodor, teatrale.
Manuel sentì un brividino ai polsi e dentro lo stomaco: neanche lui aveva letto il contratto, aveva solo lasciato che la segretaria lo firmasse con il suo sangue.
«Se perdi il gioco. L’intero gioco, intendo...» Continuò Fyodor, stringendo le dita sulla spalla di Achille, increspando la stoffa «… Io mi prendo la tua anima. E tu hai perso il gioco» .
Il ragazzo imberbe afferrò di nuovo la pistola, la estrasse, provò a puntarla, ma Fyodor fermò la sua mano, stringendogli il polso.
«No no no, amico mio, no» L’uomo nero scosse la testa, la voce melliflua che si insinuava come acqua nelle orecchie degli ascoltatori «Hai firmato un contratto. E poiché lo hai firmato, anche se ti uccido nessun mago luminoso potrà venire quaggiù a dirmi che ho rubato una delle loro preziose vite...» .
Di che diavolo sta parlando?” Pensò Manuel Karas
«… E questo significa che, legalmente, tu sei mio adesso. Mio. La tua anima posso mangiarla, il tuo corpo lo posso rivendere ai carnalis...»
I carnalis?”
«… I tuoi vestiti usarli per pulirci le finestre...»
“Quaggiù non ci sono finestre. Io non vedo finestre. Perché non ci sono finestre dannazione? Perché diavolo non ci sono finestre?”
«… E tu non puoi farmi proprio niente. E la polizia non può farmi proprio niente. E chiunque, dal più alto nelle gerarchie angeliche al più vile vigilante luminoso, si deve fare i cazzi suoi mentre ti mangio» .
Achille provò a combattere. Tirò una ginocchiata all’uomo che lo tratteneva, un pugno dritto su una guancia, una testata. Un filo di sangue iniziò a sgorgare dalla fronte pallida del ragazzo, mentre Fyodor, imperturbato, lo guardava con i denti scoperti e gli occhi famelici. Non si era fatto niente.
«Neanche un graffio» Sussurrò Santa, turbata.
Fyodor la guardò, continuando a tenere Achille per un polso mentre il ragazzo lo tempestava di colpi al petto senza riuscire neanche a smuoverlo, quasi stesse colpendo una colonna di cemento rivestita di carne invece che una persona.
«Nessuno di voi può farmi niente» Disse «Io qui rappresento la giustizia. Garantisco che il gioco si svolga in maniera corretta» .
Crack. Achille gridò, i tendini del collo in rilievo sul collo come cordini bianchi tirati di colpo, portandosi la mano libera al braccio. Usando solo le dita, Fyodor gli aveva spezzato il polso.
«Perché? Perché? Perché?» Pianse il giovane, tremando
«Perché perché perché, perché tu hai ammazzato un altro giocatore, no?» rispose di rimando l’uomo nero, afferrando la mascella di Achille con l’altra mano e strizzandogli la faccia.
Il ragazzo gridò di dolore e Fyodor gli piantò la bocca aperta contro la sua, spalancata. Avrebbe potuto sembrare un bacio forzato e molesto, ma l’impressione era di qualcosa di ancora più profondo, intimo e doloroso. Achille sembrava incapace di chiudere la bocca, gemeva di dolore e di paura, provando debolmente a liberarsi, mentre Fyodor lo attirava a sé e lo strangolava, le dita che scavavano nella carne tenera come artigli rapaci.
Eleonora si passò una mano fra i capelli azzurri, si alzò e si girò dall’altra parte, senza dire niente. Sembrava sapere cosa sarebbe successo dopo.
Achille annaspò e scalciò, inspirò dal naso e gridò contro la bocca aperta del suo assalitore, le labbra inesorabilmente premute contro le sue. Poi Fyodor succhiò forte, come quando si mangiano le lumache da dentro il guscio, oppure le ostriche. Gli occhi di Achille si rovesciarono all’indietro mostrando il bianco, le gambe si rilassarono di colpo, la mano libera ricadde di schianto contro il fianco.
Fyodor staccò lentamente le labbra dalla bocca del ragazzo, continuando però a trattenerlo per la mascella; era questa presa che evitava che il corpo di Achille si accasciasse penosamente a terra, come un sacco floscio.
«Cosa gli hai fatto?» Domandò Luna, con il fiato un po’ affannato perché si era dimenticata di respirare
«Gli ho mangiato l’anima» rispose con naturalezza Fyodor, che adesso stava sistemando il corpo vuoto di Achille sulla sedia, mettendolo in posa come se fosse solo addormentato
«È morto?»
«Il suo cervello è morto, sì. Ha ancora energia per qualche battito cardiaco: non sono di quelli che sanno ripulirli bene, fino a dentro. E poi era un’anima bella grossa, per la sua età» .
Che cosa sta dicendo? Che cosa sta dicendo?” Pensò Manuel, confuso di una confusione come non gli era mai capitata. Era come se il suo cervello gli stesse spiegando pedissequamente quello che era successo, ma al contempo lo negasse. Anime mangiate? ANIME MANGIATE? Anime mangiate.
«Quindi poi morirà?» Chiese ancora Luna
«Certo che morirà» si intromise Eleonora, in tono piatto, tornando a sedersi
«Ancora un paio di battiti» assicurò Fyodor «Uno… e… due. Ecco, ora è morto davvero» .
Luna posò la testa sul tavolo, strizzando gli occhi.
«Era uno scemo» Commentò «Non l’ha letto il contratto?»
«Io l’ho letto» Disse Santa, con voce impastata «Ma non mi immaginavo che… che...» .
Le tre donne guardarono in direzione di Manuel, con lo sguardo di chi si aspetta qualcosa, magari un commento intelligente. Manuel, però, stava fissando il corpo morto di Achille, quello ancora caldo, con gli occhi aperti e rovesciati all’indietro.
C’erano due cadaveri nella stanza. Iniziavano a sembrargli un po’ troppi, ecco quello che Manuel avrebbe voluto dire, ma preferì comunque rimanere in silenzio.
Non sapeva se poteva dirlo: non aveva letto il dannato contratto che aveva firmato con il sangue.
«Spero che adesso vi sentiate tutti più al sicuro, sapendo che nessuno di voi può essere ucciso da un altro giocatore e rimanere impunito. Nessuna testa calda vi sparerà» Disse Fyodor, sedendosi di nuovo al suo posto e sorridendo.
La verità, però, era che nessuno si sentiva più al sicuro.

martedì 16 giugno 2020

Un boccaccio di Amuchina - Epilogo

<Precedente (capitolo 13)

«Allora… cosa ci manca?»
«Tutto»
«Come tutto? Abbiamo fatto la spesa l’altro giorno, Neo. Abbiamo anche fatto incontrare zio con una nutrizionista, sembra che finalmente abbia iniziato a capire come funziona la piramide alimentare. Magari ha capito che invece di bersi le cose profumate che trova in bagno, alla base della piramide ci sta… la pasta? Ci sta la pasta, vero?».
Emilia si interruppe e sospirò, lasciandosi cadere pesantemente sulla sedia accanto a quella del fratello. Non ci voleva un telepate per capire che Pampineo, per quanto lei si stesse sforzando di distrarlo e lui di non ignorarla, era ancora perso nei propri pensieri.
La ragazza gli mise una mano sulla spalla.
«Neo?» Lo chiamò, dolcemente.
Il ragazzo la guardò di sottecchi, poi rivolse uno sguardo tristemente confuso al giornale che stringeva tra le mani, iniziando a sfogliarlo senza leggerlo davvero.
Era passata poco più di una settimana da quando erano entrati, per un solo giorno, nella magnifica villa Lazzaretti… e nessuno dei due era ancora riuscito davvero a levarsela dalla testa. Quanto era irrazionale continuare a pensare ad un posto in cui erano stati appena un giorno?
Forse era dovuto a quanto rocambolesca e irreale fosse sembrata l’intera situazione, ed il contrasto tra l’eccitazione di trovarsi tra sconosciuti in un enorme posto sicuro conto il rimanere bloccati in casa per tutta la giornata. Era impossibile da ignorare, con la noia che veniva a solleticarli ogni volta che le pareva ora che era stata imposta una quarantena momentanea… Ed Emilia e Pampineo sognavano avventure ad occhi aperti, prati, cielo, invasioni di cavallette, qualunque cosa gli sarebbe andata bene a questo punto.
Non avevano più avuto occasione di vedere gli altri coinquilini-per-un-giorno oltre Nuan Huan nonostante, sotto sotto, i due fratelli continuassero a guardarsi attorno per cercarli ogni volta che mettevano piede fuori casa. La cassiera era ancora al suo posto, fortunatamente, con il suo sorriso nascosto dalla mascherina artigianale, e i due non potevano essere più felici di vederla ogni volta che andavano al supermercato.
«Hai visto nessun altro di quelli… sai, quelli che erano… con noi alla villa?» Le aveva chiesto Neo, l’ultima volta che l’aveva incontrata, pagandola a centesimini sfregiati.
«Sì» Aveva risposto lei, servizievole «Non tutti. Alcuni no. Ma quelli che ho visto stavano bene! Mi pare di aver visto persino Eros con una ragazza che sembra Anita, da come ce l’ha descritta. Glielo auguro, in fondo non è un cattivo ragazzo»
«Hai visto Belarda?»
«Belarda? Uhm, no, non mi pare proprio. Lo ricorderei. Però non era delle nostre parti, se è sveglia sarà andata via da Caltaleone prima che il sindaco metta in atto quelle nuove precauzioni di cui aveva parlato»
«Oh...»
«Mi dispiace, Neo. Senti, questo è un centesimo o una gomma masticata...?».
Oltre alle uscite necessarie per fare la spesa non avevano molte occasioni di prendere una boccata d’aria, ma da quando avevano scoperto che comprare il giornale costituiva una scusa accettabile, grazie al diritto all’informazione, i due si alternavano nell’uscire almeno tre volte al giorno a compare giornali diversi. Ormai si erano abbassati a comprare (per variare un po’) anche delle testate davvero losche, come “Notizie tristissime” e “Cronahce di Caltaleone”. Quest’ultimo era un giornale stampato localmente il cui titolo, nonostante l’errore fosse stato segnalato più volte alla direzione, non era mai stato corretto; era proprio una copia di questa dubbia testata giornalistica che Pampineo aveva in mano.
Anche se lo teneva senza leggerlo, perché era ancora troppo distratto dal ricordo di qualcosa – di qualcuno – che Emilia ormai capiva bene. Entrambi i fratelli Appestati avevano trovato qualcosa di speciale in quella singola giornata nell’enorme villa: Emilia aveva trovato un pubblico che apprezzava le sue storie e una vera e propria avventura, mentre Pampineo aveva trovato...
«Stai ancora pensando a lei?» Chiese Emilia con gentilezza, ma gli occhi di Pampineo si erano improvvisamente fissati sul giornale con un’intensità tale che le sue pupille si ribellarono e i suoi occhi si storsero per un secondo.
«… Non può essere!» Borbottò lui
«Cosa?»
«Non può essere!» ripeté Neo, più forte, e voltò il giornale bruscamente verso di lei, in un rumoroso frullare di pagine. Emilia boccheggiò.
«Bungi!» Esclamò la ragazza, premendosi le guance coi palmi con espressione esaltata
«Uh?» Pampineo aggrottò le sopracciglia e guardò da sopra il giornale «No, no, lascia stare Bungi!»
«Ma Bungi è il mio idolo!»
«…Villa Lazzaretti, Emilia!».

Il momento esatto in cui lui finì di pronunciare l’ultima sillaba, gli occhi della sorella trovarono quelle due parole sulla pagina.
Aggressione a Villa Lazzaretti
Violenza tra le mura della sua villa ai danni del signor Daniele Lazzaretti, approfittando dell’isolamento. L’aggressore? Insospettabile: in manette la vecchietta assassina.
«Assassina?» Disse ad alta voce, Emilia, preoccupata. Lei e il fratello si scambiarono un’occhiata carica di angoscia.
L’articolo proseguiva esponendo una quantità di dettagli tanto bassa da essere frustrante: la vecchietta criminale, tale Rosetta Gomblotti…
«La Gomblotti?!»
«Ti sorprende così tanto, alla fine, Lia?»
«In effetti, hmm, no»

si era introdotta abusivamente all’interno della villa, pochi giorni dopo che un assembramento di ospiti era stato sciolto dalle forze dell’ordine. La vecchietta, avvantaggiandosi della fiducia del ricco imprenditore guadagnata durante quel famoso assembramento, si era intrufolata in casa sua e aveva ordito un piano per ucciderlo, facendolo precipitare giù dalle scale in modo che sembrasse un incidente.
La ragazza del signor Lazzaretti aveva provato a chiamare il fidanzato il mattino seguente, ma si era insospettita quando qualcuno aveva risposto, senza però dire nulla, e nessuno l’aveva richiamata entro l’ora. Aveva anche sentito la cagnolina, normalmente calma, abbaiare come una matta in sottofondo all’altro capo della linea telefonica. “Pensavo che fosse il Governo al telefono”, avrebbe poi dichiarato la vecchia, chiamando il nipote al cellulare “Non potevo parlare perché avrebbero riconosciuto la mia voce, ma non potevo neanche non rispondere e fargli credere che avessi paura di loro”.
La giovane atleta aveva così allertato le autorità, che avevano liberato il cane che l’anziana criminale aveva imprigionato, trovato Rosetta e ricostruito il suo delitto, fatto allo scopo di impossessarsi temporaneamente della villa. La donna era stata portata poi via in manette, negando tutte le accuse nonostante le prove schiaccianti che la indicavano come colpevole.

C’erano molte informazioni mancanti nell’articolo. Forse ce n’era una però, che era decisamente più importante delle altre.
L’articolo non spiegava minimamente se il signor Lazzaretti fosse sopravvissuto o meno.
«Stratopico» Fece Neo, confuso.



La televisione accesa parlò alla stanza vuota ad un volume che, se ci fosse stato qualcuno per ascoltare, sarebbe stato assordante.
«Tristano Miseri» Diceva la giornalista locale, toccandosi poco professionalmente i riccioli biondi con il palmo della mano «Ricoverato all’Ospedale dei Bambinelli Santi e sospettato di essere il cosiddetto “paziente zero” di Caltaleone, è oggi stato dimesso: infatti gli innumerevoli tamponi che sono stati sprecati su di lui hanno confermato che non si tratta di coronavirus, ma di un banale raffreddore. La madre di Tristano rivela “mio figlio è un disgraziato che si mette ammollo nell’acqua fredda e poi gli cola il naso per un mese”. Niente casi positivi di covid-19 dunque a Caltaleone, fino ad ora la città si difende bene, e ora passiamo la linea al sindaco per un annuncio».
Lo schermo diventò blu chiaro per qualche istante.
«Non si vede» Diceva una voce nasale «Che cavo devo metterci?»
«Hai collegato il video nell’audio e l’audio nel video» rispondeva un’altra

«No, qui mi dice che l’audio si sente»
«Ah, ecco, non avevi collegato proprio il cavo. Attacca qua!».
L’immagine sfarfallò solo per un attimo ed ecco finalmente comparire il sindaco, un uomo alto forse un metro e quaranta, ma con la faccia da David di Michelangelo che lasciava un po’ spaesato chiunque lo guardasse. Indossava una maglietta nera dei Linkin Park, una spaventosa collanina di metallo che rappresentava la faccia da zombie della mascotte degli Iron Maiden e un cappellino da baseball con la scritta rossa “Metallica”.
«Cari concittadini» Disse l’uomo, con una vocetta soave, angelica «La paura del coronavirus ha paralizzato le nostre strade e svuotato i nostri supermercati, ma non permetterò al virus di entrare nella nostra beneamata città, fosse l’ultima cosa che faccio! Per questo ho deciso che durante l’intero periodo di quarantena sarà vietato entrare e uscire dalla città. Non mi interessa se lavorate in un altro comune, non me ne frega niente se siete poliziotti, medici o vattelappeschi vari, se uscite e poi rientrate da questo paese IO VI FACCIO AMMAZZARE!» urlò e i suoi occhi sembrarono uscire di un paio di millimetri dalle orbite, creando un contrasto spaventoso con la bellezza dei suoi lineamenti, ma il sindaco riprese immediatamente il controllo «Se uscite da questo paese, dunque, badate bene di non rientrare. I nostri migliori cacciatori sono già appostati a tutte le entrate della città e non esiteranno a sparare alle vetture che vedranno dirigersi verso il centro. Se credete che vi risparmieranno perché siete amici dei loro cugini vi sbagliate di grosso: i cacciatori verranno pagati per ogni macchina che centrano con uno o più proiettili, e sappiate che ho avuto modo di assoldare solo uomini e donne eccezionalmente avari. Nel frattempo i nostri cari concittadini hanno già iniziato a lavorare ad una serie di muri di mattoni che renderanno fisicamente impossibile alle autovetture l’uscita e il rientro dalla città. Quando queste misure potranno essere applicate, ripristinerò la normale vita dei cittadini di Caltaleone all’interno della città. STRANIERI, STATE ALLA LARGA!».
L’immagine sullo schermo sfumò in una transizione terribilmente artigianale per ritornare all’immagina dello studio, con la ricciolosa conduttrice bionda che si stava smaltando le unghie di blu.
«Grazie al nostro Sindaco Ermenegildo Tavanazzo per i chiarimenti» Disse la donna «E adesso passiamo al prossimo servizio: il pappagallino Bungi che sta facendo il giro del mondo rimarrà bloccato a Caltaleone per i prossimi due mesi, a causa dei recenti provvedimenti di chiusura totale della città. Ecco che cosa ne pensano i nostri cittadini...».


La mano di un uomo afferrò il telecomando e spense la televisione. La persona a cui apparteneva preferiva le storie raccontate dalle persone, piuttosto che la televisione, e lui credeva di aver appena appreso la migliore: dopotutto, non sono molti quelli che tornano indietro dalla morte.

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THE END.

sabato 13 giugno 2020

Un boccaccio di Amuchina - 13. Il complotto di Gomblotti

 <Precedente (capitolo 12)

Rosetta Gomblotti rientrò nella villa attraversando la stessa finestra da cui si era gettata per fuggire. Normalmente la vecchia avrebbe sbuffato anche solo per sollevare una pera, ma quando si trattava di introdursi illegalmente nelle abitazioni degli altri, improvvisamente tutti gli acciacchi dell’età (e il bisogno cronico di lamentarsi) passavano in secondo piano.
Atterrò morbidamente sulle ciabatte gommose, rese tali da innumerevoli strati di sudore secco che avevano impregnato la spugna, e ridacchiò fra sé e sé.
«Hehehe. Il rapitore pensa di rapirmi e poi, quando mi sono abituata, di sbattermi fuori? Nossignore, la pula non mi avrà mai!».
L’anziana signora era rimasta nascosta in mezzo ai cespugli per ore, mangiando dei biscotti che si era nascosta nelle tasche per combattere la fame, uscendo di quando in quando dal suo nascondiglio per bere l’acqua della piscina e aveva orinato per ben due volte in un vaso di gerani. Quando il sole era calato oltre la linea dell’orizzonte, e le prime timide stelle erano affacciate nel blu scuro del cielo, Rosetta aveva deciso di rientrare.
«E ora niente mi fermerà!» Disse la vecchia, alzando le braccia, ma non aveva fatto i conti con i sensi sviluppatissimi di uno degli inquilini: la cagnolina Ivy.
La bestiola aveva immediatamente individuato il trambusto grazie alle sensibili orecchiette e ora, con la codina dritta come l’antenna di un telefono, trottava verso la stanza in cui si trovava Rosetta.
La vecchia guardò con occhi spalancati quella palletta di pelo che saltellava nella sua direzione, poi si guardò intorno alla ricerca di un’arma con cui mettere a tacere il cane… eccolo! Un ombrello in un portaombrelli a forma di Ercole con un cesto sulla schiena! Rosetta afferrò l’oggetto con la fierezza di un pirata con la sua sciabola e lo brandì verso Ivy.
«Un altro solo passo» Sussurrò «E ti riduco in poltiglia, cane sbirro!».
Forse Ivy fu soltanto spaventata dall’ombrello che le veniva puntato contro, forse era stata in grado di capire le parole che le erano state rivolte, ma il risultato non cambiò: prese ad abbaiare come un’ossessa, trasformandosi nel perfetto cane da guardia.
Rosetta la inseguì, agitando minacciosamente l’ombrello, ma non riuscì a colpirla neanche una volta.
«Che succede, bambina?» Domandò una voce d’uomo da due camere di distanza.
«Oh no!» Esclamò Rosetta «Il palestrato rapitore!».
Ivy abbaiò più forte, rinculando tanta era la ferocia con cui segnalava quell’intrusa. Rosetta si mise l’ombrello sottobraccio e si precipitò a nascondersi in quello che lei credeva essere un nascondiglio, ma che in realtà era il salotto. Ah, povera vecchina malvagia, si era persa!
Il signor Lazzaretti, con il telecomando in mano, si era appena alzato per andare a controllare. Dietro di lui, l’enorme televisore a schermo piatto illuminava la stanza di un chiarore azzurrino.
«Signora Rosetta...» Disse Daniele Lazzaretti «Che cosa ci fa qui?»
«Mi levi di torno il suo cane, oppure la denuncio!» strillò la vecchia, battendo per terra un piede
«Si rilassi, la prego signora Rosetta. La piccola Ivy vuol soltanto giuocare...»
«Ah sì? Vuol “giuocare” un corno, vuole mangiarmi i piedi!».

Il signor Lazzaretti si abbassò e subito la sua cagnolina gli corse fra le braccia, mostrando che non voleva mangiare i piedi di nessuno.
«Quel cane killer deve essere appartenuto alla polizia...» Sbuffò la signora Rosetta.
Daniele Lazzaretti inclinò appena la testa, più per mostrare il collo muscoloso che per vera curiosità, e con voce pacata disse «Signora, lei deve proprio andarsene da casa mia. Le forze dell’ordine sono state più che chiare con la loro favella: nessun estraneo può venire ad abitare nella mia casa, non durante il tempo di questa epidemia! Orsù, ritorni a casa prima che avvengano contagi!»
«Contagi un corno!» strillò la signora Rosetta «Mio nipote mi ha detto che questa è tutta una cospirazione e io ci credevo pure da prima! Vogliono ammazzare tutti noi poveri vecchietti per non dover pagare più le nostre pensioni… e se non mi aiuti, pensando “tanto io sono giovane”, devi capire che anche tu, quando sarai vecchio, verrai ammazzato dall’INPS proprio come vogliono fare con me!»
«Orsù, non sia irragionevole, signora...» Daniele si avvicinò alla donna di qualche passo

«Signora un corno! Io pretendo di rimanere in questa casa! La pula non mi avrà mai...» la signora Rosetta si guardò intorno, poi vide, sullo schermo televisivo, un carabiniere «AH! Maledetta pula!».
E con questo grido di battaglia, la vecchina colpì con un calcio il telecomando che si trovava nella mano sinistra di Daniele Lazzaretti, facendo sobbalzare la piccola Ivy e procurando una serie di contusioni alle dita dell’uomo. Il telecomando volò via dalla presa di Daniele e si schiantò in un angolo della stanza, dove cadde con i bottoni in giù e, premendo a terra, alzò immediatamente al massimo il volume della televisione.
«I CARABINIERI HANNO TROVATO UN CONTRABBANDO DI MASCHERINE ILLEGALI CHE SI STRAPPANO APPENA VENGONO TOCCATE, PERCHÉ SONO FATTE CON LA CARTA VELINA E GLI ELASTICI PER MUTANDE!» Gridò la conduttrice del telegiornale
«AHHHH!» strillò ancora più forte la signora Rosetta, dandosi ad una fuga precipitosa.
Daniele mise delicatamente a terra la sua cagnolina, controllò di non avere nessun dito rotto e solo in seguito inseguì la signora Rosetta, ma era passato ormai troppo tempo e sembrava impossibile capire in che direzione fosse andata: la cercò in cucina, in tutti i bagni, nelle camere da letto, nel sottotetto e negli stanzini, ma sembrava che l’anziana donna si fosse volatilizzata. Aveva lasciato Ivy nel salotto e la cagnolina era rimasta tranquilla, perciò l’uomo credette che la vecchia avesse finalmente deciso di tornare a casa propria e rispettare la legge.
Se Daniele Lazzaretti avesse però conosciuto bene quella donna, avrebbe capito che farle rispettare la legge era un’eventualità a dir poco improbabile. Rosetta si era infatti nascosta sotto il letto dopo essersi avvolta tutta in una coperta marrone ed essersi addossata al muro, rendendosi così praticamente invisibile a chi distrattamente cercava una (quasi) innocua vecchietta. Stava soffocando, certo, e la posizione rannicchiata le faceva un po’ male alle gambe, ma lei era disposta a tutto pur di infrangere la legge.
Dal piano di sotto, la televisione sbraitava ancora, così forte da essere udibile da qualsiasi punto della casa. La signora Gomblotti non avrebbe potuto sentire i passi del signor Lazzaretti, così come il Signor Lazzaretti non avrebbe potuto individuare quelli della signora Gomblotti, ma quest’ultima aveva già in mente un piano! Vicino alle scale, al piano superiore, c’era un grande tappeto persiano, e se lei fosse riuscita a farci salire sopra Daniele e a tirarlo forte senza che l’uomo se ne accorgesse, il poverino sarebbe di certo caduto dalle scale e, con un po’ di fortuna, sarebbe rimasto incosciente… o sarebbe morto.
La signora Gomblotti, per essere chiari, non aveva mai ammazzato nessuno. Questo però non significa che non desiderasse ardentemente farlo, almeno una volta.
«Quell’uomo prima mi ha rapito» Si disse fra sé «E poi mi vuole de-rapire e rimandare a casa proprio quando iniziavo a mettermi comoda! Merita la morte, no? Vuole approfittarsi così di una povera vecchia...».
Il volume della televisione scemò d’un tratto fino a scomparire, perché il padrone di casa, al piano di sotto, la aveva spenta. La signora Rosetta Gomblotti si strinse più forte nella sua coperta, badando a non emettere alcun rumore sospetto. La mancanza di ossigeno stava iniziando a farle vedere delle bizzarre apparizioni di angioletti ladri di biciclette quando la vecchina sentì i passi gagliardi del giovane che risalivano le scale… che attraversavano il corridoio… che entravano nella camera da letto, la stessa in cui si trovava lei.
Daniele Lazzaretti si infilò il suo amato pigiama dei Pokémon (di tipo lotta, ovviamente) con i pantaloncini corti, rimirò i muscoli delle sue gambe allo specchio constatando con piacere che non avevano perso volume, si lavò i denti nel bagnetto adiacente alla stanza e poi si coricò nel letto. Rosetta Gomblotti, sogghignando, ascoltò tutta intenta il respiro dell’uomo, che si faceva sempre più regolare, poi, quando fu sicura che Daniele si fosse addormentato, lentamente si srotolò dal suo bozzolo di coperta e sfarfallò come una falena grinzosa e assassina. Strisciando fuori da sotto il letto, usando solo i gomiti, si chiese come avrebbe potuto neutralizzare la dannata cagnetta… e poi la vide, che dormiva pacificamente sul petto del suo padrone, ignara di tutto anche lei.
Ah!” Pensò trionfante “Non sei un cane poliziotto così bravo, eh? Vedremo come te la caverai come cane detective, dopo che il tuo padrone sarà morto in circostanze misteriose...”.
Nella sua borsetta, Rosetta portava sempre un paio di guanti. Erano guanti monouso, quindi in teoria avrebbero dovuto essere utilizzati una volta sola, ma questi avevano visto così tanti misfatti e disavventure da essere ormai marroni. E no, il marrone non era il colore originale. La vecchietta si infilò i guanti e, in punta di piedi, uscì dalla stanza.
I cani hanno sensi sviluppatissimi e il loro udito continua a funzionare anche nel sonno come se fossero svegli, ma grazie alle ciabatte gommose (e alla sua esperienza nell’aggirarsi di notte nelle case dei vicini) Rosetta non produceva più rumore di una foglia secca che cade su un soffice prato ben curato. La vecchia esplorò la casa per quasi mezz’ora, alla ricerca dei materiali che le servivano per la realizzazione del suo diabolico piano, poi preparò tutto. Spostò il tappeto persiano e ci passò sotto un’abbondante dose di cera per pavimenti super-scivolosa, che aveva scovato in uno stanzino, poi lo rimise a posto. Usò gli elastici da allenamento e una corda per saltare, strettamente annodati fra loro, per legare un angolo del tappeto alla maniglia di una porta, che lasciò socchiusa. Mise di lato un bilanciere cromato, da usare a mo’ di bastone se ce ne fosse stato il bisogno. Scese al piano di sotto, stando ben attenta ad evitare la trappola che ella stessa aveva costruito, entrò nel salotto e accese la televisione, alzando il volume al massimo.
Al piano di sopra, Ivy e il suo padrone Daniele si svegliarono di soprassalto al grido di “CROCCOLE GELATO, DELIZIO ASSICURATO!”. Chi aveva acceso la televisione? Poteva essersi accesa da sola? E perché qualcuno aveva deciso che “delizio” fosse una parola che si può usare in uno slogan pubblicitario? Chiedendosi tutte queste cose, Daniele scese a piedi nudi dal letto, mentre la povera Ivy si guardava intorno tremando un poco, con gli occhi grandi e rotondi come due bottoni neri.
«Vado a controllare, non preoccuparti bimba» Le mormorò l’uomo, poi si diresse a grandi passi verso la trappola di Rosetta Gomblotti.
La vecchia aveva risalito in fretta le scale ed era andata ad afferrare la porta a cui era stato legato il tappeto. Sogghignava, la faccia tutta piena di piegoline rugose di compiaciuta malvagità, e quel sorriso si allargò ancora di più quando vide arrivare il signor Lazzaretti.
«Signora Gomblotti!» Esclamò l’uomo, allargando le braccia «Che cosa ci fa di nuovo in casa mia?».
Un piede era sul tappeto. L’altro piede, ora l’altro piede… eccolo, anche lui era sul tappeto!
«Giovanotto, tu hai paura dei fantasmi?» Domandò Rosetta, senza smettere di sogghignare per un secondo
«No!»
«E allora spero che sarai contento di diventare uno di loro!».
La vecchia tirò con forza la porta e, con essa, il tappeto, che scivolò con facilità sul doppio strato di cera per pavimenti effetto piastrella bagnata. Daniele si accorse di quello che stava succedendo, ma non ebbe il tempo di reagire: volò all’indietro, completamente privo dell’equilibrio, e prese a ruzzolare giù per le scale dopo essere rimasto sospeso in aria per un paio di metri. Quando il suo massiccio corpo muscoloso ebbe smesso di rotolare non si mosse più, con gli occhi chiusi e gli arti inerti.
Rosetta strinse gli occhi come due fessure: credeva fermamente nel suo piano, ma non sapeva dire se quell’uomo stesse bluffando o se fosse svenuto davvero. Lei era pronta comunque ad ogni evenienza! Andò a recuperare il bilanciere di metallo cromato e scese con cautela le scale, pronto a darlo in testa all’uomo. Avrebbe preferito non doverlo colpire, per fare sembrare più plausibile l’ipotesi di un semplice incidente, ma se lui si fosse mosso ancora, allora…
Daniele non si mosse. La vecchia lo punzecchiò con la punta della ciabatta, poi gli diede un calcio su un orecchio, e l’uomo rimase del tutto fermo. Con i suoi guanti sporchi, Rosetta aprì una palpebra dell’uomo e guardò l’occhio immobile che fissava qualche punto alla sua sinistra.
Fu allora che la cagnolina Ivy comparve in cima alle scale, agitando nervosamente la codina.
«Tu!» Gridò Rosetta «Maledetto cane!»
«Uahu!» fece l’animaletto, con voce stridula, prima di precipitarsi giù per le scale ed annusare il corpo immobile del suo padrone.
Rosetta catturò immediatamente Ivy, afferrandola per la collottola, e ignorando il pianto disperato della creatura la portò in cucina e la chiuse nel cestino di plastica marrone della spazzatura organica, posando una grossa pentola sul coperchio per evitare che potesse liberarsi.
«Una povera vecchia come me...» Disse, in tono affranto «… Oh, che cosa deve fare una povera vecchia come me per essere rispettata e prendersi quello che è suo?».
Da dentro il cestino, Ivy abbaiava e guaiva, piangeva e grattava con le zampine. Il suo padrone! Oh, il suo padrone! Lei doveva andare a salvarlo, doveva… ma era chiusa, chiusa come quando era stata cucciola, prima di essere liberata da lui… doveva salvarlo!
«Marcirai lì dentro, cane piagnucoloso» Disse la vecchia «I piagnoni non piacciono a nessuno sai? E poi sei troppo fru fru per un uomo grande e grosso, lo facevi sembrare gay...».
Forse Ivy era solo molto arrabbiata, forse aveva in qualche modo di nuovo capito le parole di Rosetta, ma il risultato fu comunque che il guaito spaventato e veemente si mutò in un ringhio feroce e quasi sproporzionato al suo corpo, una ferocia da dobermann che si scatenava da un corpo minuscolo.
Temendo che riuscisse comunque a liberarsi, Rosetta assicurò bene il coperchio con dello spago da cucina, finendo quasi un rotolo intero per avvolgere più e più volte l’intero contenitore, poi ci posò di nuovo la pentola di sopra. Ecco, ora Ivy non sarebbe mai riuscita a liberarsi da sola!
La vecchia ridacchiò: il suo perfetto piano era riuscito. La polizia non avrebbe scoperto subito il corpo del signor Lazzaretti, perché la villa era molto isolata, e quando l’avrebbero finalmente rinvenuto avrebbero immediatamente pensato ad un incidente.
Fino ad allora, Rosetta si sarebbe goduta la casa. Male che vada avrebbe dovuto sorbirsi l’odore di un cadavere in decomposizione, ma sapeva per esperienza personale che dopo un po’ neanche ci si faceva più caso. Dopotutto aveva convissuto per trent’anni con il suo ora defunto marito, l’uomo con i piedi più puzzolenti del mondo, ed era sopravvissuta senza problemi.
La quarantena sarebbe durata a lungo… e per tutto quel tempo, la grande, magnifica, costosa casa di Daniele Lazzaretti sarebbe appartenuta solamente a lei, Rosetta Gomblotti! E chi lo sa, magari sarebbe stata anche in grado di inventarsi qualcosa per tenersela più a lungo.
«Rosetta» Si disse la donna, con le mani sui fianchi «Sei una vera giustiziera smascherata. Dovrebbero darti una medaglia!».

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