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martedì 24 agosto 2021

Recensione: Eragon - Christopher Paolini

Germoglietti, ma… ma è l’ora del fantasy!
*Coriandoli e ruggiti di drago*
Oggi trattiamo di un libro che, a modo suo, è riuscito a diventare un classico moderno del genere, il primo dei quattro libri del Ciclo dell’Eredità. Ci ha ispirati a scrivere le nostre prime storie di draghi, pensate! Ne sono passati di acqua sotto i ponti e di draghi in grafica 3D in televisione... Ma tornando al libro, l’abbiamo letto per la prima volta molti anni fa, quando alcuni di noi non erano altro che baby cactus, e ricordiamo di essere rimasti intrigati da questo libro… ma quanto bene regge Eragon alla prova del tempo? Le avventure del ragazzo con il nome da drago (è chiaramente Dragon ma con la E al posto della D) nel grande (si fa per dire) mondo di Alagaësia, oggi ci sembrerebbero tanto fighe tanto quanto ci sembravano da bimbi?
Per rispondere a questa domanda, abbiamo deciso di leggere nuovamente il libro e raccontarvi le nostre impressioni. Non ci siamo risparmiati, anzi: per essere precisi, siamo riusciti a ripescare in biblioteca la stessa, primissima copia che sia stata mai letta da qualcuno del gruppo. Era a pezzi, forse masticata da altri bambini avidi di lettura, ma era proprio lei.
L’abbiamo riletta, abbiamo ponderato, e siamo pronti a dirvi cosa ne pensiamo!
Oh, e per pura cattiveria, nel caso ve lo siate scordato o non lo sappiate, vi ricordiamo che da Eragon fu anche tratto un film trashissimo, che forse meriterebbe una recensione a parte. Qui il nome del regista, Stefen Fangmeier, non può essere pronunciato senza che partano occhiate di scherno e pietà tra noi, ai muri, al vuoto e verso gli animali domestici.
Il film fu un disastro tale che non solo non ci furono sequel, ma Fangmeier stesso non fu più regista di alcuna pellicola. Il film di Eragon è anche l’ultimo film di rilievo rilasciato per VHS in America, poi smisero di farli. Coincidenze? Non crediamo.
Ma ora basta cinecuriosità! Mettete su le vostre migliori scarpe d’avventura, nascondetevi dai nemici dell’Impero, rubate i viveri necessari al vostro vicino e preparatevi per un lungo viaggio di recensione, che parte proprio da…


1. La trama:
La nostra storia si svolge nell’immaginario continente di Alagaësia, dove troviamo deserti giganteschi, montagne gigantesche, foreste gigantesche e anche qualche isola e villaggio, ma di dimensioni adeguate. Ispirandosi al fantasy classico, a dividersi la mappa con gli esseri umani ci sono elfi, draghi e nani, ma in questa e nei sequel appariranno anche culture e creature nuove tipiche del mondo di Alagaësia.
La nostra storia parte in un bosco notturno, ove si aggira una figura flessuosa e pallidissima che ha occhi e capelli rosso vermiglio. È Durza lo Spettro, pronto all’agguato.
Durza lo Spettro è nervosetto: gli è stato affidato un compito dal potente Galbatorix, il tiranno che ha assoggettato un bel pezzo di Alagaësia, che è quello di recuperare un oggetto unico e importantissimo. Per ottenerlo, Durza dovrà acciuffare un’elfa ribelle che viaggia tra le montagne con il prezioso carico, ma il nostro creaturotto delle tenebre non è da solo: ai suoi ordini ha un manipolo di Urgali, mostroni umanoidi dotati di grandi corna, gambe storte e pelle grigia. Che belli. Ken il fidanzato perfetto.
Comunque al povero Durza non serve a niente essere spettrale e silenzioso se tanto gli Urgali pesticciano qualunque cosa possa scricchiolare e puzzano violentemente: l’elfa e le sue due guardie si accorgono di loro e cercano di fuggire, ma finiscono comunque nelle pallide grinfie di Durza che arresta la loro corsa appiccando un incendio magico alla foresta.
Durzettino brucia gli alberi, perciò è un infame. Ma tu lo sai quanti ettari di boschi vengono bruciati all’anno dagli incendi dolosi, brutto infame? Ah no? A ‘nfame!
Le due guardie elfiche periscono nell’attacco, ma l’elfa capo, chiamando a raccolta le proprie energie, lancia un incantesimo che teletrasporta l’oggetto che stava proteggendo lontano dal campo di battaglia prima di svenire, rimanendo addormentata e in mano al nemico.
Durzettino è triste. Un infame triste.
Cambio scena e finalmente facciamo la conoscenza del nostro vero protagonista, colui che da il nome al libro: Eragon! Eragon è un quindicenne illetterato che divide il proprio tempo tra aiutare lo zio e il cugino a coltivare la verzura e la brassica e cacciare sulla Grande Dorsale, che è una catena montuosa dove nessun altro sale perché si dice ci siano gli spiriti, il malocchio, la morte, una misteriosa copia del film che sarà tratto da questo libro e ogni cosa brutta.
In effetti neanche una scena fa c’erano uno stregone non-morto e dei cornutoni assassini che giravano impuniti, quindi forse un fondino di verità, nel fatto che la Grande Dorsale possa essere pericolosa, c’è. Eragon però non ha paura, e poi sono giorni che segue le tracce di una femmina di cervo ferita ad una zampa ed è ormai deciso a prenderla.
Il giovane raggiunge la cerva, che si è riunita al suo branco… gli animali stanno tutti dormendo, vulnerabili alle sue frecce. Ora, Eragon non ha studiato, e quindi si guarda bene bene intorno e decide che la più bella idea è mirare alla femmina brutta zoppa che è pure lontana da lui, anche se potrebbe prendere più facilmente un maschio grosso e in salute che gli è vicino.
In fin dei conti, però, non prenderà nessuno dei due, perché proprio mentre scocca la sua freccia c’è un’esplosione di calore e luce che lo acceca e fa fuggire gli animali. Davanti a lui si è appena materializzata… una… ehm, una… una pietra! Evviva!
Sembra proprio essere una grossa pietra ovale, pesante e color blu zaffiro, forse una pietra magica.
Eragon la prende con sé e la porta al villaggio, sperando che almeno sia preziosa per poterla vendere, perché lui vuole mangiare, non vuole una pietra blu, ma dato che nessuno capisce cos’è (e viene per giunta dal posto brutto e malvagio), nessuno vuole comprargliela. Eragon chiede in giro, litiga con un macellaio, domanda a dei mercanti che vengono da lontano, ma niente da fare.
Apprende solo che non si capisce che pietra sia, che è più dura del diamante, e che gli tocca tenersela.
Nel frattempo a Carvahall (il villaggio dove abita Eragon) si sono presentati degli stranieri affiliati all’Impero. Tanto per farsi riconoscere subito come i cattivi si coprono il viso, fanno paura alla gente e puzzano. No, non sono Urgali, ma in questo libro c’è un sacco di gente fetente.
Sembra che i due stranieri stiano cercando informazioni su qualcosa di insolito avvenuto a Carvahall ma i cittadini, omertosi, tacciono. Eragon intuisce che avere una pietra magica apparsa dal niente potrebbe attirare l’attenzione degli stranieri, che non sono gente proprio tranquillissima… meglio stargli alla larga.
Una notte, però, qualcosa di straordinario accade: la sua pietra infrangibile inizia a rompersi, tremare, scuotersi. Una ragnatela di crepe si forma sulla superficie, poi da dentro l’oggetto spunta una testolina… è la testa di un piccolo drago, e la pietra blu è sempre stata un uovo!
Eragon è affascinato, ma non è certo di cosa fare. Quando prova ad accarezzare la creatura, però, accade un nuovo prodigio: Eragon viene percorso da un dolore terribile e c’è un lampo di luce, e, laddove la sua pelle ha toccato il draghetto, è rimasto un ovale argenteo che gli colora il palmo.
Come farà mai il nostro eroe a nascondere il marchio magico? Metterà un paio di guanti? Parlerà alla gente con le mani in tasca, come un ragazzo cool? Ma no, il nostro Eragon è un ragazzo molto più ingegnoso di così. La soluzione è: “non mi lavo più le mani” e “rimango zozzo”. Ah. Beh… stare con le mani sporche quando lavori tutto il giorno con gli animali e la terra e i fertilizzanti… sì, non c’è problema.
Attento Eragon, che mi diventi un servo dell’Impero, vediamo i primi segni.
Eragon decide di prendersi cura dell’adorabile creatura ma, anche se gli piange il cuore, non può farlo nella fattoria perché ha paura della reazione di zio Garrow. Crea un rifugio al piccolo nel bosco, dove va a trovarlo, portandole da mangiare regolarmente.
Nutrendolo a carne e necessità di trama, il draghetto – che si rivelerà essere una draghetta! – cresce a velocità record, per essere pronta prima possibile ad affrontare le avventure che verranno.
Più passa il tempo più si scopre che la sua intelligenza sorpassa quella di un comune animale e che tra lei ed Eragon si sta formando un legame speciale, che gli consente di comunicare con la mente e di farlo in maniere sempre più complesse man a mano che lei cresce. L’essere una creatura dignitosa e senziente però non impedisce alla draghetta di fare un sacco di cacca ovunque, lasciando il suo umano a pulirla per celare la presenza della sua amica finché, giuriamo, non è così tanta che Eragon alza le mani e si arrende, del tipo “se ci scoprono ci scoprono, io non ce la faccio più”.
Preoccupato del fatto che la dragonessa stia diventando così grande da rendere difficile nasconderla, Eragon va a chiedere informazioni all’anziano cantastorie della città, tale Brom, sul conto dei draghi e dei Cavalieri dei Draghi, guerrieri leggendari che si diceva combattessero per mantenere l’ordine in Alagaësia. Però Brom si insospettisce, perché Eragon è al livello di dissimulazione di qualcuno che domanda “Come posso chiamare il mio drago? Chiedo per un amico”. Brom lo rintrona con due storie e un po’ di biologia, gli svela che gli stranieri sono Ra’Zac, dei sicari dell’Impero, ed Eragon torna a casa per condividere ciò che ha appreso con la dragonessa. Lei sceglie di chiamarsi Saphira, usando uno dei nomi da drago che Brom ha snocciolato ad Eragon. Cioè, siccome è blu zaffiro, si chiama Saphira, fosse stata marrone si sarebbe chiamata Nocciolosa o qualcosa del genere, no?
Nel frattempo, però, gli stranieri li trovano davvero: cercando di distruggerlo i due mostri fanno esplodere la fattoria di Garrow. Sia Roran che Eragon erano fuori quando il fatto avviene, ma il povero zio rimane gravemente ferito per poi, ahimè, spirare a causa delle complicanze.
È per vendicare lo zio che Eragon, ormai senza casa, intraprenderà un viaggio per trovare i Ra’Zac e ucciderli. Ad accompagnarlo, la sua amata Saphira e Brom, che si farà avanti come suo mentore e maestro per renderlo un vero Cavaliere dei Draghi, insegnargli l’arte della magia e della spada e portarlo alla vittoria.
Ma qualcosa di molto più grande di Eragon si è appena messo in moto, e questo è solo l’inizio…

2. La copertina:

Okay, lo ammettiamo, prima di preparare questa recensione pensavamo che, bene o male, Eragon avesse delle copertine molto simili in tutto il mondo. Noi abbiamo sempre visto la copertina “classica”, quella pubblicata in America con l’illustrazione di John Jude Palencar che ritrae la testa di Saphira. E invece… invece no.
Addirittura ci fu un’edizione italiana di Eragon la cui copertina era tutta rossa per qualche motivo che non si capisce (anche perché è Eldest, ovvero il secondo libro, che dovrebbe essere in rosso, e questo genererebbe un po’ di confusione…), ma tralasciamo questa particolare scelta dubbia e scopriamo insieme le copertine di Eragon around the world!


1. Classica


Iniziamo subito con la copertina che probabilmente tutti quanti conoscete: l’abbiamo vista forse con l’immagine più grande o più piccola, con un taglio leggermente diverso, ma è la più comune.
È anche quella uscita nella prima edizione, quella americana!

Saphira non è convinta. Saphira ti giudica.

Di tecnica ce n’è, e, che siate o meno d’accordo col fatto che Saphira abbia il muso da cavallo, delle antenne mai descritte in quattro libri e che le sue squame si “comportino” come strane piume piatte, non c’è dubbio che questa illustrazione di Palencar sia la più popolare dell’intero Ciclo dell’Eredità.
Noi continuiamo a non immaginarci Saphira così anche dopo aver visto questa illustrazione sin da baby cactus, però fa niente.


2. L’occhio di iguana

Graphic design over nine thousaaaand!

Massì, ma chissenefrega di chiamare un illustratore serio, in fondo? Un drago è tipo… un rettile, no? Tipo una lucertola! I graphic designer di questa edizione inglese hanno pensato bene che un’iguana sovraesposta su sfondo bianco sia una scelta appropriata per un fantasy.
Sarebbe l’occhio di Saphira, giusto? Noi non ce la immaginavamo proprio così, a dire la verità.
Copertina bocciatissima.


3. Edizione spesciale

È il Lagiacrus!


Questa è la copertina ideata per un’edizione da collezione nata per celebrare il decimo anniversario dell’uscita di Eragon.
Bel progetto grafico, con il blu e l’oro e le linee intricate sul fondo in simil pelle, secondo noi la composizione funziona bene. Qualcosa in questa copertina però si allontana un po’ dal sentore organico e ormai familiare di Alagaësia e ci ricorda invece le illustrazoni per Monster Hunter.
Comunque bella, per carità.


4. La Svedese

La faccia di Eragon manco si vede bene, ma, mentre si prepara all’avventura, si intuisce comunque l’espressione da “Ma chi me l’ha fatto fa’?”.

I font non ci entusiasmano, ma l’illustrazione è azzeccata, molto fantasy.
Belli alcuni dettagli, come il fatto che la luce passi parzialmente attraverso la membrana delle ali di Saphira. Non troppo bello invece il fatto che la testa di Saphira sembri ritagliata male col mouse, basta dare un’occhiata a quei contorni tutti tremolanti e frastagliati.
Una curiosità: tra le internazionali, le copertine svedesi sono proprio le preferite dell’autore!


5. Nani?!
Questa copertina speciale è da sola il motivo per cui dovevamo mostrarvi le varianti internazionali di Eragon. Siete pronti a vederla?

SIETE PRONTI?

Eh. Eccola.



Quell’espressione, il rendering brutto del disegno di Palencar… niente, vederla ci ha un po’ spezzati. Dovevamo assolutamente mostrarvi la risposta giapponese alla copertina americana, perché sembra un poster strano per l’adattamento live action di un manga.
Tra l’altro ci sono anche delle varianti di questa, che sono semplicemente questo modello 3d ruotato per mostrare il profilo o il tre quarti un po’ più storto.
Meraviglioso. Spazzatura di qualità, copertina promossa già solo per il suo nipponico trash.


Oltre a queste ci sarebbero anche altre cover degne di nota, come quella ucraina che ha un’illustrazione adorabile da cartone animato in copertina o alcune recenti edite in Germania, ma dato che la recensione comincia a diventare lunghetta già così vi invitiamo a cercarle in solitaria se vi abbiamo suscitato un po’ di curiosità!


3. Cosa ci è piaciuto:

Lo stile di scrittura è semplice ma efficace nel descrivere le azioni e i sentimenti dei personaggi, che sono tutti diversi e ben distinguibili. Alagaësia ha un feeling unico e ben riconoscibile che è per metà una bella sensazione di fantasy nostalgico e dall’altra qualcosa di tutto suo, che puoi sperimentare quando ti rituffi nella lettura di uno dei libri della saga.
Parte di questo feeling è merito anche del fatto che lo scrittore si cimenti nel creare creature, culture, tradizioni e persino lingue nuove nei confini del continente di Alagaësia, da cui però non esce mai. Anzi, lo scrittore diventa spesso tecnico nelle sue descrizioni… che può essere un bene o un male, dipende dal tipo di lettrice/lettore che siete, ma a noi è piaciuto il suo entusiasmo.
Oh, ma spendiamo due parole sui draghi! Va detto che ci è piaciuto tanto tanto l’approccio di Paolini alla figura dei draghi, che li inquadra come creature di grande potere, intelligenti al pari (se non, molto spesso, decisamente di più) delle loro controparti umane. Gli dà dignità e potere, rendendo un piacere leggere di questi animali.


4. Cosa non ci è piaciuto:

Purtroppo molti degli eventi che accadono, soprattutto all’inizio, sembrano dipanarsi solo allo scopo di far proseguire la trama anziché accadere naturalmente. La crescita velocissima di Saphira, la morte di zio Garrow, il fatto che i Ra’Zac se ne vadano senza aver preso l’uovo, né Eragon, né essersi assicurati della sua morte, sembrano tutti pretesti per poter continuare la storia e mettere Eragon in viaggio.
Alcune delle descrizioni non sono chiarissime, come quella degli Urgali che all’inizio danno l’impressione di essere semplicemente tizi con le corna e poi diventano più bestiali man a mano che il libro prosegue.
Oh – e questa è una considerazione del tutto personale – ma quando compaiono, i cani vengono trattati in maniera un po’ strana. Sembrano delle macchine per abbaiare e mordere, non animali. Paolini è una persona da gatto e si nota (di gatti ben scritti ce ne sono), ma ci dispiace un po’ perché a noi, invece, i cani piacciono parecchio.


Voto complessivo: 71 su 100. Complimenti, hai passato il test, libro bello!


A chi lo consigliamo:

A chi ama il fantasy!
Se volete leggere storie di maghi mentori, di draghi sputafuoco, di ambientazioni medievali con un twist, di contadini che hanno un glow up pazzesco e imparano a leggere (ma diventano anche cavalieri, eh), allora dovreste assolutamente provare a leggervi il Ciclo dell’Eredità.

Dove potete comprare il libro?

È un libro che è stato pubblicato un po’ di tempo fa, perciò, per quanto sia popolare, non è detto che riuscirete a trovarlo in un negozio fisico che non sia veramente ben fornito.
Dovreste avere molta più fortuna cercando online, dove sicuramente riuscirete a trovare quel che cercate, che sia un ebook o un libro cartaceo.
Caso vuole che noi Cactusini abbiamo anche un’affiliazione con Amazon, perciò se vi salta il ghiribizzo di volere in casa un libro con una dragonessa che ha qualche dubbio in copertina, potreste dare un’occhiata all’inserzione dal link che vi lasciamo qui! Voi pagate proprio gnente in più, quindi a voi non cambia nulla, tranne che è più comodo perché vi basta cliccare il link che vi lasciamo, mentre noi ci guadagniamo un paio di centesimi. Consideratelo. 

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Se volete leggerlo prima di comprarlo, invece di piratarlo, non dimenticate di provare a fare un salto in biblioteca! Date amore alle vostre biblioteche!
Che cosa ne pensate del libro? Siete d'accordo con noi su tutto, siamo stati troppo cattivi (perché un po' cattivi lo siamo sempre, è normale nelle recensioni spinose) o siamo stati troppo indulgenti? Fateci sapere, e alla prossima recensione!

 
P.S.: Suggeriteci libri da recensire! (Meglio se sono gratis, che siamo senza soldi. Ma accettiamo di tutto). Nota: un sacco di gente si limita a dirci il titolo del libro da recensire, o addirittura a scrivere un sacco di titoli in fila, e non abbiamo davvero il tempo di andare a controllare una ad una tutte le trame per decidere se ci interessano o no, perciò per favore potete scrivere un piccolo abbozzo di cosa parla il libro? Così possiamo decidere se controllare la trama ed eventualmente leggerlo.
Per fare un esempio: "Ehi, Cactus! Vi consiglio La Magia del Lupo di Michelle Paver perché è un fantasy diverso dal solito, ambientato nella preistoria, ed è molto avventuroso!" oppure "Ciao, vi consiglio Nina, La Bambina della Sesta Luna, perché è un libro per bambini davvero brutto e mi piacerebbe leggere una recensione scritta da voi per spanciarmi dalle risate".


Atra esterní ono thelduin!




domenica 26 aprile 2020

Recensione - Arancia meccanica (Anthony Burgess)


Salve a tutti martini e quaglie, malcichi e mammole, siete pronti a leggere una nuova recensione spinosa cinebrivido dei Cactus di Fuoco? Ma come, non capite le nostre mottate? Forse è perché non siete familiari con la lingua nadsat o "linguaggio moschetto", lo slang giovanile (completamente inventato, non ci sono davvero giovani che parlano così) con cui è scritto "Arancia Meccanica", un libro diventato famosissimo per via del film di Stanley Kubrick (che, ehm, non abbiamo mai visto...).
Quando eravamo piccini, abbiamo sentito parlare con graaaande entusiasmo di Arancia Meccanica, ma essendo piccini non ci era facile procurarci un libro (o un film) che parla principalmente di stupri e violenza (anzi, ultraviolenza!). Ma per fortuna nella vita si cresce e alla fine non ci sarà nessuno che potrà dirvi cosa potete o non potete leggere, muhahahah!
Arancia Meccanica è una di quelle cose che abbiamo desiderato tanto tanto e per cui abbiamo quindi creato un'aspettativa pazzesca. Eravamo pronti a divertirci come matti con la nostra prima lettura di questo classico immortale di Anthony Burgess... ma immaginate la nostra sorpresa quando abbiamo aperto il libro e... GASP! Non si capiva un cavolo.
Cioè, come fai a rilassarti e goderti una storia quando all'improvviso ti saltano fuori frasi come:
"O potevi glutare il latte coi coltelli dentro, come si diceva, e questo ti rendeva sviccio e pronto per un po’ di porco diciannove, ed è proprio quel che si glutava la sera in cui sto cominciando questa storia.".
E questo nella prima pagina. O fratelli.
Ma prima che, delusi e cadenti, decidiate di non dare una chance a questo libro: bastano poche pagine, diciamo tre o quattro, perché il nadsat diventi all'improvviso perfettamente comprensibile. Gasp! Cos'è questa magia? Abbiamo appena imparato una lingua nuova? È una specie di nuovo Esperanto che tutti possono comprendere? Ehm... sì e no.
Arancia Meccanica è un esperimento da molti punti di vista ed è abbastanza godibile da farsi terminare in un giorno. UN GIORNO.
Insomma, non è per niente un libro friggibuco, ehm, banale. Volevamo dire banale. Il Nadsat ti rimane un po' attaccato in testa.
Iniziamo subito la nostra recensione con...

Che eleganza! Che stile! Che... diavolo... si sono messi addosso?
1. La trama: Alex è la voce narrante, ma soprattutto è un ragazzino matto come un cavallo che beve latte con la droga (il famoso latte plus del Korova Milk Bar), pesta i vecchietti, straccia i libri e si mena con altri ragazzini matti come cavalli per strada. Fa parte di una banda giovanile che veste all'estremo grido (perché sì, evidentemente l'ultimo grido è troppo poco, questo deve essere proprio estremo) e se ne va a spasso e a drogarsi con i suoi soma, ovvero i suoi amichetti e compari di crimine. Il più notevole degli amichetti, o almeno quello che ci è rimasto più impresso, è Bamba, un coso quadrato che ride facendo uah uah uah e che picchia i suoi avversarsi con una catena. Da quel che abbiamo capito, la parola "bamba" significa scemo, un po' tocco. Gli altri due amichetti si chiamano Pete e Georgie. No, questo Georgie non corre felice su un prato come la sua omonima, ma piuttosto viaggia sulla stessa motocicletta dei suoi amici, e intendiamo proprio che stanno in quattro su una moto come un circo e investono i gatti per strada.

 "Ce la spassammo un po’ in quello che chiamavamo il retrocittà, spaventando i vecchi martini e le vecchie semprocchie che attraversavano la strada e zigzagando dietro i gatti e cose così."

I quattro fanno cose estremamente edificanti, come avrete capito, tipo attaccare i poveri impiegati vecchietti della biblioteca e prenderli a calci in faccia o attaccare i poveri ubriaconi per strada e prenderli a calci in faccia o... beh, avete capito, no? Loro la chiamano "ultraviolenza". In pratica è come la violenza, ma praticata in maniera del tutto casuale, per svago.
I nostri quattro piccoli protagonisti sono praticamente quattro idioti eccitati dall'odore del sangue che fanno le piramidi umane sulle motociclette che corrono nella notte.

"Poi si vide un giovane malcico con la sua quaglia che facevano ciucciciucci sotto un albero, così ci fermammo e li applaudimmo, poi ci buttammo sopra a tutt’e due con un paio di sbiffoni e si ripartì che piangevano."

Ecco.
E dopo aver colpito con paio di sbiffoni i due poveracci che amoreggiavano per strada, il gruppo di piccoli idioti ultraviolenti si accosta ad una villa in mezzo al nulla chiamata "Casa Mia", dove fingono che uno di loro si sia sentito male per farsi aprire la porta, intrufolarsi all'interno, strappare il libro che il padrone di casa (un povero scrittore innocente) sta scrivendo (il titolo del libro è "Arancia meccanica"), picchiare selvaggiamente lui e violentare carnalmente la moglie, per poi fuggire impuniti e irriconoscibili (sono mascherati, i quattro piccoli porci) nella notte.
A casa, Alex ci illustra tutto fiero di come i suoi genitori si spaccano la schiena in fabbrica, tornano stanchi morti a casa e non possono dormire perché lui, il loro figlio cretino e degenere, deve sentire a volume altissimo la musica classica mentre si immagina di fare altre ultraviolenze.

"Ero in piena estasi, fratelli. Pi e emme [è così che chiama "papà e mamma", notate bene che delicatezza] nella camera accanto avevano ormai imparato a non bussare sul muro per lamentarsi di quello che chiamavano rumore. Gliel’ avevo insegnato io. Ora avrebbero preso i sonniferi. O forse, sapendo la gioia che mi dava la musica di notte, li avevano già presi."
Ma che ragazzetto simpaaaatico!
Alex fa parte di una specie di programma di recupero per cretini ultraviolenti come lui, che sono diventati un numeroso e spinoso problema nel mondo distopico in cui si svolge la vicenda e ogni tanto a casa sua va a trovarlo un tizio dei servizi sociali che lo ha seguito in questo suo percorso di redenzione (che chiaramente non ha funzionato) per controllare che tutto vada bene. Il tizio dei servizi sociali è un grande grandissimo ingenuo, comunque, perché non sospetta che il suo assistito sia un assassinopestatorestupratoreserialematto.
Un giorno Alex e i suoi soma(ri) decidono di assaltare la casa di una povera vecchia che viveva sola con i suoi gatti, al fine di rubargli tutto ciò che c'è di prezioso per rivenderlo a un tale "Will l'Inglese al caffè Muscleman". La vecchia però chiama la polizia e in più reagisce, bastonando Alex (che è l'unico ad entrare, dalla finestra, dopo aver cercato con un lo stesso patetico trucco della villa "casa mia" a farsi aprire la porta) e facendolo letteralmente assaltare dai gatti. La vecchia ha tanti gatti. Un macello di gatti, gatti dappertutto, qualcosa di pazzesco...
Comunque, una cosa tira l'altra, Alex vien pestato ben bene, ma la vecchietta ci rimette le penne. Arriva la polizia, gli amichetti del protagonista gli voltano indignitosamente le spalle e Alex viene arrestato e portato in carcere.
Ah, l'abbiamo detto che Alex ha quindici anni? QUINDICI? E che a QUINDICI ANNI è appena finito in carcere? Che bel bambino simpatico e grazioso.
Qui passa due anni in una cella sovraffollata fra amici che non sono suoi amici, pestaggi e altra roba che di certo si merita, finché un nuovo "inquilino" del bugigattolo non ci rimette le penne e tutti i carcerati, voltando indignitosamente le spalle al ragazzo come hanno fatto un tempo i suoi soma, indicano come colpevole della cosa Alex. È colpevole davvero? Un pochino, ma non ha fatto tutto da solo, son tutti coinvolti.
Alex viene allora inserito in un rivoluzionario, modernissimo programma di recupero che promette di farlo diventare un cittadino modello in soli quindici giorni. Ma è possibile trasformare un tale mostruoso giovincello, dedito a tutti i vizi e senza alcun rispetto per alcuna forma di vita, in un bravo cittadino?
Apparentemente... sì.
Infatti, in un modo che non vogliamo assolutamente spoilerarvi, Alex diventa un bravissimo ragazzo. Un ragazzo fin troppo buono. A dire la verità, è costretto ad essere buono: il solo pensiero della violenza lo farà sentire male e lo disgusterà a tal punto da rendergli impossibile anche solo dare uno spintone a chi se la prende con lui e costringendolo anzi a comportarsi nella maniera opposta, trattando con gentilezza e servilismo chi lo ferisce.
Alex viene così rilasciato nel duro mondo selvaggio, spogliato dell'unica arma che possedeva, la violenza...

2. La copertina:

Quella della nostra versione è così:
È Halloween? Non ci ricordavamo fosse Halloween...
Beh, son quattro i malcichi in copertina... ma non sono neanche lontanamente vestiti come quelli, vanitosi e attenti al loro stile, della storia. Questi son agghindati da scheletri. Ma non c'è che dire, fanno una bella atmosfera e ti fanno intuire le cose importanti: è la storia di quattro deficienti giovani, che vogliono divertirsi. Non c'è male, non c'è male come copertina.

Ah! Guardate che bello, un occhio!
E poi c'è questa versione, con un'illustrazione celeberrima, la stessa (se non sbagliamo) che compare su alcuni poster del film. È Alex! Con il suo fido coltello! Che fa quello che sa fare meglio: l'ultraviolenza.

3. Cosa ci è piaciuto: questo è un libro che fa ridere come cavalli. Fa ridere come Bamba: uah uah uah. Certo, forse dovete essere un pochino sadici (ve l'abbiamo già detto che è ultraviolento?), ma vi assicuriamo che per via del linguaggio bizzarro in cui è scritto è difficile, davvero difficile, prendere troppo "sul serio" le scene di pestaggio (o di stupro, anche se quelle rimangono sempre un pochino... ehm... brutte).
Inoltre l'idea di usare uno slang inventato è geniale! Il linguaggio di questo romanzo non potrà mai invecchiare, perché la sua lingua non si potrà mai evolvere.
Wikipedia spiega la cosa così (e noi siamo d'accordo, eh):
Burgess, un poliglotta che amava il linguaggio in tutte le sue forme, era consapevole del fatto che il gergo linguistico fosse di natura in costante cambiamento. Consapevole che se avesse usato un modo di parlare al tempo in uso il romanzo sarebbe diventato molto presto datato, creò allora il Nadsat. L'uso di tale slang è quindi essenzialmente pragmatico; aveva bisogno che il suo narratore avesse una voce unica che restasse senza età rafforzando nel contempo l'indifferenza di Alex alle norme della sua società, e suggerendo che la sottocultura giovanile esiste indipendentemente dal resto della società. In Arancia Meccanica, gli interrogatori di Alex descrivono la fonte del suo argot come "penetrazione subliminale".
A proposito, la traduzione di Floriana Bossi è e-c-c-e-z-i-o-n-a-l-e.
Aldilà del linguaggio esilarante, la cosa bella è che tutto questo guazzabuglio sembra leggero e fatto per ridere, una storia di ultraviolenza fumettosa e pesantemente esagerata, una specie di cartone animato per adulti, ma in realtà nasconde un contenuto morale ed etico abbastanza interessante e che potrete comprendere solo se lo leggete (perché sì, la parte che ha una rilevanza morale non l'abbiamo proprio raccontata nella trama, è la seconda parte e se la volete ve la dovete andare a guarda' da soli).

4. Cosa non ci è piaciuto: vi ricordate che abbiamo detto che c'è un messaggio etico e morale interessante di sottofondo? Certo che ve lo ricordate, l'abbiamo scritto solo qualche riga sopra. Ecco, peccato che questo messaggio non vada a parare da nessuna parte. Insomma, ti fa dubitare, ti mette questa pulce nell'orecchio: "ma se un uomo è intrinsecamente cattivo, e viene costretto a diventare buono contro la sua volontà, potrà mai considerarsi buono davvero?" e poi... attenzione perché stiamo per spoilerarvi... spoilerspoilerspoiler spoiler... e poi è un nulla di fatto, perché il finale di questo pasticcio di ultraviolenza è terribile. Insomma, per farla breve Alex riesce a recuperare la capacità di fare del male.
"Ah!" Direte voi "Allora è questa la risposta al quesito! Non potrai mai costringere una persona che è davvero malvagia, fin nel profondo del suo cuore marcio, a diventare buona, nemmeno con la forza!".
Oh no. O, fratelli, voi non sapete.
Perché nel capitolo finale, appiccicato lì quasi con un patetico buonismo, Alex inizia a, tenetevi forte, maturare e diventare buono. Così, a caso, senza motivo, facendoci capire che lui non era cattivo, ma solamente giovane e sbandato. GIOVANE E SBANDATO. E AMMAZZAVA E STUPRAVA. Giovane e... giovane e... scusateci, dobbiamo bere un bicchiere d'acqua.
Insomma, non solo la morale è del tutto inconcludente e non così profonda come speravamo, ma il finale ti ammelensisce tutto e questa cosa fa solo una gran pena.
Volevi fare un libro senza freni, un libro spregiudicato, caro autore? E allora ti conveniva andare fino in fondo e regalarci un bel protagonista fedele a sé stesso, non questo qui che finisce per ascoltare musica romantica al posto di quella che amava.
*Fine spoiler*
Un'altra cosa, a parte il finale, che non ci è proprio piaciuta è che le donne non sono mai personaggi veri. Ci sono poliziotti che sono personaggi, ricettatori che sono personaggi, nemici e amici che sono personaggi, ricercatori e compagni di cella, ma delle donne non ci viene mai rivelato neppure il nome. Mai. Le donna sono solo di contorno, oggetti da picchiare e stuprare, e nessuna di loro, mai, viene vista come una persona che sia anche solo lontanamente possibile rispettare.
Capiamo pure che questa scelta possa far parte della visione del ragazzo protagonista, che è misoginissimo (come lo chiamate uno stupratore? Un porco schifoso misogino, ovviamente), ma anche l'autore ci ha messo del suo, eh. Il papà di Alex, per esempio, parla più di sua madre, che si limita a piangiucchiare per tutto il tempo. Ma il fatto è che, effettivamente, aldilà della visione del protagonista, le ragazze effettivamente non fanno un cavolo in questa storia, come se non avessero alcun ruolo se non quello della vittima. Non vediamo mai una poliziotta o una dottoressa, una politica in tv o anche solo una bibliotecaria donna, o una commessa in un negozio... niente, le donne vengono annullate, ridotte al ruolo di povere vittime urlanti e piangenti per il cento percento del libro, e questa è una cosa che ci ha fatto storcere non poco il naso, una pecca grossa e pesante, una macchia di unto gigantesca su una trama altrimenti tutto sommato divertente.
Sì, possiamo accettare che ci siano stupri e "ultraviolenze" in una trama chiaramente incentrata su questo, ma che le donne siano chiaramente viste come un oggetto da tutti i personaggi, scrittore compreso? No, questa è una cosa che fa solo incavolare, una mancanza abbastanza grossa nella creazione di un mondo alternativo che in questo modo, escludendo il 50% della popolazione, perde tantissima ricchezza. Eddai, volevamo vedere almeno una ragazza nelle bande giovanili! Sarebbe stato figo vedere una quaglia, come si dice nel linguaggio moschetto, che uccide e che taglia e che non ha rispetto per nessuno. E invece no, perché le donne qui son tutte signorine più o meno perbene, ma fatte solo per soffrire, mai per offendere.

Voto complessivo: 66 su 100. Hai superato il test, vecchio libraccio! L'hai superato nonostante le pecche mica indifferenti, ma è perché sei un libro perché proprio ci ha fatti ridere, eh.

A chi lo consigliamo: A chi piace la violenza, ma proprio quella grondante sangue, e contemporaneamente lo humor un po' infantile. Insomma, alla maggior parte dei ragazzi medi del quarto-quinto superiore. Ma anche a chi ha voglia di un viaggio quasi allucinato in un mondo distopico e folle attraverso gli occhi di un quindicenne veramente sopra le righe. È un libro senza tempo: i suoi pregi vivranno per sempre, i suoi difetti faranno la stessa identica cosa.


Dove potete trovare il libro:
Mah, un po' dove vi pare. Lo beccate in un mare di versioni diverse, su IBS, Amazon, Kobo e quant'altro... date un'occhiata nella biblioteca della vostra città: probabilmente lo troverete lì senza spendere un centesimo!


Che cosa ne pensate del libro? Siete d'accordo con noi su tutto, siamo stati troppo cattivi (perché un po' cattivi lo siamo sempre, è normale nelle recensioni spinose) o siamo stati troppo indulgenti? Fateci sapere, e alla prossima recensione!

P.S.: Suggeriteci libri da recensire! (Meglio se sono gratis, che siamo senza soldi. Ma accettiamo di tutto). Nota: un sacco di gente si limita a dirci il titolo del libro da recensire, o addirittura a scrivere un sacco di titoli in fila, e non abbiamo davvero il tempo di andare a controllare una ad una tutte le trame per decidere se ci interessano o no, perciò per favore potete scrivere un piccolo abbozzo di cosa parla il libro? Così possiamo decidere se controllare la trama ed eventualmente leggerlo.
Per fare un esempio: "Hey, Cactus! Vi consiglio La Magia del Lupo di Michelle Paver perché è un fantasy diverso dal solito, ambientato nella preistoria, ed è molto avventuroso!" oppure "Ciao, vi consiglio Nina, La Bambina della Sesta Luna, perché è un libro per bambini davvero brutto e mi piacerebbe leggere una recensione scritta da voi per spanciarmi dalle risate".
Vi aspettiamo ;)

venerdì 24 aprile 2020

Recensione - Lolita (Vladimir Nabokov)

La nostra recensione di oggi è anomala per molti, molti versi. Innanzitutto non si tratta di un libro che abbiamo letto, ma ascoltato in forma di audiolibro mentre lavoravamo ad altre cose che non richiedevano un grande uso del cervello, o almeno non di quella parte del cervello che serve a processare il linguaggio per trasformarlo in immagini, concetti e movimenti nelle nostre menti. In secondo luogo, è un libro al di fuori di tutti i nostri interessi.
Forse è il primo libro di letteratura russa che abbiamo mai completato. Forse non è neanche autentica letteratura russa, perché l'autore, Vladimir Nabokov, era un cittadino americano che ha scritto Lolita in lingua inglese, ma noi la prenderemo come tale.
In terzo luogo, è un libro che parla di una sorta di... di storia d'amore. E non è che noi ci interessiamo spesso a questo genere di libri, come saprete ormai se ci conoscete.
E l'ultimo motivo, forse il più importante, per cui quest'opera è così distante da noi, così difficile da associare ai Cactus di Fuoco (no, non scappate! Non ancora, ve ne preghiamo!) è che... parla di pedofilia. Per la precisione, il protagonista di questo libro è attratto fisicamente dalle dodicenni.

Stiamo parlando del classico della letteratura (russo-americana?) "Lolita", di Vladimir Nabokov, di cui la gente parla a volte come se fosse una sublime meraviglia psicologica e a volte come uno scabroso schifoso sputo letterario fatto solo per far vergognare il lettore.
Secondo noi non è nessuna delle due cose.
Ecco la nostra recensione!


1. La trama: *Warning! In questo libro ci sono un mucchio, ma proprio un mucchio, di tematiche problematiche e che potrebbero urtare la vostra sensibilità. Se non vi sentite pronti per esplorarle e per perdonarci il fatto che le tratteremo in modo ironico e forse con un po' di leggerezza, potete smettere di leggere ora. Comprenderemmo perfettamente la vostra scelta. Se invece siete lettori avventurosi, pronti a farvi quattro risate su una delle trame più controverse della letteratura, buttatevi pure a leggere la trama!*

Il protagonista e io narrante del libro è Humbert Humbert (sì, nome e cognome sono identici, sì, i suoi genitori non erano particolarmente fantastiosi e sì, lo abbrevieremo HH), un professore di letteratura francese perennemente annoiato a cui fa schifo quasi tutto. Gli fanno schifo le persone, a giudicare da come le descrive, di ambo i sessi. Gli fanno schifo i motel e gli hotel, le infermiere, l'arredamento di praticamente tutte le case che visita e i suoi stessi amici. È incontentabile. Vorrebbe che il lettore si bevesse che lui ha gusto, un gusto tipicamente europeo, ma siccome siamo europei anche noi ci accorgiamo immediatamente che in realtà è solo un lagnoso, lamentoso, arrogante.
Humbert Humbert si trova in custodia per aver commesso un omicidio e, in attesa del processo sta scrivendo le sue memorie.
In teoria dovrebbe informarci del perché ha ammazzato un tizio o una tizia (non ci viene ancora detto chi è la misteriosa vittima), ma in pratica ci racconta di tuuuttta la sua vita o quasi, a cominciare da quando era un bambinetto dodicenne (o tredicenne? Non ci ricordiamo bene) morboso innamorato di una bambinetta altrettanto morbosa di nome Annabel e i due passavano il 99% del loro tempo a sbaciucchiarsi e palpeggiarsi e progettavano di combinare assai di più non appena i loro genitori avessero voltato lo sguardo dall'altra parte.
Ahinoi (anzi, ahilui), Humbert non riuscirà a perdere la verginità a dodici anni come aveva progettato (che bel progetto, poi), perché la bimba di cui era perdutamente innamorato si trasferì e per giunta schiattò.
Il trauma fu tale, per il nostro protagonista, che le sue preferenze (o almeno così le "giustifica" lui) rimasero inalterate e da allora in poi gli piacquero solo le dodicenni.
Ok, non tutte le dodicenni, ma un particolare tipo di bambine: lui le chiama "ninfette" e non spiega mai che cosa, esattamente, abbiamo di diverso dalle altre bimbe, ma ci fa capire che sono diversissime. In pratica, ninfette so' quelle che piacciono a lui e lui proietta su di loro il proprio desiderio, credendo che siano particolarmente maliziose, mentre le altre, quelle che nun glie piacciono, so' bimbe normali. Victim blaming a palate.
Il nostro protagonista, ora chiaramente pedofilo oltre che assassino, ci racconta dei suoi viaggi, delle sue avventure, di un matrimonio fallito (e ci crediamo! Ti fanno schifo le donne adulte, quanto mai potrà funzionare un matrimonio?) e di un esaurimento nervoso. Voilà.
Per riprendersi dalle sfighe che la vita precipita sul suo cranio come bacchette sulle percussioni, il nostro HH si trasferisce nella piccola e quieta città di Ramsdale, dove (a malincuore, perché gli fa schifo ovviamente) affitta una stanza nella casa della vedova Charlotte Haze.
Il vero motivo per cui, pur facendogli schifo la casa, il paese e pure la signora Haze, egli affitta la stanza, è che la padrona di casa ha una figlia dodicenne: Dolores detta Lolita.
Nonostante la forte differenza di età (leggasi: pedofilia rampante), Humbert si innamora perdutamente della povera Lo e inizia a farci amicizia. La bambina sospetta qualcosa? Forse. Dolores è una piccoletta abbastanza sveglia e sembra intuire l'ascendente che ha sul signor HH, per cui gli fa scherzi e burle (e gli tira addosso il pallone e lo insulta, perché sì, il pedofilo se lo merita). Fra i due nasce una specie di rapporto di complicità, qualcosa di strano e ingenuo, tanto che prima di partire per la colonia estiva, Lolita, con i suoi modi da piccola adulta curiosa del mondo,saluta Humbert con un bacio sulle labbra.
Un bacio casto, in teoria, ma casto solo da un lato... lo sappiamo tutti che il bastardo pedofilo ha i pantaloni in subbuglio.
E per un po' Dolores esce di scena, se ne va a questo campo estivo e HH se ne va fuori di testa, mettendosi a odiare Charlotte, quella mamma crudele che ha costretto la figlia ad andarsene di casa (poco importa se per andare a divertirsi con gli amici, eh!) e la aveva allontanata da lui.
Ma mentre HH pensa che Charlotte sia una donna provinciale, brutta e crudele, Charlotte si è innamorata perdutamente di lui, del suo fascino europeo, della sua bellezza virile, della sua ombrosa raffinatezza. Perché sì, anche se ce lo siamo tutti raffigurati come un prof di mezza età dalla voce di fumature, Humbert Humbert è in realtà un sublime esemplare, alto e bello, che tutte le donne apprezzano.
Peccato che lui non apprezzi tutte le donne.
Comunque, Charlotte Haze gli lascia una lettera che possiamo riassumere così: "Caro Humber Humbert, ti amo tantissimo e quindi non posso più accettare di vederti sotto il mio tetto come inquilino e basta. Se mi ami anche tu rimani qui e ci mettiamo insieme, altrimenti vattene prima che io rientri in casa, perché ti avverto che se rientro e ti ci trovo, ti sposo per forza".
HH decide di restare, non per Charlotte ovviamente (lei gli fa schifo, l'abbiamo già detto?) ma per Lolita. Sì, così il pedofilo potrà diventare il patrigno della bimba.
Solo che HH è un poco scemo e tiene un diario dove racconta "gne gne odio Charlotte che è brutta e schifosa e voglio fare cosacce con sua figlia, quasi quasi sto pensando di ucciderla" in casa della donna che lo ama ma che lui odia, e ovviamente questa cosa non può finire bene.
Charlotte legge il diario. Ovviamente. Appresi i veri sentimenti e le intenzioni di lui, la donna progetta di fuggire e di spedire pure la figliola in collegio, per salvarla dal bastardo pedofilo. Tutte intenzioni lodevoli, per carità... ma, cara Charlotte, guarda quando attraversi la strada, te ne preghiamo! E niente.
Charlotte, che sta per esporre ad un terribile pubblico scandalo il professor HH, viene investita molto convenientemente da un'automobile. Così, a caso. E nessuno verrà mai a sapere niente.
HH va a prendere Lolita alla colonia estiva e scopre che la bambina, che gli racconta tutto in virtù della loro amicizia e complicità, ha fatto le cosacce con i suoi compagnucci di scuola. In questo libro sono tutti dei ninfomani, apparentemente.
Comunque, HH non la prende bene perché, oltre ad essere un pedofilo, è pure geloso abbestia e non vuole che la piccola frequenti più altri ragazzini della sua età (anche se è ovvio che sarebbe meglio per lei fare esperienza con quelli della sua età che con lui, eh. Ma lui non se ne cura).
Lolita, allora, lo seduce. Cioè, "seduzione" è una parola grossa per qualcuno che è già perdutamente innamorato di lei e che progettava di stenderla col sonnifero per... ehm... godere della vista del suo bellissimo corpo senza che... senza che lei se ne accorgesse...
... Ed è... un piano... ugh...
Scusate, abbiamo vomitato un po' nelle nostre stesse bocche. Ugh.
Comunque, ritorniamo alla cosa della seduzione: Lolita, che ora si crede una grande esperta, cerca di insegnare come si fa l'amore a HH. Ok. Questo è un paradosso grande come una casa, ma che diciamo, dieci case.
In tutto questo, anche se realizza il suo sogno di sempre, Humbert Humbert non sembra manco troppo contento perché non è il primo amante di Lolita. Placati, schifoso. Placati. Stai facendo le tue schifezze? E almeno sii contento di farle, mentre noi vomitiamo nel più vicino vaso cinese.
Speriamo almeno che ti piacciano, i vasi cinesi. Ma a te non piace niente, giusto?
Comunque, HH decide anche di non dire subito alla povera bimba (la povera bimba che ha sedotto un adulto. Lo sappiamo che non è colpa sua, che lei era innocente, o quasi, e tutto, ma Maddonina dei cieli, tutto questo è folle!) che sua madre è morta e lo strano duo girovaga per l'America come due polli senza testa, comprando robe a caso che ci vengono anche elencate, fra cui bigiotteria, fumetti, vestiti.
Dopo aver finalmente ammesso la morte della madre, Humbert propone a Lolita di accettarlo come suo patrigno e affidatario, tutto contento di aggiungere l'incesto alla sua lunga lista di problemi.
Humbert comincia pure a pagarla (principalmente con altri fumetti, caramelle, fermacapelli, anellini e fondamentalmente tutte le cose che una bambina possa desiderare) per ottenerne i favori sessuali e al fine di impedirle di denunciarlo alla polizia, la spaventa dicendole che se arrestano lui finirà in prigione anche lei.
Inizia così la felice seconda vita di Himbert Humbert, il pedofilo che va a spasso per l'America con la sua figliastra.
Ma questa vita non può durare per sempre, no? Lolita dovrà andare a scuola. Conoscere altri bimbi. Fermarsi a parlare con altri adulti che potrebbero sospettare il semi-incestuoso e molto pedofiliaco rapporto con il suo papà. Volere qualcosa di più per sé stessa. Ci sono migliaia di cose che possono andar storte (o dritte, dipende dall'interpretazione...).
Ma questo lo scoprirete solo se avrete il fegato (e lo stomaco, tanto tanto stomaco) di leggere questo libro.

2. La copertina:
La copertine di Lolita sono state molteplici. Infinite. C'è stato persino più di un poster cinematografico, visto che questo scandaloso romanzo è diventato un film di Stanley Kubrick!
Visto che noi l'abbiamo sentito sottoforma di audiolibro, questa volta non possiamo mostrarvi la copertina della nostra edizione, ma possiamo commentare insieme alcune delle più importanti:

Ciao, ciono una copettina vedde.
La prima che vi proponiamo è ovviamente quella della prima edizione, pubblicata in Francia nel 1955. È... verde. Verde/grigia, per essere un pochino più precisi. Crediamo che la sfumatura di verde che ci vada più vicina sia l'olivina (#9AB973), ma forse un po' più scura.
È una copertina che non dice nulla. Non fa trapelare neanche lontanamente le sordide gioie che trarrete dalla lettura, i brividi di disgusto o di sublime estasi della prosa in esso contenuta. È proprio come Humbert Humbert: apparentemente semplice e raffinata, verdognola (come il disgusto che il protagonista prova per tutti) dentro nasconde un mostro. 9 su 10.


Bambina o... casalinga disperata in vacanza?
Questa seconda copertina invece parla. Parla tanto. E ci trae in inganno: vediamo una giovane donna, con un paio di occhiali da sole a cuore e un lecca lecca, due grandi occhi azzurri, il colore di sabbie estive, la luce di una vacanza al mare... sembra sbarazzino, questo romanzo, con quel titolo tutto allegro, "Lolita". Non si capisce minimamente che A) è letteratura colta e B) la donna in copertina dovrebbe avere dodici anni. Voto? 2 su 10.


Quest'altra copertina ci mostra, finalmente, una bambina. Con tanto di mela rossa, a simboleggiare il frutto proibito, un po' come in Twilight. Peccato che questa sia una bimba chiara, bionda, dall'espressione ingenua e pura mentre quasi bacia il frutto: Lolita non è una biondina pallidona (che anche questa bambina sia uscita da Twilight?), ma una ragazzetta forte, vivace, abbronzata (e fidatevi, si parla un sacco della sua abbronzatura). Per il resto, la copertina che sembra costruita alla bell'e meglio, in realtà meticolosamente studiata, è davvero bella. Voto? 6 su 10.

Lolita super saiyan di terzo livello.
E c'è anche una copertina tutta italiana! Con una... Lolita... tutta pasticciata, gialla di pelle, gialla di capelli, e quei capelli sono un sacco, una specie di nido, e le pennellate sono confuse, ed è tutto un po'... troppo. E non si capisce, ancora una volta, che questa dovrebbe essere una bambina. E Lolita non è fatta così. Voto? 2 su 10 pure a questa.


Hey! Chi è che sta sbirciando le gambe a una ragazzina?!
Le sue gambe, forti e abbronzate, ma ancora troppo piccine, con i piedi infilati nelle scarpe di una donna adulta, che non riescono a riempire... ecco, questa è Lolita. Splendida copertina, misteriosa e raffinata. I polacchi sanno come fare le copertine, a quanto pare, o semplicemente hanno fatto bene questa. Voto? 9 e mezzo su 10.

E poi ci stanno troppe copertine in giro, non abbiamo la forza di cercarle e recensirle una per una. Vi bastino queste, oggi siamo pigri.

3. Cosa ci è piaciuto:

"Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.
Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita.

Una sua simile l’aveva preceduta? Ah sì, certo che sì! E in verità non ci sarebbe stata forse nessuna Lolita se un’estate, in un principato sul mare, io non avessi amato una certa iniziale fanciulla. Oh, quando? Tanti anni prima della nascita di Lolita quanti erano quelli che avevo io quell’estate.
Potete sempre contare su un assassino per una prosa ornata. Signori della giuria, il reperto numero uno è ciò che invidiarono i serafini, i male informati, ingenui serafini dalle nobili ali. Guardate questo intrico di spine."

L'incipit ci ha catturati come pesci all'amo, mostrandoci fin da subito che razza di prosa questo libro aveva da offrirci.
Humbert Humbert è affabile, poetico, un grande oratore, così grande in effetti che non ci si accorge fin da subito di che tipo di disgustoso uomo sia. I primi capitoli sono così belli, nella narrazione, da essere capaci di far vergognare un pochino il lettore. E non è grande letteratura questa, quella capace di suscitare in un essere umano sentimenti del tutto scorrelati dal suo stesso essere? Una letteratura capace di far venire fame, sete, di far sentire il profumo di cose deliziose, e di cose proibite?
L'incipit è bello, ma dopo il libro diventa più bello, soprattutto nella prima parte (della seconda nel parliamo poi).
Le descrizioni sono favolose, basta chiudere gli occhi per sentire l'odore del mare, per sentire la luce del sole sul volto, per immaginare al tatto la pelle della giovane Annabel, il primo acerbo amore di HH.
E se pensate che è un librone serio serio pieno di cose auliche e fiorite... oh, vi sbagliate! Perché in realtà vi sbellicherete dalle risate. Humbert è ironico e autoironico in una maniera deliziosa, surreale.
Ci sovviene quel momento in cui Lolita si perde per un istante, e lui inizia a vedere Lolite multiple dappertutto: Lolite che si arrampicano, Lolite che urlano, Lolite che corrono. Ma sono invece solo altre bambine. Forse.
Ecco, buttare in mezzo ad una prosa tanto sublime momenti come questo è assolutamente inaspettato ed esilarante... perciò non vi spoileriamo altro, nel caso vogliate leggervelo, perché una delle cose più belle di questo libro, se non la più bella, è proprio il suo umorismo.
Oh, un'altra cosa che ci è piaciuta? Nonostante lo scabroso tema trattato, gli scandali che si susseguono, Vladimir Nabokov ha preso due decisioni che rendono il suo libro assai diverso dagli altri di simile genere: A) non descrive mai gli atti rivoltanti e B) non usa mai parolacce.
È fantastico che non usi mai parolacce. Fantastico. Non sappiamo se lo sapete, ma non siamo dei grandissimi fan del turpiloquio: crediamo che se qualcuno vuole offendere o scandalizzare qualcun altro, ci siano modi molto intelligenti per farlo. E, sapete, siamo invece dei grandi fan dell'intelligenza.
Insomma, ci è piaciuta la scrittura di Vladimir Nabokov, il suo stile. Se anche gli altri autori russo-americani sono così bravi, gli chiederemo di unirsi ai Cactus di Fuoco.

"Penso agli uri e agli angeli, al segreto dei pigmenti duraturi, ai sonetti profetici, al rifugio dell’arte. E questa è la sola immortalità che tu e io possiamo condividere, mia Lolita.”

4. Cosa non ci è piaciuto:
Se la scrittura di questo libro ci è chiaramente piaciuta, il problema è ben altro: non ci ha particolarmente catturati la trama. E no, non perché il protagonista è un pedofilo, ci mancherebbe! Siamo di veduti ampissime in letteratura e amiamo leggere le storie dei criminali, dei più folli, pazzi, razzisti, genocidi. Scriviamo, di quando in quando, storie di criminali orribili anche noi.
No, non è il protagonista il problema (anche se un po' ne è parte, ma ora vedremo il perché): il problema è la noia.
Humbert Humbert, aldilà dei suoi voli pindarici, delle sue descrizioni poetiche e delle battute, è NOIOSO. E noiosa è la sua storia.
Nei primi capitoli ci cattura con il mistero: ha ucciso qualcuno, si è innamorato di una bambina, come sono collegate le due cose? Chi è la vittima che lo ha portato in carcere? Come può un tanto mite (sì, HH è terribilmente mite, timido persino) caprone aver perpetrato un crimine tanto efferato?
E si va avanti, capitolo dopo capitolo, sperando di capire come sia successo.
Ma poiché l'omicidio si rivela praticamente solo nell'ultimo capitolo, nel frattempo l'attenzione va scemando e non bastano le battute che punteggiano qui e lì la narrazione per giustificare i lunghi momenti di vuoto. Una scena dopo l'altra, ci si ritrova a seguirle Lolita e HH in un viaggio in cui non succede nulla (o quasi) di interessante, ma in cui ci vengono descritti per filo e per segno tutti i vestiti di Lolita, tutti i movimenti di Lolita, tutti i cambiamenti nell'umore o nello stato di salute di Lolita. Nei primi capitoli una tale morbosa attenzione verso una ragazzina può sembrare anche trasgressiva, ma quando andate avanti (e scommettiamo che voi non siete così interessati a tutti i più piccoli dettagli di una lamentosa ragazzina immaginaria) diventa noioso, noioso, noioso e superfluo.
Da un certo punto in poi, la trama diventa persino prevedibile ed è a quel punto che la trazione del "voglio risolvere il mistero!" si annulla completamente, facendovi sprofondare un pochino di più nelle sabbie mobili di una noia gelida.
Gli itinerari di viaggio? Inconcludenti. Molte scene sono ripetute, viaggi su viaggi, dialoghi su dialoghi.
E poi, parliamoci chiaro: la storia di un pedofilo che intrattiene una relazione proibita con la sua figliastra non ci ha mai interessato fin dal principio. Cioè, noi non leggiamo neanche i romanzi rosa normali, perché dovrebbe piacerci questo che ha un pizzico(ne) di perversione extra? Forse, semplicemente, non è la trama per noi... ma ormai lo sapete, no? Queste recensioni sono composte al 99% da pareri strettamente personali.
E a noi questa roba non piace, è pura nooooia con qualche brividino di schifo all'inizio.
Un altro problema, forse di natura morale, forse semplicemente una pecca dello scritture, è l'incapacità di provare pietà per la bambina protagonista, Lolita. Il ribrezzo che si prova durante la lettura non è perché si ha pena per la povera piccola, quanto perché non ci si vuole immedesimare nel protagonista ed è fin troppo facile perché è scritto, ricordiamolo, terribilmente bene. Humbert Humbert è vivo, con il suo impressionante mucchio di difetti e i suoi pochi pregi, con la sua fissa per la lingua francese, con il suo disgusto per le cose "da poveri", mentre Lolita è... Lolita è... un pezzo di scenografia.
No, anche questo non è corretto, non è preciso. Lolita non è un pezzo di scenografia, Lolita è solo, un pochino, implausibile. O forse anche questo non è corretto, perché sappiamo che l'animo umano è imprevedibile e che nulla è davvero impossibile. Forse il vero problema è che la scrittura non si concentra affatto sulle sue reazioni, su quello che davvero vuole lei, perciò è difficile provare pietà per la sua infanzia perduta, strappata via da quel mostro geloso che la vuole tutta per sé.
Se l'obiettivo dello scrittore era quello di disgustare il lettore, avrebbe potuto premere un pochino sul pedale della pietà. Ma anche se non avesse voluto disgustarlo. Alla fine si finisce per provare più pietà per l'assassino e pedofilo HH che non per Lolita e forse è proprio questo che fa sentire il lettore così... sporco.
Insomma, empatia per la vittima completamente assente. Ci pare una cosa un pochino grave, quando la vittima è una bimba.

Voto complessivo: 62 su 100. Hai superato il test, vecchio libraccio! Hai una sufficienza, nonostante tutto.

A chi lo consigliamo: non è un libro che si consiglia proprio a tutti, eh. Alcune persone sono particolarmente sensibili rispetto al tema della pedofilia e ne sono disgustate, altre ancora potrebbero in generale trovare questa narrazione noiosa e, come dicono gli inglesi, pointless. Questo libro è un tripudio di giochi di parole, un fiorire di digressioni narrative e psicologiche, un bellissimo esperimento, e come tale può essere apprezzato solo da chi ama davvero tanto la letteratura intesa come arte di dipingere con le parole.
Non consigliamo a nessuno di regalare questo libro ad un amico/amica (vi guarderebbero con occhi a palla da golf, chiedendosi "ma che diamine? Perché a me?"), ma se volete leggerlo voi stessi ci sentiamo di incoraggiare quest'avventura, perché lo stile di Vladimir Nabokov è senza dubbio un'esperienza da provare.


Dove potete trovare il libro:
Non compratelo, non ne vale la pena, perché lo troverete facilmente gratis in qualunque biblioteca. L'autore è morto da un po' e non crediamo che ci sia alcuna legge che vi vieti di condividere il file di Lolita con i vostri amici. Noi l'abbiamo ascoltato, in maniera perfettamente legale, su rai play radio (lo potete fare anche voi qui!), narrato dalla fantasticosa e mozzafiatante voce di Ennio Fantastichini.


Che cosa ne pensate del libro? Siete d'accordo con noi su tutto, siamo stati troppo cattivi (perché un po' cattivi lo siamo sempre, è normale nelle recensioni spinose) o siamo stati troppo indulgenti? Fateci sapere, e alla prossima recensione!

P.S.: Suggeriteci libri da recensire! (Meglio se sono gratis, che siamo senza soldi. Ma accettiamo di tutto). Nota: un sacco di gente si limita a dirci il titolo del libro da recensire, o addirittura a scrivere un sacco di titoli in fila, e non abbiamo davvero il tempo di andare a controllare una ad una tutte le trame per decidere se ci interessano o no, perciò per favore potete scrivere un piccolo abbozzo di cosa parla il libro? Così possiamo decidere se controllare la trama ed eventualmente leggerlo.
Per fare un esempio: "Hey, Cactus! Vi consiglio La Magia del Lupo di Michelle Paver perché è un fantasy diverso dal solito, ambientato nella preistoria, ed è molto avventuroso!" oppure "Ciao, vi consiglio Nina, La Bambina della Sesta Luna, perché è un libro per bambini davvero brutto e mi piacerebbe leggere una recensione scritta da voi per spanciarmi dalle risate".
Vi aspettiamo ;)

sabato 6 aprile 2019

Il Giardino Segreto - Frances Hodgson Burnett

Ed eccoci tornati a fare recensioni!
Dopo aver affrontato il romanzo epistolare di una nostra vecchia conoscenza, oggi ci avventureremo nella recensione di un libro che ci è stato consigliato proprio da uno di voi, cari lettori! Un libro con forti temi di crescita personale, spiritualismo e natura, che probabilmente non avremmo letto se non ci fosse stato consigliato, a cui siamo però davvero felici di aver dato un'opportunità.
Stiamo parlando de “Il Giardino Segreto” di Frances Hodgson Burnett, suggeritoci dalla nostra lettrice -Ayumu- . Grazie del consiglio, cara! Avete visto che li leggiamo davvero i libri che ci consigliate?
Ma invece di stare qui a rassettarci le spine è giunto il momento di recensire: cominciamo!

1. La trama: Mary è una simpatica ragazzina di dieci anni di colore giallo, brutta e malvagia.
Nasce in India dagli abbienti signori Lennox, due inglesi svampiti che hanno pensato bene di avere una pupetta in una zona zeppa di agenti patogeni di varia natura e poi scordarsi che esiste. Ma che bella idea!
È dunque la servitù indiana ad occuparsi di tutti i bisogni della bimba, che crescendo senza l'amore dei suoi, servita e riverita, acquisisce il carattere affabile di un mogwai rimpinzato dopo mezzanotte. Insomma, un maledetto gremlin. La bambina non fa niente tutto il giorno e per ricompensare l'amore della sua tata indiana, la sua ayah, Mary la prende a pizze in faccia; nei momenti di tempo libero, quando non sta riflettendo su quanto schifa tutti dal profondo del suo cuoricino, escogita tra sé e sé come rendere più infamanti i propri insulti.
La sua vita cambia, radicalmente, quando mamma e papà ci lasciano le penne in un'epidemia di colera e la piccola viene accolta nell'enorme villa nella brughiera dallo zio londinese, altro abbiente, tale Archibald Craven. Per non farci mancare niente questo zio è gobbo, triste ed asociale.
Mary si fa subito riconoscere facendosi internamente mandare a quel paese dalla governante, Mrs Medlock, e prendendo in antipatia la cameriera che si occupa di ripulirle la stanza, Martha Sowerby.
La domestica, infatti, ha messo Mary di fronte ad una scoperta scioccante: i servitori non sono oggetti semoventi che le fanno solo “salaam” come dei Pokémon e le mettono i vestiti mentre lei sta rigida e dritta come una pupattola di legno. Sono umani! Hanno i pensieri! Dicono le cose! E si arrabbiano un poco se gli dici che sono “maiali, maiali, figli di maiali”. In particolare, Martha parla (e si arrabbia) con Mary e le dice davvero un sacco di cose, per il sommo sconcerto della gialla marmocchia.
Mentre si abitua alla sua nuova vita nella brughiera e inizia a diventare una bambina vera, imparando a giocare, usare il dialetto dello Yorkshire (male), mettersi i vestiti e mangiare come si deve, la piccola Mary comincia a cambiare sia dentro che fuori, per poi trovarsi faccia a faccia con segreti che, nelle intenzioni di molti, avrebbero dovuto rimanere sepolti.
Esisterà davvero Dickon Sowerby, il fratellino di Martha che riesce a farsi seguire sempre da un codazzo di bestie varie come un grande incantatore? A chi appartiene il pianto che la piccola sente per i corridoi e di cui tutti negano l'esistenza (che, mezzo spoilerino, comunque viene da un personaggio messo pure peggio di lei)? E dove si trova il giardino segreto, chiuso a chiave insieme alle cento stanze del castello di Mr. Craven dalla morte della signora Craven in un tragico incidente?

2. La copertina:
Questo rischia di diventare un paragrafo lunghissimo, perché dal 1911 ad oggi ne sono passati di annetti, come di edizioni e di conseguenza copertine. Ne esistono a dozzine dalle più evocative alle più becere, minimali e ricche, illustrate e fotografate, ad olio e in digitale e chi più ne ha più ne metta. Non si può dire quindi, in assoluto, se la copertina è bella o si adatta al contenuto perché il giudizio varia proprio da caso a caso.
Per questa ragione ci limiteremo a citare solo alcune di queste copertine, accuratamente scelte tra le tantissime a disposizione.

1. Newton Compton
 
Ciaooo... la vuoi un'erbetta? Ma ricorda, è segreta, shhh!

Il motivo per cui parliamo di questa copertina è solo che è quella della versione in cui lo abbiamo letto noi. La Newton Compton come al solito diventa pratica e accantona le illustrazioni, proponendoci una foto in cui una bambina assolutamente adorabile, a cui hanno messo in testa fiori, foglie e pelucchi vari, si affaccia da un labirinto con la faccia maliziosa di una piccola spacciatrice che esce dall'angolo per proporti la roba buona.
Ha sicuramente un giardino molto speciale, meglio tenerlo segreto.

2. L'originale
"Madonna quanta edera, ma un po' di diserbante?"
Copertina della prima edizione, questa ci è davvero garbata. L'illustrazione è ricca e fiabesca, inquadrata dalla cornice con accenti dorati, costruisce l'atmosfera giusta. La bambina, né troppo bella né troppo brutta, ma concentrata, rappresenta molto bene come ci si può immaginare la piccola protagonista.
Tocco di classe, hanno messo il passerotto appollaiato sul ramo vicino, che è un personaggio ricorrente e importante per la trama. Bravi, bel lavoro!

3. Una che ci è piaciuta molto
Ritratti di bambini attaccati a un cancello, hurrà!
Mentre scorrevamo sul web alla ricerca di materiale per condire la recensione, questa copertina ci ha colpito: non potevamo quindi non parlarne. È difficile stabilire con esattezza cos'è che esercita tanto fascino, forse tutti i piccoli dettagli che riempiono la pagina, forse la presenza di quel cancello di ferro, l'atmosfera in generale.
Ci sarebbe stata anche meglio senza le facce dei due bambini in mezzo che rompono l'armonia, ma è un'opinione personale (come tutto il resto di questa recensione, d'altronde).

4. Una che... ci è piaciuta di meno, diciamo
L'edizione di Marco Derva arriva in lista di prepotenza, impossibile da non ammirare. In questo universo alternativo, Mary decide che per sfuggire ai suoi problemi scappare col circo è troppo poco, quindi diventa il circo. Una volta che si è tinta le bionde chiome di rosso, la Lennox raccatta il suo amico Mario, un rapper dello Yorkshire di inizio '900 che arrossisce solo dove ha le lentiggini, ed entra nel giardino mica tanto segreto da una porta alta da un lato e bassa dall'altro, con l'uso di una chiave di ferro, che se le cade sul piede può dirgli addio e rubare la carrozzina al signorino Colin.
L'impostazione della copertina è, diciamo, un po' magra rispetto a quelle delle colleghe, ma si differenzia anche il fatto che è una lettura per le scuole. Tanto gli studenti pagano di più e hanno sempre le peggio cose.

5. Due menzioni ad honorem per concludere
Ne parliamo veloce veloce, così passiamo al prossimo punto.
La prima menzione ad honorem va all'amatissima casa editrice Joybook, che si fa subito riconoscere.
Un segretissimo cancello bianco indicato da un viale curato.

Ed ecco che il giardino, giustamente molto segreto, è annunciato da un'arcata con cancello bianco bello spalancato fotografato chissà dove. Molto segreto. Sapevamo di poterci fidare di te, Joybook! (Per favore, andatevi a guardare la copertina di Frankenstein della stessa collana, o ammirate il pipistrello gigante stampigliato sul castello nella cover di Dracula).
La seconda menzione ad honorem va all'edizione Giunti, per la collana “I MIEI primi classici”, una collana di libri per bambini molto possessivi.
Spiamo il pettirosso dal ciuffo, con aria preoccupata!

Lo stile di quest'illustrazione lo abbiamo trovato semplicemente adorabile, con le linee tonde per delineare Mary e il pettirosso, la composizione del tutto e il colore pieno, quindi, citazione anche per lei. Interessante la scritta “adattamento a misura di bambino”, come se l'originale fosse stato uno spin-off di Gomorra e non letteratura per l'infanzia. Cosa avranno mai adattato? Forse è un adattamento esclusivamente per bambini molto possessivi che leggono I LORO primi classici?
Se avete trovato delle copertine che vi stanno a cuore/vi piacciono/volete assolutamente condividere perché sono orribili, vi invitiamo a farlo, vogliamo sentirvi!

3. Cosa ci è piaciuto:
Lo sviluppo dei personaggi è soddisfacente. Tu vedi quegli elfi domestici di bimbi passare da cosetti secchi secchi e fragili dai colori improbabili a bambini a forma di bambino: fanno esercizi per rafforzarsi, corrono col vento corroborante della brughiera, imparano cose nuove, fanno giardinaggio e diventano sani e forti. Mettono su muscoletti e ciccia per ricoprire quegli ossicini, i capelli diventano da spot Pantene, ritrovano un po' di colore sulle guance, ritrovano le guance. Ci si sente in salute solo a leggere di loro! Un bel processo Zero to hero, e attraverso cose che sono alla portata di tutti.
È anche un libro in grado di trattare temi potenzialmente pesanti senza rattristare il lettore, così come personaggi potenzialmente odiosi si fanno seguire nelle loro avventure con gran piacere.
Il modo in cui viene inserito il concetto di Magia è allo stesso tempo fanciullesco ed attuale, giocando sui bordi del sovrannaturale senza mai addentrarcisi davvero, dando l'impressione di poter uscire di casa e trovare tutta la Magia di cui si parla nel libro. Che poi è vero, ed è una cosa che sicuramente ci è piaciuta.

4. Cosa non ci è piaciuto:
Il finale ci è sembrato che venisse lasciato un po' mozzo. Arrivati ad una certa scena trionfale il libro ti lascia semplicemente lì. I misteri principali sono comunque stati tutti risolti, questo è vero, ma una volta che hai visto i personaggi crescere anche un accenno sul fatto che in futuro staranno tutti bene (SPOILER: specie il signorino Colin, per cui è sottinteso, ma non specificato e non scontato nel suo caso FINE SPOILER) sarebbe stato gradito. Comunque niente di irreparabile, una conclusione gradevole, praticamente trionfale!

Voto complessivo: 79 su 100. Complimenti, hai passato il test, libro bello!

A chi lo consigliamo: una delle qualità di questo libro è che, anche se succedono tante cose, non è una lettura impegnativa: è un libro corto, con un registro linguistico leggero, perciò è ottimo sia per coloro che sono fuori allenamento, o almeno non sono lettori forti, sia per coloro che si stanno affacciando ora al magico mondo della lettura. Detto questo, è una bella lettura anche per i più esperienti, specie se non stanno cercando mattoni (sia fisici che psicologici) alla “Il quinto giorno” di Schätzing (che peraltro è un libro che abbiamo adorato).
Se volete uno stile molto ricco e fiorito, questo libro non fa per voi: nonostante sia eloquente, è un libro pensato per essere chiaro e comprensibile anche ai più piccini.

Dove potete trovare il libro: praticamente ovunque. È un libro che esiste da molto tempo e di successo, la cui scrittrice non è più tra noi, quindi è possibile trovarlo nelle librerie fisiche ed online, nelle biblioteche, ovunque. Ogni tanto anche sotto i sedili dei treni o sulle spiagge.

Per i pigroni inguaribili o coloro che hanno particolarmente amato questo racconto, è possibile anche trovarne diverse trasposizioni cinematografiche ed addirittura un'anime giapponese, “Mary e il giardino dei misteri”, la cui sigla è cantata dall'intramontabile Cristina d'Avena. Ce n'è per tutti i gusti! Ma non rimanete troppo a leggere e guardare film, andate anche fuori a giocare all'aria aperta o vi verranno i capelli a code di topo, su!

Che cosa ne pensate del libro? Siete d'accordo con noi su tutto o siamo stati troppo indulgenti? Fateci sapere, e alla prossima recensione!

P.S. Suggeriteci libri da recensire che vi piacciono! (Meglio se sono gratis, che siamo senza soldi. Ma accettiamo di tutto).

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