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martedì 24 agosto 2021

Recensione: Eragon - Christopher Paolini

Germoglietti, ma… ma è l’ora del fantasy!
*Coriandoli e ruggiti di drago*
Oggi trattiamo di un libro che, a modo suo, è riuscito a diventare un classico moderno del genere, il primo dei quattro libri del Ciclo dell’Eredità. Ci ha ispirati a scrivere le nostre prime storie di draghi, pensate! Ne sono passati di acqua sotto i ponti e di draghi in grafica 3D in televisione... Ma tornando al libro, l’abbiamo letto per la prima volta molti anni fa, quando alcuni di noi non erano altro che baby cactus, e ricordiamo di essere rimasti intrigati da questo libro… ma quanto bene regge Eragon alla prova del tempo? Le avventure del ragazzo con il nome da drago (è chiaramente Dragon ma con la E al posto della D) nel grande (si fa per dire) mondo di Alagaësia, oggi ci sembrerebbero tanto fighe tanto quanto ci sembravano da bimbi?
Per rispondere a questa domanda, abbiamo deciso di leggere nuovamente il libro e raccontarvi le nostre impressioni. Non ci siamo risparmiati, anzi: per essere precisi, siamo riusciti a ripescare in biblioteca la stessa, primissima copia che sia stata mai letta da qualcuno del gruppo. Era a pezzi, forse masticata da altri bambini avidi di lettura, ma era proprio lei.
L’abbiamo riletta, abbiamo ponderato, e siamo pronti a dirvi cosa ne pensiamo!
Oh, e per pura cattiveria, nel caso ve lo siate scordato o non lo sappiate, vi ricordiamo che da Eragon fu anche tratto un film trashissimo, che forse meriterebbe una recensione a parte. Qui il nome del regista, Stefen Fangmeier, non può essere pronunciato senza che partano occhiate di scherno e pietà tra noi, ai muri, al vuoto e verso gli animali domestici.
Il film fu un disastro tale che non solo non ci furono sequel, ma Fangmeier stesso non fu più regista di alcuna pellicola. Il film di Eragon è anche l’ultimo film di rilievo rilasciato per VHS in America, poi smisero di farli. Coincidenze? Non crediamo.
Ma ora basta cinecuriosità! Mettete su le vostre migliori scarpe d’avventura, nascondetevi dai nemici dell’Impero, rubate i viveri necessari al vostro vicino e preparatevi per un lungo viaggio di recensione, che parte proprio da…


1. La trama:
La nostra storia si svolge nell’immaginario continente di Alagaësia, dove troviamo deserti giganteschi, montagne gigantesche, foreste gigantesche e anche qualche isola e villaggio, ma di dimensioni adeguate. Ispirandosi al fantasy classico, a dividersi la mappa con gli esseri umani ci sono elfi, draghi e nani, ma in questa e nei sequel appariranno anche culture e creature nuove tipiche del mondo di Alagaësia.
La nostra storia parte in un bosco notturno, ove si aggira una figura flessuosa e pallidissima che ha occhi e capelli rosso vermiglio. È Durza lo Spettro, pronto all’agguato.
Durza lo Spettro è nervosetto: gli è stato affidato un compito dal potente Galbatorix, il tiranno che ha assoggettato un bel pezzo di Alagaësia, che è quello di recuperare un oggetto unico e importantissimo. Per ottenerlo, Durza dovrà acciuffare un’elfa ribelle che viaggia tra le montagne con il prezioso carico, ma il nostro creaturotto delle tenebre non è da solo: ai suoi ordini ha un manipolo di Urgali, mostroni umanoidi dotati di grandi corna, gambe storte e pelle grigia. Che belli. Ken il fidanzato perfetto.
Comunque al povero Durza non serve a niente essere spettrale e silenzioso se tanto gli Urgali pesticciano qualunque cosa possa scricchiolare e puzzano violentemente: l’elfa e le sue due guardie si accorgono di loro e cercano di fuggire, ma finiscono comunque nelle pallide grinfie di Durza che arresta la loro corsa appiccando un incendio magico alla foresta.
Durzettino brucia gli alberi, perciò è un infame. Ma tu lo sai quanti ettari di boschi vengono bruciati all’anno dagli incendi dolosi, brutto infame? Ah no? A ‘nfame!
Le due guardie elfiche periscono nell’attacco, ma l’elfa capo, chiamando a raccolta le proprie energie, lancia un incantesimo che teletrasporta l’oggetto che stava proteggendo lontano dal campo di battaglia prima di svenire, rimanendo addormentata e in mano al nemico.
Durzettino è triste. Un infame triste.
Cambio scena e finalmente facciamo la conoscenza del nostro vero protagonista, colui che da il nome al libro: Eragon! Eragon è un quindicenne illetterato che divide il proprio tempo tra aiutare lo zio e il cugino a coltivare la verzura e la brassica e cacciare sulla Grande Dorsale, che è una catena montuosa dove nessun altro sale perché si dice ci siano gli spiriti, il malocchio, la morte, una misteriosa copia del film che sarà tratto da questo libro e ogni cosa brutta.
In effetti neanche una scena fa c’erano uno stregone non-morto e dei cornutoni assassini che giravano impuniti, quindi forse un fondino di verità, nel fatto che la Grande Dorsale possa essere pericolosa, c’è. Eragon però non ha paura, e poi sono giorni che segue le tracce di una femmina di cervo ferita ad una zampa ed è ormai deciso a prenderla.
Il giovane raggiunge la cerva, che si è riunita al suo branco… gli animali stanno tutti dormendo, vulnerabili alle sue frecce. Ora, Eragon non ha studiato, e quindi si guarda bene bene intorno e decide che la più bella idea è mirare alla femmina brutta zoppa che è pure lontana da lui, anche se potrebbe prendere più facilmente un maschio grosso e in salute che gli è vicino.
In fin dei conti, però, non prenderà nessuno dei due, perché proprio mentre scocca la sua freccia c’è un’esplosione di calore e luce che lo acceca e fa fuggire gli animali. Davanti a lui si è appena materializzata… una… ehm, una… una pietra! Evviva!
Sembra proprio essere una grossa pietra ovale, pesante e color blu zaffiro, forse una pietra magica.
Eragon la prende con sé e la porta al villaggio, sperando che almeno sia preziosa per poterla vendere, perché lui vuole mangiare, non vuole una pietra blu, ma dato che nessuno capisce cos’è (e viene per giunta dal posto brutto e malvagio), nessuno vuole comprargliela. Eragon chiede in giro, litiga con un macellaio, domanda a dei mercanti che vengono da lontano, ma niente da fare.
Apprende solo che non si capisce che pietra sia, che è più dura del diamante, e che gli tocca tenersela.
Nel frattempo a Carvahall (il villaggio dove abita Eragon) si sono presentati degli stranieri affiliati all’Impero. Tanto per farsi riconoscere subito come i cattivi si coprono il viso, fanno paura alla gente e puzzano. No, non sono Urgali, ma in questo libro c’è un sacco di gente fetente.
Sembra che i due stranieri stiano cercando informazioni su qualcosa di insolito avvenuto a Carvahall ma i cittadini, omertosi, tacciono. Eragon intuisce che avere una pietra magica apparsa dal niente potrebbe attirare l’attenzione degli stranieri, che non sono gente proprio tranquillissima… meglio stargli alla larga.
Una notte, però, qualcosa di straordinario accade: la sua pietra infrangibile inizia a rompersi, tremare, scuotersi. Una ragnatela di crepe si forma sulla superficie, poi da dentro l’oggetto spunta una testolina… è la testa di un piccolo drago, e la pietra blu è sempre stata un uovo!
Eragon è affascinato, ma non è certo di cosa fare. Quando prova ad accarezzare la creatura, però, accade un nuovo prodigio: Eragon viene percorso da un dolore terribile e c’è un lampo di luce, e, laddove la sua pelle ha toccato il draghetto, è rimasto un ovale argenteo che gli colora il palmo.
Come farà mai il nostro eroe a nascondere il marchio magico? Metterà un paio di guanti? Parlerà alla gente con le mani in tasca, come un ragazzo cool? Ma no, il nostro Eragon è un ragazzo molto più ingegnoso di così. La soluzione è: “non mi lavo più le mani” e “rimango zozzo”. Ah. Beh… stare con le mani sporche quando lavori tutto il giorno con gli animali e la terra e i fertilizzanti… sì, non c’è problema.
Attento Eragon, che mi diventi un servo dell’Impero, vediamo i primi segni.
Eragon decide di prendersi cura dell’adorabile creatura ma, anche se gli piange il cuore, non può farlo nella fattoria perché ha paura della reazione di zio Garrow. Crea un rifugio al piccolo nel bosco, dove va a trovarlo, portandole da mangiare regolarmente.
Nutrendolo a carne e necessità di trama, il draghetto – che si rivelerà essere una draghetta! – cresce a velocità record, per essere pronta prima possibile ad affrontare le avventure che verranno.
Più passa il tempo più si scopre che la sua intelligenza sorpassa quella di un comune animale e che tra lei ed Eragon si sta formando un legame speciale, che gli consente di comunicare con la mente e di farlo in maniere sempre più complesse man a mano che lei cresce. L’essere una creatura dignitosa e senziente però non impedisce alla draghetta di fare un sacco di cacca ovunque, lasciando il suo umano a pulirla per celare la presenza della sua amica finché, giuriamo, non è così tanta che Eragon alza le mani e si arrende, del tipo “se ci scoprono ci scoprono, io non ce la faccio più”.
Preoccupato del fatto che la dragonessa stia diventando così grande da rendere difficile nasconderla, Eragon va a chiedere informazioni all’anziano cantastorie della città, tale Brom, sul conto dei draghi e dei Cavalieri dei Draghi, guerrieri leggendari che si diceva combattessero per mantenere l’ordine in Alagaësia. Però Brom si insospettisce, perché Eragon è al livello di dissimulazione di qualcuno che domanda “Come posso chiamare il mio drago? Chiedo per un amico”. Brom lo rintrona con due storie e un po’ di biologia, gli svela che gli stranieri sono Ra’Zac, dei sicari dell’Impero, ed Eragon torna a casa per condividere ciò che ha appreso con la dragonessa. Lei sceglie di chiamarsi Saphira, usando uno dei nomi da drago che Brom ha snocciolato ad Eragon. Cioè, siccome è blu zaffiro, si chiama Saphira, fosse stata marrone si sarebbe chiamata Nocciolosa o qualcosa del genere, no?
Nel frattempo, però, gli stranieri li trovano davvero: cercando di distruggerlo i due mostri fanno esplodere la fattoria di Garrow. Sia Roran che Eragon erano fuori quando il fatto avviene, ma il povero zio rimane gravemente ferito per poi, ahimè, spirare a causa delle complicanze.
È per vendicare lo zio che Eragon, ormai senza casa, intraprenderà un viaggio per trovare i Ra’Zac e ucciderli. Ad accompagnarlo, la sua amata Saphira e Brom, che si farà avanti come suo mentore e maestro per renderlo un vero Cavaliere dei Draghi, insegnargli l’arte della magia e della spada e portarlo alla vittoria.
Ma qualcosa di molto più grande di Eragon si è appena messo in moto, e questo è solo l’inizio…

2. La copertina:

Okay, lo ammettiamo, prima di preparare questa recensione pensavamo che, bene o male, Eragon avesse delle copertine molto simili in tutto il mondo. Noi abbiamo sempre visto la copertina “classica”, quella pubblicata in America con l’illustrazione di John Jude Palencar che ritrae la testa di Saphira. E invece… invece no.
Addirittura ci fu un’edizione italiana di Eragon la cui copertina era tutta rossa per qualche motivo che non si capisce (anche perché è Eldest, ovvero il secondo libro, che dovrebbe essere in rosso, e questo genererebbe un po’ di confusione…), ma tralasciamo questa particolare scelta dubbia e scopriamo insieme le copertine di Eragon around the world!


1. Classica


Iniziamo subito con la copertina che probabilmente tutti quanti conoscete: l’abbiamo vista forse con l’immagine più grande o più piccola, con un taglio leggermente diverso, ma è la più comune.
È anche quella uscita nella prima edizione, quella americana!

Saphira non è convinta. Saphira ti giudica.

Di tecnica ce n’è, e, che siate o meno d’accordo col fatto che Saphira abbia il muso da cavallo, delle antenne mai descritte in quattro libri e che le sue squame si “comportino” come strane piume piatte, non c’è dubbio che questa illustrazione di Palencar sia la più popolare dell’intero Ciclo dell’Eredità.
Noi continuiamo a non immaginarci Saphira così anche dopo aver visto questa illustrazione sin da baby cactus, però fa niente.


2. L’occhio di iguana

Graphic design over nine thousaaaand!

Massì, ma chissenefrega di chiamare un illustratore serio, in fondo? Un drago è tipo… un rettile, no? Tipo una lucertola! I graphic designer di questa edizione inglese hanno pensato bene che un’iguana sovraesposta su sfondo bianco sia una scelta appropriata per un fantasy.
Sarebbe l’occhio di Saphira, giusto? Noi non ce la immaginavamo proprio così, a dire la verità.
Copertina bocciatissima.


3. Edizione spesciale

È il Lagiacrus!


Questa è la copertina ideata per un’edizione da collezione nata per celebrare il decimo anniversario dell’uscita di Eragon.
Bel progetto grafico, con il blu e l’oro e le linee intricate sul fondo in simil pelle, secondo noi la composizione funziona bene. Qualcosa in questa copertina però si allontana un po’ dal sentore organico e ormai familiare di Alagaësia e ci ricorda invece le illustrazoni per Monster Hunter.
Comunque bella, per carità.


4. La Svedese

La faccia di Eragon manco si vede bene, ma, mentre si prepara all’avventura, si intuisce comunque l’espressione da “Ma chi me l’ha fatto fa’?”.

I font non ci entusiasmano, ma l’illustrazione è azzeccata, molto fantasy.
Belli alcuni dettagli, come il fatto che la luce passi parzialmente attraverso la membrana delle ali di Saphira. Non troppo bello invece il fatto che la testa di Saphira sembri ritagliata male col mouse, basta dare un’occhiata a quei contorni tutti tremolanti e frastagliati.
Una curiosità: tra le internazionali, le copertine svedesi sono proprio le preferite dell’autore!


5. Nani?!
Questa copertina speciale è da sola il motivo per cui dovevamo mostrarvi le varianti internazionali di Eragon. Siete pronti a vederla?

SIETE PRONTI?

Eh. Eccola.



Quell’espressione, il rendering brutto del disegno di Palencar… niente, vederla ci ha un po’ spezzati. Dovevamo assolutamente mostrarvi la risposta giapponese alla copertina americana, perché sembra un poster strano per l’adattamento live action di un manga.
Tra l’altro ci sono anche delle varianti di questa, che sono semplicemente questo modello 3d ruotato per mostrare il profilo o il tre quarti un po’ più storto.
Meraviglioso. Spazzatura di qualità, copertina promossa già solo per il suo nipponico trash.


Oltre a queste ci sarebbero anche altre cover degne di nota, come quella ucraina che ha un’illustrazione adorabile da cartone animato in copertina o alcune recenti edite in Germania, ma dato che la recensione comincia a diventare lunghetta già così vi invitiamo a cercarle in solitaria se vi abbiamo suscitato un po’ di curiosità!


3. Cosa ci è piaciuto:

Lo stile di scrittura è semplice ma efficace nel descrivere le azioni e i sentimenti dei personaggi, che sono tutti diversi e ben distinguibili. Alagaësia ha un feeling unico e ben riconoscibile che è per metà una bella sensazione di fantasy nostalgico e dall’altra qualcosa di tutto suo, che puoi sperimentare quando ti rituffi nella lettura di uno dei libri della saga.
Parte di questo feeling è merito anche del fatto che lo scrittore si cimenti nel creare creature, culture, tradizioni e persino lingue nuove nei confini del continente di Alagaësia, da cui però non esce mai. Anzi, lo scrittore diventa spesso tecnico nelle sue descrizioni… che può essere un bene o un male, dipende dal tipo di lettrice/lettore che siete, ma a noi è piaciuto il suo entusiasmo.
Oh, ma spendiamo due parole sui draghi! Va detto che ci è piaciuto tanto tanto l’approccio di Paolini alla figura dei draghi, che li inquadra come creature di grande potere, intelligenti al pari (se non, molto spesso, decisamente di più) delle loro controparti umane. Gli dà dignità e potere, rendendo un piacere leggere di questi animali.


4. Cosa non ci è piaciuto:

Purtroppo molti degli eventi che accadono, soprattutto all’inizio, sembrano dipanarsi solo allo scopo di far proseguire la trama anziché accadere naturalmente. La crescita velocissima di Saphira, la morte di zio Garrow, il fatto che i Ra’Zac se ne vadano senza aver preso l’uovo, né Eragon, né essersi assicurati della sua morte, sembrano tutti pretesti per poter continuare la storia e mettere Eragon in viaggio.
Alcune delle descrizioni non sono chiarissime, come quella degli Urgali che all’inizio danno l’impressione di essere semplicemente tizi con le corna e poi diventano più bestiali man a mano che il libro prosegue.
Oh – e questa è una considerazione del tutto personale – ma quando compaiono, i cani vengono trattati in maniera un po’ strana. Sembrano delle macchine per abbaiare e mordere, non animali. Paolini è una persona da gatto e si nota (di gatti ben scritti ce ne sono), ma ci dispiace un po’ perché a noi, invece, i cani piacciono parecchio.


Voto complessivo: 71 su 100. Complimenti, hai passato il test, libro bello!


A chi lo consigliamo:

A chi ama il fantasy!
Se volete leggere storie di maghi mentori, di draghi sputafuoco, di ambientazioni medievali con un twist, di contadini che hanno un glow up pazzesco e imparano a leggere (ma diventano anche cavalieri, eh), allora dovreste assolutamente provare a leggervi il Ciclo dell’Eredità.

Dove potete comprare il libro?

È un libro che è stato pubblicato un po’ di tempo fa, perciò, per quanto sia popolare, non è detto che riuscirete a trovarlo in un negozio fisico che non sia veramente ben fornito.
Dovreste avere molta più fortuna cercando online, dove sicuramente riuscirete a trovare quel che cercate, che sia un ebook o un libro cartaceo.
Caso vuole che noi Cactusini abbiamo anche un’affiliazione con Amazon, perciò se vi salta il ghiribizzo di volere in casa un libro con una dragonessa che ha qualche dubbio in copertina, potreste dare un’occhiata all’inserzione dal link che vi lasciamo qui! Voi pagate proprio gnente in più, quindi a voi non cambia nulla, tranne che è più comodo perché vi basta cliccare il link che vi lasciamo, mentre noi ci guadagniamo un paio di centesimi. Consideratelo. 

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Se volete leggerlo prima di comprarlo, invece di piratarlo, non dimenticate di provare a fare un salto in biblioteca! Date amore alle vostre biblioteche!
Che cosa ne pensate del libro? Siete d'accordo con noi su tutto, siamo stati troppo cattivi (perché un po' cattivi lo siamo sempre, è normale nelle recensioni spinose) o siamo stati troppo indulgenti? Fateci sapere, e alla prossima recensione!

 
P.S.: Suggeriteci libri da recensire! (Meglio se sono gratis, che siamo senza soldi. Ma accettiamo di tutto). Nota: un sacco di gente si limita a dirci il titolo del libro da recensire, o addirittura a scrivere un sacco di titoli in fila, e non abbiamo davvero il tempo di andare a controllare una ad una tutte le trame per decidere se ci interessano o no, perciò per favore potete scrivere un piccolo abbozzo di cosa parla il libro? Così possiamo decidere se controllare la trama ed eventualmente leggerlo.
Per fare un esempio: "Ehi, Cactus! Vi consiglio La Magia del Lupo di Michelle Paver perché è un fantasy diverso dal solito, ambientato nella preistoria, ed è molto avventuroso!" oppure "Ciao, vi consiglio Nina, La Bambina della Sesta Luna, perché è un libro per bambini davvero brutto e mi piacerebbe leggere una recensione scritta da voi per spanciarmi dalle risate".


Atra esterní ono thelduin!




sabato 31 luglio 2021

Recensione - La Bussola d'oro (Philip Pullman)

Ed eccoci ancora una volta qui, cari germoglietti, con una nuova recensione spinosa! Ignorando completamente tutti i validissimi consigli che ci avete dato (tranquilli però, non ci dimentichiamo di voi! Bolle tanta roba in pentola), ci siamo lasciati tentare da un classico del fantasy che ci ha calamitati mentre eravamo alla ricerca di qualcos’altro... eravamo lì, dei piccoli cactus felici in biblioteca, alla ricerca del medesimo volume di Eragon che abbiamo letto per la prima volta quando eravamo bambini (perché sì, vi faremo anche la recensione di Eragon, quindi hype!), quando abbiamo visto un volume tutto smangiucchiato, che sembrava pestato con un bastone e ri-incollato insieme con lo sputo, e si sa che quando i libri in una biblioteca hanno questo aspetto vuol dire senza ombra di dubbio che sono stati tanto letti, tanto amati.
Il libro in questione recava in copertina: il titolo “La Bussola d'Oro”, il nome dell'autore “Philip Pullman” e una citazione con un errore di battitura: «Da un'altezza incomparabilmente più alta rispetto a ciò che volonterosamente è definito fantasy, Philip Pullman riesce a vedere». Si dice “volenterosamente”, non “volonterosamente”, abbiamo pure cercato (e non ce n'era bisogno). E vabbé, libro picchiato, errore pure in copertina, e il disegno sopra fa vedere un orso polare enorme e arrabbiato che urla (ma di questo ne parleremo meglio nella sezione dedicata alla copertina), quindi è stato deciso immediatamente: il libro doveva venire a casa con noi.
A ben vedere, è strano che degli appassionati di fantasy come noi non abbiano mai letto la trilogia di cui la Bussola d'Oro fa parte, ovvero “Queste oscure materie”. Non abbiamo neanche mai visto i film, niente. Eravamo familiari solo con il concetto di daimon, così come espresso nella serie, perché a noi piacciono tantissimo queste cose. E perché tanto tanto tempo fa avevamo un librettino viola che era uscito come sorpresa nei cereali (o nelle merendine?) con dentro un pezzetto della narrazione che ci aveva catturati.
Che poi, anche senza averlo mai letto questo libro, ci sembrava tutta una figata, compreso il titolo della trilogia. Sentite come suona bene? Queste oscure materie. Hmm, misterioso... da leccarsi i baffi. E poi lo sapevate che questo titolo è tratto da un verso del Paradiso Perduto di John Milton?

«In questo abisso selvaggio,
Il grembo della natura e forse la sua tomba,
Né di mare, né terra, né aria, né fuoco,
Ma tutti questi al concepimento mischiati
Confusamente, e quindi sempre in conflitto,
Finché il creatore onnipotente ordini loro
Da queste oscure materie di creare altri mondi,
In questo abisso selvaggio il cauto demonio
Sta ai margini dell'inferno e intanto osserva,
Ponderando la sua traversata...»

Figata. Allora, con tutto questo ambaradan di epicità, teologia, filosofia e orsi urlanti, il contenuto non può, ripetiamo, non può, essere brutto. Passiamo quindi immediatamente a parlare de...

La trama:
La protagonista del primo libro è Lyra Belacqua (come lo leggete voi, questo nome? Come Lira o come Laira?), una bambina ribelle che si diverte a correre sui tetti, infilarsi nelle cantine, menarsi per strada con bimbi straccioni casuali, non lavarsi mai, sputare, rubare barche ai gitani... ops, volevamo dire i gyziani... inventare storie (alcune assolutamente formidabili) e imparare poca, ma proprio poca, cultura dagli accademici presso cui vive.
Bellissima la presentazione stessa scritta da Pullman:

“Per molti aspetti, Lyra era una selvaggia. Quello che più le piaceva era arrampicarsi sopra i tetti del College insieme a Roger, il garzone di cucina che era il suo amico del cuore, e poi sputare noccioli di prugna sulla testa degli Accademici di passaggio o ululare come gufi accanto alla finestra di un'aula dove si stava svolgendo una lezione; oppure fare corse lungo i vicoletti, o rubar mele al mercato, o fare la guerra.”

Ci troviamo in Inghilterra, in un mondo alternativo, ma molto simile al nostro (anche se non moderno, siamo tipo nell'epoca vittoriana, ma un po' steampunk), in cui ogni persona è affiancata da un proprio daimon, un animale (generalmente del sesso opposto al loro, ma esistono alcune curiose eccezioni) che li accompagna sempre ovunque e che rappresenta la loro personalità e, in un certo senso, la loro stessa anima. Quando gli esseri umani sono ancora piccoli, il loro daimon è in grado di cambiare forma, ma in genere dopo i dodici anni il daimon si stabilizza su una forma sola; quello di Lyra, che è ancora piccina (ha undici anni) si chiama Pantalaimon (abbreviato spesso come Pan) e la prima forma in cui lo vediamo è quella di una falena, ma le sue trasformazioni sono frequentissime e generalmente si tratta di animali di taglia piuttosto ridotta.
Lyra viene cresciuta ed istruita dagli accademici del Jordan College di Oxford, che è anche il luogo in cui lei vive, per volere del famoso, potente, leonino e carismatico esploratore Lord Asriel (il cui daimon è un fighissimo leopardo delle nevi femmina di nome Stelmaria), suo zio.
Malgrado sia istruita a spizzichi e bocconi, sappia un sacco di roba solo “per sentito dire” e fin da pagina uno pensa solo a fare birichinate e infilarsi in posti in cui non dovrebbe infilarsi, Lyra è una ragazzina estremamente furba e intelligente. E come usa questa intelligenza? Per fare il male, è ovvio! Infatti è sveltissima ad inventare bugie della peggio specie, pianificare ladrocinio in piena luce, rubare barche e altre cose che ci si aspetterebbe da un re dei ladri più che da un'undicenne.
Nonostante tutto, Lyra ha in realtà un cuore buono: le sue bugie sono più d'intrattenimento che veri inganni e di quella volta che ha rubato una barca dei gyziani è pure un pochino pentita. Quanto alla sua capacità di infilarsi dove non dovrebbe, le permette di salvare la vita di suo zio, Lord Asriel, praticamente nel primo capitolo: da dentro un armadio, vede il Maestro (non chiedete, roba di accademici) che versa una polverina nel vino che suo zio Asriel avrebbe dovuto bere, per avvelenarlo, e in seguito informa proprio lo zio, che procede a versare (“ops, che incidente!”) la caraffa per terra, evitando che chiunque potesse consumare la bevanda.
Da dentro l'armadio però vede anche una riunione segretissima, in cui si parla di informazioni tanto interessanti quanto oscure. Cosa sarà questa misteriosa Polvere, che fa brillare la gente (ma solo se fotografata con particolari macchine fotografiche) e che non si appiccica ai bambini? E perché sembra che nelle fotografie portate da Lord Asriel ci sia una città sospesa nel cielo? Ci sono davvero orsi corazzati e intelligenti che fanno da mercenari, su nel gelido nord? Perché i tartari praticano dei buchi nei crani dei loro nemici?
Sembra che tutte queste informazioni comincino a diventare veramente importanti quando dei bambini iniziano a scomparire per colpa di misteriose figure chiamate “gli ingoiatori”. Circolano storie di infanti rapiti e portati al nord per essere sottoposti a chissà quali terribili esperimenti... ma quanto ci sarà di vero in tutto questo?
Lyra decide di indagare, perché ovviamente una mocciosetta scatenata e geniale come lei cos'altro potrebbe fare?
Si ritroverà a partire per il nord portando con sé un oggetto molto speciale, che le è stato regalato dallo stesso Maestro che ha cercato di uccidere suo padre: un aletiometro, qualcosa che somiglia ad una bussola (la bussola d'oro del titolo, ovviamente), ma è capace di una sorta di potere di predizione o comunque di comunicare la realtà del mondo, non importa quanto essa sia celata. Piccola curiosità: il nome aletiometro deriva dal greco alétheia, che significa verità. Grazie Izi per aver chiamato così il tuo terzo album, costringendoci ad andarci a cercare che cosa significa (e no, Izi non è un personaggio del libro, è un rapper italiano, quello che canta “Chic”).
Anyway, riuscirà Lyra a ritrovare tutti i bambini rapiti, fra cui anche il suo amichetto del cuore Roger Parslow, oppure arriverà troppo tardi? Cosa c'è di tanto terribile e misterioso su nel gelido nord? Suo zio Asriel è davvero suo zio e ci si può fidare di lui?
Boh. Leggetevi il libro e scopritelo, sennò questa non è più “la trama”, ma “lo spoiler”.
Già che ci siamo, per intrigarvi ancora di più, citeremo a caso anche alcune cose che compaiono durante la narrazione, qui in ordine sparso e senza troppe informazioni rivelatorie:
- Le streghe. Sì, le streghe, che volano nel cielo sull'equivalente di manici di scopa. Spettacolari;
- Demoni intrappolati in insistenti insetti meccanici che vi faranno sembrare le zanzare d'Agosto come delle vere novelline. Hell yeah!
- Metafore sul senso della vostra esistenza che vi manderanno in paranoia o quasi!
- Un pallone aerostatico guidato da un texano;
- Un palazzo pomposo e puzzolentissimo (ma davvero, puzzolente da far schifo) costruito dagli orsi;
- La bellezza struggente dell'aurora boreale (e del grande nord);
- Polvere. Tantissima polvere. Anche Polvere con la P maiuscola;
- Altre puzze varie oltre a quelle molto variegate del palazzo degli orsi.
(Perché abbiamo usato il punto e virgola in questo elenco invece della virgola e basta? Boh, ci sembrava appropriato).

La copertina:
Di copertina per questo libro ce ne sono state a valanghe, essendo un fantasy figo e famoso. In effetti esistono pure fantasy famosi di cui di copertina ce n'è stata solo una (tipo Eragon, che c'ha solo la copertina blu con il faccione di Saphira, più o meno rielaborata in varie salse, ma alla fine sempre uguale), ma questo non è il caso della Bussola d'oro, che ha fatto venire agli editori un attacco di copertinite acuta (avete presente quando si tirano fuori 3432434234 copertine diverse per lo stesso libro, spacciandole per edizioni da collezione e roba così? Ecco, quella è la copertinite acuta) che ha dato vita a così tante versioni che non abbiamo né il tempo né la voglia di commentare tutte. Vediamone alcune così, a caso, per sorridere.


1. La versione che abbiamo noi:
Non abbiamo scannerizzato la cover del libro che abbiamo preso in prestito perché era tuta smangiucchiata, ma abbiamo comunque trovato facilmente su internet un'immagine della stessa copertina. Carina, senza dubbio, ma c'è un errore: Lyra dovrebbe avere i capelli biondi, una cosa che è stata ripetuta 342423424 volte nel libro. BIONDI. E poi dov'è Pantalaimon? Comunque un plauso per l'orso che urla, molto carino.

 
2. Le edizioni tutte uguali:
Sfondo grigio scuro e anonimissimo

Sfondo golden per bussola golden
 
Sfondo un po' più figo

Cambia il colore di sfondo, a volte cambia leggermente il font con cui sono scritti titolo e nome dell'autore, ma essenzialmente sono identiche: una bussola al centro, titolo sopra, nome sotto. Non abbiamo avuto il tempo di approfondire se si trattasse delle edizioni americane o meno, ma ci da proprio una vibe da “trovi queste versioni in un walmart negli USA”, perché somigliano un poco ad alcuni libri di Stephen King... comunque, per noi sono tutte da bocciare: un libro per giovani, soprattutto uno favoloso come questo, si merita di meglio di una serie di cover tutte identiche che sembrano più quelle di un giallo (“il movente del delitto? Impadronirsi della preziosa bussola d'oro, che sul mercato nero vale migliaia di dollari...”) che di un urban fantasy steampunk metafora della vita umana.

3. La splendida copertina originale:
Ti inseguiranno oltre la fine della Terra...
La bussola d'oro, mirabilmente disegnata, probabilmente proprio come nella mente di Philip Pullman, campeggia al centro di questa che è la copertina originale del libro. Una curiosità: lo sapevate che il primo titolo era "Northern Lights" (Luci del Nord), ma che per meglio accompagnarsi ai titoli dei due sequel, entrambi dedicati a due oggetti magici e centrali per la trama.
 
4. Quella con l'orsetto coccoloso:
Nasone bello di mamma! Pucciolone!
 
Quell'orso ci sta fissando negli occhi. Vuole un pezzettino di prosciutto?

Cover della trilogia. L'orso ci guarda attraverso un buco.

 
Tre versioni in cui si da particolare enfasi a Iorek, l'orso polare guerriero che diventa amico di Lyra. E che invece di sembrare un guerriero feroce, dalla forza prorompente, serio e nobile, sembra un peluchone adorabile... ma ci piace tanto, tantissimo, perché a ben vedere è proprio questa la faccia che i veri orsi polari hanno.
La "tenerezza" delle cover sembra poi nascondere efficacemente la magia che permea questi libri: ha qualcosa da Harry Potter e qualcosa da The Polar Express, perciò ci piacciono tantissimo. Forse le nostre cover preferite! E poi c'è un piccolo Pantalaimon a forma di topolino di campagna che è coccolosissimo.
 
5. Quella "moderna":
Patronus che escono da una bussola?
Una di quelle copertine che per ora piacciono tanto, molto stilizzata, con piccoli elementi, decorativa... ma ahinoi, il titolo nel mezzo di sembra un po' confusionario in mezzo a quella bussola. Niente di irreparabile, è comunque una copertina davvero bella! Solo un po', ecco, impersonale... e non esattamente perfetta per il tipo di storia.

6. Quella trendy, per la tv:
"Pan, perché siamo in prigione in questa cover?"
Dalla saga è stata tratta una serie tv, che non abbiamo ancora mai visto, anche perché non abbiamo sky, e ovviamente non mancano le cover (sempre della Salani, fateci caso, ha fatto un casino di cover diverse) con immagini tratte dal telefilm. Ma hanno fatto Lyra castana? Pure qui? Ma perché? Dovrebbe essere bionda, BIONDA, è importante, perché in questo modo non si può confondere con i bambini gyziani. Però Pantalaimon è carinissimo... ciò non toglie che questa cover nun se po' guardà, non cattura lo spirito della narrazione e sembra un mero oggetto di marketing (cosa che, in effetti, è... ma nella maniera sbagliata, perché noi NON siamo invogliati a comprarlo solo per via di questa copertina).
 
7. Quella bella:
Sempre della Salani (ovviamente), ma complessa, più "adulta" e al contempo intrigante anche per i più piccini, da piccoli avremmo ammazzato qualcuno per possedere questa edizione. Non l'abbiamo mai vista dal vivo, chissà se capiterà mai...
 

Cosa ci è piaciuto:
E ora vi sorbite il nostro entusiastico discorsone su tutte le cose fantastiche che ci sono in questo libro, ecco. Immaginateci saltellanti, sorridenti e gesticolanti. Immaginateci felici.
Bambini belli... bambini, il worldbuilding voi non potete capire... o meglio sì, potete capire. Ed è questo il bello! Un mondo simile al nostro, ma nel passato, ma con i daimon, ma con la corrente elettrica (o meglio, ambarica come la chiamano loro) nell'epoca Vittoriana ed è scritto benissimo. È plausibile. Ci sono superstizioni, modi di fare, distinzioni geografiche, modi di parlare, creature, un sacco di roba diversa da quella del nostro mondo, ma che si incastra bene bene bene.
Voi lo saprete ormai che una delle cose che amiamo di più in assoluto in un fantasy è il worldbuilding, ovvero come un mondo è costruito, con le sue ambientazioni e le sue creature. Ecco, Philip Pulman è stato bravo... non come J.K. Rowling, va bene, non vi fa sentire l'odore della burrobirra e non vi fa venire voglia di accoccolarvi sotto le coperte del dormitorio di Grifondoro in una notte piovosa mentre leggete Storia di Hogwarts alla flebile luce della vostra bacchetta, ma vi fa comunque provare una bella immersione. E vi fa venire voglia di possedere un daimon.
I daimon, questi pezzi di anima che prendono forma di animali, sono una delle cose più riuscite del libro, un'idea azzeccata, ben descritta e assolutamente fantastica. Dopo che avrete letto questo libro, una delle cose che desidererete di più sarà un daimon, per non sentirvi mai, mai, mai più da soli. E poi, proprio come dopo la lettura della saga di Harry Potter tutti abbiamo finito per chiederci quale sarebbe il nostro patronus, allo stesso modo ci chiederemmo quale potrebbe essere il nostro daimon, per poi risponderci che, probabilmente, avrebbero la stessa identica forma.
Abbiamo trovato delle sottili somiglianze, effettivamente, fra patronus e daimon, ma questo lo capirete anche voi leggendo, sebbene il concetto di base dei due sia molto differente.
E poi c'è la protagonista, Lyra, che è un punto di forza assoluto del libro: la ragazzina più sveglia, forte, intraprendente che possiate immaginare, senza però essere scritta come se fosse un'adulta! Conosce i propri limiti di bambina, sa di essere debole, e proprio per questo gioca d'astuzia, un'astuzia finissima, ben congegnata, che le permette di cavarsela da sola anche quando sembra che non ci sia nessuna via d'uscita.
La narrazione è potente, ricca di una bellezza selvaggia che esprime appieno la forza dei fenomeni naturali, tanto quelli grandi, enormi, visibilissimi (valanghe, aurore boreali, tempeste di neve) tanto quelli piccoli, intimi, sottili eppure importantissimi (come i pensieri stessi che avvengono dentro di noi, la solitudine, il battito d'ali di una farfalla, il muoversi delle antenne di una falena) e questo è senza dubbio una cosa che ci piace.
Ben lontano dallo scanzonato e dal leggero, tutto qui è intriso di epicità, caratteristica quest'ultima che potrebbe essere tanto buona quanto cattiva, tutto dipende da chi sta leggendo il libro. Però una cosa c'è da dirlo: mentre leggi, non ti senti solo, ma ti senti piuttosto come se il mondo intero fosse alle tue spalle, come se la tua storia, la tua ricerca, la tua avventura siano paralleli a quelli di Lyra, e puoi quasi sentire il tuo daimon.

“Dietro di loro c’erano dolore, morte e terrore; davanti dubbio, pericolo e misteri insondabili. Ma non erano soli.”

Quanto poi alle metafore di cui questo libro è zeppo... non le citeremo. Non ne parleremo. Non diremo se ci sono piaciute o no, se le condividiamo o no, perché è come addentrarsi in una selva, una foresta che meriterebbe un luogo più comodo e onorevole in cui parlarne, una pagina di blog tutta dedicata o qualcosa di simile, perché si tratta di qualcosa di estremamente complesso. E non ci va di parlare di religione, ecco, che sennò finiamo in pastoni teologici complessissimi e pesanti che allungherebbero questa recensione di venti pagine. Finireste per sbadigliare come scimmie (lo sapevate che gli scimpanzé hanno sbadigli più lunghi di quelli degli esseri umani? Riescono a farlo per circa sei secondi. Ecco, e al solo pensarci stiamo sbadigliando anche noi) quando invece sarebbe molto più divertente per voi leggervi direttamente il libro ed assorbire piano piano i concetti di cui parla.
Viva l'avventura! Viva l'esplorazione! Viva, ora e sempre, il libero arbitrio!

Cosa non ci è piaciuto:
Partiamo dal presupposto che si tratta di un libro davvero, davvero buono... ma non è perfetto. O meglio, potrebbe essere reputato perfetto da una bella fetta di popolazione, solo che noi ci abbiamo trovato un difettino... non preoccupatevi, è roba da niente. Quasi ci dispiace che non abbia più difetti, perché trovarli è una delle nostre cose preferite nelle recensioni e di solito quelli nei libri fantasy sono assolutamente esilaranti, come buchi di trama, creature impossibili, leggi della fisica buttate nel cesso o peggio ancora reazioni dei personaggi casuali e non credibili.
La Bussola d'oro non ha nessuna di queste cose, essendo un libro davvero buono, e l'unico difetto sta nello stile di scrittura... e neanche in tutto, eh! Solo nella prima parte, quando ancora non ci si è abituati e in più la storia va (probabilmente in maniera voluta) a rilento.
Insomma, tutto questo papello di roba (da voi si usa dire “papello”?) per dire che la prima parte è lenta. Sarà lo stile molto “austero” che non prende subito, abituati come simo alle letture scanzonate e fuori di testa che strizzano l'occhio al puro intrattenimento, sarà che fin da subito ci vengono date informazioni che ci interessano poco su cose che ci interessano poco, le prima cento-centocinquanta pagine scorrono piano, non viene voglia di correre veloci, di andare avanti, e bisogna fare un piccolo sforzo... che però viene pienamente ricompensato andando avanti. Ad un certo punto della lettura ci è persino venuta voglia di ritornare indietro, al primo capitolo, dove ci vengono date informazioni che avranno una rilevanza solo verso la fine del libro. Insomma, è una cosa ben strutturata, con un suo perché, ma che poteva essere fatta ancora meglio di così. Fa sbadigliare.
Molti pezzi vanno velocissimi invece e vorremmo saperne di più (ma sempre nella prima parte del libro). La Bussola d'oro sembra vagamente uno di quei libri iniziati così, tanto per, senza particolare ispirazione (ma con un solido piano alla base), che lo scrittore ha preso a scrivere perché doveva e non perché voleva, ma che durante la scrittura ha preso gradualmente il volo man mano che Philip Pullman si divertiva sempre di più a scrivere di Lyra. E lo capiamo, eh! È un problema anche nostro, di certi nostri scritti, che decollano piano piano, mentre altri ti catapultano nel meglio sin da subito. Ci è capitato, ma riconosciamo che è un problema, tanto nostro quanto di Philip... speriamo che questa cosa non si presenti nel sequel, la Lama sottile, che non vediamo l'ora di leggere appena potremo (cioè, dopo che avremo ri-letto e recensito Eragon. Oppure anche prima)!
Nel complesso, avremmo anche voluto che in certe cose si andasse più a fondo, che si parlasse di più di certi concetti che sono solo accennati, ma in questo caso non si tratta di un errore: è che a noi piacciono gli spiegoni. Sì, quelli che fanno schifo a tutti. Se potessimo infilare delle pagine di informazioni, a mo' di guida (tipo le schermate dell'anime di Attack on Titan, quelle informative che compaiono a metà puntata) in tutti i romanzi, lo faremmo.
Anzi, perché non ci abbiamo pensato prima? Nella saga dello spazioporto potremmo infilare pagine di informazioni fra un capitolo e l'altro, magari non fra tutti i capitoli, però... ci avete capito, no? Così evitiamo gli spiegoni noiosi, ma vi diamo comunque informazioni sul worldbuilding che vi possano permettervi di orientarvi meglio in quello che è letteralmente un universo intero. Grazie Philip Pullman per averci ispirato questa idea! (Anche se in realtà l'idea è tutta nostra e avremmo voluto ispirarla noi a lui. Ma vabbè. Ma è mica morto Philip Pullman? Dobbiamo ancora controllare, ma secondo noi è vivo. Boh, probabilmente è immortale).

Voto complessivo: 89 su 100. Complimenti, sei promosso, libro bello! E con soli due punti in meno del libro che fino ad ora ha preso il punteggio più alto, ovvero La Nave dei Sogni.


A chi lo consigliamo: Grandi e piccini! Adulti e bambini! Adolescenti, prebuperali, anziani e chiunque voglia scoprire un mondo nuovo. Non lo consigliamo invece ai bigottoni che si scandalizzano se qualcuno gli tocca la chiesa, visto che il Magisterium (ovvero la chiesa) è praticamente il grande cattivo di questo libro. E poi ci sono anche alcune scene spaventose: noi vi abbiamo avvertiti.

Dove potete comprare il libro?
Ma un po' dove vi pare, visto che è uno di quei classici che trovate anche nei centri commerciali, nelle mini-librerie indipendenti, probabilmente nei vecchi magazzini polverosi vicini ad un porto o nella soffitta di vostra nonna.
Caso vuole che abbiamo anche un’affiliazione con Amazon, perciò se vi salta il ghiribizzo di volere in casa un libro con una bambina in prigione in copertina, potreste dare un’occhiata all’inserzione dal link che vi lasciamo qui! Voi pagate proprio gnente in più, quindi a voi non cambia nulla tranne che è più comodo perché vi basta far click dal link che vi lasciamo, mentre noi ci guadagniamo un paio di centesimi. Consideratelo. Ecco il link!

Se volete leggerlo prima di comprarlo, invece di piratarlo, non dimenticate di provare a fare un salto in biblioteca! Date amore alle vostre biblioteche!
 
Che cosa ne pensate del libro? Siete d'accordo con noi su tutto, siamo stati troppo cattivi (perché un po' cattivi lo siamo sempre, è normale nelle recensioni spinose) o siamo stati troppo indulgenti? Fateci sapere, e alla prossima recensione!

P.S.: Suggeriteci libri da recensire! (Meglio se sono gratis, che siamo senza soldi. Ma accettiamo di tutto). Nota: un sacco di gente si limita a dirci il titolo del libro da recensire, o addirittura a scrivere un sacco di titoli in fila, e non abbiamo davvero il tempo di andare a controllare una ad una tutte le trame per decidere se ci interessano o no, perciò per favore potete scrivere un piccolo abbozzo di cosa parla il libro? Così possiamo decidere se controllare la trama ed eventualmente leggerlo.
Per fare un esempio: "Ehi, Cactus! Vi consiglio La Magia del Lupo di Michelle Paver perché è un fantasy diverso dal solito, ambientato nella preistoria, ed è molto avventuroso!" oppure "Ciao, vi consiglio Nina, La Bambina della Sesta Luna, perché è un libro per bambini davvero brutto e mi piacerebbe leggere una recensione scritta da voi per spanciarmi dalle risate".
Vi aspettiamo ;)



sabato 31 ottobre 2020

Recensione - Il giardino dei Musi Eterni (Bruno Tognolini)

Bentornati, germoglietti! È con uno spirito un po’ particolare che vi portiamo la nostra nuova recensione.

C’è qualcosa di diverso nell’aria, l’avrete notato anche voi: la ruota dell’anno gira, portandoci sempre più lontano dalle giornate di sole ed afa (e per fortuna, diranno alcuni tra voi, era pure ora) e addentrandosi nei mesi più freddi ed oscuri; tenendoci per mano, ci invita a sentire sulla pelle il gelo dell’autunno inoltrato, della natura che si addormenta pian piano.
Nel processo ci regala incendi di colori mozzafiato sulle chiome degli alberi, e storie, meglio se raccontate a lume di candela, che ci sfidano ad essere coraggiosi. Rende i camini accesi irresistibili, le tane di coperte sublimi, le tazze di bevande calde piccoli portali per la felicità… Sì, persino noi cactus siamo felici di questo cambiamento: anche nel Deserto di Atacama l’arrivo del fresco viene accolto a fiori aperti, letteralmente, considerato che è tra settembre ed ottobre che il deserto s’infiamma delle più belle fioriture che la sua flora spinosa ha da offrire.
Il vecchio ora si spegne lentamente per fare spazio al nuovo che verrà, la morte diventa arte, bellezza, idea. Halloween, il Giorno dei Morti, Samhain, el Día de Muertos: non è un caso che tutte queste feste dalle più disparate origini (ed altre ancora) si festeggino a cavallo tra fine ottobre ed inizio novembre.
Ecco perché oggi vogliamo offrirvi una recensione che vi darà una mano a calarvi nella giusta atmosfera, incentrata su una storia che parla di cimiteri, spettri e peluche che non sono quello che sembrano… ma soprattutto di animali. Tantissimi animali.
Il libro di cui stiamo parlando è un meraviglioso romanzo tutto italiano che noi abbiamo adorato e non vediamo l’ora di condividere con voi: perciò, grazie a tutti voi per essere qui, ed entrate senza timore nel Giardino dei Musi Eterni!



1. La trama: Ginger è una splendida miciona di razza Maine Coon (a pelo semilungo, aggiungerebbe probabilmente lei) che ha una famiglia che la ama da impazzire, è bella, forte, arguta, dignitosa, tenace, curiosa, insomma, sembra che non le manchi proprio nulla. L’unico problema, a ben vedere, potrebbe essere che... è morta.
Ginger se ne rende conto quando si risveglia all’interno di un giardino fiorito e – mannaggia, le è cascato il corpo, è rimasto lì sotto terra. Accidenti.
Aspetta, non si trova neanche in un giardino normale: è un cimitero per animali e… eccola lì, anche lei ha la sua lapiduccia con il nome e tutto, con tanto di epitaffio a Zìnzola! Che poi lei si chiamerebbe Ginger, ma i bambini si sono occupati della cosa e sono piccoli e vanno perdonati.
(In realtà è il nomignolo con cui la chiama la famiglia, ironizziamo per non commuoverci, sigh).
Ginger non ne è troppo entusiasta e, tra questo ed il fatto che ci sono un cagnone da pastore, un canarino e una tartaruga tanto vecchia da essere più ruga che tarta che la fissano e le fanno ansia, decide che l’opzione più sensata è abbandonarsi al panico.
Scopriamo così che lo strano trio è una sorta di squadra di primo soccorso per le anime animali appena arrivate, anzi, per gli Animanimàli (o Àniman in breve) che danno comprensibilmente di matto al sapere d’essere spirati. Orson il cane, che è un pastore maremmano-abruzzese, le si acciambella attorno per farla sentire al sicuro, il canarino Ci canta per lei una melodia bellissima, mentre la tartaruga Mama Kurma le si piazza davanti, e, per consolarla, ondeggia la testa e rincara la dose con perfidie in latinorum: «Sì, gatta Ginger, mortua tu sei. Mortua tu sei, consumato tu hai le sette vite gatte tue».
Aggiunge anche molte altre belle cose che spiegano come la vita e la morte sono un tutt’uno e che c’è sempre un po’ dell’una nell’altra, ma la mortua gatta Ginger la guarda con gli occhi a palla e non capisce niente. Però, piano piano, si calma lo stesso.
Dopo la prima ondata di spavento, la Zìnzola inizia a prendere confidenza sempre di più con il suo stato di Àniman, re-imparando cose semplici come camminare o muoversi in un mondo le cui regole (o la loro assenza, in certi casi) rende tutto diverso. Ma, mentre apprendiamo insieme a Ginger le gioie e le stranezze di essere Àniman e conosciamo altri ospiti del Giardino dei Musi Eterni, scopriamo anche di una preoccupante nozione: delle anime animali stanno sparendo dal cimitero. Per loro natura eterne, è impossibile che le anime che popolano il Giardino dei Musi Eterni smettano semplicemente di esistere, eppure sembra che non si trovino da nessuna parte!
Cosa c’è dietro le misteriosi sparizioni delle anime? A cosa è dovuto lo strano comportamento del cane del custode, il quale è una persona fine e delicata e si capisce dal fatto che ha chiamato il suo pitbull Bestio? E cos’è che rende tanto sinistro il pupazzo nelle mani di Viola, una delle bambine della famiglia di Ginger, oltre il fatto che è una mostruosità vagamente a forma di micio con gli occhi demoniaci che s’impegna per mettere ansia a Ginger pure lui?
Non c’è che un modo che scoprirlo. Perciò prendete questo libro tra le mani e guardate cosa c’è oltre la…

2. La copertina:
il libro è piuttosto recente ed è stato edito solo dalla Salani, quindi possiamo parlarvi di una sola copertina. Ma per quanto ci divertirebbe descrivere una copertina trash adesso… niente, è impeccabile.

guardatemi, sono una copertina perfetta, eterea e bellissima, gne gne gne.


Sì, lo sappiamo che “non si giudica un libro dalla copertina” (anche se da quella possiamo giudicare un progetto grafico, perciò occhio a quel che fate perché siamo in agguato, illustratori e responsabili!), ma mentiremmo se dicessimo che l’atmosfera che in essa viene rappresentata non è uno dei fattori che ci ha influenzato a leggere questo romanzo in primo luogo, con questo blu notturno vibrante ed il nome dell’autore e gli occhi brillanti degli animali che spiccano sul resto.

In verità, diventa ancora più bella dopo aver già letto il libro, perché puoi riconoscere tutti i personaggi, uno ad uno! L’illustratore, tale Guido Albanese, avrebbe potuto anche farci vedere delle bestie casuali e colorarle di bianchiccio per farle spettrali o addirittura mettere una micia stecchita in copertina senza che nessuno potesse rimproverarglielo (forse biasimarlo un po’, ma sarebbe rimasto tecnicamente in tema). Siamo quasi certi che abbia ponderato almeno una delle due opzioni, ma non l’ha fatto, e per questo proviamo gratitudine. Grazie, Guido.



3. Cosa ci è piaciuto: Tutto. Okay, prossimo punto!
No, no, potrà corrispondere a verità ma dirvelo così non è professionale (e nessuno ci paga, perciò potremmo, ma anche noi vogliamo essere dignitosi come Guido); facciamo un passo indietro e vediamo se possiamo essere più articolati.
Sin da subito di questo libro sono chiare tre cose: la caratterizzazione è brillante, nonostante il gran numero di personaggi diversi che iniziamo a conoscere sin da subito, la lingua italiana è padroneggiata alla perfezione e si piega al volere dello scrittore che riesce a trovare le parole giuste per dipingere immagini e situazioni molto precise o trattare temi anche piuttosto delicati, capaci di suscitare grande emozione nel lettore, e le atmosfere sono finemente costruite e molto belle. Come se questo non bastasse, i concetti che vengono inseriti, sia sovrannaturali che non, sono semplici da capire ma interessanti.
Le descrizioni su cosa prova un animale nell’essere Àniman, liberatosi ormai dalle convenzioni di un corpo vivo e addirittura alle normali regole del tempo e dello spazio, sono gioia pura e assorbono il lettore in modo incredibile per essere un’esperienza che, al di fuori di queste pagine, un umano difficilmente può provare. A meno che non sappiate anche voi entrare nei sogni e agire al di fuori delle consuete leggi spazio-temporali, in quel caso quella frase non vale per voi, fate finta che non sia stata scritta.
Non basta? Beh, ci sono gli animali. Per noi già questa è una cosa bellissima, ed in più gli animali sono scritti in modo accurato! Ovviamente vedendo le cose dal loro punto di vista di bestiole che stanno nell’aldilà possiamo vederli agire in maniere non convenzionali per una creatura viva, tipo parlare tra loro, ma se un animale è di una certa specie o razza la cosa viene tenuta in conto ed implementata nel suo carattere. Al fine della storia, ad esempio, il fatto che Ginger sia una Maine Coon pura o, ancora di più, che Orson sia un pastore maremmano-abruzzese, sarà importantissimo!
Il registro linguistico usato è ampio, ma non rende affatto la scrittura pesante. Anzi, è un libro che può essere benissimo letto ed amato da persone molto giovani, dai dieci anni in su, diciamo, pur avendo moltissimo da offrire anche ad una persona ormai adulta.
E niente, è un libro bello.


4. Cosa non ci è piaciuto:
accidenti, questa è tosta. Già, cos’è che non ci è piaciuto? Niente, ci è piaciuto tutto. Okay, passiamo all’assegnazione del voto!
Sigh. Lo facciamo per te, Guido.
Non abbiamo nulla da rimproverare a questo libro su tutto quello che c’è. L’unica cosa di cui possiamo un po’ lamentarci è di quello che non c’è, ossia più pagine (il libro ha solamente duecentosettanta pagine, una lunghezza rispettabilissima ma noi ne volevamo di più) o un proseguimento, dato che un punto in particolare è lasciato volutamente aperto (ma questo romanzo è l’ultimo che Tognolini ha scritto, non sappiamo se effettivamente abbia intenzione di continuarlo in futuro. E comunque questo punto aperto in realtà è fantastico anche lasciato aperto e non ha alcun bisogno di essere concluso per dare senso alla storia, anzi. Mannaggia).
Perciò… niente. Ci è piaciuto tutto.


Voto complessivo: 94 su 100. Complimenti, sei veramente bello, libro bello!


A chi lo consigliamo: è una lettura che consigliamo senz’altro a qualunque amante degli animali: se avete mai avuto e amato un animale, questo libro non vi lascerà indifferenti. Chiaramente se vi piacciono storie misteriose ambientate nei cimiteri questa potrebbe assolutamente essere la storia che fa per voi, e la consigliamo molto, molto caldamente in generale a chiunque abbia voglia di leggerla.
Per le persone a cui piacciono letture che parlano di realtà nuda e cruda, senza nessuna interferenza fantasy o un po’ magica (à la Dursley, ma non necessariamente con tanta antipatia), o che amano leggere di gatti che, come Alfie, sono in realtà degli gnomi giudiconi travestiti da mici, questo libro potrebbe comunque risultare un po’ discosto dai loro gusti. Però è bello lo stesso, andate a leggerlo pure voi.


Dove potete comprare il libro?


Noi lo abbiamo acquistato in una libreria fisica, ma può anche essere trovato in tutti i principali negozi virtuali che trattano libri, e chissà, con un pizzico di fortuna, anche nella vostra biblioteca locale! Vale sempre la pena di andare a dare un’occhiata, non si sa mai cosa si può trovare tra quegli scaffali…

Noi una volta ci abbiamo trovato uno scorpione. Buona caccia al libro, germoglietti!

Oh, ma se non lo trovate nella vostra biblioteca locale e volete farvelo arrivare a casa al più presto (soprattutto ora, che si annusa un pochino nell'aria un prossimo secondo lockdown), lo potete beccare su Amazon, e visto che siamo nel programma di affiliazione, qualche centesimo ce lo guadagneremmo pure noi!




Che cosa ne pensate del libro? Siete d'accordo con noi su tutto, siamo stati troppo cattivi (perché un po' cattivi lo siamo sempre, è normale nelle recensioni spinose, anche se proprio con la recensione di oggi risultare troppo cattivi ci lascerebbe un po’ perplessi) o siamo stati troppo indulgenti? Fateci sapere, e alla prossima recensione!


P.S.: Ci sembrava doveroso farvi sapere che Bruno Tognolini è ideatore e coautore della Melevisione. Non è rilevante a livello della recensione, ma è uno dei tanti
meriti dell’autore e sembrava una cosa importante da dire. 



P.P.S.:Suggeriteci libri da recensire! (Meglio se sono gratis, che siamo senza soldi. Ma accettiamo di tutto). Nota: un sacco di gente si limita a dirci il titolo del libro da recensire, o addirittura a scrivere un sacco di titoli in fila, e non abbiamo davvero il tempo di andare a controllare una ad una tutte le trame per decidere se ci interessano o no, perciò per favore potete scrivere un piccolo abbozzo di cosa parla il libro? Così possiamo decidere se controllare la trama ed eventualmente leggerlo.
Per fare un esempio: "Hey, Cactus! Vi consiglio La Magia del Lupo di Michelle Paver perché è un fantasy diverso dal solito, ambientato nella preistoria, ed è molto avventuroso!" oppure "Ciao, vi consiglio Nina, La Bambina della Sesta Luna, perché è un libro per bambini davvero brutto e mi piacerebbe leggere una recensione scritta da voi per spanciarmi dalle risate".
Vi aspettiamo ;)





lunedì 21 settembre 2020

Recensione - L'erede di Ahina Sohul (Elisa Rosso)

Questa recensione sarà lunga. Probabilmente sarà la più lunga che abbiamo mai scritto fino ad oggi e se conoscete un pochino noi Cactus di Fuoco, avrete immediatamente capito il perché: parliamo di un libro brutto.
Non per spoilerare, ma il voto complessivo del romanzo in questione (che vedrete alla fine della recensione, come al solito) è il più basso che abbiamo mai assegnato.
Ringraziamo dunque il nostro lettore pseudon1mo per averci consigliato questo libro e fatto subire così il supplizio di una sbrodolata infinita di trama claudicante con milleduecento cose che succedono in mezzo rigo e che sono scritte in modo così noioso che i nostri sguardi vagavano istintivamente fino alla fine della pagina, facendoci saltare un milione di scene e facendoci risvegliare, smarriti come bambini sonnambuli, solo durante le scene clou (se così si possono chiamare quei pezzettini in cui la trama ha una specie di brividino dopo decine di pagine di piattume&pattume).
Il romanzo che recensiamo oggi è "Il libro del Destino - L’erede di Ahina Sohul" di Elisa Rosso, un'autrice con un nome tanto anonimo e comune quanto il titolo della sua opera è pretenzioso.


Tenetevi forte, perché sarà un gran viaggio, molto diverso da quelli a cui siete abituati di solito.
Sapete che a noi piace descrivere la trama, almeno della prima parte del libro, in modo abbastanza ironico e dettagliato, non come se fossimo i cataloghi delle case editrici, ma come se stessimo raccontando una storia ad un amico. Ecco, per scrivere nel dettaglio la trama del "Libro del Destino - L'erede di Ahina Sohul" servirebbe il quadruplo (o il quintuplo) dello spazio che normalmente dedichiamo alla trama in una recensione, e ci sarebbe anche bisogno di diversi assaggi della prosa della scrittrice perché è qualcosa di... di... beh, giudicherete voi, perché ora lo facciamo.
Non ci tiriamo indietro. Vi racconteremo di questa trama nel dettaglio, occupando il quadruplo (o il quintuplo) dello spazio che normalmente dedichiamo ad una trama in una recensione e srotolando la matassa ingarbugliata perché diventi comprensibile anche per voi. Siamo coraggiosi. E volenterosi. E scriveremo la trama con il libro in mano perché non ci ricordiamo i nomi di niente e nessuno, compresa la protagonista (o il protagonista è un maschio? Boh).


1. La trama:
La storia si apre con una città (Ahina Nhife, o Ahina Sohul, ha due nomi) sotto un cielo rosso, con le mura tutta affumacchiate e (letteralmente) sporche di sangue. Insomma, ci son botte da orbi perché si sa che nei fantasy non è quasi mai "rosso di sera bel tempo si spera", ma "rosso di sera, schiattate tutti".
Conosciamo immediatamente il bad guy della storia, un tale Pseudos che ovviamente, essendo cattivo, ha una risata tipo buhahahahah e comanda goblin, troll e orchi, e tutte quelle creature bbrutte bbrutte.
Pseudos vuole diventare re, ovviamente, perché se sei cattivo e comandi i goblin è ovvio che vuoi farlo, no? Voi non vorreste?

"Pseudos se ne stava là, sul suo cavallo, a osservare compiaciuto le truppe di amorphi e di goblin che si riversavano nella capitale della terra di Nadesh. Sembrava godere delle urla delle donne e del pianto dei bambini. Sapeva che ben presto sarebbe diventato re."

Se volessimo fare un colpo di stato però, caro Pseudos, eviteremmo di stare ritti a cavallo con la faccia di qualcuno che gode delle urla delle donne e del pianto dei bambini. Sent'a noi: non ha la vocazione del re.

"Sarebbe stato l’unico erede al trono perché tutti i possibili pretendenti sarebbero tragicamente morti nell’assalto: nessuno avrebbe sospettato che era stato lui a organizzare la presa della città."

Veramente se muoiono tutti tranne lui e lui se ne sta sul cavallo a sogghignare, dire "occomesonobello occomesonointelligenzio" e lisciarsi i baffetti mentre la sua gente viene uccisa, secondo noi qualche sospetto ce l'avranno eh.
Allora, Pseudos parla con un troll immondo del Regno delle Nebbie (che ovviamente non ci viene descritto, come TUTTE le creature di questa storia) a cui chiede di trovare qualcuno, poi entra a palazzo.
Così, giusto per non sembrare ancora più sospetto agli occhi della popolazione, che lo ha appena visto parlare con un troll immondo.
Incontra un tizio con i capelli lunghi e un cerchietto d'oro in fronte.

"Sul volto di Pseudos si disegnò un sogghigno. – Galwan di Nadesh, mio re e mio cugino... "
Ah, grazie per lo spiegone, Pseudos! D'ora in poi saluteremo anche noi così la gente. "Peppe di Calabria, bidello dell'istituto scientifico e mio zio...".
Pseudos vuole che il re gli consegni un certo Libro del Destino, ma re Galwan gli rivela di averne strappato le pagine e di averle sparse per tutto il regno di Nadesh. Allora Pseudos vuole che il re e cugino gli riveli dove si trovano i suoi due figli e sua moglie, ma ovviamente Galwan non lo fa e Pseudos, invece di insistere, lo ammazza in una delle scene di omicidio meno ricche di pathos mai scritte.

"Improvvisamente si girò di scatto con la spada sguainata e gli mozzò di netto la testa. Poi, soddisfatto, si risedette sul trono del re."

Ok. Nel frattempo, visto che questo libro è pieno di salti di prospettiva e di tempo, andiamo a vedere che sta combinando la regina: lei sta scappando con un cavallo a tutta velocità insieme ai suoi figli, uno piccolo piccolo e tutto infagottato e l'altro seduto davanti a lei. Perché il re non sia scappato insieme a loro e sia invece rimasto a farsi tagliare la testa è un mistero che non verrà mai risolto. Forse.
Per via del galoppo forsennato, la donna perde il cappuccio, e l'unica utilità di questa cosa è per far vedere a noi, il lettore, che questa qua è un'elfa o una mezzelfa.

"Il cappuccio scivolò via dal capo della donna rivelando una cascata di capelli neri come l’inchiostro e le orecchie appuntite, ma lei non se ne curò: fuori dalla città era improbabile che la riconoscessero."

Allora, Pseudos pensa che nessuno lo collegherà all'assalto che chiaramente è stato ordinato da lui, e lasciamo correre... ma come diamine fa la Regina (LA REGINA!) a pensare che non la riconosceranno? E che cavolo di regina è che la gente non sa che faccia abbia? Cioè, è l'unica con gli occhi verdi come smeraldi, la cascata di capelli neri, le orecchie a punta e che porta due principini sul suo stesso cavallo, no?
Allora, facciamo un altro salto spaziale (e siamo solo nel prologo!) e andiamo a visitare un posto bellissimo...

"una terra arida e sassosa dove le uniche forme di vita erano i vermi che si contorcevano nel terreno asciutto"

Allora: nel terreno asciutto i vermi, se intendiamo i lombrichi (ma pure un sacco di larve, eh!), non ci sono. Queste creaturine hanno bisogno di umidità e durante i periodi caldi si rintanano a grandi profondità, dove l'acqua è ancora presente, e non stanno di certo a contorcersi nel terreno asciutto. Per di più, questi poveri cosi che diavolo mangiano, visto che sono le uniche forme di vita? Normalmente dovrebbero nutrirsi di materiale vegetale in via di decomposizione. Ma lasciamo perdere, è un fantasy: magari questi vermi sono come Pseudos e la Regina, sono convinti che sia improbabile una cosa molto probabile, tipo MORIRE DI FAME.
In questo posto bellissimo e sassoso c'è una figura nera e silenziosa, che ovviamente non ci viene descritta perché... perché... che schifo le descrizioni? Comunque, la nostra misteriosa figura si avvicina a un trono su cui sono sedute (sì, tutte e tre sullo stesso trono, è specificato) e incatenate tre spettrali figure grigie. Descritte così "tre spettrali figure grigie". Sono tutti figure in questa terra asciutta e sassosa, che volete?
La figura nera tende un pugno verso le figure grigie, lo apre e le loro catene si spezzano.
Nuovo salto spaziale! Il quarto, e siamo solo nel prologo.
C'è un tizio con un occhio giallo e un occhio verde seduto ad una scrivania e se la sta facendo addosso dalla paura. Il tizio con gli occhi spaiati chiama sua moglie e le dice che devono scappare, altrimenti il loro figlio morirà, perché i Mohrger (supponiamo che siano le tre figure grigie sul trono) si sono liberati.

"Sul bel viso della donna si disegnò un’espressione di puro orrore. – I Mohrger! Miei Dei, no! – mormorò mentre sulle sue guance iniziavano a scivolare lacrime silenziose."

Lei piange. Con lacrime silenziose.

"La donna si alzò e lo seguì, ma i suoi singhiozzi sempre più forti si confondevano ormai con le grida di angoscia degli elfi per il risveglio dei Mohrger e del loro terrore."

La scrittrice, evidentemente, non ha idea di cosa sono le lacrime silenziose.
Di nuovo salto spaziale! Il quinto in questo prologo!
Torniamo di nuovo dalla regina.

"La fuga della regina di Ahina Sohul durò dieci giorni e dieci notti. Infine la donna si arrestò in un bosco, smontò dalla sella e legò le briglie a un albero."

Ok. Dieci giorni e dieci notti. Voi potreste fuggire per dieci giorni e dieci notti senza fermarvi? Pensateci. Riuscireste a correre per dieci giorni e dieci notti? La maggior parte di voi non riesce a correre neanche per un'ora continuata. "Ma lei stava andando a cavallo!" diranno i nostri lettori, battendo le palpebre confusi. Infatti: i cavalli non hanno la stessa resistenza degli esseri umani. Un cavallo non potrebbe mai, MAI, neppure se fosse il più resistente e forte del mondo, correre per dieci giorni e dieci notti.
Diamo per scontato che la regina abbia legato all'albero le briglie di un cavallo morto ed essiccato. Dopo aver lasciato suo figlio maggiore con un cadavere di cavallo, fuori da un villaggio, la regina va da sola in una locanda.

"e chiamò l’oste. Senza una parola gli consegnò il fagottino che aveva con sé. L’uomo sobbalzò. – Ma no... mia regina – protestò. – Non potete... 
– Decido io quello che posso o non posso fare – tagliò corto la donna"

Ah! Quindi lo vedi che senza cappuccio riconoscono subito che sei la regina? Non è così improbabile che ti riconoscano adesso!
In breve, la regina molla suo figlio piccolo all'oste.

"Non lasciò all’uomo il tempo di replicare, volse le spalle e se ne andò."

Esatto, proprio così. Una regina di grande educazione, vediamo. Proprio, regale.

"Ora lei e il figlio maggiore potevano riprendere con più calma la loro fuga verso est."

Caspita, perché certo quel neonato vi costringeva a correre velocissimi, eh. Comunque, la regina e il figlio continuano a scappare quando sbuca un drappello di amorphi (ma che cavolo sono sti amorphi? Mica vengono descritti. Ed è ironico, visto che amorphi significa proprio senza forma) e loro... esatto, continuano a scappare, ma un pochino più veloce. Visto? Visto, che non è servito a niente buttare via il neonato?

"Per un giorno e una notte interi la regina riuscì a sfuggire"

Ancora? Ma siamo seri? Su una carcassa di cavallo sfiancato e disidratato?

"ma poi il suo cavallo venne raggiunto da una freccia e si accasciò al suolo." 

Oh no, hanno ucciso il cadavere di cavallo. Ri-RIP.
Comunque, il ragazzino scappa grazie a una magia della madre (ma se è magica poteva usare questa cosa fin dall'inizio, no?) e la madre non sappiamo che fine fa. Tutto accade (come pure il resto delle cose avvenute nel capitolo) sotto gli occhi attenti dell'Aquila bianca, che ovviamente (come tutte le creature di questo libro) non viene descritta.
Ma chi cavolo è quest'Aquila Bianca?

"Solo lei aveva visto. Solo lei sapeva. Solo lei avrebbe ricordato."

Non lo sappiamo, ma lei ci tiene a sapere che invece lo sa. Qui finisce il prologo e già abbiamo una vaga voglia di prendere a pugni questo buco di logica.
Continuiamo!
Salto temporale di quindici anni: c'è un tale Bedwyr che è stato adottato da una famiglia di mercanti ed è tutto felice della sua vita fortunata.
Parlando un po' della sua famiglia e un po' dei suoi tratti facciali, la scrittrice ne approfitta pure per inserire uno spiegozzo della suddivisione geopolitica del paese:

"I reami di Tared, Vahls, Raden e infine Nemis, la regione di Ahina Sohul, la più importante. Il sovrano di quest’ultima regione, infatti, aveva potere su tutti e quattro i regni."

Ehm, se il sovrano dell'ultima regione aveva potere su tutti e quattro i regni, allora non erano quattro regni, vi pare? Era un solo regno. Tared, Vahls, Raden e Nemis erano dunque quattro regioni all'interno di uno stato che praticamente non ha un nome. Ma vi sembra il caso che ci mettiamo a spiegare la geopolitica di un mondo di cui non ci frega niente? Proseguiamo.
Bedwyr fa la legna nel bosco e torna verso casa, passando attraverso i cancelli della città, che sono presidiati da guardie, fra cui Nooth, il papà del suo migliore amico Rooth, ovvero un ragazzone sedicenne con i capelli tagliati a scodella (letteralmente). Il nostro boy porta la fascina di legna su un mucchio di altre fascine di legna: serviranno per la festa di addio, quando i ragazzi della città partiranno con i loro custodi.

"I custodi erano soldati molto esperti nell’arte della battaglia. Ogni anno venivano nelle città, portavano via con sé i ragazzi sedicenni che volevano diventare guerrieri e li sottoponevano a un lungo addestramento, sino a quando venivano considerati adulti"

Come vedremo anche in seguito, non si avranno età di riferimento, per questa come per altre cose. "Venivano considerati adulti" vi deve bastare, tanto non ci diranno a che età questo avverrà.
Bedwyr ha paura per il suo papà adottivo perché fuori dalla città è tutto un guazzabuglio di Amorphi che attaccano la gente e con questo pensiero in mente il ragazzo torna a casa, dove ci viene presentata la sua famiglia che però è molto inutile per la trama.
Questa recensione rischia di essere più lunga del libro, perché come diavolo si fa a raccontare in breve qualcosa che è già scritta meno che in breve?
Allora salteremo un mucchio di cose e parleremo solo delle più importanti qui. Non ce ne frega niente della sua famiglia, và. Anzi, ve la presenteremo solo con le parole di Bedwyr:

"E poi, guarda, siamo proprio la famiglia ideale secondo le teorie del nostro re [..] Pseudos sostiene che per servire il paese una famiglia deve avere un figlio che ne conservi la tradizione, e questo è Genod; un altro maschio che la onori come soldato, e io sin da piccolo ho sognato di diventare un grande condottiero. E poi ci vuole una femmina che ne assicuri una fiorente discendenza e, nel nostro caso, c’è Nelia."

Tranne che in questa società il marito non prenda il cognome della moglie o che un figlio maschio che provenga da una famiglia per bene non possa figliare, non capiamo perché debba essere proprio una donna ad assicurare una fiorente discendenza... che belli i buchi di logica! Ma se questa famiglia teorica ideale è stata descritta da quel cretino di Pseudos (che potremmo chiamare, sì, lo pseudo-re) ci crediamo che è così stupida.

Siamo... siamo ancora qui? Ma... noi... pensavamo di essere arrivati più avanti con la trama e invece siamo solo all'inizio! Porca pupazza. Il peggio deve ancora arrivare.

Proviamo ad andare un po' più veloce! C'è una ragazzina, che si chiama Eynis, e sa usare la magia. Cioè no, in realtà sa evocare quattro ninfe elementali che usando la magia per lei. Eyinis è la figlia di un cacciatore. E che ce ne frega? Niente. Non ci frega niente di tutto questo.
(Sappiate che stiamo leggermente sclerando perché avevamo scritto un bel pezzo di recensione e l'abbiamo persa, quindi la stiamo riscrivendo e per farlo stiamo diventando matti, perché chi può sopravvivere intoccato dallo scrivere DUE VOLTE di seguito la recensione dell'Erede di Ahina Sohul?).

Comunque, c'è questa Eyinis. Eyinis ha visto che stanno arrivando dei goblin in città (creatura malvagia a caso) e così va a chiamare aiuto, raggiungendo i custodi che stanno viaggiando proprio verso la sua città. Ovviamente non le credono, perché...

 "Smettila Bern!" intervenne una voce gentile, ma decisa. "Se fosse stato un maschio a parlare, non avresti esitato a seguirlo.
  " Forse, ma si dà il caso che sia una femmina, quindi non sono tenuto a crederle" ribatté Bern."

Ma torniamo in città. Il nostro protagonista maschile, Bedwyr, la trova interessante perché lei "è speciale!1!!! È diversa dalle altre ragazze!". Anzi, per dirla come lui "è così originale e interessante". Perché ovviamente nei mondi fantasy scritti male c'è solo una (1) ragazza interessante in tutto il regno. Comunque, nonostante Bedwyr sia attratto da lei, non può proprio finirla di avere la mente ristretta come la punta di un ago.

"Per Bedwyr una ragazza coi pantaloni era a malapena accettabile, ma una ragazza col pugnale alla cintura e che andava a caccia da sola era proprio inconcepibile."

Grazie per la tua opinione, Beddy. Ora torna a giocare con il tuo amico testa di scodella, và.

All'improvviso la città di Batilan, quella in cui i nostri protagonisti vivono, viene attaccata dai goblin! Proprio come aveva detto Eyinis. Per fortuna alla fine i custodi l'hanno seguita (non perché le credono, eh! Ma solo perché stavano già arrivando da soli, al massimo hanno allungato un po' il passo) e sgominano i goblin, anche grazie all'aiuto di Eyinis che con un arco trafigge tutti, zan zan zan! Insomma, era un device narrativo del cavolo solo per farci vedere quanto sono fighi i custodi e Eyinis.
I custodi scelgono poi i propri allievi. Rooth (capelli a tazza) e Bedwyr vengono scelti dallo stesso custode, un tale Galdwys, che sceglie anche Eyinis (anche se tutti, compresa la ragazzina, si lamentano perché le ragazzine non vengono scelte... e comunque te credo, lei ha solo quattordici anni, è troppo piccola, mica siamo nel mondo dei pokémon dove a undici anni te ne vai in giro per il mondo!). Comunque alla fine lei accetta e la combriccola parte. Come Ash Ketchum, i nostri eroi divengono novelli giramondo.
Ma prima della partenza, nella piazza di Batilan c'è gente che tira con l'arco. Questa cosa la potremmo anche saltare, perché non è importante per la trama, ma la teniamo perché siamo perplessi riguardo ai fatti che accadono. Ok. Un tizio manca il bersaglio dopo essersi pavoneggiato tutto e Eyinis ride di lui, al che il tizio le dice di provare, se è tanto brava. Tutti gli dicono "Aho, ma che sei scemo? È 'na regazzina, suvvia, manco l'arco riesce ad alzare", ma ovviamente noi lettori sappiamo che lei è una formidabile arciera perché ha trafitto tutti i goblin durante la scaramuccia cittadina. Ecco. Quello che succede è questo:
 
"«Non dovrei prestarmi a queste sceneggiate» pensò la ragazza. Ma poteva essere l’’occasione giusta per mettere tutti a tacere. Sollevò l’’arco e incoccò la freccia, ma si rese conto che l’arma era davvero troppo pesante per lei. Allora, tra le risate dei presenti, l’appoggiò a terra e si inginocchiò, prese la mira e scagliò la freccia. Centro!"

Hm. Vedete una grossa, gigantesca falla di ragionamento? Ok, se non la vedete ve la indichiamo noi, articolandola in tre parti:
1. Come ha fatto precedentemente a tirare e uccidere tutti quei goblin, se non riesce neanche ad alzare l'arco?
2. Come fa a centrare il bersaglio se, non potendo alzare l'arco, non può mirare?
3. (E questa è la più importante) poiché la forza necessaria per tendere un arco di quelle dimensioni è di molto superiore a quella necessaria per alzarlo, come ha fatto a tenderlo?
Ai posteri l'ardua sentenza. Proseguiamo spediti!
Eyinis scopre di essere adottata. Drama drama drama. Tutti gli aspiranti guerrieri (ma lei no, perché ha quattordici anni, è una ragazza e non è un'aspirante guerriera) vengono tatuati sulla spalla in una cerimonia molto poco solenne, ma gli viene assicurato che il tatuaggio (benché sia ben visibile, fatto con l'inchiostro e un ago quindi permanente, e di colore blu) sparirà entro due anni (in base a quale principio?) e quando sparirà i giovani apprendisti potranno andarsene e fare quello che vogliono. Hm. Strana usanza.
Nel frattempo Eyinis parla con i corvi: uno di questi uccelli le dice che suo padre era beneamato dagli animali. Eyinis si prende a schiaffoni per constatare che non è un sogno. Non è un sogno. Un paio di pipistrelli le spuntano dietro.

" "Se mi fate ancora spaventare, vi ammazzo anche se sono contro la violenza" strepitò rivolta alla foresta."

Dice la nostra eroina, chiaramente matta e non-contro-la-violenza, visto che infilza goblin e vuole fare fuori dei pipistrelli solo perché esistono.
Il nostro gruppo di eroi cammina, fa cose, incontra mostri per la strada, fa altre cose, si punzecchiano, altre cose. Incontrano un lupo bianco gigante che parla e che è pure razzista, perché evidenzia come i lupi bianchi siano superiori ai lupi neri. Poi incontrano due elfi, di cui uno non ha neanche un nome. Un nano stereotipico. Un drago che, boh. Ed ecco messa insieme la nostra Compagnia dell'An- ehm, il nostro tipico party di avventurieri che dovranno salvare Ahina Sohul dal malefico tiranno, recuperando le pagine sparse di un leggendario libro, lo stesso che da il titolo all'opera.

" "Elfi, draghi, umani, lupi e nani" disse quest’’ultimo. "Queste sono le cinque razze dominanti sulla terra di Nadesh, le uniche non soggette al male, né schiave di un padrone. Sono le cinque razze libere, quelle che hanno ancora la forza di ribellarsi agli amorphi e all’usurpatore. Io, Daylin, Nabrik, il lupo, il drago e voi ragazzi siamo qui in rappresentanza di esse."

I nostri personaggi, come avrete capito, non hanno chissà quale esperienza che li ha portati qui alle spalle: sono arrivati "in rappresentanza" della loro razza. Così, a caso, e questa cosa dona al lettore la sgradevole impressione (o meglio, intuizione) che l'autrice abbia creato questi personaggi non come se fossero persone che si muovono in un mondo fantastico, ma come puro stratagemma per fare andare avanti la trama. Che comunque, sappiatelo, non va avanti. No, non va da nessuna parte, perché succedono miliardi di cose, almeno una decina a pagina, e non servono a niente. Fossero anche solo interessanti potremmo chiudere un occhio, ma... ok, qui dovremmo solo raccontarvi la trama, non criticarla. C'è un'apposita sezione per dire cosa non ci è piaciuto. Ma cribbio, è un dolore scegliere cosa raccontare e cosa no della trama, visto che è una serie infinita di fatti apparentemente non-concatenati e nel 99% dei casi fisicamente impossibili.
Riusciranno i nostri eroi a salvare i quattro regni che poi in realtà sono solo uno? Lo scoprirete solo leggendo questo libro e facendovi male come ci siamo fatti male noi!

Vabbé, sappiate solo che la misteriosa Aquila Bianca è effettivamente solo un'aquila bianca. Solo che è parlante.

2. La copertina:

Come siamo pallidi! Siamo tutti pallidi!
 

Quando eravamo piccolini, questa copertina ci sembrava bellissima, fulgida e quasi eterea, con l'elegante rosso scuro e l'oro che contrastavano con l'inverno gelato! Che poi, a dire la verità, è pure decente come copertina, quindi non c'è niente di male se ci piaceva. Anche se nelle illustrazioni c'è solo Eyinis, Bedwyr non c'è e il tizio sul cavallo non abbiamo proprio idea di chi sia. E neanche il cavallo sappiamo chi sia, tanto i cavalli non hanno un grande ruolo in questa storia, a parte quello di morire spompati perché corrono per giorni e giorni senza riposo. E sono tutti bianchi come la morte. E la copertina non spiega niente, ma proprio niente, della trama. Dove sono i nani, gli elfi, i lupi e tutto l'ambaradan del gruppo? Ah, dalla regia ci dicono che in una copertina sola non ci stavano tutti, scusate.

3. Cosa ci è piaciuto: Niente? Niente. Tutto quello che sembrava bello, si è trasformato in spazzatura in mezzo secondo. Non fa neanche ridere come invece fanno altri libri fantasy trash, come Nihal della Terra del vento (che abbiamo già recensito qui). Niente, nun ce sta' niente. Ok, forse solo la copertina era carina. Però una copertina bellina, neanche straordinaria, non può mica salvare da sola un libro che ci abbiamo messo sette (7) mesi a leggere perché, ogni volta che posavamo gli occhi sulle pagine, le nostro palpebre calavano come saracinesche la domenica mattina. Però dai, spezziamo una lancia... ehm, uno stuzzicadenti in realtà... a favore di questo testo: i correttori di bozze hanno fatto un ottimo lavoro, perché praticamente non ci sono errori grammaticali. Bravi correttori di bozze, dieci pollici alzati per voi.
*Disclaimer*: se avete letto e amato questo libro... siamo felicissimi per voi! Ma proprio felici, porca miseria! Perché se avete amato questo libro almeno voi vuol dire che gli alberi che sono stati tagliati per produrre queste pagine non sono morti invano.

4. Cosa non ci è piaciuto: Noi prendiamo fiato, voi prendete fiato, perché c'è tanta roba da dire in questa sezione e non abbiamo tempo per soffermarci troppo. Pronti? Via. Il protagonista è uno scemo invidioso di una ragazzina che poi si innamora di suddetta ragazzina. La protagonista, che può sembrare anche interessante nelle prime pagine, diventa un'insopportabile Mary Sue con tutti i poteri del mondo capace di fare qualunque cosa (tranne sollevare uno stupido arco che noi tiravamo su anche da minipargoli), e parliamo di una bambina di quattordici anni. Una bambina. Di quattordici. Anni. La compagna di protagonisti è composta di un mucchio di gente completamente a casaccio che è stata scomodata solo per prendere parte ad una follia insensata. L'antagonista è più bidimensionale di un pixel. Il drago (e voi lo sapete che amiamo i draghi, lo sapete!) è una specie di cucciolone tontolone volante sputafuoco che fa comunella con un lupo che si comporta come una cosa che lupo, sicuramente, non è. I tafani e le mosche, notoriamente animali istintivi, vengono descritti muoversi "in schiere, come tanti minuscoli soldati". "Chissà quando, chissà perché, quella pianura morì.". Cioè, invece di un narratore onnisciente, qui abbiamo un narratore che non sa niente sul mondo che ella stessa ha creato. Woah! Tutti i personaggi, comprese le donne, sono in qualche misura maschilisti. Le descrizioni di cose, animali e persone sono non pervenute. Un libro di queste dimensioni, senza la benché minima traccia di descrizioni, è perciò unicamente composto da un'infinita ruota di azioni difficilissime da ricordare in ordine, anche perché per la maggior parte non hanno un peso sulla trama. La trama è "questa gente viaggia e fa cose", che come trama può andare pure benissimo se punti sulle dannate descrizioni. Il worldbuilding è pessimo: la maggior parte delle creature è rubata di sana pianta da altri libri e film, senza quei twist personali che rendono così interessanti i libri di high fantasy, e comunque non approfondita neanche di striscio, come se la scrittrice avesse il terrore che qualcuno possa infilzarle i bulbi oculari se per caso lei si permettesse a scrivere di più sulle razze del regno. Che poi sono quattro, ma sono uno, ma è chiaro che nessuno qui sa che diavolo sia un regno. Il sistema magico è spiegato a malapena. La magia viene usata quando non serve a molto, come se la volessero sfoggiare, ma dimenticata quando potrebbe servire un sacco.  I bambini e gli adulti sono tutti immaturi in egual modo, ovvero al livello di un ragazzino di 12/14 anni, ma nonostante tutto fanno tutti (sia adulti che bambini) cose pazzesche da prodigi. Ah, però i grandi maestri elfici di cinquecento anni e passa vengono ignorati e sfottuti (sì, avete capito bene, vengono praticamente presi in giro!) dai protagonisti che ancora sono solo preadolescenti, giusto per darvi un'idea di quanto sono seri e grandiosi. I nomi delle persone danno molto spesso l'impressione di essere stati creati da un gatto che cammina sulla tastiera. La cultura dei vari regni non esiste, non è mai esistita e mai esisterà. I combattimenti vengono praticamente saltati. Il pathos delle varie morti, anche quando coinvolgono personaggi che teoricamente dovrebbero interessarci (ma non ci interessano), è zero su zero.
*Disclaimer* Quando l'autrice ha scritto questo libro, era praticamente una bimba anche lei. Oggi, da quel che ne sappiamo noi, potrebbe essere diventata bravissima. Anche se crediamo che non abbia scritto più niente dopo la saga di Ahina Sohul, una delle prove che non è proprio un'idea brillante pubblicare il proprio primo libro scritto durante l'adolescenza, perché è qualcosa che potrebbe ritorcersi ferocemente contro di noi. Scrivete. Riflettete. Leggete tantissimo. E quando finalmente sarete sicuri, pubblicate!


Voto complessivo: 49 e ½ su 100. Mezzo punto in meno de "La Bambina della Sesta Luna", sì. Quello c'aveva le illustrazioni, almeno.

A chi lo consigliamo: A chi soffre di insonnia.


Dove potete trovare il libro:
Meglio che non lo trovate proprio. Maaaa se soffrite di insonnia o se avete un figlio che soffre di insonnia, o ancora se volete torturarvi con la lettura del fantasy più trash di tutti i tempi, potete comprarlo su Amazon QUI (e sappiate che FINALMENTE siamo nel programma di affiliazione, quindi se comprate questa monnezza una minuscola parte dei soldini che spendete arriveranno proprio a noi! Sì! Così potremo comprare altre monnezze da recensire per voi. No, scherziamo, compreremo cose belle!)




Che cosa ne pensate del libro? Siete d'accordo con noi su tutto, siamo stati troppo cattivi (perché un po' cattivi lo siamo sempre, è normale nelle recensioni spinose) o siamo stati troppo indulgenti? Fateci sapere, e alla prossima recensione!

P.S.: Suggeriteci libri da recensire! (Meglio se sono gratis, che siamo senza soldi. Ma accettiamo di tutto). Nota: un sacco di gente si limita a dirci il titolo del libro da recensire, o addirittura a scrivere un sacco di titoli in fila, e non abbiamo davvero il tempo di andare a controllare una ad una tutte le trame per decidere se ci interessano o no, perciò per favore potete scrivere un piccolo abbozzo di cosa parla il libro? Così possiamo decidere se controllare la trama ed eventualmente leggerlo.
Per fare un esempio: "Hey, Cactus! Vi consiglio La Magia del Lupo di Michelle Paver perché è un fantasy diverso dal solito, ambientato nella preistoria, ed è molto avventuroso!" oppure "Ciao, vi consiglio Nina, La Bambina della Sesta Luna, perché è un libro per bambini davvero brutto e mi piacerebbe leggere una recensione scritta da voi per spanciarmi dalle risate".
Vi aspettiamo ;)

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