mercoledì 11 aprile 2018

Sunset 28 - Viaggio ad ostacoli verso Seattle



Mi svegliai presto, dopo un sonno profondo e senza sogni grazie all'intervento aggiuntivo della mia gioia nel sapere che il mattino seguente sarebbe stato solo il preludio di una giornata interamente perfetta. Malgrado avessi riposato bene, tornai subito felicemente irrequieta come la sera prima.
Mi vestii in un lampo, stirando con cura il colletto della camicia, e tormentai la felpa marrone chiaro per farla cadere sui jeans.
Con una lesta occhiata alla finestra mi accertai che Carlo fosse già uscito. Il cielo era velato da uno strati di nuvole sottile e vaporoso, destinato a dissolversi sotto il sole.
Ingurgitai la colazione con calma, godendomi ogni singolo morso del primo pasto del mio giorno perfetto e sparecchiai in un baleno per dare da mangiare a Dracula, che offriva coccole in cambio di croccantini.
«Ruffiano» Lo apostrofai, servendolo di un'aggiunta di paté per gatti alla sua ciotola già colma
«Rrffpurr» replicò lui, prima di dedicarsi del tutto al suo cibo.
Diedi un'altra occhiata fuori dalla finestra, ma non era cambiato niente. Salii alla velocità della luce, mi lavai i denti, scesi qualche scalino, e il rumore delicato di qualcuno che bussava alla porta mi mandò in fibrillazione.
Jacob... Era già arrivato? Volai all'ingresso dopo una sgraziata piroetta felice su me stessa, sfidando il mio equilibrio e vincendo. Non poteva che essere un buon presagio.
La serratura semplicissima mi creò qualche difficoltà per l'emozione, ma infine riuscii a spalancare la porta, ed ecco apparire... Edward.
Un semplice sguardo al suo splendido viso spinse un cuscino sulla faccia della mia splendida pace, facendomi entrare in agitazione. No, non lui. Oggi doveva essere un giorno perfetto.
A costo di dargli fuoco, non avrei lasciato che mi rovinasse tutto.
Da tenebroso che era, lui si rasserenò. Mi guardò e sorrise.
«Buongiorno» Rideva sotto i baffi, come se "buongiorno" fosse una battuta molto sveglia. Ba dum tss.
«Cosa c'è che non va in te?». Mi guardai per assicurarmi di non aver dimenticato niente di importante, come i pantaloni, i biglietti o l'accendino.
«Stessa divisa» Grugnì ilare e rise di nuovo. In effetti, anche lui indossava una larga felpa marrone chiaro, da cui spuntava un colletto bianco e un paio di blue jeans. Risi con lui, guardandolo fisso.
«Ah ah ah ah»
«Ah ah ah ah».
Mentre lui si credeva assecondato, gli chiusi la porta su quella faccia sbilenca e me ne tornai dentro. Dracula guardava la porta con i denti di fuori e il nasino arricciato, e non mi sentivo di dargli torto.
«Oh, Belarda, non è molto educato da parte tua» Disse la voce attutita di Capelli-pazzi da dietro la porta
«Ah ah ah ah, oggi dev'essere una bella giornata e già è brutto che tu esista nel mio mondo, ma il fatto che io e te abbiamo la stessa divisa mi fa solo venire voglia di bruciartela addosso».
Lui rimase in silenzio per un secondo, ponderando quello che gli avevo appena detto.
«Dove vai? Stai venendo a scuola?»
«Ora conto fino a tre, e se non te ne sei andato ti sparo al cavallo dei pantaloni con la pistola di riserva che mi ha comprato papà, e non me ne frega niente se mi denunci».
A quanto pare anche questo valeva la pena di essere ponderato. Anche se non c'era nessuna pistola. Dopotutto le licantrope mi avevano spiegato che loro si riattaccavano i pezzi perduti, ma rigenerarli era tutt'altra storia, per non parlare del fatto che avrei rovinato quei suoi blue jeans orrendi con un buco proprio davanti.
Beh, visto che erano gli stessi che portavo io, erano orrendi solo su di lui. Io sembravo una modella, ecco.
«Uno» Dissi ad alta voce.
Ma se era ricco, perché si vestiva come me quando prendevo i vestiti dalle bancarelle? Mah.
«Due»
«Maaaaao»
«Tre!».
Aprii la porta, armata invece di accendino, e vidi che non era più lì dietro. Respirai allegra l'aria mantenuta pulita dall'umidità di Forks, sorridendo contenta. E poi notai che Edward era dentro il mio pick-up, che mi aspettava dalla parte del passeggero con un'espressione da finto martire che la diceva lunga.
«Gli accordi sono accordi» Precisai, sentendomi una psicopatica. Era una strana sensazione inebriante. «Non ti voglio qui. Vattene Edward, prima che sia troppo tardi. Sta arrivando anche Jacob Black, vado fuori città».
Edward mi valutò, scrutandomi da sotto le lunghe ciglia. Non poteva leggermi nel pensiero, ma mi sentivo sorridere come l'orribile bambola Isabella del trailer prima di sciogliersi, e tenevo la mano nella tasca rigonfia della mia felpa, che poteva contenere qualunque cosa.
Dopotutto, non poteva leggermi nel pensiero.
Mi guardò e forse vide qualcosa che, solo per oggi, lo fece desistere.
Scese dal pick-up con velocità impressionante, che mi fece chiedere se veramente sarei mai riuscita a dargli fuoco o sparargli se fosse venuto il momento, ma in un attimo fu sulla sua Volvo. Mi salutò con un cenno della mano, con l'espressione di chi ha appena detto "ossequi signorina" e non ha solo mosso la mano come sanno fare anche gli scimpanzé. O i lemuri. O gli scoiattoli. O le action figure elettroniche.
Meno male che non poteva leggermi nel pensiero.
Rientrai alla velocità della luce, ficcai tutto il ficcabile nel mio "zaino delle necessità per la giornata perfetta", che era un bestione da trekking comprato nel negozio dei genitori di Mike (i Newton avevano uno shop per escursionisti) e controllai che non mancasse nulla. Spazzolino? C'era. Serviva a qualcosa quando stavo andando a guardare uno show di wrestling? No, ma magari avrei avuto bisogno di uno spazzolino per un motivo o per un altro lungo la strada.
Repellente per zanzare? C'era. Magliette di ricambio? C'erano. Mutande di ricambio, impacchettate in un sacchetto di plastica sul fondo dello zaino? C'erano. Snack assortiti per l'eventuale fame nervosa? C'erano: ne avevo messi di salati e di dolci, con preferenza particolare per l'uvetta passa. E poi una bottiglia d'acqua, ovviamente, disinfettante, batterie AA e AAA, due forchette, due coltelli da cucina, un mini-manuale sul primo soccorso che ci avevano distribuito a scuola, un quadernino a righe minuscolo, una sciarpa, un rotolo di bende piccolo, alcune aspirine, una dose di sonnifero, tre penne biro, un paio di guanti, un paio di occhiali da sole, una bussola, una mappa del territorio, un pacchetto di fazzolettini, un pacco di assorbenti, alcune buste e bustine di plastica, ago e filo, alcuni elastici per capelli, una corda leggera, due accendini, una lente di ingrandimento e una bottiglietta di alcool denaturato.
Ai piedi portavo scarpe da ginnastica. I miei capelli erano legati, lontani dagli occhi, pratici. Controllai di avere il telefono in tasca e i biglietti nella piccola tracolla extra che portavo oltre allo zaino (e nella quale c'erano soldi, i biglietti, i documenti, le chiavi e un coltellino svizzero), poi uscii, chiusi a chiave la porta e finalmente mi accomodai in macchina, buttando lo zaino sul sedile posteriore.
Chiusi gli occhi, facendo nuovamente l'inventario. C'era tutto quello di cui avevo bisogno?
Doveva essere una giornata perfetta. Perfetta. Niente doveva cogliermi impreparata.
Quando fui convinta di aver fatto tutto, compreso lasciare da mangiare al gatto e controllare che il gas fosse chiuso, finalmente accesi il motore del Chevy e partii alla volta della riserva Quileute.
Durante il percorso mi persi in fantasticherie su tutti gli scenari disastrosi che mi vennero in mente, giocando a risolverli con il materiale che mi ero procurata. Certo, c'erano alcune calamità di cui non potevo venire a capo... ma era molto improbabile che proprio quel giorno un tornado investisse Seattle, Jacob morisse mentre era sotto la mia custodia oppure un meteorite si abbattesse sullo spettacolo della WWE.
Arrivata, osservai critica il mare e constatai soddisfatta che un maremoto era lontano dall'avverarsi in quanto a probabilità.
Ad aprirmi la porta fu Jacob stesso, i capelli morbidi e scuri raccolti in una coda di cavallo più bassa della mia con qualche ciuffetto sfuggente, più estetica che pratica.
«Non sei assolutamente appariscente Jacob Black, no» Gli dissi, occhieggiando la sua maglietta giallo luccicante di Steve Austin. Non ero certa che fosse originale, né che nei progetti di stampa originali il giallo avrebbe dovuto filtrare attraverso i lati della testa del wrestler dandogli una pelata e gli occhi color canarino.
Comunque, speravo di no.
«Dai, farci notare è il punto» Si gasò Jacob dandomi una gomitatina con il braccio «In mezzo alla folla sarebbe fico se ci riprendessero anche per sbaglio, no? E io mi faccio notare con questa» e tirò il lembo della maglietta per mostrarmela come se già non mi stesse accecando «Mentre tu Belarda, con quella felpa non ci siamo proprio. Marrone? Chi si filerà mai una persona marrone?»
«Ehi, io mi porto un affascinante indiano d'America gigante con i capelli lunghi e una maglia orrenda. Chi vuoi che non mi noti?»
«Hai ragione» rise Jacob, facendosi da parte dall'uscio che occupava con tremenda facilità «Sei venuta in anticipo, vuoi prendere qualcosa?».
Io scossi la testa, facendo ondeggiare la coda di cavallo «Sono venuta in anticipo apposta».
Jacob inclinò la testa, mentre il suo sorriso diventava un po' perplesso.
«Può succedere qualunque cosa durante il viaggio» Gli feci notare, alzando un indice «Che può rallentare la nostra tabella di marcia, e io non ho alcuna intenzione di arrivare in tardo. Pronto, Jacob?».
Il sorriso di lui si allargò di nuovo «Non so dire se sei molto strana o molto normale»
«Dovresti sempre confondere i tuoi amici come se fossi un pescatore» risposi dandomi un tono misterioso
«Uhm, che?»
«Proprio così».
Uscimmo di lì con Jacob che aveva in spalla uno zainetto di una specie di lavanda stinto (che oltre a sembrare del tutto fuori posto su di lui stava mandando dei pugni di colore nei miei poveri occhi) con dentro pochi miseri averi: venti dollari, due fazzoletti senza pacchetto, un pennarello e un blocchetto per appunti. Il cellulare ce lo aveva in tasca, con le cuffiette, e questo era il suo bagaglio.
Rispose alla mia alzata di sopracciglio alla The Rock con una scrollata di spalle e, dopo aver salutato Billy e lo Chevy come due soldati alla volta della guerra, partimmo con l'auto di lui.
«Allora!» Esclamai «Abbiamo circa 222, 3 km da fare, per un totale di circa 3 ore e 48 minuti»
«E quindi se li facciamo arriveremo comunque in orario» fece notare Jacob, tamburellando sul cruscotto della sua auto
«Beh, sono circa 4 ore passando per la US-101 N e la US- 101 E, quindi immaginati se ci blocchiamo e siamo costretti a prendere le altre strade! Non sapremmo l'effettivo tempo di arrivo»
«Dal fatto che parli come un navigatore satellitare» mi disse Jacob impressionato «Ho l'impressione che tu invece lo sappia»
«Beh, si, io lo so» mi strinsi nelle spalle
«C'è un po' di musica da ascoltare?»
«Uhm...»
«Ce l'ho io!» Jacob mi sventolò il cellulare sotto il naso anche se stavo guidando, facendomi venir voglia di dargli un colpo. Mise le cuffiette al suo smartphone come antenna e partì sparata la voce di Rihanna che gentilmente ci informava che avremmo potuto usare il suo ombrello in caso di pioggia.
Io mi misi a cantare immediatamente; Mike si sarebbe messo subito a farmi da controcanto se fosse stato lì, mentre Jacob mi fissava soltanto, ondeggiando appena la testa a tempo.
Certo che come viaggio era lungo, e che avremmo fatto nel frattempo?
Avevo pensato a tutto, tranne che a quella parte. Dovevo cantare per quasi quattro ore?
Jacob attaccò a parlare, fugando ogni mio dubbio sul fatto che il viaggio sarebbe stato noioso. Lui amava parlare e, al contrario di Edward, non mi bombardava di domande.
Iniziò a raccontarmi di come aveva passato la mattinata, di quanto era stato contento di alzarsi quando sapeva quello che sarebbe successo e di come suo padre si fosse mostrato dubbioso riguardo alla nostra uscita.
«Ha paura che ti rapisca?» Domandai, divertita
«No, ha paura di lasciarmi uscire da solo dalla riserva»
«Tu non sei solo, Jacob, hai me»
«Lo so, ma... non conti proprio come... adulta adulta» si strinse nelle spalle «Scusa, è quello che pensa mio padre»
«E a te non importa, eh? Potrei starti rapendo davvero...»
«Certo che no» rise, ma era leggermente nervoso «Siamo amici, no?»
«Certo»
«E poi vale la pena di rischiare per vedere uno show della WWE. Voglio dire, io non ho tutti questi soldi e... quando mi ricapiterà più? Dovevo venire»
«Esattamente quello che ho pensato anch'io» dissi, poi gli raccontai come avevo ottenuto davvero i biglietti.
Quando ebbi finito, rimase a guardarmi in silenzio con la faccia stupita di qualcuno che visto un cormorano fare un balletto davanti ad un pescatore per ottenere qualche pesce.
«Jacob, va tutto bene?» Gli domandai
«Si, é che... i biglietti li ha comprati un Cullen, quindi?»
«Si»
«Se mio padre lo venisse a sapere, si rimetterebbe a camminare solo per venire a prendermi da un orecchio»
«Non temere, non lo saprà mai, Jake»
«Io, di sicuro, non lo dirò mai a nessuno. Chi altro lo sa?»
«Solo Mike Newton, un mio compagno di scuola. Mio padre non lo sa, quindi non può dirlo al tuo»
«Meno male. Comunque sono contento che andiamo allo show con dei biglietti rubacchiati»
«Ehi! Non sono rubacchiati! Sono trovati per terra» lo contraddissi
«Se ti piace pensarlo»
«Certo che mi piace pensarlo. Cioè, in realtà sarei ancora più contenta se i biglietti fossero rubati, perché Cullen è un pezzo di sterco che si merita solo di essere derubato, però li ho davvero trovati per terra, schiacciati per giunta»
«Devi odiarlo davvero, questo Cullen, tanto quanto mio padre odia tutta la famiglia»
«Non puoi neanche immaginarlo»
«E allora raccontamelo. Spiegamelo. Sono qui per il drama» si sfregò le mani una contro l'altra, come fanno le mosche quando si puliscono le zampette «Sono più curioso di una parrucchiera, Bella, dimmi tutto».
Sospirai e mi lasciai sfuggire una risatina prima di iniziare a raccontare. Da dove avrei dovuto cominciare? Iniziai fin proprio dal principio e gli raccontai del mio primo giorno di scuola, poi di tutte le angherie che Cullen mi aveva fatto, dell'ordine restrittivo, del rapimento di cui mio padre non sapeva niente. Questa volta Jacob non rimase in silenzio, ma si profuse in esclamazioni indignate ed espressioni stralunate.
«Che gran figlio di...»
«Jacob, non dire parolacce»
«Se le merita»
«Lo so. Ma tu sei piccolo e sei sotto la mia tutela. Sarò una brava baby sitter, non ti renderò un turpiloquiatore».
Lui rise. Aveva una risata così profonda che era difficile credere che fra noi due lui fosse il piccolo.
«Che ti ridi, bestione?» Scherzai «Non credi che io ti possa badare? Guarda che ti riporto indietro da tuo padre»
«Oh no» lui cercò di smettere di ridere «No, per favore, no»
«Bravo. Ma stai ancora ridendo». Anche io stavo ridendo, adesso. Era contagioso.
Jacob si agitò sul sedile per mettersi più comodo e si strinse le grosse mani una dentro l'altra. Poi emise un verso basso di apprezzamento, una specie di "hmmm".
«Come vado, adesso?» Chiese
«Bene. Adesso vai bene»
«Comunque sei piccola per essere la mia tata»
«Solo di taglia. La mia anima è grandissima» risposi, seria «E conosco diversi trucchetti per metterti a nanna»
«Rimane il fatto che... sai... sembri piccola. Sembri persino più giovane di me»
«Ti credi così maturo? Guarda che sembri un ragazzino, solo alto come Goldberg»
«Non è vero. Tu sei così pallida e piccola, delicata. Sembri una bambina»
«No. E non è colpa mia se tu sembri pronto per farti assumere da una federazione di wrestling. Mi sa che ti lascio lì, oggi, e te ne vai con loro»
«Magari mi fanno fare il nuovo Undertaker» scherzò lui
«Seee, come no. Credici»
«Non pensi che io abbia il carisma?»
«Sei troppo piccolo perché si capisca» commentai, socchiudendo gli occhi.
Lui rise di nuovo, aggrappandosi alla cintura di sicurezza. Forse non aveva il carisma, ma la risata contagiosa ce l'aveva di sicuro: poteva fare il Joker.
Ci stavamo punzecchiando riguardo all'età che dimostravamo quando un uomo con un giubbino catarifrangente ci fermò. Nervosissima, feci accostare la macchina, con i palmi già sudati. Stress stress stress.
«Cosa succede?» Domandò Jacob, abbassando il finestrino
«C'è stato un incidente» disse l'uomo, che aveva radi capelli neri e il naso arrossato «Più avanti. La strada è chiusa»
«Grazie» lo ringraziai, poi rimisi in moto la macchina.
Jacob sospirò
«E adesso che facciamo?» domandò, sconsolato.
Non si era accorto che stavo spingendo la macchina fuoristrada per guidare fra gli alberi. Quando le ruote scavalcarono il basso muretto che delimitava la strada e iniziarono a mordere gli aghi di pino, Jacob si aggrappò con ancora più forza alla cintura, spaventato.
«Belarda...» Boccheggiò «...Belarda... questo non è un fuoristrada»
«Niente può fermarci» dissi io, evitando un albero «Tranquillo, ritorniamo in strada dopo l'incidente»
«Belarda, c'è a malapena lo spazio per passare tra un albero e l'altro»
«Non sbatteremo» risposi, convintissima.
No, non ero mai stata la regina della guida sportiva, non sapevo guidare come una professionista e avevo paura di uscire con la macchina quando la strada era bagnata, ma la mia concentrazione quel giorno era perfetta. Potevo farcela. Potevo farcela. Stringendo i denti, correvo macinando un metro dopo l'altro, sollevando con le ruote nuvolette di aghi di pino secchi.
«Perché non vai più piano?» Domandò Jacob «Magari così non scivoliamo di sicuro»
«È solo per qualche metro. Sopravviveremo»
«Belarda!»
«Vedo l'incidente» dissi «Un attimo e saremo in strada».
Con la coda dell'occhio, potevo vedere una macchina fumante sulla strada, coricata su un fianco contro una Volvo argentata. In qualunque altra situazione il mio cuore avrebbe saltato un battito, mi sarei chiesta se fosse la macchina di Edward Cullen, se finalmente avesse fatto il suo primo incidente stradale, se avesse sciaguratamente ucciso qualcuno, ma ero troppo concentrata sul mio obiettivo, troppo nervosa e felice, per curarmene.
«Undertaker mi sta aspettando» Ringhiai fra i denti, mentre riconducevo la macchina verso la strada, infilandomi fra due guardrail «Aspetta solo me».
Continuammo finalmente sull'asfalto e sentii Jacob sciogliersi un po': era stato rigido e immobile durante la nostra pericolosa traversata, cercando di non togliermi la concentrazione, e questo lo apprezzavo.
«Undertaker» Disse all'improvviso, incredulo e canzonatorio al tempo stesso «Undertaker?»
«Che vuoi?».
Ero imbarazzata all'idea di essermelo lasciato scappare dalle labbra.
«Hai detto che aspetta solo te» Ridacchiò Jacob «Sul serio o è...»
«È per motivarmi» spiegai, sicura di stare arrossendo un poco «Se penso che devo arrivare in orario per lui, sono certa che arriverò in orario»
«Certo» rispose lui, ironico «Ci ammazzeremo contro un albero e, in orario, lui ci seppellirà. Dopotutto è il becchino. Sarà bello farci seppellire da lui».
Non risposi. Non potevo contraddirlo, ma neanche incoraggiarlo. Niente ci avrebbe fermati dall'arrivare in arena, dal prendere posto nella nostra tribuna, dal fare il tifo per i nostri wrestler preferiti: continuavo a ripetermelo e ogni volta che lo dicevo un'ondata di eccitazione e felicità mi attraversava dalla testa ai piedi e i palmi mi sudavano sempre di più.
Neanche Edward Cullen che spiaccicava le altre macchine mi avrebbe fermata.
«Che brutto incidente» Commentò Jacob «Spero che non sia morto nessuno»
«Non sarà morto nessuno» dissi io
«Come fai a dirlo?»
«Sono positiva. Oggi accadranno solo cose mirabolanti»
«Beh, quello era un incidente mirabolante»
«Mirabolanti belle» mi corressi «Mirabolanti incredibili»
«Sai, una volta mio cugino mi ha raccontato che...».
Jacob proseguì a snocciolarmi alcuni episodi assolutamente impossibili su fenomeni paranormali quali apparizioni di spiriti alati che donavano caramelle ai bambini o vecchiette che salvavano i loro nipotini da orsi inferociti affrontandoli a mani nude. Non lo corressi. Non lo contraddissi.
Mi convinsi che se cose come quelle erano possibili, allora anche io che finalmente vedevo uno spettacolo della WWE era possibile.
«Lo sai che una volta mio padre ha incontrato Undertaker» Disse all'improvviso Jacob, nel bel mezzo del racconto su un bambino undicenne che vedeva gli spettri.
Fu così inaspettato che mi lasciai sfuggire un gemito di sorpresa, poi lanciai al ragazzone un'occhiata incredula
«Davvero?» chiesi
«Cosa? Ti ho raccontato cose incredibilissime e tu mi chiedi "davvero" solo per una cosa così... normale?»
«Abbiamo tutti le nostre priorità».
Lui si mise a ridere, poi ricominciò a raccontare la storia sul bimbo che vedeva i fantasmi. Lo interruppi
«No no no, Jacob, ora mi racconti di quando tuo padre ha incontrato Undertaker»
«Ci sto arrivando» replicò lui, sorprendendomi «Allora, ti dicevo, questo piccolino aveva appena iniziato a parlarci, oltre che vederli, a circa un mese di distanza dalla prima apparizione. Allora sai che fa mio padre?»
«No, come faccio a saperlo?»
«Chiama un'altra tribù, che è amica della nostra, e che si dice abbia uno sciamano potentissimo che si occupa di queste cose»
«Ah, ma quindi il ragazzino che vedeva i fantasmi era un Quileute?»
«Certo? Ma non mi stavi ascoltando! Ti dicevo, papà chiama il capo di questa tribù e il capo gli fa "ti mandiamo uno bravo"»
«Ah ah»
«E hanno mandato Undertaker»
«Ah ah... aspetta?!» scollai gli occhi un attimo dalla strada per guardarlo in faccia e capire se stesse scherzando oppure no «In che senso? Che c'entra?»
«Non lo sai che è metà nativo?»
«No» dissi io «Non me ne frega niente della sua vita privata. Cioè, mi sembra giusto non fregarmene niente. Non ne voglio sapere niente, a me piace il personaggio, punto»
«Non sei neanche un poco curiosa?» mi punzecchiò lui
«Certo. Ma preferisco che rimanga solo una curiosità»
«Hai paura di scoprire qualcosa che non ti piace?»
«Continua con il tuo racconto. Questa cosa mi interessa. È metà nativo americano?»
«Si. E allora arriva lui. Io ero piccolino, avrò avuto sette anni, e non mi permisero di avvicinarmi a lui. Me ne stavo con Quil e Embry, a distanza, e lo guardavamo. Era così strano vedere qualcuno della televisione dal vivo, lo seguivamo a distanza per vedere cosa faceva»
«Com'è dal vivo?»
«Come in televisione» lui ridacchiò
«In che senso?»
«Grosso. Enorme. Vestito di nero. Con la faccia truce. Tutte quelle cose lì. Tranquilla, non te lo rovino il tuo amato personaggio. È esattamente come in tv»
«E cosa ha fatto?»
«Ha parlato con la mamma del bambino che vedeva i fantasmi, poi ha aspettato che venisse la notte e se lo è portato lontano, sulla spiaggia. Era estate e io, Quil ed Embry giocavamo davanti a casa mia. Sentimmo dei rumori orribili provenire dalla spiaggia»
«Rumori orribili?» chiesi io, che malgrado tutto avevo la pelle d'oca
«Si. Ululati e ruggiti e un rumore come quello del vento, sai, quello del vento, no?»
«Si. Si, certo»
«E anche quando siamo andati a dormire non siamo riusciti a chiudere occhio. Avevamo freddo, ed era estate, Belarda. Mio padre mi venne a dire di non uscire di casa, quella notte. Mi disse che lui sarebbe andato a parlare con lo straniero di cose importanti, ma che non dovevo seguirlo, che se disobbedivo mi avrebbe sculacciato di fronte a tutti i miei amici. Avevo paurissima, credo ci rimasi un po' traumatizzato. L'indomani mattina Undertaker salutò mio padre e se ne andò a bordo di una jeep nera. Ed è così che mio padre ha conosciuto Undertaker e io l'ho guardato da lontano»
«Stai scherzando, vero?»
«No»
«Sei sicuro di non starmi prendendo in giro?»
«Neanche un poco. Croce sul cuore, che possa cogliermi un malore»
«Dovevi raccontarmi questa storia, quando ci siamo incontrati per la prima volta alla spiaggia, Jacob. Questa si che fa venire i brividi»
«Temevo che avresti riso di me. E poi avevo anche paura che non conoscessi Undertaker»
«Jacob, anche quelli che non guardano il wrestling lo conoscono»
«E io che ne so?»
«Ma non mi stai prendendo in giro, vero?»
«No, Belarda, no! Te lo giuro»
«Certo che è strano...»
«Stranissimo. Mi fa ancora più strano pensare che potrei rivederlo, questa sera... magari mi passa il trauma» sghignazzò «Cioè, non è che ho paura di lui o niente, solo mi da fastidio girare in spiaggia dopo che è calato il sole»
«E il bambino?»
«Quale, quello che vedeva i fantasmi? Ha smesso di vederli. Si chiama Sam, ora è un tipo davvero assennato»
«Sam»
«Se vuoi qualche giorno te lo presento. Magari puoi parlare con lui della tua cotta per...»
«Non ho una cotta per lui» sbottai «Non ci pensare neanche. Io non ci penso neanche. Neanche per sogno. Jacob, no»
«Va bene, va bene».
Rise per ancora un po' prima di ricominciare a raccontarmi storie del paranormale da cui sembrava molto più spaventato di me.
Jacob non poteva saperlo, ma dopo quello che aveva raccontato le mie aspettative già altissime per quella serata erano ora diventate quasi irrealistiche. Che cosa mi aspettavo di vedere? Non lo sapevo di preciso, ma sapevo che era qualcosa di grandioso.
Dopo tre storie di angeli, ci fermammo rapidamente ad una stazione di servizio per andare in bagno e comprare una bottiglietta di thé. Jacob mi diede di gomito.
«Che c'è?» Gli domandai
«Guarda quelli laggiù» mi disse lui, in tono spettrale «Non sono pallidissimi?».
Io seguii il suo sguardo: in fondo, vicino allo scaffale con i dischi di musica, c'erano Alice e Rosalie Cullen, vestite come se dovessero andare ad un gran gala, entrambe con abiti blu.
«Andiamocene» Dissi io, sottovoce «Sono due Cullen»
«Davvero?»
«Si, Alice e Rosalie. Alice è fuori di testa, te lo posso dire di per certo»
«Andiamocene».
Pagammo la bottiglietta e sgusciammo fuori dal negozio. Prima che riuscissi a varcare la soglia, però, Alice mi fulminò con uno sguardo truce da creatura indiavolata e sentii un groppo in gola. Tuttavia, nonostante la paura, raccolsi il coraggio necessario a guardarla male di rimando, decisa a non farle vedere che ero intimorita.
Jacob si fermò con un piede fuori dalla porta e uno dentro
«Ma che fate?» sussurrò «Vi lanciate gli sguardi di sfida? Certo che voi ragazze siete strane...»
«Non puoi capire, Jacob» gli risposi, poi lo seguii fuori.
Ritornammo in macchina e ripartimmo a tutta velocità. Le prime due ore del viaggio passarono lentissime, scivolando come grasso caldo. Ero impaziente, sudata, ansiosa nel miglior senso possibile, e nella mia testa potevo sentire il ticchettare di un orologio invisibile. Lasciai parlare principalmente Jacob e imparai praticamente tutto sui suoi gusti personali, dalla musica che ascoltava ai film che guardava, dalla sua frutta preferita a come teoricamente doveva essere fatta la sua donna perfetta (la quale somigliava inquietantemente a me, solo "più abbronzata" come disse lui).
Poi accadde. Una macchina parcheggiata al lato della strada, un uomo sudatissimo che agitava le braccia.
«Aiuto!» Gridava «Aiuto! Vi prego, aiuto!».
Nessun'altra automobile era in vista e non fermarsi sarebbe stata omissione di soccorso, per non parlare del fatto che ce l'avrei avuto sulla coscienza per sempre. Ci fermammo.
Jacob scese dalla macchina, la fronte aggrottata, e si avvicinò a lunghi passi all'uomo
«Ehi, amico, che succede?»
«Mia moglie» disse lui, torcendosi le mani «Sta partorendo, credo. Le si sono rotte le acque».
Uno strillo confuso, che poteva essere forse interpretato come "Philip, sbrigati!" si alzò acutissimo dall'automobile parcheggiata del tizio.
Jacob fece una smorfia «Ha bisogno di un dottore, noi non possiamo...»
«Avete un cellulare?» domandò il tizio, la faccia speranzosa e spaventata insieme, ma prima che potesse finire di dire "are", gli avevo lanciato fra le mani il mio.
Lui mi guardò e sorrise, un sorriso ansioso, tenue
«Grazie» mi disse
«Si sbrighi. Faccia la sua telefonata» dissi, brusca «Su, che altrimenti sua moglie partorisce senza di lei».
L'uomo fece la sua telefonata. Inquieta, mi misi a passeggiare avanti e indietro, ascoltando distrattamente il tizio che comunicava approssimativamente la sua posizione ad un medico e strillava che sua moglie aveva bisogno di aiuto. Se avessi avuto il tempo, dannazione, avrei trovato un modo io stessa per aiutarla, ma dovevo andare al mio spettacolo della WWE, quindi che se ne occupasse un dottore vero.
«Grazie mille, non so come sdebitarmi» Disse l'uomo, dandomi finalmente indietro il telefono.
Era biondo, con i capelli pettinati all'indietro, piccole rughe d'espressione intorno agli occhi rivelavano che si trattava di un tipo che sorrideva spesso e aveva le labbra sottili, rosee. Mi fece un po' pena: era terrorizzato e speranzoso e completamente spiazzato.
«Niente di che» Risposi, gentile «Ma siamo davvero molto di corsa, dobbiamo andarcene»
«Non volete battezzare il bambino?» ci propose lui, all'improvviso, afferrando un polso di Jacob
«No» risposi «Dobbiamo andare. Grazie della generosa offerta»
«Grazie ancora»
«Andiamo! Forza, Jacob, forza!».
Corremmo di nuovo all'auto e ripartimmo speditissimi. Sperai che nient'altro di strano si fosse frapposto fra me e il mio sogno che stava diventando realtà.
«Wow» Disse Jacob «Abbiamo appena salvato le chiappe di quel tizio»
«No, Jake. Gli abbiamo solo fatto chiamare un dottore, se la sarebbe cavata»
«E la donna?»
«Le donne hanno partorito senza dottori per millenni» dissi, un po' acida, poi aggiunsi con un una punta di rimorso «Tuttavia ammetto che partorire con uno specialista ad assisterti è sicuramente molto più sicuro, se guardiamo a quanti bambini e donne sono morti nel passato...».
Dopo neanche duecento metri, un posto di blocco della polizia ci fermò. Un agente nero, con grandi occhi e denti bianchi come quelli della pubblicità del dentifricio, mi guardò come se fossi la peggiore criminale dell'universo, cosa che non ero considerato che avevo anche appena prestato il mio telefono ad un uomo per fargli chiamare un dottore.
«Patente e libretto»
«Si, agente» estrassi dalla mia tracolla la mia patente e gliela porsi, mentre Jacob si affannava a cercare le carte relative alla macchina
«Dove siete diretti?» domandò il poliziotto, dopo aver dato la mia patente al suo collega perché con un controllo incrociato al computer si assicurasse che fosse tutto a posto
«A Seattle» risposi «Andiamo a vedere uno show di wrestling»
«Oh. Fico. Ora apri il bagagliaio»
«Cosa?»
«Non discuta con me, signorina»
«Non sto discutendo» risposi, premendo il pulsante che apriva il bagagliaio.
Probabilmente al solo scopo di farci perdere tempo, i due agenti frugarono in ogni angolo della macchina, infilarono le teste nel bagagliaio, nei finestrini e infine vollero guardare anche dentro lo zaino.
«Signorina, perché si porta dietro tutte queste cose, se deve vedere solo uno show di wrestling?» Mi domandò scettico l'altro agente, un pallidone alto e secco con il naso largo
«Perché tutto deve essere perfetto» scandii «Niente ci deve trovare impreparati. È il sogno della mia adolescenza»
«Davvero?» sollevò un sopracciglio
«Davvero. E se posso sapere come mai stiamo perdendo così tanto tempo... cosa state cercando... sarò lieta di darvelo...».
Qualcosa nella mia espressione lo convinse finalmente a lasciare stare. L'agente nero mi riconsegnò finalmente la patente
«Ci dispiace per il tempo che vi abbiamo preso» disse «Signorina Cigna, lei somiglia terribilmente ad una pericolosa criminale, affiliata di una banda suburbana, che stiamo cercando. Ma i suoi documenti sono a posto e non è lei»
«Certo che non sono io» feci un sorriso nervoso «Quindi... posso andare?»
«Si, può andare signorina»
«Viva il suo sogno anche per noi» mi augurò il pallidone, diventato d'improvviso estremamente cordiale.
Finalmente ripartimmo. Non appena fummo abbastanza lontani, Jacob Black prese a ridere fortissimo e mi diede una dolorosa manata sulla spalla.
«Sei ricercata» Mi disse «Sei di una banda suburbana!»
«Gni gni gni... ridi ridi, iena... ci stanno facendo perdere tempo con tutte le più becere motivazioni del mondo»
«Ma tanto lo show è stasera, non preoccuparti, arriveremo in tempo di sicuro. Piuttosto... poi dobbiamo fare quattro ore di viaggio indietro al buio
«Può darsi»
«Come sarebbe a dire "può darsi"? E la tua meticolosa pianificazione della giornata perfetta?»
«Jacob, non ho pianificato cosa succederà dopo»
«E come mai?»
«Dopo è dopo. Io avrò visto il mio spettacolo, è finita. Dopo possono succedere cose. Ce la caveremo»
«Se non ti addormenterai guidando di notte»
«Non mi addormenterò, Jacob. Sarò troppo su di giri per farlo»
«Secondo me invece ti addormenterai perché sarai stanchissima. A me capita, quando sono contentissimo per aver fatto una cosa bella. Essere molto contenti ti succhia tutte le energie, sai?»
«Può darsi» ammisi di nuovo «Ma per ora pensiamo ad arrivare sani e salvi a Seattle».
Per fortuna per quasi un'altra ora non accadde nulla. Poi, però, ci imbattemmo in una lunghissima fila di auto e fummo costretti a fermarci... e questa volta non potevo uscire fuoristrada, visto che c'erano veri e propri muretti oltre i guardrail.
«Noooooo!» Ringhiai, esasperata «E ora che cavolo succede?»
«Non lo so» Jacob abbassò il finestrino e sporse la testa «La coda è troppo lunga, non riesco a vedere come mai siamo tutti fermi»
«Non un altro incidente, ti prego...»
«E se lo fosse?»
«Vado a risolvere tutto» dissi, scendendo dalla macchina e mettendomi a correre.
Jacob scese dietro di me e prese a seguirmi
«Aspettami!» esclamò, allibito «Che cosa vuoi fare?»
«Qualunque cosa ci sia alla fine di questa coda» dichiarai, seria, trottando «Lo farò muovere».
Finalmente avvistammo cosa aveva fatto fermare il traffico: un camion fermo, messo trasversalmente ad occupare quasi tutta la carreggiata. Un camion sulla cui fiancata era stampato un John Cena gigante e la W bianca e rossa della WWE. Dovetti soffocare una parolaccia mentre mi mettevo a correre a testa bassa verso il mezzo immobile.
Jacob tentò di fermarmi, ma sgusciai dalla sua presa e zigzagai fra le macchine.
Quando arrivai vicina al camion, vidi l'autista seduto con la testa fra le mani e una donna che gli dava pacchette sulle spalle.
«Che succede?» Domandai, preoccupata ed alterata insieme
«Si è sentito male» spiegò la donna, guardandomi «Per fortuna è riuscito a non fare un incidente»
«'Al di 'esta» disse il conducente, con il cappellino della WWE calcato sulla grossa testa.
Era un ometto dalle mani molto arrossate e ora che le aveva spostate un po' per riuscire a guardarmi vedevo i suoi occhi lucidi, bruni.
Gli automobilisti stavano iniziando a perdere la pazienza e molti di loro avevano iniziato a premere sui clacson, ma era chiaro che l'autista del camion non poteva spostare quel bestione di mezzo in quelle condizioni, altrimenti rischiava di schiacciare qualcuno e spiaccicarsi contro un muro.
«Non si preoccupi» Dissi, con la mia voce più rassicurante e decisa «Ho quello che fa per lei, mi aspetti qui».
Corsi di nuovo indietro, di nuovo sfuggendo alla presa di Jacob che gridava «Che fai?! Che fai?!».
Tornai alla macchina e frugai nello zaino. Ed eccoli lì! Antidolorofico e aspirine del mio cuore, sapevo che mi sarebbero tornati utili! Li afferrai, insieme alla bottiglietta d'acqua, e ripresi a correre. Inciampai inaspettatamente nei miei stessi piedi e diedi un colpo di testa ad una macchina, ammaccandomi il naso in un tripudio di acuto dolore. Ignorai il dolore, controllando invece che il mio kit di salvataggio fosse illeso.
Il dolore non mi avrebbe fermata.
«Bella, ti sei fatta male?» Jacob mi aiutò ad alzarmi «Che stai facendo?»
«Porto le medicine al conducente» risposi
«Ma...»
«Levati. Dobbiamo salvare lo show»
«Ma...»
«È un camion della WWE»
«L'avevo notato dal John Cena gigante».
Corsi dall'uomo e gli diedi le medicine, spiegandogli come prenderle al meglio.
«Grazie» Disse lui, provando malamente a sorridere «Soffro di emicranie... di solito porto sempre con me i medicinali per queste occorrenze, ma oggi... qualcuno deve avermi preso la valigetta, perché non sono riuscito a trovarla»
«Non mi ringrazi. La prego, li prenda».
L'uomo sciolse una delle aspirine nell'acqua della bottiglietta e bevve il contenuto, poi, dopo neanche un minuto, tornò alla cabina di pilotaggio.
«E l'antidolorifico?» Gli gridai dietro
«Prima devo iniziare a spostare il camion» mi rispose «Ce la faccio. Credo. Si, ce la faccio. Fra poco l'aspirina farà effetto per bene e mi aiuterà»
«Dovresti aspettare» quasi non credevo alle mie parole «E vedere se va meglio»
«Non preoccuparti. Te l'ho detto, è cronico, sono abituato a sapere come funziona. Mi sento più sicuro a portare questo dietro» mi mostrò la confezione dell'antidolorifico «E poi stava già iniziando a scemare».
Mi spostai per permettergli di chiudere la portiera. In pochi istanti il camion ripartì e io iniziai a correre verso la macchina di Jacob.
«Forza, lumacone!» Gridai «Forza, seguiamo il camion!»
«Bellaaaaa!» lui mi si precipitò dietro «Tu sei completamente pazza!»
«E intanto ho salvato lo show».
Mi sentivo brilla di felicità. Ero frizzante, come bollicine di champagne. Avevo visto un camion della WWE, lo avremmo potuto seguire fino all'arena. Ci stavamo avvicinando, ora potevo toccare con mano quell'esperienza. Avevo salvato lo show.
Riaccesi il motore e riavviai l'automobile. Jacob estrasse un fazzolettino
«Asciugati il naso, per la miseria» mi disse
«Oddio, mi cola il naso? Scusa, Jake!»
«Ti scusi? Non è moccio, Bella, è sangue».
Presi il fazzolettino che lui mi porgeva e mi asciugai la narice sinistra, che in effetti era piuttosto intasata e bagnata. Il naso mi faceva ancora male, ma sempre di meno, anche se pulsava in modo fastidioso.
«Sei sicura di non essertelo rotto?» Chiese Jacob
«No» risposi «Ma non importa»
«Sei completamente fuori di testa» commentò «E io che credevo che tu fossi una di quelle ragazze piene di buon senso»
«Lo sono. Solo non oggi».
Il traffico si mosse e dopo cinquecento metri quasi tutte macchine avevano superato il camion, tranne noi che gli stavamo dietro. Sperai che il conducente stesse bene. Volevo bene a quel signore con il cappellino che soffriva di emicranie frequenti, riuscivo in qualche modo ad empatizzare con lui.
«Mi piacerebbe avere della musica» Dissi «Mi darebbe un po' di carica»
«Belarda... l'autoradio... è proprio qui accanto alla tua mano» Jacob me la indicò «Guarda che bella»
«Accendila, dai!» dissi io, sorpresa dalla mia sbadataggine «E cerca qualcosa di tosto».
Lui si mise ad armeggiare con le manopole finché non trovò del rap che non avevo mai sentito, ma che suonava tosto abbastanza.
«Belarda Cigna» Dissi, tirando su con il naso «Oggi salva il mondo e poi realizza il suo sogno»
«La folla esulta?» fece Jacob, titubante
«No. La folla ha praticamente perso la testa per lei».
Seguimmo il camion fino a Seattle. Quando entrammo in città ero ormai brilla di contentezza. Eravamo arrivati.
«Devo fare pipì» Disse Jacob, senza imbarazzo
«La farei quando saremo arrivati. Ce l'avranno un bagno, no?»
«Tu non devi farla?»
«L'ho fatta alla stazione di servizio»
«Ma è stato ore fa...»
«Non sono incontinente, Jacob»
«Neanche io» borbottò lui «Ho solo bevuto più di te».
Trovammo un parcheggio in un batter d'occhio, per chissà quale incredibile botta di fortuna pazzesca. Quando scesi iniziai a saltellare.
«Ti sanguina di nuovo il naso» Mi fece notare Jacob «Credi che sia perché sei troppo felice? Stai iniziando a brillare, credo» scherzò.
Mi asciugai il naso e guardai il fazzoletto: non era neanche vero che mi stava sanguinando il naso. Lanciai il pezzo di carta morbida in faccia a Jacob e lui me lo rilanciò contro.
«Troviamo un bar» Dissi «Prendiamoci un gelato, poi giriamo un po' intorno all'arena e poi...» congiunsi i pugni e lasciai che un brivido di piacere mi pervadesse «Ci guardiamo il wrestling».
Accanto a noi passò un omone dalla pelle scura, con un cappellino bianco e una maglietta che a malapena riusciva a contenere tutti quei pettorali.
Jacob lanciò uno strilletto, attirando lo sguardo del tizio.
«Bobby Lashley» Sussurrò allora Jake «Scusa. Sono un tuo fan».
Il wrestler gli sorrise e gli mostrò il pollice alzato
«Forte!»
«Posso avere un cinque?»
«Certo».
Bobby Lashley e Jacob Black si scambiarono un cinque mentre io barcollavo sul posto come una trottola quando stava ormai esaurendo l'energia di rotazione. Era troppo facile, mi sembrava di trovarmi in una fanfiction. Avevo incontrato già il primo wrestler. Era troppo facile.
«È troppo facile» Dissi ad un sorridente, felicissimo Jacob, quando Bobby Lashley si fu allontanato
«Troppo facile? Stai scherzando? Hai guidato fuoristrada, fatto partorire una donna, sei stata scambiata per una specie di mafiosa e ti sei rotta il naso per salvare lo show. È stato schifosamente difficile, Belarda. E abbiamo fatto uno schifoso viaggio di quattro ore in macchina»
«È troppo facile» ripetei
«Non è stato facile, Belardaaaa!» Jacob mi afferrò per le spalle e iniziò a scuotermi avanti e indietro «Non è stato facile!»
«O-o-o-o-k J-a-a-a-c-c-o-b s-m-e-t-t-i-l-a».
Lui mi lasciò andare e dovetti ammettere con me stessa che quella bella scossa mi aveva fatto bene.
«Hai ragione» Disse «Non è stato troppo facile. È stato normale. Anche se ho appena visto un wrestler, tipo, un wrestler vero»
«Guarda che sono persone, come me e come te»
«No, Jacob. Loro non sono fatti di carne, sono fatti di wrestling».
Scoppiammo entrambi a ridere e andammo a prenderci un gelato. Ce l'avevamo fatta, eravamo a Seattle, c'eravamo in tempo, e lui era riuscito anche a dare un cinque a Bobby Lashley.

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 Aggiorneremo la storia su questo blog un pò più lentamente che su wattpad, quindi se avete la app di wattpad, oppure vi piace leggere direttamente da quel sito, continuate a leggere la storia da qui

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