domenica 8 marzo 2020

La Bambina della Sesta Luna - Moony Witcher

Una volta una diabetologa molto simpatica ci disse che uno dei libri preferiti di sua figlia era un certo "Nina, la bambina della sesta luna". Avendo a quel tempo già speso il nostro budget mensile per i libri in schifezze come "Bryan di Boscoquieto" e altre cose abiette che è meglio non citare neanche, non avevamo soldi per comprarci pure il romanzo di questa bambina e quindi niente...
E meno male! Perché anni dopo, finalmente, abbiamo trovato questo libro nella nostra biblioteca comunale, dove abbiamo potuto leggerlo gratis. E con gran soddisfazione. Sì, con grande soddisfazione, avete capito bene, ma non siamo soddisfatti tanto perché il libro è buono, quanto perché è brutto e non l'abbiamo dovuto pagare.
Siamo così contenti di non averlo dovuto pagare, di non aver seguito il consiglio della simpatica diabetologa!
Lo sappiamo che è un libro per bambini e che essendo rivolto a loro potrebbe risultare un po'... assurdo per degli adulti. Ma cercheremo comunque di recensirlo come se fossimo ancora dei bimbi. Eravamo dei bimbi estremamente esigenti ed antipatici, comunque, perciò non prendetevela a male: Nina può ancora essere la vostra eroina, anche se noi non le avremmo neppure rivolto la parola.
E con questa premessa, cominciamo con una nuova recensione spinosa.
 

1. La trama: La protagonista è Nina, una bambina di dieci anni piccina e secca secca ("dall'aspetto fragile" recita il libro) nonché saputella abbestia e semi-mary-sue ("dalla mente acuta" recita il libro, ma fidatevi, è una saputella) che non va a scuola ma viene istruita a casa e fa gli esami da esterna, visto che è ricca come Paperon de Paperoni e ha tutto quello che una bimba possa desiderare.
Sul palmo della mano destra ha una voglia rossa (una "voglia di fragola" dice lei) a forma di stella a cinque punte.
La simpatica piccina vive con le sue due zie a Madrid. Oh, poffarbacco, è orfana la poverina, come tutti i protagonisti del mondo? No, ma è come se lo fosse: i suoi genitori hanno un incarico importante che li porta all'estero di continuo.
E che che lavoro faranno mai questi due genitori, per essere giustificati dell'aver praticamente abbandonato la loro figliola? Quale misterioso incarico da spie con licenza di uccidere? Sono forse degli spacciatori colombiani? Sono bodyguards del presidente degli Stati Uniti d'America? Sono entrambi astronauti in missione su un pianeta extra-solare?
No.

"[..] I suoi genitori avevano avuto un incarico molto importante al Ferk, il Centro ricerche di Mosca noto in tutto il mondo per gli studi sulla vita extraterrestre. Vera e Giacomo erano due scienziati molto quotati ed apprezzati e quel lavoro lo avevano ottenuto dopo anni di sacrifici"

Ah. I genitori cercano di... contattare gli alieni. A Mosca. E quindi hanno lasciato la loro bambina in Spagna? Non potevano portarla con loro a Mosca?


"E il Ferk non era certo un luogo dove fare rimanere i bambini 24 ore su 24"
 

Oh. Ok. Quindi ci volete dire che questi due poveri cristi, Vera e Giacomo, lavorano ventiquattr'ore su ventiquattro, non vanno mai a casa, non hanno un posto dove alloggiare, ma stanno continuamente con l'occhio appoggiato ad un cannocchiale a scrutare il cielo alla ricerca di omini grigi? Bello. Poco credibile, ma... bello. Sembra sempre di più che questi qui abbiano smollato la propria figliola alle zie perché non la volevano tra i piedi, dandosi alla pazza gioia a Mosca, fra litri di alcool e dubbi accordi con spacciatori russi.
Ma torniamo alla nostra Nina!
Nina vive con le sue due zie (o prozie? Non è ancora chiarissimo) Andora e Carmen, nonché con due animali: un alano ("[...] di tanto in tanto accarezzava il suo amico fidato Adone, un alano nero di 85 chili che dormiva accanto a lei") e un gattino di nome Platone.
Quindi, ricapitolando, Nina ha i soldi che le escono dalle orecchie, i genitori che le lasciano fare quello che vuole perché sono a Mosca, non va a scuola e possiede sia un gatto che un cane enorme. Non sappiamo voi, ma questo è quello che da bambini avremmo reputato essere il paradiso.
Nina, però, non è una bambina come tutte le altre: ha ereditato dal nonno materno Misha poteri magici e capacità alchemiche, quindi a casa non studia solo matematica, geografia, italiano e scienze come noi poveri sfigati, ma anche alchimia e magia, così, come se fossero cose normali.
Ok, vogliamo diventare Nina sempre di più.
Un bel giorno, Nina riceve dal suo amato nonno Misha una lettera in cui le chiede di raggiungerlo urgentemente e in gran segreto a Villa Espasia, a Venezia. Figo figata.
Nina si prepara tutta per andare a stare dal suo nonno/maestro, ma la voglia a forma di stella sulla sua mano diventa enorme e nera, gli animali iniziano a fare scasso, il gatto gnaula disperato, il cane cerca di buttare giù la porta a zampate... Nina sembra in preda ad un trip andato malissimo e vede un uomo brutto nello specchio del bagno.

"[...]Si guardò allo specchio e vide, come immerso in una nuvola di fumo giallo, il volto di un uomo bruttissimo, calvo, con gli occhi piccoli grigi, un pizzetto nero sul mento e i denti gialli".

Poi la calma. Per un po'.
A poche ore dalla partenza avviene una disgrazia: il vecchio Misha schioppa.
Chissà perché ce lo aspettavamo dopo il trambusto di segni nefastissimi.
Arrivata a Venezia per i funerali del nonno, un notaio fa praticamente leggere a Nina (e agli spettatori) il testamento del vecchio.
La bambina ricca e viziata scopre così di aver ereditato Villa Espasia e il suo laboratorio alchemico. Così, perché non possedeva abbastanza roba.
Ma scopre anche una cosa non proprio bella: che dietro la morte di nonno Misha c'è il conte Karkon Ca' d'Oro, un alchimista e mago malvagio che vuole conquistare un certo Xorax, la Sesta Luna. Sesta luna di... cosa? Non c'è dato di saperlo.
Però il nonno faceva da mentore anche a quattro ragazzini veneziani: Cesco, uno spilungone occhialuto che ovviamente è qui per fare la parte dell'eroe, Fiore, che i suoi stessi amici (oh, che gentili!) chiamano svampita e che è un'appassionata d'arte, Roxy, una specie di bodybuilder nana detta la Maciste del gruppo ("Ehm, scusami... ma non so controllare molto la mia forza. Come vedi, i miei muscoli sono ben sviluppati") ed infine Dodo, colui che amiamo e rispettiamo, la rappresentazione di tutti noi, un ragazzino intelligente ma timido che non vuole, giustamente, morire e che per questo viene chiamato "codardo" dai suoi (oh, che gentili!) amici e bullizzato impietosamente, anche se *spoiler* a un certo punto verrà pure mangiato da un leone, dimostrando che aveva ragione lui, ma tanto continueranno tutti allegramente a canzonarlo come se essere mangiati dai leoni capiti tutti i giorni *fine spoiler*.
Questi magnifici quattro dell'apocalisse,hanno il compito ingrato, in cui ricaveranno ferite, botte, sanguinamenti e dolori sia fisici che mentali, di aiutare Nina nella sua missione. Eh sì, perché c'è una missione... fermare Karkon Ca' d'Oro, ovviamente!
Perché da sempre i Maghi Buoni come il nonno di Nina aiutano gli abitanti di Xorax a respingere il Male e, per farlo, possiedono uno scettro magico bruttissimo, con in cima un gufo d'oro obeso e dagli occhi rosa la cui specie risponde al nome di "gughi", e che tutti chiamano con l'altisonante nome di Taldom Lux (lo scettro ovviamente, non il gufo gughi).
Così iniziano le avventure di Nina, che dovrà scoprire piano piano i segreti del misterioso laboratorio del nonno, proteggere il Taldom Lux e la sesta luna, preparare magiche pozioni, bere sostanze palesemente velenose spacciandole per benefiche al fine di spingere i giovani lettori ad avvelenarsi, viaggiare nel tempo e nello spazio, combattere contro androidi e bullizzare Dodo, il più timido dei bambini che vorrebbe tanto non morire, ma che costringono comunque a fare cose folli contro la sua volontà. Tutto questo con una prosa praticamente logorroica (non abbiamo mai definito un libro così prima d'ora, ma siamo stati costretti) in cui succede tutto e il contrario di tutto in tipo tre pagine, con descrizioni appena abbozzate e un'azione serrata da film d'azione americano e scene horror di sublime, ineguagliabile inadeguatezza.
Riuscirà la bambina della Sesta Luna a fermare il potente e malvagio Karkon Ca' d'Oro? Lo scoprirete solo leggendo.
Leggendo questo e i SEI LIBRI SUCCESSIVI e noi non ne abbiamo le forze. Fatelo voi e fatecelo sapere.


2. La copertina
Questa è la copertina del libro che abbiamo preso nella nostra amata biblioteca comunale. Letteralmente, la abbiamo scannerizzata:

Ma che diavolo ha la faccia di quel gatto? E quello sotto è tutto collo?

Che cosa abbiamo da dire? Questa è un'insta-classic. Magica quanto basta, con una buona composizione, un sapiente uso dei colori. Lo stile con cui sono disegnati gli umani non è fra i nostri preferiti, ma non c'è nulla di cui lamentarsi: è una bella copertina.
Vorremmo visitare quel laboratorio. Vorremmo toccare il libro d'oro con il gughi abietto sulla copertina. Vorremmo leggere tutte le etichette di tutti i barattoli.
L'unica cosa che... ok... un po' fa paura è quel gatto. È brutto, si può dire? È brutto. Proprio brutto.

Ed ecco il retro della copertina, con un piccolo estratto dalla narrazione (che comunque è uno dei pezzi più bellini, fin qui eravamo intrigati, eh):




Ma il tempo passa, i libri vengono ristampati, nascono nuove edizioni... nascono nuove copertine.
Ed ecco alcune copertine moderne:



1. Questa è chiaramente la versione "prendiamo la copertina originale, ma appiccichiamola, più piccola, sulla copertina nuova".
Wow, che classe. Che innovazione. Che differenza! Che poi, ridiamo e scherziamo, ma non è mica brutta come copertina, eh. Quasi quasi rivaleggia con l'originale (considerando pure che l'originale è presente anche qui...).

Nina, la bambina col gatto inutile



2. Una copertina più minimale, ma con qualcosa di magico, in cui Nina regge il Taldom Lux (lo scettro col gughi) e il piccolo gatto Platone, che qui è messo mooolto meglio di com'era nella copertina originale. Almeno non fa paura. Copertina carina, ma niente di superlativo.




Karkon è verde, Platone è rosso, scappa Nina a più non posso!

3. Questa graziosa copertina racchiude in sé tutti gli elementi più importanti del primo libro (anche se non ricordavamo certo che Karkon fosse verde, ma vabbè) e, sebbene dia un feeling meno "magico", si tratta di un'illustrazione assolutamente adorabile. È quasi un peccato non aver visto questa dal vivo, bella grande, ma di avere solo questa minuscola immaginina.

Scusate le immagini piccolissime, ma su internet non abbiamo trovato altro...
Però una cosa ci incuriosisce: perché su tutte le copertine c'è il gatto (che non serve assolutamente a nulla nella trama), ma su nessuna il cane? Suvvia, un alano di ottantacinque chili avrebbe fatto la sua porca figura! Anzi, petizione per levare pure Nina dalla copertina e tenere solo il cane.

3. Cosa ci è piaciuto:
Che fosse un libro illustrato. Molte illustrazioni sono anche graziose, eh! Tutte in bianco e nero (o sarebbe meglio dire in scala di grigi) purtroppo, ma con un tipo di nostalgico, infantile tratto di matita che ben si accorda a una storia magica per bambini.
Ci è piaciuta molto anche la rappresentazione di un cane di taglia grande come giocherellone e dolce, invece che extra-protettivo, animalesco o aggressivo come al solito, e l'amicizia fra quest'ultimo e un dolce micino, che però occupa solo poche pagine. Poche righe, a dire il vero.
E poi... sì, ci sono piaciute anche le scene horror. "Come le scene horror?" Chiederete voi, un po' in preda al panico "Ci sono scene horror in un libro per bambini di otto anni?".
Sì, ci sono, e sono sublimemente fuori posto. Ad esempio, citiamo la scena che più ci ha sorpresi (non la più horror, magari, ma abbastanza sorprendente): *attenzione spoiler* una delle zie di Nina è stata sostituita da un androide con le sue fattezze, che da anni ormai spia la famiglia della bambina per conto di Karkon. All'inizio tutti credono che la zia sia morta (c'è un sacco di morte in questo libro, sappiatelo), ma poi scoprono che in realtà il suo corpo è ancora vivo, ma viene tenuto prigioniero. Nina e i suoi amici la trovano e cercano di liberarla, ma la zia non da alcun segno di vita... trovano però sul suo cuoio capelluto una cicatrice a forma di K (la K di Karkon, che quel cretino mette dappertutto, pure sui vestiti suoi e dei propri seguaci) e comprendono che alla zia è stato asportato chirurgicamente il cervello.
La zia è interconnessa all'androide, che ora è stato spento, e ragiona praticamente con il cervello dell'androide. Insomma, più o meno hanno estratto il cervello alla zia e lo hanno infilato in un robot, e se il robot muore, anche lei schioppa. Diteci se non è horror questo! Ma di quello bello però, non quello fatto a caso *Fine spoiler*.
Le scene spaventose di questo libro sarebbero state molto meno sprecate in un libro per ragazzini un pochino più grandi, comunque (diciamo 13-14 anni).
Un'altra cosa formidabile del romanzo sono i nomi degli artefatti e dei luoghi. "Pandemon Mortalis", il nome della spada di Karkon Ca' d'Oro, è semplicemente fighissimo, così come quello del "Taldom Lux". Il laboratorio del nonno, piazzato sotto un lago, si chiama "Acqueo Profundis". Ahh, i brividi! I nomi degli artefatti sono semplicemente fantastici.


4. Cosa non ci è piaciuto:

Da dove iniziare? Non vogliamo che questa recensione sia troppo lunga, quindi dovremo mantenerci brevi su questo punto e... non sarà facile. Non sarà affatto facile. Dovremo lasciare fuori qualcosa, perché di punti opinabili ce ne sono pure troppi...
Ad esempio le inesattezze scientifiche ci mandano in pappa il cervello. Questo dovrebbe essere un libro su scienza, magia e alchimia! Speravamo di imparare qualcosa di nuovo, non di disimparare roba.
Cominciamo dalla pagina uno, capitolo primo.
Sulla testiera del letto di Nina c'è una frase, scritta su un pannello di compensato, che dice:

"Noi, piccoli esseri dai cervelli grigi,
abbiamo tanto da imparare.
Noi, brevi vite senza una meta,
dobbiamo guardare il cielo e pensare."

Ehh... cominciamo male. Perché se lo scopo è quello di spingere i bambini a diventare edotti, non potete aprire il romanzo con un'inesattezza grossa come una capra obesa. I cervelli degli esseri umani (come pure di tutti i mammiferi) sono rosa, non grigi: il nostro encefalo diventa grigio solo quando muore.

Quindi cos'è questo, un auto-insulto? "Noi piccoli esseri dai cervelli morti"?
Proseguiamo...
Molto spesso, Nina e i suoi amici fanno delle pozioni che servono per tante cose diverse e le bevono. Peccato che siano fatte con roba palesemente velenosa! Ma che diamine... e se i bambini lettori li imitassero?
Ricordiamo, l'età consigliata per questo libro è di otto anni! Otto anni! A otto anni un bambino può ancora bersi la candeggina perché ha un bel profumo, figuriamoci se non si mette in bocca qualunque veleno perché crede che gli possa dare dei superpoteri!

Ecco alcune cose che vengono "consigliate" da questo libro, alcune imitabili (sebbene con conseguenze catastrofiche) e altre... un po' meno:

1. Lavarsi con 8 litri d'argento liquido e acqua salis (per purificare e dar luce bianca alla pelle). Considerano che il punto di fusione dell'argento è a 961,78 °C, se uno vuole morire è proprio consigliato.

2. Bere l'antimonio. Dal taccuino di nonno Misha "Disintossica da ogni veleno e dà la conoscenza perfetta [...] una dose è di 3 gocce". Da Wikipedia: "L'antimonio e molti dei suoi composti sono considerati tossici. Clinicamente l'avvelenamento da antimonio è molto simile a quello da arsenico. A piccole dosi provoca mal di testa e vertigini, a dosi più alte provoca attacchi di vomito violenti e frequenti e porta alla morte nell'arco di pochi giorni." B-bello. M-molto disintossicante, vediamo.

3. Bere potassio puro. Dal taccuino di nonno Misha "Fa parlare nel sonno e dà allucinazioni e premonizioni. 31 gocce sono sufficienti per ottenere l'effetto". Vi diciamo una cosa simpatica: l'intossicazione da potassio è chiamata iperkalemia e la gravità di questa condizione è molto alta. L'iperkalemia, se non trattata e ingravescente, può portare fino alla morte. A onor del vero, una sola assunzione massiccia non può uccidervi, ma 'sti bambini alchimisti mi danno l'idea (specie Nina) di essere capaci di farlo un giorno sì e uno no e rimanerci secchi...

4. Bere cinabro. A parte che il cinabro non si può bere, perché è solido, ma vabbé... il libro recita:


"Cinabro è il risultato della mescolanza
di mercurio metallico
o argento vivo con lo zolfo.
Bollire ed evaporare con due ore.
Bevendo otto sorsi di tale intruglio
i corpi si sollevano da terra". 

No, bevendo otto sorsi di tale intruglio i corpi SCHIOPPANO MALE.

È vero che il cinabro, chimicamente, è un'unione di zolfo e mercurio (come mai c'hanno azzeccato? Wow), ma è anche vero che il mercurio è tossico e lo zolfo, quando si unisce all'idrogeno o sta bruciando, puzza. E puzza tanto. La tossicità del mercurio è nota sin dall'antichità: i Romani erano infatti a conoscenza dei sintomi nervosi dell'esposizione all'elemento. I romani sì, ma evidentemente Moony Witcher, la scrittrice di questo libro, no. Oppure sta cercando di ammazzare i bambini?

5. Bere il rame. Quindici gocce, per l'esattezza, al fine di ottenere "forza vitale". Vabbé che il rame non è letale né particolarmente velenoso, ma... come si fa a berlo? Lo si dovrebbe squagliare, visto che in natura si ritrova solo allo stato solido, ma il suo punto di fusione è a 1084,4 °C. Non sappiamo voi, ma noi quindici gocce di metallo liquido a questa temperatura non ce le butteremmo in gola.

Ma vabbé, lasciamo stare un attimo le imprecisioni scientifiche. Andiamo a una cosa più interessante in un libro per bambini, ovvero gli animali fantastici.
Gli animali (e le piante) fantastici sono bruttissimi. Un incubo travestito da... incubo, visto che neanche le illustrazioni hanno intenzione di mascherare il loro aspetto.
Si tratta probabilmente dei character design più pigri, randomici e mal assortiti che abbiamo mai visto e come se non bastasse, al contrario di come avviene per gli artefatti, hanno nomi di cui probabilmente, pur non esistendo, si vergognano.
A parte il gughi (il GUGHI! È un uccello leggendario fortissimo e si chiama GUGHI!), un ciccione monopode (sì, ha un piede solo) troppo chiaramente ispirato ad un gufo, potete scegliere fra i seguenti orrori:

A. L'ondula, una farfalla arancione con la faccia da persona. CON LA FACCIA DA PERSONA. E no, non intendiamo che ha un faccino vagamente antropomorfo, tipo con gli occhietti, il nasino e la boccuccia, come l'ape Maia, no, viene proprio descritta come "farfalla dal volto umano". Umano. È molto specifico: ha una faccia da persona umana. Terrificante.

B. Il quaskio, un pesce minuscolo, dal nome sfigato e che manco sa nuotare, goffo in acqua quanto sulla terra, che però depone uova contenenti pietre preziose. Come si riproduce se nelle sue uova ci sono le pietre preziose e non i suoi figli? Non ci è dato di saperlo.


C. Il tintinno, un animale a forma di campana (oddio, è vuoto dentro? Speriamo di no, speriamo che la forma sia solo quella esterna) alto un metro e che quando cammina tintinna. Eh, giusto. Il tintinno tintinna.

D. Lo sbacchio. LO SBACCHIO. Questo essere satanico, per metà pokémon e per l'altra metà demonio, è un batuffolo bianco con orecchie e bocca gialle, che non sa camminare, ma salta soltanto su due zampe a molla e sputa bolle. Non sapendo camminare, i ragazzini lo devono portare in braccio dappertutto, ma non fatevi ingannare dalla dicitura "batuffolo", perché il mostro è alto tipo un metro e peserà probabilmente trenta chili oltre ad essere fastidioso, inutile e bruttissimo. Ah, e ha le labbra molto carnose. E il sangue giallo. E i ragazzini lo portano volontariamente dalla Sesta Luna alla terra, anche se porta più guai che altro ed è buono solo a farsi mangiare dai topi e morire.

Le piante neanche ve le raccontiamo. Vi diciamo solo i nomi, non abbiamo la forza per raccontarvele. Siete pronti? Fustaffa. Skiffio. No... non ce la facciamo.

Passiamo ad un altro punto. Sapete cos'altro non c'è piaciuto? La separazione netta fra male e bene, così netta che appiattisce completamente i personaggi e nasconde la realtà della narrazione. Avete presente, no, i cattivi portano tuniche nere e dicono "ah, siamo malvagi, amiamo le cose sporche e cattive" e i buoni dicono cose tipo "che bello, sì, l'amicizia, la libertà, i bambini di tutto il mondo"?
Ecco, questo libro è tutto così. E i cattivi sono tutti identici fra loro. Cambia un po' l'aspetto fisico, ma dentro sono tutti uguali.
Il problema è che, visto che Nina viene fatta passare per buona, buonissima, cavaliera santa dell'universo, i bambini potrebbero non vedere nei suoi comportamenti della negatività, anche laddove essa esiste. Un caso che salta immediatamente all'occhio è il modo in cui lei insulta il povero Dodo, il ragazzino timido del gruppo, costringendolo a fare anche quello di cui lui ha (giustamente, aggiungeremmo) paura. Nina non è una bambina buona. I suoi amici, in un modo o nell'altro, sono costretti a seguirla e supportarla, e quando dubitano di lei, perché lei racconta di cose assurde, la narrazione vorrebbe spingere il lettore a pensare che sia sbagliato dubitare dei propri amici anche quando dicono cose impossibili.
Noi invece diciamo che la fiducia va meritata e che non basta essere una bambina con una stella sul palmo della mano per avere in mano anche la verità.
E qui arriviamo all'ultimo punto che tratteremo nella sezione "cosa non c'è piaciuto", perché questa recensione sta diventando decisamente lunga. L'amicizia. L'amicizia in questo libro non sembra genuina, non c'è mai un vero momento in cui questi bambini si apprezzano e apprezzano la reciproca compagnia.
Nina conosce i quattro bambini, nel capitolo 3 del libro.
Nel capitolo 4, il giorno dopo, prepara una pozione per scoprire se le sono leali. IL GIORNO DOPO.
 

Dal libro:
"Infine agitò la bottiglia prima verso sinistra, per sette volte, poi a destra, per altre sette, pronunciando la formula magica: «Il mentitore cadrà se non dirà la verità. L'amicizia è salda e cara, se non si sputa la bevanda amara».
Soddisfatta esclamò: «Ora li metterò alla prova. Dovranno bere due sorsi ciascuno e se davvero mi saranno amici, non succederà loro nulla. Al contrario, cadranno a terra svenuti»
[...] «Ma cos'è? Sangue?» chiese timorosa Fiore.
«No, non è sangue. È una pozione. Se volete essere miei amici dovete bere, altrimenti io non mi fiderò di voi. Non sputatela. Dovete proprio ingoiarla [...]»"


A noi questa Nina non sembra una bambina buona. Ci sembra una maniaca del controllo manipolativa, che non lascia spazio a sani dubbi, visto che quei poveracci dei suoi compagni la conoscono, ricordiamo, da un giorno. Non basta essere carini per essere belli e, francamente, Karkon Ca d'Oro sembra più affezionato ai suoi bambini-robot di quanto Nina lo sia ai suoi amichetti.

Decisamente non è un buon messaggio in un libro per bambini.

Voto complessivo: 50 su 100. Se 100 Punti sono un buon libro, cinquanta sono a malapena un libro... ma che ci volete fare, siamo stati generosi perché ci piacciono i libri illustrati

A chi lo consigliamo: a un bambino/a di sette o al massimo otto anni a cui piacciono le cose fighe, la magia, le battaglie e le "sparatorie" fantasy. Lo stile è semplicissimo, proprio lineare lineare, e quando si hanno otto anni, a volte, si amano i romanzi in cui succedono 234244234 al minuto e non ci sono descrizioni. Ah, la fantasia sfrenata dei bambini, che colma le lacune immense dei libri brutti!

Dove potete trovare il libro: un po' dappertutto, comprese le vecchie biblioteche. Su Amazon lo trovate di sicuro, ma perché comprarlo (perché proprio questo libro, di tutti i libri del mondo?) quando potete leggere a scrocco? Evviva le biblioteche comunali! Recatevi alla più vicina e dateci dentro;

Che cosa ne pensate del libro? Siete d'accordo con noi su tutto, siamo stati troppo cattivi (perché un po' cattivi lo siamo sempre, è normale nelle recensioni spinose) o siamo stati troppo indulgenti? Fateci sapere, e alla prossima recensione!


P.S. Suggeriteci libri da recensire che vi piacciono! (Meglio se sono gratis, che siamo senza soldi. Ma accettiamo di tutto).

Un boccaccio di Amuchina - 5. D'amore e morte


 + D'amore e morte, una storia di Nuan Huan +
Piacere di conoscervi, il mio nome è Nuan Huan. Raccontare storie non è mai stato né il mio mestiere né la mia passione, ma farò del mio meglio, lo prometto.
Dato che quando costruisco oggetti metto insieme tanti materiali diversi, ho pensato che fosse la stessa cosa anche con il raccontar storie; ringrazio tutti quelli che hanno raccontato qualcosa prima di me e mi hanno ispirata.
Se la mia storia vi piacerà, ne sarò felice.
In principio vi erano il Caos, la Terra, e l’Abisso.
Tra loro si amavano di un amore tenero, anche se questo sentimento non aveva ancora un nome nei tempi remoti da cui comincia la nostra avventura; esistevano, sicuri della presenza degli altri anche quando non guardavano, e prosperavano.
Questo loro affetto cresceva di giorno in giorno, finché non seppero che il loro amore era abbastanza forte da garantire loro un miracolo, ma solo se avessero agito com’era giusto.
D’improvviso sapevano cosa dovevano fare e non se ne chiesero la ragione, perché gli dei non hanno bisogno che di esistere per lungo, lungo tempo per adempiere alla loro natura, e ogni loro sentimento e intento crea miracoli.
Il Caos mulinante spalancò le sue ali per raggiunger Tartaro l’Abisso e gli affidò un uovo che aveva deposto, che lasciò tra le braccia dell’Abisso. L’Abisso tenne al sicuro la creatura che cresceva nell’uovo del Caos e Gaia la Terra vi infuse la vita con un sospiro tenero, e quando l’uovo schiuse, due gemelle alate ne uscirono tenendosi per mano: erano la Notte e l’Oscurità.
Le due gemelle non riconobbero il Caos, poiché le sue fattezze mutavano in continuazione, così si separarono per essere cresciute da coloro che più le somigliavano: la Notte dagli occhi brillanti si accoccolò contro la schiena della buona Terra, sostenendola quando era stanca perché riposasse tranquillamente, mentre l’Oscurità sedette accanto all’Abisso profondo, in silenzio, eppure osservando.
Le due gemelle crebbero, ma non si dimenticarono l’una dell’altra e, dopo la rivoluzione dei lunghi secoli, decisero di incontrarsi nuovamente.
Che gioia fu! Anche se erano cresciute, non ci volle loro che un istante per riconoscersi e volare una tra le braccia dell’altra. Per un giorno la loro felicità fu tale che la luce delle stelle lontane fu spenta per un secondo, precipitandolo nelle tenebre delle due sorelle, e quelle stesse tenebre che coprirono tutte le luci dell’Abisso turbinarono e si condensarono in un bozzolo pulsante.
Le due sorelle decisero di vegliare su di esso, sorprese, ma avevano appena giurarlo di proteggerlo e accudirlo finché fosse stato necessario, che esso si svolse come un rocchetto di filo e da esso scaturì il grazioso Amore, donando finalmente un nome al sentimento che legava quelle creature divine che insieme coesistevano.
Non era mai esistito qualcosa di incredibile come Amore: al contrario di Notte e Oscurità, non somigliava solamente ad una delle altre divinità, ma sembrava riunirne tutte le loro caratteristiche in un unico essere, così che sfuggiva ad ogni definizione.
Era mutevole come Caos: era il dio più piccolo, eppure in un attimo poteva ingrandirsi e permeare il mondo come Oscurità; dalla sua schiena si dipartivano meravigliose ali, come quelle di Notte, rapide come turbini di tempesta, che gli consentivano di viaggiare tra i mondi a suo piacimento. Quelle ali erano fatte d’oro, materiale amato dalla Terra, e con la Terra Amore condivideva il saper portare passione e gioia di vivere.
Una nuova pace era nata insieme ad Amore, piccola divinità benvoluta da tutte le altre: il giovane dio non stava fermo un secondo, volava da un’entità all’altra con le sue ali scintillanti per portargli una notizia, un saluto, un bacio, e il suo arrivo era sempre accolto con gioia.
La vivacità che portava ispirarono la Terra, che sbocciò in una nuova bellezza.
«Cosa accade, Gaia?» Le chiese Amore, sporgendosi a darle un bacio su una guancia florida «Ti vedo diversa»
«Sto creando la vita, Amore mio» gli rispose lei
«La vita?» ripeté lui, affascinato. Non sapeva cosa potesse essere, perché gli dei non avevano mai chiamato il proprio stato vita, ma “esistenza”, però Gaia era quella che creava i giochi più divertenti e starla ad ascoltare era sempre un piacere.
«Sì. Avanzerà pian pianino, e Notte li sorveglierà di tanto in tanto, ma sarà una figlia diletta per me. Ti piacerebbe conoscerla, quando saranno pronti?»
«Anche prima, Gaia mia»
Amore stesso era ignaro di quale fosse la sua vera natura.
Tutti gli altri sarebbero rimasti uguali a sé stessi, per sempre, sarebbero semplicemente esistiti e questo sarebbe bastato loro per adempiere al loro destino di dei. Persino Caos, nel suo continuo mutare, in realtà non avrebbe fatto altro che quello e sarebbe stato quindi sempre uguale a sé stesso.
Ma per quanto non lo sapesse ancora, Amore… cento e più nomi avrebbero pronunciato per pregarlo, chiamarlo o maledirlo, e lui avrebbe risposto a tutti. Cento e più volti avrebbero associati a quei nomi nel corso dei lenti millenni, e tutti sarebbero parsi il suo.
Ma ancora, quando Gaia gli propose di osservare la sua nuova creazione, non si era reso conto di essere diverso da tutti gli altri dei; era troppo giovane.
Nel momento in cui Amore conobbe la vita, fu lì che iniziò… a crescere.


Amore osservò con meraviglia i minuscoli progressi che la vita faceva secoli dopo secoli, come tutto il pianeta di Gaia fu costretto a rimodernarsi in modi strani ed improbabili per fare spazio a questa nuova invenzione.
Con tutto il lavoro che doveva fare per badare a questa vita che aveva creato, la Terra prese a riposare una volta al giorno, e ogni volta Notte continuava a sostenerla perché riposasse meglio e si sporgeva a controllare la creazione di Gaia come le aveva promesso, anche se poteva sbirciare solo su un lato del pianeta alla volta per non disturbare la sua amata madre.
La vita non era una sola entità come tutte le divinità, ma erano centinaia, migliaia di piccole particelle che contenevano una briciola della forza di Gaia. Nascevano e si spegnevano nel giro di un batter d’ali, e forse proprio per questo la più piccola delle divinità ne rimase irrimediabilmente affascinato.
Amore desiderò ridurre la distanza tra loro per vederli da vicino e, istintivamente come accadeva per tutti i miracoli degli déi, seppe come doveva fare.
«Notte mia, per favore, sostieni anche me per un momento» Chiese all’altra, tenendole le mani.
Gaia capì quello che stava succedendo, e sorrise. La Notte lasciò che Amore si rannicchiasse tra le sue braccia e lo cullò, cantando dolcemente.
Forse era l’affetto che Amore portava alle nuove creature della Terra, o forse anche Notte ne era stata ispirata, perché la sua ninnananna arrivò alle orecchie d’Amore come un rimescolarsi di molte voci e suoni cari: il frinire di piccoli grilli dalle corazze nere, brillanti come giaietto, il richiamo lontano di rapaci notturni, un vento gentile che accarezzava le fronde di alberi che, stiracchiando i rami nodosi, cercavano di raggiungere ed abbracciare il disco della luna ad un tempo.
Amore chiuse gli occhi; la canzone cambiò mentre lui discendeva piano piano nelle tenebre della mente che Notte gli aveva prestato, man a mano che anche il pianeta di Gaia cambiava.
E così, si addormentò.
Quando si svegliò, era più piccolo di come fosse mai stato, e agitando i pugnetti si ribellò a quella sua nuova condizione. Nel corpo di un bambino, Amore alzò lo sguardo appannato al cielo e lo vide nero, trapunto di stelle, e riconoscendo le luci dell’Abisso e il buio di Notte si chetò e sorrise.
Quando gli déi si addormentano, anche se la loro essenza più grande si riposa laddove noi mortali non possiamo raggiungerli, talvolta sono i loro sogni che li conducono a noi. Così si incarnano in creature straordinarie, che noi scioccamente crediamo essere divinità del tutto complete, angeli, demoni o spiriti divini, e che in realtà non sono altro che un frammento vagante della mente di questi esseri profondamente addormentati, un loro pensiero, un’emozione che si riveste di materia.
Amore si era incarnato nel corpo di un bambino neonato, che aveva avuto origine da due delle manifestazioni terrene di Gaia: Afrodite, generata dal mare e incarnazione della bellezza, e Ares, bruta manifestazione della violenza e della lotta.
La mente di una divinità è grande, così grande e importante che quando un dio si distrae e i suoi pensieri vagano, essi raggiungono sempre qualche luogo. Gaia era così legata al suo pianeta che erano numerose le sue manifestazioni sulla Terra, e di tutte, nessuna era più appassionata di Ares e Afrodite, nessuna più degna di dare un corpo al piccolo Amore.
La natura mutevole del giovane dio donò ali e occhi ridenti al piccino in cui si era incarnato, simili a quelli della sua anima, e tanto era il divertimento che provava nell’avere adottato questa nuova forma, seppur momentaneamente, che ben presto la consapevolezza di stare sognando sfuggì dalla mente del bimbo divino.
Proprio come aveva desiderato era più che mai vicino ai viventi ora, e come essi cresceva in fretta.
Tra le creature della Terra si sparse presto la notizia dell’arrivo di questo piccolo Amore, tanto giovane quanto dotato di poteri straordinari, bello come un raggio di sole e discolo come un furetto!
Le altre creature divine, di cui scoprì presto essercene molte altre, tutte diverse da lui in un modo o nell’altro, erano avare della loro presenza con gli umani. Ma Amore no: appena ne fu in grado, iniziò a correre tra le strade dei paesi abitati, danzando tra la folla per osservare il via vai della città, poi a perdersi per le campagne. Cantava coi galli per svegliare i contadini e sorrideva, birichino, quando affacciavano alla finestra, per poi correre via, e le sue ali dorate sembravano poterlo portare ovunque.
Sua madre lo amava di tutto cuore, ma non sembrava mai preoccupata che gli accadesse qualcosa e lo lasciava libero di scorrazzare a suo piacimento. In qualche modo aveva ragione: mai nessuno cercò di fargli del male.
Amore imparò che sua madre e suo padre si amavano, ed ai suoi occhi questa era la cosa più importante del mondo, ma che sua madre era sposata con un altro uomo. Gli dissero che era di cattivo carattere ed incredibilmente brutto, e ovviamente questo fu tutto ciò che bastava perché nel piccolo Amore si accendesse la smania di conoscerlo.
«Non vorrà vederti» Lo ammonì Afrodite, accarezzandogli i ricci «Perché sei figlio di un altro uomo»
«Ma tu e papà vi amate, mamma mia» disse Amore, con un sorrisino tutto fossette «Come può arrabbiarsi perché avete avuto un figlio?»
«Oh, non vuole che stiamo insieme, perché è molto brutto e di cattivo carattere» tagliò corto la dea con un risolino «È quindi è invidioso della bellezza di tuo papà e del mio buon carattere, Amore. Oh beh, o anche viceversa immagino»
«Perché è tuo marito, allora?».
Afrodite sospirò «Vorrei che non dovessi ancora scoprire cose noiose come i motivi per cui ho sposato Efesto. Ora va’ a giocare, figlio mio».
Ovviamente Amore andò per prima cosa a chiedere in paese dove abitasse Efesto e, grazie all’amore divino che suscitava in chiunque lo osservasse, non ebbe problemi a trovare le informazioni che gli servivano. Chiese un passaggio al vento, che non poté rifiutargli questo piccolo piacere, e sulle sue ali d’oro arrivò in un men che non si dica all’Etna, il possente vulcano di Sicilia.
Alle pendici di quel meraviglioso gigante, che anche un piccolo dio guardava con ammirazione, era stata costruita una fucina unica nel suo genere. Al suo interno si svolgevano lavori d’artigianato di ogni sorta, che scuotevano il vulcano e ne facevano fuoriuscire ogni sorta di brontolio.
Amore era piccolo e svelto, e riuscì a sgattaiolare dentro eludendo il peculiare tipo di sicurezza che il marito della sua mamma aveva scelto di mettere a guardia della sua fucina.
E finalmente lo vide: il dio del fuoco era in una delle stanze della fucina, solo, e stava battendo del metallo caldo facendo sprizzare scintille tutt’intorno. Aveva spalle e braccia incredibilmente forti e un fisico adatto al lavoro, ma i lineamenti del suo viso erano la cosa peggio arrangiata che avesse mai visto su volto o muso di qualunque creatura prima d’ora. La mamma non aveva esagerato.
«Buh!» Esclamò allargando dita ed ali, ed Efesto esclamò molte parole volgari, sorpreso dall’apparizione del piccolo intruso.
«È solo un marmocchio» Constatò con voce rasposa, tranquillizzandosi
«Al suo servizio» rispose Amore, con un piccolo inchino «Siete voi Efesto, dio artigiano?»
«Come hai fatto ad entrare? Come hai potuto evitare di essere scorto dai miei assistenti ciclopi?»
«Se vuoi che gli intrusi non vengano visti, forse dovresti mettere guardie che hanno più di un occhio» osservò Amore, richiudendo le sue ali d’oro.
Efesto gli rispose con molte altre parole volgari, ma in cuor suo si disse che il marmocchio non aveva tutti i torti. Probabilmente se fosse stato qualcun altro a presentarsi così di soppiatto, il dio lo avrebbe gettato fuori senza tanti riguardi, ma c’era qualcosa di speciale in quel piccino. Quando si fu sfogato e lo ebbe squadrato ben bene, Efesto proseguì, continuando a battere il metallo:
«E allora? Certo non sei un comune mortale, si vede a prima vista. Hai ali sulla tua schiena, come la stirpe di Caos»
«Di Caos…» ripeté Amore, strizzando gli occhi. Provò una strana sensazione, come se stesse per ricordare qualcosa di dimenticato che non avrebbe assolutamente dovuto scordare, ma non ebbe tempo di rincorrere quel pensiero che fu interrotto.
«Ebbene?» Incalzò Efesto «Sei venuto a fissare l’aria? Perché c’è tutto un mondo là fuori, puoi farlo senza venire qui a rompere il...» e Efesto disse altre parole volgari, riscuotendo con efficacia Amore dai suoi pensieri.
«Sono venuto a trovarti, perché ho sentito parlare di te»
«Ah sì? E cos’hai sentito?»
«Che sei molto brutto e di cattivo carattere»
«Oh, andiamo bene»
«Ma che hai braccia molto forti e che sai creare qualunque cosa nella tua fucina, e che hai sposato Afrodite»
«Eh, di questo non ci lamentiamo»
«Che è la mia mamma» concluse Amore.
Efesto rimase in silenzio per un minuto buono, interrompendo il proprio lavoro.
«È la tua mamma» ripeté il dio, livido di rabbia e ancora più brutto del suo solito «E chi è il tuo papà?»
«Ares, dio della lotta»
«Ti ha mandato lui?» chiese Efesto, impugnando il pezzo di metallo incandescente e voltandosi verso il piccolo, brandendolo come un’arma «È una sporca tattica per umiliarmi? Beh, puoi portare questo» e tese in avanti la lama mai finita, ancora rossa e bianca per la temperatura elevatissima «al tuo papà e dirgli che se lo può ficcare su per il...».
Insomma, Efesto non era molto signorile. All’udire una risposta simile, Amore lo guardò in modo così spaesato e un po’ intimidito che Efesto si calmò un poco, e scagliò il pezzo di metallo lontano da sé, in fondo alla stanza, lasciandolo a raffreddarsi.
Si sedette a terra, a gambe incrociate, portandosi una mano al volto.
Lo guardò attraverso le dita allargate della mano, e Amore non era sicuro di come decifrare quello sguardo. «Somigli così tanto a lei» Gli disse, con un filo di voce.
Amore si avvicinò a passettini e si lasciò cadere un po’ distante da Efesto, guardandolo dubbioso.
«Non posso toccare del metallo così caldo» disse il bambino, toccandogli un braccio «Però posso portare il messaggio»
«Lascia stare, ragazzo. Lascia stare».
Per quella volta Amore se ne andò, ma non fu l’ultima volta che si videro. La fucina di Efesto divenne un nuovo luogo favorito per i suoi giochi, e nonostante gli si rivolgesse in modo sempre brusco, Efesto iniziò a tollerare di buon grado la presenza di Amore nelle sue fucine; persino i ciclopi non potevano fare altro che avere in simpatia quella bestiolina alata.
Il giovane dio prese l’abitudine di portargli un regalino diverso per ognuna delle visite, sempre più frequenti, che faceva. A volte erano delle cose che credeva fossero graziose trovate durante le sue scorribande, altre degli oggetti di valore che gli venivano regalati o che barattava al mercato.
Ogni volta che dovevano salutarsi ed Amore se ne andava, Efesto si affacciava per vederlo discendere a salti e piccoli voli il pendio e allontanarsi dall’Etna, e si chiedeva perché diamine stesse subendo l’umiliazione di incontrare la creatura nata dai tradimenti di sua moglie.
Era difficile volergli bene quando oramai sapeva delle sue origini. Da quello che il bimbo gli raccontava, Ares non era granché coinvolto nel tirarlo su, ma pensare al loro collegamento lo faceva star male, ed ancor più lo faceva stare male il pensiero che potesse rivelarsi più simile di quello che pensava all’uomo che aveva osato umiliarlo così.
Infine, decise di donare al piccolo Amore qualcosa che fosse insieme un regalo e una prova, per decidere finalmente come avrebbe dovuto comportarsi con lui. Efesto fabbricò per lui delle frecce speciali: erano solo veicolo delle intenzioni e dell’anima di colui o colei che le scagliavano. Non erano letali di per sé, ma si sarebbero adattati perfettamente alla personalità dell’arciere.
Sarebbe stato come dare un’occhiata direttamente alla sua anima.
Così aspettò che venisse a trovarlo, e poi dispose tutte le frecce che aveva forgiato in una faretra.
«Ho finito un’arma speciale, marmocchio» Disse subito, senza salutarlo.
Amore si adeguò subito e a sua volta saltò i convenevoli, mettendoglisi accanto «Bello, io oggi ho portato la mia lira. Se mi fai vedere la tua arma speciale, ti suono una canzone»
«Per ora concentriamoci sulle armi» tagliò corto Efesto, tirando fuori un arco argenteo, alto quanto Amore in piedi e soppesandolo
«Papà mio dice che ogni uomo deve avere le sue armi»
«Ah sì? E tu vuoi usare delle armi come papà tuo?»
«No» rispose candidamente il bambino, allargando appena le ali «A me non interessa uccidere, Efesto mio»
«Non chiamarmi in quel modo. Mai più. Ti prendo a calci se lo rifai» Efesto grugnì e gli passò l’arco e le frecce che aveva creato, sbuffando: «Provali. Sono Frecce dell’Anima»
«A mamma mia il nome piacerebbe, e piace anche a me»
«Beh, non me ne frega un accidente se ti piace o no, si chiamano così. L’effetto colpisce l’anima di un’altra persona, e cambia a seconda di chi lo usa. Non servono ad uccidere, così puoi divertirti anche tu».
Ciò non toglieva che, ovviamente, agendo sull’anima avrebbe comunque provocato la morte di qualcuno se le avesse usate un bruto violento come Ares.
«Incredibile! Come hai fatto?»
«Sì, e vengo a dirlo a te, moccioso! Affacciati, dai. Vediamo che uomo sei» Gli disse «Tira».
Non dubitava che il figlio di Ares sarebbe riuscito a maneggiare delle armi senza che ci fosse bisogno di spiegargli nulla, così come non dubitava che avrebbe centrato il bersaglio.
Amore uscì dall’Etna e si mise in volo, guardando dall’alto in cerca di qualcosa da colpire. Amava vedere le reazioni di ogni tipo di creature, ma le reazioni degli umani erano le sue preferite; così individuò dall’alto una coppia di giovani guerrieri, due greci a giudicare dalla lingua che parlavano, che chiacchierava e mirò.
Scoccò la prima freccia che si infilzò nel tallone di uno dei due. Dato che era una Freccia dell’Anima, i due umani non la videro e forse neppure se ne resero conto.
«Che tiro scarso! Pensavo di regalarteli visto che tu mi porti tutti i sassi e le muffe che trovi, ma mi sa che delle armi così belle sarebbero sprecate per un buono a nulla come te» lo prese in giro Efesto, così Amore gli fece una linguaccia e scoccò una seconda freccia. Questa trapassò il secondo uomo al cuore con precisione incredibile.
«Per Giove» Disse Efesto, osservando sgomento gli effetti delle frecce scagliate da Amore… e si fece una grassa risata come non se ne faceva da tanto tempo.
Nessuno dei due era caduto morto. Anzi erano caduti… l’uno tra le braccia e dell’altro, e si stavano scambiando un bacio. Quel dannato marmocchio faceva innamorare la gente.


Il piccolo dio crebbe fino ad essere un giovane uomo, e la gente temeva i suoi capricci quasi più di quelli di qualunque altra calamità, ma non poteva esimersi dall’adorarlo comunque.
Alternava momenti di monellerie e allegria a momenti di riflessione, rannicchiandosi sulla spiaggia, su un prato, ovunque si potesse vedere la vastità della volta celeste. Non sapeva perché, ma ogni tanto, quando si trovava a guardare il cielo stellato, sentiva qualcosa affiorargli dietro le palpebre, qualcosa di più di un pensiero e meno di una fantasia. Era esattamente come la prima volta nella fucina di Efesto: un ricordo che doveva sforzarsi di rimembrare, che era importante, eppure…
Allora chiudeva gli occhi per qualche secondo, dando spazio a quella presenza dietro ai suoi occhi perché si manifestasse così che potesse identificarla. Ma allora tutto spariva.
Sentiva i rumori della notte e, anche se era convinto di non aver trovato quello che cercava in un evento tanto ordinario, la smania spariva subito e Amore si sentiva felice.
Altri secoli girarono lentamente su sé stessi, e lui divenne Eros, Cupido, Amor e cento altri déi.
Dovette adattarsi, mutare, perché non era più tempo degli déi come li conosceva, e pian piano scordava cosa era stato prima per calzare la pelle della sua nuova identità.
I pensieri di Gaia si concentrarono su altro, le preghiere dei mortali che tenevano in vita quelle sue manifestazioni smisero di arrivare e molti di loro si spensero come candele, mentre gli umani si costruivano altri déi e adoravano nuove idee.
Amore cambiò nome ancora e ancora, cambiò aspetto e cambiò come la gente lo vedeva e ricordava, ma il suo messaggio sembrava essere forte abbastanza forte da reggere per tutto quel tempo.
«Insegui i tuoi desideri, ama la bellezza nel prossimo» Disse.
«È l’amore che fa girare il mondo» Disse.
«Ama il prossimo tuo come te stesso» Disse, e forse quella fu la versione che piacque più di tutte.


Era incredibile che, dopo tutti i secoli e le vite che aveva vissuto, gli eventi che avrebbe insegnato ad Amore qual era il suo ultimo nome sarebbero avvenuti tutti in un unico anno: 2019, Anno Domini.
Iniziò tutto con una donna, delle orecchie da coniglio finte, una maglia buffa, un lago con le papere e un dio nascosto.
La giovane donna era un’insegnante delle elementari dall’aria afflitta che sedeva su una panchina in un parco. Il sole aveva iniziato ad abbassarsi pericolosamente verso l’orizzonte ed il parco era semi-deserto: più il cielo si scuriva più gli umani migravano verso case o bar a quell’ora.
La ragazza sospirò e si sfilò il cerchietto con le orecchie da coniglio e si appoggiò allo schienale, reclinando la testa con aria davvero molto stanca.
Proprio perché era poco frequentata, quella parte del parco le piaceva molto: era lì che andava a rilassarsi quando si sentiva tesa, e ogni volta le veniva una nuova idea per la lezione che avrebbe fatto con i bambini della sua classe l’indomani. Spesso e volentieri li portava proprio lì, e ormai i bambini conoscevano tutte le papere che vivevano nel lago lì accanto per nome, anche se erano stati loro ad assegnarglieli.
Le oche bianche iniziarono a raggrupparsi dalla sua parte del lago, speranzose di ricevere qualcosa di sfizioso da mangiare.
La giovane si riscosse di scatto: aveva sentito qualcosa, troppo vicino «Chi è là?!».
Udì quella che sembrava un’imprecazione soffocata, poi qualcuno uscì con le mani in tasca da dietro un albero. Era un bell’uomo dai capelli ricci e bronzei, che sembrava essere un po’ più giovane di lei. La guardava come se l’avesse conosciuta tanti anni fa e fosse stato felice di rivederla, il che era era un po’ strano, ma piacevole.
La luce sembrò riflettersi per un attimo in modo strano sulla sua schiena, come se avesse avuto… ma batté le palpebre e l’impressione svanì.
Aveva sentito dire che i momenti vicini al tramonto erano quelli che facevano i giochi di luce più strani, dai flash verdi a immaginarsi delle ali di luce. Probabilmente.
«Chi era?» Chiese lui.
Hai una bella voce” Avrebbe voluto dirgli lei, che era una persona sincera, e invece gli disse «Chi?»
«Quello che hai visto. Hai urlato “chi è là”, sembravi allarmata»
«Probabilmente tu» ridacchiò lei «Ti avverto che ho dello spray al pepe, sei hai cattive intenzioni»
«Non ho né uno ne le altre» rispose lui, alzando le mani in segno di pace, ma sorridendo. Aveva un taglio fresco sul polso, leggero, ma da cui erano stillate un paio di gocce di sangue
«Oh. Ti sei fatto male?».
Lui seguì lo sguardo di lei e sorrise. «Oh. Non era mai successo» Disse, come se trovasse la cosa divertente. Ci passò sopra un dito, sporcandosi appena i polpastrelli del poco sangue che ne era sgorgato.
«Ho anche dei fazzoletti, se vuoi»
«È solo un taglietto» rispose lui, ma ne sembrava affascinato, e alzò il braccio per osservarlo meglio da un’angolatura diversa.
«Caspita, sembra che non ti sia mai successo davvero»
«È così»
«È meglio pulirlo lo stesso. Vieni vicino, dai».
La donna si preparò ad aiutarlo, ma nel tempo che ci era voluto al giovane per coprire la distanza che c’era tra i due, la ferita aveva già smesso di sanguinare. Lei gli ripulì comunque il braccio dal sangue
«Pina. E tu come ti chiami?»
«Amore» disse lui, e fu quasi sorpreso quando quel nome affiorò dalle sue labbra. Era uno che non usava da tanto, tanto tempo… eppure parve così naturale usarlo che, dopo un attimo, tornò ad essere il suo. Nel giro di una conversazione con quella donna, già non ricordava più che nome avesse usato fino a qualche ora fa.
In un modo o nell’altro, i due iniziarono a chiacchierare, come attratti da una calamita misteriosa.
Lei gli raccontò del suo lavoro e della sua vita, di come apparentemente i suoi superiori la odiassero perché era troppo buona con i suoi studenti.
«Che problemi hanno?» Chiese Amore
«Forse nessuno è stato abbastanza buono con loro, quando loro erano studenti» rispose lei, stringendosi nelle spalle.
Lui le raccontò una mezza verità: era un matchmaker. Avrebbe potuto dimostrarle di essere un dio, ma voleva parlarle da pari a pari; lei parve trovare molto, molto interessante una professione del genere, e a lui gli aneddoti non mancavano.
«Posso provarle?» Chiese Amore, con una risata, accennando alle orecchie da coniglio «Sono bellissime!»
«Ma grazie» rispose lei, «Ecco a te».
Gli spiegò che sarebbero servite per una lezione l’indomani. Era più facile insegnare ai bambini quando si divertono.
«È vero, confermo. Io sto ancora imparando molte cose» rispose lui, con un sorriso birichino
«Quindi sei un discolo?»
«Credo di sì. E tu?»

«Mmeh» lei fece segno di “così così” con la mano, ed entrambi risero. Il sole era ormai sceso lungo l’orizzonte, e Amore pensò che la risata di quella donna era così bella da poterle perdonare la maglietta che stava indossando. “Più bella di Afrodite”, c’era scritto, e lui aveva deciso subito che doveva punirla affibbiandole una bella cotta per il primo accattone che passava; poi lei si era accorta di lui. Come? Come aveva fatto? Era sempre entrato dove voleva, era riuscito a passare inosservato ovunque avesse voluto. Neppure gli déi si accorgevano di lui se non lo desiderava, aveva eluso la sorveglianza dei ciclopi come se niente fosse, e quella donna, invece, lo aveva sorpreso. Quella persona unica, gentile, speciale.
Per la prima volta era stato maldestro con le frecce, e aveva finito per tagliarsi nel metterle via. E poi aveva visto lei.
«Vediamoci ancora» Gli disse lei d’impulso. Lui accettò.
E accettò ancora ogni volta che lei glielo chiese, per altri sei mesi intensi, bellissimi… ed infinitamente troppo corti.


«È successo troppo in fretta» Sussurrò lui
«È naturale»
«Non può esserlo. Non può fare così male!»
«Amore...»
«I-io. Non è passato niente. Sapevo che non saresti mai potuta vivere per sempre, ma speravo che almeno, avresti, avresti potuto accompagnare questo me. Fino alla fine. Fino ad un nuovo nome».
Lei non parve sorpresa da quelle parole: nella sua nuova condizione, era in grado di scorgere a sua volta l’anima dell’amato. Aveva capito, e nel suo cuore si sentì onorata di aver avuto per sé l’affetto di un dio.
«Anche il dolore è naturale, Amore»
«Non abbiamo passato neppure un anno assieme. È crudele. Non riesco a… è troppo presto. È la seconda volta che mi faccio male. Solo tu… solo tu hai questo potere».
Era la prima volta che Amore si vestiva di nero, e qualcosa in lui gli aveva chiesto di non farlo come si usava di questi tempi, solo per formalità, con abiti che non sentiva suoi. Era la parte di lui che aveva iniziato a risvegliarsi quando si era presentato come Amore dopo secoli, quella che cercava la risposta ad una domanda silenziosa nel cielo stellato. Indossava una tunica nera, e la sua figura era parzialmente nascosta allo sguardo del mondo da un mantello con un cappuccio che gli celava i riccioli.
Davanti ad una tomba, nel cimitero della città, Amore stava con i pugni chiusi, le spalle tremanti.
Erano venuti in tanti, al funerale. Molti di loro erano giovani, alunni presenti e passati. Molti avevano pianto.
«Che ci fai ancora qui?» Le chiese gentilmente, voltandosi verso lo spirito della donna che aveva amato.
Ai suoi occhi di creatura divina appariva quasi come se fosse stata ancora viva, un’illusione quantomai crudele, ma lei non poteva restare qui. Non era questo il posto di uno spirito. Eppure voleva così tanto che rimanesse lì...
«Ho paura ad andare» Rispose lei. Il suo tono si incrinò, e lei abbassò il capo «Non voglio essere da sola. Non potresti accompagnarmi, Amore? Per favore. Solo un tratto di strada, e poi potresti tornare indietro».
E con la consapevolezza di un dio innamorato, Amore seppe che poteva fare questo miracolo per lei.
Prese l’arco d’argento e vi posò sopra un bacio, poi vi incoccò una Freccia dell’Anima. Nonostante gli anni che erano passati, le Frecce che Efesto aveva forgiato per lui erano ancora incredibilmente sensibili al suo tocco.
Ad ogni uomo le sue armi, come diceva Ares.
Nel momento in cui percepirono risuonarono con la sua anima, che aveva in sé la mutevolezza di un figlio del Caos, la Freccia e l’arco capirono che non potevano più servire il loro padrone così come erano. L’asta dell’arco si allungò, la freccia si fuse con la corda tesa, la lama si allungò, catturando la poca luce che le nuvole grigie lasciavano filtrare nel cielo fosco.
Amore sospirò e si voltò a tendere la mano alla sua amata, brandendo la sua nuova Falce, nata per proteggere la donna nel suo viaggio finale.
Lesse per l’ultima volta il nome sulla lapide adorna di fiori, prima che lei lo prendesse per mano e iniziassero a camminare insieme, piano piano.
Giuseppina Psiche.


Tutto era diverso. Amore non sentiva più le costrizioni di un corpo mortale, e sentirsi così libero ed immenso per un attimo lo disorientò. Si sollevò dalla presa gentile di un abbraccio, confuso nel sentire quell’azione così facile.
«Ci siamo svegliati» Gli disse Notte, un po’ canzonandolo, ma con affetto «È stato un sogno lungo, Amore. Non ti ho svegliato, anche se non è stato sempre sereno. Ho fatto bene?»
«Grazie, Notte mia» disse Amore, sporgendosi a baciarle il viso scuro
«Sento tenebre nuove nel tuo cuore, Amore, eppure non sono stata io a prestartele. Cosa accade?»
«Non crucciarti, Notte» lui sorrise «Sono mie. E le terrò care».
Il tempo non vuole dire nulla per gli déi, quelli veri, e Amore ha ali veloci.
Non si dimentica delle creature che lo hanno conosciuto, né come infante né come giovane uomo vigoroso, e si premura di non lasciar mai affrontare loro l’ultimo viaggio da soli.
Molti di loro non lo riconoscono senza arco e frecce, quando porta con sé una falce perché il loro cammino sia sicuro e sereno. Ma quei pochi che riescono a scorgere i suoi lineamenti e lo riconoscono, sorridono.
Dicono che il suo volto sia come la canzone di Notte e appaia di diverso agli occhi di chiunque lo scorga ora, e che sia un accompagnatore gentile, attento a non lasciare mai che chiunque accompagni nell’altro mondo smarrisca la strada, sostenendolo con le sue ali d’oro e difendendolo con la sua falce. Ormai anche lui ha appreso qual è il suo ultimo nome, ma ha scelto di non abbandonare il primo, e dispensa ancora visite sia come fanciullo dalle frecce d’amore che come traghettatore con la falce.
Chi lo riconosce lo segue con un sorriso, un passo alla volta, vedendo per l’ultima volta il volto d’Amore e Morte.

+Indice +
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sabato 7 marzo 2020

Marzo 2020 - Cosa abbiamo creato?

Marzo 2020 è finito: Ecco cosa abbiamo postato online questo mese, grazie anche al supporto dei nostri beneamati patrons!



+++DISEGNO++++

Il Cammino delle Leggende (The Way Of Legends) / OCs
Chibi Sara's fitness vlog | Thomas Wolf winged form | Deadly Sands pack |

The Way of Legends' Lupus in Aula (webcomic)  
Chapter 2 page 8 |

Sara's fitness blog (webcomic)
8 March [Patreon][Tapas] | Quarantine [Patreon][Tapas] | Talking about meat [Patreon][Tapas] | The revealed secret [Patreon][Tapas] |

Werewolf&Cannibal (webcomic)
The end? [Tapas][Patreon] |

Hannibal
About that demolition... |


Steven Universe
Bismuth casual (black and white) | In Nigthmares | Strong... in the real way? | Green alien hug | Team Evil Ponytails (crossover with My Hero Academia) | Thank you, Steven |

Furry, anthro and animals (not commissions)
Xenopus laevis (albino + natural version) | Two carpenter bees |

Commissions
The love of a mother | Minis 242 - River | Minis 243 - Leonard Akins | Bedtime stories | Xenofuture (Black and white version) | The strong and the small (black and white version) | Xenofuture | The strong and the small | Your conscience | Saiyan warrior | Fire! (black and white) | Kill command |

Other
Happy Birthday Aria 2020 |

Patrons only!
Xenofuture (WIP) | Attack! (WIP) | Saiyan warrior (WIP) | Bufo bufo (WIP) | The strong and the small (pack for patrons) | Xenofuture (pack for patrons) | Kill command (pack for patrons) | Bismuth casual (pack for patrons) |

Due gatti rossi "remastered" (ITA) [Tapas]
Party hard | Gattino in crescita | Ho bisogno di un corpo... | ... E quindi prenderò quello di Stelvio... | ... Per mangiare tutto il pollo che voglio! | L'innamorato rifiutato | Addio, Gatto | In cerca di maschi | Dove sei stato, Adone? | Il fidanzato | Unghie lunghe | Pastore calabrese |

+++SCRITTURA+++
Io sono il Drago (Wattpad)
I miei uomini | Creare un caos controllato |

Autobiografia (forse romanzata) di un drago dorato (Wattpad)
11. Scar | 12. Quarta favola |

Un barattolo di Amuchina
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Schede dei personaggi, specie, luoghi e varie (Blog)
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Recensioni
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